Marco Polo, homo adriaticus nonostante tutto

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

 Giovanni Vale, OBC Transeuropa

Sono passati più di dieci anni da quando, nel 2011, l’ex presidente croato Stjepan Mesić inaugurava a Yangzou in Cina un museo dedicato a Marco Polo, scatenando un putiferio sulla stampa italiana. La questione dei natali dell’autore del Milione ha a lungo inquinato le relazioni italo-croate, ma ora pare che si sia arrivati ad una svolta positiva.

A Curzola (Korčula), quella che fino ai primi anni Duemila era nota come la “casa natale di Marco Polo” è stata trasformata in un “Centro interpretativo” dedicato al grande viaggiatore e finanziato dal programma Interreg Italia-Croazia. All’interno dello spazio museale – inaugurato venerdì scorso – non s’incontra più l’annosa rivendicazione croata secondo cui Marco Polo sarebbe nato a Curzola, ma una presentazione generale del contesto europeo del Duecento e dei viaggi in Estremo oriente. Il logo stesso del nuovo centro è composto da un leone e un drago, un riferimento ai simboli della Repubblica di Venezia e della Cina.

Un’annosa questione

Il viaggio di Mesić in Cina (a cui ne sono peraltro seguiti tanti altri in un’attività di lobbying filo-cinese piuttosto insolita per un ex capo di Stato europeo) s’inserisce nel più ampio contesto della diatriba su Marco Polo, o meglio su dove sia nato.

La questione, secondo alcuni, è aperta, tant’è che la stessa enciclopedia Treccani usa una formula di compromesso, indicando: “Polo, Marco – Viaggiatore veneziano (Venezia o Curzola 1254 – Venezia 1324)”. Non esiste infatti un documento che attesti con esattezza il luogo di nascita dell’esploratore e pare assodato che la sua famiglia avesse antiche origini dalmate, più precisamente di Sebenico (Šibenik). All’epoca queste disquisizioni avevano poco senso, dato che tutti questi territori appartenevano allo stesso stato: la Repubblica di Venezia, che controllava quasi tutta la costa orientale dell’Adriatico.

Oggi, invece, il dibattito è vivo. Da parte italiana, studiosi come Alvise Zorzi, autore tra le altre cose di una biografia dell’esploratore, sostengono che “non ci sono dubbi sul fatto che Marco Polo fosse veneziano, la sua famiglia era veneziana sin dal decimo secolo”. Da parte croata, invece, si fa valere il fatto che una certa famiglia “DePolo” fosse proprietaria di alcune case a Curzola, anche se quella che si è per anni indicata come la casa natale del viaggiatore è stata costruita almeno due secoli dopo la morte dello stesso. Non è molto, ma abbastanza per alimentare la narrazione turistica locale.

Da “casa natale” a Centro interpretativo

Fino al 2003, dunque, Curzola vantava la “casa natale” di Marco Polo. Poi l’edificio è stato chiuso per ristrutturazione e ora ha riaperto sotto una nuova veste. Il “Marko Polo Centar” è un centro multifunzionale, un museo e un luogo di studio. Vi si organizzeranno incontri e dibattiti all’insegna della cultura e dell’incontro, come nota il curatore Vicko Marelić, che parla di “homo adriaticus” nel fare riferimento a Marco Polo. Il progetto ha un valore complessivo di circa 1,3 milioni di euro ed è stato finanziato dal comune di Curzola, dalla contea ragusea, da diversi ministeri croati così come dal progetto VALUE nell’ambito del programma Interreg Italia-Croazia, che ha fornito 360mila euro.

Organizzato su più piani, lo spazio multimediale si snoda su quasi 300 metri quadri guidando il visitatore tra mappe e pannelli informativi, schermi interattivi e oggetti d’epoca. Il focus non è più la rivendicazione della paternità di Polo, ma il contesto in cui avvennero i suoi viaggi in Oriente, dalla geopolitica europea del Duecento alla figura di Kublai Khan, dalla peste alla religione nel Medioevo. Al piano terra c’è una piccola sala di ricerca, dove si vogliono raccogliere i libri su Marco Polo e le tante edizioni del Milione, mentre all’ultimo piano un punto panoramico permette di ammirare sia il centro di Curzola, con la vicina cattedrale quattrocentesca, sia il mare.

In particolare, si consiglia di puntare lo sguardo verso quel braccio di mare in cui il 7 settembre 1298 si svolse la “battaglia di Curzola”, che contrappose la flotta della Serenissima a quella genovese e vide la vittoria di quest’ultima. Allo scontro – che vide sfidarsi gli ammiragli Andrea Dandolo e Lamba Doria, alla guida rispettivamente di 96 e 76 navi – è dedicata un’ampia sezione del museo, sulla base del fatto che allo scontro prese parte anche lo stesso Marco Polo. Secondo la leggenda, Polo sarebbe stato catturato dai Genovesi (un’altra versione sostiene invece che fu fatto prigioniero in Turchia meridionale). Fu in ogni caso durante la prigionia a Genova che il viaggiatore – rientrato dall’Oriente nel 1295 dopo oltre vent’anni di viaggi – dettò il suo libro a Rustichello da Pisa.

Il turismo innanzitutto

Nelle intenzioni del curatore Vicko Marelić, il Centro accoglierà «decine di migliaia di persone all’anno» – «magari un milione!», scherza. Come la maggior parte delle isole croate, Curzola vive di turismo, anche se registra un flusso minore rispetto alle vicine Lesina (Hvar) e Brazza (Brač). Nel 2019, Curzola ha accolto quasi 175mila turisti (Hvar 331mila) per un totale di 927mila notti d’albergo (Hvar 1,6 milioni). L’anno scorso ci si è fermati invece a 138mila visitatori e 732mila pernottamenti. I turisti più numerosi venivano dalla stessa Croazia, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Francia e dalla Slovenia.

In questo contesto, il nuovo Centro serve dunque innanzitutto ad aumentare l’offerta turistica dell’isola e a differenziarla dalle altre, associandola a un nome noto a livello internazionale. “Curzola, la città di Marco Polo”, è peraltro già oggi il motto dell’ufficio turistico cittadino. «Il super-brand Marco Polo può diventare l’attrazione turistica più grande del Mediterraneo», ha sostenuto Vicko Marelić durante il suo discorso inaugurale. Gli auspici della sindaca di Curzola Nika Silić Maroević, che giovedì scorso ha tagliato il nastro all’ingresso del Marko Polo Centar, vanno nella stessa direzione: il nuovo centro porterà più turisti.

La diatriba sul viaggiatore è destinata nel frattempo a continuare, anche perché le parti in causa non sono solo due – Curzola e Venezia – ma almeno tre. Nel 2013 l’antropologa croata Olga Orlić ha pubblicato uno studio dal titolo: «Il curioso caso di Marco Polo di Curzola: un esempio di tradizione inventata», una tesi di dottorato che studia proprio come una leggenda priva di prove storiche sia diventata una tradizione in cui si riconoscono i cittadini e le istituzioni locali. Durante un’intervista per il progetto Extinguished Countries, un paio di anni fa, Orlić raccontava che, poco dopo la pubblicazione del suo lavoro, ha ricevuto una telefonata da un’associazione di Sebenico. «Brava, dott.ssa Orlić, ha ragione!», le hanno detto dall’altro capo del telefono, «noi sappiamo che Marco Polo è nato a Sebenico e ne abbiamo le prove!».


Burj Al Babas, storia di un ecomostro – Quando passare da villaggio di lusso a città fantasma è un attimo

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Da Elle.it

Sapere che il villaggio di tutte le fiabe esiste ed è in realtà una città fantasma potrebbe essere spiazzante. Eppure, in un angolino della Turchia a metà strada tra Istanbul ed Ankara, le cose stanno proprio così. Si tratta di Burj Al Babas, un ambizioso progetto iniziato nel 2014 e abbandonato in fase di costruzione per il sopraggiunto clima di incertezza instauratosi nel Paese a partire dal 2016. Il complesso residenziale, infatti, avrebbe dovuto essere costituito da più di settecento palazzi costruiti a mo’ di castello e pensati per ricchi investitori esteri: tutto però si è tramutato in un disastroso flop dopo aver poggiato l’ultima pietra della seicentesima villa. Oggi, tuttavia, c’è chi ancora pensa che un giorno verrà portato a termine.

Che cos’è il Burj Al Babas Villa

Con Burj Al Babas Villa si intende un villaggio residenziale iniziato nel 2014 e situato nel nord-ovest della Turchia a poche ore da Istanbul nel distretto di Bolu. Secondo il progetto originario, il complesso avrebbe dovuto avere 732 edifici identici l’uno all’altro e costruiti in stile francese a forma di castello. Il tentativo degli immobiliaristi turchi, infatti, era quello di rivolgersi a un pubblico di investitori russi e arabi proponendo immobili di lusso coerenti se visti dall’esterno, ma personalizzabili nell’interior design a spese degli acquirenti.

Tuttavia, prossimo al completamento del cantiere, il villaggio non ha mai visto la luce ed oggi è un’affascinante e spettrale località fatta di case disabitate che difficilmente verranno comprate da qualcuno. Dopo aver costruito quasi tutte le ville in soli due anni, infatti, la crisi economica, l’incertezza politica e l’inflazione vissuta nel Paese hanno portato i finanziatori dapprima ad arenarsi e poi a rinunciare all’intero progetto lasciandolo così incompleto. È dal 2018 che nessuna impresa torna sul luogo.

La storia di Burj Al Babas

A inizio degli anni Duemila, il mercato immobiliare del lusso era florido e presentava tutti i segnali per essere considerato un ottimo settore di investimento: in quel periodo, infatti, la crescita economica della Turchia aveva portato numerose famiglie facoltose ad acquistare pezzi di terreno sulle coste dell’Egeo con la volontà di costruire fastose ville da riservare alle vacanze. Non solo: la stessa Istanbul si era affermata come meta per eccellenza del turismo mondiale. Era normale, dunque, che in un contesto di questo tipo molti potessero vedere l’occasione per gonfiare i propri conti in banca a colpo (quasi) sicuro: tra questi c’erano sicuramente Mehmet Emin e Mezher Yerden, fratelli e colleghi del Sarot Group che, insieme al socio Bulent Yilmaz, decisero di sfruttare la situazione progettando una struttura ricettiva di lusso e sviluppando in un secondo momento la pazza idea di creare una piccola città fatta di castelli.

Il progetto di Burj Al Babas

Armati di carta e penna (in realtà, all’inizio si trattava di un foglio di fortuna recuperato durante una delle loro prime conversazioni) i tre iniziarono a disegnare l’intero complesso per farsi un’idea dei costi da affrontare per la sua realizzazione. La cifra ammontava a circa 200 milioni di dollari: un investimento così ingente, dunque, doveva nascere in un luogo altamente selezionato. La scelta ricadde su una vallata incorniciata da montagne dove, in epoca romana, sorgevano anche degli stabilimenti termali: l’equidistanza da Ankara e Istanbul, inoltre, la rendeva perfetta come ipotetico luogo di soggiorno e base di appoggio strategica.

Come sono fatte le ville di Burj Al Babas

Come abbiamo detto, il progetto del complesso residenziale prevedeva all’inizio la costruzione di 732 ville di lusso. Queste avrebbero dovuto essere a tre piani e tutte molto simili tra loro. Gli elementi architettonici sarebbero stati ripresi dallo stile gotico francese, inglese e americano: in questo senso, su quelle effettivamente realizzate è possibile notare la presenza di elementi come l’arco a sesto acuto, le guglie, gli archi rampanti e le torrette cilindriche dotate di abbaini e ispirate alla Torre di Galata della Istanbul medievale.

Ogni castello avrebbe inoltre dovuto avere il riscaldamento a pavimento e vasche a idromassaggio a tutto spiano: il resto dell’arredamento, invece, sarebbe stato completamente personalizzato dal futuro proprietario.

Lo stato dei lavori del Burj Al Babas ad oggi

Attorno al 2018, circa la metà delle unità abitative previste erano già state vendute agli investitori arabi, mentre le restanti presentavano ancora il cartello vendesi a una cifra compresa tra i 370 e 500 mila dollari: tutto sommato, prezzi competitivi anche per il Medio Oriente. Tuttavia, nell’arco di pochi mesi tutto si trasformò in una rovinosa disfatta: i lavori vennero sospesi e oggi Burj Al Babas si configura come una sequenza infinita di ville che sembrano essere riflesse da un gioco di specchi, inframezzate da strade sterrate ai cui bordi sono ancora abbandonati i materiali di costruzione.

Diversi finanziatori, infatti, avevano ritirato i propri capitali per il clima di incertezza che imperversava in Turchia a causa del tentativo di colpo di stato nel 2016. Proprio per questo la Bloomberg News, una delle più importanti agenzie stampa del mondo con sede a New York, ha indicato l’intero progetto come uno dei più fragorosi flop immobiliari degli ultimi anni.

Altre immagini dell’inquietante ecomostro


Chi ha paura di Alexei Navalny?

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

“Democrazia sovrana”. È la formula ufficiale dell’attuale sistema politico russo. Venne teorizzata da Vladislav Surkov, ex consigliere di Vladimir Putin, poi allontanato dalle stanze del Cremlino. Sostiene Surkov sull’ultimo numero della rivista “Limes”: “La cosa essenziale (ndr: della ‘democrazia sovrana’) è che non occorre copiare alla cieca le istituzioni altrui; alcune cose occorre adottarle, ma altre no. È infatti cruciale, nella costituzione di un sistema politico, tener conto delle caratteristiche della cultura e della psicologia nazionale”. Come dire: nella Russia che in sostanza non ha mai conosciuto né democrazia parlamentare né Stato di diritto, una delle “caratteristiche” che si proiettano dallo zarismo al sovietismo al putinismo è una magistratura asservita al potere nel limitare o cancellare le libertà individuali.

Così è stato anche ieri, nell’aula semideserta improvvisata in un carcere di massima sicurezza, a 250 chilometri da Mosca, quando i giudici hanno emesso nei confronti di Alexei Navalny la sentenza attesa e gradita al Cremlino: altri 19 anni di carcere, stavolta per “estremismo” (sulla base di sei “capi d’accusa”); che si aggiungono agli 11 anni (due scontati) del processo del 2021, dopo che il dissidente ebbe il coraggio – per il regime la ‘sfrontatezza’ – di rientrare a Mosca dalla Germania, dove era stato curato per un avvelenamento avvenuto, chissà ad opera di chi?, durante un trasferimento aereo dalla Siberia alla capitale russa. Con quella sentenza il regime rispose alle accuse di corruzione che il condannato aveva formulato nei confronti dello ‘zar’, decine di migliaia di persone scesero in piazza per protestare contro un’accusa scarsamente documentata e una pena spropositata. Lo è anche oggi. Ma era prima dell’ “operazione militare speciale” contro l’Ucraina (invasione, per chiunque fuori dalla Madre patria), la repressione si è ulteriormente inasprita, inimmaginabili le manifestazioni di un biennio fa.

In realtà Navalny non dovrebbe far così paura a Putin, che si è attrezzato di metodi “legali” assai convincenti per imbavagliare ogni tipo di contestazione. Altre dure condanne di oppositori; la chiusura del “Memorial” e del “Centro Sacharov” (che tenevano viva la denuncia degli anni di uno stalinismo che il presidente sta invece in buona parte riabilitando); epurazioni anche fra i ‘sospettabili’ del sistema e nelle alte sfere dell’esercito; diversi suicidi sospetti. Una panoplia di provvedimenti che dall’autoritarismo hanno condotto alla dittatura. Quindi, nel caso di Navalny, si tratta essenzialmente di “preduprezhdenie”: cioè “monito, avvertimento” destinati a un’opinione pubblica russa oggi in realtà più che altro preoccupata (in sintonia con l’Occidente) soprattutto dei fantasmi di uno scenario di caos evocato dalla “ribellione” della sedicente “orchestra” Wagner di Evgeni Prigozhin, il mercenario traditore, figlio del sistema, e quindi (per ora?) immediatamente perdonato. Si avvicinano inoltre elezioni amministrative, parlamentari e presidenziali: e l’autocrazia non intende correre il minimo rischio (in particolare quello dell’astensione) soprattutto quando è aperto un fronte di guerra, e fin troppe famiglie, si parla di almeno 30.000, nelle periferie più povere dell’impero piangono i figli caduti nella guerra di Putin.

Così Alexei Navalny, un totale di trent’anni fra le sbarre, viene sistemato con un ergastolo “quasi a vita” (“la mia, o quella del regime?”, ci ha scherzato su l’interessato); inoltre, condizioni carcerarie e di isolamento anche da famigliari, amici, avvocati particolarmente dure, che in pratica rischiano di spuntare l’arma che gli è più cara: anche dalla prigione, la parola, la denuncia, l’incoraggiamento alla sua organizzazione, pur disarticolata dalla crescente repressione. Qualcosa di cui finora i suoi carcerieri non erano riusciti a privarlo. Ora, visti i termini di detenzione, potrebbero farcela. Non saranno certo le rituali proteste occidentali ad alleggerire la mano pesantissima della giustizia subordinata al potere. Di più potrebbero eventualmente fare le sorti della guerra, ma soltanto se virassero in favore di Putin.

A questo punto non sarebbe il caso che la pur benemerita “Amnesty International” rivedesse una controversa decisione, adottata contro il detenuto russo pochi anni fa? L’organizzazione umanitaria decise, dopo un tormentato dibattito interno, di continuare a chiederne il diritto di esprimersi e la libertà, ma di negargli lo status di prigioniero di coscienza per dichiarazioni inconfutabilmente razziste che in passato Navalny aveva pronunciato, in particolare contro i migranti dell’Asia centrale. Era la sua fase di acceso nazionalismo. In seguito dichiarò di essere dispiaciuto di quelle sue affermazioni, ma per l’organizzazione umanitaria mancava un autentico pentimento e una dichiarazione pubblica di auto-dissociazione. Mosca accolse la notizia con conclamata soddisfazione. La direttrice dell’ufficiale “Russia Today” ne approfittò per definire Navalny “un nazista” (scarsa fantasia, ormai non c’è nemico che per il Cremlino non sia un erede di Hitler). È trascorso un decennio. Il “prigioniero a vita” non si è più riproposto con parole inaccettabili. È sicura “Amnesty” di non doversi ricredere?

Nell’immagine: Alexei Navalny con i suoi legali


Le parole non dette (dalla sinistra)

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Il mondo ha bisogno dell’Europa, ma di “una vera Europa”. Fondata su “tre cantieri di speranza che sono l’ambiente, il futuro e la fraternità”. Ma per questo, le istituzioni europee, i singoli Stati (quindi, Svizzera compresa) e la società civile dovrebbero immaginare “un impulso di apertura universale”, invocando per il Vecchio continente “il ruolo di pontiere e di paciere” sia nella sua parte orientale (con la guerra in Ucraina), ma anche nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. 

Certo, la realtà non ispira ottimismo e viene quindi da chiedere con urgenza all’Europa, rovesciandone i disvalori che la accompagnano da troppo tempo: “verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo?” E di domandare ancora – pensando alla politica, ormai incapace di proporre una visione per il domani, se non quella neoliberale che pianifica una società sempre più darwiniana, basata solo sulla competizione di mercato, quindi antisociale e antidemocratica e profondamente illiberale: “quale rotta segui, Occidente? La tua tecnologia, che ha segnato il progresso e globalizzato il mondo, da sola non basta; tanto meno bastano le armi più sofisticate, che non rappresentano investimenti per il futuro, ma impoverimenti del vero capitale umano, quello dell’educazione, della sanità, dello stato sociale” e non quello a cui pensano economicisticamente e utilitaristicamente i neoliberali. 

Dunque: “Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa popoli e persone, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche”. E ancora: “Verso dove navigate, Europa e Occidente, con lo scarto dei vecchi, i muri col filo spinato e le stragi in mare?” 

Serve dunque aprire i tre cantieri citati all’inizio. L’ambiente, con “gli oceani che si surriscaldano e con i loro fondali che portano a galla la bruttezza con cui abbiamo inquinato la casa comune. L’oceano ci ricorda che la vita dell’uomo è chiamata ad armonizzarsi con un ambiente più grande di noi, che va custodito con premura, pensando alle giovani generazioni. Come possiamo dire di credere nei giovani, se non diamo loro uno spazio sano per costruire il futuro?”. E quindi il secondo cantiere, appunto il futuro, con tanti fattori che invece scoraggiano i giovani “come la mancanza di lavoro, i ritmi frenetici in cui sono immersi, l’aumento del costo della vita, la fatica a trovare un’abitazione e, ancora più preoccupante, la paura di formare una famiglia”. Servirebbe una “buona politica”, totalmente diversa da quella neoliberale e tecno-capitalista egemone ormai da 50 anni e che trasforma lo stato in un’impresa e la società umana in mero mercato. Una buona politica “chiamata non a detenere il potere, ma a dare alla gente il potere di sperare. E quindi chiamata, oggi più che mai, a correggere gli squilibri economici di un mercato che produce ricchezze, ma non le distribuisce, impoverendo di risorse e certezze gli animi. Chiamata a riscoprirsi generatrice di vita e di cura, a investire con lungimiranza sull’avvenire, sulle famiglie e sui figli, a promuovere alleanze intergenerazionali, dove non si cancelli con un colpo di spugna il passato, ma si favoriscano i legami tra giovani e anziani”.

Infine, il terzo cantiere di speranza, quello fondato sulla fraternità e sulla solidarietà”. Senza le quali è impossibile avere speranza di futuro e tutela dell’ambiente. Senza dimenticare la tecnologia, pensando soprattutto ai giovani: “Tanti oggi sanno il tuo nome, ma non ti chiamano per nome. Il tuo nome infatti è noto, appare sui social, viene elaborato da algoritmi che gli associano gusti e preferenze. Tutto questo però non interpella la tua unicità, ma la tua utilità per le indagini di mercato”. Dietro e dentro ai social “si nascondono  sorrisi di falsa bontà, dicendo di conoscere chi sei ma non volendoti bene, insinuando di credere in te e promettendoti che diventerai qualcuno, per poi lasciarti solo quando non interessi più. Sono le illusioni del virtuale e dobbiamo stare attenti a non lasciarci ingannare”.

E ora la domanda (anche se qualcuno avrà già capito di chi sono le frasi virgolettate – e solo quelle, il resto è commento nostro – citate fin qui): chi ha pronunciato queste parole – ambiente, futuro, speranza, solidarietà, governo dell’innovazione tecnologica e dei mercati? La risposta dovrebbe essere facile, se le parole avessero ancora un senso e fossero piene di contenuti: la sinistra, quella europea (e quindi anche svizzera) – e non solo. La speranza di un mondo migliore – quindi di una società migliore, quindi di un futuro umano e non capitalistico, quindi nuovamente migliore e da costruire tutti insieme – non era infatti un elemento fondativo del socialismo e del pensiero illuministico? Uscire dal mercato e dallo sfruttamento dell’uomo e della Terra da parte del capitale non dovrebbe essere un altro obiettivo/cantiere del socialismo, comunque di tutti quelli che si dicono di sinistra? E la solidarietà non dovrebbe essere un’altra delle parole-chiave delle sinistre, di ieri e di oggi?

Tutti progetti / cantieri / obiettivi che appunto dovrebbero essere di sinistra. E invece, chi ha pronunciato quelle frasi? Papa Francesco, a Lisbona per la ‘Giornata mondiale della gioventù’. Questo significa che hanno dunque ragione i suoi oppositori e i fascisti cattolici integralisti, che lo accusano di essere di sinistra? Certo che no, Francesco è un papa finalmente e splendidamente umanista (e lo diciamo da non credenti). Le sue encicliche Fratelli tutti e Laudato si’ sono dense di critica sociale ma anche e appunto di umanesimo e di speranza. 

È la sinistra che invece dovrebbe profondamente vergognarsi di non sapere più dire parole simili a quelle – umanistiche – pronunciate da Francesco. Una sinistra che si è fatta più neoliberale dei neoliberali, più antisociale delle destre, totalmente incapace di generare speranza in un cambiamento, ormai accettando il capitale e la tecnica come dati di fatto immodificabili – e quando, aggiungiamo, le sinistre saranno capaci di fare una critica simile anche dei social, strumenti essenzialmente di propaganda e di manipolazione delle coscienze, oltre che iper-capitalistici e mercificanti, che stanno distruggendo intere generazioni di giovani, uccidendo insieme democrazia e libertà e speranza e responsabilità? 

Francesco sembra rimasta la sola coscienza critica del mondo di oggi. Propone una visione umanistica, ma comunque legata a valori religiosi (pensiamo alla sua insistenza sui temi della natalità in un mondo già troppo sovrappopolato), anche se di un cattolicesimo radicalmente diverso da quello integralista di un Ratzinger e di un Giovanni Paolo II (che sostenne indecorosamente il regime fascista del cileno Pinochet e il pensiero antisociale neoliberale). 

La sinistra è capace di dire qualcosa di analogo a Francesco, ma partendo da un umanesimo laico e illuminista e progressista?


La parola “patria”

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Per prima cosa vi ringrazio molto dell’invito che, non lo nego, in un primo tempo mi ha spiazzato: proprio io, che ho vissuto più o meno sempre da „straniera“ in Italia come in Svizzera, dovrei parlare di patria il primo d’agosto?

Poi mi sono detta: Perché no, anche questa è la mia casa, anche la Svizzera, anche Brusino, dove ho molti ricordi d’infanzia, dove mio nonno, che passava l’estate qui, usciva in barca e poi portava a mia nonna il pesce comprato in paese fingendo di averlo pescato lui. Ho deciso però, visto che sono stata invitata a tenere l’allocuzione nel giorno dell’anniversario della patria, di parlare proprio della parola “patria”.

Patria è per me una delle parole più problematiche dell’intero vocabolario. Lo è sul piano professionale (e anche personale). Sono traduttrice dal tedesco e per mestiere ragiono continuamente sul peso delle parole. Quando traduco la parola tedesca “Heimat”, nel cui contesto confluiscono, oltre alla tradizione politica della parola “Vaterland” (letteralmente “Patria”), anche le connotazioni emotive legate alla tradizione romantica della casa come focolare domestico, se ho la possibilità di scegliere e il contesto di riferimento non è quello del nazifascismo, cerco di non usare “Patria”. 

La parola “Heimat” infatti, pur essendo passata (come patria) attraverso il tritacarne del nazionalsocialismo – le parole cambiano significato, durezza e sostenibilità, a seconda delle epoche storiche e questo vale anche per la Svizzera “neutrale” –, ha riconquistato con il passare degli anni quel significato più largo, non politico, non ideologico, quell’idea di radici, che aveva in origine e che la parola italiana “patria” non ha. 

“Se dico patria (Heimat) mi viene subito in mente una bandiera” diceva Max Frisch nel 1974, nel discorso tenuto in occasione dell’assegnazione del premio Schiller. La bandiera, che unisce chi appartiene a una stessa Patria ma esclude chi non si riconosce nella bandiera, lo straniero. Così vedeva le cose Frisch in quegli anni, quando di stranieri in svizzera cominciavano ad essercene molti, troppi per qualcuno.

Anche Mariella Mehr, scrittrice svizzera di origine Jenisch (che ho tradotto e di cui sono stata amica), ex vittima della sciagurata opera assistenziale della Pro Juventute «Kinder der Landstrasse» e morta un anno fa, apparteneva alla Svizzera anche se questa l’aveva considerata una figlia degenere. Nel discorso pronunciato in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Basilea, Mariella disse che si sarebbe trasferita in Italia e che avrebbe voluto diventare apolide per sottrarsi alla nazione matrigna che l’aveva perseguitata e umiliata. Non l’ha fatto. 

Anni dopo è rientrata a Zurigo, che era la sua Heimat, la sua casa, ma non la sua patria. Eppure Patria è anche “il territorio al quale ciascuno sente di appartenere”, si legge sul vocabolario Treccani. Forse la questione è davvero, come diceva Frisch nel discorso citato sopra: “Abbiamo una patria solo quando l’amiamo? E se lei non ci ama, allora non abbiamo più una patria?” 

No l’appartenenza a una nazione oggi, a dispetto delle correnti sovraniste che attraversano l’Europa, è più che mai qualcosa di fluido e soggetto a contaminazioni. Ma il fatto di essere nati e/o cresciuti in un determinato paese ci rende parte di una comunità (o di più comunità), di un territorio (o di più territori) ai quali siamo sentimentalmente legati e nei confronti dei quali abbiamo delle responsabilità. 

L’appassionato, ironico, a volte dissacrante esercizio della critica è il modo in cui gli scrittori (quelli svizzeri in particolare), si prendono cura e si assumono le proprie responsabilità nei confronti del proprio paese. Questo è quanto rivendica Max Frisch nel suo discorso Die Schweiz als Heimat? ma è anche quello che fa Dürrenmat nel discorso del 1991 Die Schweiz als Gfängnis o Mariella Mehr nel discorso del 1998 Von Mäusen und Menschen. Tutti loro sono legati al proprio paese anche se non si riconoscono nella parola patria.

Dicevo all’inizio che c’è anche una ragione personale per la mia difficoltà con la parola Patria. Sono nata a Zurigo nel dicembre del 1959 ma già quando avevo 8 mesi i miei genitori si sono trasferiti a Lugano da dove saremmo dovuti partire per la Costa d’Avorio, ex colonia francese che aveva ottenuto l’indipendenza nell’agosto 1960. Mio padre, che aveva vissuto in Africa da ragazzino, aveva già una promessa di lavoro. 

Con la morte di mio padre in un incidente aereo dell’esercito svizzero nell’ottobre del 1960, il progetto naufragò e mia madre rimase, come diceva lei, “inchiodata” alla Svizzera, un paese al quale attribuiva, proprio in quanto “patria”, la colpa della morte del suo giovane marito. Mia madre e io vivevamo dunque contro l’idea di patria che in quegli anni per la Svizzera era più che mai incarnata nell’esercito.

Ricordo di aver dovuto pronunciare la parola patria in seconda elementare quando, per l’inaugurazione del nuovo edificio scolastico di Pregassona, abbiamo cantato il “salmo svizzero”. Ricordo bene il disagio che non era dovuto solo in quel caso alla posizione straziata e un po’ ideologica di mia madre, ma anche alla mia personale difficoltà con la radice della parola patria che mi ricordava evidentemente l’innominabile parola “padre”.

Oggi qui mi sento a casa, qui sono le mie radici, (anche a Brusino, a poche centinaia di metri da qui dove c’è la darsena di mio nonno), ma avendo vissuto per più di trent’anni a Pavia, anche quella è la mia casa e tutt’oggi non riesco a decidere di stare in un posto solo. Non sono né solo svizzera né solo italiana e la parola “patria” mi chiude dentro un’identità o mi mette fuori dall’altra, questa è la mia sensazione. 

Ho scoperto però recentemente, nel mio studio intermittente e disordinato della bibbia e dell’ebraico una parola che mi piacerebbe lasciare qui, a Brusino, sull’acqua, accanto alla parola patria, una parola-rifugio per quando uno si sente chiuso dentro o fuori: si tratta di Tevà che significa “Arca”, un “mero strumento di galleggiamento”, dicono i commentatori, per affrontare il diluvio, e più in generale i momenti di crisi. 

Tevà è una barca senza timone.
Ma Tevà significa anche “parola”.

Anna Ruchat è scrittrice e traduttrice
Nell’immagine: il lago davanti a Brusino


Il Politicamente Corretto uccide le favole

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 


“Saranno le donne a compiere la Rivoluzione Iraniana”

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Di Tatjana Dordevic, Gariwo.net

Shirin Ebadi è stata la prima donna a ricoprire la carica di giudice nella storia dell’Iran e la prima donna di religione musulmana a ricevere, nel 2003, il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno nella difesa dei diritti umani. La sua vita è cambiata drasticamente dopo la rivoluzione del 1979, quando fu costretta a lasciare la magistratura. A causa del suo impegno per la difesa dei diritti umani e civili, in particolare dei diritti delle donne, il regime iraniano ha cercato in ogni modo di ostacolarla, rendendo la sua vita impossibile. Non solo è stata minacciata più volte, ma anche i suoi familiari hanno subito oppressioni: suo marito è stato torturato e poi costretto ad accusarla in televisione di aver tradito il proprio paese, sua sorella è stata arrestata e i suoi beni sono stati confiscati.
Nel novembre 2009 la polizia di Teheran ha fatto irruzione nel suo appartamento picchiando il marito e sequestrando il premio Nobel per la pace. All’epoca dei fatti, Ebadi si trovava a Londra da giugno, in un esilio autoimposto per sfuggire a un mandato d’arresto. A Londra, Ebadi ha continuato a lottare per le libertà democratiche del suo paese. Questo impegno è diventato ancora più urgente l’anno scorso, quando Mahsa Amini, una ragazza curda di 22 anni, è stata uccisa perché indossava l’hijab in modo non appropriato.

Il velo è imposto a tutte le donne dalla rivoluzione islamica del 1979. Ci sono voluti più di quarant’anni perché scoppiasse una nuova ribellione. Per quale motivo? E perché proprio ora?

La rivoluzione del 1979 avvenne nel mese di febbraio. Subito dopo, quando l’hijab divenne obbligatorio e le donne furono costrette a presentarsi al lavoro con il velo, scendemmo in piazza a protestare. Era l’8 marzo 1979 e quella protesta fu uno shock per il regime. Purtroppo, quella norma è rimasta in vigore per tutti questi anni e noi, le donne dell’Iran, abbiamo espresso il nostro dissenso in molti modi nel corso del tempo. Tuttavia, questa volta, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, la protesta si è diffusa e ha coinvolto diverse fasce della società, anche come conseguenza del fatto che in quarantaquattro anni il regime non ha mai risposto alle richieste del popolo.

Le donne iraniane non lottano solo contro l’obbligo di indossare il velo, ma per i nostri diritti fondamentali che sono stati calpestati ed eliminati in tutti questi anni. Si potrebbe dire che il velo è solo un pretesto per chiedere gli stessi diritti che gli uomini hanno in Iran.

Durante le proteste dell’anno scorso, le immagini che abbiamo visto dall’Iran sui social erano veramente impressionanti. Che effetto le hanno fatto?

Sono molto orgogliosa di vedere tutti questi giovani che protestano oggi. Abbiamo una nuova generazione che è molto più coraggiosa rispetto alla mia. Ci sono addirittura ragazze di tredici e quattordici anni che stanno combattendo contro il regime.

Il regime ha attaccato alcune scuole femminili con gas chimici, causando l’avvelenamento e la morte di molte ragazze. Nonostante tutto ciò, queste giovani donne continuano a opporsi e a lottare per i loro diritti.

​​Lei vive tra Londra e gli Stati Uniti. Come vede la democrazia occidentale, a fronte del fatto che negli ultimi anni c’è un grande rafforzamento dei partiti di estrema destra?

Sono fermamente contraria alla frase “la democrazia occidentale”. La democrazia è un concetto che dovrebbe essere privo di connotazioni occidentali o orientali. Non dobbiamo considerare un paese democratico solo perché vi si tengono elezioni. Infatti, molti dittatori sono saliti al potere tramite il voto. La democrazia implica che, in un paese, la maggioranza rispetti la minoranza e garantisca i diritti fondamentali.

Con altri giuristi lei ha chiesto ai Paesi europei di ritirare i loro ambasciatori dall’Iran e di ridurre le relazioni diplomatiche e consolari. Pensa che, finché l’occidente tollererà il regime iraniano, non ci saranno grandi cambiamenti?

Il popolo iraniano è l’unico che può compiere questa rivoluzione. Tuttavia, i paesi democratici, in particolare quelli europei, potrebbero cercare di evitare di aiutare il regime dittatoriale. Ci sono tre motivi per i quali l’Europa sembra non voler prendere una posizione chiara contro il regime della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il primo motivo è di natura economica, in quanto si tratta di un paese ricco e ci sono molti interessi economici tra l’Europa e l’Iran. Il secondo motivo è legato al fatto che l’Iran è una potenza nucleare, il che rende i paesi europei molto cauti nel contraddire una tale forza. Infine, l’Europa teme che uno scontro diretto potrebbe causare un esodo di immigrati iraniani.

Questi sono i principali motivi per cui l’Occidente sta cercando di mantenere un dialogo con il regime, chiudendo, nel frattempo, gli occhi di fronte ai crimini commessi nel paese.

Durante le proteste, abbiamo visto soprattutto giovani e in secondo luogo, molti uomini. Questo vuol dire che in Iran esiste una generazione che non è più disposta ad accettare il regime? Cosa sono disposti a pagare quelli che hanno protestato?

In questo momento le nostre carceri sono piene di giovani, ma nonostante ciò la gente continua a protestare. Le proteste, ovviamente, non sono così massicce e costanti come prima, ma la gente esce ancora in strada di sera.

Il popolo iraniano sa che il prezzo da pagare è elevato. Molte persone che si sono opposte al regime hanno perso il lavoro, molti attori sono stati esclusi dai teatri e molti spettacoli sono stati censurati. Coloro che sono stati arrestati subiscono maltrattamenti e torture nelle carceri. Persone vengono impiccate semplicemente perché hanno partecipato alle proteste. Tutto ciò dimostra che il coraggio del popolo va oltre l’oppressione del regime dittatoriale. Il popolo ha finalmente superato la paura e non si ferma più. Se siamo arrivati a questo punto, la vittoria sarà nostra. Tuttavia è necessario del tempo per consolidare questa consapevolezza. Questa ribellione è come un frutto che ha bisogno del suo tempo per maturare.

Il nome delle proteste “Donna, vita, libertà”, cosa riflette secondo lei? Si tratta di una consapevolezza comune?

La rivoluzione in Iran non è solo politica, ma anche culturale. Negli ultimi quarant’anni, lo slogan per opporsi al regime era legato al diventare il martire dell’ideologia, e quindi si parlava spesso di morte. Tuttavia, il nuovo slogan “Donna, vita e libertà” parla della vita, e chi dona vita è la donna, la donna iraniana che desidera essere libera.

Lei ha collaborato molto nella sua lotta per i diritti con l’attivista Narges Mohammadi, tuttora in carcere. Perché una figura come Narges è così importante e di ispirazione per tante generazioni di attiviste e di semplici cittadine iraniane?

Narges Mohammadi ed io facevamo parte della stessa associazione, che abbiamo fondato all’epoca. Lei ricopriva il ruolo di segretaria dell’associazione. Narges è stata imprigionata per sei anni, poi è stata rilasciata ed è rimasta libera per un anno. Purtroppo, si trova nuovamente in carcere. Tuttavia, Narges non è l’unica donna che lotta per i diritti delle donne in Iran. Fortunatamente ci sono molte altre donne come Narges Mohammadi che hanno ispirato una nuova generazione di donne che compirà questa rivoluzione.

Che cos’è la libertà per lei?

Sono stata minacciata ripetutamente. Ho letto l’ordine in cui veniva disposta la mia uccisione quando seguivo il caso Forouhar, la coppia assassinata nella propria casa.

Ho rifiutato la scorta perché preferisco essere libera. Se qualcuno vuole ucciderti, ti ucciderà. Le minacce servono solo a creare paura e costringere le persone a tacere. La libertà significa che ogni essere umano deve conservare la propria dignità senza ledere la libertà degli altri e la libertà collettiva. Uno dei motivi che possono portare alla perdita della libertà è la povertà; per questo, per preservare la dignità, dobbiamo soprattutto combattere la povertà nel mondo.

Gariwo ringrazia l’associazione Maanà e la sua presidente Rayhane Tabrizi per il prezioso contributo a questa intervista
Nell’immagine: Shirin Ebadi


Marcello Foa: il ritorno in Rai del sovranista

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Marcello Foa torna dunque in Rai. Volendo, è una non-notizia. Se non fosse che il giornalista italo-svizzero, cresciuto a Lugano, dove aveva debuttato nella professione e dov’era tornato come amministratore delegato del Corriere del Ticino, rientra nel Palazzo vetrato di Viale Mazzini nel pieno delle polemiche che stanno accompagnando il vittorioso e sfacciato assalto della destra meloniana-salviniana alla radio-tv pubblica del Bel Paese. Ok, ripetiamolo anche noi: non che la sinistra sia immune alla pratica della lottizzazione, come del resto tutti i governi, di qualsiasi colore, nella storia dell’italica Repubblica, unico paese dell’Europa occidentale dove non a caso s’è sentita la necessità di creare una commissione parlamentare detta di “vigilanza” del servizio pubblico, dove per “vigilanza” s’intende, si pianifica e si applica la spartizione politica.

Ma fra lottizzazione e occupazione una differenza c’è. La prima – già di per sé intollerabile – distribuisce poltrone dirigenziali e programmi in base a una sorta di “manuale Cencelli” che più o meno rispecchia i rapporti di forza elettorali fra i vari partiti (esempio: Bruno Vespa non ha mai lasciato l’azienda, pur avendo definito a suo tempo la DC “il mio editore di riferimento”). La seconda – l’occupazione vera e propria – è l’arraffare violento e a senso unico di ogni posizione possibile, e unicamente a beneficio dello schieramento politico più forte in sede parlamentare: una sorta di “spoils system” che ci può stare in politica, ma non quando si tratta di un servizio pubblico che dovrebbe tener conto di tutte le sensibilità di una platea nazionale.

Ma è proprio quanto sta accadendo a Roma. Qualcosa di inedito, per brutalità e gravità, nella storia repubblicana dopo gli anni della propaganda “MinCulPop”, ministero della cultura popolare di fascistica memoria. Solo in parte paragonabile, ciò che sta avvenendo, soltanto all’era del potere berlusconiano, quando il cavaliere-premier (“il Caimano” nel film di Nanni Moretti) poteva contare contemporaneamente sia sulla favorevole lottizzazione Rai sia sulla potenza di fuoco del suo impero radio-televisivo: praticamente incontrastato grazie a un paio di riforme, la Gasparri e la Mammì, che esclusero qualsiasi vera concorrenza commerciale nel settore, e che la sinistra benedisse con la ‘storica’ visita di D’Alema nei palazzi di Mediaset e soprattutto evitando puntigliosamente di battersi per una seppur minima legge sul conflitto d’interesse.

Si conoscono i nomi di giornalisti e conduttori, più o meno prestigiosi, nelle ultime settimane già messi alla porta o incoraggiati a farlo. Ma cosa ci azzecca Foa con tutto questo? Ci azzecca Il fatto che egli debba anche quest’ultima ‘promozione’ (conduzione della mattinata sulla rete radiofonica più importante della Rai) al fatto di essere scrittore, giornalista, opinionista, docente contiguo, anzi: funzionale, all’attuale maggioranza politica di destra-destra. Fu anche per questo posizionamento che il capo della Lega, Matteo Salvini, allora al governo con Conte e i Cinque Stelle, fece il diavolo a quattro per avere, infine ottenendolo, Marcello Foa alla presidenza della Rai nel settembre 2018. Fino al 2021, quando dovette lasciare, con un bilancio assai poco lusinghiero secondo Usigrai, il sindacato dei giornalisti interni (ma si sa, quelli sono tutti “rossi” e prevenuti…). Matteo Salvini – che aveva assunto nel suo staff di consiglieri anche il figlio di Foa – poteva dimenticare proprio in questa fase di occupazione della Rai proprio un suo ‘beniamino’?

Dunque, rieccolo. Il Marcello Foa, ex del “Giornale” (proprietà Berlusconi), che si considera uno specialista nella denuncia delle tecniche manipolatorie di disinformazione, fustigatore di fake news spesso attribuite alla “stampa mainstream”, che guarda caso sta sempre e solo a sinistra o nell’alveo liberal. Riecco l’antieuropeista pro-putiniano, vicino a ‘Sputnik” e collaboratore (stipendiato?) di “Russia Today”, le voci propagandistiche del Cremlino più diffuse all’estero (fu del resto Salvini ad affermare di “sentirsi più a casa a Mosca che a Bruxelles”). Riecco il populista-sovranista, il convinto assertore che l’emigrazione clandestina è organizzata da una precisa regia per realizzare il processo di “sostituzione” (africani e arabi al posto degli europei), l’anti-vax dalle teorie bislacche, il fustigatore di una scienza spesso giudicata asservita ad establishment e poteri forti, nonchè il ‘censore’ del capo dello Stato, Sergio Mattarella: una volta storpiò l’affermazione del presidente sui rapporti Italia-UE e concluse affermando di provare “disgusto”; un’altra sostenne, contro ogni evidenza e smentito dai fatti, che Mattarella fosse contrario al governo fra Lega e Cinque Stelle, affermando polemicamente: “e che allora abbia il coraggio di metterli fuori legge, li estrometta dal parlamento e proclami la dittatura”. Poi tardivamente, molto tardivamente e opportunisticamente, al momento del dibattito sulla sua scalata al vertice Rai si scusò con Mattarella, elogiando anche il coraggio della sua famiglia (si riferiva, senza farne il nome, al fratello Piersanti Mattarella, leader della DC siciliana, assassinato dalla mafia).

Sarebbe lunga e documentabile la lista delle sortite più discutibili di Foa. Riassumiamola allora col passaggio di una tagliente biografia che, dopo la sua nomina a presidente Rai, gli dedicò “il Foglio” di Giuliano Ferrara, battagliero ex portavoce del primo governo Berlusconi, giornale quindi non certo classificabile fra i tifosi del centro-sinistra. Sotto il titolo “Lo spasso del Foa anti fake-news”, (ottobre 2019), che prendeva spunto da un documento in difesa della democrazia e di un dibattito politico dai toni civili firmato da tutti i dirigenti delle emittenti pubbliche europee, si può leggere che in realtà “Foa è stato un diffusore seriale di fake news: con il cospirazionista dell’alt-right americana (estrema destra) Alex Jones afferma che l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines in Ucraina non sarebbe stata opera dei filorussi ‘ma è un caso di ‘false flag’ ovvero di crisi provocata ad arte’; diffonde articoli su presunte cene di collaboratori di Hillary Clinton a base di “mestruo, sperma e latte di donna” (ndr: ed era il periodo in cui la candidata democratica alla Casa Bianca era vigliaccamente accusata di pedofilia); getta sospetti sui vaccini; da presidente della Rai, in Israele proprio per un convegno sulle bufale giornalistiche, accusa (falsamente) in un’intervista gli europarlamentari del PD di essere finanziati dal magnate ebreo George Soros (lo spauracchio della destra sovranista). La democrazia è a rischio perché la disinformazione è una malattia pericolosa, ma Marcello Foa presidente della RAI ne è un sintomo, non certo la cura”, concludeva “il Foglio”.

A Lugano, nella parte conclusiva della sua esperienza alla testa del gruppo editoriale “Corriere del Ticino”, non mancò qualche problema. Che, secondo nostre fonti di prima mano, furono anche all’origine di un difficile rapporto con l’allora direttore Fabio Pontiggia. Era il periodo della frequente partecipazione di Foa a convegni ispirati alle tesi della Lega Nord, quando gli slogan pro-Putin, anti-Europa, ed anti-euro (è noto lo stretto rapporto fra il giornalista e l’attuale deputato Alberto Bagnai, il più tenace teorico leghista dell’abbandono della moneta unica), erano merce corrente nel partito salviniano. Allora, dalle nostre parti, fu impossibile non notare che la firma di Foa non appariva più sulla versione cartacea del principale quotidiano ticinese, ma unicamente sulle pagine dell’offerta on-line. Soltanto per irrobustire la redazione della parte e-paper da rilanciare? Ricordiamolo: era stato il settimanale “L’Espresso” ad esprimersi polemicamente per primo sulle controverse posizioni e frequentazioni italiane di Foa. Che si meritò un comunicato di piena solidarietà e di assoluta fiducia sulla sua obiettività da parte dell’editore luganese del “Corriere”. Con preannuncio di querela contro la testata italiana. Vi fu, e con quale esito? Sarebbe interessante saperlo.

“La ridiffusione di messaggi controversi non significa condividerne in toto il contenuto”, si è sempre difeso Foa quando sulle pagine del suo blog rilanciava le tesi più assurde, senza però minimamente accennare quale fossero le parti inaccettabili. Ricorda di aver sì collaborato a “Russia Today” ma anche con la BBC, stabilendo un impossibile parallelo fra la qualificata informazione della radio-tv britannica e una radio-megafono del Cremlino. E ha continuato a ripetere di essere “un allievo di Indro Montanelli”. Il Montanelli, certo uomo di destra ma di spirito indipendente, che aveva osato rompere con Berlusconi affermando fra l’altro che l’Italia aveva “bisogno di una lunga cura di berlusconismo per capire” di che pasta fosse fatto l’imprenditore recentemente santificato post-mortem da un paese immemore. Oggi, cosa avrebbe apprezzato Montanelli del suo presunto “allievo”? Non molto, immaginiamo.

Certo, ognuno, anche e forse soprattutto un giornalista d’opinione come Marcello Foa, è liberissimo di esprimere le proprie convinzioni. Ma lo può fare correttamente soltanto se non si camuffa, non si nasconde, non si rifugia dietro una speciosa auto-difesa, proclamando imperturbabile la propria equidistanza e indipendenza politica e di giudizio.

Gli auguriamo, comunque, buon lavoro. Anche se alla coppia di presentatori Rai che l’ha preceduto – Luca Bottura e Marianna Aprile – non è stata fornita alcuna spiegazione sulla destituzione / sostituzione. Né è stata concessa loro l’autorizzazione a congedarsi dal proprio pubblico. In perfetto stile “sovranista celodurista”. Che ha inventato per i palinsesti della nuova Rai meloniana questo beffardo slogan: “di tutto, di tutti”. Ma “tutti” chi?

Nell’immagine: Marcello Foa durante un’intervista


La festa (fiscale) fra le nuvole

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Di Raffaele De Luca, L’Indipendente

Nonostante il settore del trasporto aereo sia altamente impattante sul clima, gode di enormi privilegi fiscali: è quanto emerge da un rapporto del gruppo ambientalista Transport & Environment, con cui è stata posta la lente di ingrandimento sulla cifra che gli Stati europei non hanno riscosso a causa di diverse esenzioni. Dall’analisi è emerso infatti che lo scorso anno i governi non hanno ricevuto 34,2 miliardi di euro a causa dei bassi livelli di tassazione applicati al settore dell’aviazione civile, responsabile di una perdita pari a circa 4 milioni di euro all’ora. Un mancato incasso di notevole importanza, soprattutto se si considera che con 34,2 miliardi di euro si sarebbero potuti costruire 1.400 chilometri di infrastrutture ferroviarie ad alta velocità.

Secondo quanto emerso dal rapporto, le cause dei una tale perdita economica sono tre: il mancato pagamento, da parte del settore, delle tasse sul cherosene; un’IVA assente o molto bassa sul costo dei biglietti; l’applicazione della tassazione delle emissioni di anidride carbonica solo ai voli intraeuropei. Tasse in parte a carico dei passeggeri ed in parte delle compagnie aeree le quali, tuttavia (nonostante abbiano anche beneficiato di sussidi pubblici durante la pandemia), contribuiscono maggiormente alla perdita, visto che 20,5 miliardi avrebbero dovuto essere pagate dalle stesse relativamente al carburante ed alle emissioni di anidride carbonica. Ad incidere particolarmente sono Air France e Lufthansa le quali, a causa della dimensioni della loro attività, non hanno fatto riscuotere all’Europa rispettivamente 2,4 e 2,3 miliardi di euro. Un dato che non sorprende, visto che oltre la metà (56%) del totale della perdita economica è attribuibile alle “attività delle prime 15 compagnie aeree più inquinanti in Europa”.

A fare i conti con il problema sono soprattutto il Regno Unito, la Francia, la Spagna e la Germania, che si sono affermati come i quattro Paesi europei con la perdita economica maggiore, riflettendo pienamente le dimensioni dei rispettivi settori dell’aviazione. Il governo britannico e quello francese, ad esempio, avrebbero incassato rispettivamente 5,5 e 4,7 miliardi di euro in più se l’aviazione fosse stata tassata adeguatamente – un mancato incasso concretizzatosi nonostante entrambi abbiano imposto una tassa sui biglietti. Per farlo, del resto, il rapporto raccomanda ai governi europei di applicare una tassa sul cherosene ed un’IVA del 20% sui biglietti aerei, nonché di contrastare le emissioni di anidride carbonica prodotte da ciascuno dei voli in partenza. Qualora tali misure non fossero possibili, invece, ogni Paese dovrebbe applicare una tassa sui biglietti aerei equivalente alle propria perdita economica. 

A prescindere dal modus operandi adottato, però, l’importante è intervenire, dato che con le attuali esenzioni il mancato incasso aumenterebbe del 38% entro il 2025: il settore, infatti, è destinato a crescere, motivo per cui nel 2025 si potrebbe passare da 34,2 miliardi non ricevuti a 47,1. L’intervento appare necessario anche per i benefici ambientali che potrebbe arrecare, visto che, secondo il rapporto, la fine delle esenzioni nel 2022 avrebbe fatto risparmiare 35 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Le entrate derivanti dalla tassazione, inoltre, potrebbero essere in parte reinvestite in tecnologie verdi, mentre un costo maggiore del biglietto aereo genererebbe un più diffuso ricorso al trasporto ferroviario che, come rivelato da Greenpeace, è meno economico ma più sostenibile.

Il settore dell’aviazione, del resto, genera circa il 2,5% delle emissioni di anidride carbonica a livello globale ed il suo impatto è sempre maggiore: nel 2013, infatti, emetteva 706 milioni di tonnellate di anidride carbonica, mentre nel 2019 ne produceva 920. Numeri causati soprattutto dalla scarsa tassazione e regolamentazione del settore, che di questo passo produrrà probabilmente entro il 2050 un aumento del 62% dei voli in partenza e in arrivo dagli Stati dell’UE e dell’EFTA (Associazione europea di libero scambio). Bisognerà quindi intervenire al più presto, onde evitare un aggravio dell’impatto climatico del trasporto aereo.

Nell’immagine: 18’500 aerei contemporaneamente in volo in una giornata qualsiasi nell’aprile di quest’anno (fonte: flightradar24.com)


L’Onu chiede un bando globale degli smartphone in classe. “Prima lo studio”

Dove è nato Marco Polo? Qual è il suo Paese natale? Una domanda che nel XIII secolo aveva poco senso – tutto era sotto il controllo della Repubblica di Venezia – ma al giorno d'oggi è fonte di diatribe 

Da Europa Today

Le Nazioni Unite hanno chiesto un bando globale degli smartphone in classe, per migliorare l’apprendimento e proteggere i bambini dal cyberbullismo. L’Unesco, l’agenzia Onu per l’istruzione, la scienza e la cultura, ha dichiarato che è dimostrato che l’uso eccessivo del telefono cellulare è legato a una riduzione del rendimento scolastico e che alti livelli di tempo trascorso sullo schermo hanno un effetto negativo sulla stabilità emotiva dei bambini. Come riporta l’agenzia in un report, l’uso eccessivo o inappropriato della tecnologia da parte degli studenti in classe e a casa, che si tratti di smartphone, tablet o computer portatili, potrebbe distrarre, disturbare e avere un impatto negativo sull’apprendimento. Il documento cita dati di valutazione internazionali su larga scala che indicano un “legame negativo” tra l’uso eccessivo della tecnologia digitale e il rendimento degli studenti.

Come riporta il Guardian, secondo l’agenzia la tecnologia digitale nel suo complesso, compresa l’intelligenza artificiale, dovrebbe essere sempre subordinata a una “visione dell’istruzione incentrata sull’uomo” e non dovrebbe mai sostituire l’interazione faccia a faccia con gli insegnanti. L’Unesco ha messo in guardia i responsabili politici da un abbraccio sconsiderato della tecnologia digitale, sostenendo che il suo impatto positivo sui risultati dell’apprendimento e sull’efficienza economica potrebbe essere sopravvalutato e che il nuovo non è sempre meglio. “Non tutti i cambiamenti costituiscono un progresso. Solo perché una cosa può essere fatta non significa che debba essere fatta”.

“La rivoluzione digitale ha un potenziale incommensurabile ma, così come sono stati lanciati degli avvertimenti su come dovrebbe essere regolata nella società, è necessario prestare la stessa attenzione al modo in cui viene utilizzata nell’istruzione”, ha dichiarato il direttore generale dell’Unesco, Audrey Azoulay. “Il suo utilizzo deve essere finalizzato a migliorare le esperienze di apprendimento e a favorire il benessere di studenti e insegnanti, non a loro discapito. Tenete al primo posto le esigenze degli studenti e sostenete gli insegnanti. Le connessioni online non possono sostituire l’interazione umana”, ha aggiunto. Unesco ha citato l’esempio della Cina, che ha stabilito dei limiti per l’uso dei dispositivi digitali come strumenti didattici, limitandoli al 30% di tutto il tempo di insegnamento e prevedendo che gli studenti facciano pause regolari davanti allo schermo.

Sulla base dell’analisi di 200 sistemi educativi in tutto il mondo, l’Unesco ha stimato che un Paese su sei ha vietato l’uso degli smartphone a scuola, per legge o per orientamento. Tra questi la Francia, che ha introdotto la sua politica nel 2018, e i Paesi Bassi, che introdurranno le restrizioni a partire dal 2024.

Nell’immagine: una cassetta per raccogliere i cellulari all’inizio delle lezioni