La minaccia esistenziale

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Certo, se stai appena attento a ciò che capita e a ruminare su ciò che leggi o vedi qua e là per il mondo, ritenuto in massima parte conseguenza del cambiamento climatico o della dannazione del pianeta; se  poi pensi  subito alla possibile disperata aggiunta di follia che potrebbe esserci, qui vicino casa, con il ricorso all’arma nucleare per annientare Kiev e la resistente Ucraina o alla via di mezzo di chi ha già deciso di inviare le munizioni all’uranio, definito ipocritamente “impoverito”, per rendere finalmente efficace la controffensiva ucraina (non dimenticando comunque che lo spettro della minaccia nucleare si aggira sempre attorno alla centrale di Zaporizhzhia, potenziale e più terribile di Cernobyl), bisogna convenire che esiste quanto già basta per generare non solo la sensazione di grave pericolo, ma anche quella  di minaccia esistenziale.

Come le grandi scimmie e la prova della retina

Eppure tutto questo non è riuscito, nelle scorse settimane, a coprire o a sminuire un’altra minaccia esistenziale, tanto che giornali, riviste, servizi televisivi ne hanno abbondantemente trattato e anche in Naufraghi se ne è già accennato (18 luglio): quella dell’Intelligenza artificiale (acronimo: AI, Artificial Intelligence, IA in italiano).

Sono in particolar modo emerse le tesi del filosofo svedese Nick Bostrom, professore a Oxford, noto da tempo per le sue tesi sul “rischio esistenziale dell’umanità”, contenuti nel suo libro,  ormai bestseller (v. Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies, Oxford University Press 2014; con emblematicamente un gufo sul frontespizio, tratto da antico bestiario medievale, ripreso anche nell’edizione italiana: “Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie”, pubblicato da Bollati Boringhieri quattro anni dopo, nel 2018, riedito ancora all’inizio di quest’anno). Tesi: le “superintelligenze” o la possibilità che una IA, superando le capacità umane e impossessandosi del potere sul linguaggio, posizioni l’uomo in uno stato di sistematica dipendenza (simile a quello raggiunto da alcune “grandi scimmie, rispetto all’uomo, scimmie che stanno conoscendo… una popolarità stupefacente”).

Il fatto, poi, che sia stato promosso, anche dalla nostre parti, il cosiddetto “progetto Worldcoin” che permette agli utenti in linea di identificarsi con la propria retina e di ottenere, mediante blockchain, un certificato di identità, appare ora come una sorta di carnascialesco o forse taumaturgico avvertimento: per contrastare quel potere (il potere delle macchine?) bisognerà o si potrà presto provare  che… siamo degli umani (richiama forse, ridicolmente, quei siti che già oggi ti chiedono con accoppiamenti  stupidi di immagini che sei tu stesso e non… un “robot”).

La lingua inglese, ormai dominante e inevitabile, ha coniato un’espressione per aver un’istantanea di tutto questo bailamme alquanto apocalittico: “crunch moment” (o ‘crunch time’). Traduciamolo come: momento critico, istante in cui può tracollare tutto. Solitamente lo si usa come termine sportivo. Qui ha senso drammatico e cruciale: cataclismi climatici, minaccia nucleare, minaccia dell’IA (sul potere del linguaggio e non solo), minacce virologiche o batteriologiche sui corpi (non certo finite o debellate), contrapposizioni tettoniche o geopolitiche di continenti, foriere di guerre: insomma, l’umanità si trova in un “crunch moment”? Già, ma se è proprio il caso, con chi ha a che fare se non con sé stessa? 

Solo l’umanità è capace di annientare sé stessa

E qui sta l’enorme paradosso. Si considerino gli aspetti indicati (nucleare, energia, IA, biologia, economia): sono tutti settori in cui l’umanità ha continuato ad esplorare, ricercare, trovare, conquistare scientificamente, innovare tecnologicamente ma, nello stesso tempo in cui si conseguivano successi decisivi emergevano anche, immancabilmente, rischi fatali o conseguenze devastanti per l’umanità. 

È d’altronde ciò che distingue una catastrofe naturale (le cui conseguenze, come abbiamo visto in questi giorni, sono terribili) da una minaccia esistenziale: solo l’umanità è infatti veramente capace di annientare sé stessa. Tutto dipende quindi da come si saprà gestire collettivamente questo potere; potere di trasformazione e di distruzione, che cresce con il progresso tecnologico. Prima che il rischio approdi in una apocalisse generale.

La conclusione è quindi che la minaccia esistenziale è ogni volta inseparabile dall’intelligenza e dalla creatività umane, che hanno esse stesse generato quei rischi.

Avrebbe altrimenti  ragione quell’intelligenza somma ch’era Agostino da Ippona, fatto anche santo, ma non per questo, il quale sosteneva: l’inferno è stato creato per i curiosi senza intelligenza.

Nell’immagine: Preston M. Smith, “Crunch Time” (2022)


Migranti, giovani vite messe in attesa

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Alcuni gironzolano nel cortile. Altri se ne stanno seduti a terra con i loro smartphone. Siamo all’oratorio di Rebbio, un quartiere a sud della città di Como. 45 giovani adolescenti, perlopiù di età compresa fra i 15 e i 17 anni, sono accolti qui. Si tratta di ragazzi provenienti dal Nord Africa. In maggioranza sono egiziani.

Como è da anni interessata dai flussi migratori. Se per molti, la città è considerata solo un punto di passaggio per proseguire verso la Svizzera e oltre, per altri non è così. «Mio cugino vive a Milano da parecchi anni. Vorrei rimanere qui e poi provare a raggiungerlo», afferma un giovane, mostrandomi le foto del parente dal profilo Instagram.

Ci sono ragazzi e ragazze che vogliono restare in Italia, talvolta in Lombardia, e necessitano di accoglienza e assistenza che, purtroppo, non sempre trovano. Le strutture di accoglienza – compresi i centri per i minorenni – sono infatti al collasso, senza più posti letto da offrire. È così che laddove le istituzioni non arrivano, subentrano associazioni e parrocchie: l’oratorio di Rebbio in questo caso.

Minori stranieri non accompagnati (Msna) in Italia 

In Italia, le istituzioni dovrebbero farsi carico dei minori stranieri non accompagnati, così come stabilito dalla legge 47/2017, conosciuta anche come legge Zampa. I Msna hanno diritto ad un’accoglienza immediata e diversa nonché di essere collocati in una struttura governativa di prima accoglienza a loro dedicata.

30 giorni il tempo massimo di permanenza dei minori nelle strutture di prima accoglienza. Così recita la legge prevedendo che, trascorso tale arco temporale, bambini e ragazzi siano trasferiti nei centri di seconda accoglienza. La realtà è, però, ad oggi, ben diversa. L’indisponibilità delle strutture sommata ai tagli dei fondi allunga drasticamente i tempi di permanenza nei centri di prima accoglienza e ai giovani non resta che attendere. Ci sono casi – non infrequenti – nei quali i ragazzi si trovano a vivere in questi centri fino a 6/8 mesi, e comunque per un periodo molto superiore ai 30 giorni previsti. «Vivo qui da ormai 8 mesi. Sono arrivato che avevo 17 anni e mezzo. Ho fatto in tempo a compiere i 18», mi racconta G., che ha così perso il diritto di essere inserito in un centro di seconda accoglienza e iniziare un percorso d’integrazione.

Un’accoglienza fatta di attese

Vite in attesa. Queste le parole che mi affiorano alla mente ascoltando le loro storie. Molti ragazzi hanno dovuto aspettare a lungo prima di partire.In Libia, hanno atteso il loro turno vivendo in condizioni durissime, violente e subendo continue minacce. C’è a chi è toccato aspettare “solo” un paio di mesi, a chi 5 e a chi, come J., quasi 1 anno.

«In Libia ho aspettato 9 mesi prima di essere imbarcato. Eravamo in tanti. Tutti ammassati in questa casa. […] Aspettavamo e basta. I libici sono matti. Non puoi permetterti di dire nulla né tantomeno di fare quello che ti pare», mi dice J. che conclude il racconto portandosi il pollice al collo e mimando il taglio della gola.

Ma questa è solo la prima di una lunga serie di attese. E i ragazzi lo scopriranno ben presto. Approdati sull’altra sponda del Mediterraneo, i giovani si abitueranno ad aspettare per tutto. Devono aspettare per essere collocati in un centro che abbia posti disponibili così come per veder loro assegnato un tutore. Devono attendere per avere una risposta ad una loro eventuale richiesta di protezione internazionale. Stessa cosa per potersi ricongiungere con i propri familiari presenti in altri paesi europei. «Sono arrivato a Pantelleria. Da lì sono finito a Napoli. Poi non so più dirti bene quali città ho attraversato. Sono stato sballottato qua e là», mi racconta un giovane che, sorridendo, conclude: «Non so manco io dove arrivavo e da dove ripartivo. So solo che sono a Como da un mese».

I lunghi tempi di attesa non sono l’unica criticità. Emerge come anche le condizioni di accoglienza non sempre risultino adeguate a rispondere ai particolari bisogni dei ragazzi che, non va dimenticato, hanno spesso viaggiato soli e vissuto traumi più o meno importanti.

I centri di accoglienza sono spesso sovraffollati e il numero di operatori, non proporzionato a quello di utenti accolti, fatica a rispondere a tutte le necessità. È così che i ragazzi si ritrovano ancora una volta soli, privati delle dovute attenzioni e cure, senza una figura di riferimento e un adeguato supporto psicologico.

M., per esempio, all’apparenza un giovane uomo, si comporta come un bimbo. Se ne sta in disparte per la maggioranza del tempo. Rinchiuso in sé stesso, non interagisce con nessuno. Ogni tentativo di aggancio sembra essere nullo. «Tanto tu non mi vuoi bene!». Questa è la reazione del ragazzo che, nel pronunciare tali parole, ristabilisce le distanze. M. ha lasciato la sua famiglia all’età di 10 anni per mettersi in viaggio. Un viaggio lungo, duro e disumano. Una viaggio che l’ha portato a vivere in strada per 9 anni. I traumi e le ferite – spesso inferte proprio da persone adulte – sono una delle poche cose che si è portato con sé in Italia.

L’eventuale assenza di attività formative, culturali e sportive va ad alimentare questo senso di solitudine e smarrimento. I ragazzi faticano a dare un senso alle giornate e a scandire il tempo. Si sentono parcheggiati in attesa che succeda qualcosa, che sia un trasferimento o semplicemente qualcosa da fare. G., un ragazzo di 17 anni, racconta: «Sono sbarcato in Sicilia, dove sono stato preso a carico dagli operatori e collocato in una comunità di minori a Benevento». Il giovane che, al momento, si trova presso l’oratorio di Rebbio, mi confida di essere scappato dalla comunità dopo qualche mese. «Mangiavamo e dormivamo. Fine. Niente corsi per imparare le lingua italiana. Niente attività. Niente prospettive lavorative. Nulla di nulla».

Attesa e inattività genera nei ragazzi una forte frustrazione che va ad alimentare le incertezze sul futuro e che, alcune volte, li porta a scappare dalla realtà in cui si trovano. Questo è molto vero per i giovani egiziani, migrati in Europa con l’obbiettivo di fare qualcosa per sé e per la propria famiglia rimasta in Egitto, desiderio che spesso si scontra con un presente che pare immobile.

I minori egiziani, in cerca di un futuro migliore

Gli egiziani che attraversano il Mediterraneo sono quasi tutti ragazzi molto giovani con un obiettivo ben preciso: migliorare le condizioni di vita individuali e quelle della propria famiglia. Non scappano da guerre né tantomeno da conflitti. Scappano dalla povertà, aumentata a seguito della crisi politico-istituzionale seguita alla Primavera araba del 2011. I servizi pubblici sono deteriorati e il contesto socio-economico si è indebolito, determinando un calo generale nello standard di vita della popolazione. Si stima che il 27,8% della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà. «In Egitto non si sta bene. Non c’è lavoro. Non c’è niente». È così che i ragazzi mi descrivono il luogo dal quale provengono.

Si tratta in particolare di alcuni governatorati come Gharbia eSharkeia, o Kafr El Sheikh e Behera nella zona del Basso Egitto e Delta del Nilo, ma anche di zone più a Sud, come Assyut. Sono zone prevalentemente agricole. Le opportunità di lavoro mancano e i salari – piuttosto bassi – si scontrano con i prezzi dei beni primari – come l’acqua o l’elettricità – che aumentano di continuo. Anche facendo due lavori non si arriva a guadagnare abbastanza per sfamare una famiglia.

Alcuni dei ragazzi sono analfabeti. La necessità di sostenere economicamente la propria famiglia li ha portati ad abbandonare la scuola precocemente e ad inserirsi nel mondo del lavoro già a 12 o 13 anni. Questa loro disponibilità a farsi fonte di entrata economica fa sì che questi giovani acquisiscano molto presto una responsabilità che spesso contribuisce alla loro decisione di imbarcarsi per l’Europa.

Il ruolo della tecnologia nei viaggi dei ragazzi

«Sono stato più di 7 giorni nel Mediterraneo. Viaggiavamo di pari passo con un’altra barca. Finché questa non si è bloccata. Sulla mia c’erano circa 400 persone. Sull’altra 350». I. prende il telefono e mi mostra un video. Aveva filmato il viaggio: la sua barca aveva trainato l’altra fino a riva. I. non è l’unico ad avere documentato il viaggio. Un altro ragazzo mi mostra alcuni video, nel suo caso, pubblicati su TikTok. La distesa di persone a bordo della barca, poi il primo piano: lui con altri due ragazzi sorridevano e salutavano. Il giovane, di 17 anni, mi dice: «L’ho messo sui social appena sono riuscito, così che la mia famiglia e i miei amici potessero vedere dov’ero e che stavo bene».

A volte molti di noi si domandano perché i migranti possiedono lo smartphone. Non sarebbe meglio usassero i soldi per cose più necessarie?

Questa è la domanda che ci si pone, dimenticandosi che, forse, spetta più agli altri che a noi stabilire ciò che è necessario per loro. E, in questo caso, alcuni giovani potrebbero rispondere che lo smartphone è la cosa più preziosa di cui dispongono e che hanno deciso di portare con sé quando sono partiti.

I ragazzi si mettono in viaggio da soli, lasciandosi alle spalle tutto ciò che hanno. Spesso, il cellulare è per loro l’unico legame con chi stanno lasciando. Se, durante il viaggio, i ragazzi lo usano per rassicurare i familiari, una volta arrivati lo utilizzano per sentirsi un po’ meno soli, chiacchierare con parenti e amici, e magari per vedere anche i loro volti. Perdere il cellulare, alle volte, significa per loro perdere ogni legame con la propria terra e la propria famiglia. «Non ho più contatti con la mia famiglia da quando sono arrivato” mi dice M. “Li ho persi tutti e, essendo solo senza nessun parente qui, non c’è modo che io possa recuperarli. Sai, alle volte, la vita va così».

Nell’immagine: l’ingresso dell’oratorio di Rebbio


Biglietti ferroviari digitali? Si, ma non solo!


Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Durante questi mesi la Svizzera è diventata inaspettatamente un caso di studio riguardante le criticità sistemiche generate dalla mancanza di percorsi alternativi per l’attraversamento delle Alpi. La parziale chiusura della galleria ferroviaria di base del San Gottardo e la  notizia di una chiusura della galleria autostradale del San Gottardo evidenziano l’urgente necessità di preservare vie diverse per raggiungere la stessa meta (ovvero il collegamento nord-sud della Svizzera).

Queste criticità sistemiche, o colli di bottiglia, non si presentano soltanto a livello infrastrutturale ma anche su di una scala molto più ridotta, per esempio, nell’offerta del servizio pubblico ferroviario. Negli scorsi giorni un guasto tecnico ha limitato ed in alcuni casi impossibilitato l’acquisto online di biglietti per i treni FFS. Tali disguidi tecnici, di cui negli anni recenti i servizi online delle FFS hanno sofferto in modo ricorrente, come altresì le falle di sicurezza informatica che hanno persino comportato la compromissione di migliaia di dati personali dei passeggeri, sono la conseguenza di una strategia manageriale dogmatica. Questa classe dirigente privilegia la scelta digitale motivandola con una presunta riduzione dei costi economici trascurando però sia il principio fondamentale del servizio pubblico universale sia un’attenta analisi delle vulnerabilità che sta generando.

Tuttavia, sembra che queste criticità passino inosservate ad alcuni signori che governano le FFS i quali dichiarano di sviluppare la loro offerta all’insegna del servizio alla clientela. Da diversi anni le FFS hanno annunciato l’intenzione di ridurre e, in alcuni casi, smantellare le biglietterie e successivamente anche i distributori automatici attualmente in funzione. La conseguenza immediata è che queste misure all’insegna dell’innovazione renderanno inaccessibile il servizio di trasporto pubblico a chiunque non sia dotato di uno smartphone oppure di una carta di credito.

Nel contesto del principio enunciato nel preambolo della Costituzione, in cui la forza del popolo la si commisura al benessere dei più deboli, non mi sembra né equo né all’altezza di un’azienda parastatale introdurre le sopracitate misure, per lo più limitative e di smantellamento del sistema preesistente. Queste implementazioni, nella loro attuazione, determinano effettivamente l’esclusione di alcune fasce della popolazione. Da un lato tali misure ostacolano l’acquisto di biglietti di viaggio per i cittadini che non sono in grado di utilizzare specifiche soluzioni tecnologiche (mi riferisco per esempio ad un pubblico anziano). D’altro lato queste restrizioni limitano la libertà di scelta del metodo di pagamento per il servizio pubblico, costringendo coloro che desiderano optare per un approccio diverso a conformarsi a una direzione imposta da quei dirigenti che dovrebbero essere al servizio della clientela (ancor di più visto che sono un’azienda pubblica).

Nonostante la strategia digitale delle FFS, il 26.3% degli acquisti di biglietti di viaggio avviene mediante canali non digitali, che includono l’acquisto presso gli sportelli e i distributori automatici. Purtroppo, nel rapporto di gestione 2022 le FFS non rendono disponibile il dato della cifra d’affari generata tramite i diversi canali di distribuzione impedendo quindi un’analisi più approfondita della situazione. In ogni caso, ritengo che il concetto di equità sociale richieda che le cittadine ed i cittadini debbano avere il diritto e siano messi in condizione di scegliere indipendentemente da qualunque pressione e/o limitazione al riguardo dell’acquisto di un biglietto per l’utilizzo dei trasporti pubblici. Questo è particolarmente rilevante nei casi in cui un’alternativa esiste (come citato prima i distributori automatici e le biglietterie) ma viene successivamente eliminata.

Mi stupisce che alcuni partiti che rivendicano la sovranità in diverse sfere economiche e sociali, ma soprattutto in un’ottica nazionalistica contrapposta all’Unione Europea e a qualsiasi organismo internazionale, non sembrino rendersi conto dello spostamento di competenze, soldi, e rischi da una dimensione locale e controllabile ad una internazionale e meno controllabile. Metaforicamente stiamo permettendo di sradicare strade alternative rodate all’insegna di un’unica ed innovativa autostrada: quella digitale. Nonostante l’asserita sovranità, nei prossimi anni saremo costretti ad utilizzare o a saper utilizzare uno smartphone o un computer per effettuare pagamenti relativi a un servizio pubblico universale.

L’organizzazione del settore dei trasporti pubblici, Alliance SwissPass, sostiene che la transizione ai biglietti digitali riduce i costi e semplifica il sistema di trasporto pubblico, senza fornire né cifre specifiche sulla riduzione dei costi né una chiara analisi dell’impatto sui diversi segmenti della popolazione. Per esempio, le FFS osservano un aumento degli attacchi informatici e disservizi legati ai disguidi tecnici senza dichiarare esattamente quali sono i costi in materia di cybersicurezza. Ritengo che le priorità siano altre, piuttosto che smantellare alternative esistenti le FFS dovrebbero preoccuparsi della diminuzione della soddisfazione della clientela privata riguardo alla disponibilità di posti, alla pulizia dei treni e al rapporto qualità/prezzo, problematiche sentite particolarmente nella regione meridionale della Svizzera.

Questi signori che si dichiarano rappresentanti degli interessi delle cittadine e dei cittadini – e si portano a casa 1’004’260 franchi l’amministratore delegato e 1’116’027 franchi i rimanenti membri del CdA – elaborano soluzioni sposando integralmente un pensiero monolitico che genera di conseguenza delle vulnerabilità sistemiche di un potenziale enorme costo socioeconomico. Abbiamo creato dei colli di bottiglia infrastrutturali ma anche ideologici (vedi sposare la svolta digitale acriticamente) il cui fallimento è oggi davanti agli occhi di tutti con l’isolamento del Ticino sia a livello ferroviario sia a livello autostradale per quanto concerne i limiti infrastrutturali, mentre in futuro potremmo anche rimanere isolati per degli attacchi di hacker. Come si è dimostrata essenziale la vecchia linea ferroviaria per permettere ancora un collegamento nord-sud della Svizzera a seguito dell’incidente nella galleria di base, altrettanto potrebbe essere utile mantenere le biglietterie e i distributori automatici per potere acquistare biglietti in caso di future panne informatiche.

Perché dobbiamo a tutti i costi renderci più vulnerabili?

Simone Conti è candidato al Consiglio degli Stati per la lista ‘Costituzione radicale’
Nell’immagine: una delegazione del sindacato dei ferrovieri (SEV) consegna una petizione in difesa dei servizi alla clientela


Migrazione, cinismo e realtà

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Secondo dati recenti il numero complessivo di persone che nel mondo fuggono da persecuzioni, conflitti e violenze ha raggiunto 108,,4 milioni di esseri umani ed il 40% della popolazione mondiale dei rifugiati è composta da bambini. I paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia, l’Iran, la Colombia, la Germania e il Pakistan, e i ¾ di essi sono ospiti di Paesi a basso e medio reddito.

Nel 2022 i richiedenti asilo nell’Unione europea sono stati 880’000, nel 2021 540’000, una quota che rappresenta meno dell’1% dei rifugiati mondiali e tra l’1.2 e il 2 per mille della popolazione europea. Di fronte a questi numeri (per i nuovi arrivi si tratta dell’equivalente di 50-80 persone in più all’anno per la città di Bellinzona e di 80-130 persone in più per quella di Lugano) parlare di emergenza, invasione ecc. è del tutto fuori posto, anche se si tratta di flussi di persone tutt’altro che irrilevanti, che vanno organizzati e accompagnati.

Una buona ridistribuzione sui diversi territori delle persone in arrivo rende il fenomeno gestibile senza problemi particolari. È questo il primo caposaldo di una politica d’immigrazione seria, una risposta immediata e pragmatica a quanto sta succedendo ed in parte è anche una risposta alla necessità europea di fermare o ridurre l’età media dei residenti (altro che politiche per la natalità). In Svizzera, tra i Cantoni, si cerca con un certo successo di andare in questa direzione, mentre all’interno dell’Unione europea il meccanismo di ridistribuzione tra i vari Stati membri è bloccato dai Paesi sovranisti, che impediscono all’Europa di rivedere adeguatamente il famoso trattato di Dublino; per ovviare a questo blocco che impedisce di gestire correttamente il fenomeno l’UE ha messo a punto un sistema di ridistribuzione dei rifugiati basato sulla collaborazione volontaria degli Stati, un piano B che però irrita i Paesi che vi partecipano, sia perché gli altri non lo fanno, sia perché non intendono dare il loro nulla osta alla modifica delle regole giuridiche europee in materia.

Il secondo caposaldo di questa politica dovrebbe essere il superamento del concetto di rifugiato politico come lo conosciamo oggi, includendo tra le ragioni che giustificano la migrazione la mancanza reale di prospettive economiche. Ripetendo quanto accadeva da noi molti decenni addietro, molti scappano dall’Africa (e non solo) per questa ragione, quando la vita appare per sé e per i propri figli senza futuro, in perenne balia di qualsiasi avvenimento. È una forma di fuga dalla violenza della disuguaglianza, non meno cruda della violenza fisica.

Benché con un buon supporto logistico e amministrativo nella gestione dei flussi delle persone e con una buona ridistribuzione di chi è giunto in Europa il fenomeno sia governabile, indubbiamente è necessario a medio e lungo termine affrontare infine anche il terzo e ultimo caposaldo di una politica dell’immigrazione seria, quello che ha a che fare con le ragioni per le quali le persone che fuggono lo fanno, sostituendo la violenza, la miseria o l’assenza di prospettive accettabili con uno sviluppo economico adeguato e duraturo nel sud del mondo. Purtroppo la realtà politica di queste regioni è spesso tale per cui è difficile trovare interlocutori affidabili per puntare a questo obiettivo. Le ragioni di questo stato di cose sono molte, ma guardando avanti non ci sono altre alternative. Bisognerà che l’Europa abbandoni l’atteggiamento predatorio che ha spesso contraddistinto la presenza dei Paesi ricchi o forti in quelle regioni, ma senza una solida volontà europea capace di spingere in questa direzione, creando condizioni politiche preliminari sulle quali seminare sviluppo economico per il domani, le persone continueranno a partire.

Considerato quanto precede, il recente piano europeo in 10 punti per la migrazione presentato dalla presidente della Commissione europea a Lampedusa il 17 settembre scorso non mi pare mostri elementi di novità. Il punto 1 (aiuto europeo all’Italia per affrontare la situazione e gestire il numero di migranti) non fa purtroppo che certificare la disorganizzazione italiana nella gestione attuale della situazione, una disorganizzazione che ha fatto arrabbiare molti lampedusani e che risulta poco comprensibile, visto che il Belpaese quando lo vuole sa organizzare benissimo le sfide logistiche e di presa a carico delle persone. Il secondo punto (intensificazione degli sforzi dell’Ue per il trasferimento dei migranti da Lampedusa verso altre destinazioni, sollecitando i Paesi membri dell’UE ad attivare il meccanismo volontario di solidarietà per accoglierli) non è che il piano B sulla ridistribuzione dei migranti di cui si è già detto, un piano necessario ma non sufficiente, perché il piano A, che prevederebbe la ridistribuzione obbligatoria dei migranti in Europa, è purtroppo bloccato dai Paesi sovranisti. Il punto 8 (offrire alternative valide alle rotte illegali attraverso il rafforzamento dei corridoi umanitari ) è forse l’unica novità interessante del piano, ma bisognerà capire come questi corridoi saranno organizzati (quante persone potranno farvi capo?, con quale frequenza? con quali modalità?, sulla base di quali criteri umanitari? ecc.).

Il resto è più o meno ciancia. I punti 3 (supporto delle strutture di Frontex per i rimpatri e intensificazione a questo scopo dei rapporti con i Paesi di origine), 7 (aiuto del personale dell’Agenzia Ue per l’asilo al fine di accelerare l’esame delle domande presentate dai migranti respingendo quelle prive di fondamento e rispedendo nei Paesi di origine coloro che le hanno presentate), 9 (rafforzare la collaborazione con le agenzie Onu per garantire la protezione dei migranti anche durante i ritorni assistiti) e 10 (attuazione del memorandum con la Tunisia) dipendono dai famosi accordi con i Paesi di partenza dei migranti, la cui affidabilità è purtroppo quella che è. A loro volta i punti 4 (aumento delle azioni per la lotta contro i trafficanti, anche attraverso un rafforzamento della normativa e una maggiore collaborazione con i Paesi di origine e transito), 5 (intensificazione della sorveglianza aerea e navale attraverso Frontex), e 6 (azioni concrete contro la logistica dei trafficanti , garantendo che le imbarcazioni utilizzate per il traffico di esseri umani vengano sequestrate e distrutte) sono enunciazioni che si scontrano con le sacrosante regole del salvataggio in mare e soprattutto con la disperazione dei migranti, pronti a tutto pur di partire.

L’Europa, e con essa la Svizzera, può fare di più e meglio per sé stessa e per la sorte dei migranti di oggi e di domani. Uscendo dalla cinica presa in ostaggio di questa tematica da parte di chi la usa per cercare di aumentare il proprio peso politico ed alzando finalmente lo sguardo verso un orizzonte più lontano. E’ una scelta che può avvenire solo se la questione migratoria venisse affrontata per quella che è e se le forze politiche che la vorranno compiere avranno sufficiente sostegno. L’alternativa è solo lo sguardo basso, il cinismo reiterato e migliaia di altri sbarchi e morti per i prossimi anni e decenni.

Manuele Bertoli è ex Consigliere di Stato
Nell’immagine: Ursula von der Leyen (a destra) a Lampedusa


Filippo Grandi: “Sui migranti finora soltanto parole. E gli aiuti umanitari calano”

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

New York – Benissimo il “Piano Africa“, sarebbe indispensabile. E soprattutto l’Europadovrebbe intervenire, con un’operazione ad ampio raggio per includere le risorse economiche umanitarie, la stabilizzazione dei conflitti, gli aiuti ai paesi di partenza e di transito, la gestione dei flussi e degli arrivi. Il problema è che «ne sento parlare da molto tempo, ma intanto i nostri finanziamenti stanno calando in tutto il continente. E poi vi sorprendete che i sudanesi sbarcano a Lampedusa? Al momento, le operazioni umanitarie di tutte le nostre agenzie sono finanziate solo per il 20%. Ma quale stabilizzazione possiamo fare, con queste risorse? Zero».

Quando il governo italiano dice che servirebbe l’aiuto dell’Onu, per realizzare il “Piano Africa” finalizzato ad affrontare la crisi delle migrazioni, in sostanza ha in mente lui: il milanese Filippo Grandi, Alto Commissario del Palazzo di Vetro per i Rifugiati. Un tecnico estremamente concreto, esperto e competente su questa emergenza, seduto oggi sulla poltrona occupata per diversi anni dall’attuale segretario generale Antonio Guterres, che durante un’intervista con Repubblica a fine luglio aveva espresso comprensione e solidarietà proprio per le esigenze manifestate da Roma. Eppure quando incontriamo Grandi a margine dei lavori della Clinton Global Initiative di New York, lui si lascia andare a questo sfogo, perché vorrebbe che finalmente alle parole seguissero anche i fatti.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene oggi all’Assemblea Generale dell’Onu, soprattutto per promuovere il suo “Piano Africa” e ricevere l’aiuto della vostra organizzazione. Cosa ne pensa?

«Credo che sia molto importante avere un “Piano Africa“, però bisogna realizzarlo. Perché io sento parlare da molto tempo di “piani Africa“, ma poi i nostri finanziamenti, cioè i finanziamenti umanitari in tutto il continente, stanno calando. Quindi poi ci si sorprende se arrivano i sudanesi a Lampedusa»

Quanto è grave il problema all’origine?

«Sono appena stato in Ciad, dove sono arrivati 400.000 sudanesi in fuga dal conflitto. Non mille o duemila. E noi non abbiamo i soldi per aiutare queste persone. Quindi è chiaro che un “Piano Africa” per stabilizzare l’intero continente sarebbe importantissimo, così come lo sarebbe “Piano Europa“».

Cioè?

«Il patto è già sul tavolo, da anni. E’ perfetto? No. E’ utile? Sì. Allora adottiamo questo patto, così possiamo andare avanti. Ma se continuiamo solo a parlare, ad ogni crisi avremo sempre lo stesso problema».

Il governo italiano dice di volere meno migranti e punta chiudere le porte. Quale soluzione servirebbe?

«Più investimenti in Africa, più aiuti umanitari, e un piano europeo per accogliere le persone in arrivo».

Nel concreto, sulla base della sua esperienza diretta della situazione, cosa sarebbe necessario in questo “Piano Africa”, italiano ed europeo?

«Dovrebbe contenere tante cose. Il ruolo dell’Europa nella risoluzione dei conflitti. Lo si vede poco, come Europa, non a livello di stati individuali. Dovrebbe contenere una strategia di sviluppo, anche climatica, molto più unitaria. Bruxelles avrebbe le risorse, ma se continua ad usarle in modo dispersivo non serve. Dovrebbe contenere una strategia che miri là, dove i flussi si originano, e dovrebbe contenere anche il supporto per i paesi di transito. Perché ad esempio, e lo ripeto, 400.000 sudanesi sono arrivati in Ciad, e un milione complessivamente nei paesi vicini. Però le operazioni umanitarie di tutte le nostre agenzie sono finanziate solo al 20%. Ma quale stabilizzazione possiamo fare, con queste risorse? Zero. Per forza le persone vanno oltre. Quindi adesso mettiamo risorse e piani concreti, dove al momento stanno le buone intenzioni».

In un’intervista pubblicata ieri dal nostro giornale, il ministro degli Esteri Tajani ha detto che per realizzare il “Piano Africa” e risolvere l’emergenza delle migrazioni serve l’aiuto dell’Onu. Siete disposti a darlo?

«Certo, ma noi siamo già presenti».

Il ministro, nell’intervista a Repubblica, ha chiesto espressamente che apriate altri centri di accoglienza, più grandi. Potete farli?

«Queste sono questioni tecniche che bisogna vedere. Il piano è stato pubblicato ieri, noi non l’abbiamo ancora visto».

Nell’immagine: Filippo Grandi


Gli strumenti perduti di una corretta manutenzione della democrazia

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Venerdì prossimo, 22 settembre, alle 18.30, presso la soffitta del quotidiano “laRegione” a Bellinzona, verrà presentato il libro “La trave nell’occhio – Alla ricerca della Politica”, che raccoglie gli articoli pubblicati sul quotidiano (e in parte anche sul nostro sito) in questi 5 anni dallo storico Andrea Ghiringhelli, con “la cornice”, a commento, firmata da Lorenzo Erroi. Per gentile concessione dell’autore proponiamo qui in anteprima la prefazione del volume. (red)

Cosa ci aspetta?

In politica le apparenze contano. Lo diceva lo scrittore e partigiano Carlo Cassola : se si presta attenzione alle apparenze si afferrano agevolmente i caratteri dichiarati e anche quelli mascherati di qualsiasi movimento politico. Come a dire – e convengo – che in politica la forma è sostanza. Sempre lui, riteneva -ma era già il sogno di altri – che l’intelligenza dovesse, sempre, andare al potere; ma poi ammetteva che le persone stupide e ignoranti hanno avuto e hanno facilmente la meglio sulle persone capaci ed intelligenti[1]. Il nostro tempo consolida la teoria.

È lì da vedere: la democrazia liberale è aggredita dal peggio che, giorno dopo giorno,  sta sgretolando quell’equilibrio di valori riassunto dalla gloriosa triade “liberté, égalité, fraternité”. Pure la carta universale dei diritti umani, del 1948, è a repentaglio.

La manutenzione corretta della democrazia liberale ha bisogno di cittadini attivi e responsabili, consapevoli che il nostro sistema di valori va difeso con tenacia. Invece ci ritroviamo confrontati con apatia e indifferenza di troppa gente: quella che magari protesta ma poi si astiene, quella che tollera ogni forma di indecenza di tanti attori della scena politica che hanno depennato il dovere di vergognarsi, quella che giustifica le violazioni più crasse dei diritti umani quando si tratta di difendere confortevoli interessi di parte.

Sognano gli epistocratici governi fondati sulla conoscenza, retti da persone competenti elette unicamente da persone ottimamente informate sulla materia. Purtroppo il diritto di voto subordinato alla conoscenza degli argomenti è difficilmente realizzabile in democrazia dove votano pochi che sanno e tantissimi che non sanno. Oggi la forza di certi movimenti che vanno alla grande è la disinformazione e l’ignoranza: siamo alla cachistocrazia, al governo dei peggiori. In politica l’eccellenza è diventata la mediocrità. A tal punto che ci si domanda se democrazia e promozione del merito e delle capacità non siano per caso in palese contraddizione. Effettivamente il politologo ci informa che le virtù civiche e la competenza non sono propriamente i criteri vincenti nella scelta della rappresentanza politica da parte degli elettori.[2]

Sulla crisi della democrazia liberale rappresentativa mi limito a osservare che il sistema accumula sfiducia e addirittura genera ripudio al cospetto della crescente ineguaglianza sociale e economica che ha raggiunto livelli senza precedenti : pochi sempre più su e tanti sempre più giù. Ce lo ricorda Stefano Rodotà: quando diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia[3]. E se la democrazia liberale si dimostra incapace di operare nei fatti per un po’ più di equità e di giustizia sociale, ecco allora avanzare l’alternativa della “nuova democrazia”, quella illiberale, quella dell’identità di stirpe, quella del vanto nazionalista, quella del fuori gli altri, quella che promette un futuro radioso. I sondaggi ci dicono, e talune elezioni lo confermano, che l’ ”uomo forte” è agognato specialmente in certi ambienti della destra postfascista: ma vi è pure un nutritissimo numero di cittadini che senza andare né a destra né a sinistra dichiara la totale sfiducia nella rappresentatività dei vari parlamenti. Quando questo succede cominciano grossi guai.

Un sistema liberaldemocratico funzionante unisce necessariamente due aspetti: d’un canto vi è la costituzione che è garanzia di diritti e libertà civili e pone dei limiti ai poteri pubblici attraverso il bilanciamento fra poteri e contropoteri, dall’altra vi è il principio della sovranità popolare che tuttavia non è illimitata ma regolata nelle forme previste dalla costituzione. Quindi la democrazia liberale unisce la componente costituzionale e la componente popolare e ci dice che il popolo ha ragione fin tanto che non viola i principi e le procedure costituzionali. Cosa sta succedendo oggi? Succede che i fautori delle democrazie illiberali ripudiano i vincoli costituzionali e legittimano il loro agire politico in virtù del consenso del popolo che li ha eletti e “che ha sempre ragione”. Benedetto Croce ci aveva avvisati: “ la democrazia smarrendo la severità dell’idea liberale, trapassa nella demagogia e, di là, nella dittatura”[4]. La democrazia se non è accompagnata dall’aggettivo liberale scivola rapidamente verso la tirannia della maggioranza così ben descritta da Alexis de Tocqueville. La signora Meloni ci dice che le sue riforme sono per una destra liberale: avvisatela che sta sbagliando strada!

A proposito. Ci dissero che le ideologie sono finite e vale la nuova regola della politica pragmatica e basta con le utopie: quello che importa è la politica della concretezza, della risposta ai problemi del presente, del fare. Ho sempre pensato che, quella della fine delle ideologie, fosse una solenne sciocchezza perché sono le ideologie che ci consentono di superare l’angustia del presente, di disegnare una visione del futuro e orientare le politiche pubbliche sul lungo periodo. Preciso, a scanso delle obiezioni: per ideologie intendo quel complesso di idee e di valori che, rifuggendo qualsiasi forma di dogmatismo e settarismo, ci propone una certa visione del mondo. L’ideologia insomma come motore per orientare l’azione politica. Senza idee sul futuro è difficile fare il buon Governo.

Noi oggi abbiamo bisogno di una visione che non concepisca il futuro come un prolungamento del presente. Ma purtroppo la politica fatica tremendamente a immaginare un futuro diverso: troppi gli interessi in ballo. Concediamo che qualcosa bisogna cambiare (vi ricordate le promesse di redenzione durante la pandemia?) ma poi non facciamo che trasportare il presente nel futuro perché al presente non vogliamo rinunciare.

Purtroppo – ed è questo un serio problema – la democrazia liberale è ostaggio degli elettori di oggi e i politici, alla ricerca del consenso, sono propensi a soddisfare gli interessi del presente e non a tutelare gli interessi delle generazioni future. Quindi conviene amministrare il presente. Conclusione poco incoraggiante: quando guardiamo al futuro – ci dice il politologo Jan Zielonka che cita Graham Smith – la democrazia ha poco da offrire[5]: “Il lungo periodo è il punto cieco delle democrazie. Che si tratti di pensioni, sanità e assistenza sociale, infrastrutture, cambiamento climatico, biodiversità, pandemie o nuove tecnologie, continuiamo a fallire ogni volta che tentiamo di sviluppare politiche capaci di proteggere gli interessi delle generazioni future”.

È un dato di fatto: le generazioni future, quelle più interessate a cambiare le cose, non votano ancora e la democrazia non fa che rispecchiare gli interessi di coloro che votano oggi. Che fare? Non lo so, o magari credo di saperlo: forse bisognerebbe passare decisamente a una nuova forma di democrazia più partecipativa, più deliberativa e dibattimentale che formi cittadini con adeguate conoscenze e li sottragga dalle manipolazioni degli apprendisti stregoni della politica. Un cittadino bene informato, attivo e responsabile, che guardi avanti : ecco quello che ci vuole.

Con questa tirata introduttiva ho voluto buttar lì il sapore dei contributi apparsi su laRegione in questi ultimi anni. Non sono opera di storico, non vi è, in nessuno di questi articoli, il tentativo di prendere le distanze dalle emozioni eccessive. Al contrario vi è l’insofferenza di un cittadino qualsiasi – passabilmente informato sui fatti – che guarda, osserva e si indigna, a torto o a ragione, di fronte allo spettacolo offerto. Mio nonno materno, calzolaio di professione, mi diceva che la bontà di una scarpa non dipende dal lucido da scarpe ma dal come la calzatura si adatta al piede che ci infili. La politica è un po’ la nostra scarpa; tanti buoni propositi ma poi non mi pare che si adatti agevolmente ai bisogni della collettività: c’è sempre qualcuno che fatica a camminare.

Constato che la stupidità è presente in dosi massicce nel genere umano e in certi ambienti della politica tende a prevalere. Giovanni Sartori, che passò la vita a studiare la politica, è impietoso: l’asinocrazia imperversa. Tanto che si può asserire che l’ignoranza è al potere. Titolavo un articolo, in un precedente volumetto[6] “Idioti governano ciechi”: confermo. Siamo ancora lì, anzi un po’ peggio. Tante cose stanno cambiando, ma nella direzione sbagliata.

In politica abbiamo la normalizzazione dell’indecenza: nel linguaggio, nei comportamenti, negli orientamenti. I partiti, abbagliati dalle sirene del liberismo, hanno perso la loro funzione di intermediazione e l’astensionismo dilagante non è un’attestazione di stima.

Ricordo in alcuni contributi la costante dell’indifferenza nei confronti dei diritti umani che per alcuni non debbono essere universali perché l’inclusione dei migranti non è contemplata; ricordo la miopia della politica che si ostina a considerare l’emergenza climatica un problema “che viene dopo”; ricordo come la pandemia prima e la guerra di Putin poi abbiano fatto galleggiare tanta inettitudine di fronte ai concetti di libertà e anche la neutralità è stata invocata, soprattutto a destra, per evitare di ammettere una spudorata aggressione e la violazione dei diritti umani. Ma soprattutto ricordo che in questi anni stiamo cancellando la memoria di un’immane tragedia, un abisso di abiezione umana che ci si ripromise di ripudiare al grido “mai più”, ma oggi c’è chi coltiva inquietanti nostalgie. (…)

Nell’immagine: Ambrogio Lorenzetti, “Allegoria del cattivo governo” (Siena, 1338-1339 ca.)


[1] Carlo Cassola,  il gigante cieco,  Roma, Minimum Fax, 1921

[2] Raffaele De Mucci, I molti e i pochi. La società “sotto-sopra” dei diseguali, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015

[3] Stefano Rodotà, Vivere la democrazia, Bari, Laterza, 2018

[4] Benedetto Croce,  Scritti e discorsi politici 1943-1947, vol.2, Bari, Laterza, 1973

[5] Jan Zielonka, Democrazia miope, Bari, Laterza, 2023

[6] Andrea Ghiringhelli, Politica Senza, Bellinzona, Salvioni, 1918.  Questo volumetto raccoglieva alcuni miei contributi pubblicati su laRegione  tra il  2014 e il 2018 ed è stato accompagnato dall’allora direttore Matteo Caratti .


Le guerre culturali del governo Meloni

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Di Leonardo Bianchi, Valigia blu

Intervenendo il 14 settembre del 2023 al Budapest Demographic Summit – un convegno di estrema destra fortemente voluto dal premier ungherese Viktor Orban – la presidente del consiglio ha detto che in Ungheria “si è riusciti a fermare la tendenza in calo della natalità, sono aumentati i posti di lavoro, e anche l’occupazione femminile”.

In realtà, come ha dimostrato un’analisi di Balkan insight, Orban non è affatto riuscito a invertirlo stabilmente: se è vero che tra il 2010 e il 2021 il numero medio di figli per donna è salito da 1.2 a 1.59, nel 2022 è sceso a 1.51. Secondo le proiezioni dell’Istituto demografico ungherese, nel 2050 la popolazione ungherese è comunque destinata a scendere da 9.7 a 8.8 milioni di persone.

I risultati tangibili di Orban sono ben altri: la trasformazione del paese in un’autocrazia elettorale; il sistematico smantellamento delle istituzioni democratiche; la soppressione della libertà di stampa; e l’utilizzo strategico di teorie del complotto antisemite.

Tutto ciò non ha però trovato spazio nel discorso di Meloni. La quale, dopo lo sperticato elogio dell’alleato, ha detto allarmata che “viviamo in un’epoca in cui tutto quello che ci definisce è sotto attacco”, aggiungendo che “senza l’identità siamo solamente dei numeri, strumenti nella mani di chi ci vuole usare”.

Ma chi è che ci vuole usare? La politica non lo ha specificato, ma la platea ha colto perfettamente il riferimento: la “sinistra”, i “globalisti”, le “élite apolidi”, le “grandi concentrazioni economiche”, e più in generale i nemici della cristianità e della tradizione.

Contro di loro, ha chiosato Meloni, serve una “grande battaglia” per “difendere le famiglie, l’identità, Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà”.

In altre parole: serve una vera e propria guerra culturale – un concetto sempre più usato nel dibattito pubblico occidentale, e sempre più centrale nella propaganda della destra radicale europea e statunitense.

Dagli Stati Uniti all’Europa: cosa sono le “guerre culturali”

Le origini dell’espressione “culture war” risalgono all’inizio degli anni Novanta. Nel 1991 il sociologo James Davison Hunter pubblica il saggio Culture wars. The struggle to control the family, art, education, law, and politics in America, introducendo il termine al grande pubblico.

Hunter sostiene che una “guerra culturale” non è un semplice disaccordo su questioni politiche e sociali: è piuttosto uno scontro tra visioni inconciliabili del mondo, una lotta tra due fazioni che vedono l’un l’altra come una minaccia esistenziale alla propria sopravvivenza.

Le “guerre culturali” sono combattute, prosegue il sociologo, su una o più “linee di frattura” – che possono essere aborto, matrimonio egualitario, razzismo, legislazione sulle armi e altri temi “polarizzanti”, che ovviamente cambiano in base al contesto storico e nazionale.

Nel 1992 il termine irrompe per la prima volta sulla scena politica statunitense grazie a Pat Buchanan – un politico paleoconservatore, tre volte candidato alle primarie repubblicane nonché ex consulente di Richard Nixon e Ronald Reagan.

Parlando alla Convention repubblicana che si tiene a Houston, Buchanan afferma che “è in corso una guerra religiosa, una guerra culturale che è importante tanto quanto la Guerra fredda per definire la nazione che vogliamo essere, visto che si tratta di una guerra per l’anima dell’America”.

Il politico invita poi i conservatori ad “imbracciare retoricamente le armi” per “riprenderci le nostre città, riprenderci la nostra cultura e riprenderci il nostro paese”.

Come ha scritto il giornalista Dan Carson sullo Houston Chronicle, il discorso di Buchanan segna “l’inizio di una nuova era della politica americana” contraddistinta “dalle recriminazioni, dal panico morale e dalla demonizzazione della società secolare” – un’era destinata a lasciare un segno profondissimo, culminata decenni più tardi con l’elezione di Donald Trump.

Lo stesso Buchanan, in un’intervista del 2016, sostiene che il 45esimo presidente statunitense gli abbia letteralmente “rubato le idee”: dalla costruzione del muro al confine con il Messico fino alle “guerre culturali”, era tutta farina nel suo sacco.

Solo che all’epoca quelle idee erano del tutto marginali; mentre ora sono al centro del conservatorismo americano.

La battaglia contro la “cancel culture”, l’ideologia “woke” (un aggettivo che significa “risvegliato”, e viene utilizzato per denigrare le persone progressiste) e il “politicamente corretto” – solo per citare tre grandi spauracchi agitati negli ultimi anni – vede impegnati tutti i candidati presidenziali e tutti i media di destra, senza distinzioni di sorta; a riprova che ormai si tratta di una guerra totale, in cui non sono possibili compromessi di sorta con il nemico.

E si tratta pure di una guerra globale: anche la destra radicale europea ha adottato in pieno la retorica apocalittica della “guerra culturale”, adattandola ai contesti locali – incluso, per l’appunto, quello italiano.

Giorgia Meloni, la destra USA e le “guerre culturali”

Meloni ha sempre dimostrato una grande dimestichezza con il concetto, ben prima di arrivare a Palazzo Chigi.

Oltre ad aver collaborato con Steve Bannon (l’ex consigliere strategico di Trump) nel suo velleitario tentativo di federare i partiti di destra europei, la presidente di Fratelli d’Italia ha partecipato a più riprese alla CPAC (Conservative Political Action Conference, il più importante convegno dei conservatori americani) sia negli Stati Uniti che in Ungheria.

Nella sua autobiografia Io sono Giorgia, Meloni ha inoltre utilizzato termini trumpiani e complottisti come Deep State (“Stato profondo”) per indicare il presunto sistema occulto di potere di cui sarebbe complice la sinistra; parlato di “dittatura del politicamente corretto” da scardinare; e attaccato i “sacerdoti” del pensiero “liberal e globalista” che nega “il ruolo e il valore delle identità”.

Poco prima delle elezioni politiche del 2022, inoltre, aveva confermato di seguire da vicino il dibattito politico statunitense sul tema. “Guardando al Nord America”, aveva detto in un’intervista a La Voce di New York, “ci batteremo per la difesa dei simboli e dei monumenti che […] sono stati al centro di vergognose pratiche di cancel culture”.

Dopo l’affermazione elettorale, la promessa è stata mantenuta: il governo Meloni ha fatto della guerra culturale una delle sue cifre più visibili e distintive – con il supporto entusiasta della stampa di destra.

Gli assi su cui si muove questo conflitto sono molteplici; qui di seguito elenco i più ricorrenti.

Anzitutto, c’è quello dell’identità italiana – che si declina in varie forme: quella nazionale, minacciata dall’esterno (i “burocrati di Bruxelles” e i loro folli regolamenti contro le automobili diesel) e dall’interno (i “disfattisti” che osano fare domande sui dati deludenti del turismo); quella religiosa, intaccata da “sedicenti nuove libertà o diritti”; e quella culinaria, insidiata dalle “bistecche sintetiche” e dagli insetti che le multinazionali e l’Unione Europea vogliono imporre in ossequio al “fanatismo ultra-ecologista”.

Poi c’è quello della famiglia – intesa solo ed esclusivamente nella sua accezione “naturale” – che è assediata dalla perfida “ideologia gender” e dall’onnipotente “lobby LGBT”, che vuole far crollare il tasso di natalità attraverso l’aborto e traviare i minori con, ehm, Peppa Pig.

Peppa Pig è solo l’ultima mania del panico morale anti-gender

Di fronte a un attacco così massiccio, non si può che rispondere per le rime: e dunque diventa doveroso negare il diritto all’aborto con varie misure legislative, e bloccare la registrazione all’anagrafe dei figli delle coppie omogenitoriali.

Un altro fronte particolarmente caldo – o meglio: sempre caldo – è quello dei confini. Anche in questo caso si parla di zone interne da “bonificare”, come Caivano (e chi avanza critiche sulle modalità è subito tacciato di complicità con la camorra); e di confini esterni da proteggere da chi vuole “sostituire etnicamente” il popolo italiano e chi compie “atti di guerra” organizzando gli sbarchi di migranti per “mettere in difficoltà il governo”.

Infine, la “guerra culturale” meloniana è quasi del tutto imperniata sull’opposizione al “pensiero unico” – un’espressione dai contorni vaghi e indefiniti, e quindi perfetta per essere strumentalizzata.

Secondo la narrazione della destra, completamente mutuata da quella statunitense, la libertà d’espressione sarebbe sostanzialmente preclusa a chi non si allinea ai dettami del “politicamente corretto” che, per riassumere brutalmente, vanno dal colore della pelle della Sirenetta fino alla legge Mancino contro i discorsi d’odio.

Chi dice o scrive certe cose (tendenzialmente razziste, omo-lesbo-bi-trans-fobiche, misogine e sessiste) assurge così allo status di pensatore “non conforme” e conquista le stimmate di martire della censura – o della “nuova inquisizione spagnola”, come l’ha definita il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano.

Peccato che la censura sia del tutto inesistente, come hanno dimostrato in maniera piuttosto plateale le vicende del generale Roberto Vannacci e dell’ex presidente della Rai Marcello Foa, premiati rispettivamente con un’interminabile battage a reti unificate e con una trasmissione radiofonica da cui tuonare contro il “politicamente corretto”.

Ed è proprio da questi casi che emerge il carattere vittimista e paradossale della “guerra culturale” italiana. Ossia un conflitto del tutto immaginato, portato avanti da una destra che usa voracemente il potere per attaccare i nemici di turno e piegare la realtà alla propria propaganda, ma che al tempo stesso continua a dipingersi come una minoranza oppressa e indifesa.

Nell’immagine: Viktor e Giorgia


Cassa malati unica e pubblica subito

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Cosa aspetta la sinistra a lanciare un’iniziativa per creare una cassa malati unica e pubblica a livello federale? Un recente sondaggio rivela che il 79% degli intervistati è favorevole a un progetto simile. Intanto i socialisti propongono l’iniziativa federale “Al massimo il 10% del reddito per i premi delle casse malati (Iniziativa per premi meno onerosi)” che chiede che la riduzione dei premi sia finanziata per almeno due terzi dalla Confederazione e per l’importo rimanente dai Cantoni. Consiglio federale e Parlamento l’hanno già bocciata e quindi si andrà a votare, probabilmente nel marzo dell’anno prossimo. Contenere i premi è senz’altro indispensabile (la misura dovrebbe costare quasi quattro miliardi allo Stato), ma questa proposta è un cerotto che non contribuisce a correggere il sistema delle assicurazioni malattia. Le prestazioni sanitarie, così come l’età della popolazione, aumentano e quindi i costi salgono. Oneri delle cure, stipendi dei medici, costi dei farmaci, pianificazione sanitaria, ecc.: tutti temi che meritano di essere affrontati dalla politica.

Più immediato può essere l’intervento sulle assicurazioni. L’Alleanza del Centro e il Partito radicale avanzano proposte modeste, che rischierebbero di ridurre l’offerta di prestazioni. L’Unione democratica di destra non sceglie mezze misure, propone di abolire l’assicurazione obbligatoria, gettando sul lastrico o nell’aldilà i pazienti più poveri.

I Verdi hanno depositato due mozioni, una per ogni Camera, che invita il Consiglio federale a elaborare un progetto di modifica della Legge federale sull’assicurazione malattia (LAMal) che preveda premi di cassa malati calcolati in funzione del reddito e della sostanza. Proposte condivisibili ma, con il nuovo Parlamento che si prevede uscirà il 22 ottobre dalle urne, ci sono poche o nulle speranze che possano essere approvate. 

Il leghista Lorenzo Quadri ha chiesto al Governo di allestire uno studio che valuti la fattibilità di una cassa unica pubblica nazionale o nei cantoni. 

Nel 2021 la spesa sanitaria svizzera ammontava a 86,3 miliardi di franchi, equivalente all’11,8 % del PIL. Le spese mensili erano 827 franchi pro capite. Lo Stato ha contribuito con 190 franchi (circa il 23%), troppo poco. Il peso maggiore della spesa è a carico delle economie domestiche. Lo Stato (Confederazione e Cantoni) deve e può assumersi un maggior carico di spesa. In Canada, paese riconosciuto mondialmente per avere un sistema sanitario modello, il 70% del finanziamento della sanità proviene dalle entrate fiscali generali. 

Per realizzare la cassa malati unica e pubblica la sola via percorribile è l’iniziativa popolare federale. La sinistra avrebbe già dovuto imboccare questa strada lo scorso ottobre, dopo l’ennesimo annuncio dell’aumento dei premi, battendo sul ferro caldo della frustrazione dei cittadini. Inoltre avrebbe avuto un anno elettorale, quello in corso, per raccogliere le firme, facendo campagna per un tema forte e sentito dalla popolazione. 

Definire i dettagli dell’iniziativa per una cassa unica non è semplice: bisogna valutare se ha senso proporre immediatamente premi proporzionali al reddito e alla sostanza (come sarebbe auspicabile) o limitarsi al principio dell’assicurazione unica. Vi sono modalità diverse che vanno discusse e soppesate. 

Invece che sulla cassa unica si voterà sull’iniziativa per premi meno onerosi. Questa prevede che il 10% sia relativo al reddito disponibile, che “è calcolato deducendo le spese di trasferimento obbligatorie (contributi alle assicurazioni sociali, imposte, premi di assicurazione malattia) dal reddito lordo dell’economia domestica”. Un calcolo macchinoso per ogni cittadino, che verosimilmente richiederà un investimento non indifferente dal profilo burocratico. 

Aumentare i sussidi è senza dubbio necessario. Però è una misura insufficiente: il progetto sembra essere un atto di bricolage, come l’ex consigliera federale Ruth Dreifuss ha definito gli interventi degli ultimi trent’anni. Infatti, anche la ex ministra ha citato, quale riforma  per migliorare la situazione, la cassa malati unica pubblica, annunciata ma sospesa nel limbo socialista.

C’è da augurarsi che la campagna per promuovere l’iniziativa per il 10% non si riveli un errore tattico. Perché, qualsiasi sia il risultato delle urne, potrebbe essere più difficile riproporre subito dopo un’altra iniziativa popolare. Intanto gli anni (sic!) passano e la sinistra ha mancato un’occasione d’oro per sfruttare un momento propizio a favore di quella che è la riforma più efficace in campo assicurativo: la cassa federale unica e pubblica. Riforma che non potrà non essere accompagnata, o anticipata, da un maggior impegno finanziario dello Stato a sostegno della sanità elvetica. 

Nell’immagine: grafico dell’iniziativa ‘Al massimo il 10 per cento del reddito per i premi delle casse malati‘ (Iniziativa per premi meno onerosi)


La mobilitazione per il Cile, esempio che dovrebbe ispirarci anche oggi

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Nell’ambito degli interventi per ricordare, raccontare e commentare il colpo di Stato in Cile contro il governo democratico e socialista di Salvador Allende, vi proponiamo l’intervento dello storico Danilo Baratti, curatore con Patrizia Candolfi dell’autobiografia di Guido Rivoir (“Le memorie di un valdese”, Fondazione Pellegrini Canevascini, Bellinzona 2012), in occasione di un dibattito tenutosi a Locarno l’11 settembre scorso, giorno del 50esimo anniversario del golpe.

Come previsto toccherò le reazioni al golpe cileno in Svizzera, la nascita dell’ “Azione posti liberi”, e infine la figura di Guido Rivoir. Ma prima penso che possa essere utile qualche considerazione sul contesto. Il tema centrale di questo incontro è lo slancio di solidarietà che si è manifestato dopo il golpe nei confronti dei cileni perseguitati. In quel periodo molti paesi del Cono Sur vedono l’affermazione di regimi militari originati da colpi di Stato: l’Uruguay in quello stesso anno (1973), l’Argentina nel 1976. In Brasile e Bolivia i militari erano al potere già nel 1964, e in Paraguay dal 1954. Pur diverse, queste esperienze hanno parecchi elementi in comune. Del resto questi paesi hanno collaborato tra loro, nell’ambito dell’Operazione Condor, nell’eliminazione sistematica degli oppositori politici, con l’aiuto della CIA: un altro elemento comune di queste dittature è il sostegno politico, economico, diplomatico e militare degli Stati Uniti (della politica attivamente ostile degli USA nei confronti del governo Allende, già prima del suo insediamento, parla anche un articolo di oggi sul Corriere del Ticino). Però di fronte a nessun altro colpo di stato si è verificata una reazione paragonabile a quella generata dall’11 settembre. Come mai?

Una ragione fondamentale è che il Cile stava sperimentando una via democratica al socialismo, seppur difficile, a tratti caotica e condotta senza una maggioranza in parlamento. Dopo il fallimento di molte guerriglie di matrice urbana o rurale (emblematica quella del Che in Bolivia, 1967), l’esperimento cileno suscitava attenzione e speranza. L’altro elemento è la violenza smisurata e palese messa in campo dai golpisti, di cui il bombardamento del palazzo presidenziale con aerei da guerra, militarmente inutile, è l’elemento più simbolico. Dietro la violenza esibita c’è poi l’altra, altrettanto innecessaria, che colpisce le persone dietro la scena: basti ricordare i 44 colpi di pistola sparati su Victor Jara, già debilitato dalla detenzione e dalle torture (forse avete letto che solo pochi giorni fa sette dei suoi carnefici sono stati condannati a pene tra gli 8 e i 25 anni). Poi si sarebbe anche affermata la forma più brutale di violenza economica, quella neoliberista…

Questa violenza plateale, dicevo, è un altro dei motivi che hanno prodotto diffusa reazione di condanna fuori dal Cile. Non è che la violenza mancasse altrove. Anzi: il periodo tra gli anni Settanta e Ottanta vede “scomparire” nel nulla migliaia di oppositori politici o presunti tali. Non esistono cifre precise, ma sono forse trentamila in Argentina, alcune migliaia in Cile e Paraguay, qualche centinaio in Uruguay e Brasile. Persone arrestate abusivamente, rinchiuse in centri segreti di detenzione, torturate e infine spesso eliminate. L’orrore argentino ci è arrivato più tardi, grazie in primo luogo alle madri e alle nonne di Plaza de Mayo. In Argentina il regime militare, proprio in seguito all’esecrazione internazionale provocata dal golpe cileno, aveva costruito un sistema altrettanto brutale ma meno appariscente: le sparizioni diffuse e i voli della morte organizzati in segreto non suscitano la stessa reazione dello stadio di Santiago trasformato in un campo di concentramento o di un palazzo presidenziale bombardato dall’aviazione. E del resto l’Argentina non stava percorrendo una propria via al socialismo in cui potersi specchiare. Differenze a parte, il golpe in Cile ha fatto scuola, la peggior scuola possibile.

Veniamo alla Svizzera: a uno slancio di sdegno e solidarietà di un’ampia parte della popolazione si contrappone una grande prudenza da parte del governo. Certo la via cilena al socialismo non era fonte di ispirazione per il Consiglio federale, ma si trattava comunque della liquidazione violenta di un processo democratico e ci si poteva attendere un atteggiamento più aperto, anche se all’ambasciata svizzera di Santiago il giorno del golpe si era stappato lo champagne (non è una voce maligna, ma una dichiarazione dell’ambasciatore stesso, che di nome faceva Charles Masset; altre affermazioni dell’ambasciatore si possono leggere in un dossier dei Documenti diplomatici svizzeri, ripreso in parte appunto sull’edizione odierna del Corriere del Ticino). Se alla fine qualche centinaio di cileni ha potuto trovare rifugio in Svizzera, è solo per la generosità e la determinazione di una parte della popolazione: una parte solidale non piccola, che non si limita ai partiti e movimenti di sinistra ma si allarga ad ambienti cattolici ed evangelici e a tutti quelli che all’epoca avremmo chiamato “sinceri democratici”. A fine ottobre il Consiglio federale, dopo vari tentennamenti, presenta in pompa magna la sua Sonderaktion (Azione speciale): accoglie 200 profughi dal Cile, ma li sceglie principalmente tra non cileni, soprattutto brasiliani che si erano rifugiati in quel paese: per loro sarebbe stato più facile ottenere il permesso di uscita e non ci sarebbero state troppe frizioni con i golpisti. Con questa mossa il governo svizzero vuole confermare la sua reputazione umanitaria, ben cosciente però – come emerge dai documenti interni del Dipartimento di giustizia e polizia – che le persone veramente in pericolo sono altre e che la situazione drammatica richiederebbe altri provvedimenti. Tra le voci che criticano la prudenza del governo troviamo la Dichiarazione di Berna, Amnesty International, il gruppo Cristiani-Terzo mondo di Ginevra e altri ancora. C’è chi chiede di portare almeno a 500 il numero di entrate previsto. A fine dicembre anche un appello dell’Agenzia dell’ONU per i rifugiati richiama i governi a una maggior apertura. Ma il governo federale rimane passivo. Si attiva solo nell’ostacolare il progetto dell’Azione posti liberi, lanciato dalla Gesellschaft der Freunde Chiles: Associazione degli amici del Cile.

Il gruppo si presenta per la prima volta con una conferenza stampa a inizio dicembre: critica fermamente la politica d’asilo della Confederazione e propone la creazione di una rete permanente di accoglienza dei profughi diffusa sul territorio, sul modello dell’ “Azione posti liberi” promossa nel 1942 dal pastore Paul Vogt, noto come «il pastore dei rifugiati», pure presente alla riunione. Alla base di questa associazione vi sono persone vicine a Longo Maï, gruppo nato da esperienze alternative di matrice anarchica avviate nel ’68 in Svizzera e in Germania, che aveva creato nel 1973 la sua prima cooperativa agricola (Longo Maï è certamente uno dei più bei prodotti, e durevoli, del Sessantotto: è presente in mezza Europa con una rete di cooperative dedite all’agricoltura, all’allevamento, all’artigianato e alla piccola industria. Una delle ultime cooperative è nata in Transcarpazia ed è ora impegnata nel sostegno agli sfollati interni dell’Ucraina. Longo Maï non ha mai smesso di abbinare autoproduzione, autogestione e solidarietà internazionale, con particolare attenzione a chi fugge da situazioni di oppressione). Insieme a loro, a promuovere l’Azione posti liberi c’è Cornelius Koch, allora supplente parroco a Vogorno. Koch è noto per aver dedicato tutta la vita all’aiuto ai rifugiati; qualcuno magari ricorda il Primo d’agosto alternativo che organizzava, con altri, a Chiasso. (Una sua biografia, scritta da due suoi stretti collaboratori, è uscita in tedesco e poi in francese, dalle Editions d’en bas, una decina di anni fa: Cornelius Koch, l’abbé des réfugiés).

Nasce così il progetto in cui si inserirà un paio di mesi dopo Guido Rivoir: a metà dicembre l’ “Associazione degli amici del Cile” lancia un appello per ospitare profughi dal Cile, che raccoglie in poche settimane due o tremila adesioni, tra cui qualche decina di municipalità e di parrocchie cattoliche o protestanti. Il 20 febbraio l’ “Azione posti liberi” annuncia l’arrivo dei primi cileni, che atterrano a Ginevra tre giorni dopo, sotto i riflettori della stampa: il Consiglio federale si trova di fronte al fatto compiuto, ammette quei cinque ma il giorno stesso stabilisce che i cittadini cileni che vogliono raggiungere la Svizzera devono avere un visto rilasciato dalle autorità diplomatiche svizzere a Santiago. Maurizio Rossi, che ha studiato l’atteggiamento della Confederazione di fronte al golpe e alla solidarietà dal basso, titola il relativo capitolo “Dall’indifferenza alla chiusura” (approfitto per segnalarlo: Solidarité d’en bas et raison d’état. Le Conseil fédéral et les réfugiés du Chili, Alphil 2008). Reagiscono all’imposizione del visto i pastori riformati, che in 600 firmano un appello al Consiglio federale, a cui si affianca un’altra petizione, di 7 mila firme, raccolte dai Comitati di sostegno al Cile. Si esprimono criticamente Max Frisch e altre personalità. E per l’Azione posti liberi inizia il periodo della disobbedienza. Una disobbedienza che si accompagna a una difficile attività diplomatica. Guido Rivoir, entrato a coordinare l’Azione nel febbraio 1974, incontrerà più volte il Consigliere federale Kurt Furgler, costringendo il governo a digerire discretamente l’entrata clandestina in Svizzera di parecchi cileni richiedenti l’asilo: «una lunga partita di scacchi», si intitola il capitolo di Maurizio Rossi che parla di questi incontri. Nel corso del primo incontro si stabilisce, in forma confidenziale, che i cileni avrebbero dovuto prima richiedere il visto all’ambasciata svizzera di Milano, e sarebbero poi stati accolti. Visto che ne parleranno probabilmente i miei compagni di tavolo, non entro in certi dettagli dell’Azione posti liberi e di come questa abbia coinvolto la popolazione e le istituzioni del Ticino, né dell’importante decreto d’abbandono della procura pubblica sottocenerina che solleva Rivoir dall’accusa di aver violato la Legge federale sulla dimora e il domicilio degli stranieri. Mi limito a ricordare che grazie a questa azione, che si interrompe nel maggio del 1976, circa 400 cileni in pericolo hanno potuto trovare un porto sicuro nella Confederazione.

Veniamo per concludere a Guido Rivoir.  Egli non aveva partecipato alla nascita dell’Azione posti liberi e si trova a coordinarla un po’ per caso. Cornelius Koch, entrato in conflitto molto duramente con il consigliere federale Furgler, decide di mettersi in ombra e di affidare il coordinamento a una persona affidabile ma meno profilata. Si chiede a Guido Rivoir, che si rivela la persona ideale, in grado di coniugare accortezza e determinazione. Va ricordato che quando accetta questa carica ha già 72 anni. È un pastore valdese in pensione che vive a Lugano dal 1937. Non ha mai fatto politica nel senso stretto del termine ed è pubblicamente noto soprattutto per le sue predicazioni radiofoniche e televisive. Alla base della sua decisione di candidarsi poi alle elezioni comunali del 1976 c’è stata anche l’esperienza dell’Azione posti liberi. Resterà in Consiglio comunale fino alla soglia degli 85 anni, con un biennio anche in Gran Consiglio, e questo impegno lo renderà ancora più popolare.

Ma qui mi interessa parlare del prima, capire cosa porti Rivoir a essere la persona giusta per l’ “Azione posti liberi”. In questo caso bisogna anche andare indietro di generazioni: Rivoir non era solo un valdese, ma un valdese “delle Valli”, cresciuto quindi in un territorio che conserva in sé la memoria viva della persecuzione, dei massacri, dell’esilio, dell’avventuroso ritorno, del ghetto alpino e, infine, della piena emancipazione. Le posizioni e le azioni della chiesa valdese di oggi, e di Rivoir, si spiegano anche con queste radici storiche. A lasciare un segno forte è poi il periodo degli studi a Firenze, alla facoltà valdese di Teologia, tra il 1920 e il 1922: «Andai a Firenze a studiare, senza una linea politica (…) A Firenze incontro il fascismo col suo vero volto (…) leggo delle squadracce fasciste all’opera. Le vedo in azione anche sul posto, vigliaccamente e prepotentemente. Il governo le protegge, per combattere il socialismo; è quello che non mi va giù nel mio concetto di giustizia e di democrazia. Il governo aiuta i malfattori. (…) Non posso che essere antifascista».

Poi l’Uruguay, il primo impegno pastorale di Rivoir nelle colonie valdesi del Rio de la Plata: un bagno intenso nella realtà sudamericana che gli verrà utile mezzo secolo più tardi per l’Azione posti liberi: nel 1974 Rivoir andrà personalmente, due volte, a Buenos Aires, alla ricerca dei contatti utili per il trasferimento delle persone in pericolo dal Cile a Milano. Dopo l’esperienza uruguaiana è pastore della comunità valdese di Prarostino, il suo paese d’origine in Italia: siamo negli anni Trenta e il suo antifascismo non può che rafforzarsi. È anche per questa sua inconciliabilità col regime che la Tavola valdese preferisce mandarlo a Lugano, nel 1937.

In termini generali possiamo individuare in Rivoir una grande sensibilità sociale, un forte senso della giustizia, un saldo antifascismo, un notevole spirito di intraprendenza, uno slancio battagliero quando sente di essere nel giusto, buone capacità comunicative e di organizzazione. Ma poi, più strettamente in relazione con la vicenda dei profughi cileni, la conoscenza del Sudamerica e dello spagnolo. E ancora gli stretti contatti col mondo valdese, che torneranno utili alla causa: i biglietti d’aereo per i fuggiaschi gli sono anticipati da un suo nipote, ex-capo partigiano e ora direttore di un’agenzia di viaggi, mentre la comunità valdese di Cinisello Balsamo sarà una tappa importante per i cileni giunti a Milano in attesa di raggiungere il Ticino (un’attesa a volte non breve). Aveva poi seguito con sgomento lo svolgersi dell’esperienza cilena: «Quando Pinochet trucidò barbaramente il presidente eletto e legittimo del Cile, Allende, e scatenò una crudele persecuzione contro gli oppositori ne soffrii moltissimo (…) mi sentii ferito per questo ideale infranto di libertà acquistata liberamente coll’urna. Dappertutto vi furono manifestazioni di solidarietà con gli oppressi ed anch’io, che ufficialmente non avevo mai militato in partiti politici, vi partecipai».

Tenendo conto di tutto ciò, possiamo dire che quando gli è stato chiesto di mettersi alla testa del comitato era pronto a farlo ed era la persona giusta per quell’incarico.

Anni dopo, il suo impegno è stato riconosciuto: nel 1992 dal Cile post-dittatura con il conferimento di un’onorificenza, la medaglia O’Higgins, e nel 2018, implicitamente, dall’ufficialità luganese, cantonale e federale, quando si è inaugurato, al Parco Ciani, il Giardino dei Giusti su iniziativa della Fondazione Federica Spitzer. E qui va detta una cosa importante: rendere omaggio a Rivoir, che dell’ “Azione posti liberi” è stato il volto pubblico, vuol dire rendere omaggio anche a tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno partecipato a quell’opera di solidarietà dal basso: perché è stata un’azione corale che ha coinvolto decine e decine di persone.

In occasione dell’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Lugano, il ministro degli esteri Ignazio Cassis ha detto: «Ovviamente oggi nessuno deve ripetere ciò che ha fatto Guido Rivoir per i rifugiati cileni o Carl Lutz per gli ebrei di Budapest». «E perché no?», diciamo qui, ricordando quell’azione di solidarietà spontanea e dal basso. Non mancano certo situazioni che lo richiederebbero.


Dietro una strage operaia. Sono stati mandati a morire a Brandizzo

Dal “crunch moment” all’inferno di Sant’Agostino 

Da Umanità nova

Cinque persone sono morte per 750 euro di subappalto. Dovevano fare due saldature (200 euro ognuna) e sistemare, rimpolpando anche la massicciata, sette metri di binario (50 euro al metro). Secondo il padrone, gli operai erano pagati 25 euro lordi l’ora per un’ora e mezza di lavoro. In realtà, da contratto, prendevano meno della metà. Cinque operai sono morti per 18 euro lordi di salario e 658 euro di profitto da dividere tra CLF (appaltatrice di RFI) e Sigifer (subappaltatrice di CLF).

Si trattava di manutenzione ordinaria non programmata, cioè quella che Reti Ferroviarie Italiane deve fare quotidianamente per garantire la funzionalità dei binari.

E già qui uno qualche domanda dovrebbe farsela. Perché, per un’attività ordinaria e quotidiana, un ente interamente pubblico (RFI è di proprietà dello stato ed è, con questo governo, gestita dal ministro Salvini che si è ovviamente guardato bene dal far notare le sue responsabilità), dovrebbe ricorrere ad appalti esterni? La risposta che viene data in questo caso è banale quanto falsa: per risparmiare.

È una scelta fatta da Mauro Moretti (sì, proprio quello della strage di Viareggio) e confermata da tutti gli amministratori delegati che si sono succeduti nella carica. Si stima che ci siano 10.000 operai che lavorino in appalto e subappalto per la manutenzione ordinaria e straordinaria di RFI.

Che la motivazione del risparmio sia falsa appare evidente dalla differenza tra il costo della commessa (750 Euro) e il costo effettivo del lavoro dichiarato (187,5 Euro).

Lasciamo per un attimo perdere il solito discorso sul malaffare negli appalti pubblici. È evidente che c’è. Agli appalti di RFI partecipano sempre le stesse 15 imprese, talvolta consorziate tra loro come ATI (Associazione Temporanea d’Impresa), e che spesso sono le uniche partecipanti per i singoli lotti d’appalto dove l’aggiudicazione avviene al prezzo di base d’asta e con un ribasso minimo o nullo. La CLF, che ha vinto il lotto d’appalto da 260 milioni di euro per la manutenzione delle linee, poi ha subappaltato, come fanno tutte le altre imprese appaltatrici, i lavori con un minor utilizzo di macchinari ed un maggior utilizzo di manodopera ad altre ditte come la Sigifer. Su lavori del genere, se deve prendere il proprio profitto l’appaltatore prima ed il subappaltatore poi, è evidente che chi ci rimette è l’operaio che alla fine deve fare il lavoro.

RFI è un’azienda fortemente sindacalizzata, dove i lavoratori chiedono il rispetto del CCNL e delle norme di sicurezza. Le aziende appaltatrici lo sono molto meno, quelle in subappalto per nulla: su 130 operai della Sigifer, 80 risulterebbero inquadrati al primo livello del contratto degli edili, quello più basso e che non richiede competenze e formazione particolari. Un operaio al primo livello degli edili prende 987,36 euro lordi al mese.

Si tratta di operai ipersfruttati. Spesso fanno doppi turni, arrivano fino a 200 ore di straordinario al mese. Siccome il contratto prevede che non facciano più di 10 ore al giorno, che ci siano 12 ore di riposo tra un turno e l’altro e che il massimo straordinario annuo sia di 250 ore, spesso questo straordinario viene retribuito attraverso voci come “extra” o “trasferta in Italia” o direttamente al nero per non farlo risultare in busta paga e non incorrere in sanzioni. Il meccanismo viene aggirato spesso anche attraverso l’autosfruttamento dei lavoratori che, per compensare i salari da fame, accettano le reperibilità, con chiamate al lavoro nei periodi di riposo, e lo straordinario “volontario”.

Gli stessi operai uccisi stavano in giro da un po’. Avrebbero dovuto fare lavori di manutenzione a Orbassano, poi a Lingotto ed alla fine sono stati mandati a morire a Brandizzo.

I contratti RFI prevedono tempi molto stretti per il ripristino delle linee, con forti penali per ogni minuto di ritardo. È un’attività non programmabile: non si sa dove intervenire e non si sa quando. I treni in Italia non viaggiano puntuali e c’è sempre, come alle 23:50 del 30 agosto 2023 a Brandizzo, un treno in ritardo. Questo significa lavorare sempre sul limite. Dover sfruttare tutti i tempi liberi dalla percorrenza dei treni per poter eseguire i lavori. E lo sanno anche gli “scortaditta” di RFI che, se non si adattano a questi ritmi, vengono sostituiti, mobbizzati e inviati ad altro incarico.

L’altro aspetto dello sfruttamento degli operai è quello della sicurezza sul lavoro. Si continuano ad attribuire all’errore umano gli incidenti mortali che si susseguono in ferrovia. Nove anni fa, il 17 luglio 2014, a Gela, tre operai morirono travolti dal treno in maniera quasi identica a quella di Brandizzo. In 9 anni RFI non ha cambiato le procedure, non ha investito un euro in sicurezza e gli operai continuano a morire: negli ultimi 4 anni ci sono stati 28 incidenti gravi come quello di Brandizzo, che hanno causato 14 morti e diversi feriti gravi o con inabilità permanente ma che, siccome non sono morti tutti insieme e non si era alla fine dell’estate quando le notizie scarseggiano, hanno fatto meno clamore mediatico.

In tutti questi anni non sono riusciti a fare una procedura operativa che stabilisse che, se ci sono operai sui binari, venga acceso il semaforo rosso per i treni in arrivo. Di più. Continuano a usare i “fonogrammi” che uno pensava appartenessero al mondo preinternet, insieme al telegrafo e al telex. Il risultato è stato quello, paradossale se non avesse avuto conseguenze tragiche, che il tecnico RFI che doveva avvisare *a voce* dell’arrivo del treno, non l’ha potuto fare perché era al telefono con l’addetta della Direzione Movimento di Chivasso (compente per la tratta) che gli diceva di non iniziare il lavoro.

Hanno riempito le città di telecamere per “la sicurezza” non sono riusciti a mettere, sulla linea tra Torino e Milano, una delle principali in Italia, un dispositivo di allarme che blocchi i treni in arrivo se ci sono operai al lavoro sui binari. Pensiamo poi a quanto accade sulle linee meno “importanti”: quelle a binario unico. E non è un problema solo di chi ci lavora. I disastri ferroviari si moltiplicano, i passeggeri morti per gli scontri tra treni aumentano e non c’è nulla di meglio del dare ogni volta la colpa all’errore “umano” per evitare di mettere in sicurezza le linee e continuare a fare investimenti sull’alta velocità e non sulla mobilità ordinaria (come sa chiunque sia costretto a prendere un treno per fare il pendolare).

A vederla in base a quanto raccontato dai giornali la storia sembra chiara: 5 operai stavano lavorando sui binari alla stazione di Brandizzo. Un tecnico RFI ha fatto iniziare il cantiere senza il nulla osta da parte della Direzione Movimento di Chivasso (compente per la tratta), il capo squadra ha acconsentito. È arrivato un treno e i 5 operai sono morti.

La trama è quella classica: c’è “il buono” (la dirigente di RFI che ha detto di non cominciare i lavori), c’è “il cattivo” (lo “scortaditta” di RFI che ha fatto comunque iniziare i lavori), c’è “l’ignavo” (il caposquadra della Sigifer che non si è accorto del mancato nulla osta) e ci sono “le vittime” (5 operai assassinati da quelli che una volta si chiamavano “omicidi bianchi” e che adesso, per vergogna, non chiamano più così). Una “tragica fatalità” causata da un “errore umano” ed il “cattivo” colpevole sarà duramente sanzionato.

Una buona storia da raccontare per seppellire in fretta i morti e continuare a far rischiare la vita a chi lavora con stipendi da fame nelle manutenzioni ferroviarie, non far spendere un euro per la sicurezza sul lavoro a RFI e, soprattutto, senza mettere in discussione il sistema degli appalti e subappalti utilizzato da tutte le aziende pubbliche in Italia.