Se in scena entra anche l’Isis

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

“Strage dell’Isis”. Prima ad affermarlo, la magistratura iraniana. Non proprio affidabilissima. Poi, con sorprendente ritardo, un messaggio di rivendicazione dello stesso Stato islamico, cioè di quello che ne rimane, piccole formazioni jihadiste ancora operative fra il Tigri e l’Eufrate. Strana procedura per un gruppo terroristico che solitamente si attribuisce subito gli attentati più spettacolari, e a volte anche quelli non suoi. Escludere che sia una firma autentica naturalmente non si può, anche se nel caos vicino-orientale certe auto-attribuzioni sono scritte con l’inchiostro “simpatico”, cioè invisibile. E chissà che non sia così anche per la strage dell’altro ieri al mausoleo iraniano di Kerman, dove due ordigni, forse due kamikaze, hanno falciato la folla (quasi un centinaio di morti) che celebrava il quarto anniversario della morte di Qassem Soleimani, generale eroe dei pasdaran, ucciso da un drone americano che così eliminò l’ artefice dell’impalcatura regionale in gran parte di marca sciita necessaria alla teocratica dittatura post-khomeinista per consolidare la propria influenza (armata e no) nella regione: dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen, fino a Gaza. Con triplice funzione: reggere lo scontro con l’Arabia Saudita, potente concorrente dell’Islam maggioritario e sunnita; impedire che lo stesso regno wahabita entri nel processo di pace fra i principati arabi del Golfo e Israele (gli “Accordi di Abramo”); e predisporsi nella prospettiva concreta di un possibile conflitto anche militare con “l’entità sionista”. Già questo elenco ci segnala quanto numerosi siano i nemici esterni degli ayatollah, che per questo si sono allineati a Russia e Cina, indispensabili per alleggerire, attraverso anche importanti scambi commerciali (Pechino acquista da Teheran una quantità di petrolio iraniano a prezzi stracciati) la pesante fattura delle sanzioni economiche occidentali.

I successori dell’ayatollah Khomeini hanno comunque altri rivali, interni questi. Che si trovano nelle minoranze etniche del paese, e che potrebbero essersi radicalizzati. Schegge impazzite delle comunità curda, turcomanna, baluci, anch’esse vittime della repressione nel magma delle proteste che si sono sviluppate e agganciate alla contestazione del movimento delle donne. Ipotesi, questa, in realtà relativamente fragile: passare alla violenza e addirittura alla lotta armata fornirebbe all’alto clero della Repubblica islamica uno strumento insperato per compattare la maggioranza della popolazione, ostile a movimenti autonomisti già accusati di agire contro l’unità della nazione. Restiamo dunque all’ipotesi dell’Isis, che una motivazione immediata l’avrebbe nel fatto che proprio il generale Soleimani era stato, con l’invio di migliaia di Pasdaran a sostegno del siriano Assad, uno dei principali artefici della sconfitta dell’auto-proclamato neo califfo Al Baghdadi. Il che toglie agli ayatollah la preoccupazione di accusare direttamente Israele della mattanza di Kerman; tanto più che nel bollettino di rivendicazione i sunniti dell’Isis associano nella condanna anche i palestinesi fiancheggiatori dell’Iran sciita. Dunque Hamas. Ulteriore complicazione del quadro regionale.

Sta di fatto che le micidiali esplosioni di Kerman sembrano comunque corrispondere ai calcoli di chi opera per l’allargamento della guerra di Gaza. E lo stesso risultato potrebbero avere gli omicidi “mirati” di marca israeliana contro i responsabili del 7 ottobre. Il Mossad non è uno specialista. Il problema è che non una di queste numerose uccisioni selettive ha mai disinnescato la miccia. Problema di vuoto politico, esclusivo uso della forza, negazione israeliana dei diritti palestinesi, ambiguità di Netanyahu. Rosario di una soluzione impossibile. Perché irresponsabilmente né cercata né voluta.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: automobili colpite dall’attentato


Gaza e i palestinesi condannati all’esilio

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Mentre il bilancio delle vittime della guerra supera le 22 mila persone, gli esponenti politici israeliani diventano sempre più espliciti nell’obiettivo di trasferire il maggior numero di abitanti di Gaza al di là dei confini della Striscia. Le dichiarazioni, sempre più numerose e sempre più trasparenti, stanno suscitando gli allarmi delle organizzazioni umanitarie e degli alleati di Tel Aviv, soprattutto gli Stati Uniti. Allarmi che però, continuano a cadere nel vuoto. 

Domenica scorsa, il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, al vertice del partito ultranazionalista Sionismo religioso, riferendosi a Gaza, ha parlato di un ghetto in cui è necessario incoraggiare l’emigrazione. «Per evitare che Gaza resti un focolaio in cui due milioni di persone crescano nell’odio aspirando a distruggere Israele» Smotrich suggerisce che almeno il 90% della popolazione debba andarsene. 

«Se a Gaza ci saranno 100 o 200 mila arabi, e non più due milioni – ha detto – parlare del “giorno dopo” sarà diverso». 

È questo il tema della discussione oggi: parlare del giorno dopo. La strategia sul presente della guerra è la strategia sul futuro della Striscia. Cosa sarà domani delle persone che oggi sono di fatto intrappolate in una prigione a cielo aperto e sul cui destino molti esponenti della leadership israeliana, sembrano avere le idee chiare: ristabilire l’insediamento ebraico nel territorio e incoraggiare i palestinesi ad andarsene. Scenario che per i gazawi rappresenta la messa in atto dell’incubo di una seconda catastrofe, la Nakba, lo sfollamento forzato seguito alla guerra del 47-49, e che per gli osservatori della politica israeliana, rappresenta le ambizioni delle frange più estremiste del governo Netanyahu, a cui il Primo Ministro deve la formazione dell’ultimo governo, il sostegno politico e quindi la speranza che la sua leadership non termini con la fine della guerra.

«Incoraggiare i trasferimenti»
Il progetto di trasferire o incoraggiare lo spostamento “volontario” dei palestinesi da Gaza era, un tempo, una posizione marginale all’interno della società israeliana, per lo più sostenuta dai Kahenisti. Questa idea è andata via via normalizzandosi dopo la formazione dell’ultimo governo Netanyahu, lo scorso anno ed estremizzata dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Per gli esponenti politici e gli aperti sostenitori delle tesi Kaheniste, la strage di ottobre e la guerra che ne è seguita sono diventate «un’opportunità per concentrarsi sull’incoraggiamento dei residenti di Gaza a migrare», queste le parole del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir per cui il trasferimento dei gazawi è una «scelta corretta, giusta, morale ed umana».

A novembre, i deputati Danny Danon del Likud, ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, e Ram Ben Barak del partito di opposizione Yesh Atid, ex vicedirettore del Mossad, hanno scritto sul WSJ un editoriale dal titolo: «Il mondo dovrebbe accogliere i rifugiati di Gaza, anche se i Paesi accogliessero solo 10.000 persone ciascuno, ciò aiuterebbe ad alleviare la crisi», terminando l’appello con queste parole: «La comunità internazionale ha l’imperativo morale – e l’opportunità – di dimostrare compassione, aiutare il popolo di Gaza a muoversi verso un futuro più prospero e lavorare insieme per raggiungere maggiore pace e stabilità in Medio Oriente» .

A dicembre il ministro dell’Intelligence Gila Gamliel ha pubblicato un editoriale sul Jerusalem Post usando parole analoghe, invitando i paesi occidentali ad accogliere i residenti della Striscia di Gaza, in un atto di «reinsediamento volontario». In risposta alla richiesta di Gamliel di istituire una task force sul tema, Netanyahu la settimana scorsa ha ammesso che il governo sta lavorando per facilitare il movimento dei gazawi fuori confine. «Il problema – ha detto – è trovare Paesi disposti ad assorbirli, stiamo lavorando su questo».

La settimana scorsa sempre Danny Danon ha rincarato la tesi del gesto umanitario: «Israele deve rendere più facile per gli abitanti di Gaza partire verso altri Paesi. Un’immigrazione volontaria dei palestinesi che vogliono andarsene», ha detto, aggiungendo di essere già stato contattato da «Paesi africani e dell’America Latina disposti ad assorbire i rifugiati dalla Striscia di Gaza».

Secondo fonti anonime del gabinetto di sicurezza citate dalla testata Zman Israel il Congo sarebbe stato disposto ad accogliergli. Tra gli intermediari sul reinsediamento dei palestinesi in altri Paesi, secondo il canale israeliano Channel 12, anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair (ma il Tony Blair Institute for Global Change, un’organizzazione no-profit da lui fondata nel 2016) ha smentito gli incontri con Gantz e Netanyahu su questo tema: «Tony Blair non sosterrebbe una simile discussione, l’idea è sbagliata di principio. Gli abitanti di Gaza dovrebbero poter restare e vivere a Gaza», scrivono nel comunicato. Le indiscrezioni di Channel 12, arrivavano dopo che due ministri del governo di estrema destra hanno ipotizzato che i coloni potranno tornare nella Striscia di Gaza a guerra finita.

Sono molti i politici israeliani che hanno cominciato esplicitamente a chiedere il ripristino degli insediamenti israeliani a Gaza (i coloni israeliani si sono ritirati dalla Striscia nel 2005), e in un recente articolo del Jerusalem Post, un geografo israeliano, ha definito la penisola egiziana del Sinai «un luogo ideale per sviluppare un ampio reinsediamento per la popolazione di Gaza».

Nelle ultime settimane sono state diffuse molte immagini di soldati israeliani che si sono ritratti nel territorio della Striscia, con cartelli che riportavano le scritte «Siamo tornati!» e «Siamo qui per restare!».

Ovviamente queste immagini hanno allarmato la comunità internazionale e confermato l’idea che il piano di Israele sia quello di sfollare forzatamente e in maniera permanente i palestinesi.

La fame di Gaza
La guerra a Gaza ha già costretto allo sfollamento la stragrande maggioranza della popolazione. Dall’inizio dell’offensiva Israele ha ripetutamente esortato i civili a spostarsi verso sud, in aree presentate come «più sicure», nei fatti però i bombardamenti hanno seguito il flusso di persone e oggi anche i grandi centri meridionali sono sotto bombardamenti continui, le infrastrutture e le abitazioni sono devastate e un milione e mezzo di persone devono far fronte a necessità mediche enormi e a una carestia incombente.

A dicembre le Nazioni Unite hanno definito la situazione a Gaza catastrofica, avvertendo che oltre il novanta per cento della popolazione si trova ad affrontare «una grave insicurezza alimentare» e dove «praticamente tutte le famiglie saltano i pasti ogni giorno».

Il rapporto rilevava che i livelli di fame rappresentano «la percentuale più alta di persone che affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare acuta» mai registrata «per una determinata area o Paese».

Secondo Arif Husain, capo economista del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, intervistato il 3 gennaio dal New Yorker, a Gaza in questo momento praticamente l’intera popolazione di 2,2 milioni di persone si trova in una crisi di sicurezza alimentare. «Faccio questo lavoro da vent’anni e sono stato testimone di ogni tipo di conflitto e di ogni tipo di crisi – ha detto –. E, per me, questa situazione non ha precedenti, non ho mai visto nulla di simile in termini di gravità, di scala e quindi di velocità. A Gaza c’è una doccia ogni 450 persone, c’è un bagno ogni 220 persone. Più di 1 milione e mezzo di persone vive in luoghi molto congestionati. Un quarto della popolazione versa già in livelli catastrofici di fame. Se ciò che sta accadendo continua o peggiora, molto presto, entro i prossimi sei mesi, avremo una vera e propria carestia».

L’espulsione dei gazawi come «atto morale»
In una lunga e dettagliata ricostruzione sulla diffusione delle tesi kahaniste nella società israeliana, a novembre il quotidiano Hareetz, ha pubblicato un lungo articolo dal titolo: La destra israeliana sta cercando di riformulare il trasferimento della popolazione di Gaza come un «atto morale». L’idea di espellere gli arabi verso altri Paesi un tempo, dice Haaretz, era legata a Meir Kahane e ad altri radicali di estrema destra, e quindi considerata un anatema dalla maggior parte degli israeliani.

Oggi la situazione è cambiata e l’idea sta guadagnando terreno come soluzione «morale» alla guerra. Rimettendo in fila i passaggi che hanno reso esplicito, accettabile nella società israeliana questo scenario, Hareetz ne ricostruisce alcuni passaggi di comunicazione nei tre mesi di guerra: a un mese dall’inizio dell’offensiva, il conduttore televisivo Guy Lerer scrisse sui suoi social: «Perché milioni di rifugiati siriani sono andati in Turchia e milioni di ucraini sono andati in tutte le parti d’Europa? – perché in ogni guerra esistono i rifugiati ad eccezione della guerra nella Striscia di Gaza?». Lo stesso giorno su Channel 12, il canale informativo più seguito del paese, il parlamentare Ram Ben Barak disse: «Se consideriamo tutta Gaza composta da rifugiati, disperdiamoli in giro per il mondo. Ci sono 2,5 milioni di persone lì. Ogni Paese potrebbe accogliere 20.000 persone – 100 Paesi. È umano, è logico, meglio essere un rifugiato in Canada che un rifugiato a Gaza. Se il mondo vuole davvero risolvere questo problema, può farlo». Sia Lerer che Ben Barak sono seguaci delle idee del rabbino ultranazionalista Meir Kahane, ma quello che è interessante e inquietante allo stesso tempo è che le loro tesi, che un tempo sarebbero state appannaggio dell’estrema destra, oggi stanno diventando sentire comune nella società israeliana.

Dieci giorni dopo la strage del 7 ottonre, era stato pubblicato un documento che cercava di dare legittimità all’idea del trasferimento della popolazione. Il dottor Raphael BenLevi, dell’organizzazione di destra Tikvah Fund e ricercatore presso l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, sempre citato da Haaretz, ha scritto che l’unico modo per stabilizzare il confine sud di Israele «è agire per spingere la popolazione nella penisola del Sinai e creare un’iniziativa internazionale per assorbire gli sfollati del Sinai in paesi stranieri. Nonostante l’opposizione prevista, Israele deve agire per creare una situazione intollerabile a Gaza, che obbligherà altri Paesi ad aiutare la partenza della popolazione – e gli Stati Uniti a esercitare forti pressioni a tal fine».

Come a dire: quanto più la situazione a Gaza sarà intollerabile, tanto più i civili spingeranno per lasciare la Striscia. E, di conseguenza, sarà inevitabile che gli sforzi diplomatici cominceranno a muoversi per convincere i paesi arabi ad accogliere i rifugiati e i paesi Occidentali a fare la loro parte.

A cercare di piegare l’espulsione dei gazawi secondo queste tesi è anche un articolo uscito su Hashiloach, ad ottobre, dal titolo: «Necessario, morale e possibile: non tornare a Gaza». L’autore, Yoav Sorek, presenta delle argomentazioni «etiche» alla sua tesi, passaggio che Haaretz definisce un «sofisticato upgrade per i Kahanisti».

Sorek sa che il rischio del trasferimento forzato, che è un crimine di guerra, rischia di provocare l’isolamento di Israele dai suoi alleati internazionali, perciò delinea una tesi secondo cui l’unico modo per abbandonare l’invito alla vendetta e l’uccisione dei civili, è trasferire la popolazione. «Il trasferimento di una popolazione o l’attuazione di uno scambio di popolazione sono pratiche pervasive nella risoluzione dei conflitti e sono completamente indipendenti al crimine noto come “pulizia etnica”».

Trasferire per non uccidere dunque. Questo lo scambio esplicitamente proposto dalle frange estremiste della politica e, dunque, della società israeliana, questo il dilemma morale di cui l’Occidente e i Paesi arabi stanno prendendo coscienza.

In tale contesto la migrazione presentata come “volontaria” equivale sempre di più a uno sfollamento forzato illegale.

Nell’immagine: i palestinesi di Gaza condannati all’esilio


Cerchiobottismo o la fatica di scegliere

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Ci sono due temi di attualità su cui dovrà esprimersi il popolo. In Ticino gli sgravi fiscali per i redditi più elevati, se il referendum lanciato dal comitato “Stop ai tagli” avrà successo. In Svizzera la tredicesima AVS proposta dai sindacati, in votazione il prossimo 3 marzo.

Si tratta di scelte politiche che, evidentemente, hanno ripercussioni finanziarie. Sul Corriere del Ticino di qualche giorno fa ci sono due prese di posizione che tentennano, non decidono, lasciano in sospeso: classici esempi di cerchiobottismo. 

Tre esperti fiscali di chiara fama della SUPSI intervengono sul tema dello “Scontro tra fisco e preventivo”. Per loro “l’attenuazione” delle aliquote applicabili ai redditi più elevati è benvenuta. L’avevano già proposta nel 2009 e si giustifica, a loro parere, per il fatto che oggi il Ticino, nel confronto fiscale intercantonale, è agli ultimi posti. 

Non si accenna al fatto che l’operazione costerebbe milioni di franchi alle casse dello stato (fino a 31 milioni l’anno), mentre il cantone ha la più alta percentuale di anziani, una consistente emigrazione di giovani oltralpe, stipendi fino al 30% inferiori rispetto alla media Svizzera (ma abbiamo il sole, Mauro Baranzini dixit), una struttura economica debole, ecc. Per i luminari conta solo la concorrenza fiscale intercantonale, approvata dal popolo nel 2010, quindi ammantata di sacralità, ed è comprensibile la decisione del Gran Consiglio di facilitare fiscalmente i più benestanti. 

Attenzione, però, nelle ultime righe c’è un flebile ripensamento: “la scelta del momento durante il quale si sta procedendo al risanamento delle finanze con tagli nella socialità e nell’amministrazione pubblica suscita perplessità”. Sgravio fiscale “comprensibile” ma che “suscita perplessità”, ovvero “mancanza di risolutezza, di decisione” (Treccani). 

Gli esperti danno un colpo al cerchio e uno alla botte e scoprono che il fisco ha ricadute sociali. È troppo pretendere un po’ di coraggio civile e di onestà intellettuale e dire, a chiare lettere, che la misura va combattuta, come il referendum della sinistra propone?

Un’altra opinione illuminante sullo stile “taja e medega” leghista è quella del consigliere nazionale Lorenzo Quadri, a proposito della tredicesima AVS, che così descrive: “L’innaffiatoio e il niente”. Quadri ricorda che nel 2012 i cittadini ticinesi hanno bocciato la proposta della Lega di concedere una tredicesima AVS finanziata dal Cantone: “Era riservata agli anziani di condizione economica modesta e residenti da molto tempo in Ticino”. 

Il consigliere nazionale leghista inquadra bene le difficoltà con cui sono confrontati oggi gli anziani: potere d’acquisto, premi di cassa malati, bollette dell’energia, tagli alle prestazioni complementari. Quindi il bisogno di migliorare le rendite è un dato di fatto. Non è giusto, però, secondo Quadri, che la tredicesima AVS in votazione il 3 marzo vada a tutti, compresi i ricchi che non ne hanno necessità.

È bene sottolineare che il Parlamento federale ha bocciato la proposta di elargire la tredicesima solo a chi ha redditi bassi. Inoltre, ricordiamo che i benestanti che ricevono sono quelli che più pagano, perché i contributi dell’AVS versati dai lavoratori sono proporzionali al reddito.

Lorenzo Quadri conclude la sua “opinione” senza decidere: ci ricorda che il 3 marzo o si versa “un aiuto a innaffiatoio” oppure nessun aiuto, con “il risultato che gli anziani in ristrettezze economiche dovranno continuare a far fronte ai rincari senza alcun supporto”. Cerchiobottismo anche qui. Il consigliere nazionale non potrebbe scegliere da che parte stare? Evidentemente, sostenere la proposta sindacale di tredicesima AVS, anche se ricorda quella leghista di anni fa, è troppo sconveniente. Speriamo che gli elettori leghisti capiscano da soli.

Postilla: “Il pensiero, per un essere umano, non è la semplice opinione. Pensare non è opinare. Pensare è dirigere” (Vito Mancuso).


Donald Trump è già l’uomo del 2024

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Di Pierre Haski, Internazionale 

La sua ombra aleggia su ogni aspetto della politica internazionale, mentre la sua presenza è sufficiente a influenzare i grandi conflitti del momento, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza. Se le cose restassero come sono, questa realtà non farebbe altro che confermarsi nell’anno appena cominciato.

Parlo chiaramente di Donald Trump, di cui oggi nessuno è disposto a escludere un ritorno alla Casa Bianca dopo le elezioni del prossimo 5 novembre. I sondaggi lo danno in vantaggio rispetto al suo probabile avversario democratico, il presidente uscente Joe Biden, e soprattutto vincente nella maggior parte degli swing state, gli stati decisivi per la contesa elettorale.

Per il momento Trump non è ancora il candidato ufficiale del partito repubblicano (dovrà passare dalle primarie che partiranno il 15 gennaio in Iowa), ma sembra avere un vantaggio rassicurante sui rivali, anche se l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley sta diventando una candidata sempre più credibile.

Trump appare inossidabile malgrado i processi a ripetizione, a cominciare dai due stati che lo hanno dichiarato incandidabile a causa del suo ruolo in un atto sovversivo del 2021. Questa invulnerabilità preoccupa tutto il mondo.

Stile imprevedibile

Trump è stato presidente per quattro anni, e se dovesse tornare al timone degli Stati Uniti sarà sicuramente animato da una volontà di rivalsa. L’ex presidente ha un programma ultraconservatore, ancora ispirato allo slogan “l’America prima di tutto”. Le sue recenti uscite razziste sugli immigranti che a suo dire inquinerebbero “il sangue americano” non sono affatto rassicuranti.

Ma a terrorizzare più di ogni altra cosa il resto mondo, a cominciare dagli alleati degli Stati Uniti, sono la sua visione dei rapporti internazionali e il suo stile imprevedibile. L’elezione di Biden ha avuto il merito di ravvivare le alleanze di Washington, in Europa con la Nato (che Trump voleva abbandonare) e in Asia con la Corea del Sud e il Giappone, il tutto fornendo rassicurazioni a Taiwan davanti alle ambizioni cinesi.

La politica estera 2.0 di Trump rischia di demolire quattro anni di presidenza Biden: passi indietro su tutti gli impegni sul clima, disprezzo per alcuni alleati di peso, diplomazia transazionale e riavvicinamento agli autocrati, esattamente come avvenuto durante il primo mandato.

Quali conseguenze avrebbe il ritorno di Trump per i conflitti in corso? Evidentemente Vladimir Putin scommette sulla vittoria di Trump per trionfare in Ucraina. Il sostegno nei confronti Kiev è già reso difficile dai repubblicani al congresso e ci sono tutti i presupposti per prevederne un’interruzione nel caso di un’alternanza a Washington.

Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sempre che riesca a conservare il potere fino a novembre, preferirebbe rapportarsi con Donald Trump piuttosto che con Biden, che continua a parlare della soluzione dei due stati.

Gli europei, che hanno tutto da perdere, farebbero bene a svegliarsi davanti al rischio di una vittoria di Trump. Le conseguenze sull’Ucraina, sulla Nato e sui rapporti economici sarebbero infatti enormi. La posta in gioco è quasi esistenziale.

Con Trump nuovamente alla Casa Bianca l’autonomia strategica dell’Europa, finora poco più che uno slogan, diventerebbe una necessità. Davvero il vecchio continente ha le capacità e soprattutto la volontà politica per percorrere questa strada? Bisognerà trovare una risposta a questa domanda prima del prossimo 5 novembre.

Traduzione di Andrea Sparacino
Nell’immagine: Donald Trump in un’illustrazione generata con uso dell’IA


Il naufragar m’è dolce in questo scempio – Degrado paesaggistico e silenzio degli intellettuali

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Il cemento non tollera i colori,
annienta la luce, sfracella le diversità,
è come la nebbia, non conosce argini,
pervade e inghiotte ogni cosa.

Come la nebbia, ha il potere
di cancellare il progresso,
di far calare la morte dove era la vita,
di travolgere prati, colori e colline.

Mattia Cavadini, Un cielo blu genziana, Gabriele Capelli Editore, 2015

“Questa pubblicazione” avverte l’autore “nasce da due esigenze molto personali. La prima è quella di ritrovare l’indipendenza e la libertà che solo una pubblicazione cartacea sa offrire” (e qui il riferimento è a quanto si legge oggi sui social media, che hanno portato a “un livellamento verso il basso del linguaggio e dei pensieri, al punto che persone che nemmeno dieci anni fa esprimevano le loro opinioni e le loro frustrazioni sulle piastrelle di un vespasiano, oggi diventano dei leoni da tastiera o addirittura degli influencer”). La seconda ragione che ha portato al volume di cui parleremo è l’esigenza “di poter esprimere liberamente alcuni pensieri sul mondo che mi circonda, e in particolare su alcuni aspetti del Canton Ticino, della sua storia passata e recente, senza dover sottostare a forme espressive politicamente corrette o ricorrere ad una velata autocensura, spesso necessari e non solo quando si trattano temi sensibili riguardanti realtà molto vicine, ma pure quando ci possono essere conflitti di interesse, quasi sempre presenti in una piccola comunità provinciale, o semplicemente quando c’è il desiderio di piacere o di compiacere. L’autopubblicazione, senza ricorrere ad un editore, e l’autofinanziamento pongono tuttavia dei limiti per quanto riguarda la diffusione”.

Nato nel 1958, licenza in lettere e storia all’Università di Ginevra, giornalista (free lance o collaboratore esterno che dir si voglia, quasi a confermare le sue parole citate poco fa), Francesco Mismirigo è stato, dal 1995 al 2009, responsabile comunicazione della FTIA (Federazione Ticinese Integrazione Andicap) e, dal 2010 al 2016, delegato del Cantone Ticino all’integrazione degli stranieri. Altre esperienze professionali le ha fatte nel settore del turismo e viaggiando egli stesso moltissimo.

Un territorio assassinato, autopubblicato nei mesi scorsi, è una raccolta – come spiega il sottotitolo – di Riflessioni e osservazioni personali sul Ticino e molti dintorni. Dintorni con i quali la nostra regione può essere confrontata, realtà che “relativizzano assai il discorso sul degrado del nostro territorio. Che certamente non è paragonabile a quanto è successo ad esempio nelle periferie di Palermo, Beirut o del Cairo, oppure lungo certe coste spagnole, francesi, albanesi o montenegrine dove spesso speculazione edilizia e abusivismo hanno praticamente cancellato sotto colate di cemento e asfalto villaggi, campi, pascoli, aree boschive, coste marine. A volte per creare lusso effimero, ma pure molta ulteriore povertà.” Ma, prosegue l’autore, “non è perché altrove si è agito malamente che da noi non dobbiamo denunciare e contrastare certe situazioni simili per quanto riguarda il degrado del territorio. Spesso inutilmente stravolto unicamente nel nome dell’indotto e dell’interesse di pochi”.

Il libro è dunque (anche) una sorta di pamphlet che, come ogni pamphlet, si configura anche come atto d’amore per il nostro Cantone. Amore, sì, ma non a prescindere, anzi sofferto e osservato nel proprio mutare (non in meglio). Descritto con lucidità, con la consapevolezza che i suoi sono giudizi personali che possono apparire il frutto di una “idealizzazione del passato” e di una forma di nostalgia che non considera “tutte le dinamiche contemporanee, dominate da nuovi produttori di altri sogni, da una cultura di massa e da nuove abitudini e nuovi sguardi dei cittadini, dei consumatori, dei lavoratori residenti e non, dei turisti, degli imprenditori economici e culturali e dei politici”. Di un mondo e di un’umanità più grandi, insomma, dei quali siamo parte, con cui dobbiamo confrontarci apertamente, senza pregiudizi: né migliori, né peggiori, e comunque coinquilini “condannati” a convivere.

Messe le mani avanti e dedicato il libro all’arch. Tita Carloni (“per aver lottato fino all’ultimo per arginare il declino e per fermare il cemento”, il volume (280 pagine, con prefazione del 24enne Alex Uboldi, animatore di Radio Ticino) si suddivide in tre parti principali (ognuna delle quali contiene decine di testi brevi o brevissimi) e una conclusione. È il primo e più lungo (Dalle Alpi ai Tropici, suona quasi deamicisiano) quello in cui Mismirigo si sofferma più direttamente sulla nostra realtà svizzero-italiana.

Si inizia con una descrizione del Ticino invernale venata di malinconia, attraversata da ricordi personali, episodi, immagini, odori e profumi, quelli dell’infanzia e della prima gioventù che ti restano dentro per sempre. Tre pagine (dalla 18 alla 20) che rivelano la scrittura colta, elegante dell’autore, ma lo portano, soprattutto, a un’osservazione centrale (che, in questo caso, mi ha ricordato l’amato Pavese de I mari del Sud): “Ci sono posti che ti accompagnano tutta la vita. Ci nasci, poi li frequenti con la famiglia, poi con gli amici e poi li porti sempre teco in giro per il mondo. E un giorno, dopo aver sognato di vivere definitivamente a Santa Fe, alle Far Øer, a Beirut, a Porto, in Provenza o a Losanna ti accorgi che quel fil rouge primordiale ti riporta dove effettivamente stai bene”.

Subito dopo, però, ecco il primo di una serie di capitoletti che, invece, assumono spesso il tono della requisitoria e sono una lunga rassegna di errori, orrori, massacri subìti dal nostro territorio. Non che Mismirigo ne avesse bisogno, ma a farglieli notare è un amico venuto a trovarlo dalla Svizzera romanda: “E man mano che si visitava vedevo questo mio Cantone attraverso i suoi occhi, vedevo quello che vedo ogni giorno ma che l’abitudine cancella”. Davanti ai loro occhi si manifestano “l’ accozzaglia di stili architettonici, a volte banali e dai colori spesso immondi, che occupano quasi tutte le zone abitate del Ticino. Vedevo i casermoni e le torri che hanno cancellato per sempre la memoria del quartiere Rusca di Locarno, le facciate fatiscenti, lo scandaloso degrado dell’area del Grand Hôtel, i resort di lusso e le lussuose Senioren Residenzen frutto di un cocktail micidiale fra servilismo, svendita e speculazione. E mentre questo mio amico si copriva gli occhi, e non scherzava, dalle alture di Rancate e di Castel San Pietro vedevo fra Chiasso e Capolago una distesa che non lascia spazio a nessun Belvedere: un ammasso di forme informi di metallo, cemento e catrame il cui culmine dell’orrore architettonico si esprime allo svincolo di Mendrisio, la notte.”

Ecco, queste lunghe citazioni credo diano perfettamente l’idea del libro. Nel quale, si badi bene, non tutto è orrore e scempio. “Poi, finalmente, dopo aver passato il nucleo di Morbio Superiore si respira: la Valle di Muggio sembra conservare un fragile equilibrio fra speculazione, sfruttamento del territorio, cattivo gusto architettonico e valorizzazione delle bellezze del paesaggio”. Proprio a Scudellate (frazione di Breggia, meno di 30 abitanti), Mismirigo trascorreva le vacanze estive con sua zia che, negli anni ’50, gestiva la mitica Osteria Manciana, crocevia di guardie di confine svizzere e italiane, militari, contrabbandieri. Erbonne, appena al di là del ponte pedonale, vista con gli occhi del bambino era per lui “l’inizio del misterioso Oriente”, mentre, mezzo secolo più tardi, con la consapevolezza della maturità, osserva: “Il territorio fra Scudellate e Erbonne era uno solo. E solo un’ideologia prima e una guerra poi li separarono. Ma mai del tutto”. 

Si salvano dal j’accuse del giornalista anche altri luoghi: “La stessa impressione l’abbiamo avuta guardando Meride oppure i nuclei storici di Origlio, Morcote, Ascona e Rivapiana dai rispettivi laghi. Oasi di bellezza dove l’urbanicidio non sembra presente e dove ti puoi illudere che siamo ancora un bel Cantone”.

Una lettura interessante, insomma, che si snoda tra due dimensioni, quella locale e quella globale, e che richiama – ognuno nel proprio ambito di competenza e tutti nel nostro ruolo di cittadini – alle proprie responsabilità. Con una stoccata finale ai cosiddetti intellettuali: “Solitamente quando conflitti politici ed eccessi economici minacciano l’essenza stessa di un’identità artisti e intellettuali si mobilitano, uniti e con veemenza. In Ticino non succede più, o molto raramente”. 

Nell’immagine: il semisvincolo di Bellinzona in corso di realizzazione


Le immagini e le notizie che dovrebbero interrogarci ma non per tacere

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

“Purtroppo il mondo non ha più coscienza”. Si tratta delle conclusioni cui giunge Suleiman Tawfik al Wafa, medico di Jenin e padre di Basel, ragazzo di 15 anni freddato insieme a un bambino di 8 anni dall’esercito israeliano, mentre si stava ritirando dopo un’incursione nel Campo profughi di quella cittadina della Cisgiordania. Il padre assicura che Basel non militava in alcun gruppo terroristico e che stava giocando insieme a degli amici più piccoli per strada. La vicenda è raccontata in uno dei bei servizi di Emiliano Boss andato in onda al TG delle 20 della RSI, il 30 dicembre.

Le immagini e le notizie di queste ultime settimane, dopo il barbarico attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, del tutto esecrabile, sono raccapriccianti e fanno sorgere la domanda: ma in che mondo viviamo? Con quale pudore riusciamo ancora a parlare di umanità o di civiltà?

Penso ad esempio ai due piccoli fratellini disseppelliti a mani nude da sotto le macerie dopo lo sbriciolamento del loro palazzo provocato dalle micidiali bombe lanciate a tappeto e indiscriminatamente su tutta la Striscia da Tsahal (con la beffa e il crudele gioco di intimare alla popolazione civile di spostarsi da nord a sud della Striscia per salvarsi e non incappare nelle operazioni belliche, per poi prenderli comunque di mira mentre ammassati all’inverosimile nei pressi del valico confinario di Rafah lottano ogni giorno per la sopravvivenza e per trovare uno spazio dove stare): impressionante vedere la loro compostezza, senza piangere, un po’ attoniti, ma come se fosse “normale” quanto succede loro. O forse è semplicemente lo shock insopportabile per un bambino cui han  sottratto persino lo sfogo delle lacrime e della disperazione ,  che raccoglie tutta dentro di sé, in un silenzio tombale. 

Moltissimi di questi bimbi si sono ritrovati in un attimo soli, dopo essere riemersi da calcinacci, detriti, rovine… per scoprire che madre, padre, fratelli, sorelle, zii, non c’erano più. Altri hanno visto genitori, fratelli, parenti trattati come bestie: denudati e caricati a forza su camion, le mani legate dietro la schiena, a testa china, radunati in campi di raccolta ed esibiti come trofei. Oppure, in Cisgiordania, hanno assistito alle violente aggressioni perpetrate da coloni inferociti che hanno scacciato dalle proprie terre famiglie palestinesi che le occupavano da sempre per allevare greggi e coltivare ortaggi e frutteti, unica fonte di sostentamento.

Quali sentimenti nutriranno le nuove generazioni – sempre ammesso che riusciranno a giungere all’età adulta –, crescendo in mezzo a un cumulo di macerie e in una devastazione totale, dove il procacciarsi il cibo, l’acqua e i beni di prima necessità diventa un’impresa giornaliera titanica? Una lotta continua per la sopravvivenza, con il sentimento di essere abbandonati da tutti, che di giorno in giorno si fa vieppiù una certezza, giacché gli aiuti umanitari non arrivano o giungono col contagocce, in termini assolutamente insufficienti. Ormai la quasi totalità dei gazawi risulta altamente sottonutrita e vi è il concreto incombere di malattie ed epidemie dovute all’indisponibilità di acqua non infetta.

Mentre la guerra sul campo ed elettronica, ad alta densità tecnologica continua, con l’uso di bombe potentissime, droni sofisticati, razzi teleguidati, blindati di ogni tipo, armi e proiettili micidiali, in un fazzoletto di terra dove la “prigione a cielo aperto” diventa sempre più una trappola di morte, in cui si esperisce il proprio annientamento, come punizione collettiva inflitta a un popolo intero.

Viene pure messa in atto la cosiddetta ‘intelligenza artificiale’ al servizio dell’apparato militare e delle intenzionalità bellici, che conferisce una parvenza scientifica alle operazioni condotte creando un’aura di legittimazione alla volontà di distruggere il nemico ad ogni costo, privandolo di qualsiasi connotazione umana. È la disumanizzazione dell’altro – data dalle umiliazioni inflitte, dall’esibizione di una forza smisurata, dall’arroganza di non sentire ragione che induca alla moderazione reattiva, dalla tracotanza di sentirsi sempre nel giusto e al di sopra di qualsiasi autorità morale –, di chi sta nel campo avverso, senza distinzioni di sorta, è una pratica ancestrale per giustificare qualsiasi mezzo e nefandezza, perché ciò che conta è annientarlo ad ogni costo come entità globale e indifferenziata.

Emblematiche le parole di un ufficiale dell’esercito israeliano, il quale in un’intervista rilasciata ai media del suo paese distingue fra i “barbari di Hamas” che lanciano razzi alla cieca sulle città israeliane e Tsahal che, incarnando la civiltà, non sgozza i civili, bensì lancia bombe scegliendo i bersagli con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. È stato così elaborato un programma denominato Habsora (Vangelo – !?) capace di generare automaticamente i suoi obiettivi e funzionante alla stregua di una ‘fabbrica del massacro’ (mass assassination factory). «Nulla accade per caso – spiega l’ufficiale – quando una bambina di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che non era un grosso problema ucciderla, che era un prezzo da pagare per colpire un altro obiettivo. Noi non siamo Hamas. Questi non sono razzi casuali. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti danni collaterali ci sono in ogni casa» (vedi articolo di Enzo Traverso, riproposto da “Naufraghi/e” il 19 dicembre scorso).

Il che significa che gli oltre 20’000 morti palestinesi sono stati deliberatamente e intenzionalmente pianificati e voluti dal governo e dai vertici militari ebraici, per cui ricade su di loro una responsabilità etica diretta sull’elevatissimo numero di perdite civili (soprattutto donne e bambini), sempre ammesso non si voglia rifilare all’intelligenza artificiale la valenza morale delle conseguenze distruttive e impietose dei danni collaterali insiti nelle operazioni in corso.

Gli obiettivi principali e assoluti di quest’ultime – prima ancora di salvare gli ostaggi, verso i quali sin dall’inizio le istanze governative di Tel Aviv hanno dimostrato scarsa empatia – consistono, perlomeno nelle dichiarazioni ufficiali di Netanyahu, nel distruggere Hamas, smilitarizzare la Striscia e “deradicalizzare” il popolo palestinese.

Sotto sotto però, ma nemmeno troppo velatamente, il vero scopo sembra essere quello di cercare di deportare quanto rimane della popolazione palestinese insediata nella Striscia di Gaza e possibilmente anche quella della Cisgiordania verso la penisola del Sinai, in territorio egiziano, o in altri paesi islamici confnanti, così da liberare una volta per tutte l’intera Giudea dalla presenza araba, affinché sia a totale disposizione della componente ebraica della regione. Un vero e proprio disegno di pulizia etnica. 

I metodi adottati, sia prima sia dopo gli eventi del 7 ottobre scorso, invece di un annullamento delle potenzialità resistenziali dei palestinesi, sembrano proprio andare nella direzione di spingere verso un’ulteriore e più acuta radicalizzazione dei palestinesi, a seguito del trattamento a loro riservato. 

Da pochi giorni ci ha lasciati Dick Marty, il quale così si esprimeva sulla questione palestinese in un’intervista apparsa su “Azione” il 13.11.2023: «La tragedia della Palestina è sempre stata per me l’esempio apodittico dell’ingiustizia fatta subire a un popolo sia dal mondo occidentale sia da quello arabo. Una vicenda che comincia nel 1916 quando Francia e Regno Unito si dividono il Medio Oriente senza evidentemente chiedere il parere degli abitanti. Poi la promessa degli Inglesi di prevedere un territorio per gli ebrei, su di un territorio occupato da altri da cui furono cacciati nel 1948 con atti che oggi si definirebbero terroristici e di crimini contro l’umanità. E infine, e soprattutto, l’immane tragedia della Shoah, una delle peggiori di tutta la storia dell’umanità (ad opera di cristiani!). Credo che la nostra visione del problema sia offuscata dal tremendo rimorso per quanto capitato durante la guerra nei confronti degli ebrei, vittime dei nazisti, ma anche dall’indifferenza e dal silenzio di molti (Hannah Arendt parla dell’Eloquenza del diavolo, denunciando anche il silenzio di organizzazioni ebraiche americane), dal rifiuto di Paesi che hanno rifiutato di accoglierli. Uomini di Hamas hanno commesso atti ignobili e vanno considerati come degli assassini. Ma oggi il nemico principale di Israele è il suo Primo ministro, Netanyahu: da anni non solo tollera Hamas, ma come da lui stesso dichiarato (e mi stupisco che i nostri media siano silenti su questo aspetto) ha autorizzato il suo finanziamento da parte del Qatar. Suo scopo era di dividere i Palestinesi, impedire la soluzione dei due Stati e lasciar progredire l’insediamento dei coloni nei territori illegalmente occupati. Netanyahu si aggrappa al governo per sfuggire a un processo per corruzione. Intanto l’apprendista stregone ha creato due mostri: Hamas e il proprio governo, razzista e disumano. E tutti stanno a guardare come decine di risoluzioni dell’ONU sono sistematicamente violate, quasi che certi bambini morti valgano meno di altri».

È così che si vuole continuare a combattere il terrorismo, la radicalizzazione, le sommosse e le rivolte intercalantesi a decenni di soprusi e vessazioni? Cosa faremmo noi se, invece di stare ben comodi suoi nostri divani, con le pance piene, con i piedi bene al caldo e un tetto sopra la testa, ci trovassimo nell’inferno di Gaza?

Verosimilmente, con la nostra inazione, stiamo incubando una nuova generazione che potrebbe un giorno reagire in maniera ancora più virulenta di quanto abbiamo visto. Quando si è disperati, inascoltati e non si ha più nulla da perdere perché si è perso ogni cosa, si è disposti a tutto o ci si mette nelle mani di coloro che, pur improponibili, sembrano gli unici che ci stanno a sentire e addirittura si “immolano” per la causa della liberazione.

Per ritornare alla figura di Dick Marty, più volte rievocata in questi giorni, desidero riprendere soltanto uno dei suoi impegni internazionali più significativi, allorché fu alla testa di una commissione del Consiglio d’Europa incaricata di indagare circa le pratiche illegali adottate dagli Stati Uniti, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando il capo della Casa Bianca conferì alla CIA il potere di rapire e torturare sospetti di terrorismo – con accordi segreti presi sottobanco con alcuni governi, anche europei, nonché mediante le cosiddette ‘extraordinary rendition’ e le ‘tecniche di interrogatorio rinforzato’ –, in aperta violazione delle convenzioni sui diritti umani.

Con uno sparuto gruppo di collaboratori, con pochissimi mezzi a disposizione e senza una reale collaborazione delle autorità elvetiche (“Io ho avuto la netta impressione che certe cerchie della Berna ufficiale vedessero di cattivo occhio il mio mandato, perché pensavano che poteva turbare i rapporti con gli Stati Uniti. Io non ho avuto il minimo sostegno (…) le sole informazioni che io ho chiesto si sono rivelate assolutamente sbagliate”, parole pronunciate nel corso della trasmissione ‘Dick Marty: un grido per la giustizia’, RSI 2018) egli ha condotto un’inchiesta esemplare, producendo due rapporti di grande valore che hanno messo in evidenza, con metodo rigoroso e inconfutabile, certe pratiche assolutamente contrarie ai diritti fondamentali e alle convenzioni internazionali.

Non un antiamericanismo o un antioccidentalismo prevenuto, ingenuo o ideologico, bensì la forza di perorare, senza condizionamenti, la ricerca della verità e di affermare i valori e i principi democratici su cui si fondano (o dovrebbero ergersi) gli stati europei e occidentali più in generale, nella convinzione che solo nella salvaguardia dei medesimi, soprattutto all’interno dello stesso alveo dove sono stati coniati, si racchiude l’essenza di un’effettiva credibilità del quadro assiologico e degli orizzonti politico-istituzionali ai quali diciamo di ispirarci idealmente.

Ritengo tale atteggiamento di fondo dell’ex magistrato e politico ticinese, paradigmatico di un’etica laica, di una radicalità del portato liberale, di un pensiero libero e critico, nell’impegno civile per la giustizia sociale e a difesa dei diritti umani e fondamentali, a sostegno soprattutto di chi non ha voce in capitolo e viene prevaricato dalle potenze di turno o dalle forze dominanti.

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha reso noto che il Sudafrica ha denunciato Israele per atti di genocidio commessi a Gaza contro i palestinesi. Accusa che lo stato ebraico ha respinto “con disgusto”, dimostrando la solita arroganza auto-assolutoria.

Chissà se riusciremo a ritrovare un po’ di coraggio e spinta propositiva per esercitare un minimo di pressione su Israele, unitamente agli inossidabili alleati USA (che ormai abbiamo capito essere gi unici che possono avere qualche chance di indurre il governo Netanyahu a più miti consigli), uscendo da quell’omertoso e acritico allineamento per paura di qualche ripercussione negativa soprattutto sui nostri affari o tornaconti. Ne andrebbe della nostra credibilità e visibilità, nel riconoscimento di un ruolo sul palcoscenico geopolitico, che ci vede spesso impallidire per assenza di progettualità o prese di posizione, magari anche solo sostenendo o votando a favore di iniziative altrui.

Gli “amici” non vanno solo blanditi o riveriti, ma anche talvolta ripresi per consolidare quei legami che sulla franchezza rendono un’alleanza solida e in continua evoluzione migliorativa, per ristabilire sempre di nuovo quell’orizzonte intenzionale e valoriale da condividere e che non è mai raggiunto appieno e perciò va coltivato continuamente, anche superando qualche screzio e conflitto.

Purtroppo la voce stimolante e fustigatrice di Dick Marty si è spenta, così come quella di Antonio Gramsci (“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”, 1917) e di Stéphane Hessel (‘Indignatevi!”, 2011), solo per fare qualche esempio.

Al termine di questo anno triste e all’alba di quello nuovo che non appare tanto migliore, alla luce (o nelle tenebre) di quanto ci scorre sotto gli occhi quotidianamente, non brinderò, vergognandomi profondamente per la pusillanimità nostra, dei nostri paesi cosiddetti democratici e dell’immobilità paralizzante degli organismi internazionali ostaggi dei veti incrociati. 

E chiedo scusa al popolo palestinese per averlo lasciato solo in condizioni terribili, come peraltro è già successo molte altre volte per siriani, iracheni, libanesi, afgani, ceceni, armeni del Nagorno-Karabakh, e tanti, troppi altri popoli.

Nell’immagine: esempi d’uso del sistema militare Habsora


Israele arriva a Beirut, assassinato il n. 2 di Hamas

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Di fronte all’assassinio ieri a Dahiyeh, alla periferia di Beirut, di uno dei massimi leader di Hamas, Saleh Aruri, e di altre cinque persone tra cui due comandanti militari del movimento islamico palestinese, qualcuno ora sospetta che il ritiro, cominciato nei giorni scorsi, di una parte dei reparti corazzati israeliani da Gaza, descritto come un cambio di strategia militare, sia avvenuto in vista di una possibile escalation al nord con Hezbollah.

TRUPPE TIRATE fuori da Gaza per un prossimo impiego contro il Libano. Si capirà nelle prossime ore se davvero ci sarà un conflitto vero e non più solo di attrito al confine tra Israele e Hezbollah come quello abbiamo visto da quando è cominciata l’offensiva a Gaza. Ieri sera si è riunito il gabinetto di guerra guidato da Benyamin Netanyahu e in Galilea è stato proclamato lo stato di massima allerta. Da Beirut sono giunte voci di una presunta intenzione di Hezbollah di lanciare razzi su Tel Aviv. In passato il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva avvertito: «Se attacchi Dahiyeh, bombarderemo Tel Aviv».

Si vedrà. Quello che è certo è che ieri Israele non ha ucciso un leader qualsiasi di Hamas. Aruri, 58 anni, non era solo il numero 2 del movimento islamico all’estero e stretto collaboratore del capo Ismail Haniyeh. Era più di tutto il punto di riferimento dell’ala militare, le Brigate Qassam, all’interno dell’ufficio politico di Hamas, con la facoltà di orientarne le scelte sulla base delle decisioni prese a Gaza da Yahya Sinwar (altro obiettivo dichiarato di Israele) e dal capo del braccio armato, Mohammed Deif e dal suo vice Marwan Issa. Aruri aveva vissuto per anni a Istanbul, ma ha lasciato il paese quando Israele ha ricucito i legami con la Turchia. Da tempo viveva in Libano, sotto la protezione di Hezbollah. Era un interlocutore frequente di Nasrallah, segretario generale del movimento sciita libanese.

ISRAELE dopo il 7 ottobre aveva giurato di ucciderlo ma non ha rivendicato il raid. Mark Regev, un consigliere di Netanyahu, ha sottolineato che Israele «non si è assunto la responsabilità di questo attacco» e a proposito di una risposta di Hezbollah ha aggiunto: «Chiunque sia stato, deve essere chiaro: non si è trattato di un attacco allo Stato libanese… Chiunque abbia fatto questo, ha compiuto un attacco chirurgico contro la leadership di Hamas». In Israele però qualcuno non si è trattenuto dal festeggiare. Un deputato importante del Likud, l’ex ambasciatore Danny Danon, ha elogiato le forze armate e l’intelligence per l’attacco a Beirut sottolineando che il Mossad «avrà molto da fare nel 2024», ossia individuare e uccidere altri leader di Hamas all’estero in modo da vendicare l’attacco subito da Israele il 7 ottobre.

«QUINDI periscano tutti i tuoi nemici», ha twittato il ministro delle finanze e leader dell’estrema destra Bezalel Smotrich, citando il Libro dei Giudici. Poco dopo il segretario di gabinetto Yossi Fuchs ha inviato una direttiva ai ministri ordinando loro di non parlare pubblicamente dell’attacco israeliano. In ogni caso, spiegano i media israeliani, questo è il primo vero «successo» ottenuto da Netanyahu in tre mesi di guerra che il premier israeliano userà a scopo politico interno e presso l’opinione pubblica. «Netanyahu probabilmente è molto felice – ha detto l’analista Akiva Eldar – Aveva bisogno di mostrare una sorta di vittoria. Yahya Sinwar è ancora nascosto a Gaza, questo è il meglio che ha potuto fare finora».

Hamas ha reagito alla notizia affermando che l’assassinio di Aruri non piegherà la «resistenza» e «non spezzerà la determinazione del nostro popolo». A Gaza si considera l’attacco di Beirut un «colpo» per il movimento islamico ma non destinato a cambiare le cose sul terreno. «C’è già una guerra in corso, con combattimenti strada per strada, attacchi a soldati e mezzi corazzati israeliani da parte di Hamas, perciò è difficile che possa accadere dell’altro oltre a questo», ci diceva ieri sera un giornalista a Rafah. La posizione di Hamas però potrebbe irrigidirsi sulla questione dei 129 israeliani suoi prigionieri a Gaza. Poco prima dell’uccisione di Aruri, Ismail Haniyeh in un discorso televisivo aveva detto che gli ostaggi saranno liberati solo «alle condizioni della resistenza» in risposta al rifiuto di Israele, riferito da Axios, delle ultime proposte fatte da Hamas.

HANIYEH PERALTRO ieri ha fatto una inattesa apertura nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese, rivale di Hamas, affermando la disponibilità del movimento islamico alla formazione di un «governo nazionale» in Cisgiordania e Gaza. In risposta all’assassinio di Aruri è stato proclamato per oggi uno sciopero generale nella Cisgiordania, al quale aderisce anche Fatah il partito guidato dal presidente dell’Anp Abu Mazen.

Prima del raid a Beirut si erano scritte pagine sul cambio di strategia israeliana a Gaza, non più ampia e circoscritta ad alcune zone. Yoav Gallant ieri ha spento le speranze di chi cominciava a immaginare la fine del bagno di sangue costato la vita a 22.185 palestinesi di Gaza, di cui 207 solo tra lunedì e martedì. «La sensazione che stiamo fermando la campagna contro Hamas è sbagliata», ha avvertito il ministro della difesa israeliano aggiungendo che l’offensiva di terra andrà avanti con più forza nel sud, a Khan Yunis. Contro la seconda città della Striscia si è concentrato ieri il fuoco dei carri armati e dei cacciabombardieri. Attacchi con morti e feriti sono scattati anche sui campi profughi di Al Bureij e Nuseirat nella zona centrale e nel nord nel campo profughi di Jabaliya. La Mezzaluna rossa denuncia che le forze israeliane hanno colpito il suo quartier generale a Khan Yunis, provocando diversi morti e feriti tra gli sfollati che vi si rifugiavano. L’esercito israeliano afferma di aver ucciso dozzine di combattenti palestinesi e di aver smantellato i siti di lancio di razzi. Hamas e i suoi alleati del Jihad affermano di aver lanciato bombe di mortaio e razzi anticarro contro le forze israeliane.

È GUERRA anche in Cisgiordania. Ieri all’alba cinque giovani palestinesi sono stati uccisi in un’incursione israeliana nel villaggio di Azzun, est di Qalqilya.

Nell’immagine: Beirut, il palazzo distrutto nell’esplosione di ieri


Il clima che verrà e la politica mondiale nel 2024

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Di Angelo Romano, Valigia blu

Il 2023 sarà ricordato come l’anno più caldo di sempre, l’anno degli eventi meteorologici estremi, delle ondate di calore, della siccità, degli incendi devastanti, delle alluvioni, l’anno della criminalizzazione degli attivisti climatici e di una delle Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima più controverse di sempre che ha portato all’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili, senza tuttavia mettere nero su bianco la loro eliminazione graduale.

All’inizio del 2023, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha parlato per la prima volta di superamento del picco del consumo di petrolio, gas e carbone prima del 2030. “Non è una questione di ‘se’, ma di ‘quanto presto’ – e prima avviene, meglio è per tutti noi”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo della IEA. Secondo uno scenario proposto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, basato sulle politiche dichiarate dai governi dei diversi Stati nel mondo, le emissioni da combustibili fossili potrebbero raggiungere il picco già tra il 2023 e il 2024 prima di iniziare un lento declino. La IEA ha precisato che questi scenari non possono essere considerate una previsione. Tuttavia, basandosi su “un esame dettagliato dell’attuale panorama politico”, è uno dei barometri più affidabili di ciò che potrebbe riservare il futuro, alla luce di ciò che i governi stanno facendo piuttosto che su ciò che dicono di voler fare.

E il 2024 sarà un anno che potrebbe essere cruciale per la direzione del percorso intrapreso. Quest’anno ci saranno elezioni importantissime che ci diranno quanto veloce sarà la transizione ecologica e quanto reali sono le prospettive di tenere l’aumento delle temperature globali entro gli 1,5°C, come sottoscritto nell’Accordo di Parigi nel 2015. L’aumento della temperatura è causato dalla combustione di combustibili fossili come carbone, gas e petrolio. Attualmente, il riscaldamento medio è di circa 1,2°C e la maggior parte dei modelli prevede un aumento di almeno 2,5 o quasi 3°C entro il 2100.

Si voterà negli Stati Uniti, si voterà in Russia, si voterà in India, in Indonesia, in Messico, si voterà il nuovo parlamento europeo. Tutti luoghi, per motivi diversi, nevralgici quando si parla di cambiamento climatico. Gli Stati Uniti (insieme alla Cina) sono i principali emettitori di CO2 nel mondo, l’India sta portando avanti un importante percorso di transizione dal carbone ad altre fonti energetiche, l’Indonesia è stata messa sotto pressione da alluvioni e inondazioni e i suoi ghiacciai tropicali sono sul punto di sparire, l’Unione Europea si è data l’obiettivo di ridurre del 55% entro il 2030 le sue emissioni rispetto ai livelli del 1990 ma il traguardo è molto lontano, abbiamo visto infine cosa ha significato dal punto di vista energetico per tutta l’Europa l’invasione russa in Ucraina.

Il voto ci dirà che tipo di transizione sarà e soprattutto quanto veloce, considerato che, in particolare, negli Stati Uniti e in Europa stanno guadagnando consensi candidati e forze politiche molto vicine alle aziende dei combustibili fossili che stanno cercando di far rientrare il gas e il petrolio attraverso tecnologie discusse (come la cattura e lo stoccaggio del carbonio) e potenti azioni di lobby. Tra questi, c’è anche l’Italia che, col governo Meloni, ha intensificato i suoi accordi per diventare un hub del gas.

Negli Stati Uniti, una eventuale vittoria dei repubblicani (e di Donald Trump), potrebbe mettere a rischio la più grande legge sul clima mai approvata, l’Inflation Reduction Act (IRA), che sta iniettando miliardi di dollari nell’economia statunitense e sta catalizzando massicci investimenti in tecnologie verdi come l’eolico e il solare. Quando è stata approvata dall’amministrazione Biden nel 2022, non un solo repubblicano al Congresso ha votato a favore.

L’altra questione fondamentale del 2024 (e degli anni a venire) è quella della finanza e della sostenibilità climatica. Uno dei temi rimasti irrisolti nell’ultima COP di Dubai è quello del trasferimento delle tecnologie ai paesi in via di sviluppo, impegnati in una difficile transizione dal carbone e allo stesso tempo più esposti agli effetti della crisi climatica.

Il grosso rischio è ritrovarsi di fronte a uno scenario che abbiamo già visto per i vaccini contro il Covid. I paesi ricchi hanno accelerato sulla produzione e sviluppo di vaccini, in una corsa agli accordi con le case farmaceutiche e i laboratori di ricerca, quando invece la strada da perseguire era un’altra: il trasferimento e la condivisione di tecnologie e saperi perché ci trovavamo di fronte a un’emergenza globale dalla quale saremmo usciti solo tutti insieme. Anche per quanto riguarda la transizione ecologiche la strada maestra dovrebbe essere la dichiarazione di Rio del 1992, secondo la quale la tecnologia verde deve essere “di dominio pubblico” e resa accessibile ai paesi in via di sviluppo “a prezzi accessibili”.

Contemporaneamente, si stanno moltiplicando gli appelli per riformare il modo in cui i finanziatori internazionali (come la Banca Mondiale) lavorano con i paesi in via di sviluppo, stritolati in una spirale del debito, nel loro tentativo di ricostruire dopo i danni devastanti di eventi meteorologici estremi. La questione è sempre quella: se non si interviene sulla spirale del debito, se non si rivede il meccanismo di finanziamento, c’è il rischio di una sempre maggiore divaricazione tra ricchi e poveri. I finanziamenti per il clima saranno uno dei temi principali della COP29, che si terrà in Azerbaigian a fine anno. […]


In Bangladesh incarcerato Muhammad Yunus, il «banchiere dei poveri»

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

Di Giuliano Battiston, il manifesto

A soli sei giorni da cruciali elezioni nazionali, un tribunale del lavoro della capitale del Bangladesh emette una sentenza politicamente pesantissima. Sei mesi di carcere per il premio Nobel per la pace e imprenditore Muhammad Yunus, e per altri 3 imputati. Rei di aver violato la legge sul lavoro per non aver istituito un fondo di welfare per i lavoratori della Grameen Telecom, una delle aziende create dal “banchiere dei poveri”, conosciuto per la promozione del microcredito con la Grameen Bank. I quattro sono liberi su cauzione, in attesa dell’appello. E si dichiarano innocenti.

«CHIEDO che il popolo del Bangladesh si esprima all’unisono contro l’ingiustizia e a favore della democrazia e dei diritti umani per tutti i nostri cittadini», ha dichiarato Yunus contestando il verdetto: «Come i miei avvocati hanno argomentato in modo convincente in tribunale, questo verdetto è contrario a tutti i precedenti legali e alla logica». Secondo quanto dichiarato alla Bbc da uno dei suoi avvocati, Abdullah al Mamun, «la sentenza è stata emessa in modo affrettato». Vero obiettivo, «danneggiare la sua reputazione internazionale». Anche la sezione sud-est asiatico di Amnesty International sottolinea «l’insolita rapidità con cui è stato portato a termine il processo contro Muhammad Yunus, in netto contrasto con i lenti progressi di altri casi giudiziari legati ai diritti del lavoro in Bangladesh». Inoltre, lo stesso ricorso a un procedimento penale per questioni amministrative sarebbe «un palese abuso» e «una forma di ritorsione politica per il suo lavoro e il suo dissenso»: la condanna di Yunus è «emblematica dello stato di crisi dei diritti umani in Bangladesh, dove le autorità hanno eroso le libertà e costretto i critici alla sottomissione».

Quello di Yunus è dunque solo il caso più emblematico della più generale repressione del dissenso nel Paese del sud-est asiatico guidato ininterrottamente dal 2009 dalla prima ministra Sheikh Hasina, leader della Lega Awami. Alla quale molti osservatori riconducono la torsione autoritaria in corso da anni e imputano l’uso di giudici e magistrati per obiettivi politici. Yunus e Hasina sono ai ferri corti almeno dal 2007, quando il primo ha fondato il partito Nagorik Shakti (Potere ai cittadini) con l’idea, poi accantonata, di presentarsi alle elezioni. Da allora, una sequela infinita di cause civili e penali. Ora la condanna. Emessa a ridosso delle elezioni politiche nazionali del 7 gennaio, ostinatamente volute dalla prima ministra Hasina, a dispetto delle richieste ripetute da parte del maggior partito di opposizione, il Bangladesh Nationalist Party, di istituire un governo di transizione.

QUALCUNO, a Dacca, legge il tempismo dei giudici proprio come un segnale lanciato da Sheikh Hasina, fuori e dentro il Paese: ogni cosa le è consentita. Anche far condannare, nei giorni in cui il Bangladesh è più sotto i riflettori, un personaggio come Yunus. Per il quale lo scorso agosto si erano mobilitate centinaia di personalità della politica e della cultura globali, incluso l’ex presidente degli Usa Barack Obama. Di persecuzione giudiziaria parla anche il Bangladesh Nationalist Party, che chiama al boicottaggio delle elezioni, dopo aver subito migliaia di arresti tra militanti, sostenitori, leadership. Per il segretario generale del partito, Mirza Fakhrul Islam Alamgir, in carcere da fine ottobre, l’appello è stato fissato al 9 gennaio. Subito dopo la tornata elettorale che vedrà trionfare Sheikh Hasina e la Lega Awami.

Nell’immagine: Muhammad Yunus


Buon Anno alla RSI

La strage in Iran rivendicata (con strano ritardo) dallo Stato islamico; e l’infiammato quadro vicino-orientale si complica 

L’occasione è stata troppo ghiotta per l’ineffabile “Blick”, che ieri, prontamente, ha messo in risalto quello che si potrebbe definire un “incidente” di programmazione del veglione in Piazza Riforma a Lugano diffuso dalla RSI.

Un format supercollaudato di festa in Piazza che si è “arricchito” (diciamo così), da qualche anno, della possibilità da parte degli spettatori di collegarsi a propria volta mostrandosi agli spettatori partecipi e felici, come l’occasione richiede ed invoca e come il servizio pubblico amplifica da par suo.

Così, a sei minuti dopo mezzanotte, da una casa dove ci si dimenava festanti e danzanti, saltan fuori due anonimi ragazzotti che rivolti alla camera, verso il pubblico, saltellando come forsennati a propulsione alcolica abbassano i pantaloni e mostrano senza vergogna le proprie ballonzolanti terga.

Quei 10 secondi (non pochi, in verità, prima di una reazione in regia a Comano)  fanno ormai il giro della Svizzera (tedesca, per ora) poiché di meglio non poteva trovare il “Blick” per la sua edizione di Capodanno per puntare una volta di più il dito sulla SSR e in questo caso sulla RSI (e il suo canone, naturalmente) rea di scontare così una scelta discutibile come quella di “dare accesso” (un po’ poco controllato) a chi manda immagini da casa.

È, né più né meno, quel mondo social in cui tutto, o quasi, è concesso, ed ognuno dice o fa quello che gli pare, spesso con modalità che non sono certo da baronetto inglese. Se decidi di farlo entrare così in onda e in diretta, in una circostanza a rischio di eccessi come quella di un veglione di San Silvestro, tocca poi fare i conti postumi con quel che ne può seguire.

Volendo esagerare, si potrebbe anche tirar giù di grosso, come fa il quotidiano zurighese peraltro, e dire che non è certo un bel segnale quello dato dall’azienda di servizio pubblico in questa occasione, addirittura come messaggio augurale per il nuovo anno.

Potremmo parlare di “autogol”, o di boomerang, perché quei glutei in libertà potrebbero anche dire molto dell’idea che un certo pubblico ha della sua emittente televisiva di riferimento. Ma, appunto, non esageriamo. È stato un incidente, o un accidente. Càpita.

Però… un però rimane, ed è quello che riguarda la strategia che sembra governare la gestione e creazione di programmi in radio e televisione (non solo da noi, beninteso) e che ormai ha con la realtà dei social un rapporto che andrebbe studiato attentamente, specie per un concetto di base, quello secondo cui è frutto della necessità di “andare incontro al pubblico”, fare comunità con gli spettatori o gli ascoltatori. Da tempo un’emissione come “Controcorrente” di Rete Uno, è diventata emblematica di questa propensione al dibattito affidato a pareri forti del pubblico. Per il moderatore, il più delle volte, è un corpo a corpo con sconosciuti habitués che hanno ignote competenze ma opinioni su tutto, basta poter intervenire in radio.

L’attenzione per il pubblico resta, chiaramente, un elemento importante, per carità, ma cui occorrerebbe dare dei limiti. La rincorsa dei favori dello spettatore, se si trasforma nella semplificazione e banalizzazione di ogni questione, nell’ossessivo allontanamento di tutto quanto “non fa audience” perché non coinvolge, non è “d’impatto”, perché impone addirittura riflessione, attenzione, ecco, tutto questo può trasformarsi in uno strumento che a poco a poco, sulle presunte “esigenze del pubblico” si adagia fino ad esserne ostaggio, fino a diventare a propria volta, un grande e generico contenitore ed amplificatore del “tutto va bene se viene dalla ggente”. Anche quando è sciocchezzaio, volgarità, improperio, rigurgito, o lato B. Ne esce, così, una malintesa concezione di “rispetto per il pubblico”, che fino a prova contraria dovrebbe consistere nel favorirne ed alimentarne l’intelligenza, non nell’assecondarne la stupidità.

Alla RSI, per fortuna, diverse importanti emissioni e rubriche continuano a mantenere uno standard adeguato, specie in ambito informativo e in quello della (varia) offerta di approfondimenti documentaristici. Non mancano, come non sono mancate nel 2023 appena trascorso, anche iniziative di rinnovamento e sperimentazione assolutamente apprezzabili. Insomma, ci si prova, com’è giusto, com’è lodevole e soprattutto com’è doveroso fare da parte di un servizio pubblico.

Ma proprio mentre incombe il dibattito sulla riduzione del canone ( 300 franchi? 200 franchi bastano?) e mentre il “Blick”, come altre testate e media privati, non perde l’occasione per scatenarsi contro questo o quel programma, appare sempre più evidente una sorta di scricchiolamento dentro la RSI, che porta, si direbbe, ad orientarsi già come ci si dovesse rassegnare al peggio e dunque vai con il vacuo e l’inconsistente.

Metti insieme, per esempio, un tot di rispettabili professionisti, soprattutto di sport e intrattenimento (materie serissime e difficilissime da trattare e portare al pubblico), li metti seduti attorno ad un tavolo in uno studio metà night e metà bisca, circondati da distratti astanti, seduti ad altri tavoli ad ascoltare, e poi il gioco è fatto e finito: ne esce un programma che si chiama “E quindi?” di nome e di fatto, perché quella domanda rimane in testa allo spettatore fino alla fine della puntata, anzi della serie: e quindi? Che senso si vuol dare alla chiacchiera autoreferenziale in libertà (vigilata) di una serie di colleghi/amici che raccontano episodi sedicenti divertenti della loro attività professionale come fossero al bar, o a casa loro, a fare ed evocare gli “affari loro”? E ridono, loro, solo loro, mentre agli altri tavoli incombe un evidente disorientamento e quelle che ci arrivano a casa sono risate registrate, che ai tempi sentivamo in “Friends” o in “Benny Hill”.

Ecco, questa tv, spiace dirlo, è davvero da quattro soldi, discredita l’azienda ed i validi collaboratori che ci lavorano, a cominciare da quelli che sono stati convocati lì, un po’ per gioco un po’ per celia (e un po’ per amicizia) a dar vita, più o meno consapevolmente, ad uno scialbo e imbarazzante teatrino del nulla. Questa è tv che va incontro ai “saluti da casa” di sei minuti dopo la mezzanotte.

Nell’immagine: in basso a destra la scena incriminata