Nord Stream, ma chi è stato?

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Da Valigia blu

Erano le 2 del mattino del 26 settembre 2022 quando le stazioni di monitoraggio sismico in Danimarca, Svezia e Germania registrarono delle deboli scosse e gli operai del gasdotto Nord Stream rilevarono un forte calo di pressione nei tubi del gas di 1.200 chilometri che collegano Russia e Germania. Al sorgere del sole sul Mar Baltico, vicino all’isola danese di Bornholm, si videro salire gigantesche bolle di gas da circa 80 metri di profondità. A quelle seguirono altre scosse. Ben presto il quadro fu chiaro: c’erano state delle esplosioni che avevano gravemente danneggiato i due gasdotti Nord Stream 1 e 2 e causato perdite di metano in acque svedesi e danesi.

Subito dopo le esplosioni praticamente tutti i leader politici in Europa, negli Stati Uniti e in Russia avevano avanzato l’ipotesi del sabotaggio. Nessuno però era stato in grado di individuare i responsabili. Polonia e Ucraina avevano accusato apertamente la Russia, che a sua volta aveva accusato gli Stati Uniti. Mosca, Kyiv e Washington hanno negato con forza il loro coinvolgimento.

Le implicazioni sono significative: un attacco alle infrastrutture critiche di uno Stato membro minacciava di trascinare l’Unione Europea e la NATO nella guerra e arrivava in un momento in cui l’Europa stava ancora lavorando per rendersi indipendente dalle forniture energetiche della Russia.

Poco dopo l’attacco, un esperto ha paragonato la situazione a un giallo di Agatha Christie, in cui tutte le parti coinvolte – Russia e Ucraina – sembravano avere un movente o avrebbero potuto trarre vantaggio dalla situazione.

Chi ha fatto esplodere i gasdotti Nord Stream, dunque? Mentre alcuni funzionari sostengono che l’operazione è stata complessa e potrebbe essere stata condotta solo da uno Stato nazionale, altri citano la scarsa profondità dei gasdotti per indicare la possibilità di attori non statali. Ciò su cui tutti concordano è che l’attacco è stato deliberato.

Le indagini ufficiali condotte in Svezia, Danimarca e Germania hanno dato finora poche risposte mentre le inchieste giornalistiche non hanno portato a nulla di sostanziale se non un un dedalo di speculazioni.

A un anno di distanza si cercano ancora i responsabili di quegli attacchi. Ecco cosa sappiamo.

A che punto sono le indagini ufficiali su Nord Stream

Secondo il diritto internazionale, l’attacco al gasdotto Nord Stream si configurerebbe come un crimine di guerra qualora fosse appurata la responsabilità diretta di uno Stato in guerra, ha dichiarato a Deutsche Welle Stefan Talmon, esperto di diritto internazionale con sede a Bonn. “Questo perché il gasdotto Nord Stream è un progetto di infrastruttura civile. Secondo lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, distruggere infrastrutture civili non è solo una violazione del diritto internazionale, ma anche un crimine di guerra”.

Se, invece, fosse appurata la responsabilità di un paese terzo, prosegue il professore di diritto, l’esplosione dei due gasdotti “non rientrerebbe nel quadro del diritto dei conflitti armati, ma si tratterebbe di un attacco terroristico”. Inoltre, aggiunge Talmon, “davanti a un tribunale nazionale, la Russia come l’Ucraina o un paese terzo potrebbero invocare l’immunità di Stato, che si applica anche a questi attacchi”.

Al momento sono in corso indagini in Germania, Svezia e Danimarca. Gli inquirenti hanno mantenuto uno stretto riserbo sulle indagini, un aspetto che non sorprende, spiegano gli analisti, viste le potenziali ricadute diplomatiche di ciò che potrebbero scoprire.

In una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a luglio, i tre paesi hanno dichiarato che “la natura degli atti di sabotaggio è senza precedenti e le indagini sono complesse”. Le autorità russe sono state informate sugli sviluppi della vicenda.

In Germania le indagini sono condotte dal procuratore generale della Corte federale di giustizia e dalla polizia nazionale. Al momento non è stato ancora possibile stabilire l’identità degli autori o se l’atto sia stato compiuto da uno Stato o da un attore statale, ha dichiarato la Germania nella lettera alle Nazioni Unite.

A gennaio i procuratori federali hanno perquisito uno yacht che potrebbe essere stato utilizzato per trasportare gli esplosivi. Hanno sequestrato oggetti dall’imbarcazione e trovato tracce di esplosivo. Si sono rifiutati di commentare le speculazioni dei media secondo cui un gruppo di cinque uomini e una donna avrebbe noleggiato lo yacht Andromeda dal porto di Rostock per compiere l’operazione. “L’identità dei responsabili e le loro motivazioni sono ancora oggetto di indagini in corso”, ha dichiarato la procura tedesca all’agenzia di stampa AFP.

Il servizio di sicurezza svedese è l’agenzia principale che sta indagando sul caso sotto la guida del procuratore Mats Ljungqvist. “Speriamo di concludere l’indagine a breve, ma c’è ancora molto da fare e non accadrà nulla nelle prossime quattro settimane”, ha dichiarato il procuratore svedese alla Reuters la scorsa settimana. Ad aprile, Ljungqvist aveva detto che lo “scenario principale” prefigurava che dietro l’attacco possa esserci un “attore statale”.

La Russia ha chiesto un’indagine dell’ONU sulla questione.

Sono stati gli ucraini?

Il primo a parlare di Ucraina è stato il New York Times. Nel marzo del 2023 il quotidiano statunitense pubblica un articolo secondo il quale funzionari statunitensi avevano visionato informazioni di intelligence che indicavano come responsabile dell’attacco a Nord Stream un “gruppo filo-ucraino”. Secondo l’articolo il Presidente ucraino Zelensky non era a conoscenza di questo attacco.

Tuttavia, a dispetto del titolo – che puntava dritto verso un gruppo di filo-ucraini – le informazioni fornite non permettevano di giungere a conclusioni certe. I dettagli sulle informazioni di intelligence erano sommari, non era chiaro chi potesse aver commissionato e diretto l’attentato (“molto probabilmente cittadini ucraini o russi, o una combinazione dei due”), l’attribuzione della responsabilità del sabotaggio restava ancora congetturale.

Sempre a marzo, anche un’inchiesta giornalistica condotta dall’emittente pubblica tedesca ARD e dal quotidiano Die Zeit punta le sue attenzioni verso l’Ucraina. Gli autori dell’indagine ipotizzavano che per il sabotaggio fosse stato utilizzato uno yacht di 15 metri, l’Andromeda, appartenente a una società che faceva capo a due ucraini e avrebbe coinvolto sei persone (cinque uomini e una donna) di nazionalità incerta. I sei sarebbero salpati dal porto di Warnemünde, nel Mar Baltico, in Germania, il 6 settembre 2022, circa tre settimane prima dell’attacco all’oleodotto. Gli investigatori dell’Ufficio federale di polizia tedesco (BKA) avrebbero trovato tracce di esplosivo a bordo dell’imbarcazione, la stessa sostanza che era stata rilevata sul fondo del Baltico.

Ipotesi, come detto, smentita pochi giorni dopo dal procuratore svedese, Mats Ljungqvist che alla Reuters diceva che il tipo di esplosivo utilizzato portava a escludere la responsabilità di un gruppo indipendente, come sostenuto dal media tedeschi, e faceva propendere invece per un “attore statale”.

A giugno un altro articolo del Washington Post torna a parlare di una responsabilità ucraina dietro l’attacco ai gasdotti. L’articolo riporta che i servizi segreti europei e americani erano già stati avvertiti da un alleato dei piani per un attacco da parte dei sommozzatori ucraini al gasdotto Nord Stream nel giugno 2022, stando a quanto riportato da documenti di intelligence trapelati e condivisi sulla piattaforma di chat Discord. Secondo il Washington Post, le forze operative speciali riferivano direttamente al comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, tuttavia, non era stato informato dei piani.

Alla fine di agosto, infine, una lunga inchiesta condotta da un team investigativo di 20 giornalisti dello Spiegel e dell’emittente pubblica tedesca ZDF ha titolato che “Gli indizi puntano in una direzione: verso l’Ucraina”, definendo i contenuti dell’indagine “politicamente sensibili”.

Ma anche l’articolo di Der Spiegel, al netto del titolo, non è riuscito a mostrare prove definitive tali da poter accertare la responsabilità ucraina.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha ripetutamente negato che il suo paese sia dietro al sabotaggio. “Non lo farei mai”, ha dichiarato al quotidiano tedesco Bild, aggiungendo che vorrebbe “vedere le prove”.

Sono stati gli americani?

A febbraio, il giornalista americano, Seymour Hersh, ha attribuito la responsabilità dell’attacco agli Stati Uniti. In un articolo su Substack, Hersh ha scritto che i sommozzatori della Marina statunitense, operando sotto la copertura di un’esercitazione della NATO con la Norvegia nel Mar Baltico, avevano piazzato degli esplosivi sui due gasdotti nell’estate del 2022 e successivamente avevano ricevuto l’ordine di farli saltare in aria in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’amministrazione Biden ha smentito categoricamente l’accusa.

Tuttavia, scrive Oliver Alexander in un articolo che mostra le incongruenze della ricostruzione di Hersh, tutte le informazioni contenute nell’articolo di Hersh proverrebbero da un’unica fonte anonima, che sembra aver avuto accesso diretto a ogni fase della pianificazione e dell’esecuzione di questa operazione altamente segreta. Leggendo per la prima volta il resoconto degli eventi fatto dai Hersh, il livello di dettagli forniti può spingere a dar credito alla storia. Ma proprio l’elevato livello di dettagli è anche il punto in cui l’intera ricostruzione comincia a traballare e non riesce a stare in piedi. Inoltre, spiega Simon Pirani in un altro articolo, “il resoconto della preparazione all’esplosione fatto da Hersh tralascia enormi parti della storia ed è grossolanamente fuorviante e la sua spiegazione delle motivazioni statunitensi è errata e la sua decisione di escludere le motivazioni russe è unilaterale”.

Hersh – ipotizza DW – potrebbe aver fatto riferimento alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la visita del Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, all’inizio del febbraio 2022, prima che la Russia invadesse l’Ucraina. In quell’occasione, Biden aveva dichiarato: “Se la Russia invade… allora non ci sarà più il Nord Stream 2. Metteremo fine a tutto questo”.

Pochi giorni dopo l’attacco, il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, aveva affermato che le esplosioni del Nord Stream offrivano “una straordinaria opportunità per eliminare una volta per tutte la dipendenza dall’energia russa”.

Sono stati i russi?

Anche la Russia aveva un motivo per distruggere i tubi del gas: la società russa Gazprom aveva già interrotto il flusso di gas attraverso il Nord Stream 1 nell’estate del 2022 – e così facendo aveva violato gli obblighi di fornitura garantiti dal contratto. Questo avrebbe aperto la porta a richieste di risarcimento da parte dei partner occidentali. La distruzione del gasdotto ha permesso a Gazprom di invocare la “forza maggiore”, rendendo nulle le richieste di risarcimento. Questa tesi, tuttavia, presuppone che la Russia si attenga alle sentenze dei tribunali internazionali.

Inoltre, gli esperti non hanno escluso un’operazione da parte della Russia con indizi deliberatamente piazzati per far ricadere la colpa sull’Ucraina, riporta Al Jazeera. Qualsiasi sospetto coinvolgimento di Kyiv in un attacco alle infrastrutture energetiche europee potrebbe minacciare il sostegno degli alleati, a vantaggio della Russia.

A maggio 2023, un’inchiesta di quattro media scandinavi ha riportato che tre navi della marina russa, in grado di eseguire operazioni subacquee, si trovavano nei pressi dei due gasdotti Nord Stream nel periodo precedente alle esplosioni avvenute lo scorso settembre. Tuttavia, le prove raccolte non erano sufficienti per stabilire la responsabilità russa.

Nel dicembre del 2022, un funzionario europeo ha dichiarato che nessuna prova conclusiva suggeriva a quel momento il coinvolgimento della Russia, come ha riferito il Washington Post. Un’opinione ripresa poi da decine di funzionari e diplomatici e da membri dell’intelligence di nove paesi. Nei giorni scorsi Wolf-Wiedmann-Schmidt, uno dei giornalisti che ha lavorato all’indagine di Der Spiegel dello scorso agosto, ha dichiarato a DW che finora non è stato trovato nulla che possa provare che dietro l’attacco ci sia la mano della Russia e degli Stati Uniti.

Nell’immagine: finora solo un buco nell’acqua


Danilo Forini – Casse malati, stangata e responsabilità della politica

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Danilo Forini è direttore di Pro Infirmis Ticino


Batter Cassa senza fine

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Il popolo sacrificabile

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Di Antonia Arslan, La Stampa

Moltissimi sono i proverbi che la saggezza popolare ha inventato per descrivere situazioni estreme (e terribili) come quella in cui si trova oggi la popolazione del piccolo ma importantissimo territorio di montagna chiamato Nagorno-Karabakh (Artsakh per gli abitanti, montanari armeni del Caucaso, essendo l’altro nome per loro una memoria costante di dominazioni straniere). Ma quello che più trovo adatto al momento attuale, nella sua essenzialità atmosferica, è molto semplice: «Tanto tuonò che piovve». Dopo la guerra perduta dell’autunno 2020, con un territorio ridotto e minacciato da ogni parte, ci sono stati i tuoni delle ripetute e sempre più accentuate minacce da parte azera: sia verbali, grondanti odio e volontà di annientamento, che fisiche, con progressivi sconfinamenti, rosicchiamenti di chilometri e chilometri di territorio (ora in un punto ora nell’altro del contestato confine), qualche bomba e qualche vittima, contadini a cui è impedito coltivare i loro poveri campi, di vendemmiare le loro uve prelibate, esercitando una pressione psicologica e fisica sempre crescente. 

Ma dopo i tuoni, ecco la pioggia: il blocco dal dicembre 2022 del purtroppo famoso corridoio di Lachin (l’unica strada che collega oggi l’Artsakh all’Armenia e al resto del mondo) che nello stillicidio di ben otto mesi di durata ha prostrato le forze dei circa 120.000 montanari armeni che ancora vi abitano, attaccati alla loro antica patria come l’ostrica allo scoglio. Ma non è bastato: ecco la grandinata finale, che distrugge ogni cosa. Con una mossa largamente prevedibile, che solo la volontaria cecità dell’intero Occidente può chiamare sorprendente, qualche giorno fa è stato scatenato l’attacco definitivo, con l’impiego di una potenza bellica tale da travolgere ogni resistenza. Sono bastate 24 ore: il governo autonomo dell’Artsakh si è piegato e sta «trattando» la resa. Di quale trattativa possa trattarsi, e sotto quale manto di ipocrisia possa essere coperta questa parola (a me sembra il discorso dell’agnello col lupo prima di essere mangiato…), lo ha descritto perfettamente – nel suo appassionato e lucido intervento di qualche giorno fa alla Commissione per i Diritti Umani “Tom Lantos” del Congresso degli Stati Uniti – Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte Criminale Internazionale dal 2003 al 2012: «Gli Stati Uniti stanno favorendo negoziati fra un genocida e le sue vittime…non si può assistere da spettatori a un negoziato fra Hitler e i deportati di Auschwitz!». 

In queste ore, si sta verificando proprio questo. Mentre i cosiddetti negoziati sono in corso, la gente dell’Artsakh ha gettato la spugna e ha cominciato a scappare. Nella piccola capitale Stepanakert, una cittadina linda e piacevole al centro di una conca verdeggiante, arrivano con tutti i mezzi e con le loro povere cose i contadini dei villaggi. Hanno distrutto quello che potevano, ma sanno – per triste esperienza – che le loro chiese saranno dissacrate e vandalizzate, le loro tombe aperte e le ossa dei loro cari sparse al vento, come è già successo nei territori perduti dopo la guerra del 2020. Sanno che l’in tento preciso dei conquistatori è quello di fare terra bruciata di migliaia di anni di civiltà armena in quei luoghi e di riscrivere la storia, come è puntualmente e totalmente avvenuto nell’altro territorio – armeno da millenni – che era stato attribuito da Stalin alla sovranità azera, il Nakhicevan. E questo è propriamente genocidio, come da definizione dell’Onu del dicembre 1948: dopo l’eliminazione fisica, estirpare anche ogni traccia della cultura del popolo annientato. E non a caso, mi è arrivata anche la dichiarazione molto esplicita in proposito di 123 intellettuali turchi, tutte persone coraggiose che ben conoscono il rifiuto ancora totale da parte di tutti i loro governi di riconoscere il genocidio compiuto dai Giovani Turchi più di cent’anni fa: e che – fra l’altro! – stanno rischiando di persona. Mettono in guardia contro la politica genocida portata avanti dall’Azerbaigian (stretto alleato della Turchia) nel Nagorno-Karabakh, e chiedono alla comunità internazionale di agire per prevenire nuove tragedie, invece di restare a guardare. 

Il regime azero, del tutto incurante delle sollecitazioni ricevute da organizzazioni internazionali e da molti Paesi per interrompere il blocco del corridoio di Lachin, ha lanciato operazioni militari durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite, scrivono, «mentre il mondo intero osservava in silenzio. Esiste un chiaro pericolo di pulizia etnica e di genocidio. Loro cercano di prendere il controllo completo dell’Artsakh e di eliminare gli armeni dai territori dove hanno vissuto per secoli, e in caso di resistenza semplicemente di ucciderli». Chiaro e partecipe, ma non basta. Nel silenzio colpevole dell’Ue, forse però qualcosa si muove al Congresso americano. Sono state presentate ben tre proposte di legge per un intervento umanitario diretto e chiedendo sorveglianza per le popolazioni in pericolo. L’autorevole Congressman Chris Smith, co-capo della Commissione per i diritti umani del congresso, e un gruppo bipartisan hanno fatto audizioni, compresa la situazione e appena depositata una proposta di legge chiamata Preventing Ethnic Cleansing and Atrocities in Nagorno-Karabakh Act of 2023 (H.R.5686), che esige che «il Dipartimento di Stato crei una strategia dettagliata per promuovere la sicurezza a lungo termine e il benessere degli armeni del Nagorno-Karabakh, attraverso importanti misure di sicurezza.». Questo piccolo popolo cristiano, con le sue chiese di cristallo, i monasteri antichissimi, i preziosi manoscritti miniati e le celebri croci di pietra è immagine forte per noi occidentali, immersi in un’inerzia distratta e malata; e non può non far venire in mente le gabbiette dei poveri canarini che i minatori portavano con sé come segnale di pericolo, perché morivano prima degli esseri umani in caso di perdite di gas.


Siamo sicuri che la direzione sia giusta?

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una notizia sul portale “Bluewin news” che aveva il titolo seguente: “Sensibilità al genere, la città di Zurigo consiglia ai genitori di smettere di usare i termini mamma o papà”.

Il tema è, evidentemente, quello legato ad una nuova sensibilità richiesta nel trattare le questioni di genere e di orientamento sessuale, una preoccupazione che credo meriti il massimo rispetto. Le problematiche di genere, connesse alle rivendicazioni legittime del movimento LGBTQ+, sono oramai all’ordine del giorno. Ma sono non di rado diventate anche fonte di molta confusione, forse per ignoranza sul “fronte” etero, ma anche molta aggressività e intolleranza da ambo le parti.

Il problema non è ovviamente riconducibile solo a questioni biologiche o di essenza del genere umano. La fluidità con cui stanno emergendo modi di percepirsi e di viversi, impone chiaramente a tutti di riconsiderare usi e costumi della società cosiddetta tradizionale.

Si sta andando ben oltre il dibattito sulle famiglie arcobaleno che ancora in tanti pensano che minino l’istituzione della famiglia tradizionale e addirittura il futuro del genere umano. Dalle prime lotte di rivendicazione dei diritti degli omosessuali – penso a lesbiche e gay – siamo passati all’emergere di altre “condizioni”, forme di cosiddetta “diversità”, a cominciare dalle persone trans.

Nei Paesi più progressisti il diritto a non essere discriminati per l’orientamento sessuale e di genere, è una realtà accettata a pieno titolo, mentre per altri Paesi la strada è ancora lunga e disseminata di ostacoli, dalle ingerenze religiose, a quelle culturali, frutto di società patriarcali ed intolleranti, in cui non mancano gli eccessi che possono portare a crimini omofobi.

La situazione attuale, con l’ampliamento a nuove forme identitarie quali agender (senza genere – chi non si riconosce in un genere classificabile come femminile o maschile, o che non si identifica con alcuna identità di genere) o genderqueer (termine ombrello che raggruppa le diverse definizioni identitarie descritte sopra, non rientranti esclusivamente nel binomio femminile/maschile), genderfluid (quando l’identità di genere è mutevole tra due o più generi, femminile/maschile/neutro) mostra chiaramente quanto complesso e stratificato sia il tema. Si impone quindi uno sforzo non scontato né evidente di comprensione ed integrazione o accoglienza per chi è cresciuto come eterosessuale in una società costruita culturalmente, economicamente, e politicamente sul binomio maschile / femminile.

Una società, va pur detto, che per quanto capace di adattamento alla trasformazione, ancora non ha finito di affrontare un nodo cruciale qual è quello della “parità dei sessi” nel sostegno alla causa dei diritti della donna. Una battaglia sacrosanta che ha, se vogliamo, nella definizione e distinzione dei due sessi una importante chiave interpretativa, che si vorrebbe ora mettere in discussione, in nome appunto delle tante sfumature di genere e orientamento. Così, a livello linguistico, nella scelta dei termini o delle forme grammaticali da usare per esprimere l’esigenza di rappresentare una realtà multiforme, si stanno adottando “stratagemmi” di vario genere, con suggerimenti o vere e proprie norme di utilizzazione della lingua cui non è certo facile aderire senza un minimo di resistenza, tanto più se, in un clima socio-culturale capace facilmente di infiammarsi, l’uso di termini linguistici appropriati o inappropriati diventa di fatto un nuovo campo di battaglia.

Ecco, dunque, che ci si trova improvvisamente di fronte ad “istruzioni” come quella del servizio consulenza della Città di Zurigo, che invitano ad abolire parole come “mamma” o “papà”, in favore di un più neutro “genitore”. E qui, francamente, faccio fatica a capire e ad adeguarmi, per almeno due ragioni: madre e padre sono l’essenza della coppia genitoriale a cui ogni bambino deve poter far affidamento. Non importa il sesso biologico, ma che vi siano, nel limite del possibile, due figure ben identificabili, perché i due ruoli sono complementari, come ci hanno sempre detto i più autorevoli e riconosciuti studi di psicologia infantile. Ma poi, quando leggiamo, nel citato articolo, che anche a “ragazzo” o “ragazza” è preferibile l’opzione “Kind”, ovvero “bambino”, finiamo inevitabilmente in una complicatissima questione linguistica, che ben sappiamo vede nel tedesco la possibilità di usare parole “neutre” (Kind, appunto) che l’italiano non ha. Dunque, la raccomandazione di usare “bambino”, in italiano è ridicola, perché immediatamente si potrebbe rispondere “e bambina no?”.

La ricerca ad ogni costo della neutralità è una strada percorribile, l’unica direzione giusta? Certo, il mondo che cambia ha bisogno di un linguaggio che lo sappia raccontare e descrivere. Logicamente, si tratta di un processo parallelo a quello dei cambiamenti di usi, costumi, atteggiamenti, sensibilità; anche la lingua dovrà trovare le sue nuove forme, che del resto hanno già qualche esempio nell’adozione di asterischi o di “e” rovesciate.

Resta però da chiedersi se, a volte, di questi tempi, non si stia un po’ troppo insistendo su aspetti formali, linguistici appunto, magari per arrivare in poco tempo a discussioni e polemiche, invece di saper assecondare la necessità di tempi e modi insiti nella trasformazione di regole e convenzioni sociali tanto radicate. E poi, forse, domandarsi, anche, se, in certi casi, non si stia un po’ eccedendo nello zelo.


Nessuno si salva da solo, chiuso nei propri confini

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Di Anna Maria Merlo, il manifesto

L’immigrazione «potrebbe essere una forza disgregante per l’Ue», più della Brexit, che in realtà è «stata un vaccino» e nessun paese membro ormai pensa di seguire la strada della Gran Bretagna. Lo ha affermato il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, in un’intervista al Guardian. Per Borrell, c’è una responsabilità europea, che non è riuscita finora «a concordare una politica migratoria comune»: le tensioni sono al massimo in questo periodo, mentre l’obiettivo della Commissione – arrivare a concludere il Patto Asilo Immigrazione prima delle elezioni europee del prossimo giugno – potrebbe fallire. Con il rischio che il risultato di queste elezioni allontani ancora di più la possibilità di un accordo, poiché le previsioni sono di un prossimo europarlamento spostato a destra, mentre i governi nazionalisti si moltiplicano.

Svezia, Finlandia, Italia hanno già coalizioni con l’estrema destra, in Francia Marine Le Pen non ha neppure bisogno di intervenire per far aumentare i consensi (alza di più la voce la sfidante all’estrema destra Marion Maréchal, la nipote, testa di lista per il partito di Zemmour), in Germania l’Afd miete successi nei sondaggi e nelle elezioni locali non solo più all’est. In Olanda, dove si vota a novembre per le legislative, le previsioni sono a favore di una nuova formazione, Bbb, un partito agrario di estrema destra, arrivato in testa alle ultime elezioni locali. In Polonia, il Pis usa persino l’Ucraina, contraddicendo la politica seguita finora, per non perdere voti nel mondo rurale e per navigare sull’onda di un inizio di rifiuto dei rifugiati di Kyiv. Con delle buone intenzioni, persino il presidente Mattarella, punta il dito contro gli accordi di Dublino, che sono «preistoria» e che effettivamente non funzionano (e hanno sempre funzionato male).

Ma più che per «colpa» della Ue, sono i costi della «non Europa» a causare l’impasse attuale. Ogni stato si chiude in quelle che presenta come proprie prerogative di «sovranità». Ungheria e Polonia hanno voltato subito le spalle ai progetti di «solidarietà» per l’accoglienza dei migranti, al punto che la Commissione ha proposto l’alternativa di contropartite finanziarie per i paesi che rifiutano di aderire alle ricollocazioni di esiliati, solo «volontarie». I migranti sono diventati un’arma di battaglia per i paesi dove governano i nazionalisti, la narrazione dominante è ormai la loro, che il Ppe ha adottato e da cui ormai non riescono ad allontanarsi neppure i paesi più liberal, anche i socialisti danesi o i verdi tedeschi si sono convertiti alla «fermezza», per non parlare del governo francese che non sembra avere la forza per far passare una legge che include la regolarizzazione degli stranieri che lavorano nei «settori in tensione»: termini come «invasione», «sommersione», «push-back» sono moneta comune.

In un periodo di alta inflazione, che sta scuotendo le basi economiche di gran parte della popolazione, il migrante si trasforma nel facile capro espiatorio foriero di tutte le colpe dei disordini sociali; la recente rivolta delle banlieue francesi ha fatto il giro d’Europa, in Polonia il Pis ha usato le immagini per la propaganda elettorale: «non vogliamo diventare come la Francia». Gli stati si scaricano a vicenda il «fardello» attraverso le frontiere interne della Ue. Ieri, Bruxelles ha sbloccato una prima tranche di aiuti alla Tunisia, 127 milioni di euro, per il subappalto al di fuori dei suoi confini dei respingimenti, navi, guardiacoste, rimpatri, video termici ecc. Come era già stato fatto con la Turchia. «Non c’è altra soluzione» dice il Ppe. I socialisti stanno praticamente zitti. Gli europei hanno paura, viene detto. Eppure, di recente sono stati assorbiti senza troppe tensioni 8 milioni di rifugiati ucraini. Gli industriali, che hanno bisogno di manodopera, non hanno il coraggio di prendere posizione con decisione. Ma l’Europa invecchia, è un dato e non sono i convegni di Orban a Budapest con l’estrema destra europea che rilanceranno la demografia.

La Ue ha 448,2 milioni di abitanti, aumentati nel 2022 di 2,8 milioni grazie agli immigrati. È questa popolazione, presente nelle fabbriche, negli ospedali, nei servizi, nell’agricoltura, che ha aiutato la Ue a frenare il declino, l’Europa che invecchia sta diventando più povera rispetto agli Usa, il reddito pro capite, una volta non troppo distante ora si allontana. Il papa condanna «l’indifferenza», ma la battaglia morale può ancora essere vinta? Intanto, è l’isterizzazione del dibattito che la Ue dovrebbe contribuire a calmare, per tornare alle origini della costruzione europea, un’idea che può anche essere romantica, ma che è prima di tutto razionale: da soli, i piccoli stati non ce la faranno in un mondo sempre più conflittuale, chiusi dentro le proprie frontiere.


Markus Krienke – “Fine del celibato dei preti e accesso delle donne al sacerdozio”

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Nell’immagine: padre John Charest, prete della chiesa ortodossa ucraina, con la moglie e il figlio


Cosa sta succedendo in Cina?

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Quando il Presidente cinese Xi Jinping ha deciso di non partecipare al vertice del G20 a Delhi, in India, la sua assenza è stata interpretata come un modo per snobbare il padrone di casa, il Primo Ministro indiano Narendra Modi, e per sminuire la rilevanza del gruppo delle più grandi economie del mondo, alcune delle quali ostili a Pechino, in favore di altri gruppi di influenza come quello dei Brics, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. In un momento in cui l’India cresce più di qualsiasi altro paese al mondo e la Cina rallenta, Xi potrebbe semplicemente aver preferito evitare l’imbarazzo di dover spiegare ai suoi pari le ragioni della decelerazione della sua economia, la più grave da quando riforme ed aperture sono cominciate negli anni Settanta. Il settore immobiliare è nel caos, il tasso di disoccupazione giovanile è peggiorato, a tal punto che le autorità cinesi hanno smesso di pubblicare dati. 

Il leader cinese ha boicottato però anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York e se alcuni analisti dicono che vuole preparare la sua visita a San Francisco, in novembre, per il vertice dell’Apec, ci si comincia a chiedere se le sue assenze siano invece legate alle ormai evidenti turbolenze interne. Soltanto un anno fa infatti, al vertice del G20 di Bali, la presenza di Xi Jinping, dopo quasi tre anni di auto-isolamento a causa della pandemia da Covid19, era stata vista come un ritorno sulla scena internazionale, motivato dalla volontà di riallacciare le relazioni con il mondo.

Le recenti sparizioni di alcuni funzionari governativi di spicco sono  indizi che confermerebbero il difficile momento di Xi Jinping. L’ultimo a scomparire è stato Li Shangfu, il generale dell’Esercito popolare di liberazione, diventato ministro della difesa soltanto sei mesi fa. Secondo alcune fonti, l’allontanamento di Li fa parte di una campagna per sradicare la corruzione. Il “Wall Street Journal” ha riferito che Li è stato portato via per essere interrogato dalle autorità. Ma sappiamo che le campagne anti-corruzione sono un mezzo per la repressione politica. A scomparire dalla vista durante l’estate è stato anche l’allora ministro degli Esteri cinese Qin Gang, già Ambasciatore negli Stati Uniti e presumibilmente reo, durante il suo mandato a Washington, di una relazione extraconiugale. Negli ultimi mesi, Pechino ha poi licenziato due generali di alto livello responsabili della Rocket Force dell’esercito.

Tali epurazioni hanno un impatto sulla diplomazia internazionale, soprattutto perché Qin e Li erano i due funzionari più “esposti” al mondo. Se da una parte dimostrano che Xi Jinping può fare ciò che vuole, senza dover dare giustificazioni, dall’altra suggeriscono che il Presidente potrebbe non essere così in controllo come vuole far credere. Pur avendo accumulato più potere di qualsiasi altro leader cinese, Xi continua la campagna per consolidare la sua autorità nel partito e nell’esercito. 

Un quadro che si discosta dall’immagine di stabilità, che Xi ha cercato di dare al Congresso del Partito Comunista Cinese dello scorso anno, quando ha cementato la sua posizione di uomo forte, assicurandosi uno storico terzo mandato, dopo essere riuscito ad abolire i limiti dell’incarico presidenziale. 

In quell’occasione, la rimozione dalla sala del Congresso del suo predecessore, Hu Jintao, un tempo l’uomo più potente del Paese, aveva sollevato domande sulle possibili divisioni interne e su un certo malcontento della vecchia guardia. Dubbi che sono continuati dopo il convegno annuale di Beidaihe, nella provincia di Hebei, tra il leader in carica e quelli in pensione del Partito Comunista Cinese. Le discussioni informali non vengono mai rese pubbliche, ma secondo alcune fonti, durante l’incontro, un gruppo di anziani del partito ha rimproverato il leader, mettendolo in guardia sulle agitazioni politiche, economiche, sociali viste nei mesi precedenti, e sulla necessità di prendere contromisure efficaci, per non rischiare di perdere il sostegno pubblico. “Non possiamo avere più disordini” avrebbero sottolineato alcuni membri, riferendosi anche alle rarissime manifestazioni contro le severe misure anti-covid viste alla fine del 2022.

La Cina è stata spesso descritta come una scatola nera e non ci sono dubbi che stia diventando sempre più opaca sotto la guida di Xi. La mancanza di trasparenza, accesso e spiegazioni compromette ulteriormente la già debole fiducia degli investitori e interlocutori stranieri, rendendo difficili analisi e previsioni.  Anche chi conosce e capisce bene la Cina, riconosce che ci sono segnali di insoddisfazione. Le incertezze e verosimili discordie interne stanno esponendo le vulnerabilità di un sistema mono-partitico, che si sta amplificando sotto la guida di Xi. 

Non è la prima volta che il Presidente cinese deve affrontare degli ostacoli, ma alcuni dei problemi sembrano derivare proprio dalla sua ossessione per il comando, dalla concentrazione di potere attorno a sé. Per ora il resto del mondo può solo continuare a speculare e cercare di decifrare i segnali che arrivano da un Paese sempre più chiuso su se stesso.

Nell’immagine: che partita si sta giocando?


“Regno Unito e Stati Uniti cercano di uccidere mio figlio, Julian Assange”

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Intervista esclusiva di Riccardo Ongaro, L’Indipendente

Mentre l’imminente verdetto sull’estradizione verso la tana del lupo a stelle e strisce tiene gli attivisti di tutto il mondo con il fiato sospeso, un minuto e pacato signore è fiducioso sul futuro di Julian Assange. Il suo nome è John Shipton e, tra le meraviglie che la vita gli avesse mai potuto concedere, forse la più straordinaria è stata quella di regalare – e regalarci – il giornalista australiano. Con le unghie e con i denti, il padre di Julian Assange si è da sempre schierato in prima linea per difendere la causa del figlio. Tuttavia, sono ancora troppi gli interrogativi ai quali la giustizia non sa rispondere. Abbiamo raggiunto telefonicamente John Shipton, che dall’Australia ci ha offerto uno sguardo privilegiato sulla situazione attuale di Julian, sui progressi nella battaglia legale e sul sostegno globale che il caso ha ricevuto. In un’era in cui la trasparenza è messa sempre più in discussione, la sua voce ci ricorda che la ricerca della verità è una responsabilità di tutti noi.

Puoi leggere anche la versione inglese qui.

Come sta Julian?
In una forma o in un’altra, Julian sta entrando nel quindicesimo anno di detenzione, quindi non molto bene. E sembra che sia molto vicino all’estradizione negli Stati Uniti, il che peggiora le cose.

Quando è stata l’ultima volta che l’ha visto?
Lo scorso ottobre. Tornerò questo ottobre per salutarlo. Tuttavia credo sia meglio che sia Stella a fargli visita, insieme ai bambini.

Per organizzare quest’intervista abbiamo condiviso le e-mail attraverso un servizio di crittografia per la posta elettronica. È stato Julian a consigliarne l’utilizzo?
Sì, me lo ha consigliato lui. Julian crittografa tutte le sue comunicazioni. È meglio farlo perché, per un motivo o per un altro, 10, 15 anni fa, la trasparenza per noi significava vedere cosa i governi e le corporazioni stessero facendo. Adesso la trasparenza si è capovolta ed i governi vogliono vedere tutto ciò che noi facciamo. Questo è sbagliato, capisci?

Nel suo documentario Ithaka e nelle interviste la si vede sempre con un’attitudine positiva e il sorriso stampato sulle labbra. Come fa a sopportare tutto ciò ed avere quest’incredibile energia?
Io credo che in ogni cuore umano ci sia una fame di giustizia e una repulsione di fronte all’ingiustizia. La trovo una cosa molto incoraggiante che si è dimostrata essere vera, dal momento che il sostegno a mio figlio è cresciuto in tutto il mondo in misura straordinaria. Ora un terzo del parlamento in Grecia e il 45% del parlamento in Australia sostiene Julian, come anche i presidenti. Tutti i presidenti dei principali Paesi dell’America Latina e ogni Parlamento europeo, l’Italia in particolare, hanno un “gruppo Assange”. Milioni di persone in tutto il mondo. La mia sensazione è corretta, le persone hanno fame di giustizia. E questo sì, solleva gli animi e li mantiene alti.

Nel documentario lei afferma che «l’Italia ha una grande varietà di punti di vista e si interessa davvero al caso», cosa intende con questo?
In Italia ci sono molti gruppi attivi, dalla frontiera con la Svizzera fin giù a Palermo. Potrei dire che i senatori in Italia sono stati i primi a portare dinanzi al Consiglio d’Europa il tema della persecuzione di Julian Assange. E, a seguito delle attività dei senatori italiani, il Consiglio d’Europa ha emesso una dichiarazione (o meglio, due dichiarazioni) di sostegno a mio figlio. Questo è davvero importante.  È un’azione iniziata tre anni fa e quella dichiarazione di sostegno è stata ripetuta nuovamente due anni fa.

Cosa sta succedendo all’interno del Parlamento e della comunità australiana? Anche in relazione alle dichiarazioni di Caroline Kennedy al Sydney Morning Herald, che atmosfera si respira?
Qui l’88% della popolazione chiede che Julian faccia ritorno a casa. Cinquanta parlamentari fanno parte del “gruppo Assange” e altri cento membri del Parlamento hanno chiesto che mio figlio sia rilasciato. Una delegazione di parlamentari e senatori partirà per gli Stati Uniti il 20 settembre, per chiedere al governo di permettere a Julian di tornare in Australia. Il primo ministro e i leader dell’opposizione hanno entrambe rilasciato dichiarazioni a sostegno di Julian. Si può dire che l’intero sistema politico dell’Australia, persone, parlamentari e istituzioni, desidera che Julian torni in Australia e che la persecuzione abbia fine.

Quindi, cosa succederà a breve? È l’ultima possibilità per Julian con la Corte britannica, qual è il piano? Chiederete l’aiuto della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo)?
L’ultima notizia che ho sentito è che Julian ha fatto richiesta presso l’Alta Corte del Regno Unito per un’udienza, una revisione della sua situazione. L’Alta Corte non si è ancora pronunciata in merito. Per quanto riguarda l’appello alla Corte europea dei diritti dell’uomo, questo non può procedere finché tutte le altre vie non sono state esaurite. Quindi, se l’Alta Corte dovesse rifiutare l’udienza, allora Julian potrebbe fare richiesta alla CEDU, e sono certo che lo farà. Qualche giorno fa ho letto sui giornali che il Regno Unito starebbe valutando di non permettere a Julian di viaggiare fino a Bruxelles per presentare l’appello. Non so se sia vero o meno, ma sarebbe scandaloso se il Regno Unito impedisse o cercasse di impedire a Julian di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. O meglio, sarebbe un altro scandalo.

Cosa direbbe alla signora Clinton, che alcuni anni fa, in merito al caso Assange, dichiarò a un giornalista che chiunque deve pagare le conseguenze delle proprie azioni?
Hillary Clinton organizzò la distruzione della Libia, partecipò alla distruzione dell’Iraq e anche alla distruzione del Pakistan. Però nessuno presta attenzione a un’assassina intrisa di sangue come lei: non è più una figura significativa nel mondo e il popolo degli Stati Uniti, quando lei si candidò alla presidenza, la respinse.

Come sta affrontando Julian tutta questa situazione, le notizie e ciò che si dice su di lui?
Le calunnie e il linciaggio mediatico che Julian ha subito, la malizia e gli scandali spietati, le bugie, sono molto debilitanti. Il relatore delle Nazioni Unite per la tortura e le pene inusuali, il Professor Melzer, ha descritto le calunnie, il linciaggio, le bugie, gli scandali spietati, la malizia, il crollo del giusto processo, la degradazione dei diritti umani di Julian come una tortura, tortura psicologica. E andò oltre, spiegandoci che tutta la tortura, fisica o mentale, non mira solo a farti male a un dito, ma a cambiare la tua mente, affinché tu riveli qualcosa o cambi idea. Teniamo presente che il trattamento di Julian è stato dichiarato tortura psicologica nelle 26 pagine di valutazione finale di Melzer, poi presentate all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove è stata accolta. Lui lo descrive come “Un omicidio al rallentatore sotto i nostri occhi”. Non potrei dire con maggiore fermezza di così che abbiamo assistito e stiamo assistendo a una persecuzione maliziosa da parte del Regno Unito, degli Stati Uniti e in precedenza della Svezia, che cercano di uccidere qualcuno attraverso la violazione dei suoi diritti umani e l’abbandono di un giusto processo.

Cosa dice a Gabriel e Max, i figli di Julian, quando chiedono del loro padre?
Dico solo qualcosa di sciocco, per distrarre la loro attenzione: “Oh guarda, c’è un bel gattino”, “Chi è il primo a vedere un grosso cane nero?”. Non rispondo, sposto soltanto l’attenzione, in qualche modo, su qualcosa di piacevole.

Sono consapevoli della situazione?
Sono piccoli. Quindi questo è ciò a cui sono abituati. Ma sentono la mancanza del loro padre. È bello avere un padre.

Signor Shipton, cosa è successo il giorno in cui Julian, nella vostra cucina, le parlò di WikiLeaks e delle sue attività?
Ascoltai, semplicemente. Aveva quest’idea fantastica secondo la quale, tenendo in sicurezza le fonti, pubblicava le informazioni in modo che chiunque al mondo potesse accedervi e farvi le proprie analisi e, conseguentemente, aiutare a diffondere la conoscenza.

Cosa direbbe a tutte le persone che, dopo aver letto questa intervista, torneranno alla loro vita, ai loro figli e alle faccende quotidiane?
Questa è davvero una buona domanda. Il motivo per cui censurano quello che diciamo e quello che possiamo leggere è perché capiscono l’importanza della parola. Quindi tutto ciò che dobbiamo fare è parlare tra di noi di argomenti sui quali non abbiamo ancora scambiato idee e, di conseguenza, costruire la verità. Questo è tutto quello che dobbiamo fare. Dalla verità verrà poi l’azione. Non è difficile.

Non mi sento di aggiungere altro. Grazie mille.
Vorrei soltanto lasciarci con questo… l’ultima riga dell’Inferno di Dante: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.


Quelle verità storiche sul comunismo su cui Napolitano seppe cambiare idea

Cosa sappiamo un anno dopo l’esplosione che ha rischiato di trascinare la Nato in guerra 

Edgar Morin nel suo libro autobiografico Lezioni da un secolo di vita sottolinea come la nostra conoscenza si sviluppa spesso attraverso errori, anche molto gravi, ma che possono avere un ruolo positivo quando «sono riconosciuti, analizzati e superati». La mente scientifica si costituisce perennemente attraverso un insieme di errori rettificati che ci aiutano nella ricerca senza fine del vero.

In questo riconoscimento, non c’è solo un elemento cognitivo ma anche uno morale di grande significato: si può sbagliare quando si è condizionati dalle menzogne politiche – come è accaduto per esempio per il mito della Russia e della rivoluzione culturale cinese di Mao -, ma la cosa peggiore è quando, per non ammettere i propri errori, si continua a mentire a se stessi, oppure non ci si prende una responsabilità pubblica per avere sostenuto nel passato posizioni nefaste.

Purtroppo, nel panorama politico italiano, c’è il grave vizio di non ammettere mai serenamente i propri errori, né nella normale dialettica democratica, né rispetto al passato pesante dei due totalitarismi. Come non sentiamo mai i dirigenti di Fratelli d’Italia esprimere una condanna inequivocabile del passato fascista, così la sinistra ha sempre difficoltà a comparare i crimini dei due totalitarismi, fascista e comunista, come se uno fosse meglio dell’altro.

Per questo, vorrei sottolineare il coraggio morale di Giorgio Napolitano ricordando una vicenda personale legata alla storia di Gariwo.

Napolitano, nel suo passato di dirigente del Partito Comunista, non solo aveva creduto come tanti altri al mito della Russia e del nuovo paradiso in terra, ma nel 1956 aveva avallato l’invasione dei carri armati in Ungheria, dichiarando che «l’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo». Si era fatto, così, megafono delle menzogne politiche di Mosca e aveva condannato Antonio Giolitti e tutti coloro che nel suo partito avevano cercato di prendere le distanze da Mosca. Ancora, nel febbraio del 1974, aveva condannato in un articolo sul settimanale Rinascita le prese di posizione di Aleksandr Solženicyn sui gulag. Lo scrittore russo era colpevole di «avere accumulato cospicue somme nelle banche svizzere, grazie ai diritti di autore» e di avere «assunto un atteggiamento di sfida allo Stato sovietico e alle sue leggi».

Ci volle l’intervento russo in Afghanistan per fargli abbandonare le sue incrollabili simpatie per l’Unione Sovietica.

Quando venne eletto presidente della Repubblica, avrebbe potuto nascondere i suoi scheletri nell’armadio come hanno fatto tanti altri.

Invece, il 27 settembre 2006, nel cinquantenario della rivoluzione ungherese, si inginocchiò a Budapest sulla tomba di Imre Nagy, replicando quasi lo stesso gesto di assunzione di colpa del cancelliere tedesco Willy Brand nel ghetto di Varsavia.

«Ho sentito il bisogno di non compiere solo un dovere di Stato, ma anche politico, morale e personale», dichiarò allora alla stampa.

Aveva voluto così esprimere il suo rammarico per non avere difeso dalla fucilazione il leader della rivolta del ’56, quando lo aveva accusato di essere un controrivoluzionario al soldo dell’imperialismo americano. Per certi versi, era stato complice di quella tragedia e non se ne voleva sottrarre.

Ma non contano solo i grandi gesti per comprendere come una persona sia stata capace di riconoscere i propri errori. Sappiamo infatti che Napolitano è diventato uno strenuo europeista e grande estimatore della democrazia occidentale, dopo avere creduto nel sistema politico totalitario. E sappiamo anche che ha preso posizione contro la vecchia politica comunista che equiparava i padri fondatori del sionismo ai razzisti ed è diventato un amico del mondo ebraico.

Nella vita sono i piccoli gesti, anche scomodi e dolorosi, che dimostrano la trasformazione di una persona.

Quando scrissi Una bambina contro Stalin – la storia di Luciana de Marchi, figlia del comunista Gino de Marchi, fucilato a Mosca durante i processi staliniani per una delazione dei comunisti italiani – assieme al mio amico Sergio Vicario ci proponemmo di realizzare un incontro simbolico di riconciliazione tra Napolitano e quella donna che aveva, nel silenzio generale, perso il padre per un meccanismo di complicità dei carnefici russi con gli estimatori italiani del regime sovietico.

Mi sembrava un sogno. E invece il Presidente Napolitano accettò la nostra richiesta e, il 23 Novembre 2007, mi accolse insieme a Luciana de Marchi al Quirinale.

Quando entrammo nel suo studio, Luciana era raggiante perché le sembrava finalmente di ottenere la riabilitazione di suo padre, mentre Napolitano mostrava una insolita timidezza. Lei cercava di abbracciarlo, mentre lui si ritraeva quasi per vergogna. Io seguivo il suo sguardo e osservai i suoi occhi lucidi. Era un momento di purificazione personale che gli stava costando molto.

Luciana gli raccontò tutta la sua storia. La scomparsa improvvisa del padre; la richiesta che subì da parte delle autorità di rinnegarlo pubblicamente nella gioventù comunista a Mosca; la sua battaglia lunga una vita per scoprire la verità, fino a quando, al tempo di Gorbaciov, vennero resi pubblici per merito dell’organizzazione Memorial i documenti del processo farsa che aveva portato alla fucilazione di suo padre nel 1938 nel poligono di tiro di Butovo, nei pressi di Mosca.

Napolitano, qualche mese dopo, dimostrò che quel suo incontro non era stato casuale. Si adoperò per dare la nazionalità italiana a Luciana de Marchi, nata e sempre vissuta a Mosca, e a suo marito.

Successivamente, il 18 luglio 2008, esaudì un mio desiderio. Gli avevo chiesto di visitare il memoriale che ricordava le vittime italiane di Stalin a Levashovo, nei pressi di San Pietroburgo, che avevamo appena inaugurato con l’organizzazione Nomi restituiti di Anatolij Razumov. In quell’occasione, assieme a Gariwo era presente anche Piero Fassino, allora segretario del Partito democratico della sinistra.

Volevo che ci potesse essere non solo un riconoscimento della presidenza della Repubblica per le vittime italiane dimenticate, ma anche un sostegno a chi in Russia si stava impegnando per un difficile lavoro di memoria. Gli avevo spiegato, come ebreo, che consideravo che non si dovesse mai lasciare solo chi si batteva, in ogni angolo del mondo, per rendere viva la memoria delle vittime. Allora non potevo immaginare che Putin avrebbe perseguitato e messo fuori legge le organizzazioni che tenevano viva la memoria dei Gulag e del terrore staliniano.

Napolitano, nel corso della sua visita ufficiale in Russia, fece un piccolo gesto. Forse per ragioni di protocollo, non andò a Levashovo, ma ebbe un incontro di quasi un’ora con Anatolij Razumov al consolato italiano, in segno di solidarietà.

Rimase stupito che quella memoria fosse frutto quasi solamente della volontà di una persona come Razumov che aveva redatto i nomi delle vittime di San Pietroburgo e che aveva inserito molte di queste biografie nella edizione in lingua russa dell’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn.

Napolitano ritornò così in Italia con un dvd che raccoglieva i nomi di 2 milioni di vittime della repressione staliniana e con quello stesso testo di Aleksandr Solženicyn che nel 1974 aveva violentemente attaccato.

Non è stato facile, ma Giorgio Napolitano ha avuto il coraggio di farlo.

Nell’immagine: Napolitano fra Pajetta e Berlinguer (1976)