Anche l’Honduras rompe le relazioni con Taipei

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Di Gianni Beretta e Andrea Cegna, il manifesto

Xiomara Castro, presidente progressista dell’Honduras, aveva annunciato, già durante la campagna elettorale e il discorso di insediamento, la volontà di «approfondire» le relazioni economiche con la Cina. Lo scorso fine settimana i ministri degli esteri di Honduras e Cina, Eduardo Enrique Reina García e Qin Gang, si sono incontrati per formalizzare gli accordi. Il tutto a poche ore dalla visita di Lula a Pechino, poi annullata per la polmonite che ha colpito il presidente brasiliano.

La Cina sta sviluppando da almeno un paio di decenni consistenti investimenti e rapporti commerciali nel subcontinente latinoamericano (fino a un recente passato dominato esclusivamente dagli Stati Uniti). L’Honduras era uno dei 14 paesi al mondo che ancora riconoscevano Taiwan. Tegucigalpa ha annunciato, sabato scorso, che «Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese». Quindi «il governo dell’Honduras ha comunicato la rottura delle relazioni diplomatiche, impegnandosi a non avere alcun legame o contatto ufficiale con Taiwan». Washington resta in silenzio. Taiwan ha confermato la fine delle relazioni per voce del ministro degli esteri Wu.

Naturalmente la destra honduregna si è detta in disaccordo con la mossa di Xiomara, che a poco più di un anno dal suo insediamento (cui assistette nientemeno che la vicepresidente Usa Kamala Harris) si aspettava da Washington qualche sostegno significativo, in particolare sul tema della massiccia emigrazione verso nord. Mentre il deputato del suo Partito Libertà e Rifondazione (Libre), Ramón Barrios, aveva sottolineato, un paio di settimane fa, come stabilendo rapporti ufficiali con la Cina, l’Honduras sarebbe passato da 40 milioni a 1,5 miliardi di dollari di esportazioni. Rivendicando inoltre la legittima “sovranità” di scelta del proprio paese e facendo osservare ironicamente come gli stessi Usa abbiano da sempre un’ambasciata a Pechino.

L’accordo Cina-Honduras arriva a pochi giorni dal viaggio (già da mesi programmato per aprile) della presidentessa di Taiwan, Tsai Ing-wen, nei paesi ancora alleati delle Americhe. La prima tappa sarà ovviamente Washington per un incontro con il presidente della Camera degli Usa Kevin McCarthy. Toccherá poi il Guatemala, Belize, Haiti e alcune piccole isole dei Caraibi. Oltre al solo Paraguay nel Sudamerica.

L’Honduras è il nono paese del pianeta fra quelli che dal 2016 hanno tagliato i ponti con l’isola optando per la Cina. In particolare nel Centramerica Taipei ha perso in poco tempo il Nicaragua (con Ortega che ha consegnato l’ex ambasciata di Taiwan alla Cina), El Salvador, il Costarica e, prima ancora, Panama dove il gigante asiatico ha acquisito forti influenze operative sui porti di entrata/uscita del canale interoceanico (un tempo proprietà di fatto degli Usa, che lo costruirono).

È dagli anni ’40 che le cosiddette “banana republic” di un tempo avevano rapporti diplomatici con Taiwan, in cambio di investimenti e regalie significative per i piccoli paesi della regione. Ora tutto è cambiato. La Cina è assai prudente ad avventurarsi nel “cortile di casa” storico degli Usa, con annessa piscina dei Caraibi. All’Honduras avrebbe promesso, per ora, “solo” una diga idroelettrica, mentre a San Salvador sta costruendo la nuova Biblioteca Nazionale. Come a dire alla Casa Bianca: «Io qui ci sto in punta di piedi, ma tu lascia stare Taiwan».

Nell’immagine: Xiomara Castro e Xi Jinping


Clima, l’Onu indica quattro soluzioni per salvarci. Ecco quali

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Di Rossana Miranda, Formiche.net

L’emergenza climatica non accenna ad alleviarsi. I dati emersi dall’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Organizzazione Nazioni Unite, il principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, lo confermano: le emissioni di gas serra nel mondo continuano ad aumentare, fino a raggiungere livelli record nel 2022, e col passare del tempo diventa sempre più complesso mettere in campo le soluzioni.

Per cercare di frenare l’escalation sull’emergenza clima servono tagli rapidi, drastici e prolungati delle emissioni, come conferma lo studio Ipcc. Nelle parole di Hoesung Lee, presidente dell’ente, “stiamo camminando quando dovremmo correre”. Il tempo è un fattore decisivo: per limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, obiettivo fissato dagli accordi di Parigi, le emissioni annuali di gas serra dovranno essere ridotte di quasi la metà entro il 2030.

L’avvertimento è netto: fermare il cambiamento climatico sarà ancora complicato e costoso. Secondo un riassunto del report Ipcc pubblicato dalla rivista specializzata MIT Technology Review, le riduzioni delle emissioni a lungo termine potrebbero basarsi su soluzioni che non sono ancora state dimostrate su larga scala, come la rimozione diretta dell’anidride carbonica dall’atmosfera. Tuttavia, esistono già soluzioni tecnologiche e ragionevolmente economiche che si possono schierare su grande scala.

La prima è la transizione dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabili, come ad esempio l’energia eolica e solare. Il crollo dei costi di entrambi (quello dei pannelli è diminuito di circa l’85% nell’ultimo ventennio) ha aiutato. Dunque, spiega la rivista, “l’implementazione di nuovi parchi solari ed eolici può essere persino più economica della semplice manutenzione delle centrali elettriche a carbone esistenti”. E il report consiglia un migliore accesso ai finanziamenti, in particolare per i Paesi in via di sviluppo, per aiutare a far fronte ai costi iniziali e accelerare la transizione.

La seconda raccomandazione è ridurre le emissioni di metano dalla produzione e dai rifiuti di combustibili fossili: “A breve termine, il metano è circa 80 volte più potente come gas serra rispetto all’anidride carbonica. Ridurre le emissioni di metano in questo decennio sarà la chiave per raggiungere gli obiettivi climatici e limitare i livelli di picco di riscaldamento”. Tra le fonti di metano da ridurre ci sono la produzione di petrolio e gas e lo spreco di cibo.

La terza via passa dal proteggere gli ecosistemi naturali che catturano la CO2, cosa che può avere grandi benefici nella riduzione delle emissioni. Tra questi, le foreste pluviali tropicali sono le più “efficienti”, per cui la loro preservazione può essere un modo economico e di alto valore per rallentare il cambiamento climatico, rilevano gli scienziati dell’Onu.

Infine, il report consiglia di efficientare l’utilizzo di energia nei veicoli, nelle case e nell’industria: “Il passaggio ai mezzi pubblici e alla bicicletta per alcune esigenze di viaggio potrebbe essere un modo economico per limitare le emissioni a breve termine. E aumentare l’efficienza in tutto, dai veicoli agli elettrodomestici, cosa che spesso finisce per ripagarsi da sola, riduce anche le emissioni”. I guadagni di efficienza possono anche contribuire a far progredire la decarbonizzazione in settori come l’aviazione e il trasporto marittimo, che saranno molto più difficili da ripulire a lungo termine.

Più passa il tempo, più aumenta lo sforzo necessario per fermare il riscaldamento globale. Il punto fondamentale, sottolinea il report, è che mettere a terra queste soluzioni esistenti da subito si tradurrà in un risparmio immenso nel futuro. Peter Thorne, climatologo e autore del rapporto, conclude che “se avessimo avuto la lungimiranza di agire in modo significativo nel 1990, avremmo avuto una vasta gamma di opzioni a nostra disposizione”. Oggi, con l’urgenza che incalza, serve agire subito.

Nell’immagine: il “flaring”, cioè la combustione dei gas associati con l’estrazione di fonti fossili di energia, è una delle principali cause dell’immissione di metano nell’atmosfera


La Francia che dice no

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Di Francesca Barca, Il Mulino

C’è un movimento di dissenso in Francia, che si alimenta e cresce da tempo. Forte o debole, silenzioso o rumoroso, a volte discontinuo. Certamente diverso e multiforme, nelle pratiche e nelle visioni. Un movimento che ha trovato un punto di incontro semplice, facile da capire e universale: le pensioni.

Due anni in più di lavoro, da 62 a 64 anni. Non per forza pagato meglio, o non per tutti (in particolare le donne e i precari). Due anni di vita. Semplicemente due anni di vita. In gioco – e questo già da prima della questione delle pensioni – c’è la legittimità di Macron, del suo governo. E del mondo che Macron rappresenta. Eletto con il 58% dei voti al secondo turno (18.768.639 voti, il doppio di quelli che ha preso al primo turno, su un corpo votante di 48.752.339 persone), ha ricevuto la voce di chi voleva fare barrage a Marine Le Pen, in un Paese spaccato che si è mobilitato per dare una chance alla France Insoumise di Mélenchon, che non ha passato il secondo turno per un niente. Un Paese dove – come in tanti altri, e dovremmo ascoltare, parlarne, contare, ripensare – l’astensione ha toccato il 28% del corpo elettorale (12,8 milioni di astensioni e oltre 700 mila schede bianche o nulle, in tutto oltre 13 milioni di persone).

I numeri danno legittimità democratica alla maggioranza, non vi è dubbio. Ma è una maggioranza reale? E, soprattutto, che cosa e chi rappresenta?

Le mobilitazioni in corso contro la riforma delle pensioni fanno eco, nella memoria collettiva e nella pratica, a quelle del 1995 contro un’altra riforma previdenziale. Ed era dal 1995 che l’intersindacale non si riuniva. Le vorrei mettere in fila le attuali proteste con quelle, fortissime, che hanno bloccato Parigi anche nel 2019, sempre per una riforma delle pensioni, sempre promossa dallo stesso governo.

Gli scioperi nei trasporti sono stati violenti e continui per una riforma il cui testo era meno comprensibile perché pareva toccare solo alcuni settori: i lavoratori dei trasporti pubblici soprattutto, per tagliare in parte i vantaggi (non privilegi) del loro statuto. Vantaggi per lavori altamente usuranti, come una pensione anticipata o stipendi e orari migliori, che permettono di accettare quei posti e impegnarvisi. Non privilegi.

Queste proteste, quelle del 2019, che sono state messe in stand by da una crisi sanitaria mondiale, così come le piazze dei gilet jaunes: ricordiamo le granate lanciate dalla polizia e i manifestanti che disperatamente cercavano di allontanarle, mentre alcune esplodevano loro tra le mani. Esito: richiami internazionali alla Francia, 36 i mutilati permanenti, numerosi i feriti gravi.

La crisi del Covid è stata pagata con il sudore e la pazienza di chi non ha voce in capitolo nelle discussioni e applicazioni delle politiche – uso una parolaccia – neoliberiste che hanno tagliato fondi pubblici alla salute, ai trasporti, all’assistenza, all’istruzione. Che hanno avuto come contraltare dalla politica il richiamo alla responsabilità individuale, in un discorso pubblico che non di rado ha fatto passare la crisi sanitaria e la pandemia come responsabilità di chi porta a spasso il cane.

I cittadini e le cittadine francesi non hanno mai «votato per lo smantellamento delle Poste, dell’università o delle linee ferroviarie di piccole e medie dimensioni. In tutti i casi, il deterioramento della qualità dei servizi forniti ha costretto gli utenti a ricorrere a servizi sostitutivi: tecnologia digitale, car pooling, istruzione superiore privata. O i risparmi per la pensione. Servizi ai quali le persone si stanno abituando, o almeno rassegnando», dice su “Le Monde Diplomatique” Grégory Rzepski.

La nuova riforma delle pensioni, quella votata con l’articolo 49.3 della Costituzione è, come dicevo, più semplice da capire del testo del 2019. Tutti e tutte devono lavorare di più. Perché non può essere diversamente. Perché occorre sacrificarsi. Questo nel momento in cui escono i dati sulla crescita dei dividendi delle imprese nel mondo. Proprio la Francia ha visto la crescita maggiore in Europa: 59,8 miliardi di euro (+4,6%), per TotalEnergies e LVMH, che garantiscono i dividendi più alti ai loro azionisti. Con il 95% delle società francesi (dati Janus Henderson, fonte OuestFrance) che ha aumentato o mantenuto i dividendi del 2022.

In parallelo, l’inflazione esplode, aumenta la povertà, aumentano le precarietà lavorative, abitative, alimentari. I sondaggi dicono che i francesi e le francesi sono largamente contrari a questa riforma. Dall’inizio di questo movimento, le rilevazioni demoscopiche sono state sempre largamente favorevoli al “no”, mai meno del 55%, con picchi al 70% in alcuni periodi. Gli ultimi sondaggi, effettuati dopo il voto delle mozioni di censura (non passate, ma che raccoglievano il 68% dell’adesione e che implicavano un’eventuale caduta del governo), raccontano che il 58% delle persone consultate sostiene i blocchi e gli scioperi. Dati che salgono in base agli intervistati: il 76% degli operai e degli impiegati, con picchi dell’88% tra gli elettori di Mélenchon e del 68% tra quelli di Marine Le Pen e del 24% tra gli elettori di Macron (non poco, vista la percentuale di pensionati che hanno eletto l’attuale presidente della Repubblica).

La forzatura democratica – seppure costituzionalmente accettabile – messa in atto dal governo francese, che ha fatto passare una riforma altamente impopolare grazie all’articolo 49.3 della Costituzione, è un schiaffo alla piazza. In sé, il 49.3 (spiegato bene qui, che permette di far passare un testo senza il voto del Parlamento) è stato usato spesso, troppo spesso. Undici volte solo dall’ex socialista Élisabeth Borne, che detiene il record dell’uso dell’articolo dalla riforma costituzionale del 2008. Da qui le tante critiche, non solo da parte dei movimenti sociali, rispetto all’uso di questo strumento. Il voto, inoltre, è arrivato dopo settimane dure e dense. E dopo anni di profonda crisi sociale che hanno lasciato dietro di loro collera e umiliazione.

«Siamo di fronte a una crisi di regime, perché è il principio stesso della rappresentanza del popolo da parte di rappresentanti eletti, quello ereditato dal 1789 e su cui si basano le nostre istituzioni, a essere messo in discussione. L’idea stessa del voto si sta esaurendo, non è più sufficiente a creare un legame duraturo», dice su “Le Monde” Dominique Rousseau, professore di Diritto pubblico all’Università di Parigi-I-Panthéon-Sorbonne. «Il 49.3 è la traduzione istituzionale dell’adagio “Non è la strada che governa”, ma da diversi anni ormai c’è una richiesta da parte dei cittadini di essere più coinvolti. Questo crea qualcosa che va oltre la crisi politica».

Macron è apparso soddisfatto: «Usare la Costituzione per approvare una riforma è sempre una buona cosa se si vuole essere rispettosi delle nostre istituzioni», ha detto il presidente della Repubblica durante un incontro con la sua maggioranza. Aggiungendo che avrebbe voluto farsi capire meglio, «ma non potevamo fare diversamente». Avrebbe potuto farsi capire meglio o si è fatto capire perfettamente? Ma capire Macron significa accettare il mondo che lui impone. Significa non esercitare senso critico. Per molte donne e molti uomini francesi significa accettare l’ennesimo sacrificio. Così il tutto si traduce in un ulteriore schiaffo alle piazze, disconoscendo la fatica e gli sforzi.

L’arroganza è la linea rossa che, all’altezza del mio sguardo, sento nelle discussioni, negli editoriali, alle manifestazioni. Durante le cene o alla pausa caffè. Che cosa rappresentano queste proteste? Un’idea di un altro mondo possibile, un mondo dove il lavoro non solo è per tutti, ma dove non è centrale nella vita.

Sino a settimana scorsa si contavano 292 persone arrestate (quasi tutte rilasciate) giovedì 16 marzo, 60 venerdì 17 marzo; 287 lunedì 20 marzo. Amnesty International segnala gli abusi, il prefetto (e quindi lo Stato) minimizza. In totale dal 16 marzo oltre 800 persone sono state in fermo di polizia. «Le sommosse non prevalgono sui rappresentanti del popolo» e «la folla non ha legittimità di fronte al popolo che si esprime sovranamente attraverso i suoi rappresentanti eletti», ha detto Macron, richiamato da “Le Monde”. Da un lato c’è la democrazia del “popolo” che ha votato gli eletti, che però non avevano la maggioranza all’Assemblea per far passare la legge; dall’altra le “folle”, ossia milioni di cittadini e cittadine scesi in piazza.

Se le parole sono importanti, bisogna ricentrarne il senso perché i significati rischiano altrimenti di essere fatti scivolare, per trasformarsi. Occorre dunque ricentrarne il senso per capirsi, collettivamente. Mettere in opposizione i due termini –  popolo e folle – significa giocare sporco e rifiutare non solo di affrontare la realtà, ma negare quella che ha di fronte a sé chi ti parla. Traspaiono così l’arroganza e la violenza del lessico del potere.

La Francia cade a pezzi. Gli ospedali e più in generale il sistema di Welfare sono dissanguati dai tagli alla spesa: la Francia di oggi è quella dei deserti medicali, degli scioperi di medici e infermieri, degli assistenti sanitari, degli insegnanti, degli studenti, del settore dell’energia e dei trasporti. E tutto ciò da prima di questa riforma.

Che cosa vogliono i francesi e le francesi? Dopo che la maggioranza relativa dei francesi ha confermato questo presidente nel suo mandato, ora molti di loro vogliono dire “no” a Macron e al suo mondo, a un sistema che ha preso una direzione sempre più netta, nel quale chi non aderisce al lessico dominante dello sforzo, dell’impegno e del debito è marginalizzato. La realtà è assai complessa, più di queste parole, più di tante analisi, molto di più degli slogan. Le semplificazioni vengono fatte da entrambi i lati della barricata, simbolica e ormai reale. Ma non con gli stessi intenti.

Ho partecipato a tutti gli scioperi, tranne il primo, dall’inizio delle proteste. Sono stata a diversi assembramenti e a qualche assemblea generale improvvisata. Ho visto spaccare vetrine, dare fuoco a cassonetti. Ma ho visto soprattutto gente camminare, ballare, mangiare, cantare, discutere. Sono andata con amici e amiche, giornalisti e giornaliste, insegnanti, operai, lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, medici, operatori e operatrici sociali. Sono stata a Place de la Concorde e a Place de la République. C’erano studenti che ballavano e cantavano, c’erano insegnanti e pensionati. Tra i cartelli presenti a Place de la Concorde la sera del voto in Parlamento ne spiccava uno con un semplice “Vivre”. Tutto lì.

Il dopo voto ha segnato una svolta, nei numeri (1,08 milioni di persone secondo il ministero degli Interni, 3,5 milioni secondo la Confédération générale du travail) e anche negli atti di violenza o vandalismo, in tutta Francia. Tantissimi gli studenti.

Parigi – la Francia tutta – è nervosa, stanca, umiliata. Divisa in due, in tre o in cinque mondi possibili. In un Paese che ha mantenuto la tradizione della piazza, la Francia va in piazza. La Francia prova, semplicemente, a dire “no”. Non solo a questa riforma.


Fingersi vittime

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Di Mattia Madonia, The Vision

Giorgia Meloni, con qualche mese di ritardo, si è accorta di essere Presidente del Consiglio e non più urlatrice d’opposizione. Al primo question time da premier alla Camera, la settimana scorsa, abbiamo assistito a una manifestazione della sindrome di Calimero, ovvero quel vittimismo di chi non è in grado di affrontare gli eventi e le difficoltà del ruolo che ricopre. Umberto Eco diceva che “Una dose di vittimismo è indispensabile per non galvanizzare gli avversari”. Se Meloni nei primi mesi di governo aveva gioco facile, con un PD senza guida e amorfo e un Movimento Cinque Stelle interessato soprattutto a perorare la causa russa per la resa dell’Ucraina, l’arrivo di Elly Schlein ha rinvigorito l’opposizione e costretto la premier al gioco dello scaricabarile. “È colpa dei precedenti governi”, “Tutti mi attaccano” e l’intero corollario di frasi di chi pretende di insegnare all’opposizione come fare il proprio mestiere, dopo aver fatto la fortuna proprio in quel territorio. Nessuna assunzione di responsabilità per gli errori del governo: trincerarsi nel ruolo di vittima è più comodo e genera nei propri sostenitori un moto di protezione verso il leader di riferimento. È da sempre il modus operandi della destra in tutto il mondo, e purtroppo funziona.

In Italia, Silvio Berlusconi è l’esempio più calzante. Ha infatti fondato la sua carriera dipingendosi come vittima della magistratura. Anche di fronte a una condanna in via definitiva per frode fiscale, l’iter è sempre stato lo stesso: creare nemici immaginari – le “toghe rosse” – per deresponsabilizzarsi e passare come un martire. Perché è sempre colpa degli altri, che siano i poteri forti, i migranti, le banche, l’Europa oppure Soros. All’estero d’altronde l’andazzo non è dissimile. Donald Trump usa l’immagine da perseguitato per aizzare i suoi sostenitori addirittura contro le istituzioni. Ha fatto credere di essere vittima di brogli – senza prove – quando perse alle elezioni contro Joe Biden, causando l’assalto a Capitol Hill. In questi giorni è tornato al “chiagni e fotti” spettacolarizzando le sue vicende giudiziarie, arrivando persino a organizzare il suo arresto come se fosse uno show. È la prepotenza dei leader che si reggono sul culto della personalità autoimposto, come Bolsonaro che fugge dal Brasile – anche lui con l’aura da vittima – e da remoto indirizza gli umori del popolo contro Lula e le istituzioni brasiliane, o come Putin che ha invaso una nazione lasciando credere di essere accerchiato dalla NATO, con la Russia in pericolo di non si sa cosa.

Meloni, in risposta alle critiche per il suo operato, ha detto che “Si può fare opposizione politica senza dipingere gli avversari come mostri” e che il limite è “Non danneggiare l’Italia”. Stiamo parlando della stessa politica che parlava di dittatura sanitaria durante la pandemia e che ha fondato la sua ascesa sulle critiche feroci e spesso disfattiste a varie istituzioni. Ora chiede di non sporcare l’immagine dell’Italia all’estero, ma dall’opposizione definiva l’Unione Europea “un comitato di usurai”. Se adesso parla di sciacallaggio in riferimento agli attacchi per la gestione prima, durante e dopo la tragedia di Cutro, nel 2015 era la prima a chiedere per Matteo Renzi, all’epoca Presidente del Consiglio, un’indagine per reato di strage colposa in seguito a un naufragio nel Canale di Sicilia che costò la vita a centinaia di persone. È un’ipocrisia che suona stridente ma che nel Paese dalla memoria a breve termine alla fine paga. E così, inscenare un accerchiamento e mettersi nella posizione da “sola contro tutti” conferisce a Meloni lo status da intoccabile, almeno per i suoi sostenitori, che i suoi stessi antenati e maestri politici hanno sperimentato. Il MSI di Almirante si sentiva emarginato, quasi una vittima esclusa dal potere, per non aver partecipato alla costruzione democratica della Repubblica, mentre i comunisti che hanno scritto la Costituzione sì, dimenticando evidentemente la natura antifascista postbellica e la grazia ricevuta per non aver mai avuto una Norimberga italiana. Lo stesso Mussolini agì in più occasioni usando la strategia della vittima, come quando la Società delle Nazioni sanzionò l’Italia in seguito alle barbarie in Etiopia. Questo portò i cittadini a sentirsi essi stessi vittime, giustificando dunque l’operato di un dittatore.

Nel saggio Critica della vittima del professore ordinario di Lettere e Filosofia Daniele Giglioli, viene analizzata proprio la figura della vittima e la sua “sintomatologia”, che la eleva quasi a eroe del nostro tempo. Per Giglioli, il leader che si atteggia a vittima impone ai suoi sostenitori e ai suoi alleati “un patto affettivo, un’identificazione attraverso la leva potente del risentimento”. Quando questi si accorgono che i progetti non stanno andando in porto, “è necessario creare un ostacolo, un estraneo da espellere, un nemico di cui dichiararsi vittime”. Per Meloni può essere l’Europa che non contribuisce alla redistribuzione dei migranti, quando invece l’Italia è uno degli Stati dell’Unione Europea ad accogliere meno richiedenti asilo. Serve insomma un diversivo per distrarre, per non far ricordare le aberranti promesse fatte in campagna elettorale – il fantomatico blocco navale – e cancellare i dati reali, ovvero gli sbarchi triplicati rispetto all’anno precedente.

Il saggio di Giglioli delinea la figura del leader-vittima attraverso un tacito manifesto: “Io sono insindacabile, al di sopra di ogni critica, signore e padrone del vostro sguardo e delle vostre parole. Non a tutti gli enunciati possibili avete diritto: solo a quelli a me favorevoli, pena la vostra degradazione a carnefici”. E così, per Meloni, chi osa criticarla diventa automaticamente un nemico della nazione, qualcuno che vuole screditare l’intero Paese quando invece viene contestato il modo di agire del governo. Giglioli lo chiama “rancore vittimario dei vincenti” e fa la distinzione tra vittima reale e vittima immaginaria. Quella reale è tale perché impotente, mentre quella immaginaria inscena l’impotenza come condizione di cui è per diritto “proprietaria inalienabile”. La destra pretende l’alibi, addirittura il compatimento, per occultare le sue falle e far credere che siano i suoi nemici – l’opposizione – il reale pericolo per la nazione, in quanto “remano contro”, cioè quello che per sua natura dovrebbe fare qualsiasi forza d’opposizione, soprattutto di fronte a un esecutivo deficitario, che non va incontro alle esigenze dei cittadini.

Il giornalista e scrittore Roberto Gervaso, scomparso nel 2020, scriveva che “il vittimismo è un modo di sbarcar il lunario col piagnisteo”. È la più semplice delle giustificazioni e permette di saltare l’espiazione senza rendersi nemmeno conto della colpa. I mezzi usati per attuare questo processo sono spesso quelli messi in atto quando si stava dall’altra parte della barricata, ma ribaltati. Per esempio, Meloni all’opposizione rivendicava di essere una madre come ruolo di forza e responsabilità, mentre adesso, sollecitata alla Camera da Schlein, ha risposto alle critiche sulla tragedia di Cutro usando quello stesso espediente (“Sono una madre, su Cutro ho la coscienza a posto”) come arma di difesa e non più come ariete per sfondare le porte del potere. Non è più la madre urlatrice in piazza con le vene del collo ingrossate: è la madre che assolve i figli che hanno commesso un errore – Piantedosi e i suoi colleghi – e persino sé stessa. Diventa così incriticabile perché una vittima lo è per accezione intrinseca anche di fronte alle peggiori malefatte, che anzi si permette di perpetrare riparandosi dietro lo scudo del vittimismo.

Meloni non ha nemmeno l’attenuante di un passato da vittima vera: si atteggia come tale solo per mascherare le lacune di chi è arrivato al potere sfruttando la rabbia mista a rassegnazione dei cittadini esausti dopo le crisi degli ultimi anni, e ora non sa come replicare a chi le sbatte in faccia la realtà. Calimero, però, può far tenerezza i primi tempi, definendo “un’ingiustizia” qualsiasi ostacolo lungo il proprio cammino, ma a lungo termine ci sarà inevitabilmente lo svelamento della vittima immaginaria. Quando la luna di miele con gli italiani finirà, Meloni dovrà dar conto delle promesse non mantenute, dei tentativi di cancellare del tutto i già fragili diritti delle minoranze e di un Paese che sembra viaggiare con la retromarcia, senza mai andare avanti. A quel punto il vittimismo non basterà più, i nemici immaginari evaporeranno e resterà solo l’incapacità di gestire una nazione, e la responsabilità non sarà di nessun altro.

Nell’immagine: “È un’ingiustizia però!“


Non solo Ticino

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Sembrerà incredibile in un cantone sempre più onfalocentrico ma, salvo imprevisti cataclismi, domani la Svizzera guarderà solo distrattamente quanto accadrà in Ticino alle elezioni. A quasi nessuno infatti importa se tra UDC e Lega finirà effettivamente a pistolettate, oppure se il Gran Consiglio si tingerà, letteralmente e non solo metaforicamente, un po’ più di rosa (in particolare le capigliature). Gli occhi dei nostri compatrioti saranno infatti puntati verso altri orizzonti, cantoni strategicamente e politicamente ritenuti più importanti rispetto al nostro.

Ginevra anzitutto, dove in gioco c’è la maggioranza rosso-verde in Consiglio di Stato. I sette posti sono infatti attualmente ripartiti tra due PS, due Verdi e un rappresentante a testa per PLR, Centro e Mouvement Citoyens Genevois (MCG), la versione locale della Lega. Maggioranza giovane, strappata ai partiti borghesi nel 2021 dopo l’uscita di scena forzata dell’ex enfant prodige del PLR Pierre Maudet, estromesso da ogni carica a causa delle sue traversie giudiziarie. 

E sarà proprio Maudet la mina vagante di questa elezione. Riuscirà a riconquistare il seggio perduto? Se, come sembra probabile, non dovesse riuscirci, a chi porterà via voti? Al suo ex partito? Al campo borghese nel suo complesso? A quel voto di protesta che tradizionalmente confluiva verso l’MCG?

Difficile prevedere (neppure gli analisti si sbilanciano): quello che è certo è che PS e Verdi presentano una lista comune con quattro candidati, di cui tre uscenti, mentre il campo borghese si presenta diviso essendo fallita l’“entente” tra Centro e PLR a causa delle polemiche su un possibile allargamento all’UDC, e quindi avrà un ostacolo in più da superare per recuperare il seggio perduto due anni fa. L’UDC resta in agguato, mentre nel mirino del PLR vi è non solo il seggio della sinistra, ma pure quello del MCG, che oltre ad essere, per lo meno stando ai sondaggi, in perdita di velocità, si presenta a queste elezioni senza il suo storico candidato di punta, Mauro Poggia, che ha deciso di non ricandidarsi. E forse è proprio per parare il colpo che dovrebbe arrivare dalla destra storica che il Mouvement presenta come candidato un ex PLR, Philippe Morel. Basterà?

Difficilmente avremo tutte le risposte domenica sera, visto che per decidere l’elezione sarà probabilmente necessario il secondo turno, in programma il 30 aprile (in corsa ci sono 23 candidati, divisi su 13 liste).

Apertissima anche la corsa per il Gran Consiglio, anzitutto per i possibili spostamenti di forze tra i partiti a causa della soglia di sbarramento per entrare in parlamento, che a Ginevra è fissata al 7% (la più alta della Confederazione). Basta infatti, come più volte successo in passato, che uno dei partiti in bilico non raggiunga anche solo per una manciata di voti il quorum, per scombussolare tutto. Con l’effetto paradossale che magari perdi voti, ma grazie all’uscita dal legislativo di un’altra formazione guadagni seggi. 

Cosa che quasi sicuramente avverrà, visto che ben difficilmente la gauche rimarrà in parlamento (come già nel 2005 e 20009 si presenta divisa in due liste, e i precedenti parlano chiaro), e pure l’UDC è in bilico, tant’è che per salvare il salvabile sulle sponde del Lemano si sono visti a fare indirettamente campagna i suoi due consiglieri federali, Guy Parmelin e Albert Rösti. Pure il campo borghese tradizionale un po’ trema. Manco a dirlo la mina vagante è sempre Pierre Maudet: poche chance di entrare in Gran Consiglio, ma a chi toglierà voti – perché è certo che a qualcuno ne toglierà – è il gran mistero che verrà svelato domenica.

Oggi i 100 seggi sono così ripartiti: PLR 25, PS 16, Verdi 14, Centro 11, MCG 11, “Ensemble à gauche” 9, UDC 8, senza partito 6.

Occhi puntati anche su Lucerna, dove il Consiglio di stato verrà quasi completamente rinnovato (si ripresentano solo in due su cinque). La posta in gioco qui non è tanto sapere quante donne verranno elette nell’ultima roccaforte maschile della Svizzera, perché è certo che almeno un paio lo saranno, ma di sapere se il PS riuscirà a riconquistare il seggio perso nel 2015 (possibile ma non certo) e soprattutto chi sarà la neoeletta.

Gli è infatti che tra i consiglieri di Stato che hanno deciso di ritirarsi vi è anche tale Marcel Schwerzmann, un senza partito di orientamento borghese, la cui poltrona è concupita soprattutto dal PS, che ha lanciato nella corsa la gran consigliera Ylfete Fanaj, già presidente del Gran Consiglio e originaria del Kosovo. In agguato però vi sono, oltre agli altri partiti borghesi, anche i Verdi con la consigliera comunale di Lucerna Christa Wenger e la granconsigliera Claudia Huser, rappresentante dei Verdi-liberali, il partito con il maggiore vento in poppa fra tutti. Dovesse costei riuscire a entrare in Governo, ecco che si ridisegnerebbero i rapporti di forza nel centrosinistra, con possibili riverberi fin alle elezioni federali di ottobre e forse oltre. 

Già, perché stando all’ultimo barometro elettorale federale i Verdi sono in calo, il PS stagna mentre i Verdi liberali sono in costante ascesa. Di più: l’area ecologista nel suo complesso si colloca attorno al 19%, ed è così la seconda forza politica della Svizzera. Finora i Verdi liberali sono progrediti soprattutto nei parlamenti cantonali ma, dovessero cominciare anche ad imporsi come forza di governo, c’è da chiedersi fino a quando potranno continuare ad essere esclusi dal Consiglio federale. Se poi a ottobre dovessero superare anche la soglia psicologica del 10%…

E il Ticino? Ah già, ci sono le elezioni anche da noi.

Nell’immagine: la versione ginevrina dell’alleanza rossoverde


Stiamo facendo la fine della rana?

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Imbrattano le opere d’arte nei musei (o meglio, i vetri di protezione), e la vernice rossa (lavabile) non risparmia neppure le mura di Palazzo Vecchio a Firenze. E il sindaco Nardella con inopinata agilità distoglie il giovane attivista e la sua compagna dalla malsana occupazione: la frase – Che cazzo state facendo! – diventa virale. A far da cornice i presenti indignati e scandalizzati: non risparmiano insulti contro i barbari che profanano le massime espressioni della nostra civiltà. Ho assistito alla scena, ho ascoltato le voci irate dei passanti e non esito: io sto dalla parte dei giovani con i barattoli di vernice. Agli indignati benpensanti dico: non avvertite la contraddizione, il paradosso, l’intrinseca ipocrisia del vostro sdegno? Vi scandalizzate per il comportamento di questi giovani che osano profanare gli spazi dell’arte e non vi scandalizzate per le devastazioni che stiamo perpetrando nei confronti della più mirabile delle opere d’arte: il pianeta.

Loro, i giovani attivisti, stanno combattendo una giusta battaglia contro chi guarda con malcelata indifferenza a un futuro che non gli appartiene. Durante la pandemia ci furono plateali segnali di redenzione e larghe condanne al consumismo senza freni, ma poi, passata la grande paura, siamo ritornati peggio di prima. Noam Chomsky, il filosofo americano poco gradito ai conformisti del pensiero dominante, ci spiega che le cose cambiano quando ci sono persone che si impegnano affinché ciò avvenga: l’attivismo della giovane generazione che profana i musei e protesta nelle strade compie una legittima azione civilizzatrice nel tentativo di contrastare il riflusso neoliberista di questi ultimi decenni. L’opera d’arte diventa perciò un veicolo di sensibilizzazione e di consapevolezza sociale. Questo è. E allora, chi sono i barbari, noi o loro?

In un precedente contributo, nel tentativo di spiegare l’insensibilità diffusa nei confronti della catastrofe climatica che incombe, ricorrevo alla teoria della costruzione sociale del rischio: quando un fenomeno di degenerazione ambientale si sviluppa per gradi nel tempo, la percezione del rischio tende a scemare, fino a scomparire. Un ottimo giornalista, Peter Gomez, ha evocato a tal proposito la metafora della rana bollita. Subito mi sono rammentato che proprio Noam Chomsky, in un suo libro del 2014, Media e Potere (Bepress, Lecce), ci spiegava con lucida efficacia il principio della rana bollita (si rifaceva ad una antica e cruenta ricerca di laboratorio, oggi ritenuta poco attendibile): buttate una rana in una pentola di acqua bollente e quella salterà fuori immediatamente; buttatela nell’acqua fredda che si riscalda lentamente e quella la troverà dapprima gradevole e poi troppo calda ma non avrà più la forza di reagire e finirà morta bollita. Morale: quando un cambiamento avviene in modo lento e graduale sfugge alla coscienza, diventa invisibile, non suscita nessuna reazione. È quello che sta succedendo: oggi c’è una sorta di indifferenza rassegnata, di assuefazione alle condizioni di disagio del nostro pianeta. Conclude Chomsky: gli storici del futuro guarderanno con sgomento allo spettacolo odierno.

Domanda. Perché gridiamo inorriditi al “crucifige” contro gli attivisti del clima e non facciamo altrettanto contro chi giorno dopo giorno sta cancellando il nostro futuro? Risposta. Perché trovare rimedi significa mettere in discussione le nostre abitudini e il nostro apparente benessere materiale. E quindi coltiviamo l’indifferenza e liquidiamo la faccenda con uno sbuffo che rinvia le soluzioni ai posteri. Oppure ci consoliamo con le idiozie di quel politico che, in campagna elettorale, giura e spergiura che i cambiamenti climatici sono fenomeni del tutto naturali e l’uomo c’entra poco!

Certo le varie conferenze sul clima consentono ai politici di garantire che si sta provvedendo a riparare i danni. Ma poi si constata che oggi è peggio di ieri. Imperversa nel linguaggio della politica il greenwashing, l’ambientalismo di comodo, a cui pure il comune cittadino dà una mano e infatti le varie misure proposte per limitare i guasti ambientali e chiamare alla cassa i responsabili sono quasi tutte fallite in votazione popolare.

Consiglio di lettura. Vi invito a passare in una qualsiasi biblioteca, a consultare il libro di due autori, Telmo Pievani e Mauro Varotto, Il giro del mondo nell’Antropocene (Cortina Editore, Milano, 2022) e ad osservare le carte del mondo elaborate da Francesco Ferrarese: fatelo e vedrete come saremo ridotti fra qualche secolo. Quello che inquieta oggi, concludono gli autori, è l’incapacità di passare dalla conoscenza (la scienza ci informa sulle cause del degrado) alla consapevolezza, e dalla consapevolezza a un’azione efficace per riparare. Ce lo dicono anche i giovani attivisti, ma noi li rimproveriamo perché il barattolo di vernice no, proprio no! Abbiamo ragione noi o loro? Avete dei dubbi in proposito?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: un attivista di Ultima Generazione arrestato per aver “imbrattato” Palazzo Vecchio. Nel frattempo i muri sono stati ripuliti con semplici getti d’acqua


Risveglio

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Di Flavio Stroppini, scrittore, poeta e regista teatrale

Dopo un mese, ho il freddo sotto le palpebre. Il mattino, quando mi sveglio nella cuccetta di tribordo non riscaldata del Manguier, per qualche minuto mi riapproprio delle parti del corpo. Torace, gambe, braccia, piedi, collo e, nonostante il sacco a pelo termico le tenga ben al riparo dal freddo, le mani sono le penultime a obbedire. Alla fine, arrivano gli occhi, che dopo una notte di sogni abitati dal mescolarsi dei ricordi delle giornate precedenti, sembrano vogliano sequestrarmi lì, in quello stato di quiete ancestrale tra il sonno e la veglia. Da una decina di giorni ho iniziato a immaginare che sia a causa di tutto questo nuovo mondo che da un mese mi ospita: l’Artico.

Poi mi muovo. Accendo la lampada frontale, in colore rosso per non disturbare le altre cinque cuccette. Infilo uno strato di abiti raffreddati dalla notte, la berretta, una giacca e salgo le ripide scalette che mi portano in coperta. Apro il portellone e, quasi sempre, una ventata gelida mi toglie il respiro. Il termometro segna -24, con il vento la temperatura percepita sarà di -30. Come quasi tutti i giorni.

Spalanco la porticina in legno che porta a prua e osservo. Sono su di un piccolo ex rimorchiatore francese di 27 metri bloccato dalla banchisa in un fiordo groenlandese attorno al 68esimo Nord. Cerco di non toccare le balaustre per evitare scottature da freddo, non sempre me ne ricordo. Poi di evitare di scivolare sul ponte ghiacciato, non sempre ci riesco. 

Sbarco sul mare e giro attorno alla nave. Un centinaio di metri oltre alla prua il posto dove pisciare e cacare. Poi rientro.
Prima di risalire vado oltre la prua, dove taglio con un machete arrugginito un mattone di neve; lo metto in un catino di plastica nero e lo trasporto fino al portellone della zona comune. All’incirca 24 metri quadrati: un tavolo da sei, una cassapanca, qualche sedia, divano, una cucina e qualche armadio e ripiano dove poter lavorare, una piccola libreria e due stufe a legna. Metto la neve a sciogliere in un pentolone. 

Poi esco di nuovo sul ponte e prendo una mezza dozzina di pezzi di legna duri come il sasso. Rientro e con delle scaglie preparate la sera prima accendo le stufe a legna. Con le mani ancora non propriamente ridestate ci metto un po’. Apro la bombola del gas e accendo il fornello. Preparo il caffè. Prendo uno sgabello blu e mi accoccolo accanto a una stufa, aspettando che lentamente aumenti i 6 gradi del locale e che riscaldi me. 

Sono quasi sempre il primo a svegliarmi sul Manguier ed è uno dei momenti che più mi piacciono. C’è solo il suono del vento che batte sui teli bianchi che ricoprono una parte della barca arancione per proteggerla dalle intemperie; il legno che scoppia; il ghiaccio che inizia a sciogliersi nel pentolone. 

Il caffè gorgoglia, lo metto nel termos e subito preparo un’altra caffettiera. Le mani che si scottano mentre la svito ancora bollente mi riportano in vita.
Cerco una candela e la accendo. Come da tradizione groenlandese niente luci artificiali il primo mattino, per ricordare chi non è più con noi. 

Mi verso una tazza di caffè e mi rimetto davanti alla stufa. Ho cinque minuti per pensare ai sogni notturni, al luogo esplorato ieri e a quello che voglio raggiungere oggi. Perché dopo la giornata diventa un continuo presente. Ottimizzare gli sforzi nelle bufere; testare il ghiaccio con il tuk -una sorta di arpione- sulle faglie che le maree creano al confine tra banchisa e terraferma; non perdere l’equilibrio durante i whiteout -quei momenti dove tutto diventa bianco e il sopra e sotto si confondono, scegliere i percorsi migliori tra un punto e l’altro, non temere i miraggi (che possono essere persone che ti inseguono, o orsi, o lupi, o quel che la tua mente fabbrica reagendo a questo infinito); camminare sotto le aurore boreali dimenticandosi di guardare dove si mettono i piedi. Non si può pensare ad altro mentre si è fuori. I cinque minuti diventano il mio modo per fare i conti con ieri e con quello che mi aspetta prima di addormentarmi questa notte.

Sono in Groenlandia per una particolare residenza artistica.  Vivere lontani e disconnessi dal mondo in un territorio estremo. Registro i suoni dei venti e cerco di mappare a modo mio quello che mi attornia, per sei o sette ore al giorno. La sera ascolto e scrivo. Di giorno esploro il territorio. Salgo colline e montagne, percorro valli e attraverso la banchisa in più punti. Cammino sorprendendomi in continuazione per la devastante e rigida bellezza di questo Nord. Sono un alieno che, piccolo, lascia le sue tracce tra quelle di volpi e conigli artici.

Oggi andrò alla collina 23 (ho dato dei numeri a colline e montagne) e da lì voglio proseguire verso Est fino agli iceberg, poi seguire la terraferma fin dove riesco prima delle 15 (l’ora di invertire il cammino e tornare). Mangerò del liofilizzato, devo scaldare l’acqua per il termos. 

Ieri ho trovato una grande pozza di acqua libera, come un laghetto, dovrò tornarci per vedere se affiorano narvali o foche. Devono esserci perché ho visto dei bossoli, rossi, di fucile.
La seconda caffettiera chiama. Prendo dell’acqua e del latte, un poco di zucchero, un paio di manciate di uva secca e dell’avena. Preparo il porridge per gli altri. 

Sento i primi passi sul ponte: sarà Phil, il capitano. Aggiungo della legna alle stufe. Tra poco qua sarà molto affollato, ognuno con la sua ritualità. Qualche chiacchiera e poi mi preparerò per uscire.
Io dirò “Vado a sud-est”.

Sull’esperienza di viaggio e di scrittura compiuta in Groenlandia, Flavio Stroppini ha pubblicato un “audiodiario artico” che si può ascoltare qui. 


Yuja e Rach: la musica diventa evento

Passo dopo passo, con discrezione e abilità diplomatica, la Cina stabilisce rapporti economici con l’America Latina. In cambio, per ora, solo la fine del riconoscimento di Taiwan 

Parliamo di un vero e proprio fenomeno. Un fenomeno di quelli rari, che sanno riempire le sale da concerto e trasformare ogni serata in un’occasione straordinaria di ascolto e contemplazione. Parrà esagerato e iperbolico, ma davvero un’ esecuzione della pianista cinese Yuja Wang, come è avvenuto per due sere, mercoledì e giovedì scorsi alla Tonhalle di Zurigo, ha ribadito una volta di più tutto il carisma, il fascino ed il meritato successo di questa incredibile musicista.

La sua è una carriera concertistica fatta di ormai più di venticinque anni di tournée, una carriera iniziata all’età di nove anni con una serata in Australia, dove pareva palesarsi come l’ennesimo “enfant prodige”, fenomeno acchiappa tenerezza per mamme e papà vagamente melomani destinato ad essere presto sostituito da qualche altra bambina dall’aspetto esotico, degno dì curiosità e poco più.

Invece Yuja Wang, da quel concerto in Australia ha iniziato un percorso inarrestabile (e francamente quasi incredibile) di crescente affermazione e popolarità che ne hanno fatto, all’età di vent’anni, l’astro nascente più sicuro della scena musicale internazionale.

A vent’anni fa, circa, risale il suo primo acclamato concerto zurighese alla Tonhalle, e da allora Yuja Wang ha suonato, con ritmi forsennati e agende fittissime, in tutti i più importanti teatri e le maggiori sale da concerto del pianeta. In Svizzera è regolarmente ospite del Festival di Verbier e delle stagioni del KKL di Lucerna.

La sua popolarità è ulteriormente cresciuta, col tempo, grazie alle conclamate e indiscutibili qualità tecniche delle sue esecuzioni sia in recital che in concerti con l’orchestra, che ne hanno fatto presto una nuova e potente “image de marque” della nota (e potentissima) casa discografica Deutsche Grammophon. Ma Yuja Wang ha progressivamente anche saputo giocare una carta a sorpresa, che ne ha fatto un fenomeno da “grand publique”: il suo vezzo per un abbigliamento sempre sorprendente, accattivante, a fasciare il suo metro e cinquantotto di statura in abiti luccicanti, con spacchi arditi o minigonne mozzafiato, il tutto sopra vertiginosi tacchi a spillo in una varietà di calzature che hanno cominciato ad incuriosire quasi e forse più delle sue interpretazioni.

E infatti non poca critica musicale togata, proprio per questo suo aspetto “glamour”, ha a lungo storto il naso, concedendole certamente le qualità tecniche indiscutibili ma qualificandola come una macchina musicale vestita di  lustrini e paillette capace, tutt’al più, di “ fare spettacolo”. Insomma, e in poche parole, un significativo esempio dei tempi che corrono, tutta immagine e poca sostanza.

Ma il fatto è che Yuja Wang, anche in questi ultimi anni (oggi ne ha trentasei) ha saputo bellamente infischiarsene di tutto e di tutti i paludati giudizi del mondo musicale rigorosamente ancorato ai criteri della tradizione, e fare semplicemente quel che le riesce meglio (e oggi forse meglio di chiunque): eseguire i grandi capolavori del repertorio concertistico mondiale, con una sorprendente nuova sensibilità e raffinatezza che permettono anche all’appassionato di scoprire o riscoprire brani meravigliosi in una veste capace di coniugare lettura filologica e attualizzazione. La sua tecnica, quasi miracolosa, le consente di affinare nella quantità di concerti che dà ogni anno, le pagine che più ama fino a cambiarne il tipo di interpretazione, abbandonando l’ovvietà spettacolare, la battuta forte sui tasti nei momenti dove chiunque suona così, per fornire una lettura più intima, davvero inaspettata, anche delle parti di un concerto che inducono al totale trasporto emotivo.

Ne è stato un palese esempio, proprio a Zurigo, la sua esecuzione di quel capolavoro pianistico che è il concerto numero 2 per pianoforte e orchestra di Sergej Rachmaninoff, pianista e compositore russo di cui ricorreva proprio il 29 marzo il 150 anniversario della nascita e che quest’anno viene onorato e ricordato un po’ da tutte le più importanti sedi musicali del mondo.

Si tratta di un autore che Yuja Wang ama talmente tanto, da avergli recentemente dedicato una serata storica, da Guinness dei primati: alla Carnegie Hall di New York, lo scorso 29 gennaio, in circa tre ore di programma, ha eseguito tutti e cinque i concerti per pianoforte e orchestra di Rachmaninoff in una vera e propria impresa (anche atletica) che non ha pari nella storia.

Una semplice e rapida scorribanda in You tube, fra i tanti documenti filmati dei concerti di Yuja Wang, permette di verificare le occasioni in cui, nel tempo, ha eseguito il concerto numero 2 (fra i suoi prediletti) e di come abbia di recente lavorato nel “levare”, nello “smorzare” i possibili eccessi spettacolari (di una partitura di per sé piena di pathos e di passaggi di assoluta difficoltà interpretativa), per collocare la parte solistica in maniera coerente dentro il contesto della parte orchestrale.

Ecco, un fenomeno, Yuja Wang, oggi lo è davvero a tutti gli effetti, e in senso assolutamente positivo, quello che ne fa meritatamente un’esecutrice straordinaria non solo per la tecnica acrobatica, ma anche per finezza interpretativa: certo, anche a Zurigo, con l’Orchestra della Tonhalle diretta da Paavo Järvi, secondo il suo abituale costume, si è presentata in abito attillato e cortissimo, collant neri e scarpe come trampoli. Ma la sua versione del “Rach 2”, per dirla in gergo, è la vetta assoluta. Ed il successo zurighese, straripante, con tanto di standing ovation, è stato più che meritato. Oggi Yuja Wang è semplicemente la migliore, con o senza tacchi.

Una doverosa segnalazione la merita la diffusione, proprio domani, domenica 2 aprile, alle 10.30,nella rubrica settimanale “Paganini” di RSI LA1,  del documentario “Senar – Le verdi estati di Rachmaninoff” realizzato da Roberta Pedrini e dedicato in particolare ai cinque anni trascorsi dal grande compositore russo nella sua villa in riva al Lago dei Quattro Cantoni.  

Yuja Wang: Rachmaninov Piano Concerto No. 2 in C minor Op. 18, London Synphony Orchestra, Michael Tilson Thomas