La paura attraversa il confine mentre a Gaza aumenta l’emergenza umanitaria

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

Di Sami Al Ajrami, La Repubblica

La radio ha dato la notizia che Israele avrebbe avvisato l’Egitto dell’intenzione di entrare con l’esercito a Rafah, nel Sud della Striscia a ridosso con il Sinai egiziano, l’ultima città per ora risparmiata dai combattimenti più pesanti. L’esercito vorrebbe presidiare il “Corridoio Filadelfia” che si snoda lungo il confine e condurre azioni militari anche qui nella downtown del villaggio di confine, dove anche io mi sono rifugiato con la mia famiglia, e che è già sovraffollato per la presenza di oltre un milione di persone.

La prospettiva ci ha subito terrorizzato tutti: se Israele attacca anche qui, con la frontiera dell’Egitto serrata, non avremo più nessun altro posto dove fuggire. Non ci resterebbe che buttarci tutti a mare: e annegare.

Altro che attenersi alle decisioni della Corte di Giustizia Internazionale de L’Aia: se Israele attaccherà Rafah, sarà un massacro annunciato. Qui nessuno crede che siano solo voci. Riteniamo sia ormai solo questione di giorni, forse addirittura di ore. Siamo terrorizzati.

L’atmosfera d’altronde è molto cupa. E di sicuro non aiutano le notizie dello stop di numerosi Paesi – anche l’Italia – ai fondi all’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Se 12 persone si sono macchiate di crimini, vanno prese e processate. Ma qui i lavoratori dell’Unrwa sono 13mila. Perché una punizione collettiva di tale portata? Forse fuori non ci si rende abbastanza conto del ruolo che ha l’Onu qui dentro. Provo a fare degli esempi pratici. Oggi a casa mia siamo tutti malati: febbre e mal di stomaco sono ormai all’ordine del giorno giacché in stanze sovraffollate ci contagiamo gli uni con gli altri. Sono andato in cerca di medicinali adatti: ma le farmacie li avevano esauriti. Ho trovato di che curare le mie figlie solo nella sede dell’Unrwa che quei medicinali essenziali li fornisce gratuitamente.

Io ho un lavoro, faccio il giornalista e riesco ancora a percepire il mio stipendio. Ma sono sempre meno coloro che ricevono le loro paghe: almeno un milione e mezzo di persone non hanno più un soldo. E contano sull’aiuto dell’Unrwa per avere quel poco di cibo che gli permette di sopravvivere, i voucher per procurarsi una scatola a settimana per tutta la famiglia da mantenere. Ed è ancora l’Unrwa che con questo freddo e la pioggia fornisce tende e coperte ai più disperati. Gli aiuti umanitari vengono in buona parte gestiti dall’agenzia che si occupa di distribuirli nelle aree più remote insieme alla Mezzaluna rossa. Se i suoi dipendenti si troveranno senza lavoro, in breve tempo sarà il caos. E questo potrebbe accadere a brevissimo.

Non solo: qui l’Unrwa rappresenta anche l’unica vera speranza di futuro. Dopo ogni guerra è con gli aiuti Onu che si sono ricostruite case e ospedali, si è dato lavoro alle persone. Si sono riaperte scuole e università. L’Unrwa per noi rappresenta la speranza di futuro. Congelarne i fondi, ipotizzare di lasciarla morire, significa congelare le vite e contribuire a provocare la morte di migliaia di cittadini. Questo provoca frustrazione e rabbia. E come si potrà costruire un’ipotesi di convivenza se la gente uscirà da questa guerra annientata ed umiliata, in buona parte senza averne colpa? Perché i cittadini di Gaza non sono Hamas. Subiscono il peggio di entrambi i lati.

Bisogna dar loro speranza, non punizioni. Circola una voce, forse complottista, forse no. Abu Mazen ha detto che è in atto una campagna condotta da Israele per screditare il lavoro dell’Unrwa e liquidare la questione dei rifugiati. Qui il timore va oltre. E se Israele stesse pensando di bombardare il quartier generale dell’Unrwa a Rafah? Le accuse ai 12 lavoratori potrebbero essere usate per sostenere che in quell’edificio ci siano terroristi, ancor prima di aver mostrato le prove. Sarebbe una vera catastrofe: nei pressi ci sono migliaia di tende. Così tante che da fuori l’edificio nemmeno si vede più. La gente cerca di stargli il più vicino possibile perché all’ombra delle Nazioni Unite si sente più protetta. Non toglieteci quell’aiuto e quella protezione.


E ognuno rivendica la sua “Memoria”

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

“Memoria”. Celebrata ieri. Voluta come ricordo incancellabile e monito perenne. Quello dell’Olocausto. Macchina di morte per milioni di ebrei. Feroce, pianificata, programmata dalla mostruosità nazista, fatta funzionare da uomini “banalmente” normali, ammonì Hanna Arendt. Milioni di bambini, donne, anziani, uomini, tutti considerati inabili al lavoro forzato o semplicemente in sovrannumero, denudati e in fila nell’attesa della ‘doccia’ tossica delle camere a gas; e la cura maledetta anche dei “dettagli”, i denti d’oro strappati alle vittime, i loro bagagli accatastati, le montagne di abiti e scarpe in stanze separate, eloquenti reperti di un museo dell’orrore. Istantanee incancellabili, fra le tante, della Shoah. “Tempesta devastante”. Ebrei massacrati solo perché ebrei. 

A questo doveva servire la Giornata della Memoria. A non cancellare il ricordo. Quindi a ripeterci, come profetizzò Primo Levi, che quel peggio assoluto poteva comunque riprodursi. E anche, fin troppo tardi, a ricordarci che vi fu sì un truce colpevole, la Germania di Hitler, ma a non eludere, come avvenuto per un lungo periodo, anche la silenziosa indifferenza, l’aperta complicità, cuore coscienza e confini chiusi di altre nazioni e comunità, dove l’antisemitismo albergava da secoli: nel 1516 il primo confinamento degli ebrei in un proto-ghetto (il ‘geto’) a fianco di Venezia; nel 1555 la Bolla di papa Paolo IV istituì quello di Roma, accanto al teatro Marcello, “serraglio degli ebrei” nella definizione popolare.

“Mai più”, si disse dopo la seconda guerra mondiale. Nel nome anche di quella sconvolgente reminiscenza, che per tutti avrebbe dovuto contribuire a fecondare un’Europa diversa: pace, convivenza garanzie, rispetto per qualsiasi tipo di minoranza.  

Per le comunità ebraiche, in Israele e nella diaspora, quella “Memoria” doveva comunque rimanere cristallizzata, confinata, esclusiva della propria storia. Comprensibile, anche quando non condivisibile: perché, per fare un solo esempio, ci fu prima il genocidio degli armeni nella Turchia già post-ottomana, e quando un collaboratore chiese al Führer come avrebbero reagito le altre nazioni allo sterminio degli ebrei rispose: “Qualcuno si ricorda forse degli armeni?”, ed erano trascorsi soltanto una ventina d’anni. Così nacque nel 1948 Israele, Stato voluto non solo ma anche come riparazione alle nostre responsabilità: russe, europee, occidentali, cristiane. 

Negli ultimi anni, faticosamente ma opportunamente, ci siamo detti che la “Memoria”, quella “Memoria”, aveva un senso anche e soprattutto se fosse in qualche modo tracimata, se fosse servita a denunciare le tragedie dei tempi nostri, quindi se si fosse trasformata in impegno collettivo nella denuncia attiva di regimi che si reggono solo sulla forza, la sopraffazione, la negazione dei diritti, la menzogna, la manipolazione, l’utilizzo politico e ideologico della Storia.  Anche di una storia indiscutibile e ineludibile, la distruzione delle comunità ebraiche del secolo scorso per mano nazista, ma che in Israele può diventare giustificazione di ogni decisione politica, anche la meno sopportabile. 

Lo spiegò e lo denunciò alcuni anni fa Avraham Burg, pacifista, laburista, ex presidente del parlamento israeliano, figlio del fondatore del primo partito religioso dello Stato ebraico: che in sostanza, col suo saggio “Sconfiggere Hitler”, provocò “dolore e sconcerto” nel paese, poiché sosteneva che bisognava “storicizzare la Shoah”, non certo per dimenticarla, ma per evitare di servirsene troppo pretestuosamente e troppo disinvoltamente per rispondere ad ogni critica. 

Ma quello di una “Memoria” che sappia guardare e scrivere anche al presente, che sia condivisa, che serva a denunciare anche le tragedie del nostro tempo è cammino lento, impervio, faticoso. Lo sa chi a questo scopo ha dedicato le sue energie, le sue ricerche, la sua intelligenza; lo sa Gabriele Nissim, con cui abbiamo discusso ieri su ‘Naufraghi/e’, e che per battersi per la realizzazione di questo concetto dinamico di “Memoria” universale, non rinchiusa dunque in una dolorosa ma escludente recinzione, ma aperta attraverso l’esempio dei “Giusti” di ogni conflitto e violenza sull’umanità, ha subìto e continua a subire critiche pesantissime dalla sua stessa comunità, quella ebraica, e non solo italiana, sempre legate all’idea di unicità dell’immane tragedia subìta. 

Accade dunque che, in questa intersecazione fra passato e presente, nella “Giornata della Memoria 2024” fa irruzione l’attualità. La peggiore. Un’enorme “pietra d’inciampo” per chi si adopera per fare della memoria ciò a cui davvero dovrebbe servire l’atto fondativo di quel “mai più”, che le nostre società democratiche hanno appunto invocato nel dopoguerra. Accade che essa cada quando, dopo cento giorni strazianti, il pensiero di Israele rimane congelato all’atto terroristico anti-semita del 7 ottobre, con nefandezze quasi inenarrabili commesse dai combattenti di Hamas sui civili ebrei, uccisi barbaramente, corpi straziati e stuprati, e centinaia di ostaggi; mentre d’altra parte c’è il prezzo della caccia ai terroristi e della “vendetta” (così definita da Netanyahu) pagato soprattutto dalla popolazione innocente di Gaza dilaniata e  massacrata da una impietosa rappresaglia, che in meno di quattro mesi ha già provocato oltre 25.000 morti nella Striscia, con la gentile e salomonica  prima sentenza della Corte di giustizia internazionale dell’Aia, che tre giorni fa ha chiesto a Israele non il cassate il fuoco bensì di “evitare un genocidio”; e quale sarebbe il gradino che precede il genocidio se non quello dei crimini contro l’umanità della punizione collettiva? Sentenza pronunciata mentre Hamas si tiene e utilizza cinicamente le immagini di ragazze prigioniere, un esponente del governo Netanyahu invoca il ricorso all’arma atomica per farla finita coi palestinesi (magari anche della Cisgiordania occupata), un altro invoca la realizzazione di un’isola artificiale nel Mediterraneo per farne la dimora del più alto numero possibile di rifugiati gazawi, e mentre l’esercito israeliano abbatte sistematicamente anche i ruderi delle poche case rimaste in piedi nella parte settentrionale di Gaza. 

Così, ognuna delle parti in conflitto continuerà a coltivare unicamente la propria “Memoria”. Gli abitanti dello Stato ebraico e dei suoi alleati – volonterosamente e cinicamente distratti e silenti per decenni – su quella che rianima la minaccia all’esistenza stessa di un Israele che doveva essere il rifugio definitivo, unico, sicuro per gli ebrei di tutto il mondo autorizzati all’Aliyah (legge sul ritorno) e che invece oggi si sente fragilizzato come non mai, fra crescita di antisemitismo nel mondo e minacce di chi (non solo Hamas e l’Iran) ne vorrebbero la cancellazione. E l’altra parte – con gli sconsiderati sostenitori di Hamas e con le nazioni islamiche che non si sono quasi mai ‘adoperate’ per la questione palestinese, ma l’hanno semmai ‘adoperata’ – che riportano ogni cosa a un’unica radice, il realizzato e mai accettato progetto colonialista del sionismo che ha cacciato milioni di arabi dalla Palestina, dalle loro case e dalle loro terre, le ha occupate militarmente, ha distrutto centinaia di villaggi palestinesi, ne ha espulso con la forza gli abitanti, e ora, nei progetti del governo nazional-religioso più destrorso della storia israeliana, impugna la Bibbia (proprio come Hamas fa col Corano e soprattutto con gli Hadith, parole del profeta) per rivendicare il diritto sovrannaturale alla totale annessione e colonizzazione dell’intera Palestina storica (“dal Giordano al Mediterraneo”, e anche in questo affermazione fotocopia di quella rivendicata da Hamas).

Ognuno con la sua “Memoria” e ognuno coi propri incubi. Ciascuno con le sue allucinazioni e ciascuno con la sua granitica ed esclusiva verità. “Memorie” in armi, apparentemente inconciliabili. Eccolo il loro 27 gennaio 2024. Che inevitabilmente è stato e rimane anche il nostro.

Nell’immagine: il memoriale dell’Olocausto a Berlino


Dai forconi ai trattori (o i contadini in subbuglio)

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

I contadini di mezza Europa, soprattutto in Francia, protestano: mettono in fila i trattori sulle autostrade, così come un tempo facevano i loro antenati brandendo i forconi sotto le ville dei padroni o i palazzi comunali degli esattori, contro le decime affamanti o i gravami fiscali mortiferi.

C’è chi ha scritto in una lettera a un giornale francese (definendosi: “paysan et journaliste, tous le deux en retraite active”) che tra la storica forca tridente e il trattore rutteggiante e puzzolente c’è di mezzo un Rubicone. E si sa, come racconta ancora la storia, che il Rubicone, quando lo si supera, quando “il dado è tratto” (alea jacta est!), non dà più possibilità di ritorno. E il motivo, o la sentenza, si trovano in un commento che dice, categoricamente: “ils  pleurent leur fierté vendue au capitalisme mondial”. I contadini, insomma, si accorgono e si   lamentano per la loro fierezza, la loro dignità, vendute al capitalismo mondiale. Non si dice però quanto oppressi o quanto forse corresponsabili.

Frustrati

Quanto sta muovendosi in Europa, nelle vicine Francia e Germania, scuoterà anche il settore agricolo svizzero? Alcune premesse ci sono. I redditi dei contadini svizzeri sono diminuiti (un calo del 6.3 per cento da un anno all’altro) e si chiede ora e subito da parte dei loro rappresentanti aumenti dal 5 al 10 per cento dei prezzi alla produzione.

 Il calo dei redditi non è però la sola preoccupazione che peserà sull’agricoltura svizzera nel 2024. C’è anche quanto le si chiede in termini di “sostenibilità” o di responsabilità ambientale. E rientrano quindi l’uso dei prodotti fitosanitari, dei pesticidi; la salvaguardia della biodiversità con un’iniziativa, contrastata, senza controprogetto, su cui si voterà in marzo; sui limiti  o sui dazi all’importazione di derrate alimentari; sui previsti risparmi del Consiglio federale nei sussidi. Anche perché il tutto è visto o come costrizione o come minore produttività e maggior costo o come più controllo sui sussidi e burocrazia. 

Con un atteggiamento politico-psicologico, aggravante, assai diffuso tra i contadini, manifestato con senso di frustrazione, pronto ad esplodere, dal presidente dell’Unione svizzera di contadini, Markus Ritter (che è anche consigliere nazionale del Centro) che in una recente intervista ha detto:” Gli agricoltori del Paese hanno l’impressione che qualunque cosa facciano non è mai abbastanza”.

Una crisi esistenziale

Non si può negare, alla resa dei conti, che il mondo agricolo si trova in una sorta di crisi esistenziale dopo aver ceduto parte della sua anima, della sua indipendenza, del riconoscimento e anche della gratitudine sociali, all’esplosione trionfante del capitalismo neoliberista selvaggio, intrappolato anch’esso dalla complessa macchinazione della mondializzazione, dal primato del mercato e della concorrenza valore supremo, dalla grande distribuzione e dall’agroindustria. E persino dalla finanziarizzazione del settore (grossi investimenti per accrescere la produzione o “automatizzarla”, sovrameccanizzazione, elevati indebitamenti).

Il settore ha anche ceduto molto della sua indipendenza sul piano della produzione, asservito spesso alle lobby particolari (ad esempio quelle “proprietarie” dei brevetti sul vivente o sulle sementi) o della chimica. Queste ultime sono diventate venditrici (molto care) di prodotti dopanti, pesticidi e concimi. E quando la terra vivente è trasformata spesso in un semplice supporto minerale, quasi sterilizzato, diventa poi impossibile per l’agricoltore fare a meno delle “droghe”, che vanno sempre più iniettate per non sparire (e pensare, ricordo personale, che già sessant’anni fa, all’università di Friborgo un indimenticabile professore francese, insegnandoci storia e politica economica ci parlò a lungo della essenziale e vitale “jachère”( il maggese) avvertendoci del pericolo che stava arrivando, in un discorso che a noi studenti sembrava reazionario). E l’allevamento industriale è sotto la stessa forzatura. E, forse, diciamolo subito, diventerà anche difficile trovare sempre dei consumatori felici di pagare delle imposte per poi farsi avvelenare dai pesticidi.

Il consumatore paga due volte

Il mondo agricolo è innegabilmente anche oppresso dai margini di profitto che pretendono gli scambisti (i famosi traders) delle materie prime e quelli della distribuzione. Il contadino che decide del suo prezzo di vendita esiste ormai solo tra coloro che vendono direttamente la produzione al consumatore. Fa parte del “chilometro zero”. Per gli altri, ad immagine e somiglianza dei contadini del Sud, produttori di cacao o di caffè, i prezzi si decidono altrove, spesso nelle transazioni ultrarapide borsistiche. C’è quindi da chiedersi se il problema o la crisi sia solo di “reddito agricolo” (specialmente dopo due anni euforici come il 2021 e il 2022) o non piuttosto la conseguenza di una società dominata da una macchina che ben conosciamo ma non vogliamo politicamente correggere, impostata a fabbricare diseguaglianze.

 Con in più il fatto che il problema dei redditi agricoli dipende anche in larga misura dai sussidi, da quelli europei, a quelli nazionali o cantonali (non è certamente secondario il fatto che la protesta in Francia dipenda in maniera determinante… dalla fine dell’esonero della tassa sul gasolio “non routier”, il gasolio che raddoppia di prezzo).  Con la conseguenza- cui non si accenna mai- che il cittadino-consumatore acquistando un prodotto agricolo, oggi lo paga due volte: con l’acquisto e con l’imposta. In Svizzera, complessivamente, contribuenti/consumatori: 8.5 miliardi di franchi all’anno.

Un ingranaggio comunitario e strategico

L’agricoltura è infatti uno dei settori economici più sostenuti dalla collettività (per 21 miliardi di franchi all’anno in Svizzera; o, se si vuole, 2 milioni di franchi all’anno per chilometro quadrato di terreno agricolo!). Quanto si spende per l’agricoltura è comunque poco meno di quanto si spende per l’esercito (21.7 miliardi): quindi, una minaccia concreta, quasi istantanea (l’insufficiente alimentazione, la dipendenza alimentare, la fame) contro una minaccia ipotetica, di là da venire. Anche se l’agricoltura per il benessere del popolo (ma anche, e in particolar modo, lo è per la salvaguardia della terra, della natura per la protezione dell’ambiente e della vita), è molto più “strategica” dell’esercito. E, tanto meno, non può essere assimilata a un semplice mercato liberale o liberistico, né più né meno come non possono esserlo l’aria o l’acqua potabile. 

Per dirla in termini semplici semplici e solo apparentemente banali, il fatto che la terra nutrice e quelli che la lavorano (e anche non la maltrattano) sono parte essenziale e vitale di ognuno di noi e di un vero e proprio ingranaggio comunitario – che non ha niente in comune con mercati in cui fattori esterni di manipolazione o di speculazione travolgono tutto, ignorando l’interesse generale – meritano sempre altro rispetto e considerazione.

Nell’immagine: blocco stradale di contadini in Francia


Tempesta sull’Unrwa

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

Di Michele Giorgio,  il manifesto

È un’offensiva politica e diplomatica senza precedenti, parallela all’invasione militare che sta radendo al suolo Gaza, quella che Israele, l’Amministrazione Biden e alcuni dei loro alleati – Italia, Australia, Gran Bretagna, Canada e Finlandia – hanno lanciato contro l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste milioni di profughi palestinesi. Sulla base della documentazione prodotta dall’intelligence israeliana contro 12 lavoratori dell’Unrwa – che impiega molte migliaia di palestinesi – accusati di aver partecipato all’attacco di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele (1.200 morti), gli Stati uniti hanno sospeso i fondi per l’agenzia appena un’ora dopo la decisione della Corte internazionale di Giustizia (Cig) che all’Aja aveva definito «plausibile» l’accusa di «genocidio» a Gaza. L’Italia e gli altri paesi hanno fatto lo stesso nelle ore successive. Un tempismo a dir poco sospetto, da far pensare a un coordinamento deciso con largo anticipo da Tel Aviv e Washington.

La vicenda della partecipazione all’assalto di Hamas in Israele dei 12 lavoratori dell’Unrwa era già emersa nelle settimane passate. È tornata in primo piano, proprio venerdì sera. Mentre si attendevano i primi, sebbene improbabili, riflessi sul terreno delle decisioni della Corte dell’Aja, i riflettori da Israele sotto indagine internazionale per «genocidio» si sono spostati sull’Unrwa. Il commissario generale dell’agenzia, lo svizzero Philippe Lazzarini, ha provato a contenere la deflagrazione del caso annunciando il licenziamento dei 12 e la piena volontà di fare chiarezza sull’accaduto, ma non è servito a molto. In poche ore l’aiuto umanitario è diventato «aiuto al terrorismo». Di fronte ai «crimini dell’Onu» Israele evidentemente ora si ritiene dispensato dall’obbligo di cooperare con le agenzie delle Nazioni unite al fine di garantire senza limitazioni l’ingresso e la distribuzione di generi di prima necessità ai civili di Gaza, come richiesto dai giudici internazionali. «Il terrorismo mascherato da attività umanitaria è una vergogna per l’Onu e per i principi che sostiene di rappresentare», ha scritto il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.

L’attacco frontale all’Unrwa non è una novità. Israele insiste da tempo affinché l’Unrwa cessi di esistere e di rappresentare la questione dei profughi palestinesi nata dalla Nakba nel 1948. Quest’ultima vicenda è solo l’ultimo capitolo di una campagna che si è fatta più intesa dal 2009 in poi con l’ascesa al potere in Israele del premier di destra Benyamin Netanyahu. Su X il ministro degli esteri Israel Katz è stato esplicito. «Israele cercherà di impedire all’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi di operare a Gaza dopo la guerra», ha detto Katz, annunciando che l’Unrwa non dovrà fare parte del cosiddetto «day after». «L’Unrwa perpetua la questione dei rifugiati, ostacola la pace e funge da braccio civile di Hamas a Gaza», ha proseguito Katz sollecitando le Nazioni unite a varare sanzioni contro i dirigenti dell’agenzia per i profughi. Durante il suo mandato, Donald Trump, accogliendo la tesi di Israele del peso dell’Unrwa nel tenere viva la questione dei profughi palestinesi e del loro diritto al ritorno nella terra d’origine (Risoluzione 194 dell’Onu), tagliò i fondi Usa dell’agenzia e ne chiese la chiusura. Mossa che trovò alleati in esponenti politici di vari paesi occidentali, Italia inclusa. Biden dopo il 2020 riprese i finanziamenti, ora li ha sospesi.

Con oltre 340 milioni di dollari nel 2022, gli Stati uniti sono il ​​più donatore più importante dell’agenzia nata con la risoluzione 302 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’8 dicembre 1949 e che ha iniziato ad operare il 1° maggio 1950. Gli altri due principali finanziatori sono la Germania e l’Unione europea. Negli ultimi anni l’Unrwa ha visto diminuire progressivamente le sue risorse – per il crescente disinteresse internazionale nei confronti dei profughi palestinesi e per l’inizio nel mondo di altre gravi crisi umanitarie – e ha dovuto lanciare appelli per tenere in piedi le sue attività principali, tra le quali l’istruzione e la sanità per gli oltre 5 milioni di profughi nei Territori occupati, in Libano, Siria e Giordania. Colpire l’Unrwa significa mettere a rischio a Gaza il suo ruolo essenziale nel fornire assistenza salvavita ai palestinesi, compresi cibo, medicine, alloggi e altro sostegno umanitario. Sarebbe una catastrofe nella catastrofe tenendo conto di ciò che servirà alla popolazione di Gaza per uscire dall’emergenza umanitaria se e quando finirà l’offensiva israeliana. «Gettare discredito su tutta l’Unrwa, per ciò che hanno fatto alcuni dei suoi lavoratori, che pure vanno condannati, è assurdo» ha detto al manifesto la direttrice di +972 ed intellettuale israeliana Orly Noy. «Le motivazioni di Israele sono evidentemente politiche – ha aggiunto – punendo l’Unrwa si negano i diritti dei profughi e si puniscono tutti i palestinesi».

Intanto la guerra va avanti. «Se la fermassimo adesso, significherebbe rinunciare a una vittoria decisiva», scriveva ieri Yedidia Stern sul Jerusalem Post commentando le voci dubbiose del successo dell’offensiva a Gaza. Secondo il JPPI Israeli Society Index, all’inizio del conflitto il 78% degli israeliani era certo della vittoria, ora il 61%. Slogan contro Benyamin Netanyahu e il leader di Hamas Yahya Sinwar si sentono anche in video con gruppi di civili palestinesi che camminano tra le macerie di Gaza. Per alcuni sono manifestazioni spontanee di dissenso nei confronti delle mosse fatte dal movimento islamico, per altre fonti sarebbero pilotate. Ieri altre migliaia di palestinesi hanno lasciato Khan Yunis sotto attacco e si sono dirette a piedi verso la zona di Mawasi. A Rafah le forti piogge hanno allagato le tende degli sfollati gettando centinaia di civili nella disperazione. Tra venerdì e sabato i bombardamenti israeliani hanno ucciso altri 174 palestinesi, facendo salire a 26.257 il numero dei morti dal 7 ottobre.

Ieri sera, mentre migliaia di israeliani chiedevano in strada le sue dimissioni, Benyamin Netanyahu è tornato sul procedimento all’Aja, anche per ribadire che non fermerà l’attacco a Gaza. «La disponibilità della Corte» anche solo ad esaminare il caso contro Israele, ha detto, «dimostra che molti nel mondo non hanno imparato nulla dall’Olocausto. La lezione principale è che ci difenderemo da soli. Israele deve essere forte e determinato». Su richiesta dell’Algeria, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunirà la prossima settimana sulla decisione dei giudici dell’Aja che chiede a Israele di prevenire atti di genocidio a Gaza.


Non bastano bombe e malattie

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

Di Sami al-Ajrami, La Repubblica

Alla porta del misero edificio dove convivo con 24 parenti, in una delle notti più fredde e piovose che ci sia stata finora, ha bussato un vecchio amico appena arrivato a Rafah da Khan Yunis dove in queste ore i combattimenti si stanno facendo sempre più violenti. I militari israeliani lo avevano costretto a sloggiare nella notte con moglie, quattro figli e padre anziano dalla tenda dove si riparavano in ciò che resta del campo profughi di Maghazi, già in parte distrutto dalle bombe. Non gli hanno permesso di portar via con loro nulla: abiti, coperte, materassi, pentole, scorte di cibo. Si sono dovuti lasciare tutto alle spalle. Mi ha chiesto ospitalità per sé e la famiglia. Ma da noi che già dormiamo gli uni su gli altri in una stanza e mezzo, anche volendo non c’era posto. Ho potuto solo dargli dei teli di nylon che uso per le finestre i cui vetri sono stati spazzati via dai bombardamenti. Ha bussato a ogni porta: nessuno ha potuto dargli aiuto. Questo padre di famiglia, costretto a far dormire i suoi figli sul marciapiede lercio e bagnato di pioggia e liquami, ha pianto a lungo sulla mia spalla. Ma qui ormai non c’è più spazio nemmeno umanità e solidarietà.
Ciascuno ha l’immenso problema di sopravvivere un giorno dopo l’altro con la propria famiglia. Tutti soffrono. E più di tutti soffrono i bambini il cui sorriso è ormai spento, terrorizzati da ogni rumore, affamati e sempre più smunti, gli abiti sporchi di quella diarrea che ormai è diventato un male normale. E soffrono gli anziani che ogni giorno apprendono nuove cattive notizie: amici e familiari uccisi, una vita che non tornerà mai quella di prima. Che non hanno più voglia di vivere me lo hanno detto anche i miei genitori, che sono andato a visitare a Deir el Balah l’altro ieri, perché non li vedevo da oltre un mese. Sono accampati con mio fratello e la sua famiglia in un rifugio dove ci sono più di 300 persone, in buona parte troppo vecchi per affrontare un’ulteriore evacuazione. Hanno pochissimo da mangiare e contano solo su quei pochi aiuti umanitari che ricevono sempre più saltuariamente.
Ho corso dei grandi rischi per vederli: ma sapevo che riabbracciare uno dei loro figli sparsi nella Striscia gli avrebbe dato l’energia per andare avanti ancora un pochino. Se l’esercito israeliano deciderà di chiudere la strada impedendo agli aiuti di raggiungerli, moriranno di fame. Se non saranno prima perite di freddo, perché non c’è nemmeno più niente da bruciare. Neanche l’idea che un giorno la guerra possa finire, d’altronde, li solleva più. Se pure quel giorno arriverà molti sanno che Israele sta realizzando lungo il perimetro della Striscia una buffer zone, area cuscinetto, che renderà Gaza ancor più piccola e ancor più dipendente dagli aiuti. Perché quelle aree che oggi vengono rase al suolo coi bulldozer, distruggendo interi villaggi come Beit Hanun e sradicando alberi di olivo, erano quelle agricole più fertili: dove veniva coltivato buona parte del cibo fresco disponibile nei mercati. È straziante vedere la tua famiglia, i tuoi amici, la tua gente soffrire così tanto.

So che oggi sui giornali di tutto il mondo si racconta della decisione della Corte Internazionale di Giustizia: ma noi non crediamo che Israele si fermerà. Fra un mese dovrà tornare a L’Aia a rispondere di quel che ha fatto negli ultimi 30 giorni. Ma sapete quanta gente può morire in un mese? Ai palestinesi di Gaza le decisioni politiche non interessano più: vogliono che le cose cambino sul terreno, adesso e non domani. Perché domani potremmo essere già morti. Vogliamo smettere di sentire il rombo delle bombe e gli annunci dell’ennesima famiglia di tuoi cari sterminata. Vogliamo smetterla di vivere coi morsi della fame e nel gelo che neanche stringendosi gli uni agli altri di notte si placa. Qui non si muore più solo sotto le bombe ma anche di fame, di freddo, di dissenteria. E anche per mancanza di energia. Senza benzina non si mettono in moto i macchinari delle fogne: e in giornate di pioggia come questa le acque reflue si mischiano al fango ed entrano ovunque. Penetrano e insozzano le tende dei più sfortunati accampati sul mare in balia di ogni soffio di vento, penetrano nelle case sovraffollate, nelle scarpe. Portando con sé malattie. Ci hanno uccisi, umiliati, annullati. Non c’è più tempo.

(Testo raccolto da Anna Lombardi)


Il fondo di un sacco tra fiction e realtà

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

Quest’anno tutti hanno belle raccolte. I Binsacca circa 10’000 sacchi cadauno. Fulgente 9’000 sacchi e quelli del Flat da 8 a 10 mille cada farmer. Io ho fatto quasi 9’000 sacchi. Da ciò vedi che tutti pagheranno dei bei debiti e resteranno in buono stato per la prossima stagione. (…) Le macchine non termineranno di battere per due mesi ancora.

Con il pallottoliere dello zio d’America, così Virgilio Franscioni ha scritto, da Soledad, il primo settembre 1901 ai famigliari a Moghegno. Non già una brancata di farina in fondo a un sacco, come afferma Plinio Martini (p. 82 dell’edizione citata alla nota 3) alludendo al fagotto dell’emigrante e alla sua valle, pure rinchiusa in un sacco. La stessa condizione del Ticino, bloccato a nord dalle Alpi e a sud dal confine: una forma di formaggio che non prende aria e fa i vermi; i vermi sono gli avvocati, i consiglieri, i galoppini dei consiglieri, i galoppini dei galoppini, e dietro i capimafia; (p. 142). Peggio: un Cantone protetto da un muro di cemento – come avrebbe voluto Giuliano Bignasca – simile a quelli di Berlino e fra Israele e la Palestina; rinchiudere poi gli indesiderati nuovi immigrati in campi di lavoro cintati e sorvegliati. (1)

Più documentario che romanzo?

Il fondo del sacco è sì un’opera letteraria di valore, ma l’autore l’ha definito più documentario che romanzo sull’emigrazione valmaggese in California(2). E i curatori dell’edizione critica affermano nel risvolto di copertina che esso racconta il fallimento di un’illusione collettiva: l’illusione, nutrita sin dall’Ottocento da migliaia di emigranti ticinesi, di trovare fortuna oltreoceano. Precisano inoltre: dei tre filoni che compongono l’opera (narrativo, storico-descrittivo e polemico-rivendicativo), quello storico è infatti preponderante(3). Michele Fazioli ha scritto che Plinio Martini, con “Il fondo del sacco”, ha compiuto in forma letteraria quello che Giorgio Cheda ha fatto con il suo poderoso lavoro di storico(4). Un’opinione che non condivido. 

Anche Piero Bianconi era convinto che l’emigrazione in California conserva un carattere generalmente più anonimo e servile, di bracciantato insomma, senza nessun beneficio fuori del guadagno materiale(5). E ancora: ben poco quell’emigrazione ha giovato al Ticino; o addirittura che spiritualmente gli ha nociuto(6). Questa errata lettura di uno dei più importanti capitoli del nostro recente passato ha avuto un’incidenza molto negativa divulgando pregiudizi riguardanti quello che è stato definito il paradiso dei sogni e l’inferno della realtà.

“Les drames de l’émigration dans le Tessin” figura quale sottotitolo della traduzione francese. È il dramma che mi ha costretto a scrivere Il fondo del sacco(7). Inciampando nell’ideologia in cui credeva, l’autore non si è eccessivamente preoccupato della realtà, pur avendo affermato nell’avvertenza che i fatti qui raccontati sono quasi tutti realmente accaduti.

Componendo il documentario si è però preso troppe libertà. Non si è accorto, ad esempio, dei numerosi sacchi di grano spediti al mercato dai convallerani non solo a Soledad. Non ha paragonato le 3’380 minuscole proprietà, parzialmente sostenute da 22 km di muri a secco e polverizzate nel registro fondiario di Brontallo, con le estensioni di buona terra acquistata e fatta fruttificare da generazioni di ranceri, parecchi autopromossi agribusiness men. Qualche esempio. Nella contea di Marin 35 famiglie valmaggesi possedevano quasi 140 chilometri quadrati di terra: un quarto della superficie della loro valle che ne misura 568, di cui la metà improduttivi. Le proprietà di quattro famiglie di Maggia corrispondevano alla metà dell’area del loro comune; i nove ranch dei Dolcini si dispiegavano su una superficie doppia di quella di Cevio. Carlo Martinoia, Giuliano Moretti, Giuseppe Traversi, Geremia Respini, tutti di Cevio, e i fratelli Fiori di Brontallo ne possedevano 187, singolarmente o in comunione fra loro. Alla fine dell’Ottocento, 17 famiglie di Moghegno si erano accaparrate 53 chilometri quadrati di piano, corrispondenti alla superficie di Maggia (24), Moghegno (7), Lodano (14) e Aurigeno (11). Togliete Aurigeno e avete il totale dei ranch di 17 giumagliesi, a cui bisogna ancora aggiungere quelli degli Adami, diventati Adams, quindi difficili da individuare nelle mappe catastali, come i Bloom (Fiori), ecc. Nella piana di Santa Maria in una quindicina di ranch valmaggesi si mungevano 4’000 mucche, più del doppio di quelle allevate nel 1906 in tutto il loro distretto d’origine. Qualcuno, sotto l’alfalfa, aveva trovato il petrolio. 

Grazie all’analisi seriale dell’abbondante documentazione (che non si può ignorare per divulgare – con la nostalgia o l’ideologia – una smorfia della realtà) ho dimostrato che l’emigrazione nel Golden State non è stata la più disastrosa(8), bensì la più bella avventura dei contadini del Sopraceneri. Una collettiva prova di coraggio, solidarietà, iniziativa, sacrificio, apertura culturale e fortunati investimenti. Lo storico M. E. Perret aveva così concluso un’importante ricerca sul tema: On peut considérer les colonies tessinoises en Californie comme l’un des exemples les plus heureux de colonies suisses à l’étranger.(9)

Senza alcuna prospettiva di carriera restando sulle montagne d’origine, invece di farsi assumere quali manovali dalle imprese della Gottardbahn, quasi mille fra loro sono diventati, down there, proprietari di 1’800 chilometri quadrati di terra. Una superficie rigorosamente quantificata con lo spoglio sistematico delle mappe catastali, delle biografie dei ranceri e di parecchi atti di compra-vendita. Essa corrisponde a quella dei quattro distretti di provenienza della maggior parte degli emigrati: Valle Maggia, Locarno, Leventina e Bellinzona; due terzi del territorio cantonale. Una fortuna, durata un secolo, documentata nei due volumi L’emigrazione ticinese in California. I ranceri, (Pregassona-Lugano 2005). Altri hanno animato commerci anche importanti inserendosi, con successo, nell’economia del West. La carriera di professionisti e intellettuali, discendenti dei pionieri, meriterebbe più di una segnalazione che qui non si può fare.

Molte cambiali ma nessun gangster e becchi da castrare

Il sostanzioso capitolo dei dollari risparmiati smentisce pure la visione negativa trasmessa dalle pagine de Il fondo del sacco. Proprio a Cavergno erano state aperte ben quattro succursali dei principali istituti finanziari cantonali per cambiare gli assegni compiegati nelle lettere e depositarvi i risparmi: la Banca Svizzera Americana, la Banca Popolare di Lugano, la Bancaria Ticinese e il Credito Ticinese. Ce n’erano 15 in tutta la Valle(10). Ma per Martini i dollari non sono mai venuti (p. 146). Un buon terzo delle oltre 900 lettere pubblicate documentano l’invio di soldi ai parenti. Non è necessario essere stati direttori generali del Credito Svizzero – come Brady Dougan, Tidjane Thiam e Urs Rohner, beneficiati con bonus milionari per la loro gestione fallimentare! – per immaginare la funzione delle banche in una regione di fortunata emigrazione. Commoventi sono invece le considerazioni dei genitori beneficiati. Scrive Giacomo Rianda di Moghegno ai figli a Placerville. Il giorno 5 di 7bre (1867) e venuto il mercato io e vostra Madre siamo andati tutti due nel mercato e poi siamo andati sulla banca a prendere i denari quando il banchere fu fatto il conto giusto li a metuto nel scosale di vostra madre gli pareva che gli avesse un scosale di castagne ma però venendo le lagrime agli occhi il pensare a mettere in sieme tutto questo mucchio di denari in sieme avete voi asciugato molte volte il sudore alla fronte. 

La triste storia di Rocco Valdi, trasformato nel criminale Rock Walt (pp. 234-243) è completamente inventata, ma serve alla tesi di chi desiderava pubblicare il romanzo-documentario da Feltrinelli(11). Nella traduzione inglese il nome del gangster (inchiodato a vivere in una carrozzella che spara da quattro canne) assurge persino a titolo del libro: Rock Bottom! In inglese bottom vuol dire fondo. Un’accattivante trovata di antiamericanismo, ma che offende la verità. Dei circa 30 mila ticinesi emigrati negli Stati Uniti nessuno ha seguito le orme di Al Capone.

L’episodio della castrazione dei becchi fatta in un ranch a Petaluma (pp. 182-183) è pure frutto della fantasia. I valmaggesi hanno munto tante mucche Holstein, Guernsey e alcune Brown Swiss comperate a New Glarus nel Wisconsin da Mattia Pedrotti, diventato poi direttore e presidente della Swiss American Bank di San Rafael. Ma nei ranch non c’era neppure l’ombra di una delle 13’046 capre (becchi compresi) censite nel loro distretto nel 1866. La scena di inaudita violenza, con i due cow-boys di Val Bavona impegnati a tirare la corda per strappare i testicoli ai caproni, è così commentata: L’hai già capito che siamo in California? Altrove si legge che l’America non era un paese civile (…) I vostri figli teneteli qui a pane e cipolle piuttosto che spedirli nei ranch; l’America è un sedici (…) Che porco paese (pp. 146, 227-229). Quella brutale ferocia può però richiamare il Vietnam, Guantanamo, Abu Ghraib, includendo le prigioni segrete della CIA (grazie, caro Dick Marty!) e… Donald Trump. 

Tante opere sostenute dai “mericani”

Leggendo Il fondo del sacco s’intuisce che da oltre Atlantico non sono arrivati contributi finanziari per opere a favore della comunità. È questo il senso delle date e dei luoghi citati dal giudice Venanzio a p. 139; le date si riferiscono al momento in cui quelle donazioni sono state offerte da chi rientrava dopo un soggiorno a Roma, Firenze, Parigi… Da numerose città europee gli emigranti hanno fatto pervenire soldi e oggetti artistici per abbellire chiese e cappelle; gli americani fino a oggi non hanno piantato un chiodo per appendervi i quadri degli altri. Una pura fiction letteraria. Molti edifici religiosi sono stati restaurati con i dollari; parecchi concerti di campane e organi ricordano i nomi dei generosi donatori mericani. La chiesa di Cevio è stata ampliata e restaurata grazie a loro; l’organo di Broglio è il frutto di una sottoscrizione dei compaesani nella contea di Marin; così l’orologio dei campanili di Cavergno e Giumaglio. L’ospedale di Cevio e la ferrovia sono stati realizzati con il sostegno dei ranceri: e maledico ancora oggi il trenino che mi ha portato via (p. 49). Nella chiesa di Brontallo fino al restauro del 1972 stava scritto: Templum hoc a benefactoribus Brontalli Romae degentibus antea depictum. A Californiensibus lucris anno MDCCCLXV Renovatum. Ora c’è solo un telo con la traduzione in italiano e con l’errore della data 1765. L’invenzione del chiodo è però servita a Roberto Buffi per immaginare L’anima del Ticino. Commento al Fondo del sacco di Plinio Martini (Locarno 2018, p. 192). L’anima rurale del Ticino – non già quella junghiana – comprende invece anche la California. I proficui incontri fra ticinesi e discendenti dei ranceri contraddicono l’incipit del romanzo, Non tornerò in America e l’affermazione conclusiva di Rock Walt (Bottom) a p. 204: Non tornerò d’America.

Sarebbe oltremodo utile poter disporre dell’elenco completo dei “palazzi” costruiti tra fine Otto e inizio Novecento, da Avegno a Fusio, con i dollari che valevano cinque franchi l’uno. Alcuni erano decorati con la bandiera a stelle e a strisce e attestano, come a Someo, la moderna concezione urbanistica di quegli ex contadini diventati benestanti rentier(12). I soldi mandati a casa sono serviti anche per far studiare i figli. Lo documenta, tra altri, Roberto Righetti scrivendo (25 ottobre 1891) all’amministratore del suo ranch: La più bella notizia però e che torna a tutto onore del nostro Comune, si è che vi sono al presente fra maschi e femmine, ben 21 studenti sparsi in diversi istituti nel Cantone e nella Svizzera tedesca; questa è una bella prospettiva per l’avvenire del nostro paese. Da una statistica (compilata tanti anni fa, ma rimasta incompleta per evitare un burn-out) si deduce che quasi tutti i giovani valmaggesi beneficiari di studi superiori, tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, appartenevano a famiglie di mericani.

Un lusinghiero bilancio 

Sulle conseguenze negative dell’emigrazione, sopportate soprattutto dalle donne, rimando ai miei numerosi testi. Tra quelle positive aggiungo gli 88 mila franchi regalati da Carlo Martinoia al comune di Cevio per riparare i danni dell’alluvione del 1868(13). E concludo affermando che, per i contadini delle valli sopracenerine, il sogno californiano è riuscito a spezzare la dinamica della forbice maltusiana, cioè lo squilibrio fra la stagnazione delle risorse e l’aumento demografico. Una gemma nostra innestata nei frutteti unici al mondo della leggendaria Montagna del Paradiso(14). Faccio mia questa indovinata metafora di un verzaschese cresciuto a Soledad, poi ritornato nella patria d’origine: è la civiltà rurale che, invece di restare ingessata in fondo a un sacco tra invalicabili limiti ambientali, si è rinnovata integrandosi nella più dinamica società plurietnica sulle sponde del Pacifico.

Fedele all’insegnamento di Marc Bloch, ho sempre cercato di collegare il passato al presente per meglio comprendere le migrazioni locali nel vasto mondo unitamente alle trasformazioni collegate all’immigrazione. La costruzione del tema attraverso una puntigliosa ricerca archivistica dimostra che i mericani hanno realizzato una riuscita sintesi tra la tradizione e la modernità. Decifrando anche le più esili tracce, ho inoltre imparato presto a non prendere per oro colato dall’American River le rappresentazioni ideologiche e le affabulazioni artistico-narrative di poeti e scrittori; men che meno gli stereotipi di qualche loro vanesio corifeo. Il duplice scopo dello storico (e dell’uomo di cultura) è ricercare la verità e promuovere l’emancipazione delle persone. Rinunciarvi vuol dire fare a meno della razionalità e aprire le porte a qualsiasi possibile manipolazione. Mi spiace quindi per Plinio Martini che non ha certo contribuito a trasmettere una corretta immagine di questa importante pagina del nostro passato come invece ha fatto mettendo in scena le peripezie di chi è rimasto a transumare fino ai piedi dell’allora ghiacciaio del Basodino, o affrontando la crisi strutturale del cattolicesimo in Requiem per zia Domenica (Milano 1976). 

Il positivo bilancio dell’emigrazione di 27 mila ticinesi in California non può essere ignorato. Le loro vaste proprietà e i commerci che hanno sviluppato a San Francisco e altrove, il loro bisettimanale La Colonia Svizzera (1903-1954)(15), gli assegni e le confidenze consegnati negli epistolari, sono un documentato e fascinoso romanzo che non deve venire alterato da nessuno, letterati compresi. I loro scritti non costituiscono il corrispettivo narrativo (…) della ricerca storica, come ha affermato, appunto, Fazioli(16). E la propensione a vittimizzare la nosa gent emigrata ieri, senza una probante dimostrazione, arrischia di offuscare le sofferenze delle vittime delle odierne e future migrazioni causate dall’eccezionale aumento demografico dell’ultimo secolo, dalle guerre e dai regimi autoritari, dalle politiche di rapina di molte multinazionali, dal crescente e pericoloso divario fra ricchi e poveri nonché dall’incapacità di affrontare globalmente l’emergenza ecologica. 

Nell’immagine: una cartolina d’epoca raffigurante la Banca Svizzera Americana di Locarno, testimonianza – secondo l’autore – dei flussi finanziari provenienti dagli emigrati negli Stati Uniti


Note

  1. Così ha urlato il primo d’agosto 2011 a Campo Blenio il presidente a vita della Lega dei Ticinesi davanti a un folto pubblico plaudente.
  2. Archivio Storico Ticinese 152, Bellinzona novembre 2012, p. 285.
  3. Il fondo del sacco. Edizione commentata a cura di Matteo Ferrari e Mattia Pini, Bellinzona 2017, risvolto di copertina e p. 7. 
  4.  “Quel che si trova al fondo del sacco”, in Corriere del Ticino, 25 marzo 2019.
  5.  Svizzera Italiana, Locarno, 30 ottobre 1942, p. 474.
  6.  Croci e rascane, Lugano 1943, p. 82.
  7.  Da una lettera di Plinio Martini del 24 gennaio 1968 a Renata Tietze, redattrice della rivista “Sie+Er”. Cfr. Matteo FERRARI, “Plinio Martini-Enrico Filippini: storia di un incontro impossibile”, in Archivio Storico Ticinese, 152, novembre 2012, p. 285.
  8.  Cfr. Nessuno ha pregato per noi, Locarno 1999, p. 240. Nel suo lavoro di diploma magistrale dedicato a Cavergno, risalente al 1942, si può leggere: Ci sono state diverse emigrazioni: la più antica in Roma e in altre città dell’Italia centrale e settentrionale, come Torino, Venezia, Padova; la seconda, in ordine di tempo, in Olanda, poi in Australia e l’ultima, la più disastrosa, in America. 
  9.  Les colonies tessinoises en Californie, Lausanne 1950, p. 213.
  10.  Il tema dei fallimenti bancari del 1914 meriterebbe di essere ulteriormente indagato mettendolo in relazione con la recente storia della terza piazza finanziaria svizzera e ricordando che il Corriere del Ticino aveva proibito ai suoi giornalisti di parlarne, pena il licenziamento. 
  11.  Cfr. M. FERRARI, “Plinio Martini-Enrico Filippini: storia di un incontro impossibile”, op. cit., pp. 277-299.
  12.  “Che avrebbero potuto comperare, da soli, tutta la Vallemaggia”. Così commenta A. BETTONE-MORGANTI sull’Almanacco Valmaggese 1962, Locarno 1962, p. 97.
  13.  Ringrazio l’ex segretario di Cevio, Fausto Rotanzi, che mi ha fatto avere la fotocopia della lettera di ringraziamento spedita dal municipio al Martinoia il 24 marzo 1869.
  14.  E. MOLINARI, Riscoperta della California, Lugano 1959 p. 80.
  15.  Fortunatamente sono riuscito a recuperare e microfilmare quasi l’intera collezione.
  16.  Così Michele FAZIOLI, “Piero Bianconi, scrittore e testimone”, in La Rivista. Mensile illustrato del Locarnese e valli, Locarno ottobre 2014, p. 55.


Il continente Sicilia in due gustosissimi libri (ed una coda ticinese)

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“Sillabare le parole
come fossero creature,
rigirarsele fra lingua, denti e palato,
assaporarle.
Ricondurre tutto al minimo senso indispensabile.
Scandire ogni parola.
Scandire e semplificare,
semplificare e scandire”
Roberto Alajmo

La Sicilia – e non solo per le sue dimensioni, che ne fanno la prima isola del Mediterraneo – è da molti considerata un Continente a sé. Lo è, in effetti, per la sua storia tre volte millenaria, il suo patrimonio culturale, la sua ricchezza, la sua diversità, il suo presente, frutto di stratificazioni, incontri, convivenze. Anche il National Geographic (dicembre 2020) utilizza l’immagine di isola-continente e aggiunge: “Le palme vi crescono rigogliose, il calore del sole e la limpidezza del cielo e dell’aria fanno pensare all’Africa, mentre sul vulcano attivo più alto d’Europa la neve si mescola alla lava”.

Come ogni luogo, la Sicilia è anche la sua lingua (che si differenzia, al proprio interno, in una serie di dialetti parlati nelle varie porzioni territoriali e nelle isole più piccole; quello di Pantelleria è fortemente influenzato dall’arabo). Il siciliano fa parte del ceppo dei dialetti italiani meridionali estremi insieme a quelli che si parlano nel sud della Calabria: secondo il grande linguista e filologo romanzo Gerhard Rohlfs “Ciò che distingue la Calabria meridionale dalla situazione linguistica in Sicilia è unicamente una altissima percentuale di grecismi, di fronte ai moltissimi arabismi della Sicilia. Per il resto si può dire che la Calabria meridionale linguisticamente non è altro che un avamposto della Sicilia, un balcone della Sicilia”.

Proprio a quella lingua – che a Camilleri ha portato fortuna e che lui ha in parte reinventato, arricchendola ed avvicinandola a milioni di lettrici e lettori – è dedicato Abbecedario siciliano (Sellerio editore, Palermo, 2023, 14 euro). L’ho acquistato – confesso – non perché particolarmente curioso di addentrarmi tra i termini, le espressioni, i modi di dire della lingua siciliana, bensì per il suo autore, Roberto Alajmo, che avevo tanto apprezzato, una trentina d’anni or sono, quando pubblicò – sempre per Sellerio – Repertorio dei pazzi della città di Palermo seguito, nel 2004, questa volta negli Oscar Mondadori, da Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo e, un anno dopo, da Palermo è una cipolla (Laterza), una sorta di guida originale e affettuosa al capoluogo isolano.

Palermitano, giornalista, nato nel 1959, Alajmo ha lavorato a lungo per la RAI. Poi ha iniziato a scrivere racconti e romanzi, tradotti in molte lingue, ai quali si aggiungono sei testi teatrali e un libretto d’opera. Ha anche diretto, per poco più di 5 anni e fino al 2019, il Teatro Biondo della sua città.

Il citato Repertorio dei pazzi mette in scena una lunga serie di figure marginali ed eccentriche, che lo scrittore ritrae magistralmente in folgoranti cammei lunghi da tre righe ad al massimo mezza pagina. Personaggi reali o inventati, sospesi tra cronaca e finzione, che hanno popolato Palermo o sono il frutto di racconti da bar, dicerie, bufale tramandate di generazione in generazione, che ad ogni passaggio si arricchiscono di nuovi particolari, nuovi dettagli, rendendoci quelle figure strampalate, al bivio tra realtà e assurdo, così vicine e indimenticabili.

Ogni microstoria inizia con “Uno” o “Una”; questi “pazzi” non hanno nome, si susseguono in una galleria che diventa corale. 120 pagine dopo, tutti insieme (e sono centinaia), formano una comunità identitaria catalogata da Alajmo con l’occhio dell’antropologo e la vena dello scrittore di razza. Proprio la forma catalogatoria è una delle peculiarità dell’autore.

Alcuni esempi, adesso, di questa bizzarra galleria.
Il primo, stralunato e contiano: 

“Una sosteneva di essere l’autrice di tutte le canzoni di Lucio Battisti. Una volta partecipò a una festa che gli infermieri avevano organizzato nell’istituto dove era ricoverata. C’era un piccolo gruppo musicale. Lei ballava sotto il palco, da sola. Muoveva i capelli sulla faccia fregandosene di tutti e fregandosene anche della musica. A un certo punto si stancò di ballare, salì sul palco, zittì il complesso musicale e nel silenzio generale cantò da sola una specie di blues che a tutti i presenti sembro il più bello che si fosse mai sentito”.

Il secondo, legato alla lingua:

“Uno decise, un giorno, di parlare per scherzo una lingua sconosciuta: “Agacalagacalacalagalacala”. La parlava di preferenza coi fornitori e i semplici conoscenti, ma certe volte decideva che per tutta la sera avrebbe solo parlato nella sua lingua privata, e non c’era verso di fargli cambiare idea: “Agacalagacalacalagalacala””. 

Il terzo, che ci porta direttamente al recentissimo Abbecedario siciliano:

“Uno faceva il fruttivendolo ambulante. Passava gridando per le strade e quando arrivava sotto casa di una cliente citofonava e, sempre gridando, chiedeva: SERVE COSA? La signora rispondeva con voce normale: Cosa ci ha?
CACOCCIOLA!
E poi?
SPARACELLI! FAGIOLINA! BRASILIANI! Sempre gridando, come se il citofono non esistesse”.

La ricchezza sterminata della lingua siciliana ci viene servita in quest’altro libro che, indice alfabetico delle 147 singole parole compreso, non supera le 170 pagine. 

Prendiamo la parola “almèno”, che in siciliano “È la risposta che sempre si dà per non sbilanciarsi, anche in funzione scaramantica. Seguita idealmente dai puntini di sospensione, sta a indicare la possibilità che anche la cosa più ovvia possa andar male, il bene rovesciarsi nel suo opposto. Rappresenta l’equivalente laico dell’arabo inshallah, se Dio vuole. Esiste sempre la possibilità che un Dio non voglia, anche delle cose che sembrerebbero più scontate. Una specie di relativismo scaramantico, quello stesso per cui nemmeno lo zucchero bisogna mettere nella tazzina prima di versare il caffè (…)”. 

In un’intervista, Alajmo completa la spiegazione citando un episodio accaduto al conterraneo Leonardo Sciascia che, dovendo prendere il treno per Roma, chiese al capotreno se quello che avevano davanti fosse effettivamente il treno che andava a Roma. Il capotreno rispose: “Almèno”, intendendo che sì, se non ci fosse stato un deragliamento…, se il genere umano non si fosse estinto prima…, se non ci fosse un’epidemia fulminante…” quel convoglio poteva effettivamente essere quello diretto a Roma.

Illustrando gli obiettivi del suo gustosissimo libro, Roberto Alajmo spiega: “Ho voluto chiamare il libro Abbecedario siciliano perché vorrebbe ridurre alla massima semplificazione questo Continente molto esplorato che è la Sicilia. Di ciascuna parola ho cercato di spiegare non solo, non tanto e non sempre l’etimologia, ma soprattutto la storia e, attraverso la storia, le filosofie che presiedono a ciascuna parola. Questo perché i Siciliani pensano di essere molto complicati, ma non sono più complicati di altri popoli: credono di esserlo e questo effettivamente complica molto le cose”.

Segnalo infine che, sulla falsariga del Repertorio dei pazzi di Palermo, sono nati altri repertori, uno dei quali è Repertorio dei matti del Canton Ticino, curato da Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2019), frutto di una serie di incontri tra gli autori organizzati dall’Associazione Turba in collaborazione con Photo Ma.Ma. Edition allo Spazio 1929 di Lugano. 

Vi si incontrano facilmente figure realmente esistite o esistenti, che molti di noi hanno incontrato sul loro cammino e che riconosceranno facilmente.

Nell’immagine: Marianne von Werefkin, “Die schwarzen Frauen” (1910)


Gabriele Nissim – Il dovere della memoria messa alla prova dalle tragedie attuali

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Gabriele Nissim è il saggista e storico che ha inventato i Giardini dei Giusti


Serve ricordare?

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La Memoria. La Shoah. L’importanza di ricordare. Ma serve ricordare? Servono le commemorazioni con i discorsi ufficiali a ripetere “mai più”? La domanda può apparire blasfema, offensiva, oltraggiosa. Non lo è.

La Giornata della Memoria, che si ripete dal 2000, svela, a ben guardare, l’abisso che corre fra lo sdegno di un giorno per l’orribile scempio e i nostri comportamenti quotidiani dove i buoni propositi sono soffocati da una diffusa indifferenza e dalla reticenza ad accogliere le ragioni dell’altro. L’altro è il “numero”, è la “massa residuale”, è lo “scarto”, è quello che deve star fuori dal nostro mondo. La Giornata della Memoria è bene che ci sia ma ha cumulato un difetto assai vistoso: commemora le vittime, addita il “male assoluto”, lo colloca fuori dalla storia, lo ritiene irripetibile e, così facendo, dimentica il contesto e non vede le ragioni politiche, ideologiche e le responsabilità individuali e collettive che hanno consentito e consentono al peggio di prevalere.

Mi guardo attorno, osservo l’avanzare di tanta brutta politica con pessimi politici (“Non sono le idee che mi spaventano ma le facce che rappresentano…” scriveva Leo Longanesi nel 1944: come non dargli ragione al cospetto di certi figuri poco raccomandabili che pretendono di governare il mondo!) e convengo che il passato sta risorgendo nel peggiore dei modi. Mi convinco che noi stiamo esibendo virtù, qualità morali, buoni sentimenti che non abbiamo. Tutt’al più durano lo spazio di un’emozione. Invochiamo la necessità di tener ben ferma nel nostro presente la consapevolezza del passato per frenare i cattivi sentimenti, ma la barbarie avanza e certamente non contempla “le magnifiche sorti progressive” di una umanità felice, fatta di pacifiche convivenze. Ripeto: l’interrogativo iniziale può sembrare irriverente, ma non lo è. Per due ragioni.

La prima ragione la suggerisce un paradosso inquietante che mi sembra evidente. Già lo rammentai lo scorso anno, riprendendo le considerazioni di Valentina Pisanty che si è occupata della faccenda: “Due fatti – ci dice la semiologa – sono sotto gli occhi di tutti. 1) Negli ultimi vent’anni la Shoah è stata oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale. 2) Negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore” (V. Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Bompiani, Milano, 2020). I dati confermano: xenofobia, razzismo e antisemitismo sono cresciuti a dismisura. Oggi avanzano controstorie alternative fondate su una reinvenzione del passato che trasformano le vittime in carnefici e Liliana Segre circola con le guardie del corpo. Segnala Valentina Pisanty l’evidenza di una ricorrenza oggi “sempre più ritualizzata, inaridita e avvitata su sé stessa”. Come a dire: il 27 gennaio si parla della Shoah, di Auschwitz, della Soluzione Finale, ma poi si chiude e c’è l’assopimento delle coscienze.

I migranti torturati in Libia che affogano a migliaia sono un crimine che dura da anni, Bucha è un crimine, il 7 ottobre è un crimine, Gaza è un crimine. Oggi genocidi e massacri non si contano. Ci indicano che la Shoah non è stato un male irripetibile, fuori dalla storia: è ben presente nella storia e oggi è qui, sotto altre forme. Primo Levi ce lo aveva detto “che ciò che è accaduto può ritornare” (Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958).

La seconda ragione la offre l’attualità: il nostro mondo sta prendendo a calci i diritti umani, e la dignità delle persone non pare la preoccupazione della politica di successo. Avanza l’onda nera di destre estreme, illiberali e postfasciste che con la compiacenza della democrazia stanno distruggendo la democrazia. Ci spiegano che le mani tese, le teste rasate, le camicie nere, i fasci littori, le croci celtiche esibiti da branchi non proprio sparuti non debbono preoccupare perché “ora è diverso da allora” e le istituzioni democratiche son solide: io ho qualche riserva in proposito. I dati ci informano che le democrazie illiberali sono in aumento e gli impresentabili, ignoranti e incolti al governo, sono pure in espansione. Perfino il governo di Netanyahu ha perso la strada e la Shoah è diventata un argomento non per legittimare il sacrosanto diritto di difendersi e di vivere liberi in sicurezza, ma per giustificare una vendetta (sull’argomento ha scritto qui Martino Rossi e condivido): il 7 ottobre è stato orribile, il massacro di donne e bambini a Gaza è altrettanto orribile. La Shoah ci dovrebbe insegnare che il fanatismo è da bandire, da qualsiasi parte arrivi. Ma sta succedendo l’opposto. E, allora, servono le commemorazioni quando non segue tutto il resto?

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: una delle molte manifestazioni che si sono svolte recentemente in Germania contro l’estrema destra di AfD


La memoria della Shoah è di tutti

L’Unrwa rappresenta l’ultima speranza di ricevere cibo e medicine. Ingiusto che paghiamo per 12 sospetti criminali 

Di Anna Foa, Gariwo

Ci si domanda da più parti, e da diverse prospettive, come si arriverà a celebrare quest’anno il 27 gennaio. Da una parte, non sono pochi quelli che pensano che gli ebrei farebbero meglio a starsene zitti, con quello che Israele sta facendo a Gaza, e paragonano Gaza alla Shoah, in una ripresa dell’antico argomento – risale più o meno alla guerra del Libano del 1982 – delle vittime che si trasformano in carnefici. Dall’altra, emergono nel mondo ebraico italiano voci che propongono uno “sciopero” da parte ebraica della Giornata della Memoria. È meglio, dicono, che gli ebrei se ne stiano da soli, dato che tutto il mondo è contro di loro, come il 7 ottobre e le successive reazioni hanno dimostrato. Una riproposizione, alla luce dell’attacco di Hamas, della teoria dell’”eterno antisemitismo”, che si sperava spazzata via dalle complessità della memoria e della storia.

Ambedue queste opposte posizioni partono da due presupposti semplificatori e pericolosi. Il primo è che un movimento terrorista quale è Hamas si identifichi con i palestinesi, tutti i palestinesi, e che dall’altra parte la politica del governo di Netanyahu sia non solo espressione dell’opinione unanime di Israele, ma anche di quella altrettanto unanime degli ebrei della diaspora. E che quindi questa guerra sia in realtà uno scontro di civiltà fra arabi ed ebrei. Fra Occidente e mondo musulmano, fra democrazia e terrorismo per gli uni, fra l’Occidente colonialista e i reietti della terra per gli altri. Nella radicalizzazione delle posizioni a cui assistiamo, nessuno si preoccupa di guardare al carattere del regime di Hamas, violento e fanatico anche nei confronti degli altri palestinesi, e nemmeno alla profonda spaccatura della società israeliana e alle grandi e pacifiche manifestazioni di questi mesi contro il governo. Riassorbite dalla guerra? Forse solo temporaneamente, e nemmeno del tutto.

Ma il pericolo maggiore di queste due opposte posizioni è quello da parte degli uni di considerare la memoria della Shoah come un fenomeno solo ebraico, frutto del solo mondo ebraico, destinata solo agli ebrei. A che fine? Risarcirli dei milioni di morti, forse. Un risarcimento che con le guerre di Israele sembra essersi esaurito. Si può ripartire da zero, fare piazza pulita dei morti del passato, guardare solo all’oggi. Un oggi in cui il 7 ottobre e i suoi orrori sembrano cancellati dalla distruzione di Gaza.

Da parte degli altri, degli ebrei, il rischio è simmetrico: considerare la memoria della Shoah come una proprietà degli ebrei, da non estendere al resto del mondo, sempre e ovunque antisemita, in fondo prendere le distanze da una celebrazione, il 27 gennaio, che nasce guardando a tutti (e fra l’altro anche alle altre vittime della guerra di Hitler) e per tutti: per dare un segnale al mondo che la memoria della Shoah è di tutti, per insegnare a tutti ad evitare altri genocidi, razzismi, antisemitismi. E il fatto che finora non ci sia riuscita, che i genocidi e i crimini di guerra abbiano continuato a succedersi di fronte ai nostri occhi troppo spesso distratti, non annulla questo impegno, semmai lo rende più urgente.

Se il 27 gennaio l’immagine che si vuole proporre nelle scuole e nelle istituzioni è quella di una memoria chiusa in se stessa, che rifiuta di aprirsi al mondo, che si ammanta del suo ruolo di vittima per negare le altre vittime, allora sarà certo problematico trovare le parole per spiegare questa immagine, questa memoria. Se si prenderanno per buone le due equiparazioni alla Shoah che vengono fatte da parti opposte, quella di Gaza da parte antiisraeliana e quella del 7 ottobre da parte del governo israeliano, allora non ci sarà spazio per nessuna memoria, solo per il suo utilizzo deviato, per la sua peggiore strumentalizzazione. Dobbiamo trovare le parole, gli argomenti per evitarlo.

In questo terribile conflitto, in cui due estremismi opposti si combattono nel dolore delle vittime di entrambe le parti, ora l’importante è fermare l’operazione bellica che sta distruggendo Gaza e che sempre più precisa come suo obiettivo l’annessione dei territori occupati a formare una grande Israele. Vedremo risorgere, con tutti i suoi limiti, ma anche con le sue aperture e le sue speranze, l’antica Israele dei suoi padri fondatori, e vedremo i palestinesi disfarsi degli estremisti e lavorare alla creazione di uno stato che viva in pace coi suoi vicini? Per quanto difficile sia, distruggere la memoria del maggiore genocidio del Novecento, oppure anche soltanto lasciarla come patrimonio solo degli ebrei, sottraendola all’umanità intera, non può certo aiutare a raggiungere questo obiettivo.

Nell’immagine: candele al museo dell’Olocausto di Washington