La crisi della famiglia patriarcale tipo Mulino Bianco

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

Da ormai diversi anni assistiamo ad una lenta ma inesorabile crisi della famiglia di tipo patriarcale, del Padre Padrone e della madre Misericordiosa, grazie al concorso di diversi fenomeni sociali tra cui sicuramente il più importante da annoverare è il movimento di liberazione della donna. Oggi la questione è esplosa, soprattutto tra i giovani, mettendo in uso modalità sempre più alternative e libere di esplorare il proprio corpo sessuale e sessuato e di conseguenza aprendo ad una percezione diversa dell’identità di genere. Una visione che provoca uno strappo rispetto alle convenzioni “tradizionali” imposte dai costumi della società e che, nolenti o volenti, oggi devono essere ripensati eticamente e anche a livello legale.

Da una identificazione semplice (maschio e femmina) si passa ad una maggiore “fluidità”, la quale impone di rivedere in un’ottica atea la figura di uomo e donna, di madre e padre. Una visione che va ben oltre rispetto alle titubanti logiche di parità e pone l’accento sulla necessità di ascolto e valorizzazione delle differenze. Di tutto questo si dovrà ragionare da persone consapevoli e responsabili all’interno del processo educativo e nel mettere in atto o nel modificare leggi sulla procreazione assistita, sulla maternità surrogata, sulla transizione di genere e altre trasformazioni. 

Un percorso ineluttabile (basta analizzare le serie tv di qualità dedicati ai giovani e dove si parla di amore vissuto dai preadolescenti come libero, fluido e queer e che affrontano temi molto sentiti quali il bullismo, l’omofobia, le difficoltà del coming out, i disturbi alimentari, …) e che la scuola ticinese sembra voler cogliere attraverso degli spunti di riflessioni contenuti nell’Agenda scolastica ma che dovranno essere ulteriormente sviluppati attraverso percorsi dedicati all’interno della visione equa ed inclusiva che caratterizza da sempre la scuola dell’obbligo ticinese.

Un compito, questo, che non deve essere lasciato nelle mani spesso irresponsabili della politica che non fa altro che esacerbare il clima mirando al potenziamento dei centri di potere quali sono i partiti e fomentando di proposito posizioni estremiste che si traducono in minacce indirizzate agli ambienti LGBTQ+ , ma che dovrà essere approfondito e sviluppato attraverso un confronto franco e scevro da imposizioni sociali tradizionali da esperti del settore già presenti nell’ambito scolastico.

Rezio Sisini è ex capo della Sezione delle scuole comunali (DECS)
Nell’immagine: la perfetta famiglia felice


Arabia Saudita: un calcio al (nostro) calcio

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

200 milioni a stagione per Cristiano Ronaldo, 100 per Benzema, 90 per Neymar, gli altri viaggiano dai 25 di Milinkovic-Savic ai 52,2 di Mahrez. E non sono solo vecchie glorie sulla via del tramonto.

L’oro nero permette di comprare tutto. Anche l’allenatore della Nazionale italiana Mancini, appena promosso a responsabile di tutte le nazionali, dalla maggiore alle giovanili. Se n’è andato ‘bei Nacht und Nebel’ direbbero i tedeschi, di notte e con la nebbia, alla chetichella diciamo noi, non senza aver raccontato un mucchio di frottole per giustificare la sua partenza: volevano togliergli due fedelissimi dello ‘staff’, Evani e Sandreani; talmente fedeli e inseparabili al ‘Mancio’ da non voler salire sul carrozzone d’una decina d’assistenti al suo servizio. Per 25-30 milioni (l’allenatore), per un paio di milioncini o giù di lì gli altri, si può anche vivere in un hotel a 4-5 stelle senza mettere il naso fuori dalla porta (brucerebbe per il troppo calore) per 184 giorni l’anno con famigli e conigli: tanto basta per non pagare le tasse al paese di origine.

Di fronte a Mohammed bin Salman i tre della Banda Bassotti, Andrea Agnelli (Juventus), Florentino Perez (Real Madrid) e Joao Laporta (Barcellona) che avevano tentato di rapinare i lingotti d’oro sul treno della Fifa e dell’Uefa, sembrano controfigure del povero ‘barbun’ di Jannacci che tocca il cofano della macchina con voluttà in cerca di un passaggio per l’Idroscalo. Il braccio di ferro fra l’Uefa e la Superlega Europa dei ricchi che volevano spartirsi (‘Cosa nostra’) la torta dei diritti televisivi, della vendita di magliette e ‘gadget’ vari – appare come la disputa fra un clochard che ha rubato un panino e uno che mangia la minestra alla mensa della Caritas.

Altro che calcio come patrimonio storico popolare, patrimonio di tutti, con l’Yverdon che batte
i ricchi ginevrini del Servette, con i ‘peracottari’ di Frosinone che battono l’Atalanta, con il Verona
che batte le Roma, e anche con il Bologna di Aebischer e Ndoye, al quale, noblesse oblige, viene
negato un nettissimo rigore che avrebbe condannato la Juventus alla sconfitta. Il tentativo di mantenere un minimo equilibrio fra ricchi e poveri, anche attraverso il fair-play
finanziario che ha condannato a un anno di squalifica europea proprio la Juventus, è messo sul
ridere dall’Arabia Saudita. Affari loro, possiamo dire, i nostri campionati proseguono: ma privati
di molte eccellenze.

A molti calciatori 4-5 milioni di ingaggio annuo (ma 20-30 per le star) non bastavano.
E dire che molti dei loro ‘tifosi’ si privano di tutto ciò che non è strettamente necessario alla sopravvivenza per trascorrere una giornata da leoni allo stadio dopo una settimana alla Fantozzi.
Sino a che punto saranno disposti a cedere parte di sé stessi, della propria vita, delle proprie
passioni, al culto di questi (falsi) eroi e idoli di cartapesta? Al culto di un Neymar che in Brasile
di costruisce una residenza da milionario deviando un fiume per la piscina e il laghetto privato?
Sappiamo quanto la moderna vita di rotelle nelle mani di un ignoto padrone, senza volto e spesso
senza pietà, necessiti di un Ersatz, di una sostituzione che ci dia una parvenza di vita giocata
a viso aperto, di una rappresentazione in cui il valore, l’eccellenza umana sia messa in gioco
davanti a tutti, con tanto di regole del gioco e di arbitro.

Ma celebrare il ‘panem et circenses’ in un Paese che fa a pezzi e fa sparire (dato ai porci?)
il collega Kashoggi, in un paese che condanna a morte ragazzi di 12-16 anni per aver partecipato a manifestazioni antigovernative, per essere decapitati o crocefissi al 18.mo anno di età,
in un paese alleato dello Yemen che spara ai profughi in cerca di un approdo, non è proprio il massimo.

Non resta che sperare che gli appassionati di calcio ci facciano qualche pensierino.
Magari dopo aver visto un incontro di poveri ‘piernas quadras’, piedi rettangolari (Maradona dixit) delle divisioni inferiori, sporchi e ruspanti, in campo per prendere a calci (quando non si
solleva la zolla) una palla per il piacere della partita, per una cena a fine stagione, o poco più.

Nell’immagine: un’offerta che non si può rifiutare


Perché la pace Russia-Ucraina non è possibile

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

Di Lucio Caracciolo, La Stampa

La pace in Ucraina è impossibile. La guerra può finire solo in tre modi: collasso russo, collasso ucraino o cessate-il-fuoco per esaurimento di entrambi un minuto prima del loro cedimento strutturale. Nel primo caso crollerebbe non solo Putin ma forse la Federazione Russa. Nel secondo, insieme a Zelensky sarebbe eliminata anche la Repubblica Ucraina, spartita fra russi e altri vicini. Nel terzo, il grado di distruzione fisica e morale deciderebbe della sopravvivenza di Putin e Zelensky e impegnerebbe per molti anni i loro successori in una ricostruzione da quasi zero. Nessuno dei tre scenari implica negoziato, tantomeno trattato di pace. Solo capitolazione (casi uno e due) o tregua lungo la linea del fuoco garantita da un contingente internazionale, impregiudicate restando le incomponibili rivendicazioni territoriali di russi e ucraini.

Poiché la guerra è al grado strategico uno scontro sempre più diretto fra Stati Uniti e Russia, quindi si riflette sulla decisiva partita sino-americana, i tre esiti citati cambierebbero di molto la posizione del Numero Uno. Per Washington la terza ipotesi sarebbe la meno peggiore. La prima potrebbe parere ottimale, non fosse che implicherebbe il rischio di disintegrazione della superpotenza atomica rivale, con effetti imprevedibili, e la fine della motivazione con cui l’America ha sempre legittimato la sua egemonia in Europa: proteggerci dai russi, rossi o bianchi che siano. Non facile inventarsene un’altra. Insomma, Putin sarà un “figlio di puttana”, ma Biden non vuole certo fargli perdere la faccia. Tantomeno vuole perdere la Russia. Il problema è che non sa bene che cosa volere. Quanto a noi europei, divisi su quale sia lo scenario meno devastante, saremo comunque chiamati a pagare prezzi economici e ad assumerci responsabilità di sicurezza di cui preferiamo non avere idea. Far finta di nulla, quasi la partita investisse solo la nostra volontà/capacità di tenere in piedi l’Ucraina aggredita con armi e denari, rischia di provocare uno shock quando dovremo effettivamente pagare la nostra quota di conto. Quando, non se. Comunque molto più di quanto abbiamo già devoluto. Perché certo l’America non paga per noi.

Dopo vari mesi di inconclusiva controffensiva ucraina, siamo a questo trivio. L’Ucraina ha resistito eroicamente all’invasione russa, al prezzo però della perdita di un quinto del proprio territorio (il danno minore, considerando anche che sono spazi abitati in buona parte da cittadini ucraini non simpatizzanti per Kiev), oltre a milioni di rifugiati o sfollati (pari a circa un terzo degli abitanti al momento dell’indipendenza, nel 1991), a decine di migliaia di morti e alla fine della sovranità finanziaria (il Tesoro ucraino vive dei fondi americani ed europei). Visto il prevedibile stallo al fronte, Zelensky spera di ottenere ciò che non può avere con le armi attraverso una controffensiva diplomatica, che però si limita al dialogo con paesi amici o non avversi. Ma questa è propaganda, non politica. E’ col nemico che si negozia. Finora non se ne vede segno. Al massimo russi e ucraini bisbigliano in russo sotto il tavolo, senza produrre nulla.

La Russia dice di volersi “accontentare” dei territori annessi, una volta fallito il blitz su Kiev. Ma nessun governo ucraino può permettersi di cedere i territori occupati. I russi hanno subìto gravi perdite. Soprattutto, sono finiti nella tenaglia sino-americana. I due cari nemici godono dell’indebolimento della Russia, chi allargando la Nato chi mettendo le mani sulla sfera d’influenza ex sovietica, specie in Asia centrale. Nella guerra di attrito tuttavia la Russia dispone di risorse nettamente superiori all’Ucraina. Quindi potrebbe permettersi di proseguire il conflitto contando sul collasso di Kiev, ovvero sul non troppo graduale disimpegno degli occidentali. Scommessa ad alto rischio. Perché un conflitto che non si chiude spesso si allarga.

Quanto agli americani. Da quasi un anno hanno fatto sapere a Kiev che è meglio finirla qui. Soluzione “coreana”: cessate-il-fuoco a tempo indefinito, senza che nessuno debba concedere nulla. Il brusco “no” di Biden all’ingresso ucraino nella Nato, contro il parere di polacchi, baltici e altri europei, è segno esplicito di questa volontà. Inoltre, supportare la controffensiva ucraina con armi peraltro non decisive e insieme commentarne pubblicamente le scarse possibilità di successo rivela un eccesso di cinismo, per niente apprezzato da Zelensky. Ora Washington scopre di aver perso il controllo di Kiev, che in realtà non ha mai avuto. E teme che se l’Ucraina decidesse di battersi a tempo indefinito, fino all’ultimo uomo, rischierebbe di perdere tutto. A quel punto la sconfitta strategica sarebbe americana, visto il capitale di credibilità investito nella causa del paese aggredito. Altro che Afghanistan. La guerra non sta andando secondo i piani di nessuno, come quasi sempre. In carenza di una vera pace, il cessate-il-fuoco potrebbe arrivare troppo tardi per tutti. Sarebbe questo il tempo della diplomazia segreta diretta, unica alternativa alla catastrofe. O forse sarebbe stato, per esempio in tempo di guerra fredda. Ma quello era un ordine di pace e questo è il mondo della giungla.

Nell’immagine: guerra senza fine


Di una ragazzina che si interroga

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

L’infanzia e anche l’adolescenza sono spesso investiti da uno sguardo che, anziché riguardarle direttamente, ha piuttosto a che vedere con la natura dello sguardo di chi le osserva. 

Può tradurre apprensione, tutela, sprone – o qualsiasi altro timore o desiderio. Più un nostro modo di essere, però, che non una attenzione sincera verso i loro bisogni e le loro necessità. Può quindi capitare di sbagliare approccio perché “apprensione”, “tutela”, “sprone” e altri atteggiamenti simili il più delle volte tradiscono fragilità, ansie, limiti e desideri. Sono tutte proiezioni che un genitore con un minimo di consapevolezza e buona volontà riconosce immediatamente e, semmai vi riesca, cerca anche di correggere. Il “bene” dei nostri bambini e ragazzi è sempre l’obiettivo o dovrebbe esserlo. In che modo, però, “il bene” sia tradotto, come venga inteso e declinato quando è in gioco l’educazione e la cura di quanti necessitano del nostro aiuto, questo è ancora tutto un altro discorso. “Volere bene”, volere il loro bene non è di per sé una garanzia di “fare bene”, di fare il loro bene. Sono temi rispetto ai quali esiste oggi una bibliografia sconfinata. 

Politica impolita

C’è però anche un altro sguardo su infanzia e adolescenza che deve oggi destare preoccupazione. È quello di chi parla dell’educazione dell’infanzia e dell’adolescenza non pensando alla loro realtà, ma al tornaconto che un certo modo di parlarne assicura. Succede quando lo sguardo e il discorso sull’infanzia hanno di mira altro: un bottino che può essere intascato discorrendo di qualcosa non perché esso stia davvero a cuore, ma perché viene riconosciuto come terreno propizio ad intercettare ansie e paure da cavalcare, ossia da capitalizzare in una qualche forma di vantaggio. È sempre la vecchia storia: strumentalizzare quel che si prospetta come un’occasione per aumentare il proprio credito, dopo aver intercettato con destrezza la direzione in cui soffia il vento.

È il caso della politica, quando si mobilita attorno a un tema non perché sul tema abbia effettivamente qualcosa da dire. Quanto perché da un certo modo di affrontarlo è possibile carpirne qualcosa. Può essere un qualsiasi tema, dato che il discrimine non è la competenza, bensì la capacità di intuire come affrontarlo per approfittarne il più possibile, una volta intuito quali malumori, quali intolleranze, quali incomprensioni vi aleggino intorno. 

È una tecnica antica, che la politica conosce molto bene. E che può persino assicurare notevoli successi a chi la persegue. È successo in passato e succede oggi. Ha però un altissimo prezzo: mina alla base la salute, sempre fragilissima, della democrazia. Il suo terreno di cultura non è infatti quello della discussione pubblica ben argomentata e partecipata, nel desiderio di una sempre più consapevole e articolata tematizzazione delle varie questioni, oggi complessissime, inerenti alla vita in comune. Si tratta, al contrario, di una strategia che alimenta le sue azioni muovendosi per così dire ai livelli più viscerali del corpo sociale, rilevandone i malumori, i risentimenti, le paure, le reazioni di intolleranza maggiormente aggressive. Il che, intendiamoci, non è di per sé una frequentazione sconveniente. A condizione però di sapersi poi impegnare nell’ingrata, laboriosa e faticosissima analisi delle loro cause. Un lavoro che presuppone non poche doti scompositive, oltre che un grande senso di responsabilità – visto che le cause sono sempre plurali, articolate, intrecciate e sicuramente mai riconducibili a un solo fattore da additare quale unico responsabile (ora le élite, ora la mondializzazione, ora la speculazione, ora l’immigrazione, ora gli stranieri, ora i frontalieri). E vista anche la scarsa disposizione all’ascolto su cui possiamo contare oggi. Ma c’è di peggio. Ed è quando non si è affatto interessati alle cause, poiché conta solo approfittare delle conseguenze problematiche senza avere minimamente a cuore la loro soluzione. Anzi, il successo dipende esattamente dalla persistenza delle conseguenze, dal fatto cioè che esse rimangano proprio lì dove sono. È chiaro che siamo all’interno di un operare in cui tutto, proprio tutto, vale semplicemente come una risorsa da cui trarre più vantaggi possibili. Allora, qui, non abbiamo solo il tradimento della politica. Abbiamo anche il tradimento della democrazia. 

Sviare lo sguardo

Così, può capitare persino questo. Che una ragazzina, la quale guardandoci, si interroga attorno all’oscillazione del suo sentimento di appartenenza di genere, susciti in noi uno sguardo del tutto cieco. Cioè uno sguardo che, invece di approfittarne al fine di interrogarsi sulla sua disponibilità ad accogliere una manifestazione della vita sempre esuberante rispetto alle nostre categorie (non è un caso che, dalla pagina dell’agenda scolastica incriminata, la ragazzina ci stia guardando), si chiede invece subito che cosa sia possibile farne politicamente. Ovvio, dopo aver previsto le reazioni a catena innescabili in una società confrontata per la prima volta (un compito difficilissimo) a un discorso sulla differenza inedito e spiazzante, in cui sono finalmente i diritti a venire avanti e non la più brutale repressione – almeno alle nostre latitudini. Ci sono condanne, come in questo caso, che più che essere interessate all’oggetto della condanna, lo sono ai loro effetti. È sempre certamente possibile farne anche un problema di opportunità: come parlarne, con chi, quando, in quali luoghi, a quali condizioni. Ma queste sono spesso sottigliezze strategiche che nascondono altro. 

Alla fine, ciò che dobbiamo chiederci è se vogliamo una realtà inchiodata alle categorie nelle quali ci conosciamo, riconosciamo (e misconosciamo), e quindi aggressiva, violenta e censoria verso tutto ciò che non vi rientra. Oppure una realtà maggiormente variegata, appunto esuberante rispetto agli schemi mediante cui la guardiamo e ci guardiamo. Posso certamente essere spaesato dalla persona che mi passa accanto e di cui, per così dire, non inquadro immediatamente il “tipo”. Pur non volendolo ammettere, posso essere addirittura inquietato da una certa fascinazione subita senza riuscire a metterla in conto. Anzi proprio per questo. Il fatto è che un mondo in cui ciò accade non è un mondo più povero. È un mondo infinitamente più ricco. 

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: fotografia di Rosemary Ketchum (Pexels)


Tutto fa brodo

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 


Credit Suisse: la fine dopo 167 anni di storia

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

Di Mathilde Farine, Le Temps

➤ 1856: una banca per sviluppare l’economia svizzera
Alfred Escher fonda la banca con il nome di Schweizerische Kreditanstalt (SKA). La banca svolge un ruolo centrale nello sviluppo economico del Paese, in particolare finanziando la costruzione delle ferrovie svizzere.

➤ 1860: Ristrutturazione
Grandi perdite, problemi strategici: la banca subisce la prima drastica ristrutturazione.

➤ 1905: Le filiali
Inizio dello sviluppo di una rete di filiali in Svizzera.

➤ 1900-1950: attraverso le crisi mondiali
L’azienda sopravvive alle due guerre mondiali (1914-1918 e 1939-1945) e alla crisi economica seguita al crollo del mercato azionario del 1929 senza grandi sconvolgimenti.

➤ 1950-1970: forte crescita
Questo fu un periodo di forte crescita per il Crédit Suisse. La presenza della banca in Svizzera e all’estero subisce una forte espansione.

➤ 1972: Rainer Gut sale sul palcoscenico
Rainer Gut, originario di Zugo, viene incaricato di internazionalizzare la banca, in particolare negli Stati Uniti, ed entra nel consiglio di amministrazione l’anno successivo. Assume la direzione dopo lo scandalo di Chiasso nel 1977. Figura chiave nell’espansione della banca, rimane al timone fino al 2000.

➤ 1977: Scandalo di Chiasso
Rivelazione di un caso di appropriazione indebita di fondi provenienti dall’Italia, iniziato negli anni ’60, che ha provocato un’enorme perdita e ha offuscato l’immagine del Crédit Suisse e della piazza finanziaria. Anche il franco svizzero crolla.

➤ 1978: Espansione negli Stati Uniti
Inizia la partnership con First Boston. È il grande salto americano. Il Credit Suisse, che fino a quel momento aveva lavorato con piccole aziende, ora si unisce ai grandi di Wall Street.

➤ 1989-1990: CS Holding
Il Credit Suisse è una filiale di CS Holding, che si espande negli Stati Uniti assumendo il controllo di First Boston. Entrano a far parte del gruppo anche Fides, Electrowatt, CS Life e Bank Leu.

➤ 1993: acquisizione di BPS
Acquisizione di Swiss Volksbank (BPS). Il Credit Suisse perde il suo accento acuto in una formulazione anglicizzata.

➤ 1997: Fusione con Winterthur
Ulteriore riorganizzazione: CS Holding diventa Credit Suisse Group. Il Credit Suisse si fonde con la Winterthur Assicurazioni. Il Gruppo conta 80.000 dipendenti in tutto il mondo (27.000 in Svizzera).

➤ 2008: il peso dei subprime
Nei risultati del primo trimestre, il Credit Suisse stima in 10 miliardi di franchi il costo della crisi dei subprime dall’estate del 2007. Questo dato impallidisce rispetto a quello di UBS, che secondo le stime ha dovuto sostenere un conto di 40 miliardi di franchi e dovrà essere salvata dalla Confederazione e dalla Banca Nazionale Svizzera. Il Credit Suisse, da parte sua, sta accogliendo gli investitori del Qatar per ricapitalizzare.

➤ 2009: Embarghi aggirati
Il Credit Suisse deve pagare una multa di 536 milioni di dollari per aver violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran e il Sudan tra il 1995 e il 2006.

➤ 2011: arrivo del presidente “bianco come la neve”
Urs Rohner diventa presidente del Consiglio di amministrazione. Rimarrà in questa posizione per dieci anni. Ha intascato più di 40 milioni di franchi svizzeri, ma dirà di essere stato assolutamente “pulito” quando il Credit Suisse è stato multato negli Stati Uniti per risolvere la controversia fiscale. Brady Dougan, che era entrato nel Credit Suisse quattro anni prima e aveva trascorso la maggior parte della sua carriera nell’investment banking, lo ha assistito come CEO.

➤ Maggio 2014: il prezzo dell’evasione fiscale
Dopo anni di procedimenti e trattative, il Credit Suisse si dichiara colpevole di aver favorito l’evasione fiscale e paga 2,6 miliardi di dollari alle autorità statunitensi in cambio di un accordo di non perseguimento.

➤ Ottobre 2014: banche accusate di aver manipolato il Libor
Bruxelles sta multando diverse banche, tra cui Credit Suisse e UBS, accusate di aver manipolato il tasso Libor. Questo tasso è stato utilizzato come parametro di riferimento per centinaia di miliardi di prodotti finanziari, a partire dai mutui. Ritenuto inaffidabile perché basato su stime, è stato gradualmente sostituito da altri tassi, tra cui il Saron in Svizzera.

➤ 2016: Scandalo di corruzione in Mozambico
Scoppia la vicenda dei cosiddetti “tuna bond” in Mozambico. I dipendenti della banca sono accusati di aver effettuato prestiti segreti per 2 miliardi di dollari, per i quali loro e i funzionari mozambicani avrebbero preso tangenti. Diversi procedimenti sono ancora in corso e anche la banca è sotto inchiesta. Nell’ottobre 2021 ha dovuto pagare diverse multe alle autorità britanniche e americane, per un totale di 475 milioni di dollari.

➤ 2017: Fine dei subprime
Il Credit Suisse deve pagare una multa di 5,28 miliardi di dollari in un caso di mutui americani. È la fine della vicenda dei subprime che ha causato la crisi finanziaria del 2008-2009.

➤ 2018: Nuovo caso a seguito delle malefatte di un manager
I tribunali di Ginevra condannano al carcere un gestore di asset bancari per aver causato di 143 milioni di franchi di perdite a danno, tra gli altri, dell’ex primo ministro georgiano Bidzina Ivanishvili, ma anche per essersi arricchito di 30 milioni di franchi. Si avviano diversi procedimenti e un’indagine commissionata a una società esterna dimostra che ci sono state carenze nel controllo del rischio presso il Credit Suisse. Dopo quasi un anno, un tribunale delle Bermuda ha dato ragione a Bidzina Ivanishvili, costringendo la banca a pagargli un risarcimento di oltre mezzo miliardo. La banca ha deciso di andare in appello.

➤ Settembre 2018: Credit Suisse coinvolto in diversi casi di riciclaggio di denaro
La Finma, l’autorità di vigilanza bancaria svizzera, riscontra mancanze nel rispetto degli obblighi di  diligenza nella lotta al riciclaggio di denaro in relazione alle vicende Petrobras, PDVSA e FIFA.

➤ Autunno 2019: scandalo Shadowing
Si scopre che il Credit Suisse ha fatto spiare diversi suoi dipendenti ed ex dipendenti. Questo è stato l’inizio dello scandalo shadowing che ha portato alle dimissioni di Tidjane Thiam, CEO tra il 2015 e il 2020. Al suo posto subentra Thomas Gottstein, che rimane alla guida della seconda banca svizzera per appena due anni.

➤ Dicembre 2020: Credit Suisse e la mafia bulgara
Il Ministero pubblico della Confederazione accusa il Credit Suisse di riciclaggio di denaro e traffico di droga da parte di un’organizzazione bulgara. La banca sarà condannata nel giugno 2022 (una prima,  per un istituto delle sue dimensioni), anche se la multa è modesta (2 milioni di franchi).

➤ Marzo 2021: sospensione dei fondi Greensill
Il Credit Suisse sospenderà i fondi con 10 miliardi di dollari in gestione legati al fallimento di Greensill. La banca ha rimborsato ai clienti circa tre quarti dei fondi. Greensill, che prende il nome dal suo fondatore Lex Greensill, era specializzata nel reverse factoring, una pratica che consente ai fornitori di recuperare i propri crediti prima del previsto. Si avviano diverse indagini e procedimenti. L’indagine della Finma rivela che Credit Suisse ha violato gravemente i suoi obblighi prudenziali in termini di gestione del rischio e di organizzazione adeguata.

➤ Marzo 2021: Archegos crolla
La vera rovina della banca inizia con il clamoroso fallimento dell’hedge fund Archegos nel 2021. Credit Suisse era fortemente esposta nei confronti di questa società, il cui fondatore aveva assunto notevoli rischi per massimizzare i suoi potenziali guadagni. A marzo, quando è stato depositato il bilancio, il castello di carte è crollato e gli investitori hanno potuto solo prendere nota perdite. Per la banca svizzera un “buco” enorme, per un totale di 5 miliardi di dollari.

➤ Gennaio 2022: espulso Antonio Horta-Osorio
Eletto la primavera precedente alla presidenza del Credit Suisse, il banchiere portoghese Antonio Horta-Osorio, ex direttore generale dei Lloyds, è costretto a dimettersi. Per ben due volte aveva aggirato le quarantene legate alle misure covid. Sebbene Horta-Osorio abbia continuato a predicare la sua estraneità ai fatti, le rivelazioni gli sono costate il posto. È stato sostituito da Axel Lehmann, un assicuratore che aveva lavorato anche per UBS.

➤ Agosto 2022: un “coltello” alla testa della banca
Ulrich Körner assume la direzione della banca. Soprannominato il “coltello”, è noto per aver risollevato UBS dopo la crisi dei subprime. È lodato per la sua efficienza, ma criticato per la sua mancanza di carisma. Promette una riorganizzazione.

➤ Ottobre 2022: il piano dell’ultima chance
Sui social network si diffonde la voce che il Credit Suisse sia sull’orlo del fallimento. La banca riesce a spegnere molte delle voci, ma i clienti iniziano ad abbandonarla. Ulrich Körner annuncia un’importante ristrutturazione, una drastica riduzione della banca d’investimento e l’arrivo di un nuovo azionista, la Saudi National Bank, che poche settimane dopo acquisirà quasi il 10% del capitale in una raccolta di capitali.

➤ Marzo 2023: l’inizio della fine
La Silicon Valley Bank fallisce e getta nello scompiglio il settore bancario mondiale. Il Credit Suisse, considerato vulnerabile, è particolarmente colpito. In questo contesto, i commenti del capo della Saudi National Bank, che non intende fornire ulteriore sostegno finanziario al Credit Suisse, scatenano una vera e propria tempesta. La Banca nazionale svizzera interviene per calmare le acque. Ma solo per poco tempo: la fiducia fatica a tornare e si parla di un’acquisizione da parte di UBS.

➤ 19 marzo 2023: il crollo
Alain Berset, presidente della Confederazione elvetica, annuncia a una Svizzera attonita che UBS, la più grande banca del Paese, sta acquistando la sua principale rivale per 3 miliardi di franchi, ben al di sotto del suo valore.

➤ 31 agosto 2023: presto calerà il sipario
Dopo aver studiato diversi scenari, UBS decide infine di integrare completamente Credit Suisse, facendo così scomparire il marchio. La fusione completa dovrebbe essere completata entro la fine del 2024.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: tempi d’oro a Chiasso


Gesuiti illegali in Nicaragua

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

Non era bastato che la settimana scorsa la “papessa”, come viene soprannominata in Nicaragua, Rosario Murillo, vicepresidente e consorte di Daniel Ortega (che ogni mezzogiorno apre con proseliti di fede i suoi farneticanti monologhi via radio alla nazione) avesse disposto la statalizzazione dell’Università Centroamericana (UCA) dei gesuiti. Ora è seguita nientemeno che la messa fuori legge di fatto della stessa Compagnia di Gesù, con relativo esproprio di immobili, residenze e confisca dei conti bancari.

Ci si aspetta dunque che vengano loro sottratti anche gli altri tre collegi medio-superiori. Con il rischio che gli 11 padri superstiti siano incarcerati o espulsi dal paese. Tanto che il rettore Rolando Alvarado, per le sue precarie condizioni di salute (ma anche per ragioni di sicurezza) ha dovuto andarsene. Come fu del resto lo scorso anno per il suo predecessore, José Idiáquéz, cui fu negato il rientro in Nicaragua da un viaggio.

A parte la contestazione di presunte irregolarità amministrative, l’accusa formalizzata è quella di “terrorismo”, “tradimento alla patria” e “cospirazione contro l’integrità nazionale”. In riferimento alla protezione che l’ateneo assicurò ai propri studenti (e non solo) durante la sollevazione popolare dell’aprile/giugno 2018, ispirata proprio dagli universitari di tutto il paese e soffocata nel sangue con almeno 350 vittime.

Erano già 26 le università private, o pseudo tali, chiuse o nazionalizzate dal regime negli ultimi tre anni. Fino a che è toccato a quella storicamente più prestigiosa, fondata nel 1960 e sopravvissuta al devastante terremoto del ’72 e soprattutto alla repressione del dittatore Anastasio Somoza.  

Durante gli anni ’80, pur mantenendo la propria autonomia, la UCA era sempre stata vicina al nuovo corso sandinista, oltre che alla Teologia della Liberazione latinoamericana, all’insegna di “fra cristianesimo e rivoluzione non c’è contraddizione”. Lo stesso ministro dell’istruzione, padre Fernando Cardenal, era gesuita. Successivamente sospeso a divinis (insieme agli altri tre preti-ministri del governo rivoluzionario) da papa Wojtyla dopo il suo contestato viaggio in Nicaragua del marzo ’83. Così come era gesuita il padre Xavier Gorostiaga, a lungo rettore della UCA agli inizi del duemila e che durante i primissimi anni ’80 fu considerato una sorta di messaggero tra il Fronte Sandinista e Washington.

E dire che lo stesso Daniel Ortega ne frequentò per sei mesi la facoltà di diritto nel lontano 1962, prima di integrarsi alla lotta clandestina. E che soprattutto nel luglio 1990 ricevette dall’allora rettore padre César Jerez il dottorato honoris causa “per la sua gestione come presidente della repubblica e il suo contributo alla pace e alla democrazia”, riferendosi all’ordinato passaggio di consegne alla nuova presidente Violeta Barrios dopo la traumatica sconfitta elettorale del febbraio precedente. D’altro canto la gran parte della classe dirigente sandinista si era formata in quel recinto universitario. Facendo poi la stessa fine: messa fuori legge, incarcerata e infine cacciata o costretta all’esilio. Con privazione della cittadinanza inclusa.

Per non dimenticare infine che due degli stessi figli di Ortega/Murillo sono usciti da lì: come l’attuale direttore del Canale 8 tv Juan Carlos, nel 2004 dal corso di Comunicazione Sociale; o la loro nuora Blanca Diaz (figlia dell’attuale capo della polizia) laureatasi nel 2007 in economia. Insieme ad alcuni funzionari orteguisti.

Con l’università e tutte le sue infrastrutture è stato sequestrato pure l’Instituto Historico Centroamericano (IHCA) e il suo prezioso archivio. Mentre i religiosi hanno avuto appena il tempo di smantellare la cappella interna. 

La UCA di Managua godeva di importanti contributi pubblici che il regime ha via via azzerato. La gran parte dei suoi 5mila studenti usufruiva di borse di studio. E ora, insieme a 500 docenti e 200 amministrativi, non sanno cosa fare. Anche perché l’ateneo è stato immediatamente ribattezzato in Università Nazionale Casimiro Sotelo, con riferimento a un giovane sandinista assassinato dai somozisti nel 1967 (che si starà rivoltando nella tomba). Ma non si capisce come potrà continuare a funzionare. Di qui il rischio di un ulteriore esodo dei giovani dal paese, iniziato in massa dopo la rivolta di cinque anni fa. Salvo poi finire in galera come le tre corsiste fermate in questi giorni. 

Dopo l’azzeramento di ogni forma di opposizione partitico/politica, la defenestrazione della congregazione dei gesuiti e l’esproprio dell’ultimo baluardo della formazione accademica indipendente in Nicaragua non sono che l’ultimo atto persecutorio per azzerare ogni residuo di resistenza da parte della chiesa cattolica locale.  Che aveva subìto l’arresto (esattamente un anno fa) del vescovo Rolando Àlvarez. Fino alla sospensione nel marzo scorso delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede decisa dal presidente Ortega. Precedute dalla arbitraria chiusura di associazioni, comunità e radio cattoliche; e dalla cacciata dal paese di decine di sacerdoti e monache sia stranieri che nicaraguensi. Come successo ancora recentemente ai tre presbiteri recatisi al sinodo dei giovani a Lisbona, cui è stato impedito il rientro in Nicaragua.

La Compagnia di Gesù della Provincia Centroamericana ha emesso un comunicato segnalando “l’aggressione sistematica” sofferta dalla UCA di Managua dal 2018; e sottolineando che la congregazione non si lascerà intimidire dal regime. Mentre da Roma è arrivata la condanna e la solidarietà da parte del superiore generale, il venezuelano padre Arturo Sosa.

Per papa Francesco, rimasto in silenzio forse per “conflitto di interessi” da primo pontefice gesuita quale è, si tratta di un vero e proprio sfregio. Evidentemente la coppia Ortega/Murillo ha voluto ripagarlo per il suo recente attributo di “dittatura comunista o hitleriana”, che aveva accompagnato con un cenno del capo come che fossero impazziti. Di certo il Centroamerica è diventato per lui un gran dolor di testa, preoccupato pure per le sorti dell’altrettanto gesuitica UCA di El Salvador, apertamente critica verso la montante autocrazia del presidente Nayib Bukele. UCA che a sua volta si sta organizzando per accogliere gli studenti orfani di Managua che riuscissero a trasferirvisi. Il tutto mentre l’arcidiocesi di San Salvador ha appena annunciato l’avvio del processo di canonizzazione dei sei gesuiti della UCA assassinati dall’esercito nel novembre 1989 durante il conflitto con la guerriglia.

Nell’immagine: Daniel Ortega e alcuni dei suoi figli in un fotomontaggio che li pone davanti all’Università Centroamericana, della quale sono stati studenti


Un nuovo libro di testo russo mira a indottrinare la gioventù

Identità di genere e orientamento sessuale devono essere temi trattati nella scuola con una visione equa ed inclusiva e non lasciati nelle mani spesso irresponsabili della politica – Di Rezio Sisini 

Di Amnesty International

Il libro di testo “Storia della Russia”, che abbonda di cliché della propaganda ufficiale russa e cerca di giustificare le azioni illegali compiute dalla Russia – dall’annessione della Crimea nel 2014 all’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 – dall’inizio dell’anno scolastico, il 1° settembre, è parte obbligatoria del programma di studi delle scuole superiori di tutta la Russia e dei territori occupati dalla Russia in Ucraina.

“Il libro di testo nasconde la verità e travisa i fatti sulle gravi violazioni dei diritti umani e sui crimini di diritto internazionale commessi dalle forze russe contro la popolazione ucraina”, ha dichiarato Anna Wright, ricercatrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale. “L’indottrinamento dei bambini in una fase sensibile del loro sviluppo è un cinico tentativo di sradicare la cultura, il patrimonio e l’identità ucraina, nonché una violazione del diritto all’istruzione”, ha aggiunto.

Propaganda russa incorporata nel programma didattico

Il libro di testo, destinato ai più grandi tra gli studenti delle scuole superiori, dipinge la Russia come vittima di un complotto occidentale e non come l’aggressore. Afferma che prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i consiglieri della NATO hanno preparato attivamente l’Ucraina ad “attaccare il Donbas”, un riferimento alle aree dell’Ucraina orientale che sono sotto occupazione russa dal 2014.

Il testo afferma inoltre che se all’Ucraina fosse entrata nella NATO, questo avrebbe potuto portare a una guerra distruttiva e “forse alla fine della civiltà”. Un’eventualità che la Russia non ha avuto altra scelta se non quella di impedire.

Il nuovo libro di testo sostiene che l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia è una “operazione militare speciale” e cita il presidente Vladimir Putin che il 24 febbraio 2022, giorno in cui ha ordinato l’invasione, ha detto: “Questa è una questione di vita o di morte, la questione del nostro futuro storico come popolo”.

Oltre a negare ai bambini della Russia e dei territori occupati dell’Ucraina il diritto a un’istruzione di qualità – più di 500 scuole ucraine sono ora sotto il controllo russo – la disinformazione contenuta nel libro di testo attacca anche i diritti dei cittadini ucraini al patrimonio culturale e all’identità.

In quanto potenza occupante, nelle zone dell’Ucraina sotto il suo controllo la Russia è tenuta a rispettare i propri obblighi di Stato parte del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e della Convenzione sui diritti dell’infanzia. Tra questi l’obbligo di rispettare, proteggere e soddisfare il diritto all’istruzione e di non violare tale diritto indottrinando gli alunni con la propaganda.

Minacce a genitori e insegnanti ucraini

Genitori, insegnanti e studenti delle aree ucraine occupate dai russi rischiano violenze, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti per aver rifiutato di seguire il programma di studi russo, introdotto nelle scuole nel settembre 2022.

Le autorità di occupazione hanno i nomi e gli indirizzi dei bambini in età scolare che risiedono nelle loro aree. I funzionari del dipartimento dell’istruzione possono presentarsi a casa loro e richiedere la presenza del bambino a scuola. Spesso minacciano conseguenze se i genitori rifiutano di mandare i figli nelle scuole dove si insegna il programma russo.

Le forze dell’ordine russe effettuano controlli di routine sui dispositivi elettronici privati e se individuano contenuti o software utilizzati per l’insegnamento online che seguono il programma ucraino, le conseguenze possono essere gravi, e includono l’arresto e i maltrattamenti.

Yuriy,* (nome di fantasia), padre di tre figli originario di un villaggio vicino a Nova Kakhovka (ha chiesto di non nominare il villaggio), ha raccontato che dopo l’invasione russa, sua figlia ha iniziato a studiare online seguendo il programma di studi ucraino, continuando anche dopo l’introduzione del programma russo nelle scuole.

Nell’ottobre 2022, pochi giorni dopo la visita a domicilio di un funzionario russo che voleva sapere perché la ragazza non frequentasse le lezioni in presenza, l’uomo è stato arbitrariamente detenuto dalle autorità russe perché non voleva iscrivere la figlia alla scuola russa. È stato trattenuto per sei giorni e maltrattato. “Mi hanno picchiato solo un giorno. Ci hanno dato da mangiare, non molto bene. Volevano anche che cantassimo l’inno nazionale (russo)”, ha detto.

Mariya,* di Nova Khakovka, ha lasciato i territori russi occupati dell’Ucraina nel settembre 2022 e ha raccontato ad Amnesty International che sua figlia si è vista calciare il telefono dalle mani da dei soldati russi quando è partita la suoneria, una canzone in ucraino.

Alcuni insegnanti nei territori occupati si rifiutano di insegnare il programma di studi russo, ritenendo di farlo a rischio immenso per la propria sicurezza.

Alina,* un’insegnante di storia di Izium, ha raccontato ai ricercatori di Amnesty che durante i mesi di occupazione russa era terrorizzata all’idea di insegnare la storia ucraina e nascondeva i libri di testo a casa. Durante i controlli negli appartamenti effettuati dai soldati russi, ha coperto i libri di testo, le mappe che mostrano la Crimea come parte dell’Ucraina e altro materiale didattico con una coperta.

Dopo che il suo appartamento è stato danneggiato dai bombardamenti, i soldati russi hanno saccheggiato l’edificio. Alina ha raccontato ad Amnesty International di essersi sentita fortunata che i suoi libri non siano stati scoperti durante l’incursione nel suo appartamento perché “(i libri) non erano interessanti per loro, potevano vedere che non c’era nulla di valore”.


Come complemento di informazione pubblichiamo di seguito la traduzione (automatica) di un articolo apparso in un sito regionale russo [red]

Il nuovo libro di storia sarà importante e interattivo

Il 1° settembre gli scolari russi inizieranno a studiare secondo un unico libro di testo di storia. Vi diciamo quali sono le sue caratteristiche, perché è stato pubblicato e quali effetti lo Stato si aspetta da questa innovazione.

Quando ho iniziato la mia carriera professionale come insegnante di storia scolastica nel 1992, sul libro di testo era scritto in grassetto nero che era stato pubblicato a spese della Fondazione Soros, – ricorda il rettore della VSU, presidente della Camera pubblica di l’oblast di Vologda Vyacheslav Priyatelev. – È stato presentato come un risultato, come sostegno alla nostra istruzione da parte dei paesi democratici. Noi insegnanti eravamo preoccupati per il contenuto di questo libro di testo, che proponeva il rifiuto di tutto ciò che era oggetto del nostro orgoglio nazionale, base del nostro patriottismo. Non ho potuto adattare il mio corso di formazione a questo manuale e ho insegnato dal libro di testo del periodo pre-Soros.

Un unico libro di testo copre la storia della Russia dal 1914 ai giorni nostri ed è destinato alle classi 10-11. Tra un anno si prevede di introdurre libri di testo unificati per gli scolari dalla 5a alla 9a elementare. Secondo uno dei suoi autori, Vladimir Medinsky, il nuovo libro di testo è molto voluminoso – 448 pagine – ed è strettamente modellato: ci sono molte più informazioni per pagina di testo rispetto a prima. Ciò però non significa che gli ideatori del libro di testo siano tornati alle tradizioni del passato, quando i libri scolastici erano fitte colonne di testo con compiti alla fine. Le informazioni in esso contenute sono integrate con un gran numero di illustrazioni, testi di partenza, domande e compiti, nonché codici QR che conducono ad archivi con documenti, film e libri che aiuteranno gli studenti delle scuole superiori nell’auto-preparazione per le lezioni e nell’ottenimento di ulteriori informazioni sull’argomento.

La storia è una materia complessa. Non dà risposte univoche, ci saranno sempre punti di vista diversi su certi avvenimenti. Ma non abbiamo il diritto morale di offrire libri di testo che umilierebbero la nostra dignità nazionale e creerebbero un senso di colpa per la nostra appartenenza al popolo russo, – afferma Vyacheslav Priyatelev.

A suo avviso un simile libro di testo nella società era atteso da tempo.

Recentemente ho guidato un tour di Vologda per i giovani e ho provato un sentimento di grande soddisfazione quando ho visto la gioia e l’ammirazione per i fatti della nostra storia di epoche diverse, – dice Vyacheslav Viktorovich. – Ogni persona ha bisogno di amare e rispettare la propria patria.

Allo stesso tempo, secondo fonti che hanno studiato il nuovo libro di testo, non si tratta di sorvolare la realtà e di destreggiarsi tra i fatti. Comprende eventi precedentemente classificati, ad esempio uno sciopero dei lavoratori a Novocherkassk, durante la repressione del quale molti furono uccisi e feriti, gli istigatori della protesta ricevettero la misura più alta e furono riabilitati solo negli anni ’90. La carenza di beni, le ragioni dell’insoddisfazione dei cittadini sovietici per le condizioni di vita: tutto questo è descritto senza abbellimenti. Il crollo dell’URSS ricevette una valutazione negativa, e prima che fosse consuetudine lodare l’era Gorbaciov, taceva sul fatto che fu durante questo periodo che il paese perse la sua forte posizione sulla scena internazionale dopo la Grande Guerra Patriottica. Si è parlato della forte riduzione dei finanziamenti per lo sviluppo scientifico dei nostri scienziati e della “fuga dei cervelli” all’estero.

Particolare attenzione del pubblico attirerà gli autori del libro di testo sugli eventi della storia russa del 21° secolo: l’annessione della Crimea, il coronavirus, le sanzioni e altri processi che hanno notevolmente cambiato la politica del Paese. Il libro di testo termina con informazioni sull’operazione militare speciale. Nel paragrafo dedicato a questo ci sono storie sulle gesta dei combattenti più illustri e dei loro comandanti.

Dottore in Scienze storiche, il professor Vasily Sablin ha ricordato che un unico approccio ha molti oppositori, ma il libro di testo stesso è solo un navigatore attraverso l’abbondanza di informazioni sulla storia del XX secolo, non annulla la varietà dei metodi di insegnamento che dipendono solo sull’approccio creativo di ogni singolo insegnante. Inoltre, per la prima volta, è stato sincronizzato il contenuto dei libri di testo sulla storia russa e mondiale. Il professore considera il cambio di prospettiva un punto di forza del nuovo libro di testo: se prima lo studio della storia del XX secolo era eurocentrico, ora l’attenzione è rivolta agli accenti indocinesi, africani e altri.

“Abbiamo superato questa lacuna [l’eurocentricità] e tutti gli insegnanti ci hanno supportato molto. Adesso il libro di testo parla molto di Cina, India, Giappone. Anche per la prima volta il continente africano è presente, soprattutto nel libro di testo dell’11a elementare. Sono apparse sezioni sull’America Latina. I settori della cultura e della scienza nel mondo sono stati notevolmente migliorati”, l’agenzia di stampa della regione di Vologda cita Alexander Chubaryan, accademico, coautore di un libro di testo di storia unificato.

Il libro di testo cerca di prevenire la falsificazione e la negazione delle conquiste dell’era sovietica nel campo della creazione di uno stato forte, – afferma Vasily Sablin. – L’uomo moderno è preoccupato per gli eventi del recente passato, rifiuta il culto dell’estirpazione di denaro, ha bisogno di un nucleo spirituale. Gli attuali studenti delle classi 10-11 hanno un approccio valido che consente loro di valutare le informazioni presentate in termini di prove, affidabilità e obiettività. La società, secondo me, vuole sapere la verità sul proprio Paese, qualunque essa sia.

Nell’immagine: il nuovo libro di testo