La minaccia del Niger sull’Europa

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Di Cosimo Palleschi, L’Espresso

«Noi, le forze di difesa e di sicurezza abbiamo deciso di porre fine al regime che conoscete. Ciò segue il continuo deterioramento della situazione della sicurezza e la scarsa governance economica e sociale». Con queste parole alle tv locali, un gruppo di militari nigerini del Consiglio nazionale della salvaguardia della Patria hanno annunciato alla nazione la destituzione, avvenuta il 26 luglio scorso, del presidente Mohamed Bazoum, lo scioglimento della Costituzione, la chiusura dei confini e il coprifuoco notturno. Si tratta del settimo colpo di Stato in Africa centrale dal 2020. Questa volta, però, è avvenuto in un Paese, il Niger, dove era in atto una transizione democratica, ritenuto da più parti l’unico argine per la democrazia nel Sahel. Infatti, dopo il decennio 2011-2021 di governo di Mahamadou Issoufou, era stato eletto il filo-occidentale Bazoum. Il maggior indiziato per l’organizzazione del colpo di Stato sembra essere il capo della guardia presidenziale Omar Tchiani, fedelissimo dell’ex presidente Issoufou, che Bazoum voleva rimuovere dall’incarico. 

Il Niger, Paese di 25 milioni di abitanti, tra i più poveri al mondo (ultimo su 189 Paesi nelle classifiche di sviluppo e qualità della vita), senza sbocco al mare e fortemente dipendente dagli aiuti internazionali, è fondamentale nello scacchiere geopolitico e strategico non solo centro-africano, ma globale. In primis, per la sua immensa ricchezza di materie prime. È il quarto produttore mondiale di uranio, risorsa necessaria per la produzione di energia nucleare. Non è un caso se nel 2013 per combattere i terroristi islamisti l’allora presidente francese Hollande aveva schierato migliaia di militari nel Sahel, in particolare in Niger e Mali. L’ex inquilino dell’Eliseo, oltre che sconfiggere i jihadisti, intendeva difendere gli interessi economici nazionali, dato che nel paese nigerino l’azienda francese Orano estraeva e estrae tuttora circa il 30% dell’uranio utilizzato dalle centrali nucleari d’Oltralpe. 

La stessa Unione Europea, nel complesso, importa dal Niger circa il 20% del suo fabbisogno di uranio. Nel Paese, da oltre un decennio, come nel resto dell’Africa, la Cina sta ampliando la propria penetrazione economica, sfruttando anche il progressivo disimpegno dei Paesi europei e degli Usa. I principali interessi di Pechino sono le infrastrutture e le materie prime. Per questo dal 2011 la China national nuclear corporation estrae uranio in Niger cercando di scalfire il monopolio francese. Oltre all’uranio, la Cina ha messo gli occhi anche sulla nascente e potenzialmente molto prolifica industria petrolifera nigerina. Secondo le stime del governo locale, il Niger è seduto su oltre 2 miliardi di riserve di barili di petrolio e ha pianificato di incrementare la produzione dagli attuali 20 mila barili di petrolio il giorno a 110 mila barili il giorno entro la fine del 2023. 

La China petroleum corporation si è accreditata come partner del governo di Niamey per raggiungere questi ambiziosi obiettivi e sta costruendo uno dei maggiori oleodotti africani, che servirà per trasportare il nuovo petrolio nigerino verso i porti del Benin. Perdipiù, il Niger è fondamentale come Paese di passaggio dei migranti africani verso l’Europa. Medici senza Frontiere ha stimato che circa un migrante su cinque in partenza per le coste europee passi da qui. Nel 2019 la Caritas aveva calcolato come in Niger vi fossero circa 300 mila migranti pronti a partire per l’Europa. Il controllo dei flussi migratori è anche uno dei principali motivi di attenzione da parte del governo italiano nei confronti del Niger. Questo spiega perché nel Paese c’erano circa 300 militari italiani, che insieme a 1.500 francesi, hanno svolto compiti di addestramento e formazione dell’esercito locale. Il recente colpo di Stato ha completamente stravolto lo scenario. 

Un governo militare al posto di un governo democratico filo-occidentale potrebbe avvicinare il Paese ad organizzazioni paramilitari come la Wagner. Quest’ultima ha già sostituito la presenza militare francese nei confinanti Mali e Burkina Faso, proprio a seguito di due colpi di Stato militari. I golpisti nigerini, perciò, potrebbero ricorrere all’aiuto dei mercenari Wagner per ristabilire l’ordine nel Paese ed espellere le truppe occidentali, trascinando tutto il Sahel in una ulteriore spirale di instabilità e violenze. La Wagner, infiltrandosi anche in Niger, controllerebbe così tutti i Paesi dell’arco centro-africano. La conseguenza immediata potrebbe essere un aumento vertiginoso di migranti verso le coste tunisine e libiche, mettendo pressione su due Paesi già fragili a livello politico e sociale. Un’altra conseguenza potrebbe essere il blocco delle forniture di materie prime critiche, come l’uranio. Un forte aumento del prezzo dell’uranio stesso avrebbe un impatto rilevante sulle fragili politiche energetiche europee. 

Il golpe in Niger pone nuovamente l’attenzione su un continente, quello africano, erroneamente dimenticato dalle cancellerie occidentali, che negli ultimi anni hanno lasciato l’iniziativa economica alla Cina e quella militare alla Russia, tramite la Wagner. Rimettere l’Africa al centro delle strategie di politica estera è stato il mantra fin dall’inizio del governo Meloni e dovrà esserlo anche degli Usa e della Ue. Controllo delle materie prime, immigrazione, sicurezza e stabilità politica africana sono priorità da cui dipende non solo il futuro del Niger o del Sahel, ma anche il nostro. 

Nell’immagine: una miniera di uranio in Niger


Il poker di Trump e l’infiammato arcipelago Usa

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Donald Trump fa poker. Quarta imputazione in soli cinque mesi. La parola chiave è sempre “conspiracy”. Cospirazione. Con un’aggiunta: “criminale”. Stavolta in compagnia di possibili 18 complici. Quelli che fra i suoi collaboratori e legali, in base a quest’ultima inchiesta brigarono illegalmente nel 2020: dandosi da fare per accontentare il boss, e impedire al legittimo eletto Joe Biden di entrare da presidente alla Casa Bianca. Quella della notte scorsa, dovrebbe essere anche l’ultima accusa. Che del resto anche l’ex inquilino del numero civico 1600 in Pennsylvania Avenue, Washington, sapeva essere ineluttabile. Anzi, ne aveva fatto con anticipo una decisiva bandiera: “Ancora un’accusa, e vincerò le prossime elezioni”, quelle del 2024. Dunque non solo le primarie repubblicane, come confermano i numeri di tutti i sondaggisti nazionali, visto che il vittimismo è l’arma letale di un candidato che di nuovo si impone alla dirigenza dell’Old Grand Party, partito con enormi responsabilità storiche, e a irrisori competitor interni che dopo averlo osannato e difeso a lungo diventano irricevibili e inverosimili nel momento in cui vorrebbero togliergli lo scettro dell’ “alt-right” americana. 

Quella “destra alternativa”, colata del micidiale mix fatto di iper-conservatori, tea party, cospirazionisti, complottisti, razzisti, prima-nostristi, nonché elettori eredi veri o presunti dei waps, “bianchi-anglosassoni-protestanti”, terrorizzati dall’ineludibile prospettiva di diventare minoranza nella casa madre dell’impero statunitense. Sono soprattutto questi ultimi, e non i simil-vichinghi folcloristici (anche se pericolosi) che occuparono le sale del Congresso a Capitol Hill nel giorno dell’Epifania 2021, a fare la differenza. 

Si vedrà se il “poker” sortirà effetti sul quadro delle previsioni attuali, se incrementerà o meno il primato sulla carta del “tycoon” (sempiterno indebitato), se qualche elettore capirà la gravità dei fatti e l’impresentabilità democratica del personaggio che ha incuneato ulteriori, profonde, maligne fratture nel tessuto della nazione che si vuole guida del “mondo libero”. Stavolta, la sostanza del delitto è documentata: soprattutto nella telefonata (registrata e agli atti) con cui l’esagitato e rabbioso sconfitto ordinava (per fortuna inascoltato) al segretario di stato repubblicano della Georgia, Brad Raffensperger, di trovargli le 11.700 schede necessarie per capovolgere a suo favore l’esito del voto in quello Stato-chiave. Basterà per mettere alle strette l’uomo di tutti gli inganni, che usa (dibattito in corso) gran parte dei suoi fondi elettorali per pagarsi gli avvocati? 

Per nulla sicuro. Anzi improbabile che basti. E l’ipotesi di un Trump che possa poi candidarsi anche da detenuto, grazie a un paradossale “buco” della legge vigente, sarebbe soltanto l’ultimo non definitivo capitolo di un corpo-a-corpo, di una rissa, che rispecchia perfettamente la malattia istituzionale-politica-sociale della prima (ancora) potenza economico-militare del pianeta. Catalogo di faglie domestiche impressionante per quantità e qualità. Che, per l’essenziale, è stato così riassunto: “campagna/metropoli; nativisti/multiculturalisti; credenti/atei-o-agnostici; bianchi/neri o variamente colorati; armi per tutti/soltanto per autorizzati; aborto vietato/libero; tasse lasche (nulle)/incisive; classe media impoverita/immigrati”. Sullo sfondo di demografie divergenti: nel Sud trumpista crescono in massa i giovani, nel Nord-Est del venerando establishment liberal proliferano riserve di anziani. E via elencando, fra chiusure, rancori identitari, negazione della realtà. Come nell’esemplare storia che ci viene dalla Carolina del Nord, villaggio di New Bern (ma c’entrerà qualcosa con l’immigrazione dalle terre elvetiche?) : dove una netta minoranza di cittadini bianchi abituata da sempre a scegliere il sindaco senza nemmeno andare alle urne, da un paio di anni impedisce con tutti i mezzi di aprire le porte del Comune a un sindaco di colore, stra-eletto dalla soverchiante maggioranza degli abitanti neri. 

Un arcipelago di fratture e problemi che certo ha origini secolari e mai definitivamente risolte, ma che il combustibile infiammabile distribuito a piene mani dalla presidenza Trump ha fatto riemergere. Prepotentemente, forse irrimediabilmente sul breve periodo. Come conferma, acuendone le contrapposizioni, proprio l’attuale tetragono sostegno che gli garantisce una parte rilevante di elettorato, pronto ad avallare qualsiasi malversazione e nefandezza (per esempio gli ostacoli inventati per complicare e impedire il voto afro-asiatico) pur di rigarantirsi un primato comunque illusorio.

 Questo c’è sullo sfondo di una incredibile vicenda giudiziaria. Esiti, anche politici, non pienamente pronosticabili. Avremo, proseguendo così le cose, il duello fra i due candidati più anziani nella storia delle presidenziali Usa, lo scenario peggiore per la maggioranza degli americani. Con Biden che – pur avendo varato miliardi e miliardi per l’occupazione e il rilancio economico-industriale-infrastrutturale del paese – rischia di essere il principale nemico di sé stesso. Segnali di senilità galoppante, e problemi famigliari, ma non solo: c’è l’ancora insidiosa inflazione, c’è la guerra in Ucraina (che pesa comunque solo per il 2 per cento sul budget del Pentagono), c’è stata la disastrosa ritirata dall’Afghanistan.  “Attento”, lo ha recentemente ammonito il suo ex capo Barak Obama. La partita non è affatto vinta in partenza.

Nell’immagine: il paradosso del presidente carcerato 


Perché le grandi potenze si fanno la guerra

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Dall’inizio della guerra in Ucraina il pensiero dominante ci dice che lo scopo della politica estera occidentale è quello di esportare, o difendere, la democrazia liberale, i suoi valori e il diritto nel resto del mondo. Secondo la teoria realista delle relazioni internazionali il rapporto tra le potenze obbedisce invece a considerazioni di potere strategico e non agli ideali liberali.

È quanto spiega John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, su Le Monde diplomatique, che presenta l’articolo come “analisi censurata dai media occidentali”. La teoria realista, o Realpolitik, si può far risalire a Niccolò Machiavelli che nel Principe (1513) sosteneva che lo scopo di chi governa è il conseguimento e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni morali o religiose. Nella teoria realista la guerra rappresenta uno strumento di governo al pari di altri, al quale gli Stati ricorrono per consolidare la loro posizione strategica – afferma Mearsheimer – che cita la famosa frase di Carl von Clausewitz, il quale definiva la guerra “semplice continuazione della politica sotto altre forme”.

In mancanza di un’autorità suprema, gli Stati si confrontano secondo rapporti di forza, perché ogni Stato mira ad essere più forte. In sostanza, i realisti ritengono che non sia importante la natura dei regimi, democratici o autocratici, fascisti o comunisti, perché ognuno si muove per garantirsi il potere. Un potere che è insito nella natura umana, come ha sostenuto il giurista americano Hans Morgenthau, secondo cui i dirigenti politici sono mossi da un animus dominandi. 

Non è vero che “le democrazie liberali sono inclini a mantenere la pace – afferma Mearsheimer – mentre i regimi autoritari sarebbero i principali fautori delle guerre”. Infatti, è difficile contestare che gli Stati Uniti hanno agito per lo più secondo la teoria realista. L’autore fa la lista degli autocrati sostenuti dagli Stati Uniti nel periodo della guerra fredda: Chiang Kai – Shek in Cina, Rhee Syngman in Corea del sud, lo Scià Reza Pahlavi in Iran, Mobuto Sese Seko in Zaire, Anastasio Somoza in Nicaragua e Augusto Pinochet in Cile. Poi, gli Stati Uniti hanno violato il diritto internazionale quando hanno attaccato la Jugoslavia nel 1999 e l’Iraq nel 2003, hanno fomentato una guerra civile in Nicaragua negli anni ottanta e invaso l’Afghanistan nel 2001. 

Regola aurea realista: “Tutte le grandi potenze ignorano gli scrupoli quando ritengono che siano in gioco i loro interessi vitali”. Si giustificano secondo la teoria liberale e secondo i valori occidentali, tanto declamati, questi atteggiamenti della grande potenza americana?

L’obiettivo proclamato della geopolitica liberale – afferma il professore – consiste nel diffondere la democrazia e il capitalismo il più ampiamente possibile. “Malgrado affermino di aborrire gli orrori della guerra, i promotori di una politica estera liberale non esitano a ricorrervi per soddisfare i loro ambiziosi obiettivi”. Così l’intervento USA in Iraq e la dottrina Bush si giustificavano con l’universalizzazione dei “valori” dell’Occidente.

Interessante osservare la contraddizione evidente in cui incorre l’approccio liberale in materia di politica estera. Da una parte si teorizza l’importanza della libertà di opinione (un “valore occidentale”) e la necessità di tollerare la diversità, dall’altra, nelle relazioni internazionali, si impone il proprio regime dappertutto. I liberali, – sostiene Mearsheimer – ritengono che il resto del mondo debba imitare l’Occidente e utilizzano ognuno dei mezzi di cui dispongono perché si vada in questa direzione”. Ma è una concezione perdente, perché gli Stati sono entità sovrane che si difendono dalle minacce che intaccano i loro interessi vitali.

Merita di essere analizzato secondo la dottrina realista anche il rapporto tra Stati Uniti e Cina. Negli anni novanta gli Stati Uniti erano la potenza dominante in un mondo unipolare, dopo la caduta del mondo bipolare nel 1991. In quegli anni la Casa Bianca ha aperto le braccia a Pechino, sostenendo la crescita economica della Cina e cercando di integrarla nella scena internazionale. Gli americani pensavano che la Cina arricchita potesse trasformarsi in democrazia liberale. Calcolo errato, perché Pechino ha finito per imitare la politica statunitense espansionista cercando di dominare in Asia e non solo. “Se i dirigenti americani avessero assunto una logica realista, – osserva Joseph Mearsheimer – avrebbero evitato di contribuire alla crescita cinese”. Ora gli Stati Uniti, di fronte a una Cina diventata potenza mondiale, cercano di applicare una politica di contenimento, sia sul piano militare che economico. Cosa succederà prossimamente a Taiwan? Tornerà a essere cinese o sarà protettorato statunitense?

Ed eccoci alla guerra in Ucraina. La teoria realista considera infondata l’analisi che attribuisce a Putin ambizioni imperiali che lo porterebbero a voler restaurare la Grande Russia. C’era chi sosteneva che Putin dopo l’Ucraina sarebbe arrivato a Lisbona. Basta guardare l’andamento di questo anno e mezzo di guerra per smontare questa teoria. 

D’altra parte –  afferma il professore di Chicago – “se è indiscutibile che la Russia ha attaccato l’Ucraina, non si può contestare il fatto che l’invasione è stata provocata dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, quando hanno deciso di fare dell’Ucraina un loro bastione al confine della Russia”. Questa tesi è condivisa da Papa Francesco che, come sappiamo, ha denunciato l’“abbaiare della NATO alle porte della Russia”.

Il nostro autore cita una nota dell’ambasciatore americano a Mosca inviata nel 2008 all’allora segretaria di Stato Condoleeza Rice, quando fu presa la decisione di accogliere l’Ucraina nella NATO: “L’entrata dell’Ucraina nella NATO costituisce la più accecante linea rossa per l’élite russa (e non solamente per Putin). Dopo più di due anni e mezzo di conversazioni con i leader russi, sto ancora cercando qualcuno che consideri l’adesione dell’Ucraina alla NATO come qualcosa di diverso di un attentato deliberato agli interessi russi”. Come noto, fu solo Angela Merkel che si distanziò da questa decisione, dicendo che per Putin fu “una dichiarazione di guerra”.

Dal punto di vista realista, la reazione di Mosca all’allargamento della NATO è esemplare. “La posizione russa in questo affare – osserva Mearsheimer – sembra ispirarsi alla dottrina Monroe, elaborata dagli Stati Uniti nel XIX secolo, che prevedeva che nessuna grande potenza fosse autorizzata a stazionare forze militari nelle loro vicinanze”. Per Mosca si tratta di una guerra di autodifesa e non di conquista. “Certo, l’Ucraina e i suoi vicini vedono le cose diversamente. Non si tratta qui di giustificare la guerra né di condannarla, solamente di spiegare le condizioni che ne hanno favorito l’innesco”.

Insomma, l’allargamento della NATO è un aspetto dell’egemonia liberale e questa espansione potrebbe portare a un disastro. L’Europa starebbe meglio se l’Occidente avesse  seguito una logica realista. Per chi pensa che gli Stati Uniti siano i salvatori del mondo la dottrina realista è fumo negli occhi. Chi guarda con spirito critico alle relazioni internazionali, soprattutto dopo 18 mesi di guerra in Europa, può cominciare a interrogarsi sul senso della politica occidentale.

Francesco Sylos Labini, fisico italiano che legge le teorie realiste con i criteri della fisica, scrive: “Forse non c’è niente di nuovo sotto il Sole: il generale e storico ateniese Tucidide, nella sua Storia della guerra del Peloponneso, scrisse che ‘fu l’ascesa di Atene e la paura che questa incuteva a Sparta a rendere inevitabile la guerra’. Sembra che la storia si ripeta, ma questa volta una guerra mondiale potrebbe essere fatale per l’umanità. Trovare la strada per evitare la tragedia delle grandi potenze dovrebbe essere al centro dell’agenda pubblica e politica. Il primo passo sta proprio nel comprendere le cause di quello che avviene: per questo la guida di Mearsheimer è indispensabile”.

Nell’immagine: il summit della NATO a Vilnius nel luglio di quest’anno, che ha definito le condizioni per un ulteriore avvicinamento dell’Ucraina


Un Paese che, con il caldo, sa stare in ammollo

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Di Valentin Tombez e Jerôme Galichet, rts.ch

Secondo un’indagine della RTS, in Svizzera ci sono circa 56.000 piscine private all’aperto. Una cifra senz’altro considerevole, a maggior ragione in un momento, come quello attuale, in cui molto di discute circa il consumo di acqua, a causa di fenomeni di calura estrema e di siccità.

La piscina privata è un lusso incompatibile con l’intensificarsi della siccità? Alcune regioni francesi hanno vietato la vendita di piscine e due province toscane hanno vietato di riempirle quest’estate. La domanda si pone anche in Svizzera romanda, dove alcune autorità locali hanno già emesso restrizioni idriche ancor prima dell’inizio dell’estate.

Le piscine sono proliferate negli ultimi anni. Quante ce ne sono in Svizzera?

Non esiste un registro nazionale. Per fare una stima, l’unità dati della RTS ha attinto a un database di immagini aeree dell’Ufficio federale di topografia (Swisstopo).

Il risultato è che in Svizzera ci sono circa 56.000 piscine private all’aperto. La loro distribuzione è molto disomogenea. Sono particolarmente popolari tra i residenti di alcuni comuni in Ticino e sulle rive del Lago di Ginevra. Il record è detenuto da Lugano, con oltre 730 piscine private. Cinque comuni della riva sinistra del Lemano figurano in cima alla classifica: Collonge-Bellerive, Veyrier, Cologny, Chêne-Bougeries e Vandoeuvres.

Nella Svizzera francese, Vandoeuvres è il comune con il maggior numero di piscine in rapporto alla popolazione: 94 ogni 1.000 abitanti, ovvero circa una piscina ogni 10 residenti. È anche il comune ginevrino con il più alto consumo di acqua privata per abitante del cantone, secondo i dati dei servizi industriali di Ginevra. Negli altri cantoni francofoni, il maggior numero di piscine è stato registrato a Blonay-Saint-Légier (VD), Estavayer (FR), La Grande-Béroche (NE), Fully (VS) e Haute-Sorne (JU).

3,5 miliardi di litri d’acqua

Quanta acqua serve per riempire le 56.000 piscine private del Paese? Secondo le nostre stime, poco più di 3,5 miliardi di litri. Questa stima si basa sulla superficie delle piscine, calcolata in base ai dati di Swisstopo, e su una profondità media di 1,5 metri. Questi 3,5 miliardi di litri rappresentano il consumo annuale di acqua di 70.000 persone in Svizzera. Possiamo permettercelo? Si tratta di un problema sempre più pressante nelle regioni in cui l’acqua proviene da una sorgente. È il caso di Blonay-Saint-Légier, che ha il maggior numero di piscine del Cantone di Vaud.

Il programma della RTS “Mise au Point” ha visitato il comune, che lo scorso giugno ha vietato il riempimento delle piscine a causa dell’ondata di caldo. Indignati dal fatto che l’acqua di sorgente venisse utilizzata per riempire le piscine, due residenti hanno lanciato l’anno scorso una petizione per vietare nuove costruzioni di piscine. Il Comune ha dichiarato che sta valutando misure restrittive. Il sindaco Alain Bovay, che possiede egli stesso una piscina, non vuole arrivare però ad impedire la costruzione di nuove piscine.

“Non c’è alcuna base legale per vietarla”, dice Alain Bovay a “Mise au Point”. “Finché il regolamento comunale lo consente, non applicheremo due pesi e due misure tra chi è stato fortunato e ha potuto costruire la propria piscina e chi invece non potrà più farlo”.

Una tassa a Friborgo?

Anche a Friborgo le piscine private fanno riflettere. Il deputato socialista Grégoire Kubski vuole tassarne l’uso per finanziare misure contro la siccità. “L’idea non è quella di mettere i ricchi contro i poveri, è una questione di utilizzo dell’acqua”, spiega Grégoire Kubski. “È l’applicazione del principio “chi inquina paga”. Ci sono persone che usano l’acqua per scopi non necessari –  è il caso delle piscine –  e coloro che ne hanno veramente bisogno. Noi dobbiamo elitrasportare l’acqua ai contadini di montagna quando allo stesso tempo altri usano milioni di litri per le loro piscine”. La sua mozione è osteggiata da tutta l’ala destra del parlamento friburghese, ma il dibattito potrebbe diventare più acceso con il perdurare della siccità.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: piscine a Ronco sopra Ascona


Le origini svizzere del calcio italiano

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

Oggi la realtà del calcio italiano è lontana anni luce da quella svizzera. Ma non è sempre stato così. Gli svizzeri hanno infatti contribuito in modo fondamentale alla nascita e allo sviluppo del gioco del calcio in Italia. Una pagina di storia sportiva ai più sconosciuta che nel tempo è caduta per tutti nell’oblio.

Ora, un libro del genovese, e ginevrino d’adozione, Massimo Prati “Les Suisses, pionniers du football italien” (in italiano “Gli svizzeri, pionieri del football italiano 1887 – 1915“, Urbone Publishing) ricorda quel momento particolare della storia calcistica italiana, riproponendo storie, aneddoti e nomi di giocatori svizzeri che sono andati persi nelle pieghe del passato: solo per citarne alcuni, Edoardo Bosio (Torino), Alfred Dick (Juventus, Torino), Etienne Bugnion (Genoa), i tre fratelli Hintermann (Milano, Inter) e Ermanno Aebi (Inter). Nomi che oggi non dicono nulla ma che sono stati tra i pionieri del calcio in Italia.

Tutto nasce a Genova

A metà dell’Ottocento Genova è una città mercantile con un porto particolarmente dinamico, la sede di una banca di importanza strategica per l’Italia, il Credito Italiano (oggi Unicredit), e dal 1853, con il Gruppo Ansaldo, disponeva di un’industria moderna e diversificata.

“Con lo sviluppo industriale – sottolinea Massimo Prati – a Genova arrivano gli inglesi che nel 1893 fondano il Genoa Cricket and Football Club. All’inizio il club è aperto solo ai membri della comunità inglese. Poi si registra l’ingresso di soci genovesi (per il gioco del cricket) e dal 1896 ecco i primi genovesi, molti di origini svizzere, nella squadra di calcio”.

Nasce ufficialmente la storia del calcio in Italia. Il Genoa vince il suo primo titolo nel 1898 (il primo titolo italiano assegnato ufficialmente) e cinque dei sei successivi. E Genova è anche la città d’origine di Massimo Prati che nelle prime pagine del libro non manca d’esprimere tutto il suo amore per la squadra ligure (e di tutta la sua famiglia sin dalla fondazione del club).
Si interessa attivamente alla storia del Genoa e lo stesso Prati racconta: “Mi ha stupito scoprire che un numero significativo di ex giocatori svizzeri, celebrati e onorati in un museo della mia città per aver contribuito alla nascita del calcio italiano, sono del tutto sconosciuti nel loro Paese d’origine”.

E cercando tra articoli di giornali di allora, consultando archivi e vecchie pubblicazioni, Prati scopre che il Genoa non è un caso isolato. La presenza di giocatori svizzeri nelle squadre di calcio del Nord Italia è un fenomeno generalizzato.

Non è un caso che la Svizzera abbia esportato tanti giocatori in Italia. Dopo l’Inghilterra, la Confederazione è stata uno dei primi Paesi al mondo a praticare il calcio. Il San Gallo viene fondato nel 1879, il Grasshopper nel 1886, il Servette nel 1890, il Basilea nel 1893, il Losanna e lo Zurigo nel 1896 e lo Young Boys nel 1898.

Ma chi sono?

Nell’immaginario collettivo, la nascita del calcio è associata all’Inghilterra: il club più antico d’Italia – il Genoa – come abbiamo visto è stato fondato dagli inglesi. E gli stessi inglesi fondano il Milan Football & Cricket Club, chiamando la squadra “Milan” e non “Milano” mentre la Juventus prende in prestito le strisce bianconere dal Notts County (squadra di Nottingham che oggi milita nella quarta serie del campionato inglese).

“Abbiamo però dimenticato – ricorda Prati – che i primi eroi di questi club si chiamavano Pasteur, Bugnion, Dick, Walti, Bollinger, Aebi, Comte, Bachmann e Salvadé. E mentre gli inglesi tendevano a rimanere tra di loro, gli svizzeri sostenevano l’integrazione e la mescolanza”, fondando nuovi club aperti a tutti, come l’Inter e il Barcellona.

Massimo Prati si rammarica: “Il ruolo degli svizzeri nella diffusione del calcio in Italia è un aspetto ignorato dal grande pubblico. Gli specialisti e gli storici sono ovviamente consapevoli di questo contributo, ma le opere esistenti si occupano di questo o quel club. Se il mio libro ha un merito, è quello di presentare un quadro complessivo del fenomeno nel suo insieme”.

Il triangolo Genova-Torino-Milano

Quando il Genoa vince il suo sesto titolo nel 1904, i rossoblù hanno un presidente svizzero, un allenatore svizzero, due membri della commissione tecnica e sei giocatori svizzeri. Il capitano è il losannese Etienne Bugnion, fondatore del Montriond Lausanne (oggi Lausanne-Sport che milita nella massima categoria elvetica).

A Torino il calcio è introdotto già nel 1887 da Eduardo Bosio, nato nel 1864 a Zuoz (nel Canton Grigioni), che riportò un pallone da calcio da un viaggio d’affari in Inghilterra. Discendente dello svizzero Giacomo Bosio, che nel 1845 aprì il primo birrificio in Italia, Eduardo fondò con i colleghi della filiale torinese della Thomas & Adams il Torino FCC, società sportiva che praticava il canottaggio d’estate e il football d’inverno.

L’Andrea Doria, che nel 1946 si fonde con la Sampierdarenese per diventare Sampdoria, è fondata nel 1895 nella Scuola Svizzera di Genova. L’ex giocatore del Servette di Ginevra Ettore Negretti è stato capocannoniere del Milan, campione d’Italia nel 1901.

Oggi la squadra più titolata d’Italia, la Juventus, ha vinto il suo primo scudetto nel 1905 sotto la presidenza di Alfred Dick, nato a Yverdon-les-Bains, che aveva fatto fortuna nel settore calzaturiero e spendeva parte del suo denaro per portare a Torino buoni giocatori svizzeri, tra cui l’argoviese Paul Walty, che aveva già trascorso due stagioni con il Milan.

Il primo presidente del Torino calcio è stato lo svizzero Franz Schoenbrod mentre il primo capitano della squadra è stato un altro svizzero, il terzino Friedrich Bollinger. I capricci della storia vogliono che anche il capitano attuale sia un terzino svizzero, Ricardo Rodriguez.

“Tanto per capire – dice Massimo Prati – tra il 1896 e il 1915, una trentina di giocatori svizzeri hanno giocato per il Genoa e 19 per il Torino tra il 1907 e il 1915”.

Resta infine emblematica la figura di Ermanno Aebi, che ha giocato 12 stagioni nell’Inter: è stato il primo svizzero ad essere naturalizzato nella Nazionale italiana (ha giocato contro la Svizzera a Berna nel marzo 1920) e il primo giocatore a segnare più di 100 gol in Serie A.

Dal nazionalismo alla fondazione dell’Internazionale FC

A partire dal 1907, anche il mondo del calcio italiano subisce delle pressioni politiche. L’Italia vive un ritorno del nazionalismo con forti tinte colonialiste. Gli stranieri non sono ben visti e le squadre tradizionalmente associate agli stranieri, in particolare inglesi e svizzeri (Genoa, Milan, Torino e Juventus), si oppongono a questa politica di esclusione e decidono di boicottare i campionati del 1908 e 1909.

La squadra simbolo di questo periodo è la Pro Vercelli, una squadra della campagna piemontese. Come scrive Prati nel suo libro, “nel 1908 vinse il primo dei suoi sette campionati italiani (il primo nel 1908 e l’ultimo nel 1922) con una squadra tutta italiana. I giocatori della Pro Vercelli costituirono anche la spina dorsale della Nazionale nei suoi primi anni di vita”.

E proprio in questo momento storico, il 9 marzo 1908, al ristorante L’Orologio in Piazza Duomo a Milano, viene fondato l’Internazionale Milano per iniziativa di un gruppo di soci dissidenti del Milan, contrari al divieto imposto dal club rossonero di arruolare calciatori di nazionalità straniera. La prima squadra dell’Inter è così composta da ben otto giocatori svizzeri: Karl Hopf, Käppler, Werner Kummer, Hernst Xavier Marktl, Ugo Rietmann, Bernard Schüler, Niedermann e Arnaldo Wölkel.

Una nuova era

Tutto cambia nel dopoguerra, quando i fascisti salgono al potere. Il football diventa calcio, l’Internazionale l’Ambrosiana, e il campionato viene chiuso agli stranieri nel 1926. Nel 1934 e 1938 l’Italia vince la Coppa del mondo di calcio. Il calcio diventa popolarissimo in Italia e i campioni ormai sono gli italiani.

Bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra per vedere di nuovo degli stranieri sui campi italiani. Ma gli svizzeri si fanno rari.

È il ginevrino Roger Vonlanthen a riaprire la via verso l’Italia: viene ingaggiato dall’Inter nel 1955. In due stagioni Vonlanthen colleziona 42 presenze e segna 12 gol. Alla luce di quanto abbiamo scritto, il suo trasferimento non è una sorpresa come si potrebbe pensare oggi. Il nuovo pioniere elvetico nel calcio italiano – diventato sempre più importante e sempre più competitivo – non è altro che l’erede di una lunga tradizione iniziata quando è cominciata la storia stessa del calcio italiano.

Nell’immagine: Amichevole tra le selezioni di Italia e Svizzera (1899)
Sulla copertina del libro: in maglia bianca Etienne Bugnion. Il ragazzo a sinistra è Luigi Ferraris, morto prematuramente in guerra e al quale è stato dedicato lo stadio di Genova


Smart working, il ribaltone di Zoom

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Di Irene Scalise, La Repubblica

 Per molti è il vero segnale della fine dello smart working. Zoom, la società di video comunicazione sinonimo di lavoro a distanza e che, come nessun altro, ha fatto affari durante la pandemia, ha chiesto al suo personale di tornare in ufficio in presenza. Una sorta di De profundis del lavoro tra salotto e tinello. La notizia non è passata inosservata e tutti i principali giornali e agenzie straniere ne hanno dato notizia in prima pagina. L’azienda — riporta la Bbc — volta pagina e ritiene che un “approccio ibrido strutturato” sia più efficace e che le persone che vivono entro 50 miglia (80 chilometri), da una qualsiasi sede dell’ufficio, dovrebbero lavorare in presenza. Quanto? Almeno due volte a settimana. Zoom, in realtà si è semplicemente allineata alla politica di una lunga serie di aziende, da Amazon a Google a Disney, che richiedono ai lavoratori la presenza alla scrivania. 

La società di software con sede a San Francisco non ha di fatto messo totalmente la retromarcia. Zoom ha ridefinito i suoi nuovi requisiti di lavoro, un approccio progettato per mettere l’azienda «in una posizione migliore per utilizzare le tecnologie, continuare a innovare e supportare i nostri clienti globali». E in una nota ufficiale, ha aggiunto che «continuerà a sfruttare l’intera piattaforma Zoom per mantenere i dipendenti e i team dispersi connessi e lavorare in modo efficiente». 

Zoom ha conosciuto il suo momento di gloria durante il Covid. Le azioni dell’azienda (sino ad allora molto meno conosciuta di Skype) erano balzate di 15 volte rispetto al prezzo di offerta pubblica iniziale l’anno prima della pandemia. Il suo valore di mercato azionario ha raggiunto un picco di oltre 140 miliardi di dollari, rendendo l’azienda la regina del settore tecnologico dalla crisi del Covid-19. Moltissime aziende si sono rivolte alle sue riunioni video per riuscire a mantenere il ritmo del lavoro quando gli uffici erano stati costretti a chiudere. 

La società ha registrato una crescita dei ricavi nell’ultimo trimestre del 3%, ben lontana dalla crescita di oltre il 400% registrata nel 2020. «Penso che il lavoro ibrido rimarrà, creando una nuova opportunità di business per l’azienda», ha spiegato l’amministratore delegato Eric Yuan agli investitori, «lasciare che i dipendenti lavorino ovunque è diventata una moda, e sarà difficile costringerli a tornare indietro del tutto». L’azienda tecnologica ha chiarito che la nuova politica sarà implementata fra agosto e settembre, e varierà in base al paese. E comunque non si fermano le assunzioni per una realtà che continuerà ad «assumere i migliori talenti, indipendentemente dalla posizione». Alla fine di gennaio Zoom dava lavoro a circa 8.400 persone, più della metà delle quali negli Stati Uniti. Le sue azioni valgono circa 68 dollari, in calo rispetto agli oltre 500 dollari del picco di ottobre 2020. 


Gladiatori miliardari e un governo servile

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

È stato scomodato anche Orazio, quello del “carpe diem”. Sosteneva infatti il poeta romano che “dulce est desipere in loco”, è dolce perdere la saggezza nel posto giusto. Così Elon Musk, che si picca di romanità e latinorum, ha lanciato il guanto di sfida al rivale Mark Zuckerberg per un assai fisico combattimento pubblico (pubblicissimo, in diretta social mondiale) in un “epico” contesto dell’antica Roma.

Ha chiesto inutilmente il Colosseo al ministro italiano Sangiuliano, quello, per intenderci, che contribuì ad assegnare il premio letterario Strega pur ammettendo di non aver letto nemmeno uno dei libri in concorso. Al ministro l’occasione è sembrata però troppo ghiotta, e così l’esponente del governo Meloni (che tace, ma che poche settimane fa aveva ricevuto a Palazzo Chigi il tycoon statunitense, distribuendo orgogliosamente le foto dell’incontro) ha comunque accettato un clamoroso, avvilente uso cortigiano del patrimonio artistico italiano.

Promettendo, in luogo dell’Anfiteatro Flavio, altre location storiche, che potrebbero essere l’Arena di Verona o il Teatro di Ostia Antica o Pompei o la Riace dei bronzi o le colonne di Ercolano in Campania. Dove l’uomo più ricco del pianeta (Musk primeggia da inizio anno nella lista di “Forbes” con un patrimonio personale di 119 miliardi di dollari) e il settimo in classifica (Zuckerberger, “soltanto” 67,3 miliardi) se le potranno dare di santa ragione. Il tipo di lotta si rifarebbe infatti allo scontro multidisciplinare MMA, da tenersi in una “gabbia dei combattenti” ottagonale, in cui (ad eccezione di un paio di parti sensibili del corpo) è lecito praticamente qualsiasi tipo di presa e di colpi.

Come due adolescenti in eccesso di testosterone e in deficit di materia grigia. Uno scontro “gladiatorio” nato alcune settimane fa in rete, quando commentando le continue punzecchiature fra i due principali detentori di social (l’ex Twitter di Musk, il META del suo rivale) un lettore mise in guardia scherzosamente l’inventore dei viaggi privati nello spazio, segnalandogli che Zuckerberg era un praticante di arti marziali miste. Pronto ad entrare nella “gabbia”, fu la pronta risposta del padrone della Tesla; dimmi dove e quando, gli replicò il genitore di Facebook, Whatsapp, Messenger e Instagram. Detto e fatto. O quasi. In effetti, mai la disponibilità di un ministro (con la benedizione dell’immancabile Sgarbi) aveva tanto diviso la maggioranza della destra-destra italiana, molto più della lotta all’inflazione, del ponte sullo Stretto di Messina, dell’autonomia differenziata di Calderoli, della tassa sui superprofitti delle banche, delle alleanze europee con i diversi schieramenti sovranisti.

Più della Schlein potè Musk. Stavolta contro il progettato e surreale “luna park per miliardari”, con set fra antiche vestigia dell’impero romano, si sono scagliati anche alcuni “fratelli” della premier d’Italia. Attratta, come il suo ministro della cultura e non pochi governatori della destra, non solo dal presunto e pretestuoso effetto promozionale dell’evento per un’Italia turistica che intanto spedisce circa 300.000 connazionali in vacanza sulle coste albanesi assai meno costose in confronto alle follie dei balneari italiani (categoria da sempre iper-protetta nella Penisola), ma ingolositi anche dai circa 200 milioni di dollari promessi da Musk, ufficialmente da devolvere ad alcuni ospedali pediatrici della capitale. 

Briciole per i due giganti dell’hi-tech, che anche in Italia si arricchiscono senza versare tasse adeguate, e che in ogni caso si rifarebbero alla grande con click e relative ricadute economiche della diffusione in rete della loro smargiassata, mascherata da epica sfida. Galleria dell’assurdo anche perché il governo di Roma non ha ottenuto da Elon Musk i ghiotti e ventilati investimenti europei, finiti invece in Germania, che non sarà quello straordinario e millenario “museo a cielo aperto” che offre il Bel Paese, ma che sul tavolo ha messo 20 miliardi di aiuti statali per i soli chip, i microprocessori da computer. Insomma, anche ai paperoni planetari piace tanto l’Italia storica e da cartolina, ma non certo quella delle casse vuote e della mancanza di politica industriale. 

E che dire di una pagliacciata con cui due ricconi promuovono l’uso della forza per risolvere contrasti aziendali e personali? Cosa dovrebbero recepire dell’”epico evento” i sempre più numerosi giovani, delle periferie e non, che vengono stigmatizzati per scontri fra bande, raduni aggressivi, accoltellamenti, vandalismi, coetanee minacciate? Chiedetelo all’ineffabile Sangiuliano.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Mark Zuckerberg, Elon Musk e il ministro Sangiuliano


200 franchi bastano a coprire di ridicolo molte tesi di un’iniziativa propagandistica e demagogica

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Signor L.Q.,
ho letto le sue considerazioni trionfalistiche dopo la consegna delle firme a sostengo dell’iniziativa popolare “200 franchi bastano” che si propone di ridurre da 335 a 200 franchi il canone radiotelevisivo in Svizzera.

Io la capisco: sono trent’anni che, domenica dopo domenica, massacra la RSI, e per lei l’esser riuscito a raccogliere oltre trentamila firme in Ticino (all’incirca un quarto del totale di quelle consegnate a Berna), è una sorta di vittoria personale.

Onestamente se il suo odio, perché di odio si tratta, non mettesse pericolosamente in bilico uno dei cardini attorno al quale ruota la coesione nazionale, potrei anche ammirare il suo impegno costante nel perseguitare la SSR. Dico davvero: la dedizione con cui lei si applica a sbertucciare la RSI, spesso armato solo dei suoi pregiudizi, meriterebbe uno studio approfondito. Presumo che solo Joseph Goebbels sia riuscito a fare meglio quanto a propaganda; perché appoggiandosi solo alla radio e ad un pugno di giornali è riuscito a far amare dalla popolazione tedesca un regime sanguinario e liberticida come quello nazista. Vabbè.

Volevo però farle notare come nel suo scritto ci siano almeno un paio di cose davvero ridicole.

Francamente a me fa sorridere che lei, che è il direttore di un settimanale di partito che distribuisce a piene mani odio e razzismo, si prenda la libertà di accusare la SSR di praticare “il lavaggio del cervello agli utenti nel segno del pensiero unico mainstream rossoverde”. La sua, perdoni la franchezza, è un’accusa risibile ed immagino che ne sia perfettamente conscio, ma, cinicamente, lei preferisce mentire ai suoi stessi elettori pur di perseguire i suoi obiettivi politici. Senza privarsi, per l’ennesima volta, di evidenziare i suoi neppure troppo vaghi istinti razzisti, annotando che gli introiti del canone sono comunque in aumento “a seguito dell’immigrazione incontrollata”. E pure questa, mi perdoni, è un’accusa ridicola.

Può anche non piacerle, ma quella che propone la SSR non è un’informazione di parte, anzi. In generale fa il possibile per offrire più di una opinione; compresa quella della lega. È possibile fare di meglio? Sì, ma la strada da seguire non è quella che lei propone sul suo settimanale. Perché l’informazione truccata, e la sua lo è, può accarezzare la pancia agli arrabbiati, a volte riesce a strappare un sorriso, ma raramente convince. L’informazione, quella vera, è quella del Telegiornale della RSI; non quella di TeleBlocher.

Ammetto però che fra le sue manipolazioni politiche c’è una cosa che condivido; nel senso che è vero che ci sono cittadini costretti a “tirare la cinghia”. Ad iniziare dagli anziani a cui lei, come consigliere nazionale, ha negato la compensazione integrale del rincaro: se ne saranno già scordati oppure se ne ricorderanno in ottobre?

Tanto le dovevo.


Iniziativismo codino

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 


Come fermare la catastrofe fame

In gioco il controllo di materie prime come uranio e petrolio. L’instabilità del Paese spiana la strada a Cina e Russia. E apre a nuovi esodi migratori 

Di Simone Baglivo, L’Espresso

Il nostro Pianeta è in grado di produrre abbastanza cibo per tutti, ma un mix tossico di conflitti, cambiamenti climatici, disastri, povertà strutturale e disuguaglianze ci impediscono di avere un mondo senza fame». La neodirettrice esecutiva del World Food Programme dell’Onu Cindy McCain, 68 anni, ci parla dal suo quartier generale a Roma. Da poche settimane guida la più grande organizzazione umanitaria del mondo che ogni anno assiste 160 milioni di persone (di cui 15 milioni di bambini) in 120 Paesi. Grazie a un budget annuale di 10 miliardi di dollari e 23.000 dipendenti, ogni giorno il programma alimentare mondiale trasporta tonnellate di aiuti umanitari a bordo di 5.600 camion, 100 aerei e 30 navi. 

Vedova di John McCain (ex senatore e candidato repubblicano alla Casa Bianca), già ambasciatrice permanente degli Stati Uniti presso le agenzie delle Nazioni Unite per l’Alimentazione, con un passato da volontaria per i diritti umani, al suo primo mese nel nuovo prestigioso ruolo non ha perso tempo. Ha già visitato la Somalia («senza di noi 135 persone al giorno morirebbero di fame») e il Kenya, si è occupata della guerra scoppiata in Sudan, ha incontrato il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky («abbiamo distribuito quasi 2 miliardi di pasti agli Ucraini») ed è intervenuta al summit del G7 in Giappone («ho ricordato ai leader politici che bisogna agire adesso»). «Stimiamo che quest’anno 345 milioni di persone stiano soffrendo la fame, più del doppio rispetto a prima e ci sono 43 milioni di persone in 51 Paesi a un passo dalla carestia», ci spiega McCain, mentre dice di lavorare senza sosta per scongiurare «un’inaccettabile catastrofe». 

Ma quali sono le cause dell’emergenza alimentare? «L’insicurezza nutrizionale acuta che stiamo vivendo è dovuta a diversi fattori come conflitti, shock economici, eventi climatici estremi e l’impatto collaterale della pandemia di Covid-19». Nel 2020 l’agenzia Onu che dirige ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace «per i suoi sforzi nel combattere la fame, per i suoi contributi nel migliorare le condizioni della pace in aree di conflitto e per la sua azione nel prevenire l’uso della fame come arma per promuovere guerre e conflitti». Il presidente della Russia Vladimir Putin sta usando il cibo come arma di guerra in Ucraina? «Non ci sono dubbi – risponde la direttrice – le guerre causano fame, e questa guerra non fa eccezione. La soluzione migliore per evitare la malnutrizione, in Ucraina come altrove, è porre immediatamente fine ai combattimenti. Ma questo non è il nostro compito. Noi ci concentriamo nel raggiungere coloro che lottano per la sopravvivenza». McCain annuncia a L’Espresso la nascita di una task force sull’innovazione per metterà insieme le menti migliori che suggeriscono passi misurabili da intraprendere per affrontare la fame. Tra le priorità del suo mandato, ci rivela, c’è l’esigenza di migliorare l’efficacia d’azione e ampliare le collaborazioni e l’innovazione per fornire soluzioni moderne ai più bisognosi. Ma anche sviluppare, con progetti mirati nei Paesi più poveri, un’agricoltura sostenibile del rispetto dell’ambiente. 

L’ex ambasciatrice ammette che non può farcela da sola e auspica una cooperazione globale, chiamando a raccolta anche più donatori per consentire al capitale umano di crescere, alle economie di svilupparsi e alle persone di prosperare. «Il mondo ha bisogno di un impegno politico più decisivo per raggiungere l’obiettivo Zero Fame. Ma non possiamo aspettarci che i governi facciano tutto. Serve uno sforzo coordinato assieme al settore privato e alle istituzioni finanziarie internazionali». Insomma, milioni di vite a rischio possono essere salvate solo se c’è l’impegno di tutti. McCain sottolinea l’importanza di intervenire non solo nelle crisi ma anche prima che queste si verifichino, «così che le persone possano rimanere dove è la loro casa, dove preferirebbero essere, piuttosto che cercare una nuova vita attraverso la migrazione». 

Quando le persone non possono coltivare cibo o procurarsi da mangiare dove vivono, ragiona, sono infatti costrette ad abbandonare le proprie abitazioni per trovare modi per nutrire e sostenere le loro famiglie. Le sfide da affrontare, oltre all’Ucraina e al Sudan, sono innumerevoli e complicate; 19 milioni di afgani non hanno cibo a sufficienza, il 40 per cento della popolazione di Haiti non riesce a mangiare adeguatamente, almeno una famiglia su tre in Yemen ha un regime alimentare insoddisfacente, 3,4 milioni di bambini in Congo sono gravemente malnutriti, 300.000 bambini al di sotto dei cinque anni non hanno cibo nel Nordest della Nigeria, più della metà della popolazione in Siria è in condizione di insicurezza alimentare. La direttrice si dice consapevole di aver ricevuto una responsabilità enorme in un periodo sempre più critico. Ciò nonostante, è onorata della nomina da parte del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e dal direttore generale dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) Qu Dongyu e si dichiara determinata a costruire un percorso verso la pace, la stabilità e la prosperità grazie all’assistenza alimentare. «L’unica cosa che conta è lavorare per fare in modo che nessun genitore vada a letto affamato e nessun bambino muoia di fame». 

Nell’immagine: Cindy McCain