Un fascismo redivivo

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Di Francesco Memo, Il Mulino

In una poesia poco nota del 1953, Pier Paolo Pasolini racconta di come passeggiando per una Roma dolce e desolata, carica di un’ansia e di una tensione indefinite, si sia trovato d’improvviso in mezzo a una “smorta folla”. In mezzo a quella folla un palco coperto di bandiere, al centro la fiamma fascista. È una rara testimonianza lirica di un raduno del Movimento sociale italiano – il partito fondato da Almirante nel 1946 – nella quale Pasolini descrive, attraverso la prospettiva sensuale che gli è propria, fatta di sensazioni fisiche, quasi epidermiche, lo straniamento e lo sconforto di ritrovarsi di fronte a un fascismo redivivo, seppure per una sera e in una sola piazza, a pochi anni dai freschi giorni di speranza della Liberazione.

Ora, alla vigilia del 25 aprile 2023, come in un cannocchiale rovesciato, questa poesia mi è tornata in mente. Quest’anno, lo sappiamo, le celebrazioni della Liberazione assumono un significato diverso. Per la prima volta nella storia repubblicana in capo al governo e alle principali cariche istituzionali siedono esponenti che la storia missina rivendicano con orgoglio, e sono arrivati a occupare quelle posizioni a cento anni esatti dalla Marcia su Roma, che del regime di Mussolini fu mito fondativo.

Qualcuno, nei mesi passati, ha sostenuto che l’ingresso degli eredi diretti del partito neofascista nel cuore dello Stato rappresentasse una sorta di normalizzazione, a lungo attesa, per poter pacificare il Paese. In fondo sono trascorsi quasi ottant’anni dalla Liberazione, più o meno la stessa distanza che separa un giovane degli anni Cinquanta dal periodo risorgimentale. Vicende lontane, che non giustificano il perdurare della radiazione di fondo della guerra civile dalla storia italiana. La giovane premier, del resto, che motivo avrebbe di rivangare vecchie storie che non interessano più a nessuno?

Eppure, non passa giorno in cui non si assista a una dichiarazione che proprio sulla delegittimazione della Resistenza e sulla negazione delle fondamenta antifasciste della Repubblica va a insistere. Non si tratta di vecchie storie; è proprio una storia “altra” che si vorrebbe scrivere.

Ancora non si è posata la polemica sollevata dalle vergognose parole del presidente del Senato sull’attentato di via Rasella, parole che seguivano di pochi giorni, ricordiamolo, un’uscita altrettanto mistificatoria del capo del governo sui 335 morti assassinati nelle Fosse Ardeatine. Prese insieme, messe l’una a fianco dell’altra, le due affermazioni disegnano un quadro coerente, in cui chi ha lottato contro l’occupazione tedesca e il regime fascista o scompare – i martiri delle Ardeatine uccisi in quanto italiani – o viene esplicitamente indicato come un avventato provocatore, che per inseguire testardamente posizioni di parte (vedi anche l’ultima intemerata, sempre di La Russa, sui partigiani rossi e i partigiani bianchi) mette a repentaglio la sicurezza di tutti. Diventando così corresponsabile della ferocia stragista perpetrata da coloro che combatteva e che tentava con ogni mezzo di rovesciare, a rischio, innanzitutto, della propria vita.

“La strategia consiste nel somministrare il veleno a piccole dosi sapientemente distillate perché il corpo si abitui” – ha scritto lo storico Antonio Gibelli in un recente intervento sul “Secolo XIX” – “ossia modificare la narrazione pubblica della storia italiana così come è scritta indelebilmente nella Costituzione: depotenziare la discriminante tra fascismo e antifascismo, il primo macchia pesante, autentico macigno nella storia italiana, il secondo (tutti compresi) artefice della rinascita democratica”.

Non è un caso che tale strategia venga applicata in relazione ai fatti di via Rasella, e alla strage che ne è seguita. All’attentato del 23 marzo 1944 contro le forze tedesche di stanza nella capitale (spacciata come banda musicale di anziani pensionati) parteciparono protagonisti di primo piano della Resistenza e della stagione costituzionale, come Franco Calamandrei, e gettare fango e rilanciare falsità permette di macchiare in un colpo solo la lotta partigiana e la sua eredità istituzionale.

D’altronde, non c’è dubbio che la questione delle rappresaglie costituisca uno dei nodi più drammatici di quegli anni bui. Un tempo, durante la Seconda guerra mondiale, in cui la vita costava cara e il prezzo chiamava in causa quotidianamente la moralità stessa di ogni scelta, politica ed esistenziale. Non è certo un caso che, nel suo libro imprescindibile sulla guerra civile, che chiunque dovrebbe leggere per comprendere la realtà viva e complessa del fenomeno resistenziale, Claudio Pavone dedichi alle rappresaglie un intero paragrafo, nel viluppo di dubbi e dilemmi tra il dovere morale di agire e la terribile valutazione dei rischi, individuali e collettivi, che ne derivavano.

Non furono solo i tedeschi, come si vuol far credere per attenuare le responsabilità del fascismo, a perpetrare rappresaglie su oppositori e civili. Non solo perché, come ha opportunamente ricordato il presidente Mattarella in visita ad Auschwitz-Birkenau, furono mani di fascisti a consegnare i nostri concittadini alla ferocia tedesca, ma perché i fascisti repubblicani si macchiarono direttamente e ripetutamente di rappresaglie, sulla scia di quanto fatto dal regio esercito nei Balcani e in Africa. Basti ricordare la strage di Ferrara del 15 novembre del 1943, nella quale furono assassinati 11 “traditori del fascismo” (antifascisti, ebrei, oppositori del regime), come vendetta per l’assassinio del Federale Igino Ghisellini. La strage di Ferrara segna un punto di svolta nella guerra civile, e ce ne rimane una mirabile rappresentazione in un racconto di un altro grande scrittore sodale di Pasolini, Giorgio Bassani, nella bellissima raccolta – in bilico tra guerra e dopoguerra, memoria e oblio – delle Cinque storie ferraresi.

La stessa strategia di rimozione è emersa con evidenza durante la visita di Meloni in Etiopia. Nel rapportarsi a un Paese un tempo messo a ferro e fuoco dai nostri connazionali, non si sfiora il passato coloniale, preferendo parlare in maniera ambigua di “relazioni storiche da rafforzare ulteriormente”. Sia chiaro, la rimozione dei crimini commessi durante le guerre in Africa (prima e durante il fascismo) e il mancato riconoscimento pubblico di quella pagina nera della storia nazionale non sono certo responsabilità dell’attuale governo. Ma non si può non notare come questo sprezzo venga dalla leader di un partito che riconosce pubblicamente il maresciallo Rodolfo Graziani – gerarca fascista, criminale di guerra per i massacri in Etiopia e Libia, presidente del Msi nel dopoguerra – come un eroe cui tributare onori e riconoscimenti.

Non è vano ricordare questi fatti, come non lo è ribadire la verità storica di fronte a continui tentativi di offuscare i confini tra vero e falso, tra alluso e dichiarato, tra scandalo e smentita. D’altronde, come è stata affrontata la polemica su via Rasella e le Ardeatine da parte dei due protagonisti che l’hanno innescata? Con una spavalda scrollata di spalle, volta come sempre a minimizzare. Minimizzare e dissimulare, perché è evidente la volontà di Meloni, La Russa e colleghi di spostare il confine del lecito ogni giorno un po’ più in là.

Del resto, in questa storia alternativa il fascismo – quello storico, ma anche e soprattutto il neofascismo del dopoguerra, con tutti i suoi lati eversivi – è visto come una fiamma pura al quale pochi audaci, soldati al servizio dell’ideale, hanno prestato energie e passioni, mentre la costituzione materiale e immateriale del Paese ingiustamente li emarginava. Ora che al governo siedono i nipoti e i figli di quel pugno di eroi trattati a lungo da paria, è arrivato finalmente il momento di riconoscerne il valore e il ruolo, addirittura “democratico”, inserendoli a pieno titolo nel pantheon repubblicano.

Nella poesia da cui sono partito il fascismo, creduto morto, torna inaspettato, odioso, offuscando e rendendo irreali i bei giorni della vittoria, i freschi giorni del popolo, la Liberazione e il 25 aprile, quasi essi fossero morti. Ma è allora che appare nella folla una presenza amica, un compagno, fantasma nei fantasmi, che lancia uno sguardo fraterno che il poeta riconosce all’istante. È Guido, fratello minore di Pasolini, giovanissimo partigiano morto sui monti per mano di altri partigiani: la storia è sempre contraddittoria e sempre complessa. È qui che prendono il volo i versi di Pasolini, quasi cinematograficamente, sollevando lo sguardo in un crescendo lirico che risuona anche oggi, e che ci invita a scendere in piazza questo 25 aprile, non solo per ricordare ciò che stato, ma per pietà verso il nostro stesso destino.

 Da “Notte a piazza di Spagna” di Pier Paolo Pasolini,

(…)
E in questo triste sguardo d’intesa,
per la prima volta, dall’inverno
in cui la sua ventura fu appresa,
e mai creduta, mio fratello mi sorride,
mi è vicino. Ha dolorosa e accesa,
nel sorriso, la luce con cui vide,
oscuro partigiano, non ventenne
ancora, come era da decidere
con vera dignità, con furia indenne
d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra,
in quei poveri occhi, umiliante e solenne…
Egli chiede pietà, con quel suo modesto,
tremendo sguardo, non per il suo destino,
ma per il nostro…
 Ed è lui, il troppo onesto,
il troppo puro, che deve andare a capo chino?
Mendicare un po’ di luce per questo
mondo rinato in un oscuro mattino?
(…)

Nell’immagine: Ignazio Benito Maria La Russa durante la militanza nel Movimento Sociale Italiano


Resistenza

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 


La Svizzera manipolata da UBS (e da un governo senza competenze)

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Di Jacques Pilet, BONPOURLATETE  

Joe Ackermann ha diretto il Credit Suisse (CS) negli Anni Novanta. Poi si è trasferito alla Deutsche Bank, di cui è diventato il primo presidente straniero. Dopo un passaggio nel settore assicurativo, oggi è un economista indipendente. Val la pena di ripercorrere un suo recente colloquio con Eric Gujer della NZZ, trasmesso dal proprio sito online nel programma “Standpunkte”. Ackermann spiega come a partire da un piccolo Paese, spinti da un’ambizione internazionale smisurata, navigando nelle acque insondabili e cangianti del “shadow banking” statunitense, si vada inevitabilmente incontro a numerosi rischi. Ieri, come oggi e come…domani. Soprattutto ricorda che UBS sognava da tempo di poter mettere le mani su CS: almeno dal 1998. Si trattava di un disegno strategico. Oggi realizzato. Realizzato grazie a quanto ottenuto il 19 marzo scorso: “un regalo” – è l’espressione che utilizza – del Consiglio federale. Il quale si è detto pronto a offrire all’operazione enormi garanzie, fino a 209 miliardi di franchi.

Si trattava dell’unica soluzione possibile, come ripetono i deputati “acquisiti” alla causa di UBS? Joe Ackermann non lo crede affatto. Altri scenari gli sembravano realizzabili. Tanto più che da circa un anno discuteva con qualche amico un piano di salvataggio per Credit Suisse, che con loro vedeva già esposto ai peggiori pericoli. Un piano basato sull’iniezione di capitali privati, e soprattutto su uno smembramento: concentrarsi sul mercato svizzero, e vendere il settore investimenti esteri. Ma in quei mesi durante i quali si accumulavano nubi pericolose, le autorità competenti, Dipartimento delle Finanze, Finma, Banca Nazionale, hanno dormito? Dopo qualche gentile esitazione, la sua risposta è netta: si, hanno dormito. Si sono basate su qualche rassicurante parametro, ma del tutto insufficiente per prendere le misure della gravità di una situazione che pericolosamente progrediva a grande velocità. 

In che modo questo “guru”, maestro di astuzia finanziaria, ha reagito all’annuncio dell’annessione? “Ottimamente come azionista di UBS, ma molto meno come cittadino svizzero”. Racconta di aver seguito la conferenza stampa dell’annuncio da Helsinki – sua moglie è finlandese –, e di aver subito avvertito una grande collera.  Decide allora di cercare in Internet i “curricula” delle otto persone che avevano preso una tale decisione: a parte i due esponenti dei rispettivi istituti bancari, tutti gli altri non hanno mai avuto ruolo dirigenziali in una banca. Certo, il Dipartimento delle finanze s’è circondato di consulenti zurighesi e americani (per un totale di spesa stimato a 20 milioni di franchi), ma si tratta di specialisti che aiutano a concretizzare decisioni già adottate, non certo a contribuire con proprie riflessioni sulle scelte da fare. 

Gli operatori di UBS avevano del resto preparato il terreno in modo ammirevole… Naturalmente si può pensare che Ackermann predichi a favore della sua parrocchia; ma è comprensibile che egli si sorprenda di fronte al fatto che nei giorni precedenti a uno “shock” di simili proporzioni non vi siano state consultazioni più ampie e approfondite. Arriva ad affermare che a suo giudizio i decisori si sono ritrovati “prigionieri”. Di chi? Non lo specifica. Ma è chiaro.

A confortare la sua tesi arriva una fresca informazione dell’agenzia americana “Bloomberg”. Dall’inizio dell’anno, assicura il network americano, il “patron” di UBS aveva costituito un piccolo gruppo di esperti, compresi quelli della sua ‘alma mater’ (sic) Morgan Stanley, allo scopo di pianificare l’acquisizione di Credit Suisse, ormai chiaramente sulla strada del fallimento. Il tutto circondato da un rigoroso “top secret”, e all’insaputa dei quadri della banca.

Ackermann naturalmente denuncia, senza reticenze, gli errori dei vertici di Credit Suisse. Ma ancor più chiama in causa la formazione e la preparazione dei quadri bancari in Svizzera. Le scuole non sottolineano abbastanza i rischi della finanza internazionale. Gli stati maggiori non praticano gli “stress test” come avviene per esempio in Germania, dove si simulano scenari di grave crisi e vengono studiati i mezzi per rispondere in una situazione d’urgenza. In parole semplici: i banchieri svizzeri sonnecchiano. Troppo sicuri di sé. Molto più “lontani” di quanto si immagini dalle manovre internazionali della finanza che si muove nell’ombra.

Il seguito degli avvenimenti, che Ackermann non evoca, sembra dargli ragione. UBS è vincente su tutti i fronti. Nessuna regolamentazione supplementare è dietro l’angolo: né sui fondi propri né sulle procedure di sorveglianza. Il Consiglio federale e in particolare la signora KKS (Karin Keller-Sutter) si affidano alle tesi dei beneficiari del “regalo” da parte governativa. Il rifiuto dimostrativo del Consiglio Nazionale nella recente sessione speciale ha un che di vessatorio per l’esecutivo, ma non gli impedisce di procedere. Quanto al problema delle obbligazioni convertibili del Credit Suisse (ben 17 miliardi!), gettati nella spazzatura contrariamente alle azioni, sarà semplicemente messo da parte dai giuristi della macchina federale, anche se taluni articoli di legge possono mettere in dubbio la legalità di una simile decisione, anch’essa adottata in nome del “diritto d’urgenza”.

Apprezzato conoscitore della materia finanziaria, il professore zurighese Marc Chesney aveva già elaborato dieci anni fa una lista di tredici misure con l’obiettivo di diminuire i rischi e garantire maggiore equità tra interesse privato e interesse pubblico. In particolare, preconizzando un sistema di bonus-malus, una micro imposta sulle transazioni, e la certificazione ufficiale dei prodotti finanziari. Tutte queste interessanti proposte rimangono però nel cassetto. Come mai? Perché una specie di “guardia parlamentare” serve la causa delle banche più di quella del popolo. Vi si trovano la destra, il centro e l’UDC, che per la platea ha detto “no” a Keller-Sutter ma al tempo stesso ha rifiutato di migliorare la regolamentazione. E taluni eletti della sinistra e dei Verdi risultano anch’essi molto esitanti quando rischiano di dispiacere a questa parte del mondo economico.

Come smuovere un tale rapporto di forze? Per cominciare, facendo in modo che si aprano gli occhi. È perciò urgente varare la commissione d’inchiesta parlamentare sulla storia di questo sisma finanziario. Con la possibilità di consultare tutti i documenti utili, e con gli interrogatori degli attori coinvolti nel settore privato come nell’amministrazione. Se questo lavoro è fatto fino in fondo, senza concessioni e compiacimenti, avremo la base per correggere un pezzo fondamentale del mondo elvetico.

Senza tutto questo, la grande banca svizzera – ma non poi così grande se guardata dagli Stati Uniti – affronterà i rischi legati allo “shadow banking” ed eventualmente una nuova crisi di fiducia, che sia orchestrata oppure no. In questo caso la Confederazione potrà nuovamente far piovere diverse centinaia di miliardi per salvare questa impresa diretta da incorreggibili megalomani? Porsi la domanda, è già un modo di rispondervi. 

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la vittima era stata designata (Béla Lugosi, Dracula 1931)


Se a Putin servono quelli della Wagner

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Dal fronte interno della Russia, tre notizie: per aver condannato l’invasione militare dell’Ucraina, l’oppositore Vladimir Kara-Mourza dovrà scontare 25 anni di detenzione, la pena più pesante inflitta a un dissidente nell’era Putin; dopo trent’anni di attività dedicati alla lotta per i diritti umani, è stato chiuso anche il “Centro Sakharov”, ultima oasi di relativa libertà a Mosca, attivo nel nome del famoso scienziato (premio Nobel per la pace 1975) che all’inizio della perestrojka Mikhail Gorbaciov aveva riportato a Mosca dal lungo esilio siberiano; infine, Nikolay Peskov, figlio dell’elegante e ricchissimo portavoce del Cremlino (fu fotografato con al polso un orologio da 600 mila dollari), ha servito nei ranghi del battaglione Wagner naturalmente “comportandosi con coraggio e onore”, come si sono affrettati a precisare i vertici dell’organizzazione: il rampollo ha così potuto cancellare la vergogna di quando, a una falsa telefonata da un centro moscovita d’arruolamento e la prospettiva di indossare la divisa e partire per il fronte ucraino, rispose che avrebbe “regolato la cosa in alto”, cioè con ‘papi’, che del resto lo ha mantenuto in una lunga e comoda vita di studi nell’Occidente “decadente e depravato” della narrazione ufficiale. 

Tre fatti passati praticamente sotto silenzio sui quotidiani occidentali, nonché nelle denunce dei critici sul sostegno militare della Nato all’Ucraina. Eppure, vi è in esse uno spaccato significativo, e anche inquietante, che segnala metodi e conferma limiti militari del Cremlino. Da una parte, la morsa putiniana trascina sempre più inesorabilmente la Russia nell’assolutismo di Putin; dall’altra il ricorso alla Wagner, ideologia para-fascista, esercito privato di cui il Cremlino si serve sia per necessità operative, sia per molti “lavori sporchi”, sia e soprattutto per estendere in Africa (basti pensare all’attuale tragedia del Sudan) la propria influenza politica e metter le mani sui mercati delle materie prime. “Raw materials”, queste, indispensabili a quel fronte russo-cinese (ben documentato da I. Mandraud e J. Théron nel recentissimo libro “Le pacte des autocrates”) che intende sfidare l’Occidente, cambiare l’attuale quadro strategico-economico mondiale, sostituire “la dittatura del dollaro”.

La base operativa della Wagner (per ruolo, ideologia e numero di combattenti, qualcosa di assai diverso dai deprecabili “contractors” americani in Iraq) si trova nella Russia meridionale, a due passi dal quartier generale del GRU, servizi segreti russi; la milizia privata in parte si autofinanzia con i raid e i servizi resi a dittatori di ogni tipo, dal Mali al Centrafrica alla Libia, e in parte riceve fondi occulti dal ministero della Difesa; e il suo fondatore Evghenji Prigozhin (detto ‘il cuoco di Putin’, per la sua catena di ristoranti e il puntuale servizio catering al Cremlino)  dà consigli sulla guerra al “gran capo”, non risparmia critiche al ministero della difesa, nutre evidenti ambizioni politiche mal sopportate dal cerchio magico di Putin. Il quale però deve servirsene anche sul fronte “interno”: è “stranamente” un battaglione della Wagner (che ha reclutato anche fra i detenuti) ad assediare Bakhmut in quella parte di Donbass (meno del trenta per cento) che Mosca ha ufficialmente annesso dopo i referendum farsa (esito scontatissimo) del settembre scorso. Eloquente segnale della debolezza del suo esercito. E al diavolo se la legge russa vieta espressamente… l’attività mercenaria.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: la presenza del gruppo Wagner nel mondo (Wikipedia)


Tragedia del Sudan e mire del Cremlino

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Il Sudan ha una storia senza requie, scorre con l’impeto del Nilo, il suo fiume travolgente, il fiume magico. Pensi che tutto ormai sia stabilito, regolare, durevole. Passano alcuni mesi è tutto ridiventa fluido e spesso radicalmente mutato. Gli articoli scritti un anno fa non servono già più, sono superati dall’accavallarsi degli avvenimenti: sempre drammatici. Eppure, golpe dopo golpe, la sensazione è quella di una scena eguale, senza sviluppo come il fotogramma di una pellicola ferma. La tragedia qui si coniuga al presente. Sotto un’interminabile canicola si attende che il sole sfochi all’orizzonte in un vibrante luccichio, come se il mondo esalasse l’ultimo respiro. A Kharthoum c’è poco da vedere. Si sta ad ammirare il Nilo, le acque gialle di quello Bianco che si mescolano con quelle bruno verdi del Nilo azzurro. Anni fa, se non erano disturbati dai battelli, si vedevano i coccodrilli prendere il sole appiattiti sulle lingue di sabbia, simili a tronchi secchi abbandonati dalla corrente. Pazienti. Rassegnati. Si attende.

Prendete i due protagonisti della guerra che da due giorni trasforma la capitale nel campo di una confusa battaglia, stordita dal fumo che si leva dai quartieri che ospitano i luoghi del Potere e i comandi militari, guizzi di clamidi bianche in strade deserte, gente che rischia la vita per cercare cibo o una zona della città più sicura. I morti sono già decine, i becchini lavorano in fretta tenendo d’occhio il cielo in cui sibilano, scaricando razzi, caccia ed elicotteri.

Non è la rivoluzione, purtroppo. Un regolamento di conti tra criminali in uniforme, tra sudici cleptocrati ornati di greche e usurpate medaglie: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo della giunta militare che nei 2021 ha spazzato via a mitragliate un fragile tentativo di speranza democratica e Mohamed Hamdam Dagalo detto “Hemetti”, capo degli squadroni della morte, il boia del genocidio nel Darfur.

Non c’è un buono e un cattivo, non perdete tempo a distinguerli. Sono due ex complici che hanno litigato per il bottino, ovvero il Sudan, i suoi morti di fame, la sua miseria, i suoi traffici, le sue miniere. Le milizie, i “janjawid”, i diavoli a cavallo responsabili della pulizia etnica, dopo il golpe sono state inglobate nell’esercito con il pomposo nome di Forza di intervento rapido. A cui era affidato anche il lucroso controllo delle frontiere e dei migranti, con il sostegno finanziario dell’Unione Europea.

Un modo, nei piani di Burhan, per metter loro in uno solo colpo divisa e museruola, ridurle all’obbedienza, limitando così gli appetiti del loro padrone. Sì, perché Hemetti ha ambizioni vaste, vuole il potere, tutto. Così ha scatenato il suo esercito, che ha ben armato, contro quello regolare. Non gli manca l’impudenza. Pensate: lui, il genocida, accusa l’ex socio di essere «un criminale da consegnare alla giustizia» per aver tradito le speranza di «democrazia» e invita il popolo a scendere in piazza al suo fianco per rovesciare la giunta.

Ti prende lo scoramento pensando al 2019 quando i sudanesi dopo tre generazioni di dittature, l’ultima quella di al Bashir, il complice di Bin Laden, estrassero quasi alla cieca dal proprio coraggio e dalla propria disperazione una imprevedibile rivoluzione. Fu uno scoppio di realtà, il destarsi di antiche speranza che non si osava nemmeno confessare, di rabbie tumultuose, di contraddizioni fino ad allora nascoste. Una rivoluzione, sì, ma priva di idee come spesso in Africa. Durò poco due anni e molti morti. Poi tutto tornò come prima: spazzata via la festa, l’accampamento della democrazia vicino al ponte di ferro sul Nilo azzurro, le scuole per i bambini di strada , le distribuzioni di cibo per i poveri, le infinite discussioni sulla libertà possibile, temporanea ed eterna.

Tornarono subito gli esponenti di una gerarchia militare infognata di gente feroce, arretrata, avida, di un attaccamento vischioso al potere e alle sue prebende. Gli Hemetti e i Burhan, appunto. Sì perché se sollevi le divise di stile britannico quello che conta, sempre, è il portafoglio dell’ esercito, un patrimonio saggiamente diversificato, dall’allevamento dei polli all’immobiliare, alle miniere.

Già, le miniere. Hemetti, un massacro dopo l’altro, è diventato uno degli uomini più ricchi del Sudan. Non solo ripulendo il Darfur ma anche nelle province del Kordofan e del Nilo azzurro. Il dittatore al Bashir ordinava e i suoi tagliagole eseguivano. Massacri saccheggi stupri razzie di bambini trasformati in mini soldati efficaci, crudeli, a basso costo. Dieci anni dopo un altro Ruanda, lo stesso odore del Mostro, la stessa omertà, 800 mila orfani del diritto internazionale, eccezioni dell’imperialismo umanitario. Non lo sottovalutiamo, questo ex commerciante di cammelli è più che un rozzo manovale delle pulizie etniche. Ha intuito che in Africa il vento stava cambiando, i tempi un po’ sonnacchiosi del post colonialismo occidentale erano al tramonto. C’erano i cinesi , ma soprattutto erano tornati i russi. Non più i sovietici e le stagionate frottole dell’internazionalismo proletario. Ma il sorriso implacabile di Putin e i suoi apostoli africani con kalashnikov e società minerarie al seguito, ovvero Evgheni Prigozhin e la Wagner. Offrono armi, «sicurezza» e contratti in cui si può fare a metà senza retoriche umanitarie e rimorsi. Nella sinfonia africana di Putin i golpisti sudanesi suonano gli strumenti fondamentali.

È vero, l’infiltrazione russa qui è iniziata ai tempi di al Bashir, isolato dalla sanzioni, braccato dalla lumachesca giustizia internazionale. Il nuovo imperialismo russo era un alleato perfetto: piovevano armi moderne, istruttori militari, addirittura la firma per la concessione di una base navale vicino a Port Sudan, di fronte ad Aden dove passa il dieci per cento del commercio mondiale. Era la duplicazione africana di Tartus in Siria, il ritorno dell’orso che aveva imparato a nuotare in mari perduti dopo la chiusura della base sovietica in Somalia nel 1977. Il contratto prevede la concessione per 25 anni, una rada per ospitare almeno quattro navi da guerra tra cui unità a propulsione atomica, una guarnigione militare russa di 300 uomini con immunità diplomatica.

Il cambio di dittatori al potere ha solo rafforzato l’intesa. Khartoum è diventata il nodo centrale del sistema Wagner. Nella sede dei servizi segreti sudanesi e con la loro mediazione è stato siglato l’accordo con i gruppi armati del Centrafarica che ne ha fatto una delle “colonie” russe del continente insieme al Mali e al Burkina Faso. Per questo si ipotizza che Mosca potrebbe essere il regista del tentato golpe di Dagalo. Il paradosso della guerra tra i due generali è che entrambi sono legati alla Russia. Mentre l’attenzione dell’Occidente è fissa su quanto accade in Ucraina Putin sta vincendo la guerra in altre zone del mondo, seduce regimi dittatoriali che gli assomigliano e che diventano dipendenti da lui per la sopravvivenza autocratica, controlla zone del mondo, si assicura materie prime che diventeranno sempre più decisive in una guerra mondiale che è già in corso e che durerà decenni. L’Ucraina è solo il pretesto, la miccia usata da Mosca per dar fuoco all’incendio. Bakhmut non conta nulla, serve a ipnotizzarci. La vittoria si giocherà nel Sahel, in Africa centrale, in Medio oriente. E domani nel Mar cinese e a Taiwan.

Nell’immagine: la situazione in Sudan il 22 aprile scorso. In rosso le forze del RSF di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”; in blu l’esercito nazionale di Abdel Fattah al-Burhan (SAF)


Fate attenzione ai gruppi paramilitari – Lo storico statunitense Timothy Snyder sui pericoli che corre la democrazia

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Proponiamo un estratto dal libro del 2017 di Timothy Snyder “Venti lezioni – Per salvare la democrazia dalle malattie della politica” recentemente ripubblicato da Rizzoli (pp.44-48)


Quando gli uomini armati che hanno sempre affermato di essere contro il sistema cominciano ad indossare uniformi e a marciare con le torce e le effigi di un leader, la fine è vicina. Quando si mescolano alla polizia e all’esercito regolari la fine è arrivata.

La maggioranza dei governi cerca, quasi sempre, di monopolizzare la violenza. Se il governo è il solo a poter usare legittimamente la forza, e questo uso è vincolato dalla legge, le forme politiche che diamo per scontate diventano possibili. È impossibile garantire elezioni democratiche, giudicare le cause in tribunale, progettare e applicare le leggi o svolgere qualsiasi normale attività di governo se altri organismi al di là di quelli statali hanno accesso alla violenza. Proprio per questa ragione, gli individui e i partiti che desiderano minare la democrazia e lo stato di diritto creano organizzazioni violente che si impegnano in politica. Questi gruppi possono assumere la forma dell’ala paramilitare di un partito, della guardia del corpo di un politico o di iniziative spontanee di cittadini che di solito risultano poi organizzate da un partito o dal suo leader.

I gruppi armati prima deteriorano un ordine politico e poi lo trasformano. I gruppi violenti di destra, come la Guardia di ferro rumena o il Partito delle croci frecciate ungherese nel periodo tra le due guerre, incuteva timore ai rivali con le minacce. I reparti d’assalto nazisti cominciarono come squadre di sicurezza per cacciare gli avversari di Hitler dalle sale durante i suoi comizi. Le SA e le SS crearono un clima di terrore che contribuì a far vincere al Partito nazista le elezioni del 1932 e 1933. In Austria, nel 1938, furono le SA locali a sfruttare rapidamente l’assenza dell’autorità sul posto per saccheggiare, picchiare e umiliare gli ebrei, cambiando così le regole della politica e preparando la strada alla conquista del Paese da parte dei nazisti. In Germania furono le SS a dirigere i campi di concentramento, zone in cui non si applicava la legge ordinaria. Durante la Seconda guerra mondiale, le SS estesero l’illegalità sperimentata nei campi a tutti i Paesi d’Europa caduti sotto l’occupazione nazista. Le SS nacquero come organizzazione illegale, diventarono un’organizzazione che trascendeva la legge e finirono per essere l’organizzazione che disfece la legge.

Dal momento che il governo federale americano impiega mercenari in guerra e i governi statali americani pagano alcune società per gestire le prigioni, l’uso della violenza negli Stati Uniti è ormai estremamente privatizzato. Ciò che ha costituito una novità nel 2016, è stato un candidato che ordinava ad una squadra privata di guardie del corpo di cacciare gli avversari dai comizi, ma incoraggiava anche il pubblico ad allontanare chi esprimeva opinioni diverse dalle sue. Un contestatore era accolto dapprima da mormorii di disapprovazione, seguìti da un coro frenetico di “USA! USA!”, e poi costretto ad andarsene. Durante un comizio il candidato disse: “Guardate, ne è avanzato uno. Magari mandatelo fuori. Mandate fuori quell’avanzo”. La folla, raccogliendo il suo suggerimento, cercò di cacciare altre persone che avrebbero potuto essere contestatori, al grido di “USA! USA!”. Il candidato esclamò: “Non è più divertente del solito comizio noioso? Per me è divertente”. Questo genere di violenza collettiva aveva lo scopo di trasformare l’atmosfera politica. L’ha fatto.

Perché la violenza trasformi non solo l’atmosfera ma anche il sistema, le emozioni dei comizi e l’ideologia dell’esclusione devono essere incorporate nell’addestramento di guardie armate. Queste dapprima sfidano la polizia e le forze militari, poi le pervadono e infine le trasformano.

Nell’immagine: emblema della Guardia di ferro. Borchie, medaglie e patacche di questo tipo hanno ancora molti estimatori 


Per chi vale la tassa sul CO2?

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Di Rachel Barbara Häubi, Heidi.news

Il governo federale da anni riduce la tassa sul CO2 per alcuni grandi emettitori di carbonio. Tra il 2013 e il 2020, le esenzioni ammonterebbero a quasi tre miliardi di franchi, secondo una recentissima inchiesta del sito web svizzero in lingua tedesca Das Lamm.

Inquini poco e paghi. Inquini molto e sei esentato. Questo potrebbe essere il motto della Confederazione applicabile alle modalità di riscossione della tassa sul CO2.

Secondo l’indagine del sito informativo d’oltralpe, il governo svizzero ha esentato aziende fortemente inquinanti come il gigante del calcestruzzo Holcim, Lonza e la raffineria di Collombey per quasi tre miliardi di franchi tra il 2013 e il 2020, concedendo loro diritti di emissione gratuiti. Nel frattempo, il resto del Paese – a cominciare dal singolo cittadino – continua a pagare il prezzo pieno.

Eppure si tratta di una tassa importante. In Svizzera, chiunque emetta CO2 bruciando combustibili fossili deve pagarla. Tuttavia, i maggiori emettitori sono spesso esentati. Per queste aziende, come Holcim, Lonza, Roche, o ancora l’aeroporto di Zurigo, è sufficiente partecipare al sistema di scambio di quote di emissioni (SSQE). In cambio di un certificato, ottengono un diritto di emissione per ogni tonnellata di CO2 prodotta. Si stima che tra il 2013 e il 2020 circa 50 aziende svizzere avrebbero partecipato al sistema SSQE.

Un sistema che avvantaggia i grandi emettitori. “Das Lamm” sottolinea che la maggior parte delle aziende private che partecipano al sistema SSQE (circa il 90-95%) hanno beneficiato di certificati gratuiti rilasciati dal Governo, in particolare per preservare l’attrattiva economica del Paese. Queste aziende non sono assolutamente incentivate a limitare le proprie emissioni di CO2, anzi.

Così, appunto, in otto anni, la Confederazione avrebbe perso tre miliardi di franchi di entrate. Peggio ancora, lo Stato avrebbe addirittura concesso più certificati del necessario, in considerazione delle emissioni delle aziende. Di conseguenza, vi sono aziende che hanno pure potuto guadagnare vendendo i certificati in eccesso. Gli autori dell’inchiesta stimano il valore in eccesso a 361 milioni di franchi.

“Il costo per dar seguito alla riscossione della tassa sul carbonio è stato così basso per queste aziende, che le loro emissioni sono diminuite molto poco, solo del 10% tra il 2013 e il 2020”, sottolinea Alex Tiefenbacher, investigatore sul clima per Das Lamm, contattato da Heidi.news.
Secondo lo stesso sito, il gigante del calcestruzzo Holcim – il più grande emettitore di CO2 della Svizzera – avrebbe pagato circa 1,8 milioni di franchi svizzeri per le sue emissioni tra il 2013 e il 2020. Se la multinazionale fosse stata soggetta alle stesse regole del resto della popolazione, avrebbe dovuto pagare 833 milioni di franchi, poiché per i privati e la maggior parte delle aziende svizzere la tassa è di di 120 franchi per tonnellata di CO2 emessa.

Tra le circa cinquanta aziende che beneficiano del sistema SSQE, ve ne sono alcune della Svizzera occidentale. È il caso del gruppo Varo Energy, che gestisce l’ultima raffineria di petrolio in Svizzera, a Cressier (NE), ma anche il più grande parco solare del Paese, in nome del quale beneficia di sostegno pubblico, ma la cui elettricità sarà utilizzata per la produzione di… petrolio. Varo avrebbe ricevuto molti certificati gratuiti che la esentavano dalla tassa sul CO2, per cui avrebbe pagato 7,9 milioni di franchi invece di 226 milioni, sempre secondo i dati di “Das Lamm”.

“Questo dimostra l’assurdità del sistema di scambio di emissioni, che originariamente era stato pensato per decarbonizzare il settore industriale”, afferma Alex Tiefenbacher, che ritiene che il sistema di scambio di emissioni dovrebbe essere più trasparente: “Il sistema è essenziale per regolare le imprese e affrontare la crisi climatica. Tuttavia, sono necessarie più regole e trasparenza. Invece di sovvenzionare i grandi emettitori, il sistema SSQE potrebbe essere utilizzato per pianificare l’uscita dai combustibili fossili. Una tariffa minima per le emissioni di CO2 applicata a tutti, allo stesso modo, eviterebbe il problema.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la raffineria di Cressier del gruppo Varo Energy


Nel circolo vizioso del razzismo

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 

Di Annamaria Rivera (anropologa), femminilemaschileplurale.it

Per cominciare, conviene proporre una definizione di razzismo, sia pure imperfetta. Quella che suggerisco è la sintesi della voce che scrissi per il Grande Dizionario Enciclopedico UTET. Il razzismo – scrivevo – è definibile come “un sistema di credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche e atti politici e sociali, volti a stigmatizzare, discriminare, inferiorizzare, subordinare, segregare, perseguitare e/o sterminare categorie di persone alterizzate”. A mio parere, il termine “razzismo”, al singolare, è preferibile a “razzismi” (molto in voga, anche a sinistra), se vogliamo definire il carattere unitario del concetto, al di là delle variazioni empiriche del fenomeno.

Il razzismo (al singolare) è anche un sistema, spesso subdolo, di disuguaglianze economiche e sociali, nonché giuridiche e di status, che viene riprodotto, avvalorato, legittimato da norme, leggi, procedure e pratiche routinarie: ciò che in altre parole è detto razzismo istituzionale . Il quale finisce per generare una stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse economiche, sociali, materiali e simboliche (lavoro, status, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…). Occorre sottolineare, infatti, l’importanza dei dispositivi simbolici, comunicativi, lessicali che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze.

Quanto alla nozione di “razza” – criticata e poi abbandonata da una buona parte delle stesse scienze sociali e biologiche che avevano contribuito a elaborarla – essa è una categoria tanto infondata quanto paradossale, essendo basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali. “Razza” non è altro che una metafora naturalistica, per dirla con la formula di Colette Guillaumin, sociologa femminista, autrice de L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel (1972): una delle opere migliori che siano state scritte sul mito della razza e sul razzismo, ciò nondimeno tradotta in Italia assai tardivamente, nel 2022 (Edizioni Il Melangolo) . Tale metafora è adoperata per naturalizzare non solo le persone alterizzate , ma anche lo stesso processo di svalorizzazione, stigmatizzazione, gerarchizzazione, discriminazione ai danni di taluni gruppi, minoranze, popolazioni.

Nel razzismo odierno, che si è convenuto di definire “neo-razzismo”, il determinismo biologico-genetico è spesso sfumato, talvolta dissimulato. Al fine di giustificare ostilità, disprezzo o rifiuto degli altri e delle altre, di attuare e legittimare pratiche di discriminazione, segregazione ed esclusione, fino allo sterminio, perlopiù si essenzializzano differenze o presunte differenze, sociali, culturali, religiose, così da concepirle come a-storiche, assolute, immutabili. Nondimeno, conviene ricordare che già l’antisemitismo moderno era solo in apparenza culturalista e differenzialista: ha ragione Etienne Balibar a sostenere che «il neo-razzismo può essere considerato, dal punto di vista formale, come antisemitismo generalizzato». Di conseguenza, conviene non assolutizzare neppure l’assunto secondo il quale il razzismo dei nostri giorni sarebbe senza razze. In realtà, gli slittamenti, il mélange, i passaggi dal razzismo biologista a quello detto culturalista, ma anche viceversa, ci sono sempre stati, ci sono tuttora, sono sempre possibili: al momento opportuno può riemergere l’immaginario sedimentato della “razza”.

Faccio due esempi. Pensate all’impiego corrente della nozione di etnia. Spesso, nell’uso che ne fanno i media, non è altro che un mascheramento di “razza”, per meglio dire un suo sostituto funzionale eufemistico. Altrimenti non si comprenderebbe perché mai in certi lessici giornalistici italiani, anche mainstream o perfino decisamente di sinistra, possano ritrovarsi espressioni paradossali quali “individuo di etnia cinese” o “di etnia latino-americana”.

Insomma, gli altri e le altre, non sono nominabili – simmetricamente al noi – secondo la nazionalità e la loro singolarità, poiché si pensa che appartengano a un’entità collettiva diversa, primitiva o primigenia: l’”etnia”, cioè la “razza”.

Tuttavia, vi è un caso recente che illustra come “etnia” sia usato esplicitamente, anche in rapporto al noi, come sinonimo di “razza”. È quello del leghista Attilio Fontana, attuale governatore della regione Lombardia, che, da candidato, affermò, in perfetto stile Ku Klux Klan: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca (…) devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. In realtà, in Italia come in Francia, soprattutto a partire dal 2013 e ora più che mai, si assiste a uno sconcertante ritorno della stessa “razza”, evocata da immagini e rappresentazioni del tutto simili a quelle che potevano trovarsi nelle pubblicazioni popolari al servizio della propaganda fascista e colonialista: anzitutto il topos che assimila i “negri” a scimmie, col classico corollario di banane.

In Italia, dileggi e ingiurie di tal genere s’intensificarono in modo martellante e quotidiano, soprattutto al tempo del governo Letta prendendo a bersaglio, in particolare, la ex ministra per l’Integrazione, Cécile Kyenge, di origini congolesi: nel 2013 il leghista Roberto Calderoli osò pubblicamente compararla a un “orango”.

Non fosse altro che per questo, alquanto discutibile appare l’impegno profuso da taluni/e studiosi/e, soprattutto francesi e italiani/e, che si rifanno alla “Critica postcoloniale”: una tendenza diretta a reintrodurre il termine e la nozione di razza nel lessico delle scienze sociali, in tal modo vanificando quasi un secolo di paziente lavoro critico volto a decostruirli. Per citare solo l’ambito dell’antropologia culturale, è almeno a partire dagli anni ’30 del Novecento che la “razza” inizia a essere confutata da illustri studiosi, soprattutto da antropologi culturali statunitensi, quali Franz Boas e Ashley Montagu, più tardi dal cubano Fernando Ortiz (El engaño de las razas, 1946): quest’ultimo, purtroppo, mai tradotto, quasi sconosciuto, quindi raramente citato.

Incuranti del rischio di ri-legittimare la “razza” al livello del senso comune, i “post-coloniali” la hanno collocata al centro del loro apparato concettuale, sia pur intendendola come costruzione sociale e dispositivo d’inferiorizzazione, subordinazione, esclusione degli altri e delle altre.
Il ragionamento di alcuni di loro è riassumibile nei termini di un sillogismo di questo genere: la retorica dei diritti umani ha fatto della “razza” un interdetto; ma, poiché la discriminazione e il razzismo esistono, per renderli palesi, analizzarli, contrastarli, nominarne le vittime, conviene riesumare il termine di razza.

In verità, qualunque precauzione si prenda, il passato delle parole si sedimenta e persiste: per quanto si faccia lo sforzo di sociologizzarla, “razza” conserverà sempre il significato biologista-determinista che le è stato attribuito nel XIX secolo.

Come insegna la lunga e tragica storia dell’antisemitismo, qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalla visibilità fenotipica, dalle origini, perfino dalle peculiarità culturali e sociali. Lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza, essendo l’esito di un processo di costruzione sociale, simbolica, politica. Si pensi alla razzizzazione di cui furono oggetto in Italia i profughi albanesi nel corso degli anni ’90 del Novecento.

Infatti, la stessa percezione dell’evidenza somatica dipende dalla storia, dalla società, dalla cultura. Tant’è vero che vi sono state e vi sono società per le quali quei caratteri fenotipici o morfologici (soprattutto il colore della pelle), che solitamente sono stati e sono assunti come criterio di distinzione fra le “razze”, non avevano (e non hanno) alcun valore tassonomico né valevano/valgono a istituire differenze fra individui e gruppi. Tutto ciò si manifestò in Italia per la prima volta in forma esemplare nel 1991, a seguito del secondo grande sbarco nel porto di Bari di profughi/e albanesi, che saranno oggetto di un trattamento alla Pinochet (furono rinchiusi nello stadio di quella città). Da allora a variare saranno solo i capri espiatori, prescelti in base alle contingenze politiche.

Oggi, con il governo più a destra della storia della Repubblica, il quale non ha alcun pudore ad assumere il razzismo come parte del proprio programma e a praticare consapevolmente strategie migranticide su larga scala (si pensi allo sterminio del voluto naufragio di Steccato-Cutro), occorrerebbe che la sinistra, intesa in senso ampio, ponesse al primo posto l’antirazzismo e la lotta contro le discriminazioni. Più volte e da molti anni scrivo del circolo vizioso del razzismo. Cosa intendo dire? Che il razzismo diventa sistemico quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o finanche praticato da istituzioni (oggi perfino dal governo in carica) e da mezzi di comunicazione, non ultimi i cosiddetti social. Ciò per non dire dell’incessante propaganda razzista condotta, in particolare, dall’attuale premier e dal suo ignobile ministro dell’Interno.
Oggi siamo nella fase in cui la formula “circolo vizioso del razzismo” si è fatta terribilmente concreta.

Facciamo qualche esempio, a partire dalla delegittimazione istituzionale, se non criminalizzazione, non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i/le profughi/e o cerchi d’integrarli/e in un progetto condiviso di comunità solidale: come nel caso di Riace e del suo ex sindaco, Mimmo Lucano. È indubbio che tali esempi di razzismo dall’alto non facciano che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire). Per limitarmi all’Italia, alludo ai numerosi episodi di barricate (reali o simboliche) contro l’arrivo di richiedenti-asilo; ma anche alle numerose rivolte in quartieri popolari contro l’assegnazione di case a famiglie povere, ma non perfettamente “bianche”.

Si consideri che la crisi economica, l’impoverimento crescente di strati popolari, lo smantellamento dello stato sociale, la flessibilità e la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento della socialità, la mediocrità di una politica sempre meno interessata al bene pubblico, producono senso d’incertezza e d’insicurezza, frustrazione e risentimento, che si traducono in ricerca del capro espiatorio.
È perciò che il razzismo “dal basso” potrebbe essere definito come effetto della socializzazione del rancore, per citare Hans Magnus Enzensberger; e non già in termini di sentimenti come paura od odio (quest’ultima parola è entrata perfino nel lessico d’istituzioni internazionali e di Ong: hate speech, hate crimes).

In questi casi l’ingannevole formula della “guerra tra poveri” non potrebbe essere più assurda, visto che spesso, a istigare e guidare tali rivolte, sono militanti di estrema destra. Qui il circolo vizioso arriva fino al rafforzamento e legittimazione, pur implicita, della destra neofascista.
Questa formula si fonda, in sostanza, sull’idea che aggressori e aggrediti sarebbero vittime simmetriche. È un luogo comune purtroppo condiviso anche da una parte della sinistra, effetto della vulgata di un sociologismo di bassa lega. È da un buon numero di anni che cerco di smontarla, questa retorica, e di mostrarne l’infondatezza, la superficialità, la fallacia: ma con risultati alquanto scarsi.

Tutto ciò per non dire delle attuali ideologia e strategia migranticide adottate dall’attuale governo italiano e di fatto approvate, se non incoraggiate, dalle istituzioni dell’UE. È una strategia che dà la priorità all’esternalizzazione delle frontiere, al blocco delle partenze dalla Libia, alla pretesa di sigillare anche il sud libico stringendo accordi con le peggiori milizie e bande di trafficanti, all’opera di denigrazione e di ostacolo verso le Ong che praticano la ricerca e il soccorso in mare.

E a proposito di trafficanti e scafisti. Spesso nel linguaggio pubblico i passeurs sono definiti “negrieri”. È un’allegoria del tutto impropria, poiché i/le migranti/e e rifugiati/e li pagano perché vogliono raggiungere l’Europa, cioè per ricevere un servizio. Che questo possa essere di qualità pessima, fino a causare la morte dei migranti, è colpa soprattutto delle leggi europee sull’immigrazione e delle pratiche conseguenti.

Il termine «schiavi», usato dai razzisti, finisce per negare alle persone migranti ogni soggettività, ogni autonomia di scelta. Anche in questo caso agisce il processo di naturalizzazione delle persone alterizzate: chi compie quei viaggi è rappresentato come mero corpo passivo. Un’altra cattiva parola, per concludere davvero, è quella di integrazione, che presuppone un processo unidirezionale (meglio sarebbe dire “inserimento sociale”). E non solo: dietro quella parola v’è l’idea, falsa, che basti assimilarsi all’italiano-medio per essere al sicuro da discriminazioni e razzismo. Noi preferiamo parlare di “transculturazione” e “cittadinizzazione”: due termini che denotano processi dinamici e reciproci.

Nell’immagine: Black Lives Matter, manifestazione di protesta negli USA


Italia, l’aumento dei migranti e un governo barzelletta

Una poesia poco nota di Pier Paolo Pasolini, del 1953, può esserci d'aiuto oggi, in occasione di un 25 aprile diverso dagli altri, con in capo al governo chi rivendica con orgoglio la storia missina 


Un naufrago dei nostri tempi

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No, non servono anniversari e altre coincidenze cronologiche per tornare a parlare di Chet Baker, il Maledetto, il fragile e lirico gigante della tromba venuto dall’Oklahoma che ha segnato la musica jazz per almeno tre decenni, fino alla sua morte, ad Amsterdam, il 13 maggio 1988. Non aveva ancora 59 anni.
Se però a qualcuno le ricorrenze piacessero, da quella morte, avvenuta precipitando da un balcone del Prins Hendrik Hotel, sono trascorsi 35 anni. I primi album ufficiali risalgono invece al 1953, quindi esattamente a 70 anni or sono. 

Di lui è stato scritto moltissimo, a tutti i livelli: non solo della sua musica, poiché la fragilità, le dipendenze, la vita disordinata, i periodi bui e la morte stessa – su cui si è romanzato a lungo – lo hanno spesso confinato alle pagine di cronaca nera e portato in galera.
Un anno dopo la sua scomparsa uscì, proprio ad Amsterdam, la prima edizione del ponderoso saggio di Jeroen de Valk Chet Baker. Vita e musica, che il suo autore – giornalista e jazzista – ha ulteriormente ampliato più volte: oggi lo possiamo leggere anche in italiano, in coedizione tra EDT Torino e Siena Jazz, tradotto e curato da Francesco Martinelli. Dal volume sta per essere prodotto Prince of the Cool che si aggiungerà a tutta una serie di film e documentari dedicati all’artista, il più famoso dei quali è il fortunato (e furbo) Let’s get lost, firmato dal fotografo Bruce Weber (1988). Il volto emaciato e tirato di Baker non poteva non colpire. Già a inizio Sessanta sia Alberto Lattuada che Dino De Laurentiis progettavano un film su di lui, appena uscito dal carcere di Lucca dove, tra il 1960 e il 1961, trascorse complessivamente oltre un anno e mezzo per possesso illegale di droga, contrabbando e furto. Nella città toscana c’è chi due volte al giorno per 5 minuti – tanti gliene erano stati concessi dal giudice – si recava sotto le mura del carcere ad ascoltarlo suonare in cella.
Dello straordinario musicista il libro ricostruisce l’intera esistenza facendo capo alla testimonianza diretta – tra le molte altre – della vedova e del tour manager che lo ha seguito come un fratello, risolvendone gli infiniti piccoli e grandi guai quotidiani, che rendevano incerto fino all’ultimo ogni concerto.
Altro pregio: in una cinquantina di pagine troviamo la discografia (per quanto possibile completa, soprattutto dopo le molte registrazioni dal vivo – clandestine o semi-clandestine (bootleg) – in circolazione), preziosa perché commentata. Non mancano, nei giudizi, le bocciature a molti album dei quali Baker per primo non era convinto e che incise solo per raggranellare qualche soldo (di cui era costantemente a corto), o nei quali ebbe un ruolo del tutto marginale. Ultimo dettaglio tecnico: come nei saggi migliori, sono presenti una bibliografia ragionata e un ricchissimo indice analitico, nel quale compaiono i nomi – spesso sorprendenti – che hanno incrociato un tratto di cammino con Chet.
Ci sono i grandi, con i quali ha condiviso il palco e gli studi discografici: Charlie Parker, Gerry Mulligan (del cui leggendario quartetto fece parte all’inizio degli anni Cinquanta), Stan Getz, Miles Davis, Russ Freeman, il fisarmonicista belga Toots Thielemans, Enrico Pieranunzi. Ma anche nomi e gruppi che non ti aspetti, come l’Orchestra di Ennio Morricone (in un album del 1962 in cui Baker canta anche, in italiano); Armando Torvajoli; Fausto Papetti; la Mariachi Brass; Dalida, che accompagnò dal vivo;  Elvis Costello; il cantautore francese Jean-Jacques Goldman. E come non ricordare, dulcis in fundo, il disco registrato con la grande Caterina Valente?

Chet – io c’ero e lì nacque la mia passione per il musicista – venne anche a Lugano, ospite di Estival Jazz, mercoledì 2 luglio 1980, accompagnato da ottimi e fedeli session men italiani (Nicola Stilo, al flauto, colui che probabilmente lo ha affiancato più di chiunque altro fino alla fine; il bassista Riccardo Del Fra; Tullio De Piscopo). “Stilo (…) riempiva molto spazio con i suoi lunghissimi assoli, lasciando la possibilità alle labbra di Chet (nota: che già nel 1966 dovette farsi estrarre gran parte dei denti dopo un pestaggio con uno spacciatore. I dolori lancinanti e l’uso della dentiera lo costrinsero ad abbandonare la musica: fu Dizzy Gillespie, che lo riconobbe addetto a un distributore di benzina, a convincerlo a riprendere a suonare) di riposare e prepararsi per il pezzo successivo”. 

La serata luganese – tre brani tra i 13 e i 20 minuti ciascuno – la possiamo riascoltare facilmente su YouTube. Ma – suggerimento personale – ascoltate anche gli album Diane (1985, con il pianista Paul Bley) e Chet Baker in Tokyo (1987, dal vivo).

Parola finale a Mina: “Adoro Chet Baker. Lo amo quando suona, ma quando canta mi sembra un angelo. Un angelo cupo, solitario, pensoso, rancoroso, dolente, ma abbagliante. Usa il cervello, non la voce. Usa l’anima, non la gola. Sono pazza di lui”. Non si potrebbe dire meglio!