La libertà a 10.000 metri d’altitudine

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 


Per ricordare il 50mo anniversario del golpe in Cile, proponiamo qui un breve estratto del libro di ricordi “
11 racconti di un esilio periferico” di Miguel Angel Cienfuegos, recentemente pubblicato a Bellinzona dalle Edizioni Salvioni.

Un compagno in esilio in Ticino, che ricordo spesso, è “el Rucio Millán”. “Rucio” è un vocabolo molto noto, in Cile; è usato al posto di “rubio”, cioè biondo. Millán, invece, è il suo cognome.

El Rucio Millán, che più che biondo in realtà ai tempi era rosso di capelli, lo incontrai per la prima volta poche settimane dopo il colpo di Stato del ’73, nella sala d’attesa degli uffici del “Comité Pro Paz”, il Comitato Pro Pace a Santiago, la prima organizzazione nata in Cile per aiutare le vittime della dittatura. Vi si rivolgevano i famigliari dei detenuti, dei prigionieri scomparsi, nonché tutti coloro che volevano abbandonare il Paese perché in forte pericolo di essere arrestati. ”Rucio” ed io eravamo fra loro.

Mentre attendevamo nella sala d’attesa del Comitato, prima di essere chiamati da una delle suore che vi lavoravano, scambiai con “el Rucio Millán” solo pochi e furtivi sguardi, da lontano. Non ci parlammo. Era un modo per evitare complicazioni: meno sapevi sul conto delle persone che incontravi, meno informazioni avresti potuto o dovuto dare agli aguzzini nel caso in cui venissi arrestato. Fu “el Rucio” ad entrare per primo nell’ufficio della suora. Dopo un po’ uscì, e nuovamente i nostri sguardi, fugacemente, si incrociarono.

Venne dunque il mio turno per il colloquio. Mi fu comunicato che avrei potuto trovare, insieme a mia moglie e a mio figlio, rifugio in Svizzera. Grande e meravigliosa fu la sorpresa. Non sapevamo ancora nulla sull’azione che stava già portando avanti il Comitato Posti Liberi del Pastore Guido Rivoir in Svizzera, e in particolare in Ticino. Neppure, per ovvie ragioni di sicurezza, indagammo sul perché la destinazione fosse la Svizzera, o su chi organizzava questa operazione. Sapevamo solo quali erano i passi che dovevamo fare da lì in avanti. […]

Finalmente ci imbarcammo e tra i passeggeri che si incamminavano verso l’aereo intravvidi “el Rucio”. Ogni tanto qualcuno di noi si voltava per salutare chi, affacciato alla terrazza dell’edificio dell’aeroporto, lo aveva accompagnato. Alcuni saluti erano di gioia, forse, di lì a poco, quelle persone sarebbero tornate in Cile dopo un viaggio turistico. Per noi, che fuggivamo, erano invece commiati di tristezza. Osservandoli, capii che erano in molti nella stessa condizione mia e di “el Rucio”. Erano gesti disperati, quelli che indirizzavamo con le mani verso la terrazza, senza neppure distinguere bene chi faceva altrettanto nella nostra direzione. L’importante era salutare, urlando “ci rivedremo presto!”. Ma non sarebbe successo, perché il nostro ritorno al Paese, transitorio o definitivo, poté avvenire solo 17 anni dopo: tanto durò la dittatura.

All’interno del velivolo, alcune file dietro la mia, vidi “el Rucio” prendere posto. Anche allora ci scambiammo soltanto uno sguardo. Poi ci fu il decollo e fu bello guardare Santiago dall’alto: era la prima volta che avevo quel privilegio. L’aereo dapprima puntò verso nord, poi virò a est, verso la “Cordillera de los Andes”, la Cordigliera delle Ande. Era segno che presto avremmo lasciato lo spazio aereo cileno.

Poi, ad un tratto, ci fu un annuncio del comandante. Disse che guardando a sinistra avremmo già potuto vedere l’Aconcagua, la montagna argentina che è anche la più alta del Sudamerica. Pochi minuti dopo arrivò un secondo annuncio:”Abbiamo lasciato il territorio cileno e voliamo ora su quello argentino”.

Fu allora che sentii una mano posarsi sulla mia spalla. Guardai: era “el Rucio”. “Siamo liberi”, mi disse, e finalmente mi tese la mano per salutarmi. Mi alzai, gli strinsi la mano e pensai:”Sì, liberi, ma in alto nel cielo; quanto mi piacerebbe essere libro con i piedi per terra, nella mia patria, insieme alla mia famiglia, alla mia gente”. Poi, ripensandoci, giunsi alla conclusione che, anche se a 10.000 metri d’altitudine, quella era pur sempre libertà. Così, “el Rucio” ed io ci stringemmo in un lungo, commosso e indimenticabile abbraccio.

Nell’immagine: il Cerro Aconcagua visto dall’aereo

Segnaliamo l’incontro di lunedì 11 settembre a  Locarno


Un difficile e appassionante cammino di emancipazione partito dalle montagne dei Grigioni

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Tra i meriti riconosciuti dei principali editori ticinesi e del loro catalogo – nella fattispecie di Armando Dadò  vi è la costante attenzione a quanto pubblicato nelle altre Svizzere. In molte loro collane spiccano le traduzioni in italiano di autori e opere che hanno lasciato il segno oltre San Gottardo e in Romandia al momento dell’uscita in versione originale. Anche La pastora illegale. Vita di Greti Caprez-Roffler (1906-1994), pubblicato dal Limmat Verlag di Zurigo nel 2019, rientra in questo virtuoso disegno e nel ruolo di ponte che anche l’editoria può svolgere per rafforzare la coesione di un Paese quadrilingue, coesione basata più su vantaggi pratici e quotidiani che sulla piena condivisione di sensibilità, modi di vivere, valori. L’editore zurighese ha, dal canto suo, appena dato alle stampe le versioni tedesche di La campana di Marbach. Antonio Ligabue, romanzo dell’artista da giovane, di Renato Martinoni (Guanda, 2020) e di una raccolta di racconti di Pietro De Marchi.

La collana I Cristalli, Helvetia nobilis – che accoglie La pastora illegale, ben prefato da Daria Pezzoli-Olgiati e tradotto da Gabriella Soldini – è stata inaugurata nel 1998 per sottolineare il 150° dello Stato federale. Comprende opere di narrativa e di saggistica, mai tradotte o non più disponibili, di scrittori svizzeri di lingua tedesca, francese e romancia. “L’intendimento” spiega l’Editore Dadò “è che questi testi contribuiscano a una riflessione sull’identità elvetica e sul lungo cammino che ha portato al formarsi dello Stato attuale”.

Uno degli ambiti in cui questo cammino si è rivelato particolarmente lento e tortuoso è quello dell’emancipazione femminile, dell’affermarsi di una parità (uguaglianza nella diversità) non solo proclamata, ma vissuta e applicata. Pari opportunità, parità d’accesso ai ruoli, ai compiti, alle responsabilità e anche ai relativi compensi.

Quella narrata da Christina Caprez, sociologa, storica e giornalista, è, come indica il titolo, la vita di sua nonna Greti, teologa protestante e prima pastora donna nella storia della Chiesa riformata in Svizzera. Il racconto si basa sui ricordi dei figli della protagonista, sui suoi diari, sui veementi articoli di giornale da lei firmati a sostegno della parità, sugli scambi epistolari con la seconda figura centrale del libro, quella del suo compagno di vita Gian. Si conoscono a Zurigo nel 1926 e dagli ultimi mesi del 1929 vivono insieme a São Paulo: lui, ingegnere, lavora al Politecnico; lei lo segue e si prepara  ad affrontare gli esami finali in Teologia. Imparano il portoghese e si inseriscono nella società brasiliana senza difficoltà. Un anno più tardi, per la precisione il 13 settembre 1931, la Comunità protestante del villaggio di Furna, in Prettigovia, meno di 200 di abitanti, dove Greti (figlia d’arte di un pastore evangelico) trascorreva da bambina le vacanze estive, deve sostituire il proprio pastore deceduto: lassù, a 1’400 metri, l’elettricità non è ancora arrivata e manca anche un servizio autopostale per collegarla con Davos e il resto del mondo. In assenza di candidati maschi alla successione, i “rivoluzionari” montanari compiono un gesto che sconvolge la cronaca ed entrerà nella storia nominando Greti prima pastora di sesso femminile. La coppia, da poco rientrata in Svizzera, si separa fisicamente: lui va a vivere a Zurigo; lei, con il primo figlio e una tata, si trasferisce nel paesino di cui assume la guida spirituale. 

Ben presto, la scelta di chiamare una donna a quel ruolo solleva obiezioni e contrarietà: di fronte alla personalità della pastora, che affronta le incombenze del ruolo con il suo bimbo in braccio, non sfugge alle domande su sessualità e contraccezione e vive in casa parrocchiale senza marito, a Coira i vertici della Chiesa evangelica riformata decidono di confiscare i beni parrocchiali di Furna, grazie ai quali Greti viene pagata. L’eco della vicenda varca i confini giungendo fino in Germania, ma anche lì ancora nessuna donna era mai stata nominata pastora. Oltre ai suoi parrocchiani, anche il grande teologo protestante basilese Karl Barth si mostra solidale con Greti, ma il 24 aprile 1932 i Riformati grigionesi votano a stragrande maggioranza contro la possibilità di aprire anche alle donne il ruolo di pastora. Tra mille dubbi, Greti resiste per altri due anni in un ruolo considerato fuorilegge, ma poi si arrende. Vuole essere donna, moglie, madre e pastora, ma la lontananza dal marito e le quotidiane difficoltà la portano a dimettersi. Senonché, quasi contemporaneamente, influenzato e ammirato dalla solidità della vocazione di lei, Gian decide di abbandonare la sua professione di ingegnere e di intraprendere a sua volta lo studio della teologia. 

Non aggiungo altro, ma la storia vera della coppia prosegue per altre 400 pagine con nuove svolte, nuove occasioni, nuovi ruoli da affrontare, nuovi dubbi, questa volta insieme, con l’obiettivo di non rinunciare né alla famiglia né al desiderio, ormai condiviso anch’esso, di guidare spiritualmente una comunità. Trovare insomma, si direbbe oggi, la via per conciliare vita privata e professionale, o  meglio vocazionale.

Il tema, anzi i vari temi che La pastora illegale solleva sono attualissimi, anche se gli inizi della storia ci riportano indietro di quasi un secolo. In chiave femminile ritroviamo, da un lato, la ferrea volontà di scegliere la propria strada, pesantemente contrastata da istituzioni e individui poco disposti a cedere su princìpi o leggi che ai più aperti sembrano superati dai tempi. La figura di Greti esprime però anche la volontà, altrettanto ferrea, di potersi dedicare pienamente alla propria famiglia senza per questo dover rinunciare ad esercitare un’attività – anche finanziariamente riconosciuta – a vantaggio della società.

Solo dal 1956, solo in alcuni Cantoni svizzeri e solo se nubili, le donne possono assumere a pieno titolo il ruolo di pastora riformata. Prima dovevano limitarsi a quello di assistenti spirituali di un collega di sesso maschile. E solo nel 1963, quando aveva ormai 57 anni e oltre 30 dopo la pionieristica, rivoluzionaria scelta del piccolo Comune montano di Furna, Greti Caprez-Roffler verrà ordinata con tutti i crismi nel Grossmünster di Zurigo.

Il volume, che si distingue anche per alcune splendide fotografie dei luoghi e dei protagonisti  e per l’apparato bio-bibliografico, verrà presentato
domenica 1° ottobre alle ore 16.30 nell’Aula riformata di Poschiavo
martedì 24 ottobre alle ore 18 nella Biblioteca Cantonale di Coira.

Dal libro è stato tratto un documentario coprodotto da RTR e SRF. Inoltre Rete Due ha dedicato una puntata della rubrica “Il tempo dello Spirito” alla pastora grigionese.

Nell’immagine: Greti Caprez-Roffler


Amy Winehouse, la più abbagliante fra le meteore

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

In una tiepida giornata di luglio londinese, alla vigilia di quello che sarebbe stato il suo atteso concerto al Paléo Festival di Nyon, Amy Winehouse fa il suo ingresso nel leggendario e macabro “Club dei 27”; un club esclusivo nato tra il 1969 e il 1971, un lasso di tempo in cui ben quattro icone del rock passarono a miglior vita all’età di 27 anni: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e il “Re lucertola” Jim Morrison. Il Club nel corso del tempo ha purtroppo annoverato altre supernova, tra le quali Kurt Cobain, Jean-Michel Basquiat e appunto Amy Winehouse, che entrandoci conquistò l’immortalità. Quella edificata in una manciata di anni e con soli tre 3 album (l’ultimo pubblicato postumo), una voce e una personalità fuori dal comune che le hanno permesso di attraversare come un uragano il mondo della musica, della moda (aveva disegnato una collezione per il marchio Fred Perry, andata a ruba!), della cultura popolare. Niente male per uno scricciolo di donna (non raggiungeva il metro e sessanta), la cui vita a dir poco travagliata fu segnata da importanti problemi fisici e psicologici, che si manifestarono nelle dipendenze e con disordini alimentari. Una meteora, dunque, di quelle tra le più abbaglianti, di quelle che accecano per la potenza della propria luce e  sono destinate a segnare un’epoca, una generazione. 

Il “suo” soul, il suo timbro vocale davvero unico, quello di una voce nera contenuta in un’anima fragile, unitamente alla sua capacità interpretativa e alla riluttanza congenita di onorare regole imposte, marchiano indelebilmente una generazione di voci femminili; una rivoluzione che permise ad altre giovani autrici e interpreti di prenderla anche quale punto di riferimento. Del “nuovo soul”, del “blue eyes soul”: Adele, Duffy, Lady Gaga, oltre ad alcuni maschietti che ne fanno un punto di riferimento e non solo per le qualità e il talento artistico. Nata in una famiglia ebraica a Enfield, sobborgo londinese, il 14 settembre del 1983, Amy ha sempre respirato musica, sin dalla tenera età: l’amata nonna paterna Cynthia (il cui nome ha tatuato sul braccio) era cantante, i genitori – mamma farmacista e padre tassista – amavano il jazz. 

Queste sue inclinazioni non tardano a manifestarsi: a 10 anni fonda un gruppo rap amatoriale, poco dopo acquista una chitarra, a 16 anni entra nella National Youth Jazz Orchestra. Inizia pure a scrivere e comporre ampliando al contempo i suoi ascolti e innamorandosi del soul. Quello di Diana Ross e delle Supremes per intenderci. La sua indole ribelle, insofferente alle regole, si manifesta già in tenera età e le provoca problemi scolastici sia per lo scarso rendimento  sia per la volontà di infrangere regole comportamentali e di abbigliamento: sfoggia bigiotteria vistosa, piercing e trucco pesante – assolutamente vietati – e inizia a prender forma quell’inconfondibile pettinatura a nido d’ape che diverrà uno dei suoi iconici tratti distintivi. Ma ciò che più conta,  Amy scrive, compone, canta. È un bisogno vitale, inarrestabile e travolgente. Taumaturgico. 

E il suo canto è paragonabile a quello delle sirene. Che incanta, ipnotizza, spiazza, stordisce. Lo cogliamo già nell’album d’esordio “Frank”. Pubblicato nel 2003 contiene i prodromi di ciò che pochi anni dopo sarebbe stata, e come la sua personalità e talento artistico sarebbero deflagrati. Nel frattempo, la sua fragilità, le sue ombre, la fatica di vivere si amplificano. Si concede allora del tempo per curarsi, o tentare di farlo. Dai disordini alimentari all’uso di stupefacenti e alcool, unitamente alla sua fatica di vivere, sono davvero una brutta bestia. Anche le frequentazioni non sono certo tra le più indicate. Ci prova Amy, ci prova davvero a curarsi; forse non del tutto. La storia narra che alla richiesta di andare in riabilitazione, lei accettò per compiacere il suo entourage e che, giunta nel centro prescelto, disse che beveva perché innamorata e perché la sua relazione si era conclusa. 

E intanto pubblica l’album capolavoro “Back to Black”, una manciata di canzoni che la consegnano all’immortalità. Canzoni quasi autobiografiche, vere, delle lettere aperte in cui confessare e raccontarsi con le sue ombre e le sue fragilità e la volontà di bruciare fino alla fine. In “Rehab”, ad esempio, canta del suo rapporto con le dipendenze e del suo rifiuto a sottoporsi alla riabilitazione. In “You know I’m good” non fa certo mistero che non la preoccupa apparire una “persona sbagliata”, benché sincera e coerente. Oppure la title-track (Back to Black) il cui video termina con Amy che fa il funerale al proprio cuore. Sposa Blake Fielder-Civil, al quale era legata da tempo e che secondo molti è reo di averla condotta all’uso e abuso delle droghe pesanti. Ed è la classica relazione tossica. Non dura, anche se gli strascichi della separazione sono pesanti. Stop alle droghe ma torna in modo prorompente l’abuso di alcool. Le sue apparizioni pubbliche ci consegnano spesso una donna disordinata, confusa, alterata, imbarazzante. 

Alcol, antidepressivi, pastiglie divorandola accelerano l’appuntamento con “l’ineluttabile”,  che arriva nel luglio del 2011, quando il tour già programmato, ma annullato dopo alcune date, avrebbe dovuto portarla tanto a Nyon quanto in Piazza Grande a Locarno. E mi piace ricordare come e quanto questa anima fragile e straziata, che ha conosciuto gli abissi della depressione senza riuscire ad addomesticare i propri mostri, nel corso dell’intera sua vita si sia spesa, e tanto, per il prossimo: donando e sostenendo enti e associazioni che si occupavano delle dipendenze e della salute mentale soprattutto dei giovani. E spesso in forma privata, lontano dai clamori mediatici. Non a caso la famiglia Winehouse ha creato una fondazione che opera onorando Amy. Ed è un’altra, tangibile, eredità che ci ha lasciato una tra le più significative ed amate voci del nuovo millennio. 


Come non parlare di stupro in televisione

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Di Valentina Mira, Valigia Blu

Se si parla di giornalisti e stupro, la prima cosa da dire è che i giornalisti stuprano. FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, 2019: esce un rapporto che rileva che l’85% delle giornaliste aventi contratto (senza contare dunque le precarie, più ricattabili ancora) ha subito molestie da capi o da colleghi. Non solo il dato è fuori scala, anche in rapporto agli altri ambiti lavorativi (che contano il 50% di molestie), ma alla presentazione dello studio all’ordine dei giornalisti di Roma, in presenza del responsabile di uno sportello creato ad hoc, Stefano Romita, e di colleghe come Tiziana Ferrario, si menzionano tra le testimonianze anonime anche dei casi di stupri veri e propri avvenuti nelle redazioni. Ero presente, e in quel momento lavoravo per un giornale in cui i ricatti sessuali e la manipolazione erano all’ordine del giorno, anche nei confronti di persone con disabilità – che, tuttavia, hanno saputo difendersi meglio di altre, compresa me, fuor di stereotipo.

Questa introduzione per dire che, se i giornalisti sono i primi a molestare e stuprare, non possiamo sorprenderci per le modalità sessiste che vengono scelte di continuo per parlare di violenza di genere. Se i 7 denunciati per stupro di Palermo si riferivano a sé stessi come a dei “cani”, il first lady Andrea Giambruno parla di “lupi”: ne riprende le parole e le nobilita.

Dire che quella è una metafora da stupratori è un fatto. Dire che se una donna beve non può sorprendersi se viene violentata è un ragionamento violento. Come tante, anch’io in queste settimane ho provato del dolore fisico (Tlon ha parlato, non a torto, proprio di “corpo di dolore”) nel sentire come venivano raccontati svariati casi di violenza di genere. Con eminenti eccezioni, tra cui proprio Valigia Blu. Tante le cose che non vanno bene nella narrazione della vicenda di Palermo e di quella di Caivano, così differenti, così accumunate dalla voglia di capri espiatori. La mostrificazione dei protagonisti e del loro contesto, l’antimeridionalismo (una forma di razzismo, niente di nuovo dal modo di trattare gli omicidi di Pamela Mastropietro e Desirée Mariottini), l’idea che siano eccezioni. Il Bronx. I lupi.

La bonifica. La scelta di Giorgia Meloni di presentarsi a Caivano usando proprio questa parola d’ordine, “bonificheremo”, lei che è erede dell’MSI (Movimento Sociale Italiano), che a sua volta fu erede del PNF (Partito Nazionale Fascista), è un ammiccamento molto chiaro a una parte politica che vorrebbe poter fare saluti romani en plein air. Il problema? Li fa già, e se li chiami fascisti ti fa anche causa, vincendo. È successo all’editore Mattia Tombolini, di Momo edizioni, una casa editrice che chi ha avuto la fortuna di conoscere sa che perla rara sia nel sistema librario italiano: lo ha denunciato un sindaco che appartiene esattamente a quella parte politica, che i saluti romani li postava perfino sui social.

La scelta della parola “bonifica” da parte del Presidente Meloni non è solo un ammiccamento a ciò che non vogliono che si nomini, ma ha un altro leggerissimo problema: se Mussolini la usava per parlare di paludi, lei la usa per parlare di persone. Che la violenza di genere intersecata ad altri problemi (in termini di lavoro, di possibilità, di trovare forme di aggregazione che non siano la chiesa o le cose da cui si propone di salvarti, compreso PornHub) si affronti militarizzando a favor di telecamere i posti e non con cura e intelligenza, con dei piani a tutto tondo che nascono dalle esigenze dei cittadini, senza sovradeterminarli come fossero dei bambini cattivi da punire, è uno dei tanti danni che questo governo sta facendo.

È in questo contesto che ho deciso di dire di sì all’invito fattomi dalla trasmissione Filorosso su Rai3, con il tramite di un autore della stessa casa editrice con cui è uscito il mio primo libro, X. Carmine Gazzanni si sarebbe dovuto occupare di un servizio in cui intervistava chi con le persone uscite da situazioni di violenza lavora, e anche alcune di loro. Lo ha fatto, e conoscendo il suo tipo di giornalismo, l’ha fatto magistralmente. Il servizio non è mai andato in onda. Mentre veniva deciso che la voce delle donne vittime di violenza non era quella che interessava, come donna vittima di violenza intervistavano me. Il modo in cui è andata questa esperienza – che annovero nella top ten delle cose più spiacevoli che mi sono capitate nella vita – grida vendetta, per cui, invitata da Valigia Blu, di cui da sempre apprezzo puntualità e professionalità, ho pensato che fosse una buona occasione per parlare liberamente, senza tentativi di mettermi a tacere (di nuovo).

La condizione che avevo posto alla trasmissione, anche sentendo la mia agente letteraria, era di non essere presentata come una vittima ma come una scrittrice. Avevo inoltre informato – e visto che sono malfidata, ribadito direttamente alla conduttrice in sala trucco – che sono una collega. Anch’io lavoro nel giornalismo, peraltro proprio per un’emittente pubblica, come lei: nel mio caso si tratta della Radiotelevisione svizzera [qui una sua intervista a Zerocalcare per la RSI, ndr]. Oltre a scrivere per il Fatto Quotidiano, e averlo fatto per 14 anni su una quantità gigantesca di giornali (tra i più noti, Manifesto e Corriere della Sera). La famosa gavetta, che sembra evitabile a chi punta sull’assecondare giochi di potere, io l’ho fatta tutta. Mentre lavoravo mi laureavo in Giurisprudenza. Questa premessa per dire che io e Manuela Moreno siamo colleghe. Che sono una professionista che lavora nel suo stesso settore. Quindi le modalità con cui si è svolto qualcosa che avevamo concordato non sarebbe avvenuto (pornografia del dolore e rivittimizzazione, infantilizzazione) sono ancora più spiacevoli.

Ora vi racconto la Rai che prova a costringere, stavolta non riuscendoci, una professionista a entrare in uno stampino a forma di vittima. A che pro? Assurgere al suo ruolo nel teatrino presepico di una puntata interamente ambientata a Caivano, in cui ognuno doveva servire a legittimare le politiche di governo. C’erano varie attrici, vari giornalisti, Vittorio Sgarbi a piedi nudi, Elsa Fornero, il prete più famoso d’Italia, e una decina di liceali di Caivano (a differenza di Sgarbi, erano vestiti eleganti, peccato che li abbiano fatti sedere per terra, più funzionali a una coreografia non decisa da loro, che prevedeva anche che la conduttrice li raggiungesse a più riprese, maternalistica, sedendosi al loro fianco e strumentalizzandone le parole quando interpellati).

Prima del mio turno ha parlato Francesco, uno di loro. Ha detto cose giuste: si è rifiutato – con grande maturità – di rispondere alla domanda sulla sua “storia difficile” (in sostanza ha schivato la pornografia del dolore), e ha detto che tende a non fidarsi. Questo è diventato qualcosa che “lo rende unico” (parole della conduttrice): un ragazzo che dice di non fidarsi di nessuno, “unico”. Certo, la narrazione dell’eccezionalità. Sempre funzionale alla mostrificazione. Francesco faceva bene a fidarsi ancora meno. E anche io. Dopo di lui è arrivato il mio turno. La coreografia prevedeva che io fossi seduta su una panchina rossa, perché se dall’altra parte ci sono i lupi era importante sottolineare che questa – io – doveva essere Cappuccetto Rosso. Sono stata presentata come “Valentina”. Solo Valentina. Nessun cognome. Nessuna identità. X.

“Voglio introdurre Valentina” – pausa a effetto – “Valentina è una ragazza molto timida, quindi cercheremo di parlare insieme, ma datemi una mano anche a supportarla”. In un colpo ero diventata: Valentina (priva del cognome, una per rappresentarle tutte, una per rappresentare la vittima perfetta, lacrimevole e funzionale, speravano). Una ragazza (ho quasi 33 anni, qualche ruga, qualche capello bianco che copro tingendoli, sono una donna). Molto timida e bisognosa di supporto dal pubblico. E sì che timida lo sono, ma non pensavo potesse sostituire il mio cognome e la mia professione. Nemmeno pensavo di avere bisogno di supporto per parlare, visto che ho fatto un centinaio di presentazioni del mio libro nei contesti più disparati, non solo in Italia ma anche in Svizzera e in Germania.

La conduttrice continua: “Per la prima volta in esclusiva con noi racconta la sua storia”. Io non ho mai detto che avrei raccontato la mia storia. E non c’è alcuna esclusiva. Il libro è uscito due anni fa. La mia storia pubblicamente l’ho raccontata lì, quello era lo spazio che ritenevo degno della complessità che riguarda la violenza di genere, non un quarto d’ora in televisione. Quarto d’ora che si ridurrà della metà (8 minuti, per l’esattezza). La conduttrice vede poi il libro sulla panchina e ricorda magicamente che ho un cognome. Non dice comunque il titolo del libro. Dice tuttavia che “ci torneremo tra un attimo”. Spoiler: non lo farà mai. Non si parlerà di libri. È sangue che vogliono: il mio. Nel documento che mi ha mandato la persona della Rai che ha letto il libro in quella redazione per preparare le domande, ci sono persino dei suggerimenti per le risposte. Una di queste? Si legge: sangue.

Non gliene darò neanche una goccia.

Nella trasmissione si dimostrano più interessati a scoprire se scopo oppure no (“è stato difficile amare dopo?”) che a fare informazione. Come se fosse rilevante ai fini del racconto di più di 40mila stupri l’anno, solo qui in Italia. Ma non sono andata impreparata. Sapevo che avrebbero provato a rendermi Cappuccetto Rosso (l’aveva già fatto due anni fa, a Cartabianca, Bianca Berlinguer con Luce Scheggi, dal vivo persona straordinaria, la cui presenza è stata sprecata e vessata con domande rivittimizzanti, inutili, poste in modo aggressivo). Se proprio mi tocca fare Cappuccetto Rosso, mi ero detta sapendo, meglio fare come quella della storia di Roddy Doyle, che tira fuori il fucile e si difende da sé.

Insomma, per farla breve. L’intervista prevede domande come:

Qual è il ricordo più difficile di quella sera? (La sera dello stupro, chiaro).
Voglio sapere cosa è rimasto dentro di te a distanza di tempo: è una ferita ancora aperta?
È stato difficile amare dopo?

Visibili online sono anche i due tentativi di invadere perfino il mio spazio fisico. Vengo invitata a mostrare la mano dove ho un tatuaggio, e dalla mia faccia stavolta emerge tutto l’imbarazzo conto terzi del suo trattarmi come una bestia allo zoo. La telecamera indugia sulle mie mani – cosa che avevo, anche questa, posto come condizione di ciò che non doveva succedere, e l’avevo fatto proprio parlando del trattamento che era stato riservato a Luce Scheggi. Il fatto che io abbia frequentato per qualche tempo proprio la Scuola di giornalismo della Rai, quella di Perugia, prima di abbandonarla un anno prima, fa sì che io sia stata edotta su queste tecniche. Anche il pubblico dovrebbe esserlo, quindi ecco qui cosa insegnano: inquadrare le mani della “vittima”, della persona che sta raccontando una storia “toccante”, zoomare sul viso in caso di lacrima. Il problema è che io non stavo raccontando nessuna storia “toccante”. Stavo portando dati, statistiche, parlando di sentenze, di leggi. Ho rifiutato ogni domanda personale con gentilezza ferma. Avrei voluto poter parlare senza essere interrotta con aggressività ogni tre secondi, ma sono rimasta su quella strada, quella del fare informazione: lo vedi, nonna, Cappuccetto Rosso non si perde mica. Va a vedere che il lupo sei proprio tu, nonna. La vecchia Rai che prova a condurti dove non vuoi.

Verso la fine di questi pochi minuti a trattenere il fiato per dire più cose possibile, perché ogni parola che sfonda la barriera televisiva arriva a più gente e a quelle come me non è mai dato rompere il silenzio senza rischi, la conduttrice mette la sua mano sulla mia. La tolgo evitando moti di stizza troppo evidenti: ho scelto di essere elegante, oggi. Cerca un innecessario contatto fisico dopo che, alla fine di questa apnea, dico che “sono un po’ agitata in questo momento”. Quello che intendo – e dai messaggi ricevuti in privato, direi che il pubblico l’ha capito molto bene – è che mi rode il culo. Nessuno vorrebbe essere trattato così, e far pensare che è questo il modo in cui trattare una persona a cui, ieri o dieci anni fa, qualcuno ha fatto violenza, è il peggior disservizio che si possa dare alla collettività che, ahinoi, è obbligata anche a pagare per vedere una delle sue tante rappresentanti trattate in questo modo. Da una donna. Sembra che il marchio della Rai voluta da questa maggioranza sia regalarci un bel po’ di violenza, ma mascherandola con affettazione materna. Peccato che io una madre ce l’abbia già, e che anche lei sia disgustata dal trattamento riservato a sua figlia.

Invito tuttavia a guardare il video voi stessi, valutando ogni domanda per quella che è, ogni interruzione, il tono aggressivo, la rimozione del mio cognome e della mia professione, della mia identità, l’impreparazione della conduttrice che ho dovuto correggere un attimo dopo rispetto a un commento ignorante sui dati, l’uso invadente delle telecamere. Tacerò della trasmissione nel suo complesso, sperando che una volta cresciuti, o prima, i ragazzi strumentalizzati abbiano la fortuna di incrociare persone che non hanno nessuna intenzione di farli passare per “eroi” o per dei poveretti con una storia “unica”. Quando la conduttrice ha detto che magari Francesco, uno di loro, poteva aver ragione a non fidarsi degli adulti: quello è stato un raro attimo di verità. Se gli adulti osano trattare così altri adulti, dai minori dovrebbero essere solo tenuti a distanza.

Nell’immagine: Valentina Mira in un momento della trasmissione di Rai 3


Perché in Occidente Putin cerca alleati (molto) a destra

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Fino alla crisi in Bielorussia del 2020, l’approccio della politica estera russa era basato essenzialmente su due perni: 1) le relazioni politiche e diplomatiche con i rappresentanti ufficiali degli Stati 2) le relazioni con partiti politici e movimenti. Un approccio rigidamente realista e “westfaliano”. 

Il primo perno ha iniziato ad incrinandosi dopo l’indebolimento delle relazioni con l’Occidente. Attualmente non esiste alcun confronto diretto e ufficiale tra Russia e paesi occidentali, mentre le rispettive delegazioni diplomatiche si sono assottigliate al minimo. La Russia ha al contempo annunciato un’offensiva politica verso intere regioni del mondo (vedi l’Africa, e nell’immediato futuro l’America Latina) che prevede un approccio “anticolonialista”. Formalmente ovvio: la Russia, essendo debole dal punto di vista finanziario, è in grado di poter scambiare servizi di sicurezza locali (attraverso i servizi della Wagner) e la costruzione di infrastrutture. Ottenendo come ‘compenso’ materie prime per lo sviluppo delle sua tecnologia, e a beneficio delle casse statali: quindi uranio, litio e oro.

Per Vladimir Putin, l’idea del multipolarismo e del multilateralismo si associa del resto al tentativo dichiarato di mettere in discussione l’egemonia politica e finanziaria degli Stati Uniti. E in tale senso viene inteso a Mosca anche il progetto dei BRICS (i paesi in via di sviluppo, associazione informale a cui in un vicino futuro dovrebbero aggiungersi altre nazioni, fra cui Iran e Sud Africa).

Per quanto riguarda il secondo aspetto, i rapporti con i partiti politici è sempre stato demandato formalmente dal Cremlino alle relazioni stabilite dal partito del presidente “Russia Unita”, anche se si deve sottolineare che anche nella Russia post-sovietica i confini tra partito maggioritario e Stato sono sempre rimasti labili. Un ruolo di “ponte” e di “facilitatore” viene giocato, inoltre, dal Partito Comunista di Gennadij Zjuganov, che intrattiene rapporti diretti con diverse formazioni comuniste su scala internazionale.

In Europa, soprattutto nell’ultimo ventennio, Mosca ha steso una rete di rapporti privilegiati con le formazioni di orientamento populista e di estrema destra (Alternative für Deutschland, il movimento di Marine Le Pen, la Lega di Salvini, Vox in Spagna, eccetera). L’affinità ideologica sui cosiddetti valori “tradizionali”, insieme all’euroscetticismo, sono stati i cardini di questa strategia.  Ciò non sembrava però aver turbato i sonni di molte formazioni politiche che formalmente si autodefiniscono di “sinistra” (Cuba, Nicaragua, Venezuela), che da sempre hanno stretti rapporti con la Russia, inizialmente in nome di un “pragmatismo” che risale almeno al sostegno di Fidel Castro all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968.  

La guerra in Ucraina, per i suoi obbiettivi militari e strategici, ha radicalizzato i riferimenti teorici e politici dell’intero establishment russo. Prova ne sono alcuni articoli usciti per la rivista “Rossija v globalnoj politike” (“La Russia nella politica globale”), diretta da un think-tank direttamente legato al Cremlino. In un articolo a più firme intitolato significativamente “Valori conservatori come ponte tra Russia e Occidente” si tracciano i riferimenti ideologici dell’ “ideologia new-con” del Cremlino. Non si tratta semplicemente del rilancio dell’idea della Russia come “Terza Roma”, o dell’euroasiatismo, bensì di una vera a propria “ri-brandizzazione” in salsa russa delle idee dei neonazisti europei degli Anni Sessanta: in particolare quelle della “Jeune Europe” di Jean Thiriart e dell’“Impero Europa” di Leon Degrelle.

L’approccio “eurasiatisto” si concilia abbastanza bene con quello neo-isolazionista di Vadim Tsymburskij, che ha proposto l’idea dell’”Isola Russia”:  stando alla sua impostazione, le civiltà sono popoli, o gruppi di popoli, i cui Stati controllano un habitat sufficientemente separato nella disposizione geografica del mondo. Tsymburskij, già nei primi Anni Duemila, riteneva quindi che un’alleanza con l’Iran e la Cina fosse importante per la Russia, perché la rafforzerebbe nel confronto con i suoi rivali geopolitici, Stati Uniti ed Europa. 

A tutto questo va aggiunta la “pista bizantina” di Alexander Panarin, che teorizzava a l’inevitabilità di un duro confronto “tra civiltà e barbarie”. La “barbarie” può provenire dall’interno di una cultura estranea a quella russa, e pertanto, secondo la logica di Panarin, i “barbari” includono ovviamente e in particolare i “fondamentalisti liberali”.

Paradossalmente però tutte queste suggestioni si intrecciano nel prolifico laboratorio di Parigi, in quella nebulosa della “Nuova Destra” fondata da Alain De Benoist alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Uno dei principi metodologici della “Nuova Destra”, come noto, è il “gramscismo di destra”: esso rappresenta, essenzialmente, un’inversione dell’equazione marxista di Antonio Gramsci, e insiste sul valore della cultura, non “proletaria” però, ma “autenticamente europea”. Inoltre, Benoist e i suoi amici, considerano il socialismo e il liberalismo come miti falsi e obsoleti che devono essere sconfitti: un orizzonte anti-illuministico, che però non trovò mai spazio nel fascismo mussoliniano. 

È degno di nota il fatto che in un video intitolato Né a Lampedusa né a Bruxelles, essere europei  – pubblicato dall’Institut Iliade, un altro think tank della Nuova Destra – si sottolinea che le “Torri del Cremlino” rappresentano uno dei simboli della civiltà europea. 

Tuttavia questi comuni riferimenti e suggestioni ideologiche non hanno condotto a una posizione univoca sulla guerra in Ucraina dell’estrema destra (quella tradizionalmente liberal-conservatrice si è schierata senza molti dubbi con l’Ucraina) che sull’argomento si è invece profondamente divisa, così come è del resto successo alla sinistra. Si tratta di un ‘gap’ non è facilmente colmabile, che finisce col rendere contraddittoria la tattica putiniana. Anche perché l’Ucraina si candida all’interno dell’ Unione Europea, se e quando vi entrerà, a schierarsi con i settori più conservatori (Polonia e Stati baltici in primis) della stessa UE.

Comunque questa dinamica anti-occidentale e anti-illuministica, promossa ormai decisamente da Mosca, può diffondersi solo in un quadro di crisi storica dell’Europa, dove il richiamo ai valori dell’uguaglianza sociale è diventato sempre più formale, e dove il conseguente svuotamento della democrazia non è solo una percezione. 

È dentro questa crisi che il putinismo e l’ideologia della “Nuova Destra” possono fare proseliti. Per disinnescarli occorre non solo resistere all’espansionismo russo, ma rilanciare il progetto di un’Europa finalmente matura nel suo processo di integrazione: unita, democratica ed egualitaria. 

 Nell’immagine: Но я больше не доверяю итальянцам! (Però non mi fido più degli italiani!) 


La discesa di Blocher in Ticino

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 


Il gigante nazionale coi piedi di argilla ticinesi

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

di Jacopo Scarinci, laRegione

Per l’alleanza tra Lega e Udc la campagna elettorale in vista delle elezioni federali del 22 ottobre arriva al momento giusto. Quale occasione migliore, infatti, di mostrarsi compatti, uniti, con gli stessi obiettivi e parlando la stessa lingua quando, non più tardi della scorsa primavera, si è consumata una battaglia vera e propria tra attacchi democentristi a un seggio leghista in Consiglio di Stato, il ‘siamo alle pistolettate’ con cui Boris Bignasca espresse tutta la sua ‘simpatia’ verso i compagni di avventura e tanti, troppi mal di pancia interni da ambo le parti.

Nell’intervista concessa in esclusiva a ‘laRegione’ nell’edizione odierna, Christoph Blocher si mostra il politico navigato e scafato qual è. A precisa domanda sui rapporti con la Lega, la risposta è stata che sono alleati e che i veri avversari sono gli altri partiti. Banale finché si vuole, ma è così. Se si guarda solo l’aspetto delle elezioni federali, però. Dove su tutti i temi in campo – dall’immigrazione al clima, dalla neutralità ai rapporti con l’Unione europea – l’intesa è granitica. Il punto è un altro, ed è tutto ticinese: questa alleanza a volte è un gigante forte, per carità, ma con i piedi potenzialmente d’argilla. Argilla ticinese. La comunione d’intenti sotto la Cupola federale nasconde infatti situazioni che in Ticino, se i due partiti prima o poi non affronteranno, rischieranno di essere talmente ingestibili da non venir risolte con una pacca sulla spalla e un sorriso. La Lega è in calo costante, sia di consensi sia di deputati in Gran Consiglio, mentre l’Udc è in parabola ascendente ormai da tempo. Viene davvero da chiedersi fino a quando farà la portatrice d’acqua – e di consiglieri di Stato, Claudio Zali senza la lista unica con l’Udc difficilmente sarebbe stato riconfermato – e accetterà di essere socia di minoranza senza cercare, sul serio, se non il sorpasso un avvicinamento che, a oggi, parrebbe nelle sue possibilità.

Certo, la ricandidatura di Marco Chiesa al Consiglio degli Stati gode anche del sostegno della Lega. Sulla carta. Per questo è più che comprensibile come l’Udc ripeta spesso che la riconferma di Chiesa è tutto tranne che scontata e che andrà sostenuto fino all’ultimo voto. L’elettorato leghista, quello gagliardo e ‘delle origini’, quello senza giacca e cravatta insomma, avrà digerito l’attacco di Piero Marchesi al posto di Zali? Sarà sufficiente dire, ed è eufemisticamente incontestabile, che Chiesa continuerebbe le battaglie sull’asilo, l’immigrazione e la sovranità nazionale? Indipendentemente da come andranno in Ticino, le prossime elezioni federali confermeranno che l’Udc è il primo partito, per distacco, in Svizzera. In questa fase storica così delicata, sia a livello internazionale sia a livello nazionale – con i rincari dei premi di cassa malati e del prezzo dell’energia, e con un potere d’acquisto sempre più eroso – i democentristi dovrebbero fare un passo verso le loro responsabilità istituzionali, magari riallacciando i rapporti col fronte borghese, e smettere di usare dei modi che in alcune occasioni sono parsi eccessivamente muscolari. Adesso il vento è in poppa. Ma avere due seggi in governo e fare opposizione continua nella società, e a volte in parlamento, è pagante fino a un certo punto. Citofonare in via Monte Boglia.

Nell’immagine: il sorridente Christoph Blocher


Il “sovranismo culturale” di Pierfrancesco Favino

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Che peccato. Un anno fa avevo dedicato un post a Pierfrancesco Favino, lodandolo come attore e per la scelta dei suoi ruoli.

La mia stima per lui come professionista non cambia, eppure la sua recentissima uscita alla Mostra del Cinema di Venezia mi ha parecchio deluso. Ho letto varie versioni della notizia, consultando più fonti. A margine della presentazione di un suo nuovo film (“Adagio” di Stefano Sollima), Favino ha nuovamente attaccato il film di Ridley Scott “House Of Gucci”: “I Gucci avevano l’accento del New Jersey, non lo sapevate?”. E fin qui può non avere tutti i torti (nonostante non fosse la sede appropriata per comunicare certe opinioni. Ci torno dopo).

Ora si scaglia però contro “Ferrari” di Michael Mann con Adam Driver. Continua Pierfrancesco: “C’è un tema di appropriazione culturale, non si capisce perché affidano i ruoli ad attori stranieri lontani dai protagonisti reali delle storie, a cominciare dall’accento esotico. Se un cubano non può fare un messicano, perché un americano può fare un italiano? Solo da noi. Ferrari in altre epoche lo avrebbe fatto Vittorio Gassman, oggi invece lo fa Driver e nessuno dice nulla. Mi sembra un atteggiamento di disprezzo nei confronti del sistema italiano, se le leggi comuni sono queste allora partecipiamo anche noi”.

Qui il l’artista fa solo la figura del “rosicone”, danneggiando perfino la promozione del suo film. A mio parere non è professionale che un attore parli male di colleghi o di altri lungometraggi quando è lì per presentare il proprio lavoro. Stavolta ha dimostrato di essere provinciale e invidioso. Non è che Favino, che ha comunque già partecipato a produzioni statunitensi, volesse essere lui Enzo Ferrari in un progetto prestigioso?

I produttori sono liberi di affidare il ruolo a chi vogliono e, trattandosi di un film hollywoodiano, è ovvio che per questioni di mercato privilegino un attore americano in grado di vendere “Ferrari” in tutto il mondo. Dal momento che poi si tira in ballo l’appropriazione culturale, perché allora non ci pensano gli italiani a mettere in piedi opere che parlino del loro passato, di grandi figure che raccontino la storia del paese?

Non è un grande argomento in sé, è vero, è una inutile polemica da fine estate. Il problema è che le parole di Favino suonano quasi “sovraniste”; ciò che propone sembra una versione di “Prima i nostri” in ambito cinematografico, rivelando il cliché dell’italiota che finisce per fare la vittima e lamentarsi ancora del proprio mondo, in cui non funziona niente.

Quello che dice Favino limita la libertà che l’arte invece dovrebbe esprimere. Quando ha parlato forse non ricordava che Fellini, nel 1954, affidò ad Anthony Quinn il ruolo di Zampanò in “La strada”. Lo stesso Fellini anni dopo chiamò Donald Sutherland a fare “Il Casanova di Federico Fellini”. Favino magari non ricordava nemmeno che Luchino Visconti rese Burt Lancaster il Principe Salina, siciliano, ne “Il Gattopardo”, mentre Alain Delon interpretò il nipote Tancredi.
Bertolucci volle Robert de Niro e Gérard Depardieu per “Novecento”. “Il dottor Zivago”, notoriamente russo, fu interpretato da un attore egiziano, Omar Sharif. “Il Padrino” invece, siculo-newyorkese, era nientemeno che Marlon Brando, il quale non aveva alcuna origine italiana.

Potremmo continuare all’infinito. Vi sono motivi commerciali pure dietro a tali decisioni, ma la nazionalità degli interpreti non ha impedito alle opere citate di diventare capolavori del cinema.

C’è dell’altro che Favino pare avere scordato, cioè di aver impersonato Clay Regazzoni nel film “Rush” di Ron Howard (che rievocava la rivalità tra i piloti di Formula 1 Niki Lauda e James Hunt).
Regazzoni avrebbe dovuto interpretarlo, seguendo il suo ragionamento, uno svizzero, anzi un ticinese! Però nessuno di noi si è lamentato…

Su, Pierfrancesco, l’impulsività è una brutta cosa. Rimani concentrato sul mestiere e non perderti in sciocchezze.

Nell’immagine: Pierfrancesco Favino nei panni di Clay Regazzoni nel film “Rush” di Ron Howard (2013)


Il “conservatorismo modernizzato” che Putin vende all’Occidente

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La formazione dell’ideologia putinana si sviluppa su due assi fondamentali, e strettamente legati tra loro. Il primo è l’idea cardine del “Mondo Russo”, dell’impero benevolente, che ingloba e protegge diverse realtà nazionali, religiose ed etniche e dal cui epicentro moscovita si irradia su tutta quell’area che rappresenta il confine naturale, fisico della Rus’. La fase di massima espansione imperiale avvenne con l’URSS del secondo dopoguerra. 

Non solo l’Unione Sovietica si estendeva da tutta la Siberia fino al Caucaso, ma nell’Europa centro-orientale aveva posto sotto il proprio controllo i cosiddetti “buffer-states”, una serie di Stati-cuscinetto che andavano dalla Polonia alla Germania Orientale tra sé e i paesi Occidentali. Quelli definiti anche “satelliti” di Mosca. Negli ultimi 15 anni, il tentativo di ricostruire questa dimensione imperiale ha incontrato molti ostacoli geopolitici, cui si sono aggiunti i limiti dello sviluppo economico russo.

Esiste poi, come detto, un secondo asse: è quello dello scacchiere internazionale più vasto. Scacchiere imprescindibile perché per quanto Putin agiti il tema del “sovranismo” in chiave “antiglobalista”, la Russia non ha alcuna possibilità di estraniarsi dal mercato mondiale.

Vladislav Surkov, uno dei teorici dell’idea di “Mondo russo”, nel 2021 aveva così definito questo mondo: “È dove si parla e si pensa russo. Ma può essere pure un luogo dove magari non si parla e non si pensa in russo, ma in cui c’è un grande rispetto per la cultura russa. Molti vedono il modello russo di sviluppo nazionale come un’alternativa a quello che hanno in patria. Il “Mondo Russo” è anche in qualsiasi Paese che spera nella Russia, nella sua protezione, nel suo patrocinio, nel suo appoggio in caso di conflitti. Ci sono molti Paesi di questo tipo: sia in Africa che nel resto del mondo”. E non c’è dubbio, questa tesi non è campata in aria: si stanno infatti agglutinando su scala mondiale  correnti – molto diverse tra loro – “non-ostili alla Russia”; basti pensare ai riflessi dei recenti avvenimenti in Niger. 

Vladimir Putin, sempre secondo Surkov, avrebbe “creato un sistema politico made in Russia non solo adatto al futuro del Paese, ma che ha chiaramente un significativo potenziale di export; una domanda per questo sistema [il putinismo] o per suoi singoli aspetti esiste già, la sua esperienza è studiata e parzialmente adottata, è emulata sia da partiti di governo sia da partiti di opposizione in molti Paesi”.

Siamo quindi ben oltre l’idea tradizionale di colonialismo zarista, e lontani persino dall’“internazionalismo proletario” sovietico che si irradiava dall’Angola fino al Vietnam (nonostante Putin si rifaccia a suo modo ad entrambi). Ma non è più il sol d’avvenire ad essere proposto come orizzonte e collante per l’Europa, bensì un “bastione conservatore” da contrapporre, dice in sostanza Mosca, al dilagare del cosmopolitismo e del liberalismo.

In una lunga intervista al giornale «Rbk» del 13 giugno scorso, il vicepremier Andrej Belousov ha indicato “come” e con “quali obiettivi” la Russia si collocherebbe in Europa  in futuro. “Tra le direzioni con cui la Russia può presentarsi al mondo – ha sostenuto Belousov – c’è nel lungo periodo il tradizionalismo e il conservatorismo. Ma non è tutto. Deve essere un conservatorismo modernizzato. La Russia può diventare la custode dei valori tradizionali dell’Occidente. Mentre l’Occidente ha detto addio a questi suoi valori tradizionali ed è passato a qualcos’altro, che in realtà è anti-tradizionale nel quadro del post-modernismo. Conservando i valori tradizionali dell’Occidente, che in un certo senso sono i valori della civiltà cristiana occidentale, della civiltà europea, la Russia può diventare la custode di questi valori. Una storia un po’ paradossale. Ma è sbagliato dire che l’Occidente è nostro nemico. In Occidente ci sono élite e ampi strati sociali che sono legati proprio ai valori tradizionali. E potrebbe risultare che per loro la Russia possa essere una pagliuzza salvavita».

Chi ha sostenuto che il putinismo sia ideologicamente agnostico, pragmatico fino al midollo, da questo punto di vista cade in un equivoco. Come chi parla ostentatamente di “fascismo russo”, dimenticando che il fascismo nacque e si sviluppò come movimento di opposizione estremista con un forte radicamento nella piccola borghesia. Sono caratteri che mancano al putinismo. Lo stesso Enzo Traverso, forse uno dei più importanti filosofi della politica su scala mondiale, fa fatica a inserire il putinismo nella sua griglia del “post-fascismo”.

Più recentemente Andrei Kolesnikov su Foreign Affairs ha ripreso invece la più efficace analogia con lo stalinismo, il quale però si venne costituendo come vero e proprio Termidoro, come controrivoluzione interna. 

Il putinismo invece si forgia in un’ideologia in divenire che apertamente respinge le vecchie coordinate, se non riprendendo a piene mani lo slavofilismo. Ne parleremo in dettaglio nella seconda parte di questa analisi.

Nell’immagine: il sogno di Putin, la stella del Cremlino sulla Tour Eiffel


NFT, se li conosci li eviti

Il racconto della straziante esperienza dell’esilio dopo la fuga da Santiago del Cile, 50 anni fa – Di Miguel Angel Cienfuegos 

Di , Fstoppers

In questi giorni la città di Lugano, dopo le manifestazioni promozionali per Bitcoin, Ethereum e quant’altro, ha diritto ad un’altra cripto-ubriacatura collettiva sotto forma di una “NFT Fest”, alla quale naturalmente non fanno mancare la loro presenza e il loro patrocinio le autorità cittadine, sindaco in testa. NFT è un’altra di quelle parole con le quali volenti o nolenti bisogna fare i conti, ma è difficile spiegare in breve di cosa si tratti. Diciamo che sono dei certificati digitali che si possono vendere e comperare utilizzando le criptovalute. Fin qui tutto bene, ma cosa certificano?  Beh, tutto e niente. Soprattutto niente. Ma non è un problema: incuranti degli enormi costi ambientali e di possibili danni collaterali (umani e sociali) tutta una serie di personaggi (in parte radunati nella nostra bella “capitale delle criptovalute”) ha trovato il modo di speculare alla grande anche sul nulla. Certo, c’è chi ci guadagna (molto) e chi ci perde (molto). Ma a chi importano gli sfigati (clima compreso)?

I problemi posti dal mercato degli NFT sono stati ben riassunti dal fotografo Andy Day, che si riferisce in particolare agli aspetti collegati al mercato dell’arte, uno dei primi terreni di caccia degli speculatori digitali. 

Impatto ambientale

La creazione e lo scambio degli NFT (così come quello delle criptovalute) sono attività altamente energivore. Per difendersi i loro fautori sostengono che “anche i frigoriferi consumano energia”, ma – a parte la netta sproporzione – dimenticano che anche le tecnologie tradizionali sono sottoposte a pressioni affinché diventino più verdi, e questo non è certo un buon motivo per aggiungere altre fonti di consumo. Le criptotecnologie inoltre sono presentate dai loro sostenitori come una trovata rivoluzionaria che ci libererà dalla corruzione e dai vincoli dei sistemi finanziari centralizzati, dandoci la libertà che ci dicono di desiderare. Dato il suo potenziale “rivoluzionario” l’estrazione di bitcoin dovrebbe richiedere di piantare alberi, non di alimentare centinaia di migliaia di computer affamati di elettricità.

Questa non è una rivoluzione. È come inventare un’auto volante che costa meno di mille dollari ma funziona con orsi polari appena nati, o creare un nuovo farmaco che raddoppierà la durata della vita, ma richiede di recarsi in ciò che resta della foresta pluviale di Sumatra e massacrare 50 oranghi solo per iniziare.

Un certo cambiamento nei consumi sta forse avvenendo, ma molto lentamente, e a volte ci si chiede se per finire stia avvenendo davvero. Ethereum [la criptovaluta “luganese” particolarmente utilizzata per gli NFT, ndr] sarebbe “a pochi mesi” dal passaggio dalla cosiddetta “proof-of-work”, affamata di energia, alla “proof-of-stake”, molto più ecologica, ma è bene ricordare che Ethereum è “a pochi mesi” da questo passaggio da più di sette anni. Anche la piattaforma NFT Nifty Gateway si era impegnata a diventare neutrale dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica entro la fine del 2021, ma non risulta che questa promessa sia stata mantenuta.

Nel difendere l’uso di energia della loro piattaforma i proprietari di Nifty Gateway ripetono la classica lamentela: le tecnologie e i sistemi esistenti non sono criticati così severamente. Questo infinito benaltrismo ci riporta a quanto detto prima: se è nuovo, dovrebbe essere migliore, non altrettanto dannoso – se non 10 volte peggiore – di quello che già esiste. Non basta dire “eh, e allora l’aria condizionata?”.

Il sogno di ogni commerciante: vendere il nulla

Mi spiace dirvelo: gli NFT non vi danno necessariamente la proprietà dell’oggetto digitale che state acquistando. Un NFT è un oggetto autoreferenziale fatto di semplici bit che dichiara che voi possedete l’oggetto che dite di possedere. Se gli NFT potessero contenere un’opera d’arte vera e propria gli artisti disporrebbero di un sistema utile per certificare digitalmente l’origine e la proprietà intellettuale delle loro creazioni. Invece, secondo l’opinione di molti artisti, è solo “un nuovo metodo per sfruttare i professionisti della creatività”.

Nella stragrande maggioranza dei casi un NFT non contiene effettivamente un’opera d’arte digitale, né dà diritto a nessuna forma di effettiva proprietà. È unicamente l’equivalente di… una figurina da collezione. Quello che si compera (o si rivende) è un semplice link.

Gli NFT creano artificialmente la scarsità in un mondo, quello digitale, in cui tutto è abbondante e illimitato. E dove c’è scarsità c’è profitto. Una semplice, insignificante immagine jpeg – ad esempio – acquista valore, invece di essere infinitamente priva di valore. E tu sei stupido se non cerchi di approfittarne. Non è questo il modo in cui gli NFT avrebbero dovuto funzionare. Il fatto che siano stati fatti funzionare in questo modo è un’ulteriore prova delle enormi speculazioni in atto.

Etica scadente

Non sorprende che gli individui e le istituzioni che ignorano volontariamente l’impatto ambientale degli NFT abbiano anche tendenza a prendere decisioni aberranti in materia di etica.

Il British Journal of Photography – una delle più antiche istituzioni fotografiche del mondo – ha venduto il suo account Twitter con più di un quarto di milione di follower a un commerciante di NFT, distruggendo la propria reputazione in una notte. La corsa al denaro è un triste atto d’accusa sia per il mondo dell’arte tradizionale, sia per il pasticcio che sta cercando di sostituirlo.

Peggio ancora è l’esempio dell’Associated Press, la cui incursione nel mondo degli NFT l’ha portata a pensare che fosse appropriato vendere l’NFT abbinato ad un video che mostra un gommone pieno di migranti al largo della Libia. Il titolo di uno degli articoli diceva: “Approfittando della sofferenza”. Non sorprende che l’AP abbia rapidamente ritirato la vendita. L’iniziativa NFT dell’AP viene presentata come un mercato in cui gli appassionati possono “acquistare il pluripremiato fotogiornalismo contemporaneo e storico dell’agenzia di stampa”. La vendita di fotografie di soggetti come la guerra, la carestia, i disastri naturali e i rifugiati è discutibile e nel mondo dell’arte è tutt’altro che una novità. L’immagine è stata a lungo una merce da comprare e vendere, ma le NFT annunciano un nuovo livello di ipercapitalismo altamente distillato che aggiunge uno strato di mercificazione e speculazione alla sofferenza delle persone. Una cosa mai sperimentata prima. Abbinare un’immagine ad un NFT riduce quell’immagine al suo potenziale finanziario, strappandola ulteriormente dal suo contesto di artefatto culturale socialmente impegnato.

Il mondo dell’arte tradizionale fa lo stesso? Senza dubbio, ma su questa scala? E trasforma tutto in un lotto messo in vendita in un’asta costruita su un sistema basato sulla paura di mancare un’occasione di guadagno molto simile al meccanismo delle catene di Sant’Antonio? Uno dei principali laboratori di stampe londinesi sostiene che il 94% delle stampe viene venduto perché la gente vuole qualcosa di bello da appendere al muro, e quindi non entra mai in un mercato speculativo; al contrario, senza eccezioni, un NFT è uno strumento quasi unicamente finanziario nel momento stesso in cui nasce.

La comunità NFT si comporta come una setta

Tutti abbiamo ogni giorno sensazioni di paura, di incertezza o di dubbio. Il valore delle criptovalute si basa invece sulla convinzione che esse abbiano una forza tale da non lasciare spazio ad altro che alla positività. Questa positività, fatta di pacche sulle spalle, congratulazioni e saluti entusiasti, è incessante e crea dipendenza.

Il saluto “GM” (apparentemente solo l’abbreviazione di “good morning”) utilizzato dagli adepti è un modo rituale per sentirsi parte di una comunità, creando una mentalità “noi siamo diversi da loro, siamo noi quelli che stanno creando un nuovo mattino”. Farne parte significa andare verso la realizzazione del proprio potenziale, grazie alla propria conoscenza privilegiata della tecnologia e al proprio impegno per la causa. I non credenti vengono trattati con sorrisi accondiscendenti e commenti del tipo “rimani curioso” e “siamo qui per accoglierti non appena sarai pronto”. L’attrattiva è ovvia: chi non vuole sentire un flusso quotidiano di complimenti per il proprio lavoro, per quanto terribile possa essere?

Queste comunità parasociali – guidate dall’individualismo e dalla speculazione e avvolte dal caldo e tenero bagliore della creatività – sono resistenti alle critiche, riluttanti a contemplare la possibilità che il loro mercato sia costruito su fondamenta di sabbia e su una nozione immaginaria di valore che alla fine dovrà essere più che ridimensionata. Questo è il Web 3.0 e, a differenza del Web 2.0, le connessioni sociali non sono guidate dal desiderio di essere sociali, ma dal desiderio di vendere.

Cercare di convincere la comunità NFT che la criptovaluta non è un’utopia positiva è un compito impossibile, poiché la sua cultura spesso non lascia spazio alla discussione sugli innumerevoli problemi della criptovaluta. Un sostenitore ha spiegato la sua decisione deliberata di ignorare la miriade di difetti degli NFT in questo modo: “da 10 anni a questa parte non sono mai stato più felice, grazie agli NFT. Me li terrò ben stretti”.

Il medium è il messaggio

Sotto questa patina di incessante ottimismo si nasconde un sistema in cui dilagano i furti e i riciclaggi, e in cui la quantità di violazioni del copyright è monumentale: fino all’80% di tutti gli NFT coniati su alcune piattaforme. Tutto questo è ben documentato, così come le innumerevoli altre attività criminali ed eticamente deplorevoli che hanno luogo ogni giorno. I difensori degli NFT sostengono che si tratta di cattivi soggetti che approfittano del sistema, dimenticando che questo sistema è stato progettato proprio per essere sfruttato.

Tempo fa l’esperto di nuove tecnologie Ed Zitron ha scritto un eccellente articolo che ha colto perfettamente molte  preoccupazioni e frustrazioni sull’uso degli NFT. Senza dubbio, spiega, ci sono storie di successo di artisti che hanno guadagnato seriamente con la loro arte per la prima volta grazie al mercato delle NFT, e c’è una lunga lista di aspetti positivi. Tuttavia, scrive, “questi sono drammaticamente superati dai danni e dai rischi che queste tecnologie causano”.

Si tratta di un sistema costruito appositamente per sfruttare il prossimo, finanziato e controllato per definizione da persone estremamente ricche, che non prevede protezioni o strumenti per aiutare coloro che ne vengono danneggiati.

Negli anni ’60 Marshall McLuhan coniò una frase che ci ha aiutato a capire come funziona la comunicazione moderna: “Il medium è il messaggio”. La piattaforma attraverso la quale comunichiamo ha la stessa importanza – se non di più – del messaggio stesso, dando così forma a ciò che viene comunicato. Se il mezzo è una speculazione, una catena di Sant’Antonio (e lo è davvero), una sorta di religione, una frode dilagante, una manipolazione del mercato e un furto di opere di artisti su vasta scala, qual è il messaggio?

In questo mondo molte cose, arte compresa, si riducono a transazioni, strumenti di speculazione finanziaria basati sulla smania di guadagno. Gli NFT esistono solo per convincervi a convertire i vostri sudati dollari in una moneta magica che ha bisogno di tutti i babbei che riesce a trovare per poter crescere.

Articolo tradotto e adattato dalla redazione
A chi desiderasse approfondire l’argomento consigliamo il documentario “Line Goes Up – The Problem With NFTs” del regista Dan Olson, disponibile (in inglese) su YouTube
Nell’immagine: alcune delle vignette digitali della serie “Bored Ape Yacht Club”. Numerosi NFT collegati a queste immagini (di gusto quantomeno discutibile) sono stati venduti all’asta per importi da capogiro, fino all’equivalente di 3’408’000 dollari per un solo esemplare. Oggi il loro valore sul mercato degli NFT non supera le poche decine di migliaia di dollari.