UBS rimane una bomba inesplosa

Il nuovo colosso bancario non ha più bisogno di garanzie statali. Possiamo stare tranquilli? Nient’affatto 
 

Di Jacques Pilet, Bon pour la tête

È tutto sistemato, tutto a posto. UBS ha fagocitato il Crédit Suisse, qual è il problema? Ai contribuenti non è costato molto e possono stare tranquilli. Non c’è più bisogno di garanzie statali. Questa è la retorica. La realtà è molto più preoccupante. Il valzer di miliardi promessi in caso di problemi in quella famosa domenica di marzo ha suscitato preoccupazione e irritazione. Tanto più che è stata presa in considerazione una sola soluzione al problema del Crédit Suisse: un’acquisizione a prezzo ridotto da parte di UBS, che da tempo desiderava assorbire la banca concorrente, messasi in grave difficoltà. La consigliera federale Karin Keller-Sutter, che ha fatto da apripista, è stata criticata da più parti. Non un bene per il PLR prima delle elezioni. 

Ed eccoci alla decisione miracolosa: UBS annuncia di non aver più bisogno della rete di sicurezza dello Stato. Ha persino fatto un piccolo regalo di 200 milioni alla Confederazione… per il sostegno finanziario che aveva dato nel momento peggiore della crisi! La brillante ministra ha spiegato alla radio romanda che si era sull’orlo di una terribile catastrofe, per la Svizzera, per il mondo intero, per ogni singolo cittadino. Ma grazie alla sua saggezza e a quella della BNS e della FINMA, ci siamo salvati. E guai anche solo ad immaginare quale poteva essere un’altra soluzione: nazionalizzazione in attesa della rivendita? Suddivisione del paziente obeso in più entità? Neanche a parlarne.

Forte del notevole affare fatto con l’aiuto della politica (e degli aiuti pubblici), il colosso che alla fine è emerso dalla fusione è certamente partito bene. Acquistare per tre miliardi un altro colosso con un patrimonio netto di 45 miliardi a fine dicembre, anche se in crisi, ma ancora con parti sane e promettenti, significa che il futuro può certamente dirsi roseo. Per il management e gli azionisti. Ma nero per i circa 35.000 dipendenti minacciati di licenziamento in Svizzera e nel mondo e in rosso per gli obbligazionisti (AT1) che hanno visto il loro patrimonio azzerato in nome del “diritto di necessità”.

Tuttavia, alcune voci si levano a contrastare il coro euforico. La NZZ, giornale ben poco di sinistra, afferma che né il ministro delle Finanze né la BNS hanno “motivo di darsi una pacca sulla spalla”. Infatti il problema di fondo ed i conseguenti rischi rimangono. Una crisi come questa potrebbe ripetersi in qualsiasi momento. Con una mega-banca “troppo grande per fallire” che potrebbe diventare “troppo grande per essere salvata”. 

Il bilancio della nuova UBS rappresenta circa il 210% del prodotto interno lordo (PIL) della Svizzera. Sono ipotizzabili tutti i tipi di misure di salvaguardia per evitare che UBS (già salvata nel 2008) vada di nuovo fuori controllo o venga salvata per la terza volta. Il presidente del Centro, Gerhard Pfister, chiede che il patrimonio netto delle banche sia almeno il 20% del loro bilancio. Attualmente UBS è al 4,4%! E l’intero processo di vigilanza deve essere rivisto. La FINMA ha mostrato le sue carenze e i limiti dei suoi poteri. Chi rimedierà a questa situazione? E quando? 

“Ci stiamo pensando”, dice la Consigliera federale responsabile del dossier, che pare non mostrare alcuna fretta. Meglio così per UBS, che si compiace di questo atteggiamento attendista. “Non c’è nulla in vista”, commenta la NZZ. Alcuni suggeriscono che la Commissione parlamentare d’inchiesta possa diventare un buon pretesto per ritardare il passaggio all’azione. Ci vorranno uno, due o tre anni perché la Cpi arrivi a tirare le proprie conclusioni. Aspettiamole prima di fare qualcosa!

La NZZ non si accontenta però di bacchettare UBS e le autorità federali; continua infatti a segnalare con un certo allarme che anche le banche cantonali rappresentano un “rischio sistemico”. Certo, oggi se la cavano egregiamente, ma in caso di disgrazia, viste le enormi somme che gestiscono, ognuna di esse potrebbe anche dover chiedere aiuto. La legge stabilisce che i Cantoni devono fornire loro una “assicurazione contro tutti i rischi” per salvarle ad ogni costo. Tre lodevoli eccezioni: Berna, Ginevra e Vaud hanno eliminato questo obbligo. Ci sono ancora 21 banche cantonali che beneficiano della protezione dello Stato. Tuttavia, molte di esse hanno bilanci che superano di gran lunga il PIL del loro cantone. Il think tank liberale “Avenir Suisse” ha confrontato i bilanci delle banche cantonali non solo con il PIL cantonale, ma anche con le spese annue cantonali, fornendo informazioni per lo meno inquietanti: se, ad esempio, la banca cantonale di Appenzello Interno dovesse subire una perdita del 20% del suo patrimonio a causa di una crisi, il cantone, per poter onorare il suo obbligo di responsabilità, dovrebbe teoricamente rinunciare a tutte le sue spese per quasi cinque anni.

Il quotidiano zurighese si affretta a sottolineare che, anche in tempi recenti, diversi di questi “rassicuranti” istituti hanno subito gravi contraccolpi. Alcuni sono addirittura scomparsi, a Soletta e Appenzello Esterno. Altri hanno dovuto essere salvati con miliardi di denaro pubblico, soprattutto durante la crisi immobiliare degli anni Novanta. Anche a Berna, Ginevra e nel Cantone di Vaud, prima che questo obbligo venisse revocato.

Ma a parte questo, va tutto bene… Madame la Marquise!

Traduzione a cura della redazione


El Salvador, la moderna autocrazia del politico twittero elevata a modello

Il nuovo colosso bancario non ha più bisogno di garanzie statali. Possiamo stare tranquilli? Nient’affatto 
 

E dire che veniva proprio dalle fila della ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (FMLN). Suo padre aveva avuto persino un ottimo rapporto col leader del Partito Comunista Salvadoregno, comandante Schafik Handal. Forse anche perché erano tutti di origine palestinese, di Betlemme, da dove la famiglia Bukele emigrò un secolo fa. Sta di fatto che Nayib, 41 anni, ha iniziato la sua carriera politica nel 2012 come sindaco del municipio di Nueva Cuscatlán; per essere eletto nel 2016 primo cittadino di San Salvador. In pratica l’unico giovane brillante sul quale il Frente aveva investito. Ma rivelatosi ben presto riottoso alle rigide e talvolta settarie dinamiche interne. Tanto da finire con l’essere espulso per una battuta non più che impertinente nei confronti di una sua consigliera comunale.

Paradosso vuole che Nayib Bukele nel 2019 sia stato eletto già al primo turno alla massima carica dello stato subentrando a due mandati presidenziali di fila del Frente (con entrambi i relativi ex capi di stato rifugiatisi nel frattempo nel Nicaragua orteguista) riducendolo elettoralmente ai minimi termini già al primo tentativo. Per poi due anni dopo, stravincere anche le elezioni parlamentari col suo partito Nuevas Ideas, che, ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi, lo ha indotto un mese dopo ad operare un “mini” golpe istituzionale per assoggettare anche il potere giudiziario. Di qui la deroga incostituzionale che gli permetterà di ricandidarsi il prossimo anno.

Ma come spiegare un successo così fulminante e incontrastato? Il twittero Nayib maneggia i social come nessun altro. Entusiasma da subito le disperate giovani generazioni che sono la stragrande maggioranza della popolazione e che, come ad altre latitudini, non credono più negli antichi bipartitismi. Col suo spigliato spirito imprenditoriale da millennial si avventura a legalizzare (primo paese al mondo) la circolazione del bitcoin. Gli va parecchio male visto che la criptomoneta non è decollata, con investimenti di soldi pubblici andati in fumo; e nonostante il gemellaggio con la piazza finanziaria di Lugano. Subito sterza allora sull’azzeramento delle maras, le bande giovanili importate dagli Usa (che facevano di El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo). Con loro tenta in un primo momento invano un patto di non belligeranza. Decreta allora lo stato di emergenza (tuttora vigente) ficcando dentro in un anno e mezzo (nell’entusiasmo di polizia ed esercito) 73mila giovani pandilleros (o presunti tali); violando ogni garanzia del diritto. Sta di fatto che il numero degli assassinii nelle zone sotto il controllo delle bande è precipitato. E gli abitanti di quei quartieri marginali, sollevati pure dalle pratiche quotidiane delle estorsioni, respirano. Il consenso di Bukele supera così il 70%. Anche se al problema originario delle disuguaglianze sociali non ha pressoché messo mano.

In politica estera Bukele aveva buoni rapporti con Trump; mentre ora con Biden cicaleggia con la Cina. Insomma un’autocrazia moderna assurta a modello in tutto il subcontinente latinoamericano.

Lo avevamo conosciuto da sindaco capitalino in occasione del processo di canonizzazione di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980. Chissà cosa penserà oggi di San Romero de America, la cui figura si staglia dietro di lui ogni volta negli incontri nel Salone di Protocollo del palazzo presidenziale. E che è stato “elevado a los altares” da papa Francesco, che Bukele da presidente non ha ancora incontrato.

Articolo scritto per il manifesto
Nell’immagine: protesta contro l’adozione del bitcoin come moneta a corso legale nel Salvador


Due anni di talebani al potere

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Da Valigia blu

Era il 17 agosto 2021 quando, a due giorni dalla caduta di Kabul, in una conferenza stampa i talebani promettevano che avrebbero protetto i diritti dei media e delle donne. “I media privati possono continuare a essere liberi e indipendenti. Possono continuare le loro attività”, aveva dichiarato il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, aggiungendo: “Permetteremo alle donne di lavorare e studiare”. A due anni di distanza dalla presa del potere e da quelle dichiarazioni, il paese è precipitato ormai in una spirale di repressione, e attraversa una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Secondo la ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project), ci sono stati oltre 1000 episodi di violenza contro i civili da parte dei talebani, nel periodo che va dalla caduta di Kabul al 30 giugno scorso. Il dato pone il regime talebano tra i primi governi o Stati de facto autori di violenze contro la popolazione, secondo solo alla giunta militare del Myanmar. Un rapporto di Amnesty International dello scorso giugno ha invece messo in evidenza la pratica delle punizioni collettive in quelle zone dove si è concentrata maggiormente la resistenza ai talebani, come il Panshir. La lista di crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale commesse nella regione è impressionante, denuncia Amnesty: torture, esecuzioni, cattura di ostaggio, incendi e detenzioni arbitrarie.

Secondo Human Rights Watch, la repressione dei diritti in Afghanistan sta colpendo in particolare donne e bambini. Dall’insediamento del regime, le autorità talebane stanno negando a donne e ragazze “il diritto all’istruzione, al lavoro, al movimento e alla riunione”. Il 20 dicembre 2022 è stato imposto il divieto alle donne di accedere alle università, scatenando numerose proteste nei campus. Pochi giorni dopo, il 24 dicembre 2022, è stato annunciato il divieto per le donne di lavorare con le organizzazioni non governative locali e internazionali, tra cui le Nazioni Unite. Ciò ha danneggiato gravemente i mezzi di sostentamento delle donne, rendendo praticamente impossibili i processi di monitoraggio della loro condizione.

“Le politiche misogine dei Talebani mostrano un totale disprezzo per i diritti fondamentali delle donne”, ha dichiarato Fereshta Abbasi, ricercatrice sull’Afghanistan di HRW. “Le loro politiche e restrizioni non danneggiano solo le donne afghane che sono attiviste e difensori dei diritti, ma anche le donne comuni che cercano di vivere una vita normale”.

Aggiungendosi a decenni di guerra, eventi climatici estremi e disoccupazione diffusa, le restrizioni hanno contribuito a peggiorare la crisi alimentare nel paese. Secondo i dati a disposizione delle Nazioni Unite, oltre 28 milioni di persone, pari a circa due terzi della popolazione, necessitano assistenza umanitaria. Quattro milioni sono gravemente malnutrite; di queste, 3,2 milioni sono bambini sotto i cinque anni. “La popolazione afghana sta vivendo un incubo umanitario sotto il dominio talebano”, ha dichiarato Fereshta Abbasi. Per la ricercatrice, i governi attualmente impegnati con l’Afghanistan dovrebbero “fare pressione per invertire urgentemente la rotta e ripristinare i diritti fondamentali di tutti gli afghani, fornendo al contempo assistenza vitale alla popolazione.

Critica è anche la situazione della libertà di stampa. Il Committee to Protect Journalists ha documentato negli ultimi due anni un quadro sistematico di aggressioni, arresti arbitrari, perquisizioni domestiche e censure ai danni di giornaliste, in uno sforzo complessivo di repressione della libertà di stampa.

La direzione generale dell’intelligence (l’agenzia di intelligence dei talebani) ha inoltre chiuso varie testate e organi di stampa afghani, vietando ad alcuni media internazionali di trasmettere dall’interno del paese. Ai corrispondenti esteri sono invece applicate restrizioni sui visti. Nei due anni di occupazione almeno 64 giornalisti sono stati arrestati come rappresaglia per il loro lavoro. Tra questi c’è Mortaza Behboudi, cofondatore del sito di notizie indipendente Guiti News, in carcere dallo scorso gennaio.

Drammatica è la situazione dei numerosi giornalisti afghani fuggiti nei paesi limitrofi, come Pakistan e Iran. Molti di loro sono infatti bloccati in un limbo burocratico e si trovano con i visti in scadenza. Il rischio è che non riescano a ottenere alcun tipo di protezione umanitaria, e che quindi possano essere deportati in Afghanistan.

La Direzione generale dell’intelligence ha finora avuto un ruolo centrale nella repressione della libertà di stampa Le poche testate indipendenti, come Ariana News e TOLO News, devono fronteggiare pressioni politiche ed economiche, e chi opera dall’esilio deve confrontarsi col rischio di possibili ritorsioni. Un altro obiettivo delle autorità sono le piattaforme di social media, con provvedimenti che hanno preso di mira i canali YouTube, mentre è al vaglio la messa al bando di Facebook.

Secondo il CPJ, i governi stranieri dovrebbero velocizzare i processi di rilascio visti e reinsediamento, fornendo sostegno ai giornalisti afghani in esilio. Dal 2021, proviene infatti dall’Afghanistan il maggior numero di giornalisti che riceve sostegno dall’organizzazione. Il CPJ, infine, ha in questi giorni chiesto alle autorità talebane di arrestare “l’incessante campagna di intimidazione dei media e di rispettare la promessa di proteggere i giornalisti in Afghanistan”.

Nell’immagine: talebani durante la loro prima conferenza stampa dopo il ritorno al potere


Donne che scrivono il vero

Il nuovo colosso bancario non ha più bisogno di garanzie statali. Possiamo stare tranquilli? Nient’affatto 
 

Di Helena Janeczek, L’Espresso

Ai piedi dei nuovi grattacieli c’è un po’ di verde ignorato dai passi milanesi sempre di corsa. “Giardino Anna Politkovskaja” si chiama. “Ti avessero ascoltata, da viva” rimugino, pensiero che ha ripreso a far male dopo il 5 luglio scorso. Dopo aver visto le foto di una donna rapata, il volto verde-alieno, le dita spezzate, la schiena massacrata con metodo, come chi è abituato a torturare. Una donna colpita da una violenza anche simbolica, da mettere alla gogna: i capelli si tagliano alle streghe e alle “puttane andate col nemico”, alle internate nei riformatori e manicomi e lager. Ma Elena Milašina, che aveva conosciuto Politkovskaja a Novaja Gazeta, ha scelto di assumerne l’eredità come quella di Natalja Estemirova, rapita e uccisa nel 2009 a Grozny, attivista di Memorial e collaboratrice dello stesso giornale. Il direttore Dmitrij Muratov ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2021, il premio è andato a Memorial l’anno dopo: proprio perché sia l’associazione co-fondata da Sacharov che il più importante organo d’opposizione sono stati soppressi in Russia. 

Minacciata di morte, già assalita in passato, Milašina stessa ha divulgato la prova di quanto le è accaduto. Appena lei e l’avvocato Nemov hanno preso un taxi all’aeroporto di Grozny, un commando li ha rapiti, pistola alla tempia. Per ironia della sorte hanno ricevuto le prime cure a Beslan, teatro del più orribile atto di terrorismo ceceno, un orrore utilissimo perché fino all’invasione dell’Ucraina ci si scordasse della Cecenia “pacificata”. Eppure Politkovskaja e le sue eredi non hanno smesso di denunciare che la guerra del 1999, secondo loro orchestrata da Putin tramite gli attentati a Mosca attribuiti ai ceceni, era stata la base per la sua ascesa al potere e tutto ciò che ne è seguito. Milašina si è avventurata a Grozny per seguire il processo farsa contro Zarema Musaeva, madre dei dissidenti fratelli Yangulbaev, rapita e sbattuta in una prigione dove rischiava di morire anche solo di diabete. In più, mentre una campagna d’odio centrava i Yangulbaev, una quarantina di membri della famiglia sono scomparsi senza traccia. È questa la Cecenia di Ramzan Kadyrov, con la sua faccia da venduto a Mordor, i suoi “Allah akbar” risonanti insieme alle benedizioni della santa guerra russo-ortodossa. Putin lo ha spedito a Rostov, a disarmare le truppe Wagner, ma non c’è stata ombra di scontro. La ferocia riesce meglio contro i deboli e gli inermi. 

Come in Siria, dove c’erano i Kadyrovcy, i mercenari Wagner e, soprattutto, le bombe russe – sui corridoi umanitari, gli ospedali e altri obiettivi civili – a fare più vittime dell’Isis. E se le forze russe e (filo) iraniane a sostegno di Assad non hanno mai infierito sulle zone dello “Stato islamico”, va detto che nell’Is comandavano spesso i ceceni formati dalla brutalità della guerra in patria. 

Tutto questo lo sapeva bene Elizabeth Tsurkov. Emigrata con la famiglia da Leningrado in Israele, diventa da giovane adulta – soprattutto dal periodo delle “primavere arabe”- una studiosa stimata per il suo appassionato approfondimento delle questioni dei diritti in Medio Oriente. Per svolgere le ricerche sul campo per la sua dissertazione a Princeton, era stata in Siria, Libano e Iraq, Paesi dove poteva entrare solo grazie al passaporto russo. Il 21 marzo twitta di cinque civili curdi siriani uccisi da una milizia filo-turca mentre celebravano Nowruz, il capodanno persiano. Il suo account conta 80.000 follower ma su Instagram posta foto scattate in Iraq. In quel periodo, una telecamera interna la mostra entrare in un caffè di Bagdad in compagnia di un uomo: in jeans emaglietta, a capo scoperto, rilassata. In altri video appare tutta in nero, alla maniera delle sciite tradizionaliste, mentre si fa intervistare sul movimento che studia: quello di Muqtada al-Sadr, capo della maggiore milizia sciita in lotta contro l’invasione Usa del 2003, ora leader di un movimento con un enorme seguito popolare. 

Karrada, il quartiere dove si era stabilita – mi dice Marta Bellingreri, che a Bagdad è tornata da poco scrivendone per L’Espresso – è il luogo d’incontro  dei ragazzi che, dal 2019, si battono per un Paese più equo e libero, meno settario, meno corrotto. Una sfida per chiunque veda nell’Iraq una terra di conquista da sfruttare. A febbraio viene rapito Jassim al-Asadi, ecologista iracheno. Prima ancora, negli anni caldi delle proteste, sono centinaia gli attivisti uccisi o fatti sparire dalle milizie filo-iraniane. Questo contesto inquadra meglio la notizia – scoppiata sempre il 5 luglio – che Tsurkov sia da mesi ostaggio di Kataib Hezbollah, la formazione più potente legata a Teheran e pure al nuovo governo iracheno che ne è prono. Sono pessimi i rapporti di queste milizie con il movimento di al-Sadr, ostile non solo agli Usa e Israele ma a ogni ingerenza straniera, compresa quella iraniana. Altrettanto pessimi i giudizi che Tsurkov ha espresso verso i governi dei Paesi di cui è cittadina. Per i nazionalisti sionisti una traditrice che sta con i palestinesi e gli arabi, per la controparte una “spia del Mossad”. 

Sembrerebbero piuttosto le spie vere, attratte dal clima libero di Karrada, ciò da cui Tsurkov non ha tutelato abbastanza né se stessa né i suoi contatti. Princeton rilascia una nota accorata, d’altronde non ha fatto meglio Cambridge per Giulio Regeni che era “solo” italiano. Neanche le università più prestigiose coprono i dottorandi quando devono fare ricerca in certi luoghi. Il rischio è tutto loro, gli allori ricadono sull’ateneo se va liscia. Per Patrick Zaki, Bologna ha dimostrato invece che anche l’Alma Mater più antica può non perdere l’anima. L’unica speranza di rivedere Tsurkov è che, obtorto collo, Israele ottenga uno scambio di prigionieri grazie alla mediazione russa. Netanyahu non ha mai rotto con Putin e Putin è grande acquirente di know how e droni iraniani. I più micidiali, diretti sul Kurdistan iracheno come sull’Ucraina, si chiamano Shaheed, cosa che dovrebbe esaltare Kadyrov. Erano invece russi i due missili mirati alla pizzeria Ria di Kramatorsk il 27 giugno. I morti e i feriti causati da quel crimine di guerra allungano l’elenco mostruoso di vittime dovute ai metodi inaugurati in Cecenia, come ripeteva Politkovskaja. Il 5 luglio si sono celebrati anche i funerali di Victoria Amelina, scrittrice e preziosa intellettuale ucraina, prestatasi a documentare i crimini russi. Una mano che, scrivendo, raccoglie il vero-anche se è la mano di una donna- resta ancora così pericolosa che il potere dispotico riesce a fermarla solo con la violenza. Non è una consolazione. 

Helena Janeczek è scrittrice
Nell’immagine: il Giardino Anna Politkovskaja in Corso Como a Milano


Il neoliberismo è morto? No, mai stato meglio!

Il nuovo colosso bancario non ha più bisogno di garanzie statali. Possiamo stare tranquilli? Nient’affatto 
 

Javier Milei – economista anarco-capitalista, ultra-liberista e populisticamente anti-casta – ha sbancato alle primarie di domenica in Argentina, superando il 30% delle preferenze in vista delle presidenziali di ottobre. 

Il suo programma è inquietante in sé, ma pare abbia raccolto l’entusiasmo soprattutto dei giovani argentini (rendendo tutto ancora più inquietante): liberalizzare il mercato di organi, abolire la Banca centrale, abolire il welfare, adottare il dollaro come moneta nazionale; e poi ancora: privatizzazione di sanità ed educazione, soppressione dei ministeri di Cultura, Ambiente, Donne e diversità, Lavori Pubblici, Educazione, Lavoro e sicurezza sociale, Trasporti, Salute, Scienze e Tecnologia, Sviluppo sociale, con un contorno – che non guasta mai, per rafforzare il populismo – di lotta contro l’ideologia di genere. 

È un mix di proposte letale per socialità, democrazia e libertà individuale, paradossale in una Argentina in cui il cupio dissolvi sembra diventato compulsivo – e certo, in campagna elettorale se ne dicono e se ne fanno di tutti i colori, vedi Meloni e Salvini in Italia, Trump negli Usa o Lega e Udc in Svizzera, però… Già, perché populismo & neoliberalismo sono oggi un’accoppiata che piace alla gente. 

Dunque, prima riflessione: non è vero che il neoliberismo è morto, che lo Stato sta tornando a svolgere un ruolo di governo dell’economia – se lo fa è sempre e ancora al servizio del capitale e del mercato, vedi caso UBS/CS, vedi l’inazione di fatto davanti alla crisi climatica. In realtà, il neoliberismo è sempre più anarco-capitalismo: “noi anarco-capitalisti crediamo che il capitalismo sia la piena espressione dell’anarchismo e che l’anarchismo sia la piena espressione del capitalismo”, scriveva il filosofo Murray Rothbard, però confondendo anarchismo con assenza di regole, di moralità, di responsabilità. 

Il neoliberismo non è mai stato così bene, colonizza sempre nuovi mercati e la vita intera dell’uomo e delle società posto che la sua ideologia aveva appunto l’obiettivo dichiarato di fare mercato anche dell’anima della gente, secondo la definizione della ultraconservatrice e ultraneoliberista Margaret Thatcher negli anni ’70 del ‘900: “Economics are the method. The object is to change the soul”. Appunto l’anima della gente; che ha infatti felicemente venduto la sua anima e la sua libertà al mercato e alla concorrenza e all’ideologa neoliberista in cambio di una illusione di libertà individuale.  Ancora Margaret Thatcher: “La società [cioè il noi, la solidarietà, la cura, la responsabilità e l’uguaglianza] non esiste, esistono solo gli individui – e al più la famiglia”. Producendosi conseguentemente non più libertà, ma il totalitarismo del capitale e del mercato. Ed è quindi tempo di ricominciare a usare questa parola, perché totalitarismo significa: “sistema tendente alla totalità”- e oggi la totalità è quella del mercato e del tecno-capitale; e in cui “tutti i poteri sono concentrati in un unico partito politico”, secondo la sua ideologia [ieri fascismo, nazismo, comunismo] e oggi secondo un pensiero unico neoliberale altrettanto ideologico, ma non politico, bensì economico. Neoliberalismo che quindi non muore – e per riformarlo radicalmente avremmo invece molte e urgenti ragioni, su tutte la crisi climatica – e come la mitica Fenice è capace di risorgere ogni volta dalle proprie ceneri. 

Di più – seconda riflessione: il neoliberalismo ha ucciso anche il liberalismo classico (no, non è un paradosso), che almeno formalmente era basato sulla distinzione tra società e mercato, sullo stato di diritto, sulla libertà individuale, sul diritto alla privacy e sul controllo reciproco dei poteri di uno Stato. Oggi la società si è fatta invece mercato e il tecno-capitale detta l’agenda allo Stato, compreso salvare se stesso anche quando la fa troppo grossa.

Terza riflessione o meglio urgenza: capire perché le sinistre – e torniamo su questo tema – si sono fatte anch’esse colonizzare dal neoliberalismo, convincendosi che non ci sono alternative al mercato e a una società basata solo sulla concorrenza, vendendo anche se stesse, cioè la loro anima politica e culturale, appunto al capitale e al mercato. E dimenticando ciò che invece scriveva un altro liberale, però intelligente, come l’economista John M. Keynes, cento anni fa: “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni davvero necessari”. Inoltre, spreca deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza. 

Per capire come le sinistre e la gente si sono fatte dunque colonizzare l’anima ci aiuta un libro di Wendy Brown, filosofa e politologa statunitense, dal titolo più che esplicito di Il disfacimento del demos, edito da Luiss UP. Sottotitolo: La rivoluzione silenziosa del neoliberismo. Un libro del 2015 – Undoing the Demos – ma attualissimo anche o soprattutto oggi. Libro non facile, ma che le sinistre dovrebbero leggere se vogliono provare a capire perché hanno deciso di arrendersi al nemico di classe (come si diceva una volta), rinunciando a immaginare e poi a costruire un altro mondo possibile, secondo principi di emancipazione.

Dissoluzione del demos. Perché se il mercato, secondo la pianificazione neoliberale, deve sostituirsi alla società e sovrapporsi allo Stato, se la competizione/concorrenza deve sostituirsi alla socialità, se trionfa l’anarco-capitalismo e il tecno-capitale è la totalità che non ammette dissenso, allora anche il demos – ciò che permette la demo-crazia, appunto il potere del demos, cioè dei cittadini – diventa inutile, un intralcio al mercato e al profitto. Quindi, anche il demos non deve più esistere, semmai solo la sua degradazione tecnocratica o populista; perché popolo non è demos, il popolo è passivo e la cittadinanza deve essere invece attiva e partecipativa – e non basta la moltiplicazione dei referendum e votare, come in Svizzera, se l’anima è già tutta neoliberale. 

Ovvero, scrive Wendy Brown, “il neoliberismo genera una condizione di politica privata delle istituzioni democratiche che sosterrebbero una cittadinanza democratica e di tutto ciò che essa rappresenta: una passione informata, un dibattito rispettoso, una sovranità ambiziosa, un deciso contenimento dei poteri che potrebbero indebolirla”. Invece, il successo di quella che Brown chiama razionalità neoliberista, riprendendo ma anche discutendo le tesi di Michel Foucault, “è indicato dall’assenza di reazioni scandalizzate. L’economizzazione di ogni cosa e di ogni sfera sociale e umana, compresa la politica – sostenendo il capitale e facendo retrocedere la giustizia e il benessere dei cittadini – ci rende cioè insensibili alla netta contraddizione tra una presunta economia di mercato e uno Stato sotto il suo controllo e a suo completo servizio. Perché lo Stato stesso viene privatizzato, avvolto e animato dalla razionalità di mercato in tutte le sue funzioni” – con in più il “potere crescente delle grandi corporation di plasmare leggi e decisioni per i propri scopi”. Tutti credendo che “il mercato sia vero in sé”. 

E certamente ciò è stato facilitato da una rivoluzione semantica (ogni totalitarismo deve infatti produrre la sua neolingua), introducendo termini come capitale umano al posto di persone; impresa invece di Stato; governance e devolution e management invece di government; buone pratiche e benchmarking come tecniche di omologazione e di standardizzazione invece di creatività e intelligenza; competenze tecniche invece di conoscenza umanistica. Tutto per sostituire l’homo politicus della democrazia con l’homo oeconomicus del neoliber(al)ismo, dove i cittadini sono ridotti a meri fattori della produzione, del consumo e della finanziarizzazione del mondo, organizzati, comandati e sorvegliati dal tecno-capitale ma convinti davvero che capitalismo e democrazia siano la stessa cosa, così però allontanandoci sempre più dalla democrazia. E da qui, inevitabili, ecco i populismi/sovranismi con cui il neoliberalismo si traveste e si offre oggi al popolo come merce anti-politica per continuare a fare ciò che unicamente gli interessa fare: il profitto. Trasformando il mondo – e noi – nel suo mondo.  

Sempre di più. Perché la soluzione neoliberista ai problemi che esso stesso crea è sempre più mercato, più finanziarizzazione, più tecnologie, più nuovi modi per estrarre profitto. “Tutto fuorché la pianificazione responsabile del futuro, tutto fuorché una costruzione deliberata e consapevole dell’esistenza attraverso il dibattito democratico e una linea politica”; tutto, continua Wendy Brown, “fuorché la giustizia”. Il tecno-capitale ci ha ridotti quindi – vecchia metafora, sempre vera – a criceti dentro la gabbia di una economia capitalista “che non può fermarsi senza crollare”, obbligandoci a correre sempre più velocemente nella ruota dentro alla gabbia. Noi illusi di essere liberi dentro a una gabbia: qualcosa di davvero surreale. 

Un libro importante, dunque, quello di Wendy Brown. Ancora più importante però se oltre al neoliberalismo avesse affrontato anche il problema della tecnica, perché il disfacimento del demos è un effetto sì della razionalità neoliberale, ma anche o soprattutto della razionalità tecnica. Ma quello di Wendy Brown è comunque un ottimo inizio.

Nell’immagine: l’AI lo vede così (neural.love)


Javier Milei, il leader di estrema destra che ha vinto le primarie in Argentina

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Da Il Post

Le primarie in Argentina, considerate una specie di grande sondaggio nazionale prima delle elezioni presidenziali del 22 ottobre, sono state vinte dall’economista di estrema destra e populista Javier Milei. È il leader di La Libertad Avanza, partito che ha fondato, e ha ottenuto circa il 30 per cento dei voti. Ha superato non solo le aspettative (i sondaggi lo davano intorno al 20 per cento), ma anche le due storiche formazioni politiche del paese, che hanno vinto le ultime tre elezioni: la destra di Juntos por el Cambio, arrivata al secondo posto, e i peronisti di Unión por la Patria, attualmente al governo, che sono arrivati terzi. All’interno del tradizionale sistema bipartitico del paese Milei si è dunque imposto come una possibile terza via.

Chi è Javier Milei

Abolire la banca centrale «metterà fine all’inflazione», la vendita di organi può essere «un mercato in più», i politici «devono essere presi a calci in culo». È con proposte come queste, gridate nelle piazze e negli stadi, che l’economista ultraliberale Javier Milei domina la discussione pubblica argentina fin dalla prima volta che è comparso in televisione, nel 2016. Il quotidiano spagnolo El País ha parlato di una «furia anti-establishment».

Istrionico, trasandato, ma allo stesso tempo molto attento alla propria immagine, Milei è nato a Buenos Aires. Compirà 53 anni il prossimo 22 ottobre, giorno delle elezioni presidenziali. È figlio di un autista di autobus che è diventato un uomo d’affari nel settore dei trasporti e di una casalinga. Nel 2018 aveva detto che i suoi genitori, per lui, erano «morti». Il giornalista Juan Luis González, che ha raccontato la vita di Milei, ha detto che è cresciuto in un ambiente molto violento e che in famiglia è stato sostenuto solo dalla nonna materna e dalla sorella minore Karina, che oggi è la coordinatrice della sua campagna elettorale. È lei che Milei ha ringraziato dal palco lo scorso 7 agosto durante l’ultimo evento prima delle primarie. Mentre lo stadio quasi pieno cantava “Que se vayan todos”, “Che se ne vadano tutti”, Milei ha citato sei nomi: “El Jefe”, “il capo”, come chiama la sorella, e poi Conan, Murray, Milton, Robert e Lucas, i cinque mastini inglesi che lui definisce i suoi «figli a quattro zampe».

Milei ha frequentato scuole cattoliche e università private. Conosce bene la Bibbia, ma attualmente uno dei suoi principali consiglieri è un rabbino: ha detto che sta studiando per convertirsi all’ebraismo. A scuola Milei era soprannominato “El Loco”, cioè “il matto”, per via delle sfuriate e dell’aggressività che decenni dopo lo avrebbero portato a diventare l’economista più amato dalla televisione e poi un deputato al Congresso nel 2021. Milei è stato anche a capo di diverse società di consulenza private, ha fatto il conduttore radiofonico e di talk show e ha insegnato all’università. Èd è stato consigliere economico di Antonio Domingo Bussi, militare durante la dittatura in Argentina (dal 1976 al 1983), eletto deputato alla fine degli anni Novanta, poi espulso dal parlamento e accusato di crimini contro l’umanità.

Nell’anno e mezzo in cui è stato al Congresso, Milei non ha promosso alcun progetto, ma, cosa molto apprezzata dai suoi sostenitori, che sono soprattutto giovani maschi, ha messo a disposizione il proprio stipendio tramite un sorteggio: «Per me sono soldi sporchi»; «Lo stato è un’organizzazione criminale che si finanzia attraverso le tasse prelevate alle persone con la forza. Stiamo restituendo i soldi che la casta politica ha rubato». La vita privata di Milei è finita spesso al centro della discussione pubblica. Il suo biografo González ha detto, ad esempio, che Milei studia la telepatia e dice di avere un mezzo per comunicare con il più anziano dei suoi mastini, morto nel 2017, a cui chiede spesso consiglio: «Quello che faccio dentro casa è un mio problema», ha risposto lui in un’intervista rispetto a questa questione: «E se (il cane) è, come si suol dire, il mio consigliere politico, la verità è che ha stracciato tutti».

Nel giugno dello scorso anno, durante un dibattito radiofonico, Milei aveva detto che la vendita di organi poteva essere un possibile mercato: «Chiunque abbia deciso di venderti un organo, in che modo influisce sulla vita, sulla proprietà o sulla libertà degli altri? Chi sei tu per determinare cosa vuole fare l’altra persona con la sua vita?». Giorni dopo, un giornalista gli aveva chiesto cosa pensasse della vendita dei bambini, altro tema su cui Milei aveva fatto dichiarazioni ambigue: «Dipende», aveva risposto lui: «Se avessi un figlio non lo venderei, ma la risposta dipende dai termini nei quali si sta pensando la cosa, forse tra duecento anni potrebbe essere discussa».

Milei dice di voler vietare l’ingresso nel paese di stranieri con precedenti penali e di voler espellere coloro che commettono dei reati. Dice che lo stato dovrebbe occuparsi solo di amministrare la giustizia e di garantire la sicurezza, che la banca centrale ruba denaro agli argentini attraverso l’inflazione, e attacca costantemente quella che considera la «casta» della politica, cioè le formazioni politiche tradizionali. Durante l’ultima campagna elettorale, pur avendo rivisto toni e stili del passato (un tempo si vestiva da militare e con un giubbotto antiproiettile), continua a usare una retorica populista e aggressiva.

È negazionista rispetto ai numeri dei cosiddetti desaparecidos durante la dittatura che lui preferisce chiamare «guerra» (i desaparecidos sono le persone prelevate durante la dittatura e poi scomparse) ed è negazionista della crisi climatica (che ha definito una «menzogna del socialismo»). È contro l’aborto, il femminismo e l’educazione sessuale nelle scuole, è favorevole all’uso delle armi per tutti, vuole ridurre le tasse, i programmi assistenziali e privatizzare le imprese pubbliche.

Dopo essere stato eletto al Congresso, nel novembre del 2021, Milei aveva detto di volersi presentare alle presidenziali del 2023, ma nessuno gli aveva dato molto credito. Il 10 giugno del 2022 aveva convocato il suo primo grande raduno alla periferia della capitale argentina, ma quell’incontro era stato un fallimento: c’erano poco più di mille persone. Alle legislative di metà mandato del novembre dello stesso anno, quando il blocco peronista era stato superato da Juntos por el Cambio nella maggior parte delle province del paese perdendo il controllo del Senato, il partito di Milei era arrivato terzo a Buenos Aires, la capitale, con il 17 per cento. E il risultato era stato raccontato come la principale novità delle elezioni. Da lì in poi Milei ha continuato a crescere, non tanto nei risultati elettorali (alle elezioni provinciali che si sono tenute quest’anno i candidati che sosteneva e che hanno ottenuto i migliori risultati hanno raggiunto a malapena la doppia cifra), ma certamente in popolarità.

Perché Milei ha vinto?

Javier Milei, dicono gli osservatori, è riuscito a fare leva sulla delusione, sulla frustrazione e sulla rabbia di molti elettori ed elettrici nei confronti dei partiti tradizionali. «La vittoria di Milei ci parla soprattutto della misura dello sconforto e della rabbia che aleggia nella società argentina, che ha voluto esprimere questo profondo disagio con il voto delle primarie», ha scritto ad esempio il quotidiano argentino El Clarín. Un candidato come Milei, ha scritto Pagina 12, «nasce da una brutta situazione economica, dalle condizioni critiche vissute durante i mesi di isolamento dovuti alla pandemia, sommate al colpo esasperante e permanente dell’inflazione». La base elettorale «sente che all’interno del sistema politico costituito dai partiti non c’è via d’uscita. E vede che Milei è l’unico disposto a prendere a calci il tabellone». Milei si è insomma sempre presentato, e così viene visto, come il rappresentante dell’antisistema, come un personaggio venuto dall’esterno per combattere le cattive pratiche della politica. Pagina 12 vede però una somiglianza tra l’attuale scenario e quelli che si presentavano prima dei colpi di stato militari, in Argentina e altri paesi dell’area: «I colpi di stato militari hanno smontato il sistema democratico, ma non hanno mai risolto nulla e, in cambio, hanno peggiorato la vita degli argentini: povertà, debiti, disoccupazione e così via. Milei sembra un figlio di quella storia. Incarna le stesse illusioni di un settore della società che ha promosso le dittature e che poi se ne è pentito». 

Il voto delle primarie ha punito soprattutto l’attuale governo peronista di Alberto Fernández, il cui blocco politico aveva scelto di puntare su Sergio Massa, attuale ministro dell’Economia. Ma la sua non era l’unica candidatura: l’ala più a sinistra della coalizione aveva presentato Juan Grabois, trasformando le primarie anche in una competizione interna. Il ruolo di ministro dell’Economia e contemporaneamente di pre-candidato alla presidenza ha sfavorito Massa, così come il fatto che la vicepresidente Cristina Kirchner, molto popolare, avesse deciso di non partecipare alla sua campagna. Da anni l’Argentina attraversa una crisi economica gravissima: negli ultimi mesi l’inflazione ha superato il 100 per cento su base annua, nell’ultimo anno i prezzi sono quasi raddoppiati, il peso argentino vale sempre meno e quasi il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Sergio Massa aveva condotto la campagna elettorale dicendo che questi problemi sarebbero stati risolti, rendendo molto evidente il paradosso che era proprio lui ad avere avuto il potere di farlo: senza però riuscirci.

Il risultato delle primarie ha colpito anche l’attuale opposizione di destra di Juntos por el Cambio che, secondo diversi osservatori, ha fatto una scelta sbagliata candidando due figure molto forti: Horacio Rodríguez Larreta, sindaco uscente della città di Buenos Aires, e Patricia Bullrich, ex ministra della Difesa e posizionata più a destra di Larreta. Questa doppia opzione invece di potenziare lo spazio politico lo ha trasformato in un conflitto interno talvolta molto aspro che potrebbe avere spaventato gli elettori. La più votata, in Juntos por el Cambio, è stata comunque Bullrich che ha apprezzato più volte pubblicamente Milei. La vittoria di Milei e anche quella di Bullrich sono il segnale di come l’elettorato argentino si stia spostando verso destra. I due hanno accumulato, in forze separate, il 58 per cento dei voti.

Cosa succederà ora?

Le presidenziali si terranno il 22 ottobre: per essere eletto presidente al primo turno, il candidato o la candidata con più voti dovrà ottenere almeno il 45 per cento oppure il 40 per cento con un margine di almeno 10 punti dal secondo arrivato. Nel caso in cui nessuno o nessuna raggiunga queste percentuali, ci sarà un ballottaggio che secondo la Costituzione si dovrà svolgere entro trenta giorni dal primo turno. La data prevista sarebbe dunque il 19 novembre.

I principali giornali argentini dicono oggi che è prematuro fare delle previsioni e che nei prossimi giorni il voto andrebbe riletto disaggregandolo per circoscrizioni, età e sesso. Ma la maggior parte degli analisti scrive anche che, essendosi diviso lo scenario elettorale in tre, è molto probabile che si vada al ballottaggio. E dicono che Milei potrebbe arrivarci.

Il primo obiettivo, per Milei, sarà mantenere i voti che ha preso e fare in modo che il risultato delle primarie non si esaurisca con le primarie stesse. Nonostante il suo recente successo ci sono dei dubbi sulle sue reali potenzialità elettorali e sul fatto che i numeri ottenuti si concretizzino in una sua elezione alla presidenza.

In vista del “vero” voto, Milei dovrà dimostrare di essere in grado di governare un paese complesso e che è in una situazione complessa: e per ottenere un posto al ballottaggio, ha scritto El Clarín, «avrà bisogno di qualcosa di più delle urla e dei gesti da outsider che gli hanno dato così buoni risultati ora. A ottobre dovrà costruire una maggioranza, non solo essere il candidato più votato». In molti prevedono dunque che da qui in poi Milei cambierà profilo assumendone uno più istituzionale: «Non mi stupirei se nei prossimi mesi o settimane, ma anche domani, vedessimo Milei con i capelli leggermente più corti, con la cravatta un po’ più ordinata e con un volto meno incendiario», ha detto l’analista politico Andrés Oppenheimer.

Nel voto per le presidenziali va infine considerato il fatto che il partito di Milei non può contare su un apparato solido: non ha politici di peso eletti nelle città o nelle province e potrebbe dunque patire la propria strutturale debolezza istituzionale. Sergio Massa affronta una situazione diversa. I peronisti dovranno infatti cercare di mobilitare maggiormente gli elettori e le elettrici: la partecipazione alle primarie è stata del 69 per cento circa, diversi punti in meno rispetto alle precedenti, cosa che sembra appunto aver sfavorito la formazione al governo. Massa dovrà poi riuscire a proporsi come un’alternativa valida ai due candidati di destra, soprattutto in ambito economico e culturale, ma dovrà anche assumere il verdetto uscito dalle primarie, che esprime malcontento, mancanza di appartenenza e nuove esigenze da parte di nuove generazioni. E probabilmente riuscirà a farlo prendendo le distanze dall’attuale governo.

Dall’altra parte, Juntos por el Cambio di Bullrich dovrà cercare di recuperare i voti che, da una prima analisi, sembra aver perso proprio a favore di Milei. La candidata e lo spazio politico in cui si muove dovranno ritrovare una propria identità e non sembrare solamente una copia dell’originale, cioè il partito di Milei. Resta poi da vedere, per la coalizione di destra, se tutti i voti che alle primarie sono andati a Horacio Rodríguez Larreta potranno sommarsi automaticamente a quelli di Bullrich, nel voto di ottobre: in molti ne dubitano, vista la forte competizione tra i due.

Nell’immagine: Javier Milei


Ucraina nella Nato in cambio dei territori

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Di Lorenzo Vita, InsideOver

Le parole sull’Ucraina di Stian Jenssen, direttore dell’ufficio privato del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, agitano le acque dei rapporti tra Occidente e Ucraina. In un incontro con alcuni giornalisti, l’alto funzionario dell’Alleanza atlantica ha suggerito infatti una possibile soluzione per il futuro di Kiev: quella della rinuncia di una parte del proprio territorio ormai occupato dalla Russia per ottenere l’adesione alla Nato.

Per Jenssen, arrivati a questo punto è “irrealistico” che i russi possano conquistare nuovi territori, dato l’enorme impegno militare di Mosca e lo stallo dell’offensiva. Allo stesso tempo però, nella Nato sono consapevoli che gli sforzi dell’Ucraina potrebbero non condurre alla totale liberazione dei territori conquistati dalle forze avversarie. E questo è un tema prioritario anche per capire quale possa essere la soluzione della guerra e soprattutto per comprendere la reale possibilità che l’Ucraina possa aderire alla Nato. Finché sarà in corso il conflitto e finché una parte di territorio sarà occupato, la Nato non potrà accogliere il Paese invaso nella propria alleanza.

“Ora è piuttosto una questione di cosa l’Ucraina riuscirà a riprendersi”, ha detto Jenssen, che sulla possibile cessione dei territorio ha continuato: “Non sto dicendo che debba essere così. Ma questa potrebbe essere una possibile soluzione”.

Le parole del capo dell’ufficio privato di Stoltenberg hanno sollevato, come era inevitabile, una polemica che ha coinvolto tanto Kiev quanto i comandi Nato. La rabbia del governo ucraino è stata sintetizzata da un post su “X” del consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak, il quale ha definito “ridicolo” lo scambio di territorio per l’adesione all’Alleanza atlantica. “Ciò significa scegliere deliberatamente la sconfitta della democrazia, incoraggiare un criminale globale, preservare il regime russo, distruggere il diritto internazionale e tramandare la guerra ad altre generazioni” ha tuonato l’influente consigliere di Volodymyr Zelensky, da sempre ritenuto un “falco” dello staff del presidente ucraino. Dello stesso avviso il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko, per il quale “i dibattiti sull’adesione dell’Ucraina alla Nato in cambio dell’abbandono di alcuni territori ucraini sono totalmente inaccettabili”

A Bruxelles, le parole di Jenssen hanno provocato soprattutto imbarazzo. Un portavoce Nato si è limitato a ribadire che la posizione del blocco euroamericano sull’integrità dell’Ucraina “non è cambiata” e che continuerà “a sostenere l’Ucraina finché sarà necessario” impegnandosi “a raggiungere una pace giusta e duratura”. Pace giusta che secondo i canoni espressi da Washington e dagli alleati europei significa anche il pieno rispetto del diritto internazionale e dei confini da esso definiti, ovvero quelli del 1991.

La domanda però che molti osservatori si pongono è come mai Jenssen, che di certo è uno degli uomini più vicini a Stoltenberg, abbia voluto manifestare un tale pensiero in un momento così delicato della controffensiva ucraina, ritenuta da molti inadeguata rispetto alle ambizioni di Kiev ma anche alle aspettative degli alleati occidentali. Parole che possono rappresentare una vera e propria doccia fredda alle aspirazioni di riconquista del governo Zelensky e che si sapeva avrebbero innescato polemiche molto dure alimentando inoltre l’idea di divisione tra obiettivi Nato e ucraini. Proprio mentre i russi continuano a bombardare il territorio ucraino e proprio mentre i dubbi iniziano a corrodere il supporto a Kiev.

Una svista da parte di Jenssen? Probabile. Anche se non è da escludere che il funzionario atlantico abbia in realtà voluto ribadire una linea che da tempo circola in seno all’Alleanza, e cioè quella del dubbio sulle reali possibilità della controffensiva ucraina.

Del resto, già molti mesi fa, in tempi non sospetti e ben prima dell’inizio delle operazioni estive ucraine, qualcuno – anche tra i cosiddetti “falchi” del Baltico – aveva sottolineato che non esistesse ancora una definizione chiara, in ambito Nato, del concetto di “vittoria ucraina”. Si è parlato di pace giusta, ma su questo punto molti politici e analisti hanno sottolineato una certa vacuità del termine di fronte a una realtà del campo di battaglia ben diversa. La controffensiva, con tutti i suoi ostacoli, sembra essere il preludio di una guerra che potrebbe durare ancora molto a lungo. E non è un mistero che in Europa, così come in altre parti del mondo, siano in molti ad auspicare una cessazione delle ostilità. D’altronde anche a Washington si avvicinano le elezioni presidenziali, e Joe Biden, che ha appena sbloccato ulteriori 200 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, deve presentarsi di fronte all’elettorato senza offrire troppi strumenti di propaganda al partito repubblicano. La politica estera, per gli Usa, è certamente un fattore importante per valutare il lavoro di un presidente. Ed è chiaro che gli oppositori di Biden useranno la leva della “guerra infinita” in Europa orientale per sottolineare un eventuale flop dell’amministrazione dem, che si unisce al ritiro afghano e ai venti di guerra nel Pacifico.

Forse le parole di Jenssen sui territori ucraini possono essere state delle semplificazioni o delle dichiarazioni non troppo soppesate. Ma non è da escludere anche che dai circoli atlantici si sia voluto anche far partire un segnale nei confronti di Kiev.

Nell’immagine: in rosa i territori ucraini attualmente sotto controllo russo (grafico Wikipedia)


Rublo in forte calo, per Putin il prezzo della guerra

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Dal nostro corrispondente da Mosca

Ferragosto agitato in via Neglinnaja a Mosca, dove si trova la sede della Banca centrale russa. In mattinata sono giunte alla chetichella le berline dei principali funzionari che regolano la finanza russa, compresa l’impenetrabile presidente Elivra Nabuillina: in programma una riunione straordinaria per mettere sotto controllo l’irrefrenabile deprezzamento del rublo nei confronti sia del dollaro sia dell’euro (29% in meno dall’inizio dell’anno, con il dollaro schizzato il 14 agosto sopra la soglia psicologia di 100 rubli). In definitiva, l’unica misura adottata per rallentare la svalutazione della divisa russa è stata per ora quella di aumentare il tasso di interesse dal 8,5% al 12%.

In questo passaggio è riemersa la spaccatura tra BC e governo centrale. Secondo il consigliere presidenziale per l’economia, Maxim Oreshkin, il crollo del rublo è da imputare alla politica morbida della Banca Centrale, che in precedenza aveva tagliato il tasso troppo rapidamente (sceso dal 20 al 7,5% tra il maggio e l’ottobre 2022); non andrebbe invece addebitato al governo e al Cremlino, che hanno aumentato la spesa di bilancio nel primo trimestre del 35% rispetto all’anno precedente: e questo a fronte di un vistoso calo delle entrate (in primo luogo a causa delle diminuite esportazioni di idrocarburi). “È nell’interesse dell’economia russa avere un rublo forte”, ha concluso Oreshkin.

Ma al di là delle misure contingenti, e delle schermaglie interne alle élite russe, è evidente che l’indebolimento del rublo è il frutto dei problemi strutturali che attanagliano l’economia russa, accentuatisi dopo l’invasione militare dell’Ucraina.

Lucidamente il “Financial Times” vede i flussi delle partite correnti come causa dell’indebolimento della moneta russa: “Il rublo è sceso al minimo negli ultimi 16 mesi rispetto al dollaro, e questo perché l’aumento delle spese militari, combinato con il crollo dei proventi delle esportazioni, mette sempre più sotto pressione la valuta, insieme alle sanzioni occidentali e all’aumento dei deflussi di capitale”.

L’aumento delle spese militari ha svolto un ruolo decisivo nel tenere a galla in questo anno e mezzo di guerra l’economia russa: la produzione di cannoni si è trasformata in crescita dei salari nel settore militar-industriale e nell’indotto, producendo una ricaduta positiva su tutta l’economia: ma alla lunga, come si vede ora, ha inevitabili ricadute sul deficit di bilancio.

La legge sul bilancio federale per il 2023 prevede che la spesa per esercito, servizi di sicurezza e polizia supererà i 143 miliardi di dollari. Questo importo è significativamente più alto rispetto agli anni precedenti e rappresenta oltre il 30% dell’intero budget della Federazione Russa, secondo i calcoli fatti dal ministero britannico della difesa.

Allo stesso tempo i britannici considerano troppo ottimista il bilancio russo per il prossimo anno. A questo proposito, è probabile che l’onere sulle parti non militari del bilancio russo aumenti a causa della necessità di sostenere i costi della guerra.

A quel punto l’esplosione dei salari dovuta alla mancanza di manodopera (in parte specializzata emigrata all’estero, e in parte generica impegnata al fronte), che ora sta accrescendo la domanda, farà crescere i costi di produzione alimentando ancora una volta l’inflazione.

Si tratta di un passaggio fondamentale: nel risiko slavo la tenuta dell’economia russa sarà un fattore decisivo per definire i futuri assetti dell’Europa.

Nell’immagine: la sede della Banca centrale russa a Mosca


Alla ricerca del macellaio di Hama

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Il Tribunale penale federale (TPF) ha ordinato all’Ufficio federale di giustizia di emettere un mandato d’arresto internazionale nei confronti dell’ex vicepresidente siriano Rifaat al-Assad in relazione all’inchiesta avviata contro di lui in Svizzera per il suo presunto ruolo nei massicci crimini di guerra commessi nella città di Hama nel 1982. La notizia emerge da una sentenza del luglio del 2022, ma resa nota solo ora per potere garantire l’efficacia di questo stesso mandato d’arresto. 

La decisione dei giudici di Bellinzona induce ad alcune riflessioni. Prima di tutto, però, ricordiamo i fatti. Dopo aver constato la sua presenza presso un lussuoso hotel di Ginevra, nel novembre del 2013 l’ONG TRIAL International ha denunciato al-Assad presso il Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Lo stesso giorno viene così aperta un’inchiesta penale. I sospetti sono pesanti: in qualità di capo delle “brigate di difesa” dell’esercito siriano, l’uomo è sospettato di avere avuto un ruolo chiave nell’assedio e nell’assalto della città di Hama nel quale, nel febbraio del 1982, sono state uccise decine di migliaia di persone.

Dall’entrata in vigore degli Statuti di Roma (2011), la Svizzera può indagare nell’ambito di quella che viene definita giustizia universale. Quello nei confronti di Rifaat al-Assad è uno dei primi casi sottoposti alla Procura federale in questo ambito. È una vicenda che scotta, anche perché l’uomo è lo zio del padrone di Damasco Bachar al-Assad. Come criticato in seguito dalla stessa TRIAL International, l’inchiesta svizzera è andata avanti a rilento. L’allora Procuratore generale Michael Lauber si è sempre rifiutato di fornire mezzi adeguati a condurre un’indagine oggettivamente complessa. Sotto la sua conduzione, infatti, la Procura federale non ha certo messo tra le priorità il perseguimento di questi crimini. Nel 2015, la procuratrice incaricata del caso Assad – Laurence Boillat – è stata liquidata dallo stesso Lauber che le ha rinfacciato “una mancanza di visione strategica” proprio per la sua volontà di voler perseguire l’ex alto militare siriano.

Una volta dimessosi Lauber, le inchieste nell’ambito della giustizia universale sembrano oggi avere preso vigore come dimostrano la recente condanna dell’ex comandante liberiano Alieu Kosiah e il rinvio dell’atto d’accusa nei confronti dell’ex ministro dell’interno gambiano Ousman Sonko. Per il caso Assad, ecco che nel dicembre del 2021 – una volta dimessosi Lauber – l’MPC decide infine di emettere un mandato d’arresto internazionale nei confronti del “macellaio di Hama”. Quest’ultimo era appena fuggito dalla Francia, dove aveva vissuto fino a quel momento e dove è stato condannato a quattro anni di reclusione per vari reati economici. 

Oggi l’uomo si troverebbe in Siria da dove difficilmente verrà estradato, anche se sembra non più essere in buoni rapporti con il regime. Ma a mettere i bastoni tra le ruote alla Procura federale non è tanto il sanguinario nipote Bachar quanto l’indecifrabile Ufficio federale di giustizia (UFG) che si rifiuta di emettere questo mandato. Le ragioni ufficiali di questo rifiuto – il fatto che Assad non è svizzero e non vi siano svizzeri tra le vittime – sembrano tuttavia piuttosto banali. Malignamente si potrebbe supporre che la Confederazione, tramite l’UFG, non abbia voluto esporsi da un punto di vista diplomatico emettendo un mandato di ricerca internazionale nei confronti di un parente di un capo di Stato.

La Procura federale si è comunque opposta a questa decisione ottenendo ragione su tutta la linea da parte del TPF. Una decisione importante, quella dei giudici di Bellinzona, anche perché conferma di fatto la competenza delle autorità elvetiche a perseguire Rifaat al-Assad, oggi 84enne. Peccato, però, come ci spiega Benoit Meystre, consulente legale di TRIAL International, che “sia stato necessario attendere il ritorno in Siria dell’uomo prima di richiedere la sua estradizione in Svizzera”. 

La decisione di Bellinzona precisa anche qualche dettaglio della stessa inchiesta elvetica e il ruolo dell’uomo nella repressione della rivolta di Hama che avrebbe causato “tra le 10.000 e le 40.000 vittime”. Secondo la sentenza, che cita la richiesta d’estradizione dell’MPC, le forze d’élite guidate da Rifaat al-Assad “sarebbero andate di porta in porta per individuare i civili rimasti in città e li avrebbero giustiziati o sottoposti a vari abusi, tra cui detenzioni ingiustificate e atti di tortura”. Il suo coinvolgimento deriverebbe dal fatto che, in quanto comandante indiscusso dell’unità d’élite presente sul posto al momento dei fatti, al-Assad “aveva dato ordine ai membri delle forze di sicurezza di entrare a Hama e di “sgomberarla dai teppisti”, di trasportare tutti gli uomini di età compresa tra i 14 e i 65 anni nei centri di detenzione gestiti dall’unità d’élite e di uccidere gli eventuali sopravvissuti”. 

Un massacro per ora impunito. A questo punto non resta che attendere un processo in Svizzera, seppur in contumacia: “A oltre quarant’anni dai fatti è più che mai necessario che l’indagine dell’MPC si concluda al più presto, in modo da poter celebrare un processo nel prossimo futuro” ci spiega ancora Benoit Meystre. Secondo l’esperto di TRIAL International, data l’età avanzata di Rifaat al-Assad, “ogni ulteriore ritardo rischia di privare le vittime di un processo volto ad assicurare loro giustizia”.

Nell’immagine: alcune delle 40’000 vittime del massacro di Hama


Addio Alberoni, il sociologo dell’amore

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Di Marino Niola, La Repubblica

Addio al sociologo dell’amore. Francesco Alberoni è morto lunedì sera a 93 anni al Policlinico di Milano dove era ricoverato da alcuni giorni per una complicazione sopraggiunta durante una terapia alla quale era sottoposto per problemi renali. Scompare la figura più poliedrica, erratica e discussa delle scienze sociali in Italia. La sua storia personale non è quella, predestinata e prevedibile, del pollo di batteria accademico. Al contrario, la sua formazione e i suoi temi di ricerca sono lo specchio di una curiosità onnivora, di una interrogazione a trecentosessanta gradi che lo porta ad oltrepassare continuamente i confini delle discipline. 

Si laurea in medicina a Pavia nel 1953. Poi sente l’attrazione fatale della psichiatria, diventando allievo del grande Franco Fornari e poi di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica. Ma la psicologia gli sta stretta e comincia ad estendere lo sguardo ai fenomeni sociali e di costume. Sono gli inizi di quella che Pasolini definì la mutazione antropologica italiana. Di questo processo destinato a cambiare i connotati del Belpaese, Alberoni cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. 

La sua lettura non è mai luttuosa né tanto meno apocalittica. Ma curiosa, positiva, fiduciosa. E la sua analisi dei processi sociali non si limita ai fenomeni strutturali, come l’economia e la politica, ma sceglie temi che stanno fra pubblico e privato, costume e società. 

Alla fine degli anni Cinquanta, alla vigilia del miracolo economico, decide di studiare i cambiamenti del Paese scegliendo come indicatori i corredi e l’intimo. A finanziare la ricerca è la Bassetti. E il sociologo risale lo Stivale in Cinquecento, dalla Calabria a Bolzano. Scoprendo che a dispetto della retorica politica e sociale cattolica e marxista non tutti si trasferiscono al Nord perché costretti dalla miseria. Ma perché spinti da un sogno di cambiamento, da una irrefrenabile voglia di futuro. Che attrae soprattutto le donne che nella vita urbana e nel lavoro in fabbrica vedono una chance di liberazione da un mondo patriarcale. 

E lui legge i segni di questo cambiamento nella nuova tendenza femminile per la lingerie colorata e nell’abbandono delle tradizionali lenzuola ricamate. «Nel giro degli imprenditori diventai un enfant prodige – ha dichiarato – per i sociologi uno da uccidere in fasce». Di qui nasce un libro importante L’integrazione dell’immigrato nella società industriale (1958). Nel 1964 scrive Consumi e società, che anticipa di ben sei anni La società dei consumi di Jean Baudrillard, considerato una bibbia della sociologia critica. 

La differenza è che Alberoni considera meno ideologicamente gli oggetti di consumo come un elemento caratterizzante della società moderna. Perché sono cose e insieme rappresentazioni, al confine tra sogni e bisogni. Oltre che un potentissimo motore dell’economia e quindi un acceleratore di benessere. Molti considerano Consumi e società il primo libro su marketing e pubblicità. Da allora il rapporto con il mondo pubblicitario si fa sempre più stretto. Invenzioni fortunate come Mulino Bianco, Piumone Bassetti, Tod’s e tante altre portano la sua firma. 

Ma forse il contributo più squisitamente alberoniano alle scienze sociali è lo studio del rapporto tra i movimenti collettivi e le istituzioni. Ai suoi occhi i primi sono istanze di rinnovamento allo stato emergente ed effervescente, che le seconde sclerotizzano tradendone lo slancio vitale. Quando Alberoni dà alle stampe Movimento e istituzione nel 1977, è già stato rettore della facoltà di sociologia di Trento, uno dei focolai del Sessantotto. La brigatista Mara Cagol, moglie di Renato Curcio, si laurea con lui. «Fu lei a portare Curcio sulla cattiva strada», disse. Nell’officina della contestazione trentina ha potuto osservare da vicino l’incandescenza di un movimentismo allo stato nascente. Proprio nella fase più esplosiva. 

E riconosce nell’innamoramento il corrispettivo individuale dei movimenti sociali. Insomma, innamorarsi è rivoluzione. Perché in fondo è la versione a due dello stesso elan vital che dà origine ai movimenti sociali. Ogni coppia in amore sprigiona le stesse forze di liberazione, apertura, solidarietà, gioia di vivere che sono alla base di ogni big bang sociale. Da questa riflessione nasce Innamoramento e amore che esce nel 1979 ed è subito best seller. Il libro viene tradotto in più di venti lingue e vende più di due milioni di copie. Ma quel che più conta, viene letto dalla gente comune che nel suo linguaggio in presa diretta, senza frigidità accademica, trova una sponda ideale tra la testa e il cuore. 

Molti parroci cominciano a usarlo e continuano a farlo nei corsi di preparazione al matrimonio. E nei ritiri comunitari, fra i temi proposti ai promessi sposi c’è la costruzione della famiglia come piccola Chiesa, che è una trasposizione religiosa dell’idea alberoniana dell’innamoramento costruttivo, della coppia e della comunità come conseguenze dell’amore. E questa idea dell’eros come interfaccia tra individuale e collettivo attraversa come un basso continuo l’opera di Alberoni e si prolunga nella sua intensa attività pubblicistica, soprattutto nella rubrica settimanale “Pubblico e privato”, uscita in prima pagina sul Corriere della Sera dal 1982 al 2011. 

E dopo una breve parentesi a Repubblica, passa al Giornale con cui collabora fino alla fine, scrivendo L’articolo della domenica. E in tutto questo trova il tempo di dirigere il Centro sperimentale di cinematografia, di fare il rettore dello Iulm, il consigliere di amministrazione della Rai. Di innamorarsi tre volte. E di candidarsi alle Europee con Giorgia Meloni nel 2019. E di tornare proprio nelle scorse settimane agli onori delle cronache nel caso Santanché con una villa venduta al fidanzato della ministra e rivenduta da quest’ultimo a un milione di euro in più dopo appena 58 minuti. Ma in ogni caso, se non avesse «azzeccato il colore di reggiseni e mutandine sognato dalle italiane», Alberoni probabilmente non sarebbe diventato Alberoni. 

Nell’immagine: farina del suo sacco