L’ansia dei giovani ora ha un nome. Guai a chi la nega

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

Di Francesca Barra, L’Espresso

Nel 1992 una ragazzina di dodici anni, di nome Severn Cullis-Suzuki, ammutolì l’Onu con un discorso di sei minuti che riguardava la crisi ambientale globale e l’incapacità dei grandi del mondo di farsene carico. «Buonasera, sono Severn Cullis-Suzuki e parlo a nome di Eco (Environmental Children’s Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte. Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto, lontano cinquemila miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire. Sono qui a parlare a nome delle generazioni future e a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il Pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel Pianeta perché non hanno più alcun posto dove andare. 

Ho paura di andare fuori al sole perché ci sono dei buchi nell’ozono; ho paura di respirare l’aria perché non so quali sostanze chimiche contiene. Sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono. Nella mia vita ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici, giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo. 

Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciononostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo. Sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. (…) La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non mi impedisce di dire ciò che sento. (…) Ciò che voi sta- te facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole». 

Severn aveva creato un movimento ambientalista coinvolgendo i suoi coetanei per salvare l’ambiente. Erano i primi tentativi di sensibilizzazione da parte delle nuove generazioni, che coraggiosamente esternavano anche i timori più inconfessabili: «Questa incertezza non mi fa dormire». 

Eppure ci risiamo: ogni volta che un giovane pone domande, manifesta un’emozione – malgrado la fase che abbiamo appena superato post-Covid e che avrebbe dovuto renderci tutti più sensibili sui temi salute, rischi, futuro – viene deriso. Si minimizza, si pensa a una «recita per ottenere visibilità», si pensa che ci sia qualcuno dietro a muovere i fili di un complotto. Come se l’impegno e l’attivismo fossero una moda, non una presa di coscienza. 

È avvenuto anche con Giorgia, la ragazza che al “Giffoni Film Festival”, qualche giorno fa, è scoppiata in lacrime davanti a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ammettendo di soffrire di eco-ansia, di avere paura di mettere al mondo dei figli in questa incertezza: «La Sicilia brucia, ho paura». Un malessere simile a quello che raccontava Severn, ma che oggi ha un nome e che coinvolge Giorgia come chiunque si senta minacciato dalla crisi climatica. «Diventiamo adulti in un mondo avvelenato? La fine del mondo è vicina?». 

Il peggiore approccio alla paura è proprio quello che stiamo avallando: negare. «Chi nega la ragion delle cose pubblica la sua ignoranza», diceva Leonardo da Vinci. 

Nell’immagine: i giovani di Renovate Switzerland sul palco del Festival di Locarno il 7 agosto


200 franchi bastano per spararle grosse

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

C’era da prevederlo. Dopo i canti di vittoria del fronte Udc/Lega per aver raccolto le firme necessarie per votare l’iniziativa che chiede una drastica riduzione del canone radiotelevisivo, domenica il “Sonntagsblick” ha finalmente proposto, in una lunga intervista, l’opinione in merito del Direttore generale della SSR Gilles Marchand, che ha chiaramente affermato che si tratta di un attacco al Servizio pubblico nazionale, dunque al principio stesso di coesione e di rispetto delle minoranze insito nella Concessione. 

Apriti cielo. Dalle nostre (lugubri) parti si è subito scatenato il finimondo, visto che l’intervista è stata rapidamente ripresa o riassunta dai principali portali online e che immediati sono partiti gli ululati dei leoni da tastiera con i commenti più stravaganti, intrisi di rabbia ed intinti nella bile.  

Basti andare solo per un attimo su Tio.ch, per esempio, dove i commenti non si contano e finiscono più o meno tutti, o la maggior parte, per ribadire, più o meno astiosamente, quanto sia giusto e sacrosanto colpire la SSR (diciamo, la RSI) ed il suo odioso “balzello”. E tutti a dire peste e corna della Televisione, dei programmi scemi, del presentatore antipatico, dei giornalisti di sinistra, dei film già visti su altri canali, degli stipendi rubati al contribuente, e chi più ne ha più ne metta.

Se oltre Gottardo, la reazione contempla anche una parvenza di discussione, di dibattito con punti di vista legittimi su aspetti di fondo, come ad esempio l’attività online del servizio pubblico, sentita come ingiustamente troppo concorrenziale con i privati, da noi, macché, è tutto un assalto al palazzo d’avorio dei superprivilegiati, proprio come vuole il primo istigatore, direttore del domenicale attualmente in vacanza, che non ha potuto non cogliere l’occasione, via social, per riavviare il motore del suo autistico tormentone, parlando di “isterica difesa dei privilegi della SSR” di “lavaggio del cervello per difendere gli anacronistici privilegi dell’emittente di regime” votata alla “rieducazione dei cittadini secondo l’ideologia rossoverde, a suon di propaganda climatista, immigrazionista, euroturbo, sovranofoba, tassaiola, ecc ecc”. E va ancora bene che la RSI non diffonda (per ora) anche la malaria!

Insomma, siamo pienamente entrati nel clima (allarmante anch’esso) che contraddistinguerà la campagna verso la votazione del referendum, con tutto l’armamentario da mal di pancia che ne fa un’ottima sponda anche per le federali di ottobre. E allora, qui, sin d’ora, vien voglia di riprendere quanto già scritto alcune settimane fa a proposito del paradossale (e drammatico) autolesionismo tafazziano insito in questa iniziativa, per ribadire che a perderci, qualora venisse accolto il referendum, è anzitutto e pesantemente la Svizzera italiana.

Non sarà certo un caso che nella lunga intervista di domenica, Marchand entri nel concreto delle ripercussioni possibili sui programmi parlando solo ed esclusivamente di RSI e dicendo, fra l’altro, che con il taglio drastico dei finanziamenti, la SSR non potrà più immaginare di produrre un TG a Comano. La questione, capitale, è che nell’emergenza in cui l’azienda si troverebbe, diventerà fatale metter mano alla chiave di riparto, quella che per ora, grazie alla classica alchimia confederale, assegna al 4% della popolazione il 20% dei mezzi, al fine di garantire una televisione nazionale anche in lingua italiana fatta da svizzeri italiani.

Ma poi non sarà solo il TG (e non soltanto la televisione, anche se tutti i commenti parlano, per criticare, solo di televisione) e Marchand lo fa capire. Si taglierà, con la sega circolare, in modo che laddove è più importante e decisivo avere i soldi (tanti) per produrre programmi (Svizzera tedesca e poi francese) rimanga qualche mezzo in più, mentre la RSI si arrangerà come la pletora di esperti di telecomunicazioni che pontifica nei commenti pensa che possa o debba fare. Diventando una specie di Teleticino, o poco più (visto che la riduzione del canone toccherà anche l’emittente di Melide, ma questo non si dice). In ogni caso, visto che un terzo delle firme per andare a votare vengono dal Ticino, perché farsi ulteriori problemi a Berna?

Gli effetti delle misure, che il pubblico dei plaudenti scontenti in coda dietro il codino continua a reiterare come in una camera dell’eco, sono ben diversi e ben maggiori di quanto si continua a sostenere sul versante degli iniziativisti, anche per non poche piccole e medie imprese che stanno sotto il cappello dell’USAM di Fabio Regazzi, pure aderenti alla raccolta firme perché toccate dal costo eccessivo del canone per le aziende.

Quando a Comano si dimezzerà il personale (in totale contraddizione con il vacuamente reiterato primanostrismo) a risentirne sarà un indotto di cui per ora nessuno parla e che farà diventare l’”indolore” ridimensionamento della RSI un colpo ulteriormente traumatico per la nostra “economia a rimorchio”. 

Nessuno se lo dovrebbe augurare, ma scommettiamo che se dovesse arrivare quel giorno ci sarà chi, a destra, dirà che è tutta colpa degli ecoisterici rossoverdi?

Nell’immagine: Tafazzi, il celebre autolesionista felice in versione ticinese


Navalny, una sentenza che conferma la degenerazione del putinismo

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

Dal nostro corrispondente a Mosca

La nuova, mostruosa condanna a 19 anni di prigione per “estremismo” inflitta a Alexej Navalny rappresenta solo un nuovo tassello di una strategia ben studiata che si sta sviluppando da anni e sta conducendo non solo alla definitiva abrogazione dei diritti politici in Russia ma anche di quelli individuali. Il carattere autoritario del regime di Putin è sotto gli occhi di tutti, ma la rassegnazione sembra però affliggere in questa fase anche i più decisi oppositori del governo, che continuano, per lo più, a scegliere mestamente la via dell’esilio. 

Navalny ha accumulato ormai, dal suo rientro in Patria nel 2021 (dopo essere stato curato in Germania per le conseguenze dell’avvelenamento subito durante un suo tour elettorale), 30 anni e 8 mesi di condanne. E se non verrà ancora messo sotto accusa, potrà uscire dal carcere solo nel 2052, all’età di 76 anni.

La sua sorte è condivisa secondo i dati del portale “Doxa” da altri 557 oppositori russi già condannati, e da altre centinaia in attesa di processo. Si tratta del triplo dei condannati per motivi politici rispetto a cinque anni fa. Il numero relativamente piccolo di prigionieri ha fatto dire a Putin solo qualche giorno fa che “la Russia attuale non è quella del 1937”, l’anno del picco delle repressioni staliniane, quando furono centinaia di migliaia i condannati. Ma il dato non deve trarre in inganno. 

Il raffronto con le “grandi purghe” degli anni Trenta è infatti innaturale e legato a forme di una organizzazione sociale sorpassata. Una comparazione sorprendente invece è possibile farla con il periodo sovietico della “stagnazione” degli anni ’70. Durante la reggenza a segretario del PCUS di Leonid Breznev, malgrado venne dato molto rilievo a casi come quello del fisico Andrej Sacharov o dei musicisti rock rinchiusi negli ospedali psichiatrici, gli arresti per motivi politici furono nell’ordine delle decine, e spesso le condanne furono anch’esse lievi. Il regime era in declino, ma era stabile socialmente. Il putinismo invece appare in declino, ma è segnato dall’instabilità e quindi dalla necessità non solo di controllare ma anche di punire, seppur non in modo sistematico.

D’altro canto, quando si valuta l’ampiezza della repressione nella Federazione occorre tener presente che in Russia esiste la formula dell’“arresto amministrativo”, il quale non sporca la fedina penale, però condanna a reclusione, in prigioni locali o ai domiciliari, fino a due mesi. Queste condanne – senza processo – sono previste per reati minori come partecipazione a manifestazione non autorizzata o blanda resistenza a pubblico ufficiale, e sono state scontate in questi anni da decine di migliaia di persone. A ciò vanno aggiunti gli oltre 700 casi penali contro i Testimoni di Geova (fuorilegge dal 2017), i cui seguaci notoriamente si rifiutano di prestare servizio militare.

Da quando organizzazioni come “Memorial” (Premio Nobel per la Pace 2022) sono state chiuse d’imperio, e Amnesty International è stata espulsa dal Paese, è diventato difficile avere un quadro più preciso dei soprusi governativi. Spesso le informazioni trapelano soltanto nell’ambito della stretta controinformazione. Come nel caso di Anatoly Berezikov. Quarantenne di Rostov sul Don, arrestato il 15 giugno di quest’anno per “attività no-war”, Berezikov è morto in cella dopo aver denunciato al suo avvocato le torture subite con manganelli elettrici. Il suo fascicolo è stato archiviato dalla Procura russa come “suicidio”.

Si tratta in generale di un “sistema selettivo di repressione dei refrattari al sistema”, come lo ha definito l’ormai ex-professore di Sociologia dell’Università Mosca, Boris Kagarlitsky (dal 25 luglio anche lui arrestato per “istigazione all’estremismo”), che prevede diversi gradi di intimidazione e di pressione di cui la condanna penale è solo uno degli strumenti. Anche per questo si può ritenere che il regime stia conoscendo nell’ultimo lustro il passaggio da un autoritarismo paternalistico a un’inedita forma di totalitarismo.

Nell’immagine: meme satirico da Internet


L’8 agosto del 1956

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

La mattina dell’8 agosto 1956 morirono a Marcinelle, in Belgio, 262 minatori, 136 dei quali erano giovani emigranti partiti dalle varie regioni d’Italia. Un incidente a 975 metri di profondità aveva scatenato il fuoco. 

I manuali scolastici dedicano a quella catastrofe non più di qualche riga. E figurarsi che cosa possono saperne i millennial dell’emigrazione italiana che nel dopoguerra inondò per fame l’Europa. 

Eppure, Marcinelle è ancora per i parenti delle vittime e per i sopravvissuti una ferita profonda, certo non lenita dalla retorica ricorrente in ogni anniversario. Nessuno ebbe giustizia del tradimento di uno Stato che siglò con il Belgio un accordo di scambio tra giovani e carbone, promettendo a chi partiva case confortevoli (in realtà le baracche dei prigionieri di guerra) e un lavoro «sicuro» in miniere vecchie e mal tenute. 

Il 28 luglio è morta Maria Di Valerio, una donna simpatica e dolente, chiamata la vedova bambina. Era tra gli ultimi testimoni diretti e ora la responsabilità della memoria di quella tragedia atroce, come accade per la Shoah, passa di mano alle generazioni dei figli e dei nipoti. 

Maria rimase sola a 18 anni con una figlia, Gemma, e un’altra figlia in pancia. Suo marito Camillo Iezzi morì a 765 metri con il fratello Rocco: furono loro i primi cadaveri recuperati (qualcuno disse che li trovarono abbracciati). Il terzo fratello, Geremia, aveva cambiato turno e si salvò per caso portandosi dietro la colpa di essere stato più fortunato di Camillo e di Rocco. 

Fatto sta che il 27 novembre di quell’anno nella cattedrale di Pescara si tennero i funerali solenni dei tanti ragazzi abruzzesi morti a Marcinelle: in quelle ore funebri Maria stava partorendo la sua seconda figlia, battezzata Camilla, con lo stesso nome del padre mai conosciuto. Nonna Gemma, la madre di Camillo e di Rocco, dovette scegliere se andare a piangere dietro le bare dei figli o assistere alla nascita della nipotina. Decise per la vita.

Articolo scritto per il “Corriere della Sera”
Sulla tragedia di Marcinelle Paolo Di Stefano ha scritto un romanzo, pubblicato nel 2011 dall’editore Sellerio con il titolo “La catastròfa”
Nell’immagine: i funerali delle vittime


Ventimiglia, l’imbuto d’Europa

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Si intitola Inter-rotte – Storie di donne e famiglie al confine di Ventimiglia, il report dell’organizzazione umanitaria WeWorld che da oltre 50 anni si occupa di progetti di cooperazione allo sviluppo.

Un report che raccoglie le testimonianze delle persone che transitano a Ventimiglia, città diventata un punto di passaggio cruciale per uscire dall’Italia e andare verso altri paesi europei. A Ventimiglia confluiscono infatti le due rotte migratorie principali, quella balcanica e quella mediterranea. Da anni, sono migliaia le persone migranti che rimangono bloccate proprio in questa città, respinte dalla polizia francese.
La sospensione da parte del governo francese nel 2015 del Trattato di Schengen ha portato al ripristino di controlli sistematici alle frontiere e obbligato migliaia di individui, tra cui donne e minori stranieri non accompagnati (MSNA), a stazionare a Ventimiglia. Da qui, il riferirsi alla città ligure di Ventimiglia come “imbuto d’Europa”.

«Dopo il blocco causato dalla pandemia, i movimenti sono lentamente ripresi: il 2022 ha registrato 33mila respingimenti in frontiera e, molto probabilmente, alla fine del 2023 questa soglia sarà superata», afferma Jacopo Colomba, responsabile del progetto di WeWorld a Ventimiglia.

Donne Inter-rotte

Inter-rotte ha un focus particolare sulla presenza femminile a Ventimiglia. Presenza femminile perché le donne, nel tempo, sono diventate sempre più presenti e visibili.
Gli studi sulla migrazione hanno negato o si sono dimenticati di analizzare il genere come chiave interpretativa centrale per molto tempo. I profili e i percorsi specifici delle donne della migrazione sono stati trascurati, assimilandone l’esperienza a quella degli uomini.

Recuperare tale carenza significa innanzitutto cogliere una parte centrale e significativa sul piano numerico dei flussi migratori. La presenza delle donne si è infatti rivelata non solo costante ma anche sempre più numerosa. Quelle in arrivo dalla Costa d’Avorio sono aumentate del 100% (da 600 in un anno a 1.200 presenze), quelle provenienti dalla Guinea di oltre il 60%.

In aggiunta, guardare alle donne nei flussi migratori può aiutare a far emergere la presenza di vittime di tratta e sfruttamento. «Le donne sole rischiano più di altri di cadere vittime delle reti criminali presenti sul territorio», racconta sempre Jacopo Colomba.

Sebbene tale meccanismo non sia estraneo agli uomini della migrazione, esso si verifica, in quest’ultimo caso, in modo più contenuto sia per carattere che per dimensione. Globalmente, solo il 9% delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è composto da uomini o ragazzi (UNODC, 2023b).

La tratta a scopo di sfruttamento sessuale

In Italia, la prostituzione coinvolge circa 90.000 giovani donne e ragazze, principalmente provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’est, per un valore di circa 4,7 miliardi di euro (Codacons, 2022). Il fenomeno, peraltro, oltre che nel nostro Paese, risulta diffuso anche all’interno di tutta l’Unione Europea, dove riguarda il 46% del totale dei casi rilevati (Frontex, 2022).
Tra il 2016 e il 2020, in Italia si è registrato un aumento di denunce e segnalazioni per il reato di tratta di persone e, tra le nazionalità dei trafficanti rilevate più di frequente, ci sono quella nigeriana, romena, italiana e albanese. In linea generale, le vittime di tratta sono spesso della stessa nazionalità dei propri trafficanti, con cui condividono i legami etnico culturali (Ministero dell’Interno, 2021).

Poiché si stima che solo il 10% delle vittime presenti denuncia alle autorità, è difficile valutare la reale diffusione del fenomeno (La Via Libera, 2023). Le misure repressive introdotte relativamente alla prostituzione esercitata in strada, con conseguente trasferimento della medesima in abitazioni, e il reclutamento su internet da parte dei trafficanti – che sempre più spesso fanno ricorso a piattaforme online come social network, applicazioni per telefonia mobile e dark web -, non aiutano a far luce sul fenomeno, rendendolo sempre più difficile da tracciare (Ministero dell’Interno, 2021).

Altrettanto importante è avere presente che la prostituzione è collegata non solo alla tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale, ma anche al traffico irregolare di migranti. Sono le tante, troppe irregolarità dei meccanismi di controllo della migrazione che i Paesi mettono in atto a spingere i migranti verso reti di traffico ed in particolare le donne verso la prostituzione. 

«Servono più risorse dedicate affinché queste donne non diventino vittime di tratta. C’è bisogno di un’assistenza strutturata, ma la situazione continua a essere bloccata. Permane la convinzione che questi migranti siano “clandestini” e che non esista una formula giuridica per accoglierli», conclude Jacopo Colomba.

Nell’immagine: migranti a Ventimiglia


Un messaggio politico non recepito

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Siamo ciechi e sordi? La domanda la pongo agli adulti, alla società civile, ai media e soprattutto al mondo della politica; è una domanda che si impone perché pare evidente come in questi anni si stia manifestando un’evidente frattura generazionale, che non è per nulla considerata, magari nemmeno còlta, dall’opinione pubblica, eppure si tratta di qualcosa di importante, che dovremmo analizzare con attenzione.

Se andiamo a valutare diverse situazioni, rapidamente e superficialmente definite come singoli episodi, che sembrano slegati fra loro anche se tutti riconducibili a una forma di protesta, di grido frammisto a rabbia, disperazione e con una forte connotazione di ricerca di aiuto, scopriremmo che hanno invece un loro denominatore comune.

Il mondo definito genericamente “giovanile”, cerca di esprimersi con gli strumenti che ha a disposizione, in forme non di rado di ribellione, di presa di distanza dai modelli sociali consolidati, anche quando, apparentemente, pare accoglierli e praticarli. È un mondo fatto da chi prova di scoprirsi e definirsi, di chi ricerca una qualche forma di propria identità, in un contesto troppo spesso impersonale e spersonalizzato, che tutto omologa o respinge, in una rozza logica del bianco e del nero, dell’accettabile o dell’inaccettabile, del lecito o dell’illecito, senza possibili sfumature.

Così, anche il tema della realtà giovanile viene per lo più trattato per schemi e schematismi ed un arco anagrafico vasto e vario, composto dalle più diverse esperienze, finisce per essere ricondotto semplicisticamente a rapide valutazioni e sentenze.

A segnare questi ultimi anni ci sono, in particolare, due temi centrali: la pandemia, con le misure di contenimento che ha comportato, dall’obbligo vaccinale al distanziamento sociale, che non potevano non ingenerare effetti destabilizzanti in un contesto come quello giovanile che fonda gran parte delle sue manifestazioni proprio nel rapporto di inclusione ed esclusione dal gruppo. Vivere isolati, “in remoto”, ha logicamente lasciato forti tracce in una condizione di disorientamento che non è certo stata superata. In relazione a questa delicatissima e controversa esperienza dobbiamo forzatamente porre le diverse manifestazioni di dissenso o di disagio che una consistente fetta di mondo giovanile ha espresso in questi ultimi anni e mesi, a volte anche in forme “estreme”, non di rado brutalmente represse.

Lo vediamo ora con gli attivisti del clima, che cercano di scuotere politica e società sulle conseguenze dello stallo per i provvedimenti da attuare. Purtroppo sebbene tutti ne parlino, poco o nulla si muove. Se ne parla paradossalmente più per le azioni di protesta piuttosto che per indignarsi circa l’inerzia di politica ed economia.

Del mondo giovanile si parla poi anche a proposito delle aggregazioni spontanee chiamate rave, additate come illegali dalle autorità, ma che sono in primis, forme primordiali di autogestione, di aggregazione con una precisa forma identitaria e  portatrici di un segnale politico per ora purtroppo mal espresso. Vediamo soprattutto i giovani alla costante ricerca di spazi condivisi in contesti urbani, impegnati nella volontà di esprimere forme di cultura indipendente, nella pratica di performance artistiche e di militanza politica alternative alle strutture istituzionali tradizionali, com’è avvenuto ancora recentemente nel raduno internazionale anarchico a St. Imier, con una concentrazione straordinaria di giovani palesemente coesi nel creare un fronte di rottura decisamente provocatorio, ma con un chiaro senso di solidarietà e di difesa dei diritti ad esistere come individui.

Noi, la generazione “adulta”, non riusciamo a capire quanto siamo responsabili di questa importante frattura generazionale. Non ci rendiamo conto di quanto siamo lontani da quel mondo e di come sia difficile interloquire, per discutere e comprendere il disagio giovanile. Responsabili di un sistema di funzionamento sociale che tende ad omologare e non a lasciare spazio a chi vuole fare esperienze diverse, siamo conniventi, deleghiamo e legittimiamo un approccio autoritario a supporto di interessi economici volti a far crescere un’idea di comunità finalizzata al consumo e al profitto di pochi.

I giovani, quelli che viene da definire “sani”, non ci stanno più. Vogliono reagire e contrastare questa narcolessia che ovatta e opprime la società. Forse vogliono inviarci un messaggio che noi adulti non sappiamo o non vogliamo ascoltare perché ci mette semplicemente di fronte ai nostri errori e alle nostre responsabilità.

Certo, è un messaggio frammentato, tutto da decifrare, forse anzitutto proprio dai giovani, che nel trovare forme comunicative più chiare ed esplicite, potrebbe avere tutto da guadagnare nell’affermare le proprie legittime esigenze. Perché è loro il futuro, ed è loro un compito davvero terribile: quello di battersi senza la nostra ambiguità, senza secondi fini di natura personalistica o egoistica, per un bene comune: il pianeta, la sua vivibilità, nonostante le nefandezze perpetrate dall’uomo, in nome di valori inalienabili, a cominciare da rispetto, equità, condivisione, solidarietà. Valori perduti. 

Nell’immagine: una scena dal film “Gli sdraiati”, di Francesca Archibugi (2017)


Le nostre responsabilità

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Di Rosalba Giugni, La Repubblica

 Le temperature oceaniche hanno registrato nuovi picchi da quando le rilevazioni sono omogenee e confrontabili. Anche nel Mediterraneo le temperature medie sulla superficie hanno toccato un altro record. Gli scienziati sono concordi nel considerare queste temperature estremamente rischiose. Gli effetti sono molteplici, e vanno dall’acidificazione delle acque marine dovuta all’eccesso di CO2 da assorbire, all’influenza sulla Corrente del Golfo, alle modifiche alla produttività del mare, legata anche al cambiamento di colore (il cosiddetto effetto Van Gogh), all’invasione di specie aliene con conseguenze imprevedibili sull’equilibrio degli ecosistemi. Un esempio per tutti dalle cronache di questi giorni: l’invasione dei granchi blu nel Mediterraneo. 

Ma il punto più delicato e controverso non riguarda la notizia — e cioè l’aumento delle temperature — che nessuno prova a contestare, neanche i più fulgidi ottimisti. Il punto è la responsabilità dell’uomo e la capacità politica dei nostri ordinamenti di dare una risposta tempestiva a questo problema. Sono quindici anni che gli indici segnalano l’accelerazione delle temperature e dei peggioramenti climatici a venire. L’Ipcc, cioè l’organismo intergovernativo sui cambiamenti climatici, un soggetto tecnico e politico non tacciabile di estremismo ambientalista, non è mai stato così pessimista sulla situazione: la realtà supera i modelli previsionali più allarmisti. Se i dati sul calore persistono — cioè non saranno solo dei picchi, ma una tendenza media — le conseguenze cominceranno a farsi sentire anche sulla vita reale, sulla quotidianità. Pensiamo per esempio ai rischi concreti dei cosiddetti Medicani, gli uragani del Mediterraneo, che potrebbero essere sempre più frequenti e causeranno danni climatici imprevedibili e incalcolabili. La stessa cosa vale per l’impatto di questi fenomeni sui movimenti migratori. Sarebbe saggio considerare con più consapevolezza questi avvenimenti come una concausa dell’aumento dei flussi migratori dall’Africa. 

La risposta degli ordinamenti è molto lenta e spesso scettica. Alcuni in Italia hanno accolto con superficialità le parole e l’impegno del capo dello Stato che ha cofirmato un appello con alcuni altri leader dei Paesi mediterranei contro la crisi climatica. Il Papa si batte per il riequilibrio ambientale e per la difesa della salute degli oceani. Continuare a pensare che questa saggezza sia allarmismo è francamente assurdo. Io penso che la testimonianza del presidente Mattarella e di papa Francesco dimostrino che proprio dall’Italia, dal cuore del Mediterraneo, stia partendo una consapevolezza, una voglia di impegno che possa influenzare il resto dell’Europa e l’Occidente.

Il tempo a disposizione è poco, questi segnali ci dicono che potrebbe finire all’improvviso. Non vanno sottovalutate due considerazioni che sono sotto gli occhi di tutti noi, anche degli scettici e dei negazionisti. La popolazione della Terra aumenta a un ritmo forsennato e con essa aumenteranno le esigenze, le richieste, i benefici della modernità. A parte i costi climatici dell’industria tradizionale, pensate soltanto al consumo di CO2 determinata dall’aria condizionata e dall’uso crescente di tecnologia digitale. In che modo si pensa di poter coniugare il diritto dell’uomo a procreare e a vivere nella modernità e il diritto della Terra a vivere? Seconda questione evidente: gli equilibri ecologici sono già alterati. Nel campo in cui agisco da quarant’anni, il mare, i cambiamenti sono superiori all’immaginazione. Più plastica che pesce non è un modo di dire. L’animale marino che più desta l’impressione dell’uomo, lo squalo, viene decimato nell’ordine di 100 milioni di unità l’anno. Una cifra mostruosa, uno sterminio che si consuma nei tre Oceani. Il Mediterraneo è desertificato, e il clima fa la sua parte. Basta fare un bagno in un qualunque lido italiano.

La rottura dell’equilibrio ha un punto delicatissimo nel contesto oceanico. Gli oceani occupano oltre 350 milioni di chilometri quadrati, due terzi della superficie terrestre, ospitano oltre il 90 per cento della vita del pianeta. Sono il più grande alleato dell’uomo rispetto alla sostenibilità. Da soli assorbono un terzo della CO2 emessa. Ogni grado in più è un pezzo di vita — nostra — che se ne va.

L’autrice è presidente di Marevivo
Nell’immagine: un ciclone tropicale mediterraneo al largo dell’Italia meridionale nel 2021


Carrère d’Encausse, la donna che vide la Russia

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

Di  Anais Ginori, La Repubblica

Fino all’ultimo ha lavorato e portato avanti con una disciplina di ferro il suo ruolo di Segretario generale dell’Académie française. Al maschile, non ha mai voluto femminilizzare il titolo. Hélène Carrère d’Encausse, morta ieri alla veneranda età di 94 anni, era stata prima donna eletta nel 1999 alla guida degli Immortali, così si chiamano i membri del prestigioso istituto che veglia sulla lingua francese. Carrère d’Encausse è stata anche una delle più famose specialiste di storia russa, autrice nel 1978 de L’Empire éclaté (Esplosione di un impero? nella traduzione italiana per e/o) nel quale prevedeva il crollo dell’Urss con oltre vent’anni d’anticipo. Tanti presidenti francesi, compreso Emmanuel Macron, l’hanno consultata per capire la Russia.

Lo stesso presidente francese l’ha salutata ieri celebrandone l’eredità culturale. «Sono una storica, non faccio diplomazia» precisava Carrère d’Encausse, sempre chic, con un abitino verde sgargiante, quando l’avevamo incontrata nell’inverno 2022 nel grande appartamento adiacente la sede dell’Académie, rive gauche. C’era appena stata l’aggressione militare russa all’Ucraina a cui lei, fino all’ultimo, non aveva creduto. «Per vent’anni — ricordava — Vladimir Putin ha dimostrato di agire calcolando ragionevolmente le sue mosse. E questa invasione si annunciava catastrofica da tutti i punti di vista. Per questo non pensavo che l’avrebbe mai fatto».

Carrère d’Encausse, criticata in Francia da alcuni per non aver sufficientemente condannato la deriva autoritaria e imperialista di Putin, ormai riconosceva il “rovesciamento brutale” del leader russo e il ritorno “alla brutalità del sistema sovietico”. «Se davvero Putin crede di ripristinare l’Urss allora dovrebbe essere rinchiuso in un manicomio» commentava. «Non è stato l’Occidente a sconfiggere l’Unione Sovietica e a liberare il popolo. È stato il potere sovietico stesso a deciderlo, con Eltsin e Gorbaciov». Raccontava di quando Solzhenitsyn era tornato in Russia nel 1994, dopo il suo esilio forzato e Putin andò a trovarlo. «Solzhenitsyn gli disse che la tragedia della Russia era di avere un paese incontrollabile, con troppi territori. E aveva ragione».

Carrère d’Encausse era arrivata nel cuore dell’élite intellettuale pur partendo in svantaggio. Padre georgiano e madre russa, cresciuta in un monolocale di banlieue, aveva fatto brillanti studi fino ad entrare a Sciences Po. «Tutte le ragazze portavano foulard Hermès e collier di perle che non potevo permettermi» ricordava. «Ho sempre detto ai miei figli che bisogna battersi nella vita». Al primogenito, Emmanuel Carrère, ha tramesso l’amore smisurato per la letteratura. E lo scrittore ha raccontato un segreto di famiglia — l’uccisione del nonno georgiano per collaborazionismo, nel primissimo dopoguerra a Bordeaux — in Un romanzo russo, nel quale s’intravede anche la tempra della madre rispetto a quella tragedia.

«Mia madre è sconvolta perché non se l’aspettava. È la prima a riconoscere che è stata spiazzata» confidava lo scrittore qualche mese fa. «Non si faceva illusioni su Putin, ma gli attribuiva una razionalità e quindi pensava: ok, è un giocatore di poker ma ci si può discutere perché fa un calcolo tra costi e benefici. Ora invece Putin è entrato in qualcosa di sempre più irrazionale, da dove è impossibile tornare indietro. E questo per mia madre è incomprensibile».

Putin aveva invitato Carrère d’Encausse al Cremlino nel Duemila, poco dopo essersi insediato. «Aveva letto i miei libri e voleva conoscermi, abbiamo parlato per due ore senza interprete» ricordava lei convinta che la guerra in Ucraina segnasse «l’inizio della fine per Putin». «Anche la fine dell’Unione Sovietica è stata una sorpresa. Nessuno sapeva dove avrebbe portato l’impresa di Gorbaciov. Le cose possono essere straordinariamente inaspettate». La studiosa aveva sempre riconosciuto a Putin di aver ridato alla Russia un posto sulla scena internazionale dopo l’umiliazione della caduta dell’Urss. «Ma ora quella legittimità è stata distrutta e questo non può più essere riparato» aggiungeva.

Aveva pubblicato di recente un’appassionante biografia, Aleksandra Kollontaj [uscita in italiano presso Einaudi, ndr], nella quale presentava un’eroina della rivoluzione bolscevica, prima donna al mondo ad essere nominata ambasciatrice, la seconda a diventare ministro. «Ci sono alcune femministe in Francia che la conoscono vagamente, ma poche sono interessate. Mi colpisce che sia stata dimenticata» osservava. «È una figura straordinaria, fin da giovane ha sentito di avere in sé qualcosa in più rispetto agli altri».

All’Académie française, le donne occupano solo sei posti su quaranta, anche se ci sono precedenti eccellenti come Simone Veil, Assia Djebar. «Non dimentichiamoci che la prima donna, Marguerite Yourcenar, è stata eletta nel 1980, solo quarant’anni fa. Ci vuole tempo per cambiare un sistema, ma il movimento è iniziato». Carrère d’Encausse si è sempre dichiarata contraria alla scrittura inclusiva. «Abbiamo una bella lingua» rispondeva alle femministe che la accusavano di essere reazionaria. «Dato che il francese non ha una forma neutra, si è deciso che il maschile ne avrebbe assunto la funzione. Non toglie nulla alle donne. Il loro destino non dipende da questo, ma dal ruolo che sono in grado di assumere».

Nell’immagine: Hélène Carrère d’Encausse


Dalla valigia di cartone al made in Italy

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

Il vocabolario Treccani definisce italianità “L’essere conforme a ciò che si considera peculiarmente italiano o proprio degli Italiani nella lingua, nell’indole, nel costume, nella cultura, nella civiltà“ e, in senso lato, “l’essere e il sentirsi italiano (…) e soprattutto la coscienza di questa appartenenza”. 

Italianità è anche il titolo della mostra in corso al Museo nazionale svizzero di Zurigo e aperta fino al 14 aprile 2024 (con una interruzione tra metà ottobre e metà gennaio per lasciar spazio a un’esposizione di presepi natalizi).

Quanto proposto rientra in un format, Esperienze della Svizzera, che si basa esclusivamente su testimonianze raccolte, registrate e selezionate dai curatori (accanto alla direttrice ticinese del Museo Denise Tonella, Luca Tori e José Cáceres Mardones). Parlare di mostra crea aspettative eccessive: si tratta infatti della semplice proiezione, sulle grandissime pareti di una sala dell’ottocentesco Museo (che compie 125 anni), di 10 video di 3-4 minuti ciascuno: a disposizione del pubblico delle cuffie che offrono sia la versione originale italiana che la traduzione nelle altre lingue nazionali e in inglese.

Ai visitatori, più o meno comodamente seduti su alcuni divani, si presentano dunque, senza introduzione-mediazione alcuna, i 10 testimoni. I loro racconti-ricordi contribuiscono a  descrivere quanto la minoranza italofona interna e l’immigrazione abbiano contribuito a consolidare, dopo la Seconda guerra mondiale, la moderna Svizzera in ottica di diversità-complementarità-integrazione-coesione.

Nel comunicato stampa e sul suo sito, il Museo stesso prova a spiegare il senso generale dell’iniziativa, quasi a giustificare un pizzico di delusione tra il pubblico per la mancanza di oggetti in mostra, tavole esplicative, piccola pubblicazione accompagnatoria: una certa “freddezza”, insomma, che il sottoscritto ha percepito, come altre persone presenti insieme a lui, l’altro giorno: “Molti sviluppi del recente passato hanno cambiato il volto della Svizzera. L’immigrazione o la diffusione di Internet sono esempi di profondi cambiamenti sociali che ancora oggi influenzano il nostro modo di stare assieme. Non è sempre possibile rappresentare tutti questi sviluppi tramite degli oggetti. Il nuovo formato espositivo «Esperienze della Svizzera» si concentra pertanto sui testimoni diretti. I loro destini e le loro esperienze offrono al pubblico del museo uno sguardo ricco di sfaccettature sulla storia contemporanea della Svizzera. Ogni anno viene proposto un nuovo tema”. 

I 10 testimoni scelti – 5 donne e 5 uomini – sono, in larghissima parte, immigrati e figli di immigrati. Il solo Sacha Zala, poschiavino, storico, già presidente della Pro Grigioni italiano, impersona una realtà diversa. Cittadino svizzero, vive e rappresenta una duplice condizione di minoranza: quella svizzero-italiana all’interno del Paese e quella grigionitaliana all’interno della Svizzera italiana. Un tema e una situazione che a sud del San Gottardo e del Bernina sono note – nihil sub sole novum, quindi – ma che per un pubblico confederato e straniero (per il quale la rassegna è prioritariamente pensata) può essere spunto di riflessione. L’impressione generale non del tutto soddisfacente all’uscita è legata proprio al fatto che a un ticinese molto era già noto. 

Quanto agli altri intervistati e alle loro impressioni, coprono – per provenienza geografica, formazione, indole – uno spettro, sociologico e psicologico, amplissimo: utilizzerò, pentendomene immediatamente, l’orribile “a 360 gradi”. 

Il loro arrivo in Svizzera risale alla terza grande ondata immigratoria degli anni del boom economico tra fine ‘50 e inizio ‘70 del secolo scorso: qualcuno (Gemma, trasferitasi da Napoli a Jona) lasciò l’Italia con grandi speranze, trovando però una realtà diversa. 

L’iniziativa Schwarzenbach, che avrebbe voluto limitare ad un massimo del 10% la percentuale di stranieri in ogni Cantone (Ginevra escluso), respinta il 7 giugno 1970 dal popolo svizzero con il 54% di NO anche se accolta in 8 Cantoni, tra cui Berna, Soletta, Friburgo e Lucerna, aleggia vivida nei ricordi di più di un intervistato. Così come, in altre testimonianze toccanti, le visite mediche e le umilianti radiografie a cui venivano sottoposti, al confine, quanti cercavano soltanto una vita migliore per sé e le proprie famiglie, con ricongiungimenti difficili o impossibili. 

Duro lavoro, insomma, fragili statuti di stagionale, tutela sindacale pressoché inesistente, lunghe giornate sui cantieri o, per i più fortunati o formati, in fabbrica. Vite ai margini per la non conoscenza del tedesco o del francese, alloggiati in baracche o appartamenti dove si formavano ghetti comunitari uniti da gradi più o meno stretti di parentela o soltanto dalla regione di provenienza. Tutti questi aspetti emergono nei ricordi di alcuni dei protagonisti. Altri, invece, danno un quadro diverso. Ivan, arrivato diciottenne ad Airolo, figlio di immigrati calabresi, si definisce caratterialmente svizzero, aggiungendo un’emblematica chiosa: “non volevo disturbare facendo rumore”. Ma la sua vita è qui: “È importante dove si nasce, dove si sta, dove si è sepolti”. 

Anche Pierre, partito dal Piemonte per Sion, descrive un’integrazione più facile, quasi immediata: non più gli Italiani “baraccati”, entrati con la valigia di cartone, quelli di Max Frisch che “cercavamo braccia, sono arrivati uomini”, bensì “les Italiens, le top, la crème de la crème”, interpreti di un’italianità mainstream, fatta di moda, arti, automobili, vacanze, cibo, stile di vita e molti luoghi comuni: ecco, questo altro significato del concetto di Italianità, cronologicamente più recente rispetto all’immigrazione della seconda metà del secolo scorso, nella mostra del Landesmuseum, rimane un po’ sotto traccia.  


Bibliografia essenziale

  • Max Frisch, Cercavamo braccia, sono arrivati uomini, Locarno, Armando Dadò Editore, 2012
  • Gli italiani e la Svizzera. Un secolo di emigrazione, a cura di Ernst Haller, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2004 
  • Paolo Barcella, Per cercare lavoro. Donne e uomini dell’emigrazione italiana in Svizzera, Roma, Donzelli Editore, 2018
  • Giuliano Alghisi-Rolando Ferrarese-Fausto Tisato-Marina Widmer, Grazie a Voi. Ricordi e Stima. Fotografien zur italienischen Migration in der Schweiz, Zürich, Limmatverlag, 2018
  • Concetto Vecchio, Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi, Milano, Feltrinelli, 2019
  • Francesca Falk, Der Schwarzenbacheffekt. Wenn Abstimmungen Menschen traumatisieren und politisieren, Zürich, Limmatverlag, 2022 
  • Les saisonniers-ères en Suisse. Travail, migration, xénophobie et solidarité, in traverse. revue d’histoire,  3/2022, Zürich, Chronos Verlag
  • “Vietato ai cani e agli italiani!”, swissinfo.ch


Le baruffe chiozzotte via social

Paura per l’ambiente. Nel 1992 già ne parlò Severn Cullis-Suzuki. Un malessere ancora oggi deriso 

Tiene impegnate legioni di social-fans del mondo musicale italiano, la querelle (che forse è troppo dire) fra due cantanti, Paolo (Pablo) Meneguzzi e J-Ax. Tutto è nato da un’intervista in cui Meneguzzi afferma che il panorama musicale di quest’anno non offre nulla di rilevante e come esempio porta la hit estiva di J-Ax – Fedez e Annalisa “Disco Paradise”. Immediata la reazione di J-Ax con post a raffica fino ad arrivare ad una canzone (rap, forse) molto dura nei confronti del “nemico”. In merito, ecco le considerazioni di Gianluca Verga.

Non ho seguito e non voglio seguire la polemica a distanza, qualora proseguisse tra Meneguzzi e J Ax.  Quando è scoppiata la social-novela ero a Roma, in dolce compagnia a rimirar il “Giudizio Universale”, seduto ai bordi della Cappella Sistina col naso all’insù o forse a refrigerarmi all’ Ara Pacis, al cospetto dell’altare voluto da Cesare Augusto per suggellare la Pax romana. Faceva caldo, molto, questo lo ricordo.  Probabilmente allora ero nell’assolato Parco della musica a rifarmi gli occhi sul cartellone prossimo venturo – da urlo – sorseggiando una Becks (che è un mio piccolo, personale  omaggio all’amico Ezio Bosso) mentre refoli di note dell’Orchestra di Santa Cecilia rimbalzavano tra i corridoi della struttura creata da Renzo Piano. Però non è escluso che stessi vagando tra il colonnato del Bernini, o magari rapito a sbirciare una pianista classica nel tramonto delle rovine del Teatro Marcello. Ma davvero nulla vieta che fossi ad assaporare un carciofo giudaico romanesco da Nonna Betta, quartiere ebraico, o un’amatriciana a Trastevere dopo aver assistito alla strepitosa performance di Sergio, busker tutto cuore, sudore e passione che ha irretito una folla internazionale con una manciata di classici del rock. Ovunque fossi potete capire che deambulando tra l’eternità risultano vacue, inutili, pura minutaglia le polemiche di questa levatura. Il senso della prospettiva da cui si  osservano aiuta il distacco.

Non ho colto il senso perché scientemente non ho voluto legger nulla anche se, rientrando a Lugano mi hanno chiesto un parere. So che uno, il Pablo cantonale, si è reinventato fondando una scuola che cerca di offrire strumenti e prospettive ai cuccioli che anelano una carriera nel rutilante mondo dello spettacolo. Ma non mi sfugge che a breve presenterà un film accompagnato da eventi promozionali e, come sappiamo,  un po’ di promozione non fa certo schifo. L’altro, J-Ax, ormai da decenni macina sostanzialmente tormentoni estivi il cui peso specifico è davvero scarso. E Dio sa quanto i primi album degli “Articoli” li abbia apprezzati, contribuendo anche al loro primissimo concerto che si svolse – e questa è storia – sul retro di un distributore Agip tra Cadenazzo e Quartino. Oltre ad averli più volte ospitati a Rete Tre.  Ma non avendo letto o visto non esprimo un giudizio granitico, non ho in tasca la verità. 

Era dai tempi della meravigliosa “querelle Morgan-Bugo” che i social non si infiammavano così. Ma rientrando sul Freccia Rossa Roma-Milano, giusto per ingannare il tempo e i paesaggi che sfilano dai finestrini inciampo su un’intervista a Manuel Agnelli che “involontariamente” contribuisce alle baruffe chiozzotte di questi giorni: Manuel, persona e artista di qualità, in sintesi afferma che “La generazione sesso, soldi e droga è al capolinea”, una bolla che sta per afflosciarsi come un soufflé. Un giudizio che personalmente condivido e, soprattutto, mi auguro. Quella dei rapper / trapper (o sedicenti tali) che inneggiano alla “riccanza” e alla sua volgare ostentazione quale finalità da perseguire, alla cocaina, alle “bitch”, alle Lamborghini nel senso della marca automobilistica, allo sballo, scordando, o non sapendo, come e quanto la cultura hip hop e la musica rap siano state strumenti sociali e culturali anche rivoluzionari, oltre che legittimo divertimento. E lo sono ancora in molte porzioni di mondo, soprattutto dove si annidano forti tensioni sociali e regimi autoritari o dittatoriali.

Proprio in queste ore, ad esempio, i Talebani bruciano strumenti musicali in Afghanistan, cercando così di cancellare espressioni e tradizioni, musicisti e memorie, storie e idee nella convinzione che la musica sia causa di corruzione morale. Avvenne anche nel 2012 in Mali, quando i musicisti furono messi al bando, alcuni impiccati, le stazioni radiofoniche chiuse. È in Mali e più tardi in Iran o durante la “Primavera  araba” che la rivoluzione transitò anche attraverso le rime  dei alcuni rapper invisi al regime.

Ma di questa declinazione prettamente italica, supportata alla nausea dalle radio e televisioni commerciali e dalle piattaforme streaming mi piace sottolineare come durante il confinamento, quel tempo sospeso che abbiamo vissuto causa Covid, l’unica, diciamo così “categoria” di musicisti / artisti completamente assente è stata proprio questa. Quella dei nomi impronunciabili, dei singoli “one shot”, dell’autotune spinto al parossismo e dalle metriche dislessiche che si è rivelata incapace di offrire una lettura di un momento storico e sociale anche epocale, perché priva di sensibilità, cultura, poesia, intelligenza emotiva e strumenti atti a raccontare la realtà, anche dolorosa, imprevista e sconvolgente. E Agnelli prosegue: “È importante, anche se ovviamente non obbligatorio, che i musicisti prendano posizione. Purtroppo, quest’ultima generazione non ha una coscienza politica e neanche sociale. Una parte ce l’ha forse ambientale, ma per il resto ho notato negli ultimi anni una destrutturazione totale. C’è un menefreghismo imperante assecondato, in alcuni casi, da una forma di nichilismo che porta tutti verso atteggiamenti passivi”.  

Una lettura a mio parare condivisibile che travolge una parte, perché è davvero solo una parte della produzione musicale; che però, causa anche l’ignoranza di chi è preposto alla produzione, promozione ed erogazione della musica “pop” e “leggera”, oscura sull’altare del facile Dio Denaro quella parte preponderante di chi cerca e offre anche qualità artistica, contenuto, bellezza, verità. Chi mette in circolo anche dubbi, riflessioni alternative o sperimenta i linguaggi artistici. Fermo restando che la leggerezza ha diritto di cittadinanza anche nella musica.  

E sempre a proposito di Cappella Sistina e Giudizi Universali lo stesso Papa Francesco proprio tra gli affreschi del Michelangelo ha di recente paragonato gli artisti ai profeti in quanto “sanno guardare le cose sia in profondità sia in lontananza, come sentinelle che stringono gli occhi  per scrutare l’orizzonte  e scandagliare la realtà al di là delle apparenze.” E non credo si riferisse ai Rhove, ai Paky, agli Sfera Ebbasta e tutti coloro che cercano di presentarsi quali unici depositari  della musica pop e leggera contemporanea. Quel Sfera Ebbasta sbertucciato nelle scorse ore da Bersani (Samuele), neanche a farlo apposta autore della splendida “Giudizi universali”, che in un video in cui si blocca l’autotune del “collega” coglie divertito l’assoluta inconsistenza del suo canto. E anche qui, dopo piccata e signorile replica  (“Quando il cu.. brucia, parla la bocca”) apriti cielo; ovviamente nutrimento per i social dove tutti hanno diritto di esprimere il proprio parere, il proprio insindacabile Giudizio Universale.  

Ho letto anche che “Dylan, Lou Reed e Battisti  non sapevano cantare”, traducendo: non avevano una vocalità educata. Ma non cogliendo in molti  il senso della riflessioni di Bersani (sempre Samuele) la chiosa l’affido proprio a Battisti che, in una storica intervista della Rai diede una ficcante risposta relativa alla liceità del suo canto: “Io non credo sia necessario avere una bella voce, io penso sia necessario, in una maniera o nell’altra, comunicare qualcosa.”  

Chi mi regala un nuovo soggiorno a Roma?  L’estate è ancora lunga….

E per chi proprio volesse, ecco il brano di J-Ax

Nell’immagine: Paolo Meneguzzi e J-AX