Visibilità della disabilità: condizione necessaria ma non sufficiente

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Stiamo vivendo, in questi ultimi decenni, una stagione promettente, che parrebbe condurre, piano piano e in modo non necessariamente lineare, a un progressivo e radicale ripensamento del rapporto fra la società e le persone con disabilità. Sul fenomeno agiscono più fattori che vanno dal generale invecchiamento della popolazione, ai progressi di una medicina sempre più performante, allo sviluppo di una tecnologia che consente forme di partecipazione, anche differita, un tempo impensabili. Ne consegue un significativo mutamento sul piano della percezione e dell’accettazione di sé e dell’altro. Si sta imponendo un nuovo modello interpretativo che, opponendosi alla tradizionale nozione di deficit legato alla persona, mette al centro della riflessione il concetto di attività. Da esso deriva la convinzione che il poter prendere parte ad attività sociali, culturali e politiche debba essere garantito, per diritto di cittadinanza, a tutta la popolazione, anche alle persone con disabilità. 

È un cambio di paradigma importante, ben riassunto nel capoverso E della “Convenzione sui diritti delle persone con disabilità” dell’ONU, a cui la Svizzera ha aderito fin dal 2014, il quale riconosce “che la disabilità è un concetto in evoluzione e che la disabilità è il risultato dell’interazione fra persone con minorazioni e barriere attitudinali ed ambientali, che impedisce la loro piena ed efficace partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Sono quindi i fattori ambientali che costituiscono l’elemento maggiormente discriminante: tanto più l’ambiente non pone barriere tanto più sarà favorita la partecipazione.

Con richiamo esplicito ai principi della Convenzione, il 30 ottobre 2022, l’86.2 % dei votanti ticinesi ha accettato il nuovo articolo 13a della Costituzione cantonale. Viene così sancito l’obbligo per il Cantone e i Comuni di tener “conto dei bisogni specifici delle persone con disabilità” e di adottare “le necessarie misure per assicurare la loro autonomia e per favorire la loro inclusione sociale”. La forza dell’idea dell’inclusione, che fa così, per la prima volta, la sua apparizione nella nostra Costituzione, è che non ci sono più dei diversi che devono adattarsi, ma è la società, nella sua interezza, che deve attivarsi per dare a tutti la possibilità di partecipare. 

Rispettare, tutelare, promuovere e realizzare i diritti che la legislazione garantisce alle persone con disabilità è la sfida odierna. La distanza da colmare fra il diritto e il suo reale esercizio è enorme. Il Rapporto finale del Comitato ONU, del 13 aprile 2022, sulla situazione in Svizzera è infatti estremamente critico e stigmatizza l’assenza di una strategia globale di attuazione per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Convenzione. Vanno ancora definiti priorità, competenze, scadenze e mezzi finanziari. 

Per raggiungere questo piano di concretezza la presenza sullo scenario politico delle persone con disabilità è essenziale. L’accesso alle cariche pubbliche permetterebbe loro di influenzare l’elaborazione e l’attuazione delle leggi e delle politiche che li riguardano. Per le persone con disabilità non è un percorso facile: devono accettare di diventare visibili, senza preoccuparsi se la loro prestazione non è conforme agli standard della nostra, competitiva, società. Ma non lo è neppure per il mondo della politica, chiamato a riconoscere e accogliere in modo funzionale e rispettoso le persone con disabilità, adattandosi preventivamente ai loro bisogni e rinunciando a ogni tentazione assimilatrice. La posta in gioco è alta: la sconfitta dell’invisibilità e della marginalità politica e sociale delle persone con disabilità e, parallelamente, l’accesso alle loro competenze specifiche quale antidoto allo sguardo abilista che, al di là di ogni buona volontà, ancora troppo spesso inficia le scelte operative dei nostri rappresentanti. 

Marco Altomare è candidato al Gran Consiglio (PS-GiSo)


Marjorie Taylor Greene, la trumpiana di ferro che può prendersi il Gop

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Di Matteo Muzio, InsideOver

Qualche anno fa Marjorie Taylor Greene era soltanto un’istruttrice di Crossfit che viveva nella profonda Georgia nord-occidentale e che diffondeva sul web le più strampalate teorie cospirazioniste. Poi è stata per circa un paio d’anni una deputata ostracizzata dalla maggioranza democratica, considerata un prodotto del trumpismo in fase terminale e da non prendere minimamente sul serio, tanto da essere esclusa da ogni commissione congressuale. Dopo le elezioni di metà mandato, Greene non solo è stata rieletta, ma si è trasformata in una faccia nuova del trumpismo cosiddetto “responsabile”, sostenitore dello speaker Kevin McCarthy e nel contempo fedelissima dell’ex presidente Donald Trump, che secondo alcune fonti la starebbe considerando per inserirla eventualmente nel ticket presidenziale nel 2024.

I momenti controversi

Un’irresistibile ascesa che costringe a mettere a fuoco per bene le idee e le sparate del personaggio, che non cessa di essere costantemente sopra le righe su quasi ogni questione dirimente della politica americana. In certi circoli complottari, la fama di Greene è molto alta e del resto se n’è fatti mancare pochi: a cominciare da due esperienze giornalistiche, se così si possono definire. Ha scritto ben cinquantanove articoli per un sito chiamato Truth Seekers e a partire dal gennaio 2018 ha partecipato alla redazione di un sito di fake news con un nome neutrale, Law Enforcement Today, che nascondeva in realtà la diffusione di notizie tendenziose.

Infine, su Facebook, ha moderato un gruppo di discussione della pagina “Family America Project” dove si mandavano minacce di morte ai democratici e si attaccava la famiglia “musulmana” di Obama. Non mancava il riferimento a una delle più antiche teorie cospirative, quella propagata dal gruppo estremista John Birch Society nel corso degli anni ’50: Eisenhower era segretamente un comunista e avrebbe fatto infiltrare il governo americano dal nemico. Con questo curriculum era quasi scontata la sua discesa in politica, nella frangia più estrema del movimento trumpiano.

La campagna elettorale e l’arrivo al Congresso

Il suo momento di notorietà arrivò nel 2019, a febbraio, quando durante un tour guidato del Congresso, andò a bussare con insistenza alla porta dell’ufficio della deputata Alexandria Ocasio Cortez, chiamandola ad “affrontare i cittadini che dovrebbe servire” e insultandola volgarmente. Il video andò su Facebook e la rese famosa in certi circoli radicali, tanto che, a dicembre, annunciò di volersi candidare al Congresso nel quattordicesimo distretto della Camera dei Rappresentanti, dove il deputato Tom Graves aveva annunciato di non voler fare altri mandati. Greene non viveva lì, ma comprò una casa nella cittadina di Rome, anche se la legge della Georgia richiede come requisito per i candidati di avere la residenza nello Stato, ma non precisamente nel distretto.

A febbraio 2020 Greene annunciò durante un comizio di voler far della contea di Walker “un santuario del secondo emendamento”, imbracciando una bandiera degli “American Patriots”, un gruppo di estrema destra. A un comizio a luglio, invece, fece una foto insieme a Chester Doles, discendente di un fondatore del Ku Klux Klan ed egli stesso membro dell’organizzazione terroristica, con precedenti penali per violenze e reduce da un lunga detenzione nello stato del Maryland. Questo, ovviamente, la fece trionfare alle primarie, diffamando l’avversario John Cowan, anche lui come Greene sostenitore di Trump, ma dipinto come “centrista”.

Pur non avendola sostenuta, il presidente Trump twittò “è nata una star”. Nel distretto, pesantemente repubblicano, Greene vinse le primarie, definendosi come “l’incubo peggiore” della Squad di Alexandria Ocasio Cortez, spesso postando foto con armi d’assalto. La diffidenza nei suoi confronti da parte del partito repubblicano della Georgia è esemplificata dall’esiguità della donazione nei riguardi della sua campagna: poco più di cinquemila dollari.
Ad ogni modo, il suo arrivo al Congresso certo non passò inosservato, annunciando di voler “cacciare a pedate” la speaker Nancy Pelosi e rifiutandosi fermamente di indossare una mascherina nelle aree interne della Camera (siamo a gennaio 2021, in piena pandemia). Dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio, in un primo momento condannò le violenze, ma pochi giorni dopo diffuse l’ennesima teoria complottista, dicendo che in realtà gli assalitori erano membri del gruppo di estrema sinistra Antifa.

Da emarginata a esponente di punta del Gop

Il 4 febbraio 2021, la maggioranza democratica nell’assemblea le tolse tutti gli incarichi nelle commissioni, pur non riuscendo a raccogliere i voti necessari per espellerla. Anzi, nel biennio congressuale appena trascorso, Greene riuscì a scavarsi una particolarissima nicchia politica: rimanere la beniamina del mondo trumpiano, esprimendo la sua posizione ostile nei confronti degli aiuti all’Ucraina, apparendo alle conferenze di America First, gruppo suprematista bianco fondato dal blogger Nick Fuentes e presentando cinque risoluzioni di impeachment nei confronti di Joe Biden, la prima addirittura nel suo secondo giorno di presidenza.

Nel frattempo, però si è saputa guadagnare la fiducia del leader Kevin McCarthy, che ha sempre respinto le richieste dem di espellerla. A differenza di altri trumpisti come Matt Gaetz e Chip Roy, lo ha sostenuto dopo le elezioni di midterm nella sua ambizione di diventare speaker, respingendo i tentativi dei suoi colleghi del Freedom Caucus di trovare un candidato alternativo. L’azzardo ha pagato: Greene è stata nominata nella prestigiosa Commissione per la Sicurezza Nazionale, destando la preoccupazione di quei repubblicani che sono perplessi dalle sue dichiarazioni sul sostegno all’Ucraina, ribadito anche recentemente alla conferenza del Cpac. E non si ferma qua: qualora Trump riesca nuovamente a conquistare la nomination repubblicana, l’ex presidente sta pensando seriamente a Greene come sua candidata vicepresidente. Non male, per chi ha cominciato la sua carriera politica parlando di complotti su Facebook.

Nell’immagine: Marjorie Taylor Greene presenta un suo progetto di legge che penalizza ogni forma di sostegno ai/alle giovani transgender, per “proteggere l’innocenza dei bambini”


Le bare di Cutro e il karaoke

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Venerdì le correnti nelle acque rabbiose del litorale calabrese ancora smuovevano due corpicini, li sballottavano per il quindicesimo giorno consecutivo, lentamente li avvicinavano alla riva, infine decidevano di consegnarli ai soccorritori che dal giorno della strage possono solo recuperare e contare nuove salme (79 finora). Sempre venerdì, nelle stesse ore, in un albergo del comasco, a Uggiate Trevano, due passi dal confine svizzero, si imbandiva la sala banchetti per l’arrivo di un centinaio di ospiti illustri. Invitati per fare una bella sorpresa di compleanno all’ignaro neo-cinquantenne Matteo Salvini. Festa con la partecipazione degli altri due leader della coalizione di governo, Meloni e Berlusconi. Serata di brindisi con vino rigorosamente padano, paccheri al sugo bianco, filetto, torta ai frutti rossi, e karaoke (che piace tanto al cavaliere), con esibizione del duetto Meloni-Salvini impegnato a interpretare anche “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André, storia di una ragazza prostituta… fatta annegare da mano assassina. 

Da togliere il fiato, e non certo per la qualità dell’interpretazione canora. Ma per l’infame inevitabile accostamento (gli annegati di Cutro, l’esibizione canora della destra. Nonché per il fatto che nemmeno era passato un giorno dalla lugubre trasferta in Calabria del Consiglio dei ministri in corpore; per quei peluche lanciati contro il lungo corteo ufficiale di auto per protestare contro il possibile ma colpevolmente mancato salvataggio dei naufraghi, molti dei quali bambini; per il rifiuto della ‘sorella d’Italia’ Meloni di incontrare superstiti e famigliari delle vittime, di partecipare ai funerali, anche solo di raccogliersi davanti alla lunga fila di bare, in particolare quelle piccole e bianche, lei “madre, italiana e cristiana”, che invece di manifestare “pietas” lancia l’improbabile guerra patriottica agli scafisti criminali ‘in tutto il globo terracqueo’ .

E poi per tutto quello che aveva preceduto questa ennesima strage nel Mediterraneo: rinnovato contrasto alle ong del mare (in verità inaugurata da un precedente ministro pd),  le poche imbarcazioni ancora operative delle organizzazioni umanitarie costrette a prolungare il viaggio fino alle regioni governate dal centro-sinistra; le dichiarazioni sconcertanti del ministro degli interni Piantedosi, che dei migranti già aveva incredibilmente parlato come di “carico residuale” e arriva poi ad imputare la tragedia del 28 febbraio alla “irresponsabilità dei genitori”, che chissà quali e quante insopportabili tragedie spingono ai notoriamente pericolosi viaggi della speranza. Un abisso di decisioni, dichiarazioni, insensibilità, facce feroci. Dentro cui il governo della destra post-fascista ritiene di poter infagottare e maciullare e nascondere di tutto: la verità sull’accaduto e sulle responsabilità, le cifre reali della presunta emergenza (l’Italia è in realtà a metà classifica dei paesi UE in fatto di richieste d’asilo accolte), e naturalmente quell’assenza di partecipazione al dolore che ha sconvolto anche la sensibilità degli abitanti locali, e di una parte almeno di Paese.

Solo distacco. E calcolata confusione. Italia pronta, spara il ministro Mezzogiorno (quello dell’Agricoltura e ovviamente della ‘sovranità’ alimentare), Italia “pronta ad aprire a 500 mila nuovi immigrati”. Boom. Viene presto smentito. Eppure è esattamente la richiesta avanzata dalla Confindustria italiana, che sollecita lavoratori a basso salario. E secondo gli ultimi calcoli del Centro di ricerca IDOS, è anche il numero degli stranieri illegali nella Penisola. Ma guai a parlare di regolarizzare questi ultimi. Più della ragionevolezza può il pettoruto orgoglio. 

C’è Sergio Mattarella. Un altro pianeta. Un presidente che, lo sguardo fisso sulla fila straziante dei sarcofaghi, senza pronunciare una sola parola, ha portato subito a Cutro la partecipazione e il cordiglio dello Stato. L’altra Italia no. Quella aveva voglia e fretta di esibirsi al karaoke. 

Scritto per LaRegione
Nell’immagine: il lancio di orsacchiotti di peluche al passaggio della carovana governativa


Disumano in chiave musicale

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 


Markus Krienke – Capire Francesco usando le sue parole

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 


Il Ticino che sognava la Silicon Valley (e ora punta sulle criptovalute)

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Negli anni Settanta-Ottanta c’era chi prospettava, con arditezza e focosi interventi in Gran Consiglio, che il Cantone Ticino, sempre in affannosa cerca di sviluppo per la sua economia e soprattutto di maggior valore aggiunto per le imprese sul suo territorio, diventasse una sorta di Silicon Valley.

Si può sorriderne pensando a ciò che era già allora e a ciò che è poi diventata quella Valle Californiana che aveva preso il nome dal silicio con cui si producevano i primi microcircuiti. Non solo perché centro di una rivoluzione tecnologica ed anche “culturale” (basterebbe pensare a Apple, Facebook, Google), ma per una sua caratteristica particolare: essere il paradiso delle  start-up ( dal termine inglese “partire, mettersi in moto”; avvio, cioè, di una nuova impresa, con un proprio progetto innovatore o diverso), accettando anche o rischiando, in pratica, che su cento tentativi di start-up (con relativi finanziamenti) solo un terzo poteva finire per avere qualche buona sorte o il successo.

Eppure, erano ammirevoli…

In articoli di giornale e poi in interviste televisive (mi si perdoni l’immodestia) ponevo proprio questo interrogativo: nell’economia ticinese, dato e non concesso che abbiamo spirito imprenditoriale (il rapporto Kneschaurek ne rilevava la forte carenza), sovrabbondando però in capitale-risparmio in fuga dall’Italia, ma sempre così ammalati di  solido mattone (sempre investimento principale), sempre così impostati politicamente sull’attrazione di imprese estere con il giochetto eterno degli sgravi fiscali, con manodopera frontaliera a buon mercato (e, quindi, a scarso valore aggiunto),  come e quanto si era disposti ad accettare quella filosofia californiana e, come assetto bancario-finanziario, a correre quel  tipo di rischio all’investimento? A domanda, sorriso di compatimento. Oppure: ci penserà lo Stato, se va male.

Eppure, quei politici di allora oggi, più che mai, appaiono ammirevoli. Avevano perlomeno dei sogni e non navigavano in turpulinature da terno al lotto o in sgoggiolinature da “grasso che cola”, come si direbbe in buon dialetto (traduzione dall’inglese “trickle down effect”) affidandosi a quella che sembra l’unica scienza economica dominante in Ticino, quella della ricchezza da attrarre perché si diffonde verso il basso, accontentando tutti.

Quei tre politici-medici creatori

Oggi, ad esempio, a chi ricorda quei tempi arditi e speranzosi colpisce una constatazione che sembra mischiare utopia, magia, spirito di iniziativa, realismo ed anche alto senso del bene comune. A tre professionisti medici che sedevano in quei tempi in Gran Consiglio – due dell’area di sinistra, solitamente ritenuta molto questuante ed economicamente poco affidabile (parlo del prof. Giorgio Noseda, ch’ebbe anche parte di primo piano nella costituzione dell’Ente ospedaliero cantonale; parlo del prof. Franco Cavalli, oncologo) e uno dell’area liberale (parlo del prof. Tiziano Moccetti, cardiochirurgo) –  hanno dato vita, per enorme valore aggiunto, per spirito e risultati di ricerca, per creazione di posti di lavoro altamente qualificati, per alto senso del bene comune (potremmo dire specifico per il genere stesso di ricerca e di attività) a tre delle più impensabili, migliori, efficienti (per risultati), internazionalmente riconosciute e apprezzate e interpellate realizzazioni che abbia sinora conosciuto il piccolo Ticino: l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB), l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana (IOSI), l’Istituto Cardiocentro Ticino (ICT). Insomma, fatti, non parole.

È saltata la Silicon Valley Bank

Un’altra considerazione ci suggerisce tuttavia l’attualità ritornando a quel mito ticinese di allora, la Silicon Valley, e ciò che sono riusciti a realizzare alcuni politici di allora: è saltata l’altro ieri, con gran fragore, la Silicon Valley Bank, specializzata nel capitale di rischio. Chiusa amministrativamente dalla Federal Deposit Insurance Corporation, l’autorità di garanzia dei depositi americani, quando i clienti hanno cominciato a ritirare massicciamente i loro fondi in dollari. Si tratterebbe del maggior fallimento bancario americano dopo la grande crisi del 2008; 175 miliardi di dollari in ballo. Le vere vittime sono appunto le start-up da dieci a cento impiegati che non possono più pagare i salari.
Dove sta una delle cause principali del fallimento della Silicon Valley Bank? Non sta nel rischio assunto con le start-up. La banca aveva annunciato di dover vendere 21 miliardi di dollari di titoli finanziari. E c’entrano le criptovalute. Perché quella banca era legata ad altra banca, la Silvergate, “la banca delle criptovalute”, la cui rete di pagamento SEN era utilizzata dai principali attori del settore, delle piattaforme di scambio maggiore come Coinbase e Kraken o fondi come Galaxy Digital o emettitori di cripto stabili (stablecoin, ancorati al dollaro per definirsi stabili).

È interessante rilevare come la procuratrice generale dello Stato di Nuova York, Letitia James, abbia dichiarato: “Una per una, stiamo prendendo misure contro le società di criptomonete che ignorano sfrontatamente le nostre leggi e mettono sempre più in pericolo gli investitori”. È risultato che la Silicon Valley Bank era diventata una banca di ripiego per i clienti della Silvergate, la banca delle criptovalute, messa in liquidazione, e ne ha subito il contraccolpo.

Dalla Silicon al Bingo

La criptosfera non manca mai di nuvole nere. L’aspetto un po’ tragicomico della faccenda è che il Ticino che un tempo pensava di diventare la Silicon Valley delle piccole e medie imprese altamente tecnologiche, coraggiose e innovatrici e con politici che, su quell’onda ardimentosa, con risultati concreti ottenuti e soprattutto duraturi nel tempo, hanno comunque creato molto di buono; oggi  quel Ticino e la sua principale città, si trovano come proposte straordinarie innovative, tutte paracadutate da chi sa chi e da chi sa come,  le criptovalute. Le quali, con le loro strutturali precarietà, instabilità e volatilità, stanno mettendo a repentaglio persino la mitica Silicon Valley, proprio la culla dell’informatica. Certo, tra il sognare la Silicon Valley e le sue start-up, riuscendo comunque in quello spirito a concretare qualcosa, e il sognare etereamente un bingo con le criptovalute, una differenza c’è, in termini politici e in termini culturali.


Brutte nuove per la sinistra elvetica

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Se, come da proverbio, il buongiorno si vede dal mattino, per la sinistra elvetica il 2023 rischia di essere un anno da dimenticare. Già reduci da risultati non brillanti  il mese scorso nelle elezioni di febbraio a Zurigo e Basilea Campagna, PS e Verdi si sono ripetuti ieri a San Gallo – in palio il seggio agli Stati lasciato libero dal PS Paul Rechsteiner – e in generale nelle votazioni cantonali.

Il risultato elettoralmente più importante e significativo è naturalmente quello di San Gallo. Certo, nulla è ancora perduto, visto che nessuna delle candidate ha raggiunto la maggioranza necessaria per essere eletta; tuttavia il risultato lascia ben poche speranze. Fra le sfidanti – tutte donne e tutte consigliere nazionali – si è imposta nettamente Esther Friedli (UDC), la compagna dell’ex presidente dell’UDC Toni Brunner, che ha ottenuto 55.660 voti. Seguono, chiaramente staccate, Susanne Vincenz-Stauffacher (PLR, 26.938), Barbara Gysi (PS, 22.167) e Franziska Ryser (Verdi, 21.791). Quest’ultima, come da accordi, al secondo turno non si ripresenterà, ma i numeri parlano chiaro: anche sommando i voti, alla Gysi mancheranno circa 12.000 voti per superare la Friedli. Un abisso probabilmente incolmabile.

La sinistra sangallese si affida alla cabala – Brunner tentò la scalata agli Stati nel 2007 e nel 2011; entrambe le volte arrivò al primo turno davanti al rappresentante del PS, entrambe le volte fu sconfitto al secondo – ma non sfugge anche al più inesperto dei commentatori una sostanziale differenza: allora i voti di Rechsteiner sommati a quelli della candidata ecologista erano superiori a quelli ottenuti dall’ex presidente UDC, questa volta no, e non di poco. Si attende ancora la decisione della candidata PLR, ci si interroga su chi appoggeranno i Verdi liberali se la Vincenz-Stauffacher dovesse ritirarsi e come si comporterà l’elettorato del Centro, in buona parte assente da questa tornata elettorale, alla prospettiva di essere rappresentati da una UDC, ma l’impressione è che i giochi siano oramai fatti.

Il vento insomma sta girando con decisione verso destra, e pure le votazioni cantonali del week – end lo confermano. A Basilea Città ad esempio ben l’84,4% dei votanti ha approvato un pacchetto di sgravi fiscali con compensazioni sociali voluto dal Consiglio di Stato a maggioranza relativa borghese ( e con tre socialisti su sette) contro cui Sinistra alternativa, Verdi e sindacati avevano lanciato il referendum. Una débacle (continuiamo così, facciamoci del male, chioserebbe Moretti).

Non è andata meglio a Ginevra, dove un’iniziativa della sinistra che chiedeva di tassare il 100% dei dividendi percepiti dai grandi azionisti e non più solo il 70% è stata bocciata da quasi il 60% dei votanti, né a Nidvaldo e neppure Obvaldo, dove due iniziative identiche che chiedevano di raggiungere la neutralità climatica entro il 2040 sono state respinte. Nel primo con ben il 74% dei voti contrari, nel secondo con il 73%. Piccola consolazione, Obvaldo ha già elaborato un piano per raggiungere la neutralità climatica entro il 2048 – ma davvero bisogna lanciare un’iniziativa per anticipare un obiettivo di soli 8 anni? (continuiamo così, continuiamo a farci del male) – mentre a Nidavaldo è stato approvato con il 61% di sì un controprogetto che senza fissare una data invita genericamente le autorità a limitare i cambiamenti climatici.

Insomma, una domenica nera che come detto rischia di dare il tono a tutto l’anno. Il prossimo appuntamento elettorale sarà il 2 aprile in Ticino e a Lucerna, e già i sondaggi prevedono per lo schieramento rossoverde un’altra domenica di passione…

Nell’immagine: Barbara Gysi. Chi si accontenta…


Emergenza Israele: tracollo o opportunità?

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

« Il sesto governo Netanyahu sarà forse il tanto atteso trauma che farà crollare l’unica ‘democrazia occupante’ del mondo?”.  In un articolo apparso questa settimana sul quotidiano Haaretz, Avraham Burg, ex presidente del parlamento, fa così riferimento con cinica ironia alla drammatica crisi che investe Israele da quando, a fine dicembre, Benyamin Netanyahu si è nuovamente insediato al potere grazie ad una coalizione con partiti ultraortodossi e della destra nazionalista religiosa.  Da allora il paese è nel caos e la situazione non sembra che peggiorare di giorno in giorno.

A fianco del premier spiccano il ministro della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir, noto per le sue simpatie per l’estremismo sionista religioso, e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, orgogliosamente autodefinitosi “omofobo, razzista e fascista”.  I due non hanno tardato a far pervenire esplicite affermazioni della sovranità assoluta di Israele sul territorio mirando, tra le altre cose, ad un tentativo di annessione de facto della Cisgiordania. Le sempre più frequenti provocazioni verbali si accompagnano ad una drammatica escalation di violenza nei territori occupati, attuata attraverso un crudele inasprimento delle misure adottate dall’esercito israeliano nei confronti della popolazione palestinese che sta pagando con un numero di vittime senza precedenti. Nel ping-pong di rappresaglie si sono naturalmente moltiplicati anche gli attentati contro i civili israeliani, ultimo quello di ieri sera in una via centrale di Tel Aviv. 

Se non bastassero le operazioni messe in atto dall’esercito, la sera del 26 febbraio scorso i coloni ebrei, sostenuti e legittimati dall’alto, hanno vendicato da soli le proprie vittime incendiando il villaggio palestinese di Hawara. Con quest’ultimo, che è stato definito dai media un vero e proprio pogrom, si è forse raggiunto l’apice del clima di nazionalismo etnico, religioso e culturale che si respira dall’inizio di gennaio. Il già fragile contratto sociale israeliano ha preso fuoco insieme alle case di quei poveretti e l’etica ebraica si è ridotta in cenere.

Ad inasprire ulteriormente la situazione ha contribuito l’ostinazione del governo Netanyahu ad approvare in prima istanza la tanto contestata riforma giudiziaria che, oltre a modificare la procedura di nomina dei giudici, esautora la Corte Suprema consentendo al Parlamento di annullarne le decisioni con estrema facilità. Essendo Israele privo di una Costituzione, la Corte è di fatto l’unico organo a tutela dei diritti individuali. Forse per la prima volta in settant’anni, gli israeliani temono si stia delineando una vera e propria dittatura con ovvie ripercussioni, per altro già percepibili sull’economia, la sicurezza dei cittadini e le relazioni internazionali.

In risposta alla condotta del nuovo governo, che sembra irrimediabilmente intenzionato a minare alle fondamenta le loro istituzioni democratiche, centinaia di migliaia di israeliani scendono in strada già da dieci settimane, mettendo in atto una delle proteste più significative della storia dello stato ebraico per costanza, irruenza e dimensioni. Tra le fila dei manifestanti che sventolano giganti bandiere con la stella di Davide invocando il ripristino della democrazia, molti ebrei laici e benestanti, professionisti dell’hi tech, piloti e riservisti. Non a tutti gli avversari di Netanyahu, tuttavia, riesce facile identificarsi con la narrativa dominante degli organizzatori, la cui agenda, almeno nelle prime settimane, non sembra aver avuto abbastanza a cuore la fine dell’occupazione e la questione palestinese. Fare riferimento a Israele come se fino a due mesi fa fosse stata un’impeccabile democrazia non riscuote certo le simpatie dei palestinesi israeliani, per lo più assenti dalle proteste, né degli attivisti più radicali. Anche gli ebrei osservanti dalle idee progressiste, tra i quali si distinguono non pochi intellettuali dalle vedute originali e creative, si sentono guardati con superiorità e ingiustamente assimilati agli estremisti religiosi al governo. 

Il pessimismo è dominante, benché un barlume di speranza si intravveda nei primi sintomi di ribellione tra i riservisti e i membri delle forze dell’ordine che più di tutti hanno il potere di “disarmare” Netanyahu e i suoi alleati.

Così, mentre Netanyahu e la moglie portano scompiglio a Roma, che ha offerto loro anche una protesta di “benvenuto”, a Tel Aviv quello che doveva essere un week end di feste e divertimenti, in corrispondenza del carnevale ebraico di Purim, si è aperto all’insegna del caos tra manifestazioni e sirene di ambulanze e polizia che impazzano in seguito alla sparatoria avvenuta in una delle vie più centrali della città. Questa settimana sembra fossero già stati sventati diversi attentati e l’approssimarsi del Ramadan rende l’allerta ancora più elevata. Nel suo discorso alla nazione di giovedì sera il presidente Izkhak Herzog, verosimilmente teso, ha richiamato con fermezza coalizione e opposizione ad invertire urgentemente la rotta, concordando una riforma che tuteli la democrazia e l’interesse dei cittadini di Israele nel mosaico delle loro molteplici identità.

Quella che oggi sembra quasi assumere i contorni di una faida tra tribù ebraiche, potrebbe trasformarsi in una preziosa occasione per gli israeliani di schierarsi senza ambiguità a fianco dei palestinesi ponendo fine all’occupazione. L’alternativa potrebbe essere il baratro o il banale restauro della supremazia ebraica laica con la sua “democrazia coloniale”, come la chiama Burg, fino alla prossima crisi.

Nell’immagine: manifestazione a Gerusalemme contro la “rivoluzione legale” del governo Netanyahu (20 febbraio 2023)


Perché dobbiamo ricordare Rita Atria

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Di Giulia di Bella, The vision

 

Il 26 luglio del 1992, in un piccolo appartamento in Viale Amelia a Roma, una donna sente qualcuno litigare nella casa accanto. A un certo punto un tonfo, poi il silenzio. La donna si affaccia e vede il corpo di una ragazza molto giovane steso per terra; corre subito fuori, gli si accovaccia accanto, chiede cos’è successo. Ma è troppo tardi: Rita Atria rantola e di lì a pochi istanti morirà. Suicidio, dicono, che avviene sette giorni dopo la strage in cui restano uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. A Borsellino, Rita Atria aveva rivelato i segreti di Cosa Nostra che, essendo figlia di un mafioso, aveva ascoltato fin da quando era bambina. Ancora minorenne, infatti, aveva deciso di superare la paura, andando oltre l’ostilità di una famiglia che non avrebbe mai appoggiato le sue scelte, per diventare testimone di giustizia. Sulla sua morte – la settima vittima di Via D’Amelio – troppe sono ancora oggi le opacità.

Rita Atria nasce nel 1974 a Partanna, un paese della provincia di Trapani. Suo padre, Vito Atria, è un pastore affiliato a una cosca mafiosa della zona. Partanna, insieme ad altri comuni limitrofi, fa parte del mandamento di Castelvetrano, cui faceva capo Francesco Messina Denaro. Nel paese comandano gli Accardo e gli Ingoglia e quando arrivano i fondi per la ricostruzione post terremoto tra i due clan si crea una spaccatura. Il motivo è il controllo del denaro, di quei fondi che non serviranno per la ricostruzione del paese – in cui rimarranno soltanto baracche – ma nel traffico di droga. Con un padre appartenente a una cosca mafiosa del trapanese e un fratello, Nicola, coinvolto nello stesso ambiente, Rita Atria cresce a contatto con la malavita pensando che quella sia la “normalità”. Ma un evento sconvolge per sempre la sua vita e quella della sua famiglia.

In una faida, i sicari di Cosa Nostra, ammazzano Vito Atria e, poco tempo dopo, viene ucciso anche Nicola, che non potrà così mettere in atto la sua vendetta per l’assassinio del padre. Rita rimane sola con la madre e l’altra sorella, ma non si rassegna a quel destino che non fa per lei, non vuole chiudersi nella vergogna e nella solitudine. Rita vuole parlare, raccontare quello che sa. Così, segue l’esempio di sua cognata, Piera Aiello, vedova di Nicola, diventando testimone di giustizia. All’inizio – racconta la magistrata che la interrogò – la ragazza è rigida, non ha fiducia nella giustizia, ma la scruta come qualcosa di ignoto, di sospetto. Il bisogno di riscatto per gli omicidi del padre e del fratello, però, è più forte di tutto e, molto presto, Rita capisce che cosa c’è dietro a quella quotidianità che ha respirato fin da piccola e di cui conosce capillarmente ogni risvolto. L’incontro con il giudice Paolo Borsellino la aiuta a prendere consapevolezza del destino che le è capitato e al quale la giovane sceglie di non rassegnarsi.

Borsellino prova un’immediata tenerezza verso Rita, che trova in lui la figura paterna che non ha più e che, forse, sente di non aver mai avuto. Al giudice Rita rivela tutti i segreti di Cosa Nostra e ne paga le conseguenze: la madre la allontana e la sorella Anna Maria pure. Anni dopo, Anna Maria racconterà del legame profondo con sua sorella, distrutto per sempre da una scelta che non è mai riuscita ad accettare. Per lei, la paura delle conseguenze era troppo forte, e la rassegnazione l’unica via possibile. Ma per Rita era diverso: il bisogno di sapere, forse insieme all’incoscienza della sua giovane età, l’avevano portata nella direzione giusta. Grazie alla sua testimonianza, le indagini su una cosca partannese responsabile di circa venti omicidi hanno una svolta decisiva. Rita viene inserita in un programma di protezione e trasferita a Roma. Borsellino prende a cuore la sua storia, anche perché ha l’età delle sue figlie, ed è deciso a garantirle una vita più serena possibile. Ma la pace dura poco: il 19 luglio si avvicina.

Dopo la strage di Via d’Amelio, Rita vive un momento durissimo. Lo rivela il suo diario, in cui scrive: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”. Ma al di là dello sconforto, la ragazza mostra di non perdersi d’animo, di rimanere lucida di fronte a un mostro che si fa sempre più minaccioso: “Bisogna rendere coscienti i ragazzi che vivono nella mafia, che al di fuori c’è un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di quella persona o perché hai pagato per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non ci sarà mai, ma se ognuno di noi prova a cambiare ce la faremo”. Dal giorno in cui scrive queste parole, nella vita di Rita accadono fatti che in trent’anni non sono mai stati chiariti.

Rita – che a Roma ha sempre vissuto con la cognata – viene trasferita in un appartamento in Viale Amelia. Il fatto è anomalo: una minorenne, per di più sotto protezione, non dovrebbe vivere da sola. Dopo pochi giorni dalla morte di Borsellino e degli agenti della sua scorta, Rita viene convocata per un interrogatorio al quale, però, non potrà presentarsi. Perché il 26 luglio precipiterà dalla finestra della casa in cui è appena stata trasferita. Fin dall’inizio emergono le prime ombre: l’appartamento di Rita viene sequestrato, dissequestrato e risequestrato nel giro di poche ore; l’unica impronta digitale, rinvenuta sull’anta della finestra da cui Rita è precipitata, non verrà mai comparata e non si scoprirà mai a chi appartenesse. Inoltre, in casa di Rita viene ritrovata un’agenda, che il magistrato consegna subito a un ispettore di polizia che però non dichiara le proprie generalità. Dell’agenda non si saprà più nulla. All’improvviso, il caso viene chiuso: suicidio.

Rita non ha retto alla strage di Via d’Amelio, alla morte di un uomo che l’aveva protetta e che era diventato quasi un padre, e si è tolta la vita. O almeno così si dice, perché troppi sono i vuoti di verità in questa storia. A più di trent’anni da quella morte, l’Associazione Antimafie Rita Atria ha chiesto la riapertura delle indagini, che ancora non è mai stata accordata. Il funerale di Rita Atria viene disertato da molti abitanti di Partanna. Durante la funzione, il parroco del paese dirà che la ragazza “ha causato l’arresto di tanti innocenti”. Sulla memoria di una ragazza, con l’unica colpa di non essere pavida, viene apposto lo stigma da un microcosmo impaurito e omertoso, che poco sa e che, quello che sa, tace. Rita Atria era rimasta sola nella sua fame di giustizia e di libertà dalle catene di un destino a cui era difficile sottrarsi; con le persone come lei, invece, capaci di affrancarsi da ciò che hanno respirato e assorbito loro malgrado, capaci di mettersi al servizio della verità nonostante tutto, noi dovremmo conservare per sempre un debito di riconoscenza.

Nella solitudine del suo soggiorno romano, Rita scriveva: “Prima di combattere la mafia devi farti un autoesame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”. Un’autoaccusa che riecheggia le parole provocatorie quanto vere del giudice Giovanni Falcone, secondo cui la mafia ci assomiglia, non è altrove come possiamo pensare, ma risiede silenziosa in ciascuno di noi. Rita Atria lo aveva capito: cresciuta in mezzo alla malavita aveva fatto ciò che è più faticoso, cioè immaginare che potesse esserci qualcos’altro e che valesse la pena lottare, anche sacrificarsi, per questo. Rita aveva imparato a fidarsi e allo stesso tempo continuava a sentire la mafia come un vestito cucito addosso, che si stacca solo dopo che si è scesi al fondo del proprio abisso. Aveva avuto il tempo di farlo, anche se era ancora una bambina, ma le è mancato il tempo per tutto il resto. Quello che oggi possiamo fare, nei confronti di chi non si è rassegnato al proprio destino, di chi ha avuto il coraggio e il senso di responsabilità di andare incontro alla paura per cercare la verità, di sacrificare la libertà personale per quella, utopica, di tutti, è impedire che queste vite cadano nell’oblio e continuare a raccontare le loro storie di dignitosa e straordinaria normalità.

Nell’immagine: Rita Atria


Natalia Ginzburg, Alba de Céspedes e “il pozzo delle donne” 

Per raggiungere una reale inclusione sociale delle persone con disabilità occorre che non ci siano più dei diversi che devono adattarsi, ma un tessuto sociale che dia a tutti la possibilità di partecipare – Di Marco Altomare 

Pubblichiamo un articolo del 1948 di Natalia Ginzburg, comparso sulla rivista “Mercurio” diretta da Alba de Céspedes. L’articolo è un “Discorso sulle donne” e sulla malinconia che alcune volte le colpisce e le fa cascare “nel pozzo”. A questo articolo risponderà con una lettera, Alba de Céspedes non perché sia, lei stessa, una scrittrice, ma in quanto sua amica. 

Discorso sulle donne, di Natalia Ginzburg

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.
Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante (…) M’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai.

Ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che hanno tanti bei fazzoletti e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, e donne che escono il mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpetta intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.

Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi con lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne incominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene, o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno pochi vestiti; queste sono le ragioni che danno a loro stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio.

Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. Le donne hanno dei figli, e quando hanno il primo bambino comincia in loro una specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. È la paura che il bambino si ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comprare tutto quello che serve al bambino, o è la paura d’avere il latte troppo grasso o d’avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più girare tanto i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita, è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita della donna è necessaria al suo bambino.(…) Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che dovono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no, certo, non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.

Alba De Céspedes, Lettera a Natalia Ginzburg

Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. È così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spengerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire i loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.

Ma – al contrario di te – io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo – non comprenderanno mai.
Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.

Del resto – tu non lo dici ma certo lo pensi – sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo;magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché quando siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza, che è fatta, prevalentemente, dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.

Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.

Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto – sono uomini. E non è giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.
Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?

Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità per una donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.
Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.

E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo – come spesso – nel pozzo.

Ti abbraccio, cara.
Alba de Céspedes