Praga 21 agosto ’68, andando a scuola fra i carri armati sovietici

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

La voce di mio padre non la sentivo ormai da 4 anni. Da lui, rifugiato cecoslovacco a Londra, giornalista della BBC, avevo ricevuto solo poche cartoline e alcune lettere, giusto quelle che la censura riteneva non “sovversive”, figuriamoci poi la possibilità di una telefonata. La sua voce dunque: la risentivo, mentre annunciava l’invasione sovietica del mio paese. Così, io ragazzina seppi dei carri armati che erano entrati a Praga. La scena era drammatica e al tempo stesso surreale. Con mia madre, mio fratello Martin e un gruppo di cecoslovacchi “privilegiati”, stavamo in vacanza in Romania, sul Mar Nero. Era la prima volta che vedevo il mare.

Hanus Snabl

Nella hall dell’albergo la radio era sintonizzata sulle onde della BBC. Attorno, un gruppo di persone. Volti ansiosi e sconvolti, molte lacrime, gente che si sentiva male, e qualche insulto verso i “fraterni amici”. Mio padre Hanus, con la sua voce profonda, professionale, ma comunque tradita dall’emozione ripeteva “alle prime luci dell’alba di oggi, 21 agosto, i tank dell’Armata Rossa…”. Un senso di smarrimento che, tanti anni dopo, riprovai davanti alle scene dell’attacco alle Torri Gemelle. 

Crollavano i nostri sogni. Quella che soprattutto all’estero era una bella espressione, “il socialismo dal volto umano”, per noi era semplicemente una promessa di libertà. “Svoboda projevu… i po projevu”, “libertà di esprimersi… ma anche dopo”, diceva lo slogan della primavera nata con le riforme di Alexander Dubcek. C’erano altri slogan, pieni di rabbia, ma anche beffardi e carichi di ironia. Uno diceva “il comunismo ai comunisti!”.

Sembrava che la storia dovesse riservare a noi Snabl un “trattamento speciale”. Mezza famiglia sterminata ad Auschwitz, mio padre da bambino salvato con l’operazione di salvataggio Kindertransport (669 piccoli cecoslovacchi ebrei portati in Gran Bretagna e così salvati dai nazisti grazie a Nicholas Winton): al suo ritorno in patria,  a guerra finita, terminati gli studi di giornalismo, la sentenza del nuovo regime: “sei ebreo, hai vissuto in Inghilterra e non sei neanche iscritto al partito”, quindi bollato come inaffidabile. Così Hanus fu spedito, insieme a un gruppo dell’intellighenzia, ai lavori forzati in una miniera di carbone della Boemia. Cinque anni per ottenere una parziale “riabilitazione”, il ritorno a Praga, il lavoro in una rivista specializzata in motori (un’altra piccola punizione: sui quotidiani non gli era permesso scrivere), e, per casa, non un appartamento normale ma una piccola sinagoga, naturalmente vietata al culto. Così aveva deciso lo Stato. 

Non so quanto tutte queste avversità pesarono sui rapporti fra i miei genitori, e infine sulla loro decisione di divorziare. Invece so, sapevamo, che da tempo, e dopo tante umiliazioni, Hanus aveva maturato la decisione di lasciare la Cecoslovacchia. E ci riuscì, con un sotterfugio, nel 1964. Ecco perché nel giorno dell’invasione sovietica, in quell’albergo sul Mar Nero, la voce di mio padre ci arrivava da così lontano e attraverso una stazione radio straniera.

Rientrare subito a Praga era impossibile. Aeroporto bloccato, aperto solo ai Tupolev che partorivano mezzi blindati e militari dell’Armata Rossa. Giovani prelevati nelle province, convinti di andare a soffocare i rivoltosi che minacciavano “il popolo fratello”. Scoprivano invece che la gente si avvicinava ai carri armati per chiedere il motivo della loro presenza, per spiegarsi, per implorare. Molti di quei soldati capirono, era la libertà che erano stati mandati a soffocare! Dopo poche settimane, alcuni reparti delle forze occupanti ricevettero l’ordine di rientrare e vennero sostituiti. Non avevano visto una controrivoluzione, avevano ascoltato le parole di libertà, molti si sentivano ingannati, e per i padroni del Cremlino era troppo pericoloso lasciarli a Praga.

Per noi l’unico modo di lasciare la Romania fu l’autostop. La decisione di mia madre fu quella di tentare un viaggio fino a Parigi, dove potevamo contare su Pavel Tigrid, intellettuale e profugo già dagli anni cinquanta, fondatore della rivista “Svedectví” (“Testimonianze”), al quale il secondo marito di mia madre, Bohuslav Musil, noto regista e anche noto sostenitore di Dubcek, aveva già fatto pervenire in passato documenti sulla reale situazione politica ed economica in Cecoslovacchia. Pavel Tigrid diventò poi ministro della cultura nel primo governo democratico dopo la caduta del “muro di Berlino”, il governo di Václav Havel. A Parigi arrivammo grazie all’aiuto di alcuni turisti francesi. Il viaggio, anche se facilitato dalla comprensione di molti funzionari di confine ben disposti nei confronti dei cittadini cecoslovacchi, durò ben una settimana. Attraversammo Jugoslavia, Austria e Germania. Furono le persone incontrate durante quel viaggio a raccontarci cosa avevano visto in televisione, e proprio grazie a quei resoconti avevamo ora dopo ora la conferma del dramma che stava travolgendo il nostro paese. Sollevati che non ci fosse il temuto bagno di sangue, ma soffocati dal senso di impotenza.

A Parigi ci fu finalmente possibile comunicare con Musil. La situazione a Praga, ci raccontò, era confusa. Dubcek era stato arrestato dopo un tempestoso incontro con i capi sovietici in URSS, ma la gente resisteva, il governo non era ancora stato deposto, impossibile fare previsioni. Impossibile per lui, Musil, lasciare Praga e non documentare l’occupazione sovietica. Il suo film su quei giorni “Ceskoslovenské jaro” (“La primavera cecoslovacca”) fu in seguito proiettato nell’ambito di una rassegna al Trieste Film Festival, nel 2008. L’importanza di queste testimonianze affidate a macchine fotografiche e cineprese venne ben spiegata da Milan Kundera: “i fotografi e gli operatori cinematografici cechi capirono che proprio loro potevano fare l’unica cosa che si potesse ancora fare: conservare per un lontano futuro l’immagine di una tale violenza. I russi non sapevano che fare. Avevano ricevuto precise istruzioni su come comportarsi se qualcuno avesse sparato contro di loro, ma nessuno aveva dato ordini su come reagire se qualcuno avesse puntato su di loro l’obiettivo di una macchina fotografica oppure una cinepresa”

Per noi, dunque, l’unica possibilità di un rientro era quella di avvicinarsi il più possibile al confine austriaco-cecoslovacco. Lì Musil avrebbe tentato di raggiungerci per riportarci a casa, confidando nel caos che regnava anche ai valichi di frontiera. Ci incontrammo con lui a Vienna, e partimmo per Praga. Il ricordo più angosciante è quello dei carri armati allineati lungo la strada. Non c’erano altre auto, solo la nostra “Skoda” minacciosamente seguita dai cannoni dei carri armati.

Non era più la mia Praga, la Praga che prometteva tanto, dove si respirava davvero un’aria nuova, anche i rapporti interpersonali erano diventati meno sospettosi. Era nato il coraggio di esprimersi, un’euforia liberatoria dopo tanti anni di verità solo sussurrate o semplicemente taciute o negate. Fine della speranza. Subentra l’angoscia; peggio, l’indifferenza. Non vedo (non voglio vedere) i carri armati che controllano i ponti e i crocevia, non guardo (non voglio guardare) i soldati impauriti, non accetto (non voglio accettare) una città che non ha più i suoi suoni, le sue luci, i suoi odori. Resto impietrita davanti al soldato che, mentre vado a scuola, mi punta il mitra chiedendomi se ho paura. Sono sconvolta davanti alla pretesa di pagare un dazio per poter attraversare il ponte Carlo sulla Moldava, davanti alla rassegnazione che cresce, davanti alle scritte anonime sui muri, unica e ultima testimonianza di protesta e di resistenza.

In casa si parla solo di come farmi uscire dal paese. Musil fa parte del gruppo di storici e registi vicini a Dubcek, che in quei giorni raccolgono testimonianze e documenti sull’occupazione miliare. Servono per scrivere una prima bozza del cosiddetto “Libro Nero”, in risposta a quello “Bianco” dei sovietici che invece pretende di spiegare i motivi “dell’aiuto chiesto dai cecoslovacchi ai fratelli del Patto di Varsavia”. L’unica possibilità di far conoscere  il “Libro Nero” è portarlo all’estero. 

Non so come, non so grazie a chi, ottengo il visto per l’espatrio. In valigia ho le bozze del “Libro nero“, sistemato semplicemente tra i vestiti, e con l’ingenuità dei sedici anni mi chiedo cosa potrà capitarmi all’aeroporto. A tutti viene ispezionato il bagaglio, non a me. La paura è comunque tanta, un controllo significherebbe una tragedia per me e per tutta la mia famiglia. 

Passo indisturbata. Pura fortuna? Oppure aveva funzionato una sorta di “rete di protezione” organizzata a mia insaputa? Quattro ore dopo sono nel centro di Londra, all’ufficio postale a Trafalgar Square, aperto 24 ore su 24. È quasi notte. L’ordine è di spedire immediatamente il “Libro Nero” a Parigi, destinatario Pavel Tigrid. Mi telefona due giorni dopo, il libro gli è arrivato, mi chiede se desidero che nella sua pubblicazione si faccia anche il mio nome. “No grazie”. Sarebbe troppo pericoloso. Mia madre, il mio fratellino e Musil sono ancora a Praga.

Nell’immagine: una donna in Piazza Venceslao a Praga ascolta le notizie sull’invasione trasmesse dalla radio e tiene in mano un quotidiano con il titolo “Perché?” in ceco e in russo


55 anni fa, Praga

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 


Lo schianto di “Luna-25” umiliante flop della tecnologia russa nell’era Putin

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

Dal nostro corrispondente da Mosca

È fallita la prima missione spaziale russa sulla Luna a mezzo secolo dalla precedente.

Ieri alle 14.57, con un breve e malinconico comunicato, la “Roskosmos” ha comunicato che “le comunicazioni con la stazione automatica Luna-25 sono state interrotte”. Precisa l’agenzia cosmonautica russa: “a causa della deviazione dei parametri reali dell’impulso da quelli calcolati, la stazione automatica è entrata in un’orbita non prevista e ha cessato di esistere a causa della collisione con la superficie lunare”. Tradotto per i non addetti ai lavori: la navicella si è schiantata sulla crosta lunare senza mai entrare in funzione dopo essere partita dal cosmodromo “Vostocnij” 10 giorni fa. 

Schianto lunare che compromette probabilmente in modo irreparabile l’ambìto ritorno in grande stile della Russia nella ricerca spaziale avanzata. Tecnicamente, la stazione non è riuscita a entrare nell’orbita di atterraggio: l’impulso dato ai motori si è rivelato non adeguato. Calcoli sbagliati, evidentemente. 

L’evento era stato largamente pubblicizzato dalla Tv, che aveva proposto una diretta notturna dell’evento. Un “flop” gigantesco che in sostanza mette la parola fine ai progetti di conquista dello spazio della Russia putiniana. La stazione Luna-25 era stata preparata per più di 10 anni ed il volo era stato rinviato per ben otto volte. Il lancio era stato rimandato così a lungo che, stanca di aspettare, ancor prima della guerra in Ucraina la Svezia aveva abbandonato il progetto di inserirsi nella missione russa, e aveva collocato i suoi strumenti di ricerca a bordo del rover lunare cinese “Jade Hare”, allunato con successo già nel 2019.

Sono veramente lontani i tempi in cui il paese aveva spedito il primo uomo nello spazio, il leggendario Yurii Gagarin. Il precedente ma riuscito veicolo di questo tipo, il “Luna-24”, era stato lanciato nel 1976, quando ancora al potere c’era Leonid Breznev. L’ultimo e più grande successo della cosmonautica interplanetaria sovietica fu a metà degli anni ’80, quando le navicelle Vega-1 e Vega-2 lanciarono sonde sulla superficie di Venere, impresa che nessuno era riuscito a fare in precedenza. I tentativi di inviare veicoli su Marte nel 1988, nel 1996 e nel 2011 (Phobos-Grunt), durante le amministrazioni Eltsin e Putin, erano andati in fumo.

Così, dopo aver perso la “gara marziana”, la Russia abbandona mestamente anche quella lunare. Uno smacco che dà la misura dell’inarrestabile declino scientifico, tecnologico, e potremmo dire anche culturale, seguito al crollo dell’URSS nel 1991. 

L’accademico Mikhail Marov (classe 1933), che aveva partecipato a tutte le precedenti missioni interplanetarie sovietiche, ha subito chiesto di discutere le ragioni di quanto accaduto con “Luna-25”. “Per me, questa era probabilmente l’ultima speranza di vedere la rinascita del nostro programma lunare”, aveva dichiarato lo scienziato immediatamente dopo la notizia del fallimento. Dopo qualche ora è finito misteriosamente in ospedale per un malore.

“Luna-25” era costato più di un miliardo di dollari, ed è stata probabilmente la più grande “dolgostroj” (“costruzioni lunghe”, come le chiamano i russi, ovvero “progetti boiata” segnati da scarsa professionalità e corruzione) dell’era Putin. In precedenza, durante la presidenza Medvedev, anche i progetti di inserimento nel mercato delle nanotecnologie (“Rosnano”) e del soviet-telefonino (“Yota Devices”) erano miseramente naufragati. Lungi dall’essere un sistema efficiente, come il Cremlino cerca di far intendere, il capitalismo di Stato russo attuale sta invece dimostrando di avere tutte le pecche sovietiche senza averne le qualità.

Nel 2022, subito dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, Putin aveva deciso di licenziare Dmitrij Rogovin dalla presidenza “Roskosmos”, dopo che erano emersi oltre 70 casi di corruzione tra i manager dell’azienda. Ma il cambio della guardia con il collaudato Yurii Borisov (che al contrario di Rogozin, laureato in marxismo-leninismo, qualche conoscenza tecnica la possiede) alla fine non è servito a nulla. 

Come un Titanic del XXI secolo, “Luna-25” è andata a picco. Ma a differenza di Sir Edward John Smith Jr., il capitano della tristemente celeberrima nave inglese, c’è da giurare che tutti i personaggi protagonisti questa ingloriosa vicenda troveranno modo di salvarsi. 

Nell’immagine: un disegno originale di Georges Méliès per il suo celebre film “Le Voyage dans la Lune” (1902)


La rivincita di Puigdemont e degli indipendentisti catalani

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

All’indomani delle elezioni parlamentari spagnole del 23 luglio, Enric Juliana, vicedirettore de La Vanguardia, il più importante quotidiano di Barcellona, scrisse che il risultato del voto  era … diabolico: il Partito popolare aveva vinto nettamente, ma non abbastanza per poter governare; mentre i socialisti di Pedro Sánchez, pur perdenti, avrebbero forse potuto rimanere al governo se fossero riusciti a costruire un’intesa con i partiti indipendentisti catalani, in particolare con Junts (insieme, in catalano), formazione borghese e di ispirazione liberale. 

Era diabolico, scriveva Juliana, anche il fatto che il prossimo governo spagnolo sarebbe probabilmente dipeso dal volere del leader di Junts, Carles Puigdemont, attualmente in esilio volontario – o in fuga, a seconda dei punti di vista – a Bruxelles e ancora oggi ricercato dalla giustizia spagnola per alto tradimento, ribellione e malversazione di fondi pubblici. Puigdemont era stato il presidente del governo catalano che nel 2017, dopo un referendum imponente ma illegale, proclamò l’indipendenza della Catalogna. 

Tutto questo si è già concretizzato e ha prodotto un primo accordo con effetti clamorosi, particolarmente importanti se letti con occhi e sensibilità svizzere. L’intesa tra i socialisti e i partiti indipendentisti ha consentito di eleggere la nuova presidente del Congresso dei deputati, il primo ramo del parlamento spagnolo, la socialista Francina Armengol, che ha annunciato da subito la possibilità di utilizzare catalano, basco e galiziano per tutti gli interventi al Congresso.

Certo, non si tratta ancora dell’elezione del governo, che nelle prossime settimane esigerà da Pedro Sánchez e dai partiti indipendentisti trattative ben più vaste e impegnative. Ma questo primo accordo ha già dato una svolta di enorme valore pratico e simbolico; finora i deputati che non si esprimevano in spagnolo venivano espulsi dal parlamento di Madrid. Una situazione che inorridiva chi è abituato che a Berna i deputati possono intervenire ognuno nella propria lingua. E sappiamo che Marina Carobbio nel suo anno di presidenza ha insistito particolarmente nell’uso dell’italiano.

Il pluralismo culturale della Spagna (proclamato nella costituzione del 1978), la dignità e il valore delle diverse lingue parlate (da milioni di persone e non da esigue minoranze) esigevano da tempo che si facesse qualche passo concreto in questa direzione. Il risultato annunciato da Armengol nel discorso di insediamento ha un grande significato. Ma c’è persino di più.

I partiti indipendentisti sono diversi e in forte competizione tra loro. Pedro Sánchez ha dovuto conquistare il consenso anche di Esquerra Republicana (sinistra repubblicana), che esprime il presidente della Generalitat, il governo catalano, Pere Aragonès e che al Congresso di Madrid ha 7 deputati, cosi come Junts. Un consenso apparentemente più facile, visto che si tratta di un partito di sinistra, ma non scontato. Nella conferenza stampa il capogruppo al Congresso Gabriel Rufiàn ha rivelato gli altri due punti nell’accordo che ha portato alla elezione della Armengol: l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul caso Pegasus (lo spionaggio di 66 leader indipendentisti) e la trasformazione della questione catalana da giudiziaria a politica. 

Più in là e più concretamente (se ne parlerà nelle trattative per il nuovo governo Sánchez) vi è l’ipotesi dell’amnistia per i reati connessi al referendum del 2017. E non si tratta solo dei cinque leader ancora oggi in esilio (tra cui Marta Rovida in Svizzera): vi sono migliaia persone che collaborarono come volontari nell’organizzazione del referendum e che sono ancora sotto inchiesta per una lunga serie imputazioni minori, come ricorda Eduard Guerra i Sunyol, responsabile delle formazione dei giovani di Esquerra.

Le dinamiche che si sono messe in moto in questi giorni erano impensabili solo un mese fa quando il Partito Popolare e il suo alleato di estrema destra Vox sembravano destinati ad una facile e completa vittoria. L’intelligenza politica di Pedro Sánchez ha arginato questa prospettiva e le regole del gioco parlamentare stanno configurando nuove prospettive.  Per i partiti indipendentisti un rilancio in grande stile e risultati tangibili nella difesa del pluralismo culturale della Spagna e del rispetto delle lingue. L’indipendenza vera e propria, quella, resta un’orizzonte lontanissimo (e forse illusorio) al quale ben difficilmente lo stesso Sánchez potrà avvicinarsi più di quel tanto nelle trattative per il governo.

Nell’immagine: la neo-presidente del Congresso dei Deputati Francina Armengol (PSOE)


Di editori, libri e… contrabbandieri risorgimentali

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

L’editore

È Milo Miler. Dopo avere accolto per anni, insieme a sua mamma, gli appassionati d’arte nel centro di Lugano, prima in Galleria, poi in via Stauffacher, Milo mette gli occhi sull’edificio secentesco (1670) di Capolago che è stato, nel corso dei secoli, dimora della famiglia Maderno; residenza estiva della Diocesi di Como; cuore pulsante della Tipografia Elvetica (tra il 1830 e il 1851); albergo e, nei primi anni del nuovo millennio, centro d’accoglienza per rifugiati gestito dalla Croce Rossa Svizzera. Tutti questi passaggi hanno lasciato tracce profonde sull’elegante edificio tra la cantonale e la ferrovia, ma – deve aver pensato Milo – quella casa ha una storia e un’anima fatte di princìpi e valori che non devono spegnersi. 

Affiancato – in un’impresa che rasenta a prima vista la follia – dalla moglie Julia Kessler, Milo  acquista per pochi soldi l’edificio. Insieme, sporcandosi le mani in prima persona, affrontano un restauro lungo e oneroso. Ne nasce la Casa d’arte Miler: andate, Naufraghi, a visitare questo esempio virtuoso, vorrei dire prodigioso, di resistenza e di impegno, ben descritto dai suoi artefici nel propro sito online.

All’interno troverete opere d’arte e oggetti d’arredamento di epoche e provenienze diverse, con un occhio di riguardo per il designer ante litteram di mobili Gustave Serrurier-Bovy (1858-1910) e per opere Art Nouveau-Liberty-Jugendstil. Colpiscono i singoli pezzi, ma incanta l’insieme, la convivenza stimolante dei pezzi esposti con l’edificio che li ospita, le sue pareti bianche frutto di un lungo lavoro di sottrazione, lo scalone, gli spazi esterni conchiusi da un muro in cemento armato che separa ma non segrega, oltrepassato il quale si raggiunge il portale della villa. Uno spettacolo, insomma. Una rassegna di opere e manufatti raccolti non in base alle firme, alle tendenze del mercato, alla volontà del mercante di muoversi lungo vie sicure, ma alla qualità-originalità e, certo, al gran gusto di Julia e Milo. “L’intemporalità è il nostro scopo”, si legge sul sito della casa d’arte.

I libri

Da qualche anno, ricollegandosi al fulgido passato della tipografia risorgimentale ospitata tra quelle antiche mura, a Capolago è ripresa, a piccoli passi ben misurati, anche un’attività editoriale. Dapprima, nel 2015, con la rivista tipografiaHelvetica (Helvetica è anche il carattere tipografico adottato), che porta il segno forte del suo  direttore editoriale Tommaso Labranca (deceduto il 29 agosto 2016). Poi si è iniziato a pubblicare libri, 8 sino ad oggi. Tra gli autori, oltre allo stesso Labranca, Mattia Cavadini, Paolo Di Stefano, Oliver Scharpf, Sergio Roic e… Pietro Berra, del quale vorrei parlare, in forma forzatamente sommaria, più avanti. 

Incrociando nomi e titoli, come non identificare una forte affinità tra i singoli autori, il luogo che li ha accolti e il ricordo-consapevolezza del passato di quelle stanze? Quasi una Comunità elettiva che dà coerenza al catalogo e si ritrova in quanto Milo Miler ha recentemente espresso in un’intervista alla Domenica del Corriere del Ticino (4 dicembre 2022): «Fino a 30 anni fa nessuno avrebbe collegato l’arte al guadagno. Oggi si. Ogni cittadino, prima, aveva un rapporto diverso con l’arte. I guadagni di un tempo – in questo campo – erano inferiori rispetto a quelli di oggi. Ma soprattutto, all’epoca non c’era questa smania dell’investimento». Tra gli autori citati, lo stesso Scharpf (1977) ha dedicato alla Tipografia uno dei suoi imperdibili articoli pubblicati su Azione (rubrica A due passi).  Anche il libro di Di Stefano è una scelta dei suoi articoli usciti su Azione, sempre accompagnati (come faceva Gianni Mura nella sua rubrica domenicale Sette giorni di cattivi pensieri su Repubblica) da una nota al protagonista da 0 a 6.

Il contrabbandiere di libri

È il titolo del libro più recente (novembre 2022) pubblicato da tipografiaHelvetica, autore il giornalista Pietro Berra (1975), responsabile dell’inserto culturale L’Ordine del quotidiano La Provincia. Protagonista delle circa 360 pagine, il patriota comasco Luigi Dottesio (1814-1851), figura non ignota, ma neppure di primissimo piano, del Risorgimento, il cui ricordo è legato proprio al ruolo di “importatore” clandestino dalla Svizzera – e dunque dalla stamperia di Capolago – di volumi che, nell’Italia occupata, gli Austriaci avevano messo all’indice. Dottesio fece capo a una rete di spalloni che operavano sulle montagne tra il Ticino e il Comasco e contribuì così a far arrivare in tutto il Lombardo-Veneto autori quali Carlo Cattaneo (curatore di due collane), Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Mazzini, Niccolò Tommaseo. 

Romanzo viene definita la pubblicazione, ma di finzione ce n’è ben poca: poggia infatti su solide ricerche d’archivio tra carteggi, articoli di giornale, verbali d’interrogatorio. Romanzesca potrebbe apparire, semmai, la complicata storia d’amore tra Dottesio e Giuseppina Bonizzoni, di 6 anni più vecchia di lui, già vedova e madre di 6 figli, con la quale Luigi conviveva in una relazione osteggiata. Involontariamente, quando stavano per sposarsi a Campione d’Italia, la donna portò alla cattura del contrabbandiere di libri, alla sua carcerazione a Venezia, al processo e alla successiva impiccagione. Era l’11 ottobre del 1851: Dottesio non aveva ancora 38 anni. Fu proprio la sua condanna a morte a rendere sempre più difficili le attività pubblicistiche della Tipografia Helvetica, guardate a vista dalle Autorità confederate e ticinesi, ma anche  meno indispensabili con il progressivo allentamento della censura in Italia. Solo due anni più tardi sarebbero infatti cessate definitivamente. 

Per saperne di più si veda lo studio di Fiorenzo Bernasconi su “Il Risorgimento italiano nelle edizioni ticinesi”. Il volume  “Il contrabbandiere di libri” verrà presentato dal suo autore sabato 26 agosto 2023 alle ore 10.15 al Boschetto del Parco Ciani di Lugano. 

Nell’immagine: un ritratto di Luigi Dottesio


Bandiere e banderuole nella repubblica del pallone

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

Finite le bandiere, nel calcio rimangono le banderuole. Più numerose delle bandierine dei calci d’angolo. Lo spettacolo dell’estate è dei meno edificanti che si siano mai visti. 

Uno spettacolo osceno e comico insieme, in cui la parola data annunzia il suo esatto contrario. Un giocatore dichiara «voglio solo l’Inter»? Ecco, puoi star certo che il crescendo inarrestabile di effusioni si arresterà nel giro di poche settimane con la firma per un’altra squadra. 

È il grande ballo del voltafaccia, il gioco eccitante del tradimento programmatico. Giocatori che giurano fedeltà eterna, altri che durante le trattative dichiarano di non aver mai sognato (sin dall’infanzia) che quella squadra (proprio quella tra mille) e il giorno dopo si innamorano di squadre remote e sconosciute, mai sentite nominare, purché straricche e stragenerose. 

Uno spettacolo per soli adulti, si direbbe. Più che amori a prima vista, matrimoni d’interesse per corrispondenza. Comprensibile arraffare il massimo? D’accordo. Ma almeno evitare le dichiarazioni d’amore eterno. Senza dimenticare che spesso intervengono anche il papà del giocatore, la mamma, lo zio, la moglie e naturalmente l’Agente, che è insieme padre, madre, zio, moglie del giocatore. Un’umanità chiassosa e affamata. 

Bando ai discorsi moralistici? D’accordo, se non fosse che per il tifoso, nella vita cambia tutto tranne la squadra del cuore. E il senso d’appartenenza, con il suo immaginario sentimentale necessariamente ingenuo — già minato da troppi interessi mercantili, furbizie, scandali — è quello che alla fine ha sempre sostenuto la baracca economica, pagando l’abbonamento tv, il biglietto allo stadio eccetera. Senza rimpiangere la grigia monogamia di bandiere storiche come Mazzola, Riva e Rivera, è lecito domandarsi fino a quando reggerà la pazienza del tifoso di fronte allo stucchevole Circo delle Banderuole. 

Articolo scritto per il Corriere della Sera


Lorenzo Cremonesi – Controffensiva fallita, ma l’Ucraina conquista la sua sopravvivenza

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 


Michela Murgia ci lascia un mondo da costruire

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

La donna che oggi è destinataria di parole d’amore e di gratitudine, è stata a lungo attaccata, denigrata e ostracizzata. A renderla il bersaglio di tanta ostilità era la sua idea radicale di uno spazio pubblico inclusivo e contaminato

Se c’è una cosa ampiamente sottovalutata nel dibattito di questi giorni, è il prezzo che Michela Murgia ha dovuto pagare per aver scelto di esprimere liberamente le proprie idee. “Il vomito l’ho vissuto, ma legato alla mia ostensione pubblica, all’essere diventata un bersaglio. Era la reazione per l’odio che ho avvertito nei miei confronti. È cominciato quando ho visto per la prima volta il mio nome sui muri, quando mi hanno insultata in coda al supermercato. È finito quando ho capito che non dovevo lasciar entrare quell’odio dentro di me”.

Michela Murgia usava queste parole nell’intervista ad Aldo Cazzullo pubblicata all’inizio di maggio sul Corriere della Sera per presentare il suo ultimo libro, Tre ciotole (Mondadori, 2023). È uno dei passaggi in cui Murgia racconta cosa ha significato, per lei, essere un bersaglio politico.

Ne ha parlato estesamente anche altrove, per esempio in un pezzo pubblicato su Il Post nel 2021, dal titolo “Cosa ho capito sulla fragilità con i BTS [celebre gruppo musicale sudcoreano, ndr]”, nel quale raccontava gli effetti della sua decisione di criticare l’uso del registro lessicale militare nella gestione dell’emergenza Covid.

“Per giorni mi attaccarono in forma personale”, scrive, in una profusione di ostilità personalizzata a causa della quale in vari luoghi di Roma apparvero delle scritte sui muri con il suo nome seguito da insulti e inviti imperativi a stare zitta. “Cominciai ad avere paura di andare nei luoghi pubblici per timore di essere avvicinata da sconosciutə di cui non potevo prevedere le intenzioni”, continua. “Piangevo per ore senza motivo apparente, coltivavo pensieri di morte ed erano più i giorni in cui non riuscivo ad alzarmi dal letto che quelli in cui lo facevo. Avevo la convinzione che nessuna delle scelte che avevo fatto fino a quel momento fosse servita a qualcosa, se non a rovinarmi l’animo e la vita”.

Una misoginia nazionale

Il costo di quell’ostilità diffusa fu inevitabilmente la malattia: dagli attacchi di panico alla perdita del sonno e dell’appetito. “I pochi pasti che riuscii a consumare da quel momento in poi li rimettevo subito dopo”, scrive. “Nelle prime settimane dalla shit storm persi sei chili, ma nei quattro mesi successivi sarei arrivata a perderne involontariamente quindici, circondata da persone così condizionate dai canoni estetici correnti da ripetermi di continuo che stavo ‘in forma come mai prima’, mentre io perdevo i capelli e dovevo prendere farmaci per integrare quello che non riuscivo più ad assumere col cibo”.

È importante tornare a quelle parole, per ricordarci che Murgia, la donna che oggi è destinataria di parole d’amore e di gratitudine, è stata a lungo il bersaglio della nazione. Si dirà che Michela Murgia è stata divisiva, e certamente è così. Ma è possibile che il prezzo da pagare per essere divisive, oggi, sia questo? O forse è più costruttivo chiederci cosa ci sia di così sbagliato nel dibattito italiano da normalizzare continuamente questo livello di violenza?

Djarah Kan ha scritto su La Repubblica il 12 agosto 2023 che “il corpo della nazione” prova costantemente ad abortire le sue donne più intelligenti e disobbedienti. “Prova a espellerle, isolarle, denigrarle, e condannarle”. Se così fosse – e così è – dovremmo dirci che Murgia ci ha regalato, tra le tante cose, e suo malgrado, un grande disvelamento. La possibilità di riconoscere la violenta misoginia che costituisce il canone culturale e politico di questo paese. Dire che il canone culturale e politico del paese è misogino significa darsi conto della gerarchia di genere che lo struttura, e dei processi che ancora vengono messi in atto per impedire l’autodeterminazione di intere comunità.

La nostra cultura democratica ha sempre presentato l’autodeterminazione come un valore. Eppure, quando questo valore viene incarnato e agito da una donna, diventa subito un problema. Murgia era “eccessiva in tutto”, è stato detto nei giorni scorsi, negli abiti e nelle parole, quasi a indicare la necessità di un contenimento. La sua autodeterminazione era “assoluta”, è stato anche scritto, dove la parola assoluta indica che la sua libertà andava normata e repressa almeno un poco, per non mettere a disagio un potere politico e culturale ancora profondamente patriarcale. È per reprimerne la fiera pratica della libertà e dell’autodeterminazione che Murgia è stata ostracizzata con ogni mezzo necessario. Ed è in questo contesto che si è ammalata e che ci è stata portata via troppo presto.

Un nuovo spazio pubblico

In questi giorni di lutto, mi è parsa chiara la posta in gioco di tutto questo. Quale mondo vogliamo, dopo tutto? Vogliamo un mondo in cui le condizioni materiali e sociali rendano possibile l’autodeterminazione, nel suo modo più profondo e radicale, la capacità di creare uno spazio pubblico e collettivo in cui ciascuna persona possa divenire sé stessa, dentro o soprattutto fuori i binari che hanno imposto certe sole condotte o identità come legittime.

Non vogliamo solo una famiglia queer ma un mondo queer, in cui le differenze possano coesistere gioiosamente, trasformando l’inclusione in un processo di pedagogia pubblica in cui comunità diverse possano conoscersi e contaminarsi. È quest’idea di mondo che fa paura. È quest’idea radicale di autodeterminazione che ha trasformato Michela Murgia in un bersaglio.

È questa idea di mondo, infine, che l’ha resa un’intellettuale tanto amata. La sua capacità di incarnare e agire la libertà è ciò che abbiamo imparato ad amare di lei ed è una delle sue eredità principali: l’urgenza di un mondo possibile tutto da costruire.

Scritto per L’Essenziale – Internazionale
Nell’immagine: il funerale di Michela Murgia


Neoliberismo, speranza del futuro

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 


Pace in Ucraina in cambio di territori ai russi, se anche la Nato inizia a pensarci

Cinquantacinque anni fa l’intervento dell’Urss soffocava l’esperimento del “socialismo dal volto umano”; una testimonianza particolare – Di Vera Snabl 

Di Domenico Quirico, La Stampa

«Tempo e pazienza… vriemia i tirpienia»: ricordate? Le parole che pronuncia il generale Kutuzov in “Guerra e pace” quando gli portano la notizia che Napoleone ha invaso la Russia e la Grande Armata ha scavalcato il Niemen. Tempo e pazienza: ciò che serve spesso per vincere le guerre ma anche per costruire le tregue e la pace. Tempo e pazienza. Quanto ne hanno dovuto usare e sprecare ucraini e russi, popoli generosi e appassionati, popoli drammaticamente impegnati a risolvere il proprio avvenire, per lasciarsi alle spalle guerre rivoluzioni carestie invasioni saccheggi. Non sappiamo quando riusciranno a darsi sistemi di governo e governanti che li rappresentino degnamente nella ricchezza della loro straordinaria umanità, quando si libereranno di politicanti che dilapidano senza rimorsi le loro vite per costruire sanguinari mausolei di sé stessi. Quando? Tempo e pazienza…

Si odono, dopo quasi due anni di massacro insensato! Segni, scricchiolii, tentazioni, rilanci, timidi inviti. Paiono indicare come gli stralunati elogi della guerra declamati da colti parrucconi guerrafondai delle retrovie occidentali, che hanno sfrenato manigoldi intenti a riempirsi le sacocce, siano arrivati, forse, a un vicolo chiuso. Ovvero alla aspra prova dei fatti. Perfino un altissimo alcalde della Nato, la fumisteria mistica e ben remunerata della virtù della strage, spezza un tabù, squaglia il postulato teologale che finora l’Occidente aveva concesso a Zelenski senza discutere, non si parli di nulla, vittoria e basta! Si affida a taccuini e microfoni stupefatti invece la possibilità che i titoli di coda in Ucraina descrivano non l’annientamento dell’anticristo Putin ma un mercantile baratto tra territori e sicurezza. Non farnetichio o lapsus. Una prova per vedere se… una escursione dalla cabalistica guerrafondaia alla ragionevolezza del reale.

Idee fosche! Blasfemia! Gridano a Kiev. A Bruxelles si smentisce senza esagerare. Le parole come la ghiaia di una strada si disperdono ma sotto, ed è quello che conta, si sente la pietra dura di una pesante affannosa inquietudine. Nelle capitali di una non belligeranza molto partecipe ci si domanda, finalmente! se il dogma non sia logica perversa. Gli animali da pulpito declinavano assunti elementari: la guerra non si tocca! non un centimetro di territorio al nemico! o tutti eroi o tutti ammazzati! L’ineffabile aforisma dell’immancabile trionfo dell’Occidente scudo dell’Ucraina si sfarina dopo un anno e mezzo di guerra inutile, di trincee inespugnabili, di spallate irrisolutive.

In questa tragedia ci sono alcuni che non hanno né tempo né pazienza. L’Occidente l’Europa gli Stati Uniti innanzitutto: per quanto possono sopportare la constatazione che i loro sfrenati aiuti finanziari e militari non hanno schiuso nel Donbass il cielo della Storia e che si dovranno aiutare gli incontentabili ucraini “in saecula saeculorum”? Gli ucraini non sono in grado di spazzar via i russi da soli. È da qui che bisognerà disegnare nuovi solstizi ed equinozi, e alla svelta. Scorrono tra le dita dei Biden, dei Macron e dei marabutti della vittoria, come grani del rosario in cui si ricomincia sempre da capo, le necessità pretese come “risolutive” da Kiev: munizioni cannoni mezzi antiaerei semoventi carri armati missili a lungo raggio Effe sedicidiciottotrentacinque… i raid scenografici dei droni in territorio russo, l’ossessione propagandistica per i ponti della Crimea appaiono ormai non come arguto messianismo strategico ma zibaldone distraente, sintomo di frustrazione. Non diciamo più bugie. Dobbiamo cambiare non ideali, che non abbiamo mai avuto in questa vicenda, dobbiamo cambiare illusioni.

Il tempo scorre, incombono elezioni cruciali, il consenso che fino a ieri sembrava così automatico per questa guerra per procura, un po’ vile e un po’ furba da non richiedere nemmeno riscontro referendario, scivola verso l’”adesso basta”. La vittoria è mutilata ancor prima di essere raggiunta. Al nostro vaniloquio illusorio di essere l’unico sistema ardentemente invidiato, che tutti strasudino dalla voglia di imitarci, in Asia in Africa in America Latina trovano invece liberatorio non esser succubi. Non considerano peccato mortale mettere al loro tavolo il criminale Putin, visto che l’America ha fatto lo stesso con lo Scià, Chiang Kai-shek, Mobutu, Somoza, Pinochet eccetera eccetera. Si apparecchia l’equivalente finanziario ed economico dell’attentato alle Torri Gemelle, per fortuna senza morti, la creazione di una moneta internazionale alternativa al dollaro. Si intravede un effetto tossico per i cromosomi dell’egemonia a stelle e strisce, ovvero le palanche.

Anche Zelensky non può permettersi di avere né tempo né pazienza. Il presidente ucraino è avviluppato nella sua propaganda della vittoria a tutti i costi. Finora è riuscito con efficacia prepotente a strappare ai leader occidentali, afflitti da sensi di colpa o da ambizioni di sbarazzarsi di Putin a basso costo, tutto quanto gli serviva. Ma se la vittoria si svela come impossibile o è rinviata a un evo escatologico, non può essere lui, il callidus Zelensky, ad amministrare la dolorosa fase della accettazione della realtà. Siamo in pieno contrappasso, a Ovest si risponde con sempre maggiore fastidio alle sue mosse captatorie. Il presidente, come dimostra la tardiva caccia ai disertori ben dotati di portafoglio, ha esaurito le munizioni umane; una generazione ucraina è stata spazzata via innalzando uno Stato militare, che pretende di riscrivere, come Putin, la storia e la letteratura. L’odio verso l’invasore russo nutre, ubriaca, lo si ingoia e lo si rumina nel profondo del ventre, si può vivere del proprio odio, certo, ma non a lungo. Prima o poi si insinua qualcosa di ancor più terribile che lo placa, che fa male ancor più orribilmente: ed è la constatazione della sua inutilità pratica. Gli ucraini sono vicini al punto in cui il dolore è più forte della sensazione di esistere.

La pace può, e deve, avere tempo e pazienza. Il tempo fa il bucato agli uomini, la sporcizia non sopravvive perché il gran vento della Storia passa e purifica. Ci vuole coraggio. Non si abbia paura di ricorrere, per fermare questo conflitto, a strumenti che qualcuno spregia come minimi o volgari, compromessi, rinvii sine die di soluzioni definitive, imposizioni dolorose. Il risultato, tenere in vita esseri umani, li rende sublimi.

Nell’immagine: la battaglia di Borodino (1812), vinta da Napoleone ma considerata dai russi una prova della forza morale dell’esercito guidato dal generale Kutuzov