Rapporto della commissione indipendente d'inchiesta: 1.002 casi di abusi dall'inizio degli anni Cinquanta, "ma è solo la punta dell'iceberg"; distrutti documenti nella diocesi di Lugano; sei vescovi indagati, anche l' attuale amministratore apostolico in Ticino
Markus Krienke – Pedofilia, il giorno nero della Chiesa svizzera
Anche il S. Gottardo è di destra
Rapporto della commissione indipendente d'inchiesta: 1.002 casi di abusi dall'inizio degli anni Cinquanta, "ma è solo la punta dell'iceberg"; distrutti documenti nella diocesi di Lugano; sei vescovi indagati, anche l' attuale amministratore apostolico in Ticino
Il San Gottardo, sornione, non smette di riservarci sorprese. Dopo il deragliamento del merci dentro Alptransit, con la conseguente chiusura sine die di una canna della galleria ferroviaria, eccoci improvvisamente confrontati con una soletta che triste e solitaria pensa bene di squarciarsi per 25 metri, inferendo una ferita nella galleria stradale che a suon di calcinacci obbliga l’Ufficio federale delle strade a chiudere baracca fino a nuovo avviso.
E così, eccoci ai titoloni sui problemi di sicurezza che inducono a prendersi il tempo necessario per verificare i danni (specie quelli che potenzialmente potrebbero ancora prodursi), su un allarme generale per le condizioni della galleria autostradale che dal 2010 necessiterebbe di controlli mai realmente predisposti, sugli inevitabili “disagi” per un traffico su gomma già al limite del congestionato.
Insomma, il Ticino, in particolare, soffre del rischio, ben concreto, di vedersi di fatto parzialmente isolato: molto più lungo e complicato risulta infatti raggiungere la Svizzera interna ( o da essa calare al Sud) sia su gomma che su rotaia, perché con questa situazione si è costretti nientemeno che a vere e proprie odissee fra le montagne, che si tratti di prendere la linea ferroviaria panoramica del Gottardo, oppure di avventurarsi lungo l’impervio percorso alternativo di un “accidentato” San Bernardino.
Si scopre, insomma, che quanto è stato realizzato in anni, decenni, per facilitare il transito Nord – Sud, con l’attraversamento fugace (tranne che in estate) del nostro famigerato triangolo delle Bermude prealpino, invecchia almeno quanto noi che ci abitiamo; come noi avrebbe bisogno di qualche attenzione in più a livello di prevenzione, e per noi diventa una “questione spinosa”, perlomeno fastidiosa.
Eppure, per paradosso, la natura delle cose e la loro deperibilità, ci stanno offrendo uno scenario che non è poi così dissimile da quanto, a parole, continua a rifilarci la retorica (specie elettoralistica) della nostra destra cantonale e federale, che ci vorrebbe autonomi, indipendenti da qualsiasi rapporto con un contesto “esterno”, fuori dall’Europa, fuori dall’Onu, fuori dal mondo, insomma, attaccati strenuamente alla nostra neutralità, quella che abbiamo nel DNA, che ci difende da ogni male, ogni stortura, ogni sofferenza, perché noi, se il mondo ci lasciasse in pace e non volesse ogni minuto mettere alla prova la nostra pazienza, noi, staremmo benissimo per conto nostro, da soli, senza fastidi, ma nei fasti – invece – di una condizione di benessere e privilegio che ci spetterebbe di diritto.
In questo senso, dunque, il paradosso consiste nel fatto che quel che pare un colossale accidente, è, in forma embrionale, quanto certa politica (ed il suo seguito) vorrebbe perseguire con strenua determinazione, a furia di rifiuti e dinieghi, in una sventagliata di “no” che sono del resto risuonati nel capannone di Pregassona ancora domenica scorsa, tra una luganiga ed un bicchiere di rosso, nella cerimonia di omaggio inginocchiato della nostra destra alla visita pastorale di San Cristoforo Blocher.
Se a livello federale il paperone zurighese ed i suoi fidati seguaci sono per l’esclusione del nostro paese da ogni prospettiva che indichi partecipazione attiva alle sorti e alle questioni politiche di fondo a livello europeo (non parliamo di visione “globale”, che quella conta solo, semmai, per fare affari e ricavarne benefici), a livello cantonale sono decenni che la Lega non perde occasione per avercela con Berna, e in generale con un paese, la Svizzera, che al Ticino rifila tasse e balzelli in maniera iniqua (dalle casse malati al servizio pubblico radiotelevisivo).
Così, il San Gottardo ammalato e ferito, in fondo, sta assecondando quel fronte politico, nel chiudere, ostacolare, impedire la comunicazione a Nord. Ancora un paio di colpi (una valanga sul passo, un cedimento di dolomia saccaroide nella canna rimanente ma boccheggiante) ed è fatta; poi a sud ci pensi il Bisbino (con colate di gin) o il Faloppia (esondando fra un posto di frontiera e l’altro) e saremmo a posto, finalmente solo fra noi, autentici campioni della politica dei piccoli Cassis, senza giornalisti inutili e rompiscatole, nelle mani amorevoli di chi pensa a noi per primi, di chi ci capisce e ci parla delle cose che ci concernono e ci preoccupano davvero, mica dei massimi sistemi e delle balle degli altri.
Il San Gottardo sta lavorando per loro, che piaccia o no. A noi di capire cosa fare.
Nell’immagine: maps.google.ti
Il facile jackpot di Putin alle elezioni amministrative
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Dal nostro corrispondente da Mosca
Ogni spettacolo che si rispetti ha bisogno di una prova generale dove il direttore d’orchestra possa dare gli ultimi ritocchi all’interpretazione, i tecnici possano perfezionare i dettagli di ciò che si muove dietro le quinte e il pubblico possa mostrare il livello di gradimento di ciò che va in scena.
Le elezioni amministrative tenutesi in Russia tra l’8 e il 10 settembre (con la possibilità di votare per tre giorni sia elettronicamente che nelle urne) sono state, di fatto, la prova generale del voto presidenziale del prossimo marzo, quando i russi saranno chiamati al plebiscito che eleggerà Vladimir Putin alla presidenza della Federazione Russa per la quinta volta.
In 19 delle 21 realtà amministrative dove si rieleggevano i governatori hanno vinto con larghe maggioranze assolute i candidati di “Russia Unita” (il partito di Putin). Le eccezioni sono state due: Valentin Konovalov in Khakassia e Andrej Kljchkov nella regione di Orel (entrambi comunisti e sostenitori della guerra in Ucraina) che sono riusciti a prevalere, ma solo perché si sono ritirati all’ultimo minuto, per malattia, i due candidati putiniani.
A Mosca il Sindaco in carica Sergej Sobjanin, un tecnocrate che ha saputo gestire con intelligenza le grandi risorse della capitale, ha ottenuto il 76,84% dei voti staccando nettamente il candidato dei comunisti Leonid Zyuganov (nipote del Segretario generale del partito Gennady Zjuganov). La partecipazione è stata solo del 42,5%, malgrado che la lotteria collegata al voto prevedesse oltre 500 mila premi (da buoni spesa di 10-20 euro fino alla possibilità di ricevere in regalo automobili cinesi nuove di zecca).
I tecnologi del Cremlino da oggi in poi si concentreranno per “progettare” il voto delle presidenziali della prossima primavera: l’obbiettivo è l’80% di partecipazione al voto con oltre l’80% di preferenza per Putin, ovvero un mandato entusiastico a proseguire la guerra in Ucraina fino alla vittoria,
“Se ipotizziamo che il Presidente presenterà ancora la sua candidatura, è ovvio che nessuno può fargli una vera concorrenza nella fase attuale”, ha dichiarato proprio ieri raggiante Dmitrij Peskov, il portavoce di Putin. “Putin gode del sostegno assoluto della popolazione e le elezioni amministrative hanno confermato l’assoluto consolidamento della società intorno alla leadership del Paese” ha sottolineato ancora Peskov.
Le cose non stanno proprio così, in realtà. Il voto a favore del regime è ancorar largamente indotto, ha bisogno di essere stimolato in mille modi e osservando la gente ai seggi non si ha la sensazione di una “partecipazione entusiastica a una festa della democrazia”.
La Commissione Elettorale Centrale già qualche mese fa aveva vietato ai russi che si trovano all’estero di votare. Il capo della Commissione, Ella Pamfilova, aveva definito il divieto “una risposta allo strangolamento dei diritti dei nostri cittadini” all’estero. “Purtroppo non siamo stati noi a metterci su questa strada. I Paesi Occidentali hanno cercato di strangolarci con vari tipi di sanzioni, hanno limitato il più possibile i diritti dei nostri cittadini”, aveva spiegato Pamfilova. Così chi ora è in esilio perché contrario all’aggressione in Ucraina non ha potuto esercitare il suo diritto al voto. Secondo un’inchiesta di The Economist tra 817.000 e 922.000 persone hanno lasciato la Russia dall’inizio della guerra in Ucraina. Il maggior numero di russi è partito per il Kazakistan e la Serbia (300 mila persone), 100.000 si sono trasferiti in Armenia, almeno 90.000 in Turchia, più di 70.000 in Israele e quasi 60.000 nei Paesi della UE. E questi numeri sono in costante aumento. Si tratta della più grande diaspora russa dell’ultimo secolo, ancora più importante di quella dei russi “bianchi” che lasciarono la loro terra all’indomani della Rivoluzione d’ottobre.
Qualche settimana prima del voto il leader dell’opposizione Aleksej Navalny, dal carcere in cui è rinchiuso dal 2020, aveva proposto ai suoi sostenitori – in un lungo documento – un appello a votare comunque in questa tornata elettorale. Secondo Navalny un voto a un qualsiasi candidato non di “Russia Unita” sarebbe stato un segnale di resistenza in una situazione in cui l’opposizione russa è demoralizzata e sparpagliata.
Si trattava, insomma, di riproporre la tattica del “voto utile” che aveva portato dei vantaggi ai bolscevichi nella loro lotta contro l’autocrazia zarista tra il 1908 e il 1912. Tuttavia molti dei suoi critici come Ilya Budraitskis, intellettuale moscovita socialista oggi in esilio negli Usa, pensano che “Navalny ha perso il contatto – stando in galera – con la realtà russa. Il regime ha imposto ormai un sistema proto-fascista in cui non esistono più residui spazi di democrazia”.
Sempre di più chi è contrario al regime si aggrappa alla speranza di una sconfitta militare dell’esercito russo che, come nella guerra russo-giapponese del 1904 e nei fronti della prima guerra mondiale, apra la strada a un rivolgimento interno.
La democrazia s’indebolisce dall’alto
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Di Ivan Krastev, Financial Times da Internazionale
“È più divertente essere un nazista”, ha dichiarato mio figlio, un quattordicenne amante della libertà che ha passato gran parte dell’estate a giocare con i suoi amici a Secret Hitler, un popolare gioco da tavolo uscito per la prima volta nel 2016. In Secret Hitler i concorrenti sono divisi in modo casuale in due squadre: i democratici, che rappresentano la maggioranza, e i nazisti (in inglese liberals e fascists).
All’inizio i nazisti scoprono reciprocamente la loro identità (solo Hitler non è a conoscenza di chi siano i suoi sostenitori), mentre i democratici non hanno idea di chi siano i democratici e chi i nazisti. La squadra nazista vince se fa approvare sei leggi o se fa diventare Hitler cancelliere; quella democratica si aggiudica la partita se riesce a far approvare cinque sue leggi o a uccidere Hitler. Al centro del gioco c’è un tema fondamentale: se i democratici imparassero a fidarsi l’uno dell’altro, avrebbero sempre i voti per vincere. Ma non è facile, perché i nazisti dicono qualunque cosa pur di essere scambiati per democratici e perché a volte un democratico non ha altra scelta se non quella di sostenere una legge fascista.
In Secret Hitler il destino della democrazia non è nelle mani degli elettori: dipende dalla capacità delle élite democratiche di fidarsi degli amici e smascherare i nemici. La questione che il gioco pone è lampante: vale lo stesso anche nella vita reale? In un libro pubblicato di recente, “Democracy erodes from the top” (Princeton University press 2023), il politologo statunitense Larry Bartels sostiene che l’idea diffusa secondo cui uno tsunami populista stia distruggendo le democrazie europee è sbagliata. Lo studioso dimostra che il sostegno pubblico alle politiche e alle idee di estrema destra non è cambiato molto negli ultimi vent’anni, e non ci sono prove che l’opinione pubblica si sia spostata a destra. La democrazia, sostiene Bartels, s’indebolisce dall’alto. Le politiche di coalizione sbagliate o i cambiamenti istituzionali sono il vero motivo per cui l’estrema destra sale al potere. La presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni sarebbe d’accordo con lui. L’impressionante maggioranza ottenuta dalla sua coalizione di destra alle elezioni dello scorso settembre non è stata la conseguenza di un radicale cambiamento nelle preferenze degli elettori, ma dell’incapacità dei leader della sinistra italiana di collaborare e fidarsi l’uno dell’altro. In Polonia è lo stesso. Alle elezioni del 15 ottobre potrebbero essere i partiti moderati a perdere invece che quelli estremisti a vincere.
Le persone possono tollerare un governo autoritario, ma non lo votano se possono scegliere. Le recenti consultazioni europee hanno dato ragione a Bartels: il partito di estrema destra dei Democratici svedesi non è riuscito a vincere le elezioni, e in Spagna Vox è andato molto peggio rispetto ai sondaggi. Nel mio paese d’origine, la Bulgaria, il partito nazionalista Rinascita probabilmente ha causato molte notti insonni ai democratici, ma i suoi risultati effettivi sono stati più modesti di quello che gli oppositori temevano.
Il politologo Bartels e i creatori di Secret Hitler concordano sul fatto che la più grande sfida per i partiti moderati non è quanto sia forte l’orientamento fascista della società, ma il grado di “confusione liberale” e la conseguente mancanza di buonsenso politico. Ma qui non lasciatevi confondere: fare le scelte giuste non è la stessa cosa che avere i giusti princìpi. Il gioco suggerisce anche che un nuovo Hitler potrebbe essere diverso da quello del passato. Mentre il personaggio storico era un feroce rivoluzionario, ubriaco di potere, il gioco da tavolo mostra che un nuovo dittatore potrebbe essere più disposto a sostenere le politiche democratiche (per ottenere i voti necessari a essere eletto cancelliere). Non sempre sappiamo chi potrebbe essere fascista prima che arrivi al potere.
Nei prossimi mesi l’Europa dovrà affrontare diverse elezioni importanti. Il 30 settembre gli slovacchi andranno alle urne e ci sono reali possibilità che la politica del paese prenda la stessa direzione illiberale dell’Ungheria sotto il primo ministro Viktor Orbán. A ottobre le consultazioni in Polonia potrebbero essere decisive per il futuro dell’Europa. Il partito al potere, Diritto e giustizia (Pis), considera un potenziale terzo mandato come l’occasione per “ingabbiare” il sistema: vuole stabilire il controllo sui tribunali, sui mezzi d’informazione e su altre istituzioni, così da mettere a tacere l’opposizione.
Quando ho chiesto a mio figlio perché è più divertente essere un nazista, non ha esitato: i nazisti fanno gioco di squadra, mentre i democratici sono i peggiori nemici di se stessi e sono paralizzati dalla diffidenza. Ha ragione: non è divertente ignorare chi sono i tuoi alleati, ma quello che c’insegna l’esempio ungherese è che se i democratici perdono a Secret Hitler, non gli resta nessun gioco da vincere.
Nell’immagine: la scatola del gioco. Ma non è solo un gioco
Il golpe di Pinochet, la tenacia di Guido Rivoir e l’aiuto del Ticino ai profughi cileni
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L’auto-terapia del dottor Cassis
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C’è una buona notizia. Il nostro ministro degli esteri sta molto meglio. Sostiene di sentirsi rigenerato da quando ha deciso di “non leggere più i giornali”. Precisando: “Non mi serve a niente, non mi danno nulla, ma proprio nulla”. Addirittura segnala che lasciare quotidiani e settimanali intonsi gli consente di “andare tre volte più forte”. Per la verità, negli ultimi mesi o settimane nessuno si è accorto di una sua personale e tonica accelerata nel trattamento dei pesanti dossier politici di sua competenza. Forse per questo ha deciso di farcelo sapere pubblicamente, quasi in trance agonistica, durante un comizio elettorale del suo partito, il Plr, a Sant’Antonino. Forse convinto che il Ticino sia più boccalone. Con inedito tono battagliero, Cassis non le ha mandate a dire, anche su altri argomenti. Per esempio nel denunciare la nefasta polarizzazione del dibattito politico in Svizzera, additando come principali colpevoli dell’attuale subbuglio socialisti e democentristi, accomunati nella medesima melassa, come se fossero fatti della stessa pasta, anche se partecipi del medesimo esecutivo.
La libertà di esprimersi anche dei politici su qualunque argomento non è in discussione. Ma qui siamo a una vistosa sgrammaticatura istituzionale. Generale e generalizzata. Com’è l’indistinto attacco ai giornalisti: tutti uguali e tutti incompetenti. Già è abbastanza inconsueto che un consigliere federale partecipi con tale veemenza a un dibattito pre-elettorale della propria formazione politica. Quando accettano l’invito, difendono soprattutto le scelte fatte collegialmente dal governo federale. Già fu più che inopportuno Ueli Maurer, che a un evento UDC indossò il camicione bianco dei Freiheitstrychler (quelli dei campanacci), molto critici delle misure anti-Covid decise dal governo di cui faceva parte. No, a Cassis non sarebbe mai arrivato a un gesto così sfacciato. Ma nei confronti della stampa ha optato per stile e linguaggio tipicamente populisti. Abbastanza inatteso da parte sua.
Precipitoso adattamento ai tempi e alla nefasta moda del chi, assai “trumpianamente”, la spara più grossa? O preciso calcolo politico? Una Cassis la sa: la categoria dei giornalisti non è molto più popolare (eufemismo) del ceto politico. Bombardarli e giudicarli “inutili” potrebbe addirittura suscitare simpatia. Un’“auto-terapia” (è pur sempre un medico) il ministro pensa di superare preoccupazioni personali: per i sondaggi che gli assegnano la maglia nera dell’impopolarità fra i colleghi di governo; e per una stampa (compreso il fuoco amico della liberale NZZ) che ne ha spesso criticato decisioni e soprattutto indecisioni.
Lasciamo perdere il fatto che anche i politici sono spesso ‘inascoltabili’, come segnala la crescente disaffezione popolare, ma non è certo il caso di usare nei loro confronti il metodo Cassis. Né è il caso di lanciarsi in un pippone sul ruolo della stampa, che certo può sbagliare, ma che ha il diritto-dovere di informare contribuendo al dibattito democratico. In piena (vera) indipendenza, e anche esponendosi alle critiche. Ma come ha ricordato Roberto Porta, presidente del sindacato ATG, proprio il Consiglio federale ribadì nel messaggio sulla sfortunata votazione per l’aiuto alla stampa che “in democrazia, media indipendenti e variati adempiono una funzione importante sul piano statale e politico”.
Non lo aveva sottoscritto anche il ministro in trance polemica?
Scritto per laRegione
11 Settembre 1973. Cile. Il fascismo prende il potere
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Risposte antropologiche alla crisi climatica
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Luglio 2023 è stato il mese più caldo di sempre. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato l’inizio, per la prima volta in sette anni, di El Niño, il fenomeno atmosferico di riscaldamento del Pacifico che influenza il clima globale. Le conseguenze si sono già fatte sentire in Perù dove le temperature del mare hanno raggiunto livelli record e le autorità hanno già varato misure straordinarie: il timore è che quando, ad ottobre, inizierà la stagione delle piogge queste possano essere più devastanti che mai. Nel frattempo, l’Europa è stata colpita da caldo record, incendi ed eventi metereologici estremi, come le alluvioni che hanno sconvolto la Slovenia o, in Svizzera, la tempesta che ha colpito La Chaux-de-Fonds. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha affermato di recente che la Terra è passata dal riscaldamento ad “un’era di ebollizione globale”. Se gli scienziati sono unanimi nell’attribuire agli esseri umani la causa di questo cambiamento climatico, un’altra questione sta animando la comunità scientifica. Climatologi, geologi, paleontologi, antropologi, ma anche filosofi, storici e sociologi, stanno dibattendo sul fatto che siamo entrati in una nuova epoca geologica: l’Antropocene. Per sapere di che cosa si tratta ne abbiamo discusso con Geremia Cometti, professore di antropologia all’Università di Strasburgo. Formatosi con il celebre antropologo della natura francese Philippe Descola, Cometti – originario di Corteglia, nel Mendrisiotto – ha focalizzato il suo campo di ricerca sulle conseguenze del cambiamento climatico sulle società umane e sulle relazioni che queste hanno con il loro ambiente.
Geremia Cometti, partiamo proprio da questo neologismo: Antropocene. Di che cosa si tratta?
Il concetto di Antropocene è stato proposto nel 2000 dal premio Nobel della chimica Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer. Con questo termine si è voluto definire una nuova epoca geologica nella quale gli esseri umani sono capaci di rivaleggiare con le forze della natura come le attività vulcaniche e ad incidere così sulla stratigrafia terrestre e sui cicli biogeochimici come quello dell’azoto dell’acqua, del carbonio e dell’ossigeno. Seppur non ancora formalmente riconosciuto come epoca geologica, il concetto di Antropocene è oggi sempre più utilizzato nella letteratura scientifica e ha suscitato numerosi dibattiti e ricerche in vari ambiti.
Quando è iniziato l’Antropocene?
I dibattiti scientifici più vivaci riguardano proprio la datazione precisa di questa nuova epoca geologica. Negli ultimi 11.700 anni, l’umanità ha vissuto nell’Olocene, un periodo geologico interglaciale caratterizzato da una certa stabilità del clima e delle temperature. In questo periodo vi è stato un lungo e continuo processo di antropizzazione degli ecosistemi, specifico per ogni collettività umana. Ma ciò non giustifica ancora l’avvento dell’Antropocene, la quale si distingue dagli altri processi di antropizzazione per le sue implicazioni su scala globale. L’avvento della Rivoluzione industriale nel corso del XIX secolo fornirebbe una data di inizio logica per questa nuova epoca, caratterizzata dall’uso esponenziale delle risorse minerarie e dei combustibili fossili. Tuttavia, alcuni ricercatori ritengono che l’Antropocene inizi simbolicamente il 16 agosto 1945, data del primo test di un’arma nucleare da parte dell’esercito statunitense. Per due ragioni: da una parte per sottolineare che le guerre hanno un impatto enorme sul clima e dall’altra perché questa data segna la tragica fine della Seconda guerra mondiale con l’uso delle bombe nucleari in Giappone e l’inizio della ricostruzione dell’Europa. Nel dopoguerra si è infatti entrati nella “grande accelerazione”: i famosi Trenta Gloriosi in cui le attività dell’Homo sapiens hanno cominciato a modificare la composizione dell’atmosfera, riscaldandola significativamente.
Lei ha studiato l’impatto del cambiamento climatico sulle comunità locali, in particolare sulla popolazione dei Q’eros, in Perù. In che modo la percezione del cambiamento climatico delle comunità indigene può rivelarsi valida nell’attuale dibattito sull’Antropocene e sul riscaldamento globale?
Innanzitutto, bisogna sottolineare che questo neologismo etimologicamente ha un problema: quello di considerare tutti gli esseri umani come responsabili. La realtà è ben diversa perché le società europee hanno chiaramente una responsabilità storica differente da quella delle popolazioni indigene. Detto questo, penso che sia molto importante integrare il punto di vista delle società direttamente interessate dal cambiamento climatico nella discussione sul nuovo concetto di Antropocene. Questi dibattiti sono spesso dominati da un approccio causale basato sulla dicotomia tra natura e cultura, tipica delle società occidentali. Per questo motivo, la maggior parte delle ricerche sull’argomento tende a concepire relazioni deterministiche tra gli esseri umani e il cambiamento climatico. Per noi occidentali il cambiamento climatico è chiaramente spiegabile dalle attività umane che, in particolare attraverso l’emissione di gas serra nell’atmosfera, causano il riscaldamento del clima con tutte le conseguenze del caso. Queste relazioni dicotomiche tra umani e non umani però non si conciliano con il modo in cui molte società non occidentali concepiscono il mondo.
Ci può fare un esempio?
Prendiamo il caso che conosco meglio: quello dei Q’eros, un gruppo indigeno che abita in alta quota sulle Ande peruviane presso cui ho passato diverso tempo. Oggi queste comunità sono agli avamposti della crisi climatica: lo scioglimento dei ghiacciai e i cambiamenti del ciclo dell’acqua stanno avendo un impatto significativo sulla loro produzione agricola, mettono in pericolo la salute e la vita dei loro animali. Se da un lato queste popolazioni percepiscono le variazioni atmosferiche e climatiche che corrispondono alle ricerche “scientifiche” sui cambiamenti climatici nella regione, la loro spiegazione è diversa. La maggior parte dei Q’eros interpreta infatti il cambiamento climatico come il risultato dell’abbandono di alcuni riti a favore delle loro divinità – gli Apu (spiriti delle montagne) e la Pachamama (Madre Terra). In questo caso, la dicotomia natura-cultura su cui si basano gli studi convenzionali sugli effetti del cambiamento climatico non rende conto del modo in cui i Q’eros rappresentano il cambiamento climatico.
Perché, quindi, è importante dare voce a queste concezioni cosmologiche diverse?
L’antropologia ci permette di capire che altri gruppi in tutto il mondo hanno concepito e stanno concependo altri modi di vivere che derivano da modi diversi d’interazione tra esseri umani e non umani. Ho usato volutamente anche il passato perché questo sguardo sulle altre società può essere sincronico (sulle società contemporanee) o diacronico (sulle società del passato). Per esempio, in Europa si osservano delle forme di agricoltura dette non convenzionali che si ispirano al passato. L’obiettivo non è quello di trasporre questi modelli (passati o presenti) alle nostre società contemporanee; piuttosto, è quello di comprenderli come fonti di ispirazione che ci permettono di immaginare nuove forme di interazione con i non umani, diverse da quelle che la modernità occidentale ha messo in atto a partire soprattutto dalla rivoluzione industriale.
Concretamente, cosa significa?
Viviamo in una società dominata dagli esseri umani e le nostre istituzioni sono molto antropocentriche. Ad esempio, il diritto internazionale, così come quello d’origine greco-romana, mette l’uomo davanti a tutto. Quello che per noi è una semplice risorsa naturale, de proteggere o da sfruttare, per altre società è un elemento che fa parte di un collettivo formato da esseri umani e non umani. Penso quindi che occorrerebbe riflettere su una concezione del diritto diversa. Non dico di dare dei diritti alla natura – che è un’entità astratta – ma magari a dei luoghi di vita particolari. In Nuova Zelanda, dopo una lotta durata oltre cent’anni, i Maori nel 2017 hanno ottenuto dal parlamento nazionale il riconoscimento giuridico di un fiume sacro, il Whanganui. In termini giuridici, i diritti degli esseri umani sono subordinati a quelli del fiume. È un esempio per dire che, forse, cambiando questa mentalità troppo antropocentrica possiamo trovare delle soluzioni innovative per far fronte al cambiamento climatico e per cercare di cambiare la relazione con tutti quegli elementi naturali che fanno parte del nostro quotidiano e che permettono la nostra stessa sopravvivenza.
È andato a studiare l’impatto dello scioglimento dei ghiacciai nelle lontane Ande, ma osserviamo lo stesso fenomeno nelle nostre Alpi. Vede delle similitudini?
Così come nelle Ande, i ghiacciai alpini si stanno fondendo ad un ritmo sostenuto. Le ricerche si concentrano molto sulla spiegazione scientifica dello scioglimento meno su come le società stanno vivendo questo cambiamento del paesaggio alpino. Nel mio prossimo progetto di ricerca voglio infatti analizzare come questo cambiamento stia modificando o meno la relazione con gli ecosistemi alpini. La scomparsa di un ghiacciaio è un’enorme perdita scientifica perché sono dei veri e propri archivi viventi del clima del nostro passato ma lo scioglimento dei ghiacciai implica anche un cambiamento nell’esperienza visiva, sonora ma anche affettiva per i residenti, per i glaciologi o per gli alpinisti. Per esempio negli ultimi anni sono stati organizzati in Svizzera alcuni funerali e processioni legati alla scomparsa dei ghiacciai alpini.
Geremia Cometti, un’ultima domanda: da antropologo, cosa ne pensa del fatto che anche in Occidente sempre più persone mettono in discussione – anche per i propri tornaconti politici – la versione scientifica del cambiamento climatico causato dall’uomo e l’urgenza di agire?
Le società tutte, anche la nostra, stanno vivendo un periodo molto particolare. È indubbio che la pandemia ha tolto molte certezze, anche nei confronti della scienza stessa. Se per quanto riguarda i vaccini posso capire che una parte della popolazione abbia sviluppato una visione critica della medicina, nel caso del cambiamento climatico mi è più difficile capire questa diffidenza. Ci sono molti interessi in gioco ma non abbiamo più tempo da perdere su questo dibattito. Ora bisogna concentrarsi sulle soluzioni e sulla nostra maniera di interagire con l’ambiente, e l’antropologia con il suo approccio comparativo può dare una mano in questo senso.
Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: il fiume Whanganui in Nuova Zelanda, per il quale la popolazione Māori nel 2017 è riuscita ad ottenere (primo caso al mondo) lo statuto di “essere vivente unico” che gli assegna gli stessi diritti di una personalità giuridica
Quelli che la sparano grossa e poi si scusano
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Spararla grossa e poi scusarsi è uno sport nazionale, ma non solo nazionale. È un continuo scusarsi per frasi pronunciate nel migliore dei casi senza pensarci troppo, nel peggiore pensandoci bene, per stupire o per scandalizzare o per avvertire o per insinuare. Poi, una volta scandalizzato, avvertito chi di dovere, insinuato ciò che si voleva insinuare, il gioco è fatto e a quel punto non costa nulla fare un passo indietro e, costernati, scusarsi.
Morgan si è scusato per la frase omofoba e per gli insulti rivolti al pubblico durante il concerto di Selinunte (anzi, ha annunciato che devolverà in beneficenza metà del suo cachet di X Factor). Del resto, anche un suo più illustre collega, Carlos Santana, si è scusato dopo aver pronunciato frasi offensive durante uno spettacolo a New York. Nel suo piccolo, anche al capogruppo del Pd di Corbetta è sfuggita una battuta razzista durante il Consiglio comunale e sorridendo (altra superficialità aggravante) si è scusato per la «scivolata stupida». Il presidente della provincia di Trento Fugatti si è infine scusato con la famiglia del runner ucciso dall’orsa dopo aver detto che si trattava di una morte «annunciata».
C’è chi va (lodevolmente?) in controtendenza. Come il sindaco di Terni, che rifiuta di pentirsi dopo la rissa di cui è stato protagonista, anzi è lui a pretendere le scuse. Su ben altro livello, di scuse si è parlato anche quando Giuliano Amato ha chiesto conto a Macron a proposito delle responsabilità francesi nella tragedia di Ustica. Ma come scrive Arthur C. Brooks su «Atlantic» (il lungo articolo è stato pubblicato online da «Internazionale»), scusarsi bene è un’arte che richiede forza interiore, capacità di ascolto e sensibilità psicologica.
Per riconoscere di aver sbagliato non basta dire: «Se per caso qualcuno si è sentito offeso, chiedo scusa». Soprattutto, potersi semmai scusare non è una scusa per sentirsi liberi di spararla grossa.
Articolo pubblicato dal Corriere della sera
L’altro 11 settembre – Il golpe fascista in Cile ricordato da Luis Sepúlveda
Rapporto della commissione indipendente d'inchiesta: 1.002 casi di abusi dall'inizio degli anni Cinquanta, "ma è solo la punta dell'iceberg"; distrutti documenti nella diocesi di Lugano; sei vescovi indagati, anche l' attuale amministratore apostolico in Ticino
Il 16 ottobre 1998 il generale Augusto Pinochet, su mandato della magistratura spagnola, venne arrestato nella clinica di Harley Street a Londra. Nell’ambito dell’inchiesta sul “Piano Condor”, i giudici iberici che ne chiesero la cattura accusavano l’ex dittatore cileno, in quel momento senatore a vita, di genocidio, tortura, terrorismo, nonché di essere responsabile della scomparsa di diversi oppositori che erano anche cittadini spagnoli. La notizia dell’arresto raggiunse lo scrittore cileno Luis Sepúlveda mentre si trova in Italia, e l’evento lo incoraggiò a scrivere una serie di riflessioni su quanto avvenuto nel suo paese. Sepúlveda, intellettuale militante della sinistra cilena, aveva fatto parte della guardia personale del presidente Salvador Allende, venne arrestato e torturato. Nel cinquantesimo anniversario del colpo di Stato fascista vi proponiamo alcuni passaggi del libro di Sepúlveda “Il generale e il giudice” (ed. Guanda), che scrisse dopo la cattura del dittatore, e che fra l’altro ripercorre varie fasi seguite al tragico golpe dell’11 settembre 1973, sostenuto dagli Stati Uniti, contro un governo democraticamente eletto. Lo scrittore segnala anche i suoi dubbi sulla possibilità che Pinochet avrebbe davvero pagato per i suoi crimini, mentre il Cile era ancora nelle mani di chi lo aveva sostenuto, e aveva varato una legge che in sostanza imponeva l’impunità per i responsabili della feroce dittatura. Due anni dopo l’arresto Il generale tornò infatti nel suo paese senza aver subito un processo.
Una sera di fine ottobre del 1973, il generale di brigata Washington Carrasco Fernandez visitò le camere di tortura del reggimento Tucapel, a Temuco. Io ero uno dei cinque uomini appesi per i polsi, come bestiame, che il generale ispezionò con occhio critico. Portava l’uniforme da campo e una pistola regolamentare alla cintura. Improvvisamente venne verso di noi, e dette a ciascuno una lieve spinta, che ci fece oscillare come pendoli. Poi chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Uno degli uomini appesi – giuro che fu un consigliere comunale di Carahue, che per pura coincidenza si chiamava Sepúlveda come me – gli rispose: “potrebbe avvicinarci il pavimento ai piedi?”. Quando poi nel 1982, il generale Washington Carraro Fernandez fu nominato dalla dittatura ministro della difesa, riconobbe che forse, chissà, durante i primi mesi dopo il golpe potevano essersi verificati alcuni eccessi, di cui però non esisteva prova. In altre parole, quei cinque uomini appesi, che contano solo tre sopravvissuti, non sono mai state vittime di torture pianificate fin nel dettaglio e perfettamente note a ogni comando, bensì protagonisti perdenti di qualche eccesso di zelo militare, di cui però non esistono prove.
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Non esiste essere più vile di quello capace di affermare che non è mai stato né con i vincitori né con i vinti, e che insiste a ripeterlo nella sua unica tribuna possibile, come buffone al banchetto dei vincitori. È a questo genere di individui che appartiene Enrique Lafourcade (ntr: scrittore e giornalista cileno). Alla fine del 1973, Lafourcade pubblicò una sfilza d’infamie intitolata “Salvador Allende”, un ibrido che mescolando vari generi tenta di “spiegare” chi era Salvador Allende, e cosa fu il governo di Unidad Popular. L’autore, che non si né mai schierato né con i vinti, ritrae il presidente martire come un ubriacone abituale che eccedeva anche coi sonniferi. Tutto ciò per sostenere che la responsabilità del fallimento istituzionale cileno va attribuita in parte anche a una patologia psichica di Allende. Lafourcade non fu mai vicino ad Allende. Il compagno presidente, la sua integrità politica e umana, non hanno certo bisogno di alcuna difesa, ma io che invece lo conobbi, perché mi onoro di aver fatto parte della sua scorta personale – i temibili, terribili, sanguinari, antropofagi GAP [la guardia personale del presidente Allende, ndr], secondo l’isteria pinochetista e il suddetto autore -, mi ribello contro la spazzatura che vuole insozzare il suo nome e la sua memoria. Allende aveva altri difetti, e voglio regalarli a Lafourcade. Gli piacevano le donne, tutte. Beveva ‘Chivas’ di dodici anni. Amava il gelato al cocco di Copelia. Detestava le poesie di Neruda mentre ammirava, per esempio, Leon Felipe. Diceva che il vino era rosso, e tutti gli altri imitazione. Collezionava cravatte italiane. Amava la buona pasta. Era uno splendido cavallerizzo. Aveva il culto dell’amicizia. Il suo pensiero politico fu sempre più vicino a Gramsci che a Marx. E la mia generazione – che ha dato molti autori dotati in quantità industriali – vide in lui, più che un leader, un compagno che la capiva. Non a caso la vittoria elettorale del 4 settembre 1970 la festeggiammo nella sede della Federacion de Estudiantes de Chile.
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Durante gli anni della dittatura, donne e uomini del Cile sofferente opposero resistenza alla tirannia, e furono massacrati. Non sapremo mai il numero esatto di militanti, di combattenti socialisti, comunisti, del Movimiento de Izquierda Revolucionaria o del Frente Patriotico Manuel Rodriguez, che caddero per la libertà.
I militari hanno poi riconosciuto che molti corpi non saranno mai rinvenuti perché li gettarono nella profondità del mare, di inaccessibili laghi sulla cordigliera, o dei grandi fiumi che scendono dalle Ande [si calcola che i “desaparecidos” cileni sono stati circa 4.000, ndr]. Non recupereremo mai la preziosa vita di quelle ragazze e di quei ragazzi che diedero tutto. E ogni volta che cadeva uno dei nostri, ogni volta che ritrovano sgozzato uno dei nostri, i rappresentanti dell’altro Cile, quelli che consigliano il tiranno e celebrano i suoi compleanni, festeggiavano, ballavano nelle loro strade pulite e sorvegliate, stappavano bottiglie di champagne e chiedevano nuovo sangue alla soldataglia. Pian piano, l’instaurarsi dell’egoismo, dell’avidità, della menzogna e del trucco politico, del tradimento dei princìpi e del compromesso morale, è riuscito a fare della disperazione una forma di vita, un modello di comportamento, il sinistro sinonimo che ha rimpiazzato la parola democrazia. Ma, e questa è una delle grandi materie che aspettano quanti, in futuro, si incaricheranno di scrivere la storia vera, malgrado il terrore e l’esilio, ci sono migliaia di cileni che tennero in vita la fiamma della legittima resistenza, del dovere di opporsi con tutti i mezzi, comprese le armi, alla tirannia.
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Nel settembre 1973, quando la destra cilena e il suo braccio esecutivo, le forze armate, abbatterono il governo costituzionale di Salvador Allende, la CIA, Henry Kissinger e Nixon si sentirono soddisfatti, perché gli ufficiali che avevano diretto il golpe fascista erano illustri ex-allievi della Escuela de las Americas, sul Canale di Panama, la scuola di assassini dove, tra i molti infami, vennero addestrati il generale guatemalteco Rios Mont, il celebre vigliacco delle Malvine, Astiz, e tanti altri che sfoggiano i loro diplomi “esperti in scienza della sicurezza nazionale” o di “ufficiali d’intelligence per la lotta al nemico interno”, tutti laureati nella grande università della violazione dei diritti umani…..Non è un segreto per nessuno che il cavallo di troia della Cia, di Nixon e di Kissinger nella destabilizzazione del governo Allende furono gli autotrasportatori. Scandalosamente al soldo degli Stati Uniti, paralizzarono il trasporto collettivo di persone e merci. I camionisti, diretti da un mafioso chiamato Leon Vilarin, riunirono migliaia di veicoli in alcuni terreni vicino alla Papelera Nacional, l’azienda monopolistica che si rifiutava di vendere carta alla stampa di sinistra, ma riforniva i fogliacci di destra, soprattutto ‘El Mercurio’, quotidiano che ostenta il singolare e turpe record di non essere mai uscito senza una menzogna sulle sue pagine in più di cent’anni.
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Il Cile, e soprattutto Santiago, si ritrovarono sull’orlo della paralisi, ma per fortuna esistevano uomini come Horacio Cepeda Marincovic che, insieme ai sindacati affiliati alla CUT, la Central Unica dei Trabajadores, e agli studenti degli istituti tecnici, pronti ad accorrere come volontari nelle officine meccaniche, raddoppiò il ritmo dei turni degli autobus e dei filobus, e il Cile continuò a lavorare. Ricordo alcuni giorni particolarmente violenti in cui mi toccò far parte dei picchetti di sorveglianza che affrontavano i fascisti per strada, i militanti di Patria y Libertad [che nel 1970 avevano eliminato il generale René Schneider, fedele alla costituzione e comandante in capo dell’esercito, ndr] cercavano di incendiare gli autobus seguendo gli ordini del führer creolo Pablo Rodriguez. Venticinque anni dopo, in uno slancio di ‘generosità’ degli assassini, l’esercito ha riconosciuto, al tavolo delle trattative aperto fra vittime e boia, che i resti di Horacio Cepeda Marincovic (ndr: arrestato dopo il golpe mentre era in clandestinità), si trovavano in un cimitero clandestino a Cuesta Barriga, un luogo sperduto lungo la strada che va da Santiago al Pacifico.
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L’opposizione vinse il plebiscito del 1988, e iniziò la curiosa “transizione” cilena, che ha poco o nulla in comune con la “transizione” spagnola. La destra e la dittatura promulgarono rapidamente le leggi di amnistia e le riforme costituzionali che assicuravano loro un’eterna maggioranza in parlamento e la designazione di Pinochet a senatore a vita, ma che soprattutto garantivano la permanenza di un modello economico basato e costruito sull’impunità. L’apparente contraddizione fra la destra, i militari e la Concertacion Democratica (composta in gran parte da democristiani, più socialisti convertiti al neoliberalismo) non era altro che una lotta fra diverse proposte per amministrare lo stesso modello economico. Non venne accolta, riconosciuta o rivendicata neppure una delle mozioni relative alle vittime che chiedevano giustizia. L’impunità dei criminali fu accettata come “il prezzo del benessere” e nel momento in cui qualche giudice audace osò almeno un possibile delitto, come ad esempio quando, nel 1993, si cercò di portare in tribunale un figlio di Pinochet sospettato di clamorosi reati di corruzione e di favoritismi miliardari. Così l’impunità si eresse a forma di convivenza al potere e l’amnistia si trasformò in ragione di Stato. Ogni corpo ritrovato è un caso chiuso, perché con il suo rinvenimento cade in prescrizione il delitto di sequestro, da cui Pinochet, Arellano, Morén, Espinoza, Contreras e altri generali si sono auto-amnistiati.
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Quelli di cui sentiamo la mancanza, la domenica, all’ora del tramonto, proponevano: “Ehi, ci facciamo un mare?, e poi, con il calice famigliare che emanava l’aroma dell’infuso migliore, di “erba intera” dicevano quelli di cui sentiamo la mancanza, si guardavano negli occhi con fiera tenerezza, con passione armata di futuro, con violento affetto, con passione armata di futuro, perché quelli di cui sentiamo la mancanza erano militanti. E se noi ne sentiamo la mancanza, non è un caso o un imbroglio del fato, né si deve ai disegni di un qualche dio offeso. Ne sentiamo la mancanza perché osavano proporre un’esistenza migliore di quella del gregge. Ne sentiamo la mancanza perché dicevano che il pane era di tutti o di nessuno. Ne sentiamo la mancanza perché Accendevano luci nell’oscurità, forti o deboli non importa, il loro bagliore continua a illuminarci. Ne sentiamo la mancanza perché nella penombra della camera si avvicinarono al letto dei figli, li accarezzarono, lasciarono sulle loro fronti la stessa di un bel sogno e, quando uscirono per compiere un’azione, lo fecero sapendo quante cose avevano da perdere, eppure agirono con la risolutezza di chi ha la ragione dalla sua parte. Quando li portarono via, quando iniziammo a sentirne la mancanza, i testimoni che non avevano visto nulla, mormorarono: “qualcosa avranno fatto, non per niente li portano via”. E avevano ragione, perché avevano fatto molto più di qualcosa: avevano sognato che si poteva vivere in piedi. Avevano sognato che il destino dell’uomo non poteva essere sempre un castigo. Avevano sognato che la felicità di tutti è possibile. Avevano sognato di creare una legge giusta, davanti alla quale saremmo stati tutti uguali. E avevano osato far diventare realtà i sogni, perché quelli di cui sentiamo la mancanza, senza tante storie né pavoneggiamenti, avevano raggiunto la dimensione superiore dell’essere umano, per questo ne sentiamo la mancanza: perché erano rivoluzionari.
Nell’immagine: Luis Sepúlveda