Il Consiglio federale e la strada da seguire nel nuovo anno

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 

Di Vincent Bourquin, Le Temps

Con le elezioni alle spalle, il Consiglio federale deve ora affrontare le numerose sfide che lo attendono nel 2024. Naturalmente, gli altri attori chiave della nostra democrazia, come il Parlamento, i Cantoni e i Comuni, dovranno assumersi le proprie responsabilità in questo mondo in crisi. Tuttavia, spetta al Governo indicare la strada da seguire e ai suoi sette membri di intraprenderla.

Quest’anno, quattro Consiglieri federali saranno particolarmente sotto pressione: Viola Amherd, Ignazio Cassis, Elisabeth Baume-Schneider e Beat Jans. La leader del gruppo, la donna dell’Alto Vallese, dovrà superare le montagne, dimostrare coraggio e audacia, insomma, diventare una vera donna di Stato e andare oltre la sua fin qui unica grande battaglia, quella per l’acquisto di nuovi jet da combattimento.

La sua missione sarà duplice. Sul piano interno, dovrà dare nuova vita al Collegio dei ministri dopo la partenza dell’onnipresente Alain Berset e dell’influente Cancelliere Walter Thurnherr. Anche a livello internazionale, il ruolo di Viola Amherd sarà sottoposto a un attento esame. In qualità di Presidente della Confederazione, dovrà gestire le crisi e far sentire la voce della Confederazione, una voce che fatica a risuonare nel mondo di oggi, paradossalmente proprio in un momento in cui la Svizzera è, per la prima volta nella sua storia, membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Per quanto riguarda la politica estera, la Consigliera federale del Centro dovrà lavorare in tandem con Ignazio Cassis, la cui credibilità è anch’essa in gioco nel 2024. E il ticinese potrebbe rimettersi in carreggiata grazie all’Europa, seguendo il mandato negoziale adottato dal Consiglio federale. Ma occorre muoversi molto rapidamente.

Due socialisti molto seguiti

Elisabeth Baume-Schneider si trova in una situazione ancora più precaria. La sua decisione di assumere la direzione del Dipartimento federale dell’Interno ha creato una certa tensione tra i suoi colleghi. Per il momento, la giurassiana non è riuscita ad affermarsi come uno dei leader del governo, a differenza di Albert Rösti, eletto contemporaneamente a lei. Ha le spalle abbastanza solide per gestire uno dei dipartimenti più delicati? In ogni caso, dovrà dare prova di sé molto rapidamente, poiché a marzo gli svizzeri voteranno sulla tredicesima della pensione AVS e sull’aumento dell’età pensionabile a 66 anni. E al DFI i ministri socialisti si ritrovano spesso  a dover difendere posizioni contrarie alle loro convinzioni.

È il caso anche del Dipartimento federale di giustizia e polizia, che il basilese Beat Jans ha ereditato suo malgrado. Il suo impegno per il dossier europeo è stato decisivo, soprattutto per convincere la sinistra a sostenere il processo di avvicinamento. Dovrà anche prendere in mano il bastone da pellegrino per convincere i Cantoni a svolgere un ruolo attivo nell’accoglienza dei migranti. Se riuscirà a trovare il tempo per occuparsi delle altre questioni all’ordine del giorno nell’agenda dell’esecutivo federale, il politico basilese potrebbe diventare uno dei protagonisti del governo, forse anche in relazione al fatto che la sua elezione segna il ritorno di un rappresentante di una grande città nel Consiglio federale, un aspetto fondamentale per l’equilibrio del Paese.

Il Consiglio federale non potrà comunque muoversi da solo: deve poter contare su un Parlamento che si muova in modo concreto, capace di superare le divisioni politiche per evitare una serie di impasse che paralizzerebbero l’attività dell’esecutivo e le sue iniziative, anche più delicate, come quelle che l’aspettano in questo inizio di legislatura.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la fotografia ufficiale del Consiglio federale 2024. Al centro la presidente Viola Amherd


Ecco cosa può salvare il nostro mondo stretto tra due guerre

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 

Di Thomas L. Friedman, La Repubblica

Scrivo editoriali di politica estera per il New York Times dal 1995 e una delle cose più importanti che ho imparato è che in questo settore ci sono stagioni buone e stagioni cattive, definite dalle grandi scelte dei protagonisti della scena internazionale. Nel primo decennio di scelte sbagliate ne ho viste parecchie – legate soprattutto alla risposta dell’America agli attacchi dell’11 settembre – ma erano accompagnate da tante altre che offrivano più speranza: la nascita della democrazia in Russia e nell’Europa orientale, grazie alle scelte di Mikhail Gorbaciov; il processo di pace di Oslo, grazie alle scelte di Yitzhak Rabin e Yasser Arafat; l’apertura accelerata della Cina al mondo, grazie alle scelte di Deng Xiaoping; la decisione dell’India di abbracciare la globalizzazione, grazie alle scelte compiute inizialmente da Manmohan Singh; l’espansione dell’Unione Europea, l’elezione del primo presidente nero in America e l’evoluzione del Sudafrica in una democrazia multirazziale incentrata sulla riconciliazione invece che sulla ritorsione.

Tutti questi eventi erano il frutto di decisioni intelligenti prese sia dai leader che dai cittadini. C’erano addirittura segnali di un mondo che cominciava a prendere sul serio i cambiamenti climatici.

Nel loro insieme, queste scelte hanno indirizzato la politica mondiale lungo una traiettoria più positiva: la sensazione era che rispetto a prima ci fossero più persone che avevano la possibilità di realizzare fino in fondo il proprio potenziale con mezzi pacifici, che esistesse una maggiore connessione tra la gente. Era eccitante svegliarsi ogni giorno e pensare a quale di queste tendenze sostenere con i miei editoriali.

Negli ultimi anni, tuttavia, ho provato la sensazione opposta, l’impressione che gran parte del mio lavoro consista nel deplorare le scelte sbagliate dei grandi protagonisti della politica internazionale: l’inasprimento e l’aggressività della dittatura del presidente russo Vladimir Putin, culminata nella brutale invasione dell’Ucraina; il ribaltamento dell’apertura della Cina sotto Xi Jinping; l’elezione in Israele del governo più a destra nella storia dello Stato ebraico; gli effetti a cascata dei cambiamenti climatici; la situazione fuori controllo al confine Sud degli Stati Uniti; e infine (ed è la cosa probabilmente più inquietante) una deriva autoritaria non solo in Paesi europei come la Turchia, la Polonia e l’Ungheria, ma anche nello stesso Partito repubblicano in America.

Per metterla in altri termini: se penso ai tre pilastri che hanno mantenuto stabile il mondo da quando ho cominciato a fare il giornalista, nel 1978 – un’America forte determinata a difendere l’ordine liberale mondiale con l’aiuto di istituzioni multilaterali sane quali la Nato, una Cina in crescita costante utile per tenere a galla l’economia mondiale e confini prevalentemente stabili in Europa e nei Paesi in via di sviluppo – tutti e tre sono stati intaccati pesantemente dai protagonisti della scena mondiale nell’ultimo decennio. E questa cosa sta innescando una Guerra Fredda tra Cina e Stati Uniti, migrazioni di massa dal Sud al Nord del mondo e un’America che è diventata più inaffidabile che indispensabile.

Ma non è neanche metà del problema. Perché ora che tecnologie militari avanzate come i droni sono facilmente accessibili, anche i protagonisti minori possono esercitare un potere molto maggiore, e molto più ad ampio raggio, di quanto fossero mai stati in grado di fare prima, col risultato che anche le loro scelte sbagliate possono sconvolgere il pianeta. Basti pensare alle compagnie di trasporto marittimo internazionali di tutto il mondo, costrette a deviare le loro navi su altre rotte e a pagare premi assicurativi più alti perché gli Houti, gruppi tribali yemeniti di cui fino a poco tempo fa non avevate mai sentito parlare, si sono procurati razzi e droni e hanno cominciato a colpire le navi che attraversano il Mar Rosso e il canale di Suez.

Per questo ho detto che l’invasione russa dell’Ucraina è la nostra prima vera guerra mondiale, e sempre per questo ho la sensazione che la guerra di Hamas con Israele sia, per certi versi, la nostra seconda vera guerra mondiale.

Sono conflitti combattuti sia su campi di battaglia fisici che digitali, con una portata e implicazioni enormi a livello planetario: come gli agricoltori argentini che si sono trovati in difficoltà quando all’improvviso si sono ritrovati senza i fertilizzanti che esportavano Ucraina e Russia; come i giovani utenti di TikTok in tutto il mondo che osservano, dicono la loro, protestano e boicottano catene multinazionali come Zara e McDonald’s dopo essersi infuriati per qualcosa che hanno visto su un feed di 15 secondi dalla Striscia di Gaza; come un gruppo di hacker filoisraeliani che l’altro giorno ha rivendicato il merito di aver bloccato circa il 70 per cento delle stazioni di benzina dell’Iran, presumibilmente come ritorsione per il sostegno che l’Iran fornisce a Hamas. E tantissimi altri esempi.

Nel mondo iperconnesso di oggi è addirittura possibile che la guerra per il controllo della Striscia di Gaza, che è grande circa due volte Washington, possa decidere il prossimo presidente a Washington, appunto, perché una parte dei giovani democratici sta abbandonando il presidente Joe Biden a causa del suo sostegno a Israele.

Ma prima di eccedere in pessimismo, ricordiamoci che queste scelte non sono nient’altro che questo: scelte. Non c’è nulla di inevitabile o preordinato. Le persone e i leader hanno sempre capacità di agire, e noi che osserviamo dall’esterno non dobbiamo mai unirci al coro codardo e insincero di chi dice: «Beh, non avevano scelta».

Gorbaciov, Deng, Anwar Sadat, Menachem Begin, George H. W. Bush e Volodymyr Zelensky, per fare solo qualche nome, si sono trovati di fronte a scelte strazianti, ma hanno imboccato strade che hanno portato a un mondo più prospero e sicuro, almeno per un po’ di tempo. Altri, purtroppo, hanno fatto il contrario.

Per chiudere l’anno, è attraverso questa lente delle scelte che voglio riesaminare la storia che mi tormenta, e che sono sicuro tormenta anche il resto del mondo dal 7 ottobre: la guerra tra Israele e Hamas. Non era inevitabile come alcuni vogliono farvi credere.

Ho cominciato a ragionare su questa cosa qualche settimana fa, quando sono andato a Dubai per assistere alla conferenza climatica delle Nazioni Unite. Se non ci siete mai stati, l’aeroporto di Dubai ha uno dei terminal più lunghi del mondo. E quando il mio aereo della Emirates è atterrato è andato a parcheggiarsi nei pressi di una delle estremità del terminal B e guardando fuori dall’oblò ho visto allineati, in una fila perfettamente simmetrica, quindici jet per voli a lunga percorrenza della compagnia di bandiera emiratina, che scomparivano in lontananza. E mi è venuto da pensare: qual è l’ingrediente essenziale che Dubai ha e Gaza no? Perché all’inizio tutte e due, in un certo senso, erano dei posti che sorgevano sulla convergenza tra sabbia e mare, in snodi cruciali del pianeta.

Non è il petrolio: il petrolio ormai gioca un ruolo limitato nell’economia diversificata di Dubai. E non è la democrazia: Dubai non è una democrazia e non aspira a esserlo. Ma la gente oggi accorre a frotte per vivere qui, da tutto il mondo: la sua popolazione di 3,5 milioni di abitanti è schizzata in alto da quando è esploso il Covid. Perché? La risposta è una leadership visionaria.

Dubai ha beneficiato di due generazioni di sovrani che avevano una visione forte per gli Emirati Arabi Uniti in generale e per l’emirato di Dubai in particolare: la possibilità di essere arabi, moderni, pluralistici, globalizzati e sostenitori di un’interpretazione moderata dell’islam. La loro formula include un’apertura totale al mondo, un ruolo centrale per il libero mercato e l’istruzione, la messa al bando dell’islam politico estremista, una corruzione relativamente limitata, un contesto giuridico fondato sul primato della legge promulgato dall’alto e un impegno incessante per diversificare l’economia, reclutare talenti e sviluppare il Paese.

Ci sono un milione di cose che si possono criticare di Dubai, dai diritti dei tanti lavoratori stranieri che fanno andare avanti il Paese alle montagne russe del mercato immobiliare, dalla cementificazione spropositata alla mancanza di libertà di stampa o di riunione, per citarne solo alcune. Ma il fatto che tanti arabi e tante persone di altre nazionalità continuino a voler vivere, lavorare, divertirsi e fondare imprese qui indica che i governanti sono riusciti a trasformare questo promontorio rovente sul Golfo Persico in uno dei crocevia più prosperi del pianeta per i commerci, il turismo, i trasporti, l’innovazione, il traffico marittimo e il golf, con una skyline di grattacieli (uno alto più di 800 metri) da fare invidia a Hong Kong o a Manhattan.

E tutto è stato fatto all’ombra (e con l’invidia) di un vicino pericoloso come la Repubblica islamica dell’Iran. Quando visitai per la prima volta Dubai, nel 1980, nel porto c’erano ancora i sambuchi, le tradizionali barche da pesca in legno. Oggi la DP World, la compagnia di logistica emiratina, gestisce attività di smistamento merci e terminali portuali in ogni parte del mondo. Uno qualunque dei vicini di Dubai – il Kuwait, il Qatar, l’Oman, il Bahrein, l’Iran e l’Arabia Saudita – avrebbe potuto fare lo stesso, avendo una linea costiera analoga, ma sono stati gli Emirati a riuscirci, grazie alle scelte che hanno fatto.

Ho fatto il giro della struttura che ospitava la conferenza mondiale sul clima insieme alla sottosegretaria per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti, Rim al-Hashimy, che ha sovrinteso alla costruzione dell’imponente 2020 Expo City, riconvertita per ospitare l’evento. Nelle tre ore che abbiamo passato a visitare la struttura, siamo stati fermati almeno sei o sette volte da gruppetti di due o tre donne emiratine in tunica nera che mi hanno chiesto se potevo farmi da parte per un momento mentre si scattavano un selfie con Rim, o se potevo fotografarle con lei. Per loro era una rockstar, un modello da imitare, una donna esterna alla famiglia reale che ha studiato a Harvard e a Tufts e ricopre una carica direttiva all’interno dell’amministrazione pubblica.

Confrontate tutto questo con Gaza, dove i modelli da imitare oggi sono i martiri di Hamas nella loro guerra infinita contro Israele.

Tra le cose più vili e ignoranti che siano state dette a proposito di questa guerra è che Hamas non aveva altra scelta, che le sue guerre con Israele, culminate il 7 ottobre in un’orgia di massacri, nel rapimento di israeliani dai 10 mesi agli 86 anni di età e nello stupro di donne israeliane, possono in qualche modo essere giustificate come una comprensibile evasione di prigione da parte di maschi chiusi in gabbia.

Hamas è sempre stata più interessata a distruggere lo Stato ebraico che a costruire uno Stato palestinese, perché è quell’obiettivo di cancellare Israele che consente di giustificare la sua permanenza al potere a tempo indefinito, anche se Gaza ha conosciuto soltanto miseria economica da quando Hamas ha assunto il controllo della Striscia.

Non renderemmo alcun servizio a quei palestinesi che vogliono realmente e meritano di avere un loro Stato se fingessimo che non è così.

I palestinesi di Gaza sanno la verità. Sondaggi recenti riportati dall’Afp indicano che «molti abitanti di Gaza erano ostili a Hamas prima del brutale attacco del 7 ottobre contro Israele, e alcuni definivano il potere esercitato dal gruppo come una seconda occupazione».

Quando la morsa di Hamas su Gaza si allenterà, prevedo che sentiremo molte altre voci da Gaza che dicono cosa pensano realmente di Hamas, e sarà imbarazzante per gli apologeti del gruppo islamista nelle università americane.

Ma la nostra storia sulla capacità di agire e le scelte non si ferma qui. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo di Israele – 16 anni – ha fatto anche lui delle scelte. E già prima di questa guerra sono state scelte terribili, per Israele e per gli ebrei di tutto il mondo.

La lista è lunga: prima di questa guerra, Netanyahu si è attivamente impegnato per mantenere i palestinesi deboli e divisi rafforzando Hamas con miliardi di dollari dal Qatar mentre simultaneamente si dava da fare per screditare e delegittimare i moderati dell’Autorità Palestinese a Ramallah, sostenitori degli accordi di Oslo e della lotta non violenta. In questo modo, Netanyahu di fatto poteva dire a ogni presidente americano: mi piacerebbe tanto fare un accordo di pace con i palestinesi, ma sono divisi e come se non bastasse i migliori di loro non riescono a controllare la Cisgiordania e i peggiori di loro controllano Gaza; perciò, che volete da me?

Lo scopo di Netanyahu è sempre stato quello di distruggere una volta per tutte l’opzione Oslo. Da questo punto di vista, Bibi e Hamas hanno sempre avuto bisogno l’uno dell’altro: Bibi per dire agli Stati Uniti e agli israeliani che non aveva scelta e Hamas per dire ai palestinesi a Gaza e ai suoi nuovi e ingenui sostenitori in tutto il mondo che l’unica scelta dei palestinesi era la lotta armata guidata da loro.

L’unica via d’uscita da questa distruzione reciproca assicurata è introdurre in Cisgiordania una versione trasformata dell’Autorità Palestinese(o un Governo di tecnici palestinesi completamente nuovo nominato dall’Olp), in collaborazione con Stati arabi moderati come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. Ma quando sollevo la questione tanti israeliani mi rispondono: «Tom, non è il momento. Nessuno vuole ascoltare una cosa del genere».

E mi viene voglia di gridare: No, è proprio questo il momento. Non riescono a capirlo? Il più grande successo politico di Netanyahu è stato quello di convincere gli israeliani e il mondo che non è mai il momento giusto per parlare della corruzione morale prodotta dall’occupazione e di come costruire un partner palestinese credibile per toglierla dalle mani di Israele.

Questa guerra è così orribile, letale e dolorosa che non stupisce che così tanti palestinesi e israeliani vogliano pensare solo a sopravvivere, e non alle scelte che li hanno portati fino a qui. L’editorialista di Haaretz Dahlia Scheindlin lo ha detto splendidamente in un recente saggio:

«La situazione oggi è così terribile che la gente fugge dalla realtà come fugge dai missili, e si nasconde nel rifugio del suo punto cieco. Non serve a nulla puntare il dito. L’unica cosa che rimane da fare è cercare di cambiarla quella realtà».

Per me è sempre la stagione adatta per scegliere questa strada.

— Traduzione di Fabio Galimberti

© The New York Times – 2023


Una “vendetta” senza limiti di intollerabile disumanità

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In meno di un mese, a Gaza sono stati uccisi più civili che in quasi due anni di guerra in Ucraina. Circa 20 mila nella Striscia, secondo il ministero della sanità di Hamas, comunque non meno di 15 mila stando all’intelligence americana e a studi indipendenti; un po’ più di 10 mila nell’ex “piccola Russia” aggredita da Vladimir Putin, stando ai calcoli delle Nazioni Unite. Pur con tutte le differenze dei due scenari di guerra (tra eserciti in Ucraina, tra potenti forze armate e miliziani jihadisti a Gaza), il confronto fra queste funeste statistiche, con il loro straziante e intollerabile carico di dolore, raffronto così poco evocato nelle ultime settimane, confermano la spropositata, spaventosa, ingiustificata dimensione della rappresaglia israeliana al “sabato nero” del 7 ottobre, atroce e ingiustificabile attacco terroristico delle formazioni di Hamas contro le famiglie dei kibbutzim e contro il rave frequentato da centinaia di giovani nel Neguev israeliano. Uccisi (in 1.200), e in parte presi in ostaggio (più di 200), non perché pericolosi nemici in armi, ma soltanto perché ebrei. 

Così come in terra palestinese (e bisognerebbe aggiungere i 300 morti della Cisgiordania in dieci mesi), nessuno può pensare che la grande maggioranza di chi è rimasto vittima della potenza di fuoco di Tsahal – in maggioranza bambini, adolescenti e donne – fosse in qualche modo complice del movimento islamista, o da considerare tale. Lo confermano le stesse cifre israeliane: l’esercito di Netanyahu sostiene di aver finora eliminato ottomila combattenti nemici, e pur volendo dar credito a questa versione ufficiale rimane il fatto che, contrariamente a quanto avviene nelle terre ucraine insanguinate, i civili palestinesi uccisi finora sotto uno tsunami di missili, bombardamenti, armi sofisticate, fuoco d’artiglieria, tanks, cannoneggiamenti dal mare, rimangono in netta maggioranza.

Appunto, insopportabile. Anche per quello che si può prevedere e prospettare per il futuro, prossimo o no. La leadership dello Stato ebraico promette prima altre settimane di attacchi, poi parla di mesi, ora addirittura di anni per raggiungere i suoi obiettivi di sicurezza. Che in definitiva ancora non si sa quali realmente siano, e quanto realizzabili: unicamente deradicare Hamas (alimentando una tragedia umanitaria di dimensioni spaventose, terreno favorevolissimo alla perpetuazione di un’ostilità radicale ed eventualmente terroristica)? Oppure una “pulizia etnica” attraverso l’espulsione del maggior numero di palestinesi possibile verso i confinanti paesi arabi (comunque ostili a una simile deportazione nelle loro nazioni)? O ancora spingerli verso l’emigrazione forzata, massa di profughi che esponenti del governo israeliano insistono affinché l’Occidente li accolga, esplicitamente rinunciando a futuri aiuti economici per la ricostruzione della Striscia? 

Progetti giustificati, secondo le autorità dello “Stato degli ebrei” (come si è voluto auto-definire Israele attraverso un voto parlamentare, trascurando una minoranza araba di quasi il 20 per cento della sua popolazione), giustificati da quello che considera il “primo pogrom anti-ebraico” dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche sull’uso di certi termini bisognerebbe in realtà prestare più attenzione, ed è stato il direttore del museo dell’Olocausto Vad Yashem a Gerusalemme a condannare il rappresentante di Israele all’ONU che per protesta sulla giacca aveva appuntato la stella gialla di Davide, emblema della persecuzione nazista. Certo, nessuno può eludere o derubricare l’enormità della strage del 7 ottobre scorso. Che non è l’inizio di tutto, ma è sicuramente il terrificante incipit di un nuovo capitolo del conflitto arabo-israeliano. Pensando anche ai numerosi stupri commessi dagli assalitori anti-israeliani e anti-ebrei. Lo sappiamo, lo stupro come arma di guerra non è affatto una novità nello scenario dei vari conflitti internazionali. Ma non si ricorda nulla del genere nel secolare scontro che ha come palcoscenico la Palestina storica. Né basta la costatazione che l’ala militare di Hamas aveva decisamente preso il sopravvento su quella più politica per fornire una spiegazione convincente. Resta l’ignominia. Resta il baratro. Resta il trauma di tutta una nazione. Ed è giusto non perderlo di vista. 

Anche per questo pubblichiamo oggi su ‘Naufraghi’ l’integralità di una lunga inchiesta realizzata dal “New York Times” sulle scellerate violenze di genere perpetrate in quella manciata di ore terrificanti. Ma tenerle ben presenti, non può servire a spiegare e giustificare tutto. In particolare non può servire per sdoganare e rendere in qualche misura accettabili i termini della vendetta israeliana, la punizione collettiva di un popolo, inerme e colpito anche nei campi improvvisati al Sud della Striscia, dove gli era stato minacciosamente ordinato di spostarsi con una vaga promessa di immunità: e che invece viene quotidianamente falcidiato. 

D’altra parte, fra le motivazioni di quanto di efferato è accaduto poche settimane fa non possono essere del tutto eluse o sottaciute le responsabilità politiche e umane di chi oggi rivendica persino il diritto di non preoccuparsi delle “vittime collaterali”, cioè di migliaia di civili palestinesi uccisi. Responsabilità pesanti e documentabili: prima l’ occupazione militare di Gaza (1967) e i relativi insediamenti dei coloni come “avanguardia e sentinelle” della sicurezza israeliana; poi l’evacuazione (2005) ordinata dal premier-generale Ariel Sharon , tuttavia “compensata” dalla decisione di isolare e sigillare  la Striscia in tutti i suoi quattro lati, mare compreso; quindi, soprattutto per suicida cecità dell’attuale premier Netanyahu, per oltre quindici anni alla guida del suo paese, il disegno di servirsi di Hamas (che era nata negli Anni Ottanta proprio con il sostegno di Tel Aviv) come contrappeso agli eredi di Arafat, e dunque per azzerare qualsiasi possibilità di “soluzione dei due Stati”. E’del tutto improponibile la tesi, spesso ripetuta da chi oggi vede solo le ragioni di Israele, di coloro che ripetono come non vi sia legame, non vi sia correlazione fra tutto questo e la mattanza del 7 ottobre. Oppure che non vi sia rapporto, in generale, con la decennale occupazione dei Territori palestinesi a ovest del fiume Giordano, sempre più colonizzati: soprattutto da quest’ultimo governo di destra estrema, che campa sulla indispensabile partecipazione di chi in passato apparteneva a un partito messo addirittura fuorilegge dalla magistratura israeliana per razzismo e violenza, e che è sempre più attivo nel pretendere l’annessione pura e semplice di Cisgiordania e Gaza. 

Tutta la drammatica vicenda israelo-palestinese, che ha un secolo di tormentata storia, è un susseguirsi di rapporti di forza: da quella che nel 1948 gli Stati arabi (poi sconfitti) misero in campo con l’illusione di cancellare la risoluzione ONU per la creazione dei due Stati, a quella che nell’ultimo mezzo secolo i governi di Tel Aviv hanno utilizzato con l’evidente obiettivo di realizzare il biblico progetto del “Grande Israele”. Come (tranne rare e controverse parentesi, anche quella di Oslo) se non si fosse mai spento lo slogan di Golda Meir di “un popolo senza terra, per una terra senza popolo” (quello palestinese, che in realtà ancora nel ’48 era maggioritario). Come se Ben Gurion non avesse ammonito i suoi, chiedendo loro di non dimenticare ciò che avevano subito gli arabi locali. Disse il padre della nazione : “Ci sono stati l’anti-semitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro (ndr: gli arabi) in tutto questo cosa c’entravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”. Il che non impedì che sotto la sua guida vi fosse l’espatrio di 750.000 palestinesi (in fuga per paura della guerra, per la propaganda araba ma anche per specifico intervento militare israeliano) e la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi rasi al suolo. 

E quale è stato nelle ultime settimane la feroce ed eloquente sortita di un ministro di Netanyahu? “Ben Gurion doveva portare a termine il lavoro”. Allora si capisce come, per numero di vittime civili e massiccia distruzione delle abitazioni di Gaza, l’insopportabile replica armata di Israele si stia forse trasformando in qualcos’altro. Hamas accusato di proteggersi usando i civili come scudi umani, in violazione dei più elementari diritti? Giusto. Ma che differenza fa se poi quegli stessi innocenti “scudi” vengono disumanizzati, diventano ‘vittime collaterali’, sono annientati a decine di migliaia in una controffensiva senza regole e senza limiti?

Nell’immagine: Gaza, le vittime della vendetta


“Così il 7 ottobre Hamas ha trasformato in arma la violenza sessuale ”, ecco l’inchiesta del New York Times sugli stupri del Sabato Nero

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 

Di Jeffrey Gettleman, Anat Schwartz e Adam Sella

All’inizio ne parlavano semplicemente come della “donna dal vestito nero”. La si vede in un video sgranato, riversa sulla schiena, il vestito strappato, le gambe divaricate, la vagina in vista. Il volto è carbonizzato fino a essere irriconoscibile e la sua mano destra le copre gli occhi. Il video è stato girato nelle prime ore dell’8 ottobre da una donna andata alla ricerca di un amico scomparso nella località del rave party, nella zona meridionale di Israele dove, il giorno prima, i  terroristi di Hamas avevano massacrato centinaia di giovani israeliani.
Il video è diventato virale, migliaia di persone hanno reagito in preda alla disperazione di sapere se quella donna dal vestito nero fosse la loro amica, la loro sorella o la loro figlia scomparsa.

Una famiglia ha capito subito di chi si trattasse: era Gal Abdush, madre di due bambini, proveniente da una cittadina della classe operaia nella parte centrale diIsraele, scomparsa dal rave quel giorno insieme a suo marito.

Quando i terroristi l’hanno accerchiata, intrappolata sull’autostrada in una fila di automobili con persone in fuga dal rave, la donna ha spedito un ultimo messaggio su WhatsApp alla sua famiglia: “Non potete capire”.

In base soprattutto a quello che il video documenta – e che il New York Times ha verificato – gli agenti della polizia israeliana hanno detto di credere che Gal Abdush è stata violentata ed è diventata un simbolo della ferocia inferta alle donne e alle giovani israeliane durante gli attacchi del 7 ottobre.

Fonti israeliane dicono che, ovunque hanno colpito – al rave party, nelle basi militari lungo il confine con la Striscia di Gaza, nei kibbutz –, i terroristi di Hamas hanno stuprato le donne. Un’indagine condotta per due mesi dal Times ha portato a scoprire nuovi incresciosi dettagli, e ha permesso di giungere alla conclusione che le violenze contro le donne non sono stati eventi isolati, ma fasi a tutti gli effetti dello schema di generalizzata violenza di genere del 7 ottobre.

Facendo affidamento sulle riprese filmate, le fotografie, i dati dei Gps dei telefoni cellulari e le interviste a oltre 150 persone, compresi testimoni, personale medico e paramedico, soldati e consulenti esperti di casi di stupro, il Times ha individuato almeno sette località nelle quali le donne e le giovani israeliane sono state vittime di violenza sessuale o sono state mutilate.

Quattro testimoni hanno descritto nei particolari di aver assistito allo stupro e al massacro di donne in due luoghi diversi lungo la Strada 232, la medesima autostrada dove, in una terza località, è stato trovato riverso a terra il corpo seminudo di Abdush.

Il Times ha intervistato numerosi soldati, volontari e sanitari che nel complesso hanno recuperato più di una trentina di corpi di donne e giovani vicino al sito dove si stava svolgendo il rave party e in due kibbutz. Erano in condizioni simili a quelle di Abdush: a gambe divaricate, con i vestiti strappati, con segni di violenza nell’area dei genitali.

Hamas ha respinto le accuse di violenza sessuale sporte da Israele. Gli attivisti israeliani si sono indignati quando il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e l’agenzia UN Women non hanno preso atto delle molteplici accuse, se non alcune settimane dopo gli attacchi.

Gli investigatori della più importante unità della polizia nazionale israeliana, la Lahav 433, hanno raccolto immediatamente le prove, ma non hanno saputo quantificare quante donne siano state stuprate, affermando che per la maggior parte erano morte – e sepolte – e che non si conoscerà mai il loro numero esatto. Nessun sopravvissuto si è espresso ufficialmente in merito.

La polizia israeliana ha ammesso che, nello shock e nella confusione generale del 7 ottobre, il giorno più funesto nella storia di Israele, non si è adoperata per raccogliere campioni di liquido seminale dai corpi delle donne, né per richiedere autopsie o esaminare da vicino le scene dei crimini. In quel momento, hanno detto le autorità, gli agenti erano impegnati a respingere Hamas e a identificare i corpi dei morti.

Il mix di caos, enormi sofferenze e pratiche religiose previste dall’ebraismo ha fatto sì che molti corpi siano stati seppelliti senza indugio. La maggior parte di essi non è stata ispezionata. In qualche caso, come il massacro al rave party, in poche ore sono state trucidate più di 360 persone, i cui corpi sono stati portati via a bordo di camion.

Questo significa che le autorità israeliane non sono in grado di spiegare alle famiglie che cosa sia accaduto ai loro cari negli ultimi istanti della loro vita. I parenti di Abdush, per esempio, non hanno mai ricevuto un certificato di morte. Stanno aspettando risposte ancora adesso.

“Urla senza parole”

Sapir, una giovane ragioniera di 24 anni, è diventata una dei testimoni chiave della polizia israeliana. Non vuole essere identificata, afferma che, qualora il suo cognome fosse reso noto, sarebbe ricercata per il resto della sua vita.

Sapir aveva partecipato al rave party in compagnia di molti amici. Durante un’intervista di due ore rilasciata nel chiosco di un bar della zona sud di Israele, ha raccontato di aver visto gruppi di uomini che imbracciavano armi pesanti violentare e uccidere almeno cinque donne.

Sapir ha detto che alle 8 di mattina del 7 ottobre si è nascosta sotto i rami bassi di un folto albero di tamerice, poco distante dalla Strada 232, a circa 6,5 chilometri a sudovest dal luogo del rave party. Era stata colpita alla schiena. Si sentiva svenire. Si è ricoperta di sterpi ed è rimasta lì, più ferma possibile.

A circa una quindicina di metri dal suo nascondiglio, ha detto di aver visto moto, macchine e furgoni avvicinarsi e un centinaio circa di uomini radunarsi. Perlopiù indossavano uniformi militari e anfibi, alcuni erano in tuta nera. Sono scesi dai veicoli, si sono fermati lungo la strada e si sono scambiati fucili d’assalto, bombe a mano, piccoli missili e donne gravemente ferite.

La prima vittima che Sapir ha visto è stata una giovane dai capelli ramati: aveva la schiena macchiata di sangue e i pantaloni abbassati a metà gamba. Un uomo l’ha tirata per i capelli e l’ha fatta inginocchiare. Un altro l’ha stuprata. Sapir ha detto di aver visto che ogni volta che la giovane barcollava, l’uomo le affondava un coltello nella schiena.

Sapir ha poi detto di aver visto un’altra donna “fatta a pezzi”. Mentre un terrorista la violentava, un altro le ha mutilato il seno con un taglierino. “Uno di loro continuava a stuprarla e gli altri si tiravano il suo seno, l’hanno lanciato fino a quando è caduto a terra”.

Sapir ha detto che gli uomini poi hanno mutilato anche il viso di quella giovane, poi sparita ai suoi occhi. Più o meno nello stesso momento, ha assistito allo stupro di altre tre donne, e ha visto i terroristi portarsi via le teste mozzate di altre tre ancora.

Sapir ha mostrato le fotografie del suo nascondiglio e delle sue ferite, e gli agenti della polizia hanno confermato la sua testimonianza e reso pubblico un video nel quale la giovane dal volto irriconoscibile riferisce parte di quello che ha visto.

Quella stessa mattina, lungo la Strada 232 ma in un punto diverso, a circa 1,5 chilometri a sudovest da dove si era svolto il party, Raz Cohen, un giovane israeliano che partecipava al rave, ha detto di essersi nascosto nel letto asciutto di un ruscello. Nell’intervista di un’ora e mezzo che ha rilasciato, dice di aver trovato riparo dagli aggressori che stavano passando al setaccio tutta la zona, ammazzando chiunque trovassero. A circa 35 metri di fronte a lui, ha riferito, ha visto accostare un furgoncino, che poi ha spalancato le portiere. Ha visto cinque uomini in abiti civili, armati di coltelli e di martello, trascinare una donna per terra. Era giovane, era nuda e urlava.

“Si sono disposti a semicerchio attorno a lei” ha detto Cohen. “La giovane era in piedi. Hanno iniziato a stuprarla. Uno la violentava. La giovane gridava. Ricordo ancora la sua voce. Urla senza parole. Poi un uomo ha sollevato un coltello e l’ha massacrata”.

A distanza di ore, la prima ondata di medici d’emergenza e sanitari volontari è arrivata al sito del rave party. Nelle interviste, quattro di loro hanno detto di aver scoperto i cadaveri di donne morte con le gambe divaricate e senza biancheria addosso. Alcune avevano le mani legate da corde e fascette di plastica. Erano dappertutto, lungo la strada, nella zona dei parcheggi e nei campi aperti intorno al luogo del rave.

Scoperte simili sono state fatte anche in due kibbutz, a Be’eri e Kfar Aza. Otto medici volontari e due soldati israeliani hanno raccontato al Times che in almeno sei edifici diversi si sono imbattuti nei corpi di almeno 24 donne e giovani nude o seminude, alcune delle quali mutilate, altre legate e spesso sole.

La donna dal vestito nero

In una delle ultime sequenze in cui compare viva – colta da una telecamera di sicurezza installata sulla porta di casa sua – si vede Gal Abdush uscire di casa insieme a suo marito Nagi alle 2,30 di notte del 7 ottobre, diretta al rave.

All’alba, centinaia di terroristi si sono avvicinati a quella località da parecchie direzioni, bloccando le uscite dell’autostrada. La coppia è salita a bordo della loro Audi, e ha lanciato una serie di messaggi frenetici mentre si metteva in moto. “Siamo a bordo”, ha scritto Abdush alla sua famiglia. “Stiamo andando via”. “Si sentono esplosioni.”

Suo marito Nagi ha chiamato i suoi famigliari, lasciando poi un messaggio audio al fratello Nissim alle 7,44: “Prenditi cura dei bambini, ti voglio bene”. Colpi di arma da fuoco hanno messo fine al messaggio.

Una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Gal Abdush, tre assistenti sociali del governo hanno bussato alla porta della casa di famiglia a Kiryat Ekron, piccola cittadina nel centro di Israele. Hanno riferito che Abdush, 34 anni, era stata trovata morta.

L’unico documento ricevuto dalla famiglia, però, è una lettera prestampata di una facciata, proveniente da Isaac Herzog, nella quale il presidente israeliano esprime le sue condoglianze e manda un abbraccio. Il corpo del marito, Nagi Abdush, 35 anni, è stato identificato dopo due giorni. Era carbonizzato e gli investigatori ne hanno potuto determinare l’identità solo con un campione di Dna e dalla fede nuziale.

La giovane coppia stava insieme dai tempi dell’adolescenza. Per i loro famigliari, sembra soltanto ieri che Nagi Abdush andava al lavoro per riparare scaldabagni, con una borsa di attrezzi sulle spalle, e Gal Adush preparava il purè di patate e cotolette per i loro due bambini, Eliav di 10 anni e Refael di 7.

I bambini adesso sono orfani. La notte in cui sono stati uccisi i loro genitori, i due piccoli dormivano a casa di una zia. La madre e il padre di Gal Abdush hanno presentato richiesta di affidamento esclusivo.

Tutte le sere, la madre di Gal Abdush, Eti Bracha, si sdraia nel letto dei bambini per stare loro accanto mentre si addormentano. Alcune settimane fa, mentre si allontanava dalla loro camera in silenzio, il bimbo più piccolo l’ha fermata, e le ha detto: “Nonna, vorrei chiederti una cosa”.

“Tesoro” ha risposto Eti, “puoi chiedermi tutto.”

“Nonna, come è morta mamma?”

Traduzione di Anna Bissanti

© 2023, The New York Times


01-01-2024 di nuovo c’è il solito

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 


Quelle canzoni e quei testi che ci parlano ancora, con intelligenza e passione

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 

Benché siano passati ventun anni dalla sua scomparsa, il nome di Giorgio Gaber e soprattutto l’eredità della sua musica e dei suoi testi, che soprattutto nella seconda parte della sua carriera, quella del “Teatro Canzone”, graffiano ancora le coscienze con la loro profonda intelligenza controcorrente, rappresentano ancora un imprescindibile patrimonio della cultura italiano del secondo Novecento. Per ricordare tanta parte del suo repertorio e della sua attività creativa, RAI3 propone oggi in prima serata un documentario di Riccardo Milani, “Io, noi e Gaber” (qui il trailer), passato fugacemente nelle sale italiane lo scorso novembre (con un clamoroso riscontro di pubblico) che propone molti documenti inediti o poco noti attraverso le testimonianze di numerosi amici, colleghi, estimatori. Per fare solo qualche nome, fra i tanti, si possono citare l’inseparabile coautore Sandro Luporini, e poi Massimiliano Pani, Michele Serra, Jovanotti, Ivano Fossati, Gianni Morandi, Pierluigi Bersani.

Per gli appassionati (non solo nostalgici) il film è una carrellata di momenti ad alta intensità emotiva, legati alla riproposta di brani che hanno fatto la storia e ancora sanno parlarci ed interrogarci.

Nel film non poteva certo mancare la figlia Dalia Gaberscik, che qui proponiamo in un’intervista di Paolo Di Stefano. [red.]

Dalia Gaberscik, che immagine di suo padre viene fuori dal docufilm «Io, noi e Gaber»?
Per me era un uomo simpaticissimo, la persona più piacevole con cui passare una serata. Il film è un magnifico racconto affettuoso». 

Piacerebbe a suo padre?
«Il papà odiava riguardarsi, anzi rivedere i suoi spettacoli a casa era vietato, mentre quando era nella fase creativa prima o poi tirava fuori il tormentone o l’ossessione del momento, sentiva l’urgenza di confrontarsi».

Era diverso a casa dal Signor G del teatro-canzone?
«Il lavoro era il suo gioco preferito. Si svegliava tardi, all’una o alle due, colazione, sigaretta, prove nel tardo pomeriggio, un toast prima dello spettacolo, primo tempo, secondo tempo, e anche un terzo tempo…». 

Terzo tempo?
«Raggiungeva la felicità alla fine dello spettacolo, una gioia fisica quando aveva consumato tutte le cellule: mi sembrava persino di vederlo più piccolo. Faceva due tempi per potersi cambiare la camicia nell’intervallo, che era fradicia, e alla fine ne buttava via un’altra, era come svuotato e rimpicciolito, ma era la felicità pura, si asciugava e in camerino cominciava il terzo tempo con la gente che andava a trovarlo. Più che i complimenti ascoltava le critiche, le domande…».

Cosa la impressionava di più vedendolo in scena?
«Era una macchina, con una memoria di ferro. Diceva: “Dopo che ho raggiunto la memoria perfetta del testo, comincio a divertirmi”, a quel punto gli capitava di pensare ad altro mentre recitava o cantava. Durante l’intervallo una volta mi disse: “Sai che ho pensato a quella cosa della tua professoressa di latino? Hai ragione, è proprio una…”».

Ma lei lo vedeva spesso?
«Era molto in giro, ma per me è stato un padre molto presente, addirittura mammoso. Se erano in tournée mamma e papà, con me restava la nonna, la madre di mia madre, che mi ha tirata su, era la mia prima mamma».

Che coppia erano suo padre e sua madre, Ombretta Colli?
«Uniti quasi in forma patologica, con una complicità che superava ogni elemento esterno, comprese me e mia nonna. Comunque, quel che diceva mia madre era legge per lui, quel che diceva mio padre si poteva mettere in discussione. Poi a sorpresa lei lo sosteneva quasi sempre: persino quando nel 1970 decise di mollare la tv… Lasciare la Rai per il teatro fu una brutta botta economica».

Non un padre autoritario, a quanto pare.
«Per niente. Negli ultimi anni nella nostra casa di campagna in Lucchesia, con la nascita dei miei due figli, era diventato rigido sull’ordine, se piantavo lì la carrozzina, se cambiavo il pannolino sul divano, se trovava in giro il ciuccio… Era già malato e si irritava facilmente».

Momenti di confidenza?
«Ho passato gli ultimi tre mesi in Toscana con lui, mollando tutto. Era di una lucidità totale, drammaticamente consapevole, non cupo. Ho passato un sacco di tempo a chiacchierare con lui, serate paradossalmente ridanciane. Non era un tipo coraggioso ma diceva: “Beh, a un certo punto mi addormenterò”». 

Nessun conforto di fede?
«Su Dio era molto scettico, diceva: “Boh, speriamo”».   

Fu una lunga malattia?
«Nell’87, aveva 48 anni e io 21, stavo studiando alla scrivania, lui arriva e mi fa: “Cazzo, ho fatto un esame medico e non è andato bene”. Il tumore si è ripresentato nel ‘93».

Ha fumato fino all’ultimo?
«Era astemio, come noi tutti, e non era un mangione. Ma ha fumato Marlboro rosse per tutta la vita, 40, 50 al giorno. Diceva: “Più di così non posso”. Verso la fine non aveva voglia, e ci siamo preoccupati». 

Come reagì quando sua madre entrò in politica?
«All’inizio era molto perplesso su Berlusconi, ma quando capì che la mamma era convinta, le disse: “Vai, penso che la politica abbia bisogno di persone perbene”. Si infuriò perché la sinistra lo aveva messo in croce, qualcuno sosteneva persino che doveva divorziare…».

Ha avuto un rapporto difficile con la sinistra?
«Diceva: “Non sarò mai di destra, ma nessuno mi fa incazzare come la sinistra”. E poi: “Io sono di sinistra, non della sinistra”. La morte di Berlinguer in casa fu un vero colpo: non ricordo se piansero ma poco ci mancò».

Gli altri conflitti politici?
«Il momento più duro fu nella stagione ’77-’78: anche mio padre fu contestato, gli tiravano addosso di tutto. Anche Milani e Bisio ricordano di averlo fischiato». 

Come reagì?
«Raccontava che a un certo punto qualcuno gli urlò: “Non è giusto che canti solo tu…”. E lui: “Magari altri sono stonati, no?”. E quelli: “La stonatura è un’invenzione dei padroni”.  Era un clima di follia. Si è fermato per un anno, ma senza teatro si annoiava terribilmente. Fino a due anni prima andava a prendere mia madre alla Statale in Jaguar senza problemi. A pensarci rideva ancora dopo anni».  

La risata migliore?
«Lavoravo già con lui, nel ‘90, quando propose a Jannacci di fare insieme a Venezia, da registi-protagonisti, “Aspettando Godot”. Erano in quattro, con Paolo Rossi e Felice Andreasi. Sembrava di stare in gita di classe. Durante la prima, Andreasi ebbe un vuoto di memoria imbarazzante, dopo un po’ Jannacci gli si avvicina e gli sussurra: “Buttati giù”, con la speranza di simulare un problema di salute. Andreasi si mosse verso il proscenio e urlò: “Buttati giù!”. A quel punto Enzo, Paolo, mio padre esplosero in una gran risata e calò il sipario. Quando si trattò di consigliare ad Andreasi, che non era più giovane, di mettere un auricolare con un suggeritore, i due registi codardi confabularono per un po’: “diglielo tu”, “no, diglielo tu”, “no, tu…”. Alla fine, chiamarono Paolo: “Glielo devi dire tu”».

Avevate spesso la casa piena di gente?
«Ricordo le serate con Mina, una figura mitologica anche in casa; se poi si era per strada, quando passava lei si fermava il mondo, non ce n’era per nessuno. Spesso venivano Ric e Gian, Cochi e Renato, Enzo, Milva. Una mattina suona in via Frescobaldi un tale Battiato, gli apre mia madre e quello dice: “Vorrei fare l’artista”. Papà ascolta un po’ di cose sue, sperimentali e strane, rimane perplesso, ma gli dà fiducia. Conduceva in Rai un programma con Caterina Caselli, dove ciascuno dei due portava un esordiente: Caterina portò Francesco Guccini e papà Francesco Battiato. Ma siccome erano tutt’e due Francesco, mio padre gli disse: “Facciamo che ti chiami Franco”. E da allora per tutti, anche per sua madre, diventò Franco».

Rimase l’amicizia?
«Mia madre lo prese come chitarrista nelle serate estive. Lei portava delle minigonne inguinali, era di una bellezza incredibile, e Franco raccontava che in un paesino del sud a un certo punto percepì che un ragazzotto in prima fila aveva fatto dei gesti verso la minigonna e di colpo lo vide cadere al suolo: mia madre gli aveva spaccato il microfono in testa. Era tremenda. Soccorritori, ambulanze…. Franco è rimasto un amico storico».

Serate divertenti?
«A casa nostra c’era un poker stabile con papà, mamma, Battiato, Roberto Calasso, il direttore dell’Adelphi, e sua moglie Fleur Jaeggy. Giocavano fino alle due o alle tre mettendo in palio i libri dell’Adelphi. Dunque, Roberto perdeva anche quando vinceva». 

E con Sandro Luporini che amicizia era?
«È un tipo strano, storto, indolente, un ipocondriaco. Si vedevano da noi in Toscana tutti i giorni per lavorare.  Sandro arrivava e cominciava: “Ho male qua, ho male là…”. Un giorno aveva male persino ai capelli. Papà rideva: “Tu mi sotterri”. Infatti».

L’ultimo ricordo?
«Papà era campione mondiale del bigliardino, faceva morir dal ridere, intimoriva l’avversario, rullava, faceva gol di gancio, micidiale. Quel che mi manca è la sua allegria».

Articolo pubblicato dal Corriere della Sera
Nell’immagine: la piccola Dalia con i genitori


Anche in musica, a volte, meglio soli che accompagnati

La pressione è su Viola Amherd, che sarà presidente della Confederazione nel 2024. Deve imprimere una nuova dinamica al Collegio e ripristinare l'immagine forte della Svizzera sulla scena internazionale 

«Due fratelli allattati dalla stessa lupa»: così Francesco De Gregori ha riassunto il suo legame con Antonello Venditti, l’altro cantautore romano sulla breccia da ormai mezzo secolo. Quasi 75 anni il primo, quasi 73 il secondo, i due hanno appena concluso un tour monstre che li ha portati a girare, in lungo e in largo, stadi, teatri e palazzetti di tutta Italia. L’inizio (16 giugno 2022) e la fine (23 dicembre 2023) non poteva dunque che aver luogo nella Città eterna. Eterna, come eterni e inscalfibili sono i due artisti, che avevano iniziato insieme il loro percorso al Folk Studio di Roma proponendo, in italiano, le canzoni di Leonard Cohen e Bob Dylan, incidendo un 33 giri, Theorius Campus, nel 1972 e separandosi poco dopo, ognuno per la propria strada. 

La serie di concerti dal vivo appena conclusa è dunque stata anche un modo per ricordare, mezzo secolo più tardi, quegli inizi incerti che a nessuno dei due lasciavano presagire una carriera tanto lunga e fortunata. Se i loro siti informano corrrettamente, tra dischi di inediti, raccolte e live il Principe (con cui mi schiererei nel gioco della torre) ha pubblicato sin qui la bellezza di 49 album;  Venditti lo tallona da vicino con 46. Entrambi hanno al loro arco una serie di luminose frecce in grado di far centro anche dopo innumerevoli ascolti. Tagliando giù di grosso, Venditti è più pop, piacione, a tratti caciarone, mentre in De Gregori, riservato e discreto, più della voce è l’autorialità testi ad imporsi. Venditti in uno stadio è perfetto, De Gregori emoziona in spazi più ridotti, chiusi, intimi, benché gli stadi li abbia anch’egli ben frequentati, da solo e in memorabili tournées (con Lucio Dalla e Ron nel 1979, pubblicato in Banana Republic; con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron nel 2002, riascoltabile nel bellissimo doppio In tour; ancora con Dalla nel 2010, che ritroviamo nel bellissimo Work in progress). 

Venditti non ha mai mutato registro e anche oggi la voce – potente, a tratti gridata – è quella che negli anni Settanta e Ottanta cantava Bomba o non bomba, Sotto il segno dei pesci, Grazie Roma (diventata inno della squadra di calcio giallorossa, che Antonello registrò l’8 marzo 1983, nel giorno del suo 34° compleanno).

De Gregori – che ha pubblicato 8 dischi dal vivo (Venditti addirittura 10) – ha più spesso cambiato registro e cifra musicale sia tra un disco e l’altro che nei live: sulla falsariga del suo modello riconosciuto, Bob Dylan (di cui ha anche tradotto 10 canzoni pubblicate nel 2015 nell’album Amore e furto), è spesso riuscito a rendere quasi irriconoscibili alcuni suoi capolavori degli esordi (Rimmel, Generale, Pablo) che gli estimatori continuano a chiedergli ad ogni esibizione e che lui per anni ha riproposto in versioni sporcate: un borbottio talvolta nasale, talvolta (volutamente?) stonato, a tratti irritante.

Ceci dit, il tour appena concluso –  durante il quale si è fra l’altro anche consumato il dramma, per De Gregori, della perdita della moglie Chicca – è stato un “evento” visto da circa 400 mila persone, che hanno sborsato tra i 50 e i 100 euro ciascuna e rivive ora in un CD (o doppio vinile, di cui sono state stampate, per 90 euro,  anche 500 copie numerate e autografate). Si intitola Il concerto live, contiene 17 brani, quasi tutti abbondantemente sopra i 4’30”: un’ora e mezza di parole e suoni che costituiscono una sorta di best of the best del repertorio quasi sconfinato dei due. Scorrendo la lista dei titoli, equamente suddivisa tra le canzoni dei due, c’è davvero molto di quanto uno può aspettarsi di sentire. C’è, inoltre, ad accompagnarli sul palco, un’orchestra di 11 elementi in cui convivono alcuni dei musicisti di ognuno dei due. Spicca il sassofono di Amedeo Bianchi: sax che ha un ruolo centrale in un capolavoro vendittiano come Modena (1979) e nella sua versione di Don’t Dream It’s Over intitolata Alta marea (1992): Autostrade deserte ai confini del mare…. Ricordate? Lì il sax lo suonava l’immenso Gato Barbieri. 

Proprio in un brano come Modena – il più lungo, 7 minuti e 25 secondi – è tangibile, anzi udibile la differenza timbrica tra i due artisti, che anche in altre canzoni mette in palese difficoltà l’uno quando è chiamato ad interpretare canzoni dell’altro. Ad un ascolto attento, il gioco funziona solo in parte: De Gregori si trova spiazzato perché semplicemente non è fatto per interpretare Sotto il segno dei pesci o In questo mondo di ladri, mentre Venditti se la cava meglio alle prese con Bufalo Bill, Generale, Sempre per sempre e La donna cannone  (“la canzone che avrei voluto scrivere io” ha detto). In nessuna delle 17 canzoni, tuttavia, l’interpretazione offerta in questo CD raggiunge nemmeno lontanamente le versioni originali e le varianti offerte, nel corso dei decenni, dai loro rispettivi autori. 

Durante il tour i due amici hanno suonato anche altri pezzi non compresi nel CD, ma facilmente ascoltabili  su YouTube: Ci vorrebbe un amico, Dimmelo tu cos’è, Alice, Santa Lucia, Titanic e, in omaggio a Lucio Dalla, Canzone. 

Proprio riascoltando i due dischi dal vivo che De Gregori fece con Dalla (Banana Republic, del 1979, e Work in progress, del 2010) è palese quanto superiore fosse il suo grado di affinità con il bolognese rispetto a quello con Venditti.

Ecco allora che nel CD appena uscito l’emozione arriva quando, insieme, Venditti e De Gregori interpretano – in chiave acustica e quasi intima – Dolce signora che bruci, brano del loro disco d’esordio, il già menzionato Theorius Campus del 1972, da poco ripubblicato: anche allora solo 2 delle 12 canzoni erano state cantate in coppia; le altre 10 solo dai rispettivi autori). Il meglio, però, è nell’affondo degregoriano che, a metà concerto, infila due perle come San Lorenzo e La donna cannone.

Insomma, un disco per aficionados di due artisti che sono stati colonna sonora di alcune generazioni; una raccolta di brani che quelli della mia età sanno a memoria e cantano oggi con un pizzico di nostalgia. Ma non un capolavoro: per ritrovare le gemme vere nella discografia di entrambi, meglio ricorrere agli originali o andarli a sentire quando cantano ognuno per conto proprio.