Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
“Cultura aziendale e disonestà nell’industria bancaria” è uno studio apparso una diecina di anni fa sul prestigioso settimanale “Nature”, redatto da tre economisti dell’Istituto di economia politica dell’Università di Zurigo, istituto, quindi, “liberalmente” e “nazionalmente” sacro (v. Business culture and dishonesty in the banking industry, di Alain Cohn, Ernst Fehr, André Maréchal, Nature, 19 novembre 2014). (Ricordo di averne subito parlato, provocando qualche malumore negli ambienti bancari, nella rubrica economica della Rete Due “Plusvalore”, creata dal perspicace non economista, ma studioso di etica, Enrico Morresi, rubrica da poco misteriosamente scomparsa).
L’eticità incorporata
Lo studio aveva suscitato poco e indispettito interesse nel settore chiamato in causa e aveva avuto qualche rilievo sfuggevole sulla stampa che conta; nessuno invece tra i politici e men che meno nelle istituzioni federali, quelle preposte alla cosiddetta “sorveglianza”. Eppure meritava grande attenzione. Che appare ancora maggiore e più significativa oggi con quel che è capitato e sta capitando.
Fosse solo per un’affermazione da cui prendeva le mosse: l’onestà è a lungo andare una componente essenziale della «performance» di ogni azienda, industria o paese. Osava insomma coniugare onestà con la mitica “performance” bancaria (o efficienza elvetica). Oppure per una constatazione irrefutabile: troppo numerosi sono stati gli scandali fraudolenti nel mondo bancario-finanziario; quindi, diamoci una mossa “etica”. (Forse si può supporre che le banche si facessero un baffo di quello studio perché ognuna si era ormai premurata di darsi un proprio…codice etico, per buona immagine o ritenendo di darsi una sorta di eticità incorporata, così come la pistola incorporata al cowboy diventa legge e giustizia).
Quelle maglie allargate
Prescindiamo dal metodo di quello studio. Stiamo alla sostanza. Rileviamone tre considerazioni:
1) nel mondo nella finanza le maglie dell’etica si sono molto allargate, lasciando sempre più campo a comportamenti disonesti;
2) non si tratta solo di riaffermare delle regole di comportamento, bisogna riorientare alcuni attuali incentivi legati solo alla performance e al profitto verso fattori immateriali, come appunto l’onestà;
3) si dovrebbe instaurare nel mondo bancario un impegno etico, una sorta di giuramento di Ippocrate, come avviene per i medici.
Se dite, in sostanza, che nel settore bancario i comportamenti disonesti sono alle volte tollerati; che le regole interne servono a poco, sovrastate o annientate, come si è visto più volte, dalla logica perversa della performance e della competitività e della ricerca, alle volte troppo avida, del maggior profitto o del miglior bonus; che il comportamento etico non è per niente incorporato nella banca, non può neppure essere un optional da tirar fuori quando fa comodo, ma esige un giudice esterno; se dite tutto questo è ovvio che banche o Associazione dei banchieri, degli impiegati di banca, degli economisti ben strutturati nel sistema, reagiscono, protestano, ridicolizzano o sostengono che «lo studio riflette un tipo di cultura bancaria anglosassone» che non è quella svizzera, come si osò dire. Non era molto chiaro, a meno che per chiaro si intendano le penalità che ancora si stanno pagando o si mettono in bilancio per far fronte alla… cultura bancaria americana.
La cultura della banca e l’”agire morale”
Rimaneva comunque sempre la domanda fondamentale: si può introdurre l’etica in una riforma del sistema bancario resasi necessaria? Si era tentato di dare una risposta parziale dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 e dei vari scandali bancari precedenti e seguenti proponendo una separazione netta tra l’attività di credito (quella utile all’economia reale) e quella di speculazione, lasciando ovviamente l’etica solo alla prima. Era però implicita l’ammissione che pretendere di risolvere i problemi della finanza con una regolamentazione, con lo scopo di eliminare le attività moralmente inaccettabili, era opera inaffrontabile, inafferrabile. Com’è stato. Com’è successo. Come succederà.
Quando però gli studiosi di Zurigo parlavano di «cultura della banca» e gli stessi banchieri rispondevano che ce n’era già una illustre e gloriosa “svizzera” (da qui anche Credit Suisse), forse ammettevano implicitamente che moralizzare delle attività significa soprattutto strutturare le istituzioni che le svolgono creando perlomeno un ambiente favorevole all’ «agire morale».
Che è quanto è stato catastroficamente annientato a partire dagli anni Ottanta facendo dell’etica un’etichetta: per la performance, per la competitività, per l’accumulazione, per il bilancio che se cede appena di un punto da un anno all’altro è la tempesta azionaria, è la ricerca di nuovi strabilianti Ceo o amministratori o futuri padroni fuori Svizzera, è la imperativa necessaria ennesima ristrutturazione con la sequela di licenziamenti, poiché i colpevoli e i perdenti sono sempre e solo loro, i subalterni.
Ed è quanto si elude se ad ogni malefatta eviti di operare “strutturalmente” e intervieni solo con un coperchio miliardario a coprire tutto, fra le pretese e le proteste degli azionisti sino allora plaudenti, mentre sono costretti a inghiottire e ruminare come democrazia comanda tutti gli altri, cittadini e contribuenti.
Nell’immagine: cittadini e contribuenti
Se telefonando… Xi Jinping chiama Zelensky
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Aruspici della diplomazia subito al lavoro. Come i sacerdoti dell’antica Roma esaminavano le viscere delle loro vittime sacrificali per trarne profezie, così nelle cancellerie di mezzo mondo si analizza la lunga telefonata (forse) dell’anno fra Xi Jinping e Volodimyr Zelensky. L’unica dell’“imperatore cinese” in 14 mesi di guerra della Russia all’Ucraina. Finalmente, “una cosa buona” dice il poco entusiasta portavoce di Joe Biden, novello ‘ricandidato ultra-ottantenne’ (non perfettamente in salute) alla Casa Bianca. Ma gli interrogativi, in attesa di fatti concreti, rimangono per ora assai più numerosi delle certezze.
Già alla prima domanda, perché ora?, le risposte avanzano a briglia sciolta, rabdomanticamente: dalle più verosimili (Pechino non poteva non procedere dopo averlo promesso presentando due mesi fa il suo vago “piano di pace in 12 punti” da sottoporre ad entrambe le parti in conflitto), alle più sospettose (forse il tentativo di fermare o ritardare con una mossa politica ‘amica’ la controffensiva ucraina prevista per le prossime settimane), alle più raffinate (ritrovare agilità economica verso l’Occidente, visto che il Pil della Russia è meno della metà di quello indiano), alle più cervellotiche (rimediare senza perdere tempo alle pazzesche affermazioni dell’ambasciatore di Cina a Parigi, Lu Shaye, secondo il quale nemmeno gli Stati ex satelliti dell’URSS avrebbero diritto di esistere perché nati da un vacuum del diritto internazionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica -sic!).
Se Mosca rimane un “alleato senza limiti” (davvero?) più volte declamato, Kiev era fino al momento dell’invasione un partner commerciale di una certa taglia per gli strateghi della “Via della Seta”, che Zelensky aveva del resto sottoscritto. Soprattutto, l’Occidente ha fatto dell’appoggio all’Ucraina la “conditio sine qua non” (ribadita dai numerosi ospiti europei recentemente sfilati nella “Città proibita”) per riprendere rapporti economici più convenienti per tutti. Le incertezze che più pesano sull’iniziativa cinese e le sue potenzialità di successo sono in particolare due. La prima: cosa significa in concreto l’affermazione di Xi Jinping (nient’affatto nuova) sull’indipendenza e sul principio dell’“integrità territoriale” delle nazioni; cioè, in che misura sia conciliabile con le conquiste territoriali russe, a cui Putin non intende rinunciare, e d’altra parte con la volontà ucraina di cancellarle, compresa la Crimea, che dopo l’annessione del 2014 Pechino non ha mai riconosciuto come territorio russo. La seconda: in che misura gli Stati Uniti concederanno alla Cina un successo diplomatico (dopo quelli ottenuti in Medio Oriente) di prima grandezza e che la promuoverebbe in modo significativo, diciamo pure spettacolare, sulla scena internazionale.
È soprattutto l’America – che può condizionare le risposte di Zelensky, tributario soprattutto dei rifornimenti in armi e intelligence a Kiev – a detenere una delle chiavi decisive di questo primo approccio cino-ucraino. Meno sordo dovrebbe essere l’atteggiamento del Cremlino, che affida il suo galleggiamento economico all’ “Impero di Mezzo”, al quale il regime putiniano ha consegnato la “golden share” della sua strategia, fors’anche della sua sopravvivenza. In buona sostanza, si tratta di capire se Biden e Xi ritengono di avere finalmente una causa comune.
Vai dunque a scommettere sull’iniziativa di una Cina che Washington continua a ritenere, assai più della Russia, il suo principale “concorrente sistemico” (da Trump a Biden su questo regna la continuità)! Sarebbe diverso se infine la Casa Bianca decidesse di cambiare approccio, come chiedono i partners europei. In sostanza, di “andare a vedere”, come a un tavolo di poker, le carte dell’avversario o nemico, e lasciare poi al protagonismo economico-tecnologico delle due superpotenze (Usa-Cina) l’esito del loro confronto finale e decennale. Ma qui l’impedimento principale ed immediato si chiama Taiwan. Di cui gli Stati Uniti difendono la “scelta democratica” e soprattutto il fatto di rappresentare una base pro-americana avanzatissima nella pericolosa partita per l’Indo-Pacifico. Ufficialmente gli Stati Uniti non riconoscono uno Stato di Formosa, ma la promessa cinese di riservare anche all’isola di 23 milioni di abitanti il principio di “Uno Stato, due sistemi” ricorda troppo la prematura fine di Hong Kong, ormai del tutto sotto il tallone della dittatura cinese.
Troppe incognite, dunque: anche per gli aruspici moderni più scafati. Bastasse una telefonata…
L’inflazione è causata dagli extraprofitti delle aziende. Boicottatele!
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
L’inflazione, che ha colpito soprattutto i Paesi occidentali a partire dalla pandemia del 2020 per inasprirsi con l’inizio del conflitto in Ucraina, dipende solo in minima parte dall’aumento delle materie prime e dei costi del lavoro: la causa prevalente dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo è da imputare, invece, all’espansione dei margini di profitto delle imprese. È quanto sostiene Paul Donovan, capoeconomista della società di gestione patrimoniali della banca svizzera UBS. Secondo l’analista del gruppo elvetico, «il fenomeno non è causato da uno squilibrio tra domanda e offerta ma dal fatto che alcune aziende raccontano una storia che convince i clienti che gli aumenti dei prezzi sono giusti, quando in realtà nascondono l’espansione del margine di profitto». Al riguardo, in passato, l’ex consulente economico della Casa Bianca, Robert Reich, aveva esplicitamente parlato di un’«inflazione dei prezzi da profitto», per cui le società, sfruttando il contesto geopolitico e altre congiunture esogene, spingono i prezzi verso l’alto per ottenere maggiori guadagni.
L’incremento dei costi finali, infatti, sarebbe ben superiore a quello dei costi del lavoro permettendo ai ricavi di aumentare a dismisura a scapito dei consumatori, ai quali non viene concesso l’aumento di stipendio per non acuire ulteriormente la spirale inflazionistica che però dipende da dinamiche esclusivamente speculative. Donovan ha proposto la sua soluzione a tutto questo: boicottare i prodotti di queste aziende.
Nonostante la stessa Banca Centrale Europea (BCE) abbia riconosciuto, in una riunione tenutasi in Finlandia a marzo, che l’aumento dei prezzi sia da imputare prevalentemente ai profitti delle imprese, l’istituto di credito ha proseguito con la sua politica monetaria restrittiva di aumento dei tassi d’interesse per far calare l’inflazione: nel giro di pochi mesi, infatti, l’istituto ha portato i tassi al 3,5%, rendendo più difficile per i cittadini accedere a mutui e prestiti e indebolendo la domanda. Una soluzione che Donovan ha definito «un approccio rozzo e inutilmente distruttivo». A fronte di un aumento dei profitti, che nel quarto trimestre del 2022 sono aumentati del 9,4% annuo secondo uno studio della BCE, i costi del lavoro sono aumentati solo del 4,7%. Tuttavia, l’istituto di Francoforte, invece di lavorare per vietare le speculazioni da parte delle imprese, lavora per tenere bassi i salari – di modo da non generare una nuova ondata inflazionistica – e aumentando i tassi. Rispetto all’inflazione, i salari sono cresciuti molto più lentamente, con una perdita del potere d’acquisto degli stipendi del 5% circa rispetto al 2021. Nonostante ciò, diversi esponenti della BCE tra cui Ignazio Visco – governatore della Banca d’Italia – sono contrari all’aumento dei salari.
La causa reale dell’inflazione – gli extraprofitti delle imprese – non viene denunciata dalle istituzioni, anche perché «la BCE farebbe fatica a giustificare la sua politica monetaria in un quadro in cui l’inflazione dipende soprattutto dai listini delle imprese», ha spiegato sempre Donovan. Basti pensare che, secondo i dati di Refinitiv, nel 2022, le aziende di beni di consumo della zona euro hanno aumentato i margini operativi in media del 10,7%: le grandi imprese monitorate sono state 106 inclusi gruppi come Stellantis e aziende di beni di lusso come Hermes. Secondo le conclusioni della BCE, che però non commenta la questione, sono loro ad aver spinto in alto i prezzi dando luogo all’inflazione. In America, dove l’inflazione si attesta al 6,4%, a sollevare la questione delle speculazioni aziendali è stata la senatrice democratica Elizabeth Warren che su Twitter ha scritto: «Un’analisi di Economic Policy ha rilevato che l’impennata di margini di profitto a partire dalla pandemia spiega circa il 40% dell’aumento dei prezzi dalla metà del 2020. Significato? Mentre gli americani erano alle prese con prezzi elevati, le grandi società stavano aumentando i loro profitti. Oltraggioso».
Ma il capoeconomista di UBS, Donovan, ha la soluzione per porre fine all’aumento illegittimo dei profitti delle imprese: boicottare i loro prodotti.
Si tratta della possibilità di «convincere i consumatori a non accettare passivamente gli aumenti di prezzo. […] I social media potrebbero avere un ruolo in questo processo», ha asserito l’economista. A tal fine però, bisogna che i consumatori smettano di credere che i rincari siano giusti a causa della narrazione che li imputa all’aumento dei costi agricoli, ai cambiamenti climatici e ad altri fattori. Al contrario, se i consumatori capiscono che l’aumento dei prezzi non è giustificato «smetteranno di acquistare il prodotto ritardando l’acquisto o passando a fornitori alternativi. Se i consumatori sono arrabbiati, è probabile che i politici se ne accorgano». In tutto ciò è fondamentale il ruolo dei social media per coordinare le azioni dei consumatori.
In Europa, hanno cominciato a sollevare la questione degli extraprofitti Mario Centeno, governatore della banca centrale portoghese, e l’italiano Fabio Panetta, membro del board BCE. Panetta ha fatto notare come, a fronte degli svantaggi per i lavoratori e la classe media derivanti dal carovita, i margini aziendali in alcuni settori sono aumentati. Tuttavia, pare che la BCE non sia intenzionata a prendere atto del problema, ponendo fine alle politiche restrittive, ma preferisca proseguire sulla via del rialzo dei tassi, dando manforte – indirettamente – al business delle grandi aziende.
Nell’immagine: lo spiega anche con gli omini Playmobil
Un nuovo telefono rosso per gestire la rivalità Usa-Cina?
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Ristabilire tra Washington e Pechino quel “telefono rosso” che dopo la Crisi dei missili di Cuba del 1962 evitò più volte il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. È questa la proposta[articolo a pagamento, ndr] di Gideon Rachman, storico caporedattore esteri del Financial Times, dalle colonne della prestigiosa testata della City di Londra.
Rachman è tranchant. Una nuova linea rossadiretta tra Usa e Cina serve a “evitare la guerra” tra Stati Uniti e Cina. E se da un lato la sua istituzione, intesa come la creazione di una fiducia reciproca e di un’attitudine al confronto che oggi manca tra i due giganti, significherebbe la certificazione dell’esistenza di una “Guerra fredda 2.0”, dall’altro aiuterebbe a plasmare la rivalità in senso più costruttivo.
La linea tra il Pentagono e il Cremlino, che permette comunicazioni dirette e cifrate, esiste ancora. Una tra il Palazzo Presidenziale di Pechino e la Casa Bianca aiuterebbe a consolidare un dialogo che spesso oggi diventa un confronto tra sordi. Tra la Cina che spinge per l’assertività regionale e voci dagli Stati Uniti che spingono per un nuovo contenimento, se non addirittura per azioni militari preventive, c’è il rischio che la sfida sfugga di mano.
Per Rachman una serie di conversazioni con funzionari e militari americani ha portato da un lato a constatare uno sdoganamento del discorso su una potenziale guerra con la Cina e dall’altro a vedere in molti funzionari un richiamo alla Guerra fredda non come a una minaccia ma come a un modello: “Molti citano il periodo di distensione degli anni Settanta come esempio di stabilità strategica in cui due superpotenze ostili, entrambe armate fino ai denti, hanno imparato a convivere l’una con l’altra senza andare in guerra”. Usa e Urss erano rivali ma si riconoscevano reciprocamente come due attori legittimi.
Mai negli States del tempo le azioni sovietiche sarebbero state imputate al Partito Comunista dell’Unione Sovietiche (Pcus) come fanno invece molti dirigenti Usa e esponenti del Partito Repubblicano imputando le mosse di Pechino al Partito Comunista Cinese, quasi a considerarlo un usurpatore del potere. E mai si sarebbe letta, dopo la crisi del 1962, la dichiarazione di Qin Gang, Ministro degli Esteri cinese, secondo cui il conflitto con l’Occidente potrebbe essere “inevitabile” se Washington non cambierà atteggiamento.
Contenere la competizione
La guerra del Kippur e il ritiro Usa dal Vietnam (1973), l’invasione della Turchia, membro della Nato, a Cipro (1974) e l’attacco sovietico in Afghanistan (1979) furono solo alcuni degli scenari in cui Washington e Mosca si confrontarono in tempo reale con la “linea rossa”. C’è da immaginare una fitta conversazione anche più di recente, ai tempi degli interventi mediorientali di Mosca, per evitare scontri o incidenti in aree come la Siria.
Washington e Pechino a oggi mancano di camere di compensazione e di fiducia reciproca tra i leader. Nell’epoca della guerra senza limiti non sono rare le accuse reciproche, dall’economia al potenziamento militare, di interferenza nei reciproci sistemi di influenza. Ma sono rarefatte le occasioni di confronto. La cui istituzione potrebbe essere mediata da un filo diretto tra Joe Biden e Xi Jinping e i rispettivi staff, per dialogare in tempo reale sui teatri di crisi e evitare incomprensioni.
Oggi, nota Rachman, “il rischio evidente è che Washington e Pechino siano bloccati in un ciclo di azione e reazione che li avvicina all’orlo del conflitto diretto“. Lo denunciano da tempi molti politologi e analisti americani. Il saggio Destinati alla guerra sulla “Trappola di Tucidide” scritto da Graham Allison e il romanzo 2034 su un ipotetico conflitto Usa-Cina scritto dall’ammiraglio James Stavridis e dall’ex capo-missione della Cia Elliot Ackermann sono due moniti eloquenti provenienti da settori degli apparati a stelle e strisce su un possibile piano inclinato di questo tipo.
Un percorso non facile
L’idea di Rachman è potenzialmente dirompente. Ma va messa a terra. In tal senso, giocano a favore di una possibile distensione anche le parole del Segretario al Tesoro Usa Janet Yellen, ex governatrice della Fed, sulla necessità di evitare un tracollo nella rivalità Usa-Cina.
Ma per Martin Wolff, altra storica firma del Ft, lo status attuale del rapporto sino-americano è “spaventoso“. Wolff teme che la guerra economica prepari il confronto diretto: “Gli sforzi unilaterali da una parte per sentirsi più sicuri sono destinati a rendere l’altra parte più insicura”. Inoltre, “il rifiuto di vendere tecnologie o risorse strategicamente vitali – o anche la possibilità che ciò accada in futuro – farà sentire l’altra parte economicamente insicura”.
Il Ft e le centrali finanziarie occidentali temono il confronto e la rottura Usa-Cina. Vogliono condividere opzioni, anche con i loro canali diretti e mediatici, per lanciare moniti e proposte. Ai decisori la possibilità di accoglierle o meno. Ma la necessità di una distensione tra America e Repubblica Popolare e della definizione di posizioni chiare sui potenziali conflitti, a partire da Taiwan, appare vitale. E vera ricetta contro una guerra potenzialmente disastrosa.
Appalto alla diligenza
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Se nel primo atto compare in scena una pistola, prima del sipario finale dovrà sparare. La vecchia regola di Anton Cechov torna utile in questi giorni, non tanto per leggere le disavventure lacustri di qualche improvvido poliziotto, quanto piuttosto per spiegare cosa stia accadendo ai nostri austeristi da filodrammatica. I quali – dopo avere sostenuto con commovente trasporto il decreto Morisoli per il pareggio del conto economico entro il 2025 – ora denunciano tutti inciprigniti la diminuzione di appalti pubblici per le loro aziende. Confermando così che il meno Stato alla ticinese è una ben strana chimera: si applica sempre e solo agli altri.
Eppure era chiaro fin dall’inizio, che l’ordigno morisoliano avrebbe rischiato di colpire un po’ tutti: sono tra sì e no 150 i milioni che ci si è impuntati a recuperare in fretta e furia – sebbene non ve ne sia alcuna urgenza – escludendo di raggiungere il pareggio con nuove imposte. Ovvio che non basterà risparmiare sui toner della stampante e i ficus nei corridoi. Ha dunque un bel dire, il presidente della Camera di commercio Andrea Gehri, che “il decreto Morisoli, al quale siamo ancora favorevoli, riguarda la spesa, non gli investimenti. La politica deve quindi interpretarlo nel suo vero significato, senza pregiudizi e fini politici”.
Il severo richiamo allo spirito della legge – a mezza via tra Montesquieu e un talmudista – serve a poco: la differenza tra spesa e investimento è spesso meno ovvia di quanto si potrebbe pensare. Per evitare di arrivare fin qui, occorreva semmai chiedersi se e cosa si potesse tagliare prima di impegnarsi a farlo, mica dopo. Invece ha vinto il pregiudizio, l’idea che gli impiegati pubblici siano tutti lì a far la polvere alla scrivania, il perbenismo per cui lo Stato dovrebbe comportarsi come “un buon padre di famiglia” (paragone stucchevole oltre che sintomo d’un certo analfabetismo economico, specie in un Paese in cui l’indebitamento privato risulta ben più pericoloso di quello pubblico). Vien da chiosare coi meno paradisiaci tra i versi danteschi: “Rimossa ogne menzogna / lascia pur grattar dov’è la rogna”.
Però sarebbe infantile e meschino gingillarsi con la Schadenfreude. Anche perché si sapeva già che certi audaci imprenditori dipendono più spesso dalla mano pubblica che da quella invisibile; ma ora a rischiare il posto sono i lavoratori, specie in un settore duro e capriccioso come l’edilizia. Di solito, a questo punto, noi neghittosi commentatori scriviamo che si attendono risposte dalla politica. Solo che “la politica” è la stessa che ha venduto alle imprese quest’alzata d’ingegno, per cui ci tocca affrontare tempi difficili con le mani legate. Nessuno, poi, dimentica la farsesca messinscena con la quale ci si è arrivati: l’Udc che fa il poliziotto cattivo sulle spese selvagge; il Plr che finge d’essere quello buono dicendo che si deve intervenire sulle spese sì, ma “prioritariamente” e (forse, chissà) non esclusivamente; le imprese che abboccano all’amo d’una trovata puramente propagandistica; gli elettori che plebiscitano il progetto perché i “fuchi”, si sa, sono sempre gli altri. Difficile, dunque, farsi troppe illusioni. I Catone del liberismo sulla pelle altrui continueranno senza troppe erubescenze a intonare i loro ‘delenda Carthago’, anche se la Cartagine da distruggere è quella in cui abitiamo tutti. Quanto alla pistola di Cechov, riusciremo a brandirla per spararci sui piedi.
Alla ricerca dell’altro mondo
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Il mini-tour del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov in Centro e Sud America della scorsa settimana, lungi dal rappresentare un successo diplomatico per Mosca, ha dimostrato però quanto la guerra in Ucraina abbia accelerato il riposizionamento geopolitico dei paesi del “Sud Globale”
L’obbiettivo principale più importante del tour per il Cremlino era sondare più in profondità gli umori del Brasile sulla guerra slava. Lula, all’inizio di aprile, prima del suo viaggio in Cina aveva definito la sua posizione chiaramente. Secondo il Presidente carioca il punto di equilibrio andrebbe trovato con la cessione definitiva da parte ucraina della Crimea e il parziale ritiro di Mosca dai territori occupati in Donbas, probabilmente sulla linea di demarcazione dell’inizio dell’invasione del 24 febbraio. Tuttavia Lula deve fare anche i conti con una base del suo partito particolarmente ostile alla guerra di Putin. Non a caso il portale Russia.ru ha dovuto registrare che l’arrivo di Lavrov a Brasilia è stato segnato da contestazioni: davanti al Ministero per tutto il giorno si è assistito a manifestazioni con cartelli che recitavano “No agli accordi con la Russia imperialista”.
Nel 2022 il commercio tra i due Paesi ha raggiunto un record storico, superando gli 8 miliardi di dollari nei primi undici mesi. Cifre ancora modeste visto che con la Cina lo scambio è stato di ben 150 miliardi: esse dimostrano tuttavia una certa dinamicità delle relazioni economiche tra i due paesi, nonostante la Russia sia dallo scorso anno in recessione. Ma ciò che ora interessa prima di tutto alla Russia è l’ipotesi avanzata da Lula sullo sganciamento del suo paese dagli scambi in dollari e addirittura la creazione di una nuova valuta internazionale, basata su un paniere di divise agganciate a Pechino
Anche qui però l’enfasi “multipolare e policentrica” non andrebbe esagerata. Un avvicinamento troppo evidente verso Mosca e Pechino potrebbe produrre un contromovimento nella seconda capitale del Sudamerica, ovvero Buenos Aires. Foreign Politics ha sottolineato recentemente che nell’aprile del 2022, insieme a Cile e Uruguay, l’Argentina ha votato per la sospensione della Russia dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche se il presidente Alberto Fernández non ha aderito né alle sanzioni contro la Russia né ha inviato armi a Kyiv.
Il resto del viaggio di Lavrov è stato in discesa, avendo visitato dei paesi (Nicaragua, Venezuela, Cuba) in larga parte allineati, per convinzione o interesse, con le posizioni russe. In Venezuela, dove la situazione finanziaria interna resta delicata, l’omologo venezuelano di Lavorov, Ivan Gil, ha osservato che il suo paese non ha partner più affidabili della Russia. Non a caso la Russia è diventata un anello fondamentale nello schema di vendita del petrolio venezuelano sul mercato mondiale: è infatti attraverso le compagnie russe (Rosneft in primis) che sono state effettuate le operazioni commerciali, da cui Caracas ha tratto profitto.
Nel frattempo, come ha segnalato Kommersant, il giornale della Confindustria russa, “le relazioni tra Caracas e Washington hanno recentemente iniziato a cambiare. Ad inizio di dicembre 2022, la compagnia petrolifera americana Chevron ha firmato accordi con Petróleos de Venezuela, quattro anni dopo l’imposizione dell’embargo statunitense” ma anche l’italiana Eni ha ripreso le forniture di petrolio venezuelano in Europa.
Un attivismo di “paesi non-amici” che innervosisce Mosca, la quale ha visto recentemente calare i ricavi dall’esportazione di oro nero del 30%.
Infine all’Avana, la delegazione russa ha incassato il sostegno del regime comunista, costato però una ristrutturazione del debito cubano nei confronti della Russia che è continuato a crescere anche dopo il crollo dell’Urss. Tuttavia anche nel movimento internazionale che guarda con nostalgia al “socialismo realizzato” sulla questione della guerra in Ucraina si stanno aprendo delle crepe. Al 22° “Incontro internazionale dei partiti comunisti e operai” tenutosi nella capitale cubana lo scorso ottobre i partiti “stalinisti” al potere hanno in modo compatto sostenuto le posizioni russe “antimperialiste”; altri schieramenti, come quello sudafricano, turco e greco hanno presentato una contro-piattaforma in cui si condannava anche il “l’aggressione di Putin”.
Quindi, un bilancio in chiaroscuro quello del capo della diplomazia russa nella parte di mondo che una volta gli Stati Uniti consideravano in buona misura il proprio “giardino di casa”.
Nell’immagine: Lavrov e Maduro (Venezuela)
Se danneggi l’ambiente mi licenzio
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Il fenomeno del climate quitting rientra in quello delle grandi dimissioni e coinvolge per lo più persone giovani che cambiano o lasciano il proprio lavoro se lo considerano dannoso per il pianeta.
“Dopo molti anni all’estero, ero tornato in Italia ed ero stato assunto da un’azienda di consulenza. Mi occupavo di bilanci di sostenibilità: il lavoro era interessante, avevo un contratto a tempo indeterminato e guadagnavo bene. Un giorno mi è stato chiesto di lavorare sulla strategia green di una delle maggiori aziende petrolifere italiane: ho detto che non ero d’accordo, ma mi hanno risposto che quello era un cliente di cui non si poteva fare a meno. Così ho deciso di licenziarmi”.
Andrea Grieco, 31 anni, è un climate quitter, un giovane che ha scelto di lasciare il suo lavoro per ragioni legate alla salvaguardia del pianeta. La tendenza rientra nel fenomeno delle grandi dimissioni, ma dietro alla decisione di licenziarsi c’è in questo caso una motivazione specifica: ridurre il proprio impatto ambientale e dedicarsi a settori come l’economia circolare, la sostenibilità e le energie rinnovabili. “Gran parte delle nostre giornate è occupata dal lavoro: è importante mettere queste energie dalla parte giusta”, spiega Grieco. “Dopo qualche mese sono stato assunto da una realtà editoriale in cui scrivevo di sostenibilità: guadagnavo molto meno, ma mi sentivo a posto con me stesso. Adesso lavoro per le Nazioni Unite, mi occupo di comunicazione in supporto alla campagna globale contro il cambiamento climatico. Oggi definirsi attivisti è una moda, ma anche decidere quale professione si vuol fare è una forma importante di attivismo”.
Meglio un lavoro verde
Una ricerca sulle dimissioni volontarie realizzata nel 2023 dall’osservatorio Hr innovation practice del Politecnico di Milano mostra che, in Italia, il 65 per cento di chi ha meno di 30 anni considera importante che il proprio lavoro abbia un impatto positivo sulla società. Chi ha cambiato impiego, o ha intenzione di cambiarlo nei prossimi sei mesi, nel 6 per cento dei casi compie questa scelta per questioni legate all’impatto sociale e ambientale dell’azienda o dell’organizzazione in cui lavora: considerando solo la fascia sotto ai 30 anni, la percentuale sale all’11 per cento, quattro punti in più rispetto al 2022. “La sostenibilità dell’azienda non è il motivo principale che spinge le persone a cambiare lavoro: ai primi posti ci sono ancora la retribuzione, le opportunità di carriera, la flessibilità e il benessere psicologico”, spiega Martina Mauri, direttrice dell’osservatorio. “È interessante però notare come questo fattore diventi più rilevante al diminuire dell’età: il climate quitting è un fenomeno che interessa soprattutto i giovani, e presumibilmente sarà sempre più diffuso nei prossimi anni”.
Un sondaggio della Yale school of management su duemila studenti statunitensi mostra che più della metà accetterebbe stipendi più bassi pur di lavorare per un’azienda attenta all’ambiente. Tendenza confermata anche da una recente indagine della Kpmg svolta nel Regno Unito, che evidenzia come i fattori ambientali, sociali e di governance influenzino sempre più le decisioni occupazionali di quasi la metà degli impiegati britannici, soprattutto i più giovani. Nel mondo, una persona su cinque occupata nel settore delle rinnovabili proviene da un altro campo sempre legato all’energia, e quasi un terzo ha lasciato l’industria petrolifera e del gas. L’82 per cento di chi opera ancora nel settore petrolifero sta prendendo in considerazione l’idea di cambiare, e la metà considera di buon occhio un possibile impiego nel campo dell’energia verde.
Allo stesso tempo anche nelle imprese cresce la richiesta di figure professionali con questo tipo di competenze
“Con il mio lavoro spingevo le persone verso uno stile di vita non sostenibile per il pianeta, e intanto sentivo l’orologio climatico che ticchettava”, racconta Alice Pomiato, 32 anni, che era impiegata come digital strategist in un’agenzia di comunicazione. “Tutte le campagne che curavo aiutavano i clienti a vendere sempre di più, e questo andava contro i miei valori. A 27 anni ho mollato tutto, ho comprato un biglietto per l’Australia e ho aperto un account Instagram per condividere con le persone il mio percorso verso una vita più sostenibile”. Oggi Alice ha quasi 50mila follower e lavora come content creator sul tema della sostenibilità.
Mentre le persone cercano posti di lavoro più “verdi”, allo stesso tempo anche nelle imprese cresce la richiesta di figure professionali con questo tipo di competenze: Confindustria, insieme all’Osservatorio 4Manager, ha dichiarato che in Italia nel 2026 le offerte di lavoro per chi ha competenze ambientali arriveranno a circa quattro milioni. Lo stesso avviene all’estero: i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro mostrano che nel mondo 12,7 milioni di persone sono impiegate nel settore delle energie rinnovabili, ed entro il 2030 saranno creati più di 38 milioni di nuovi posti. Oggi le persone impiegate nel segmento dell’energia pulita sono più di quelle occupate nelle aziende petrolifere.
Quello dell’energia è solo uno degli ambiti interessati dal climate quitting. “Lavoravo nel settore dell’abbigliamento per grandi marchi della moda”, racconta Marcella Pozza, 29 anni. “Realizzavamo capi made in Italy, con filati naturali, ma poi ho scoperto una serie di retroscena: come avviene la tintura dei tessuti, quanti sono gli scarti, quanto è sottopagata la manodopera. In più, mi sentivo sfruttata: avevo un contratto interinale, lavoravo a ritmi stressantissimi e dovevo timbrare il cartellino anche per andare in bagno. A un certo punto non ce l’ho fatta più: mi sono licenziata e sono andata a lavorare in un piccolo maglificio. Mi pagavano meno, ma ero più felice. Uno non va al lavoro solo per guadagnare: se quello che fai va contro i tuoi valori, come vai avanti?”.
Reputazione e convenzienza
Marcella ha poi vinto il concorso per la scuola e ora insegna in un istituto professionale di moda. “Il settore dell’abbigliamento è uno dei più inquinanti del mondo: con gli studenti affrontiamo temi legati al cambiamento climatico, riflettiamo sui diritti dei lavoratori e studiamo una progettazione circolare dei vestiti, facendo riparazioni o riusando materiali, come le buste del caffè”.
Per un numero crescente di persone, la questione ambientale rappresenta non solo una variabile da cui far dipendere la scelta del proprio lavoro, ma anche un fattore che determina il grado di attaccamento all’azienda e, di riflesso, l’essere più produttivi e motivati.
Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, nove dipendenti su dieci sono più soddisfatti e felici se coinvolti nelle iniziative verdi messe in campo dalla propria azienda. “La questione della sostenibilità sarà sempre più legata al rendimento economico delle imprese”, afferma Alessandro Sancino, docente di management e innovazione sostenibile dell’università Bicocca, “che si muoveranno verso una cultura verde non solo per motivi etici e per migliorare la loro reputazione sociale, ma anche per questioni di convenienza economica”.
Oggi i dipendenti chiedono sempre più alle imprese di perseguire la sostenibilità non solo ecologica ma anche sociale: ambienti di lavoro in grado di valorizzare diversi talenti, pratiche di riconoscimento del merito formali e informali, ma anche misure che migliorino l’equilibrio vita-lavoro, come lo smart working e la settimana lavorativa corta.
“Tante persone si dimettono perché non sono più disposte a vivere per lavorare e ricevere un compenso che produce profitto per qualcun altro”, spiega la sociologa Francesca Coin, autrice del saggio Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita. “Quello che spesso manca nel lavoro è una visione di futuro. Le aziende a basso impatto ambientale offrono proprio questo: ecco perché spesso hanno dati di dimissioni più bassi, mentre la loro capacità di attirare e trattenere personale è più elevata. La pandemia, in questo senso, ha segnato uno spartiacque, ed è stata la cartina tornasole di tutto ciò che prima non funzionava: una cultura del lavoro tossica, fatta di salari bassi e turni massacranti, di mobbing e di bullismo, di scarsa sicurezza del e sul lavoro, di un senso del lavoro che spesso manca. Le grandi dimissioni nascono da qui”.
Certificare la sostenibilità
Per rendersi accattivanti agli occhi dei dipendenti, dei potenziali candidati e dei clienti, oggi molte aziende mettono la sostenibilità al centro della loro strategia di marketing e comunicazione, tanto che si parla di green employer branding. Gli uffici delle risorse umane promuovono la cosiddetta green work culture, una cultura del lavoro “verde”: c’è chi fornisce biciclette a uso gratuito per recarsi al lavoro, chi punta a ridurre il consumo di plastica e gli sprechi di carta negli uffici, chi usa prodotti a chilometro zero e limita il consumo di carne nelle mense. Alcune imprese scelgono di farsi certificare come B corporation, impegnandosi a rispettare determinati standard per garantire un impatto positivo sui propri dipendenti, sulla società e sull’ambiente. Oggi le aziende certificate come B corporation sono più di seimila nel mondo, 200 in Italia: nel nostro paese la prima è stata la Nativa, certificata nel 2013.
Quest’azienda si occupa di accompagnare altre imprese per migliorare il loro impatto sociale e ambientale. “Durante l’università avevo già firmato un contratto con un’azienda solida: possedevo tutto quello che la società ti dice di desiderare”, spiega Valentina, 28 anni, che adesso lavora per la Nativa. “Questo però non mi rendeva felice: compilare delle tabelle Excel per far migliorare i risultati dell’azienda non era il mio obiettivo. Mi chiedevo: che eredità voglio lasciare nel mondo? Guardavo mia sorella più piccola e mi ripetevo che questo pianeta lo stiamo prendendo in prestito dalle generazioni future”.
Per il suo tipo di missione, la Nativa è capace di attirare molte persone giovani. “Ogni settimana arrivano decine di curricula di professionisti disposti a lasciare il loro lavoro per entrare a far parte del nostro gruppo”, spiega Paolo Di Cesare, che nel 2012 ha fondato la start up insieme a Eric Ezechieli. “È in corso un cambiamento storico: oggi il mito del posto fisso è crollato e le persone cercano un senso nel lavoro. Si può dire che anche io sia un climate quitter: prima avevo un’azienda di consulenza tradizionale, con un buon fatturato, ma a un certo punto ho deciso di venderla. Ho capito che non ha senso avere successo, se poi si scopre che quel successo non è servito a nulla”.
Nel 2015 i fondatori della Nativa hanno contribuito alla stesura della legge che ha introdotto in Italia una nuova forma giuridica di impresa, l’azienda benefit, che integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera. “Olivetti si chiedeva: oltre al ritmo dei bilanci, qual è la vocazione di un’azienda?”, racconta Di Cesare. “In Italia questo tema sta prendendo piede in modo robusto: tante imprese oggi vogliono capire qual è la propria vocazione e migliorare il proprio impatto. Certo, ci sono anche quelle che mirano solo a rifarsi la reputazione: il greenwashing esiste. Comunque non bisogna vedere tutto o bianco o nero: la transizione è un processo graduale, che non può avvenire da un giorno all’altro”.
Anche perché, come mostra un’indagine di Linkedin del 2022, al momento non ci sarebbero abbastanza persone qualificate per soddisfare la domanda di professionisti della sostenibilità: dal 2015 a oggi le offerte di lavoro “verdi” sono infatti aumentate dell’8 per cento all’anno, mentre le candidature di chi ha competenze adeguate sono salite solo del 6 per cento. Ecco perché bisognerebbe investire nella formazione, per preparare persone esperte nell’ambito della sostenibilità: responsabile sostenibilità, specialista della sostenibilità, responsabile ambiente, responsabile della governance. “Questo vocabolario è piuttosto circoscritto a professionalità di medio-alto livello, con potere contrattuale ed esperienze pregresse”, afferma Vittorio Martone, sociologo dell’ambiente dell’università di Torino. “Ecco perché il climate quitting non è per tutti. Esiste però un altro fenomeno, che pure si collega in qualche modo al mutamento di valori che coinvolge il lavoro: si tratta del ritorno alla terra, dei ‘nuovi montanari’ e della romanticizzazione della vita nei borghi”.
È la scelta che ha fatto Matteo Turrino, 34 anni, attivista di Extinction rebellion che prima lavorava come programmatore per un’azienda del Regno Unito nel settore finanziario. “Per poter lavorare in quel contesto dovevo astrarmi completamente”, racconta. “Come potevo andare in ufficio pensando che fra trent’anni un miliardo di persone rimarranno senz’acqua? Ricordo un viaggio di lavoro a Dubai: ero seduto davanti al computer dentro un grattacielo con l’aria condizionata, mentre fuori c’erano 50 gradi e decine di operai nei cantieri sotto il sole. In quel momento mi sono chiesto: perché io sono qui e loro lì?”. Matteo aveva un contratto fisso e un buono stipendio, ma ha comunque deciso di licenziarsi. “Mi domandavo: il lavoro che sto facendo rispetta i miei valori? Ho davvero bisogno di tutti questi soldi? Per cambiare il mio modo di vivere, mi sono trasferito sull’Appennino con altre persone, con cui condivido i miei ideali e il mio tempo tra studio, scrittura e attivismo. Per molti il lavoro è una forma di attivismo, a me piacerebbe che l’attivismo diventasse un lavoro: tornare alla vita di prima non è un’opzione che posso contemplare”.
Si è spento ieri nella sua casa di Manhattan, all’età di 96 anni, Harry Belafonte, il cantante che con il suo dinamico grido a cappella di “Day-O!” da “The Banana Boat Song” ed altre musiche della tradizione popolare, specie caraibica, è assurto alla celebrità internazionale come cantante ed attore ma proprio in virtù di questa sua vasta fama è diventato uno dei grandi motori dell’attivismo antirazziale, contribuendo ampiamente a finanziare il movimento per i diritti civili in patria e le cause per i diritti umani in tutto il mondo.
Belafonte era nato da una famiglia di immigrati giamaicani, ed è cresciuto in povertà nella Harlem dell’epoca della Grande Depressione; con le sue qualità vocali ed il forte temperamento ha interpretato canzoni che gli hanno permesso di scalare le classifiche di vendita, diventando così una vera e grande star della musica popolare neroamericana. Nel corso di cinque decenni ha stabilito tutta una serie di record di popolarità e successo come star del cinema, della televisione e del palcoscenico. Ma in lui lavoro artistico e umanitario si sono sempre affiancati e sovrapposti, nella sua profonda convinzione che “il ruolo dell’arte non è solo quello di mostrare la vita com’è, ma di mostrare la vita come dovrebbe essere”.
Grande amico e confidente del reverendo Martin Luther King Jr., Belafonte ha svolto per anni un ruolo di collegamento tra il movimento per i diritti civili e le capitali dello spettacolo, Hollywood e New York. Ha anche saputo usare la propria popolarità per promuovere la lotta anti-apartheid in Sudafrica e sostenere campagne di aiuti come quella del 1985 denominata “USA for Africa” legata alla registrazione del celeberrimo brano “We Are the World“, operazione musicale forse senza pari per la presenza, nello stesso brano, diretti dal geniale Quincy Jones, di un numero incredibile di celebrità, da Michael Jackson a Bob Dylan, da Ray Charles a Bruce Springsteen, e Tina Turner, Diana Ross e tante e tanti altri. Motore di “We Are the World”, nel filmato Belafonte ha espressamente voluto relegarsi al ruolo di semplice corista, come si può vedere, andandolo a cercare fra il nutrito gruppo di cantanti. Il progetto rimane straordinario ed ha raccolto decine di milioni di dollari per forniture mediche e alimentari; Belafonte ha partecipato alla difficile missione di consegna del materiale sanitario raccolto agli operatori umanitari in Sudan e in Etiopia.
In una sua celebre dichiarazione,ebbe a dire di aver trascorso la sua vita “in un costante stato di ribellione”. Nella sua lunga parabola esistenziale ed artistica è stato capace di rimproverare pubblicamente ed aspramente diversi presidenti americani – democratici e repubblicani – di non fare abbastanza per porre fine alle discriminazioni negli Stati Uniti o ai conflitti in cui il Paese si impegnato nel mondo. Ha criticato la Casa Bianca di George W. Bush per l’invasione dell’Iraq nel 2003 e ha suscitato un certo clamore quando ha paragonato Colin Powell, anch’egli di origine giamaicana e all’epoca Segretario di Stato, a uno “schiavo domestico”.
È persino arrivato a criticare il primo presidente afroamericano della nazione, affermando che “dotato com’è di acume ed intelligenza, Barack Obama sembra mancare totalmente nell’esprimere empatia verso i diseredati, siano essi bianchi o neri”. E come non bastasse, tanto per alimentare le proteste di coloro che lo ritenevano eccessivo, estremo,Belafonte si è pubblicamente dichiarato vicino a leader di sinistra considerati “oppressivi” come Fidel Castro a Cuba e Hugo Chávez in Venezuela.
“Non ero un artista che era diventato un attivista”, amava dire Belafonte. “Ero un attivista che era diventato un artista”.
Con il suo classico sorriso irriverente e una voce roca, inconfondibile, Belafonte era diventato famoso negli anni Cinquanta grazie a una sorta di sensualità audace, che si faceva beffe dei tabù sessuali come dei pregiudizi razziali. Nei concerti e in televisione, si presentava al pubblico come una sorta di “incantatore di serpenti”, indossando camicie sbottonate che mostravano un corpo virile ed atletico.
Un fascino che lo portò presto anche al cinema, così che un anno dopo che il “Production Code” dell’industria cinematografica aveva abolito il divieto di mostrare relazioni sessuali interrazziali nei film, Belafonte interpretò il ruolo di “oggetto del desiderio amoroso” dell’attrice bianca Joan Fontaine in “Island in the Sun” (L’isola nel sole, 1957). Con questo film, che in seguito rinnegherà definendolo “troppo mite”, Belafonte diventerà il primo idolo nero delle sale cinematografiche, sia per il pubblico di colore che per gli spettatori bianchi. Un aspetto, quest’ultimo, che non mancò di essergli rimproverato dall’ala piû oltranzista della battaglia antirazziale.
È stato inoltre il primo attore di colore a vincere un Tony Award a Broadway, per la sua interpretazione della musica popolare americana e caraibica nello spettacolo “John Murray Anderson’s Almanac” del 1953. Sei anni dopo, fu il primo produttore afroamericano a ricevere un Emmy Award per “Tonight With Belafonte”, uno speciale della CBS che presentava la storia della vita dei neri americani attraverso la musica.
Ma soprattutto è stato una star della discografia. Il suo album “Calypso” del 1956 vendette più di 1 milione di copie, diventando per un certo periodo il “rivale” principale di Elvis Presley nella classifiche di vendite della musica pop e generando un interesse mondiale per la musica dal sapore caraibico.
“Non c’era mai stato nessun cantante così popolare tra il pubblico della classe media bianca e quello nero”, ha dichiarato in un’intervista il critico e studioso Henry Louis Gates Jr. “In questo senso, è stato un agente di cambiamento, la voce musicale dei diritti civili”. Usando la musica per celebrare la fratellanza universale, Belafonte ha incoraggiato il pubblico a cantare insieme a canzoni calypso, di protesta e delle gang, alla ballata “Danny Boy” e alla canzone popolare ebraica “Hava Nagila”.
A riprova del suo potere di attrazione, nel 1968 Belafonte fu scelto come primo conduttore nero per sostituire Johnny Carson al “Tonight Show” della NBC, il programma di approfondimento notturno più seguito del Paese. Belafonte usò la piattaforma non solo per intrattenere, ma anche per discutere di diritti civili o della guerra del Vietnam con ospiti come King o l’allora candidato alla presidenza Robert F. Kennedy.
Nello stesso anno, Belafonte e la cantante bianca inglese Petula Clark si esibirono in duetto nell’ esecuzione della canzone contro la guerra “Paths of Glory” in uno speciale della NBC. Un dirigente pubblicitario della casa automobilistica Chrysler-Plymouth, che sponsorizzava lo spettacolo, protestò vivacemente quando, durante la registrazione, la Clark toccò spontaneamente il braccio di Belafonte.
Il dirigente che aveva interrotto la canzone e aveva chiesto di rifare la registrazione, fu poi rimproverato dalla Chrysler e fu costretto a telefonare a Belafonte per scusarsi. “Le sue scuse arrivano con 100 anni di ritardo”, rispose il cantante. La NBC mantenne la scena quando lo show fu trasmesso. In seguito Belafonte disse a un intervistatore: “È essenziale per la televisione e per le industrie sapere che esistono persone come questo dirigente. Sono stanco e frustrato per quello che devo continuamente trovarmi ad affrontare e a combattere”.
L’alleanza con King
Belafonte conobbe King nel 1956, quando l’allora oscuro predicatore chiamò e invitò il cantante e attore a sentirlo parlare alla Abyssinian Baptist Church di Harlem. Belafonte, che aveva due anni in più di King, dichiarò di essere rimasto “scosso” dal sermone e in seguito ha sempre parlato di King come di una figura che ha completamente trasformato la sua vita.
“Non ero un nonviolento di natura – o se lo ero, il fatto di crescere nelle strade di Harlem me l’aveva fatto passare – quindi per qualche tempo ho visto la nonviolenza più come un’accorta tattica organizzativa che altro”, ha scritto nel suo libro di memorie del 2011, “My Song”, scritto con Michael Shnayerson.
“Man mano che conoscevo meglio Martin e vedevo la nonviolenza messa alla prova, arrivavo ad apprezzarne il valore spirituale ed emotivo”, ha aggiunto. “Ho scoperto di voler vivere io stesso secondo questi valori, sia per aiutare il movimento sia per lavare via la mia rabbia personale”.
Come uno dei principali benefattori di King, Belafonte ha usato la sua amicizia con Frank Sinatra, Marlon Brando, Lena Horne e Henry Fonda per raccogliere più di 100.000 dollari per finanziare le Freedom Rides del 1964, che sfidavano la segregazione razziale nei trasporti interstatali. Portò anche Brando, Charlton Heston, Paul Newman e Tony Bennett alla Marcia su Washington del 1963, dove King tenne il suo discorso “I Have a Dream” – una dimostrazione critica del sostegno dei bianchi che rese il discorso di King ancora più universale.
Come uno degli intrattenitori più pagati del mondo dello spettacolo, Belafonte raccolse velocemente ingenti somme di denaro per pagare le cauzioni dei leader dei diritti civili e dei manifestanti fuori dalle carceri del Sud. Durante le amministrazioni Kennedy e Johnson, la sua villa di 23 stanze sulla West End Avenue di Manhattan era usata dai leader del movimento e dai funzionari del Dipartimento di Giustizia come luogo privilegiato di dibattito e mediazione.
Dopo l’assassinio di King nel 1968, Belafonte è diventato un testimonial umanitario itinerante senza portafoglio. Contribuì a fondare TransAfrica, un gruppo di pressione che sollecitava sanzioni economiche contro il regime di apartheid del Sudafrica. Ha fatto pressioni per il rilascio di Nelson Mandela e ha contribuito a coordinare la prima visita del futuro presidente sudafricano negli Stati Uniti dopo la sua liberazione nel 1990.
Dopo la morte dell’intrattenitore Danny Kaye nel 1987, Belafonte è diventato il secondo americano a ricevere il titolo di “ambasciatore di buona volontà” dell’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Ha usato questa posizione per unire artisti e intellettuali in Africa e concentrarsi su problemi come la fame, la poliomelite e la malaria.
La portata del lavoro di Belafonte gli è valsa la National Medal of Arts nel 1994, il Kennedy Center Honors nel 1989 e i premi alla carriera del NAACP e dei Grammy. Nel 2014 ha ricevuto il Jean Hersholt Humanitarian Award dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
Il già citato Henry Louis Gates lo ha definito “un anello di congiunzione e un residuo dell’ardente impegno della vecchia sinistra radicale”, aggiungendo che Belafonte “si vede come una voce solitaria che sostiene le cause lasciate indietro dall’establishment nero in ascesa”.
Il suo modo di fare intransigente ha messo a dura prova o ha messo fine alle amicizie un tempo strette con celebri personaggi quali Sidney Poitier e Bill Cosby. Si è anche allontanato dai membri della famiglia di King, criticandoli perché più interessati a trarre profitto dall’eredità del leader dei diritti civili che a usare la sua statura per promuovere cause come la riduzione della povertà e i diritti dei lavoratori.
Nel 2012, una decina d’anni dopo la decisione di interrompere la sua attività musicale e cinematografica, Harry Belafonte è stato ospite d’onore del Locarno Film Festival, che gli ha conferito il Pardo alla carriera. Nel sito della RSI la bella intervista di Cristina Trezzini
Versione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: Harry Belafonte durante l’intervista della RSI
Storia di un partigiano “diverso” dagli altri
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Era ancora studente, presso il regio liceo di Roma. La sua ambizione, diventare medico. Specializzato in ‘malattie tropicali’. Ma a soli 19 anni entrò nelle formazioni partigiane.
Lo aveva deciso influenzato da un suo professore di liceo, Pilo Albertelli, che nel marzo 1944 pagò il suo anti-fascismo nell’eccidio delle Fosse Ardeatine (morti 335, soprattutto civili, selezionati uno a uno dai ‘repubblichini’ alleati dei nazisti), rappresaglia tedesca per l’attentato di Via Rasella: 33 soldati del Führer uccisi, quelli che l’attuale presidente post-fascista del Senato, Ignazio La Russa, ha definito “una banda musicale di semi-pensionati”, in realtà militari nazisti della “Bozen” alto-atesina, nelle cui mani cadrà alla fine il protagonista di questa storia.
Con molto coraggio (racconteranno i suoi compagni), nelle fila dei gruppi politicamente vicini ai gobettiani di “Giustizia e Libertà”, partecipò inizialmente alle azioni per la liberazione della capitale. Ne uscì illeso. Avrebbe potuto finirla lì, la sua lotta di liberazione. Decise invece di continuare a combattere contro i carnefici della Shoah e contro quelli che in Italia li avevano assecondati con le leggi razziali prima e poi con le strazianti deportazioni dal ghetto di Roma, il più antico della diaspora europea. La sua ossessione, l’anti-razzismo.
L’Italia del Nord era ancora sotto occupazione. Si arruolò nella “Special Force” delle forze alleate. Venne paracaduto nella regione di Biella, dove partecipò a diverse azioni di sabotaggio. Il 17 gennaio 1945 – mentre in molti villaggi si moltiplicavano le stragi di civili da parte di tedeschi in ritirata – venne catturato e trasferito a Villa Schneider di Rho, quartier-generale dei nazi-fascisti di tragica memoria. Venne costretto a leggere in radio un proclama contro la Resistenza. Seduto davanti al microfono, cominciò con queste parole: “Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non identificabile con dittature simili a quella fascista che ho deciso di combattere”. Bloccato, picchiato, subito deportato nel campo di Gries, proprio quello gestito dalla “Bozen” della pattuglia attaccata in via Rasella.
Per il Terzo Reich si avvicinava la fine. E lui venne liberato in un raid alleato. Ma di nuovo decise di proseguire. Il “lavoro” non era finito. Riprese la lotta partigiana nelle valli del Trentino. Anche lì i nazi-fascisti mettevano ancora in atto feroci rappresaglie.
Si portò in Val di Fiemme per evitare l’ennesima mattanza. E fu così che morì: in quella che viene ricordata come la strage di Stramentizzo. Storicamente, fu l’ultima rappresaglia tedesca in Italia.
Il suo nome era Giorgio Marincola. Aveva trascorso l’infanzia presso gli zii in Calabria, prima di raggiungere il padre a Roma. Padre che aveva avuto Giorgio, oltre a una bambina, da una donna etiope quando era militare nel paese africano colonizzato da Roma, tassello del nuovo traballante e feroce italico impero. Uomo di principi e di coraggio, l’uomo aveva riconosciuto i due figli (molti altri non l’avrebbero fatto), aveva garantito loro la sua nazionalità, e se li era portati in Italia.
Giorgio aveva la pelle scura. Il primo africano. Il “partigiano nero” della Resistenza.
Chi riscrive la storia?
Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico
Dobbiamo «riscrivere» la storia del fascismo e dell’antifascismo nell’Italia repubblicana in nome della «pacificazione» nazionale. In vista della celebrazione di un 25 aprile che non si vuole più «divisiva», questa sorta di invocazione viene continuamente ripetuta, non solo, com’è ovvio, nell’ambito dell’area neofascista attualmente al governo, ma anche in un’area più vasta di «pacificatori».
Ci si appella alla necessità di una comune riflessione ispirata alla pietas per le giovani vittime della violenza negli anni di piombo. Questo atto doveroso, però, non ha nessun bisogno di riscritture della storia, né, tantomeno, di «pacificazione» tra forme fascismo e antifascismo. Nessuno dei pacificati/pacificatori si è posto alcune domande essenziali concernenti il carattere della conoscenza storica: che cosa significa «riscrivere» la storia? Chi la riscrive e con quali strumenti analitici? I politici che vogliono la «riscrittura» a quale tipo di studi pensano di fare riferimento? Con chi intendono «parlare», insomma?
Giorgia Meloni, ad esempio, parla con un’immagine di storia, un’evocazione di nebulose atmosfere intessute di memoria a sfondo revanscista. Non parla assolutamente con la storia come frutto del lavoro degli studiosi di mestiere.
«Riscriviamo pure la storia e facciamolo come un rifiuto della violenza e dell’odio»: afferma il senatore del Pd Walter Verini («Corriere della Sera», 17 aprile). Con chi «parla» Verini»?
Possiamo escludere ch’egli, proprio come la Presidente del Consiglio, «parli» con i risultati e i metodi della storiografia professionale.
Per i cultori della «fiamma» tale pratica è elemento costitutivo di un’agenda politica assunta a partire immediatamente dopo il 1945. Altrettanto costitutiva una prospettiva del tutto inversa da parte della tradizione politico-culturale da cui molti dei parlamentari Pddicono di fare un qualche riferimento. Per i parlamentari del Pci degli anni Settanta e Ottanta ogni discorso sulla storia non poteva che partire dai risultati raggiunti dalla storiografia sull’oggetto considerata pertinente dalla comunità scientifica. Per costoro un’affermazione come quella di Verini sarebbe stata causa di un penoso stupore.
Ovviamente il deputato Renato Zangheri o il senatore Giuliano Procacci, due tra i più autorevoli storici europei del secondo dopoguerra, l’avrebbero giudicata priva di qualsiasi fondamento storico e politico. Però, anche il deputato Rolando Tamburini, prima operaio siderurgico, poi segretario di Camera del Lavoro, poi sindaco di Piombino e infine parlamentare, l’avrebbe sentita del tutto estranea ad una cultura politica, la sua, per la quale la storia era elemento fondamentale della conoscenza di una realtà ch’egli voleva cambiare radicalmente. E proprio per questo doveva essere conoscenza reale, scritta secondo le metodologie più critiche e innovative.
Non si «riscrive» la storia per«rifiutare odio e violenza». La «riscrittura» è elemento consustanziale del lavoro storico. La riscrittura è il frutto continuo della ricerca e dell’innovazione metodologica, è elemento essenziale di ampliamento e approfondimento conoscitivo. La conoscenza storica è esplicativa delle fratture profonde, come quella del 25 aprile 1945, non certo di una loro immaginaria ricomposizione.Anzi il fatto che molte delle nuove ricerche mettano in rilievo il legame tra la guerra civile 1919-1921 e quella 1943-1945 (in non pochi casi le stesse persone ne furono protagoniste) spinge a riflettere ulteriormente sul carattere dirimente del 25 aprile.
Si tratta, infatti, di una data che apre alla possibilità del rovesciamento di aspetti fondamentali di un ordine sociale del quale il fascismo del ventennio era stato il massimo garante. Sappiamo bene come il rapporto tra cesure e continuità sia complesso, e come, dopo il 1945, le nuove forme di ricomposizione dell’ordine sociale si ritrovino ad incrociarsi con le nuove/vecchie forme fascismo.
Nel novembre 1921 Emilio Lussu fu testimone del Congresso in cui i Fasci italiani di combattimento divennero Partito Nazionale Fascista. Assistette al Congresso appartato nell’angolo di un palco. L’aveva fatto entrare uno squadrista figlio di un ricco agrario della valle padana che era stato sottotenente nel battaglione comandato dal capitano Lussu e che conservava nei suoi riguardi sentimenti di rispetto e ammirazione. Lo squadrista aveva una mano lacerata.
– Quei briganti mi hanno ferito durante un attacco notturno. – Quali briganti? – I contadini. – Ma i contadini attaccavano o erano attaccati? – No, attaccavamo noi. E siamo riusciti a stroncarli. È finita la cuccagna. Pensi che ogni contadino guadagnava persino quaranta lire al giorno. – E adesso? – Ah, ora le cose sono cambiate. – Ma quanto guadagnano ora? – Quattordici lire. E sono anche troppe. (Marcia su Roma e dintorni, 1933)
Nella nostra riflessione sul rapporto tra la frattura del 25 aprile e le lunghe continuità è da questa consapevolezza che dobbiamo sempre ripartire.