

Ecco una nuova perla, fresca di stampa, che giunge a noi, in versione tradotta, portando ancora una volta un’autrice particolarmente importante d’oltre San Gottardo fin nelle nostre librerie. Quella che ho tra le mani è l’opera matura e profonda di una delle pochissime scrittrici svizzere che, in quasi mezzo secolo d’attività, si è fatta apprezzare ben oltre i nostri confini e ha pubblicato buona parte delle sue opere presso Suhrkamp, la storica casa editrice berlinese che ha accolto – tra i confederati – anche Robert Walser, Max Frisch, Peter Bichsel, Adolf Muschg, Paul Nizon: insomma molto del meglio. Per la sua opera le sono stati assegnati, tra gli altri, il Premio Schiller nel 1986 e il Solothurner Literaturpreis nel 2023.
Nata a Svitto nel 1947, Gertrud Leutenegger può definirsi ontologicamente nomade: come questa sua predisposizione al viaggio – Firenze, Berlino, il Regno Unito, il Giappone, Roma, Amburgo, Zurigo – sia poi diventata anche letteraria e psicologica, impossessandosi dei suoi testi, lo vedremo tra poco. La sua relazione stabile con il Ticino è durata quasi vent’anni: dopo 4 anni in Vallese, avrebbe voluto trasferirsi a Ginevra, che tuttavia si rivelò meta troppo costosa. La scelta cadde allora sul piccolo villaggio di Cabbio, in Valle di Muggio. Qui ha vissuto e ha scritto a contatto con i pochi abitanti del luogo e le famiglie di immigrati portoghesi e balcanici che erano subentrate occupando edifici che altri emigrati – ticinesi questa volta (scalpellini, stuccatori che avevano fatto un po’ di fortuna) – costruirono una volta rientrati in patria. Nei libri di Leutenegger passato e presente si inseguono, si ripetono, sono compresenti: non si fugge – sembra dirci – né dal primo né dal secondo, ne siamo figli in egual misura, chiudere gli occhi è impossibile. Prima di rientrare a Zurigo, dove risiede tuttora, la scrittrice si era trasferita per qualche anno ancora a Rovio. Un suo testo è parte del volume Quattro passi in Valle, del fotografo Giovanni Luisoni (Salvioni, 2003; gli altri sono di Maria Corti, Alberto Nessi e Amleto Pedroli).
Anche Fuggiaschi tardivi (titolo originale Späte Gäste, Suhrkamp, 2020), pubblicato da Armando Dadò Editore, con traduzione di Gabriella de’ Grandi) si svolge nell’estremo sud della Svizzera, tra Cabbio e Schignano, in Val d’Intelvi, nota soprattutto per il suo Carnevale. Scritto in pieno lockdown, il libro non viene definito né romanzo, né racconto. Di un racconto lungo, però, si dovrebbe parlare: 139 pagine, scandite in tre parti (Sera, Mezzanotte, Mattino) per complessivi 52 microcapitoli. Come talvolta accade, anche qui lo spessore intrinseco è inversamente proporzionale alla lunghezza: ci troviamo infatti di fronte a un testo di rara densità, interamente scritto in prima persona dalla protagonista, che torna nei luoghi in cui aveva vissuto un quarto di secolo prima con il compagno e la figlia. Orion, l’uomo, è appena deceduto: siamo in pieno febbraio. Impazza il Carnevale, che già convive strettamente con il lutto e la Quaresima.
Da Orion, da quella figura che già il nome assegna più alla mitologia che alla realtà, lei era fuggita. Ambizioso, egocentrico, megalomane, di professione architetto, sognava di costruire opere che lasciassero un segno come lo hanno lasciato i grattacieli di New York che, insieme a lei, aveva sorvolato, ma da ogni concorso usciva sconfitto. Imponente, gigantesco, sempre più dipendente dall’alcol e sempre indossando un lungo pastrano in pelle nera, si aggirava, misterioso e satanico, per il villaggio e i boschi circostanti con sembianze di fauno. Fedele al suo nome, era appassionato di astronomia e pirotecnica. Aria, dunque, e infinito, ma anche fuoco infernale e immagini mitologiche o dantesche, Acheronte e Caronte. Ora invece eccolo giacere immobile, al buio, nella gelida cappella mortuaria, in attesa del funerale, che si svolgerà poche ore dopo con il ritorno della luce.
La morte, dunque, di una persona che ha accompagnato e segnato la nostra vita; le domande che avremmo voluto porre, i rimorsi, i fatali sensi di colpa che accompagnano chi le sopravvive; tutto è mirabilmente espresso grazie alla narrazione in prima persona. Ricca, precisa, ma anche sobria e senza fronzoli, dà corpo al flusso dei pensieri, a tratti riflessivo, a tratti quasi tumultuoso. In questo procedere magmatico si succedono, nel tempo e nello spazio, associazioni di idee, compresenze ossimoriche e contrapposte, episodi personali e storia collettiva, vicende del passato e derive dei giorni nostri. Senza nulla togliere alla qualità della traduzione di Gabriella de’ Grandi (che si era già misurata con Friedrich Glauser e con Hugo Loetscher), leggere Späte Gäste in tedesco è un passo in più per apprezzare pienamente la stoffa di questa autrice di razza.
Pochi, oltre a quelli menzionati, i personaggi: il gerente del vecchio albergo-locanda, ai margini del bosco, un tempo fiorente, ora in declino, dove la protagonista trascorre il tempo che precede le esequie, in un dormiveglia sospeso tra sogno e realtà, tra suoni lontani e indecifrabili, rumori di passi che non sappiamo se immaginati o reali ai piani superiori del vecchio edificio ormai cadente, dove un tempo un’intera comunità si incontrava, nel salone o sul terrazzo affacciato sul giardino disseminato di palme, esotismi di paccottiglia. In un affresco che la protagonista intravede sul soffitto di una delle stanze il mito fondante di Guglielmo Tell è raffigurato in un paesaggio etneo popolato da animali esotici.
Quella del locandiere è una presenza-assenza, poiché lui, siciliano, spesso torna nella sua terra dove assiste e accoglie i profughi sbarcati dalle carrette dei mari: fedele al suo mestiere di oste, regala riparo agli ultimi. C’è, in penombra, anche sua moglie, Serafina, che nell’albergo che ora ospita la voce narrante, ha perso una figlioletta in tenerissima età, divorata da un incendio.
Fuoco, fiamme, morte, lutto. A cui si aggiunge – in un insieme sospeso tra realtà e visioni oniriche – il Carnevale del villaggio lombardo appena oltre confine dove, da secoli, si mette in scena un confronto tra la fazione dei Belli e quella dei Brutti. Celati dalle maschere grottesche dei Brutti, irrompono nel rito le loro personificazioni contemporanee: profughi, migranti, nomadi, sperdenti e sconfitti, che chiedono di potersi anche loro sedere al banchetto. Il riferimento al moderno Lager dell’isola di Lesbo, distrutto da un incendio, da cui fuggirono in migliaia, è esplicito.
Sono davvero moltissimi gli spunti ed altrettanto numerose le immagini memorabili nel libro di Gertrud Leutenegger, che sa collegare, in modo spesso sorprendente e sempre mirabile, situazioni solo apparentemente lontane tra loro: il Carnevale diventa cosi metafora perfetta e aneddotica del disordine e del caos dei nostri giorni, del naufragio conteporaneo o, più probabilmente, della stessa condizione umana. Un sabba – danse macabre o Totentanz – nel quale convergono anche esperienze autobiografiche della scrittrice: suo padre, ha raccontato, era morto proprio un lunedì di Carnevale, nel Canton Svitto, in quella Svizzera “primitiva” che a questa festa assegna un ruolo così centrale. Si torna allora al dualismo vita-morte, al Carnevale come esaltazione di una disperata, orgiastica voglia di vivere proprio mentre la salma di Orion giace rigida, immobile, al gelo, pochi chilometri più in là, nella cappella da romanzo gotico che sovrasta il piccolo cimitero. Suscitando nei vivi interrogativi fatalmente destinati a restare inevasi ed a spegnersi: chi avrebbe potuto rispondere, quei segreti se li è portati per sempre con sé.
Ultime brevissime annotazioni: 1. La prosa, elegante, ricca, per lunghi tratti perfettamente sorvegliata, poi improvvisamente scatenata e visionaria dell’autrice, è un marchio di fabbrica che la rende riconoscibile fra cento. Recensendo il libro, non ne ho citato neppure una riga: facendolo, farei torto a tutte le altre. 2. Fuggiaschi tardivi ha un impianto potenzialmente teatrale e cinematografico per nulla trascurabile (l’autrice ha studiato regia alla Schauspielakademie di Zurigo ed è stata regista). 3. il volume ha un antecedente diretto nella bibliografia di Gertrud Leutenegger, Pomona (Suhrkamp, 2015), anch’esso ambientato nello stesso villaggio e popolato dagli stessi protagonisti, ai quali si aggiunge la figura della madre defunta, che alla voce narrante appare in sogno, proprio mentre quest’ultima è confrontata con la necessità di fuggire da Orion mettendo in salvo se stessa e la figlioletta.
Ecco perché, dopo Fuggiaschi tardivi, anche Pomona andrebbe ora tradotto per avvicinare ulteriormente alla Svizzera italiana una delle grandi voci della letteratura contemporanea del nostro Paese.
Nell’immagine: Gertrud Leutenegger
Di Richard Lawson, Vanity Fair
A volte può essere piacevole, o almeno catartico, vedere un film che dice che abbiamo ragione a preoccuparci. Che tutte le cose per cui ci stressiamo, con crescente timore apocalittico, incombono effettivamente all’orizzonte. Il mondo dietro di te (titolo originale: Leave the World Behind, su Netflix) non lesina cupezza e insiste senza tentennamenti sul fatto che momenti terribili sono ormai alle porte. Adattato dal romanzo bestseller di Rumaan Alam, il film di Sam Esmail è una seduta tetra e straziante e per questo ancora più stimolante.
Nella trasposizione del romanzo, Esmail ha apportato alcuni cambiamenti significativi. Dà risposte concrete all’ambiguità del libro – in particolare, spiega esattamente cosa sta accadendo durante questi ultimi nostri giorni – mentre perde, purtroppo, gran parte della sua poesia. Il romanzo è sia un elegante studio psicologico e sociologico sia un thriller apocalittico, ma Esmail punta molto di più su quest’ultimo aspetto. Il suo Il mondo dietro di te non è un film profondo, ma si rivela comunque avvincente.
Julia Roberts e Ethan Hawke interpretano Amanda e Clay, una coppia di Brooklyn della classe medio-alta (lui dice di vivere a Sunset Park, lei insiste che in realtà sono a Park Slope) che ha bisogno di una vacanza. Entrambi sono molto impegnati con il lavoro e si sentono distanti l’uno dall’altra e dai figli, gli adolescenti Archie (Charlie Evans) e Rose (Farrah Mackenzie), ossessionata da Friends. Amanda affitta senza pensarci un attimo un posto a Long Island, una casa tentacolare, una sorta di moderna cascina con finiture di pregio e una piscina. La famiglia si sta rilassando e ritrovando la sua intimità quando il proprietario della casa, G.H. (Mahershala Ali), e la figlia ventenne Ruth (Myha’la) bussano a notte fonda per farsi ospitare.
Amanda è diffidente, ascolta con sospetto il loro racconto di un blackout in città e dubita persino che siano i veri proprietari della casa. Potrebbe sembrare che Il mondo dietro di te ci stia preparando ad avere uno sguardo disincantato sul pregiudizio e la correttezza, una commedia seria e tesa di buone maniere nello stile, per capirci, di un film di Ruben Östlund. In breve tempo, tuttavia, si capisce che la storia è governata da qualcosa di molto più grande. Il servizio di telefonia mobile e internet s’interrompono, gli animali si comportano in modo strano, un rumore stordente, che manda in frantumi i vetri, proveniente dal cielo, paralizza le due famiglie.
Il mondo dietro di te propone numerosi tropi familiari dell’armageddon, ma Esmail li impiega in modo originale. È abile nel manifestare l’ansia tecnologica, la paura strisciante che più processi e funzioni cediamo alle macchine, più rischiamo di perdere la possibilità di intervenire quando queste dovessero fallire. Esmail si diverte a prendere in giro noi stupidi atrofizzati, così indifesi senza il nostro GPS e le distrazioni dello streaming. La tecnologia impazzita può anche rivelarsi pericolosa anche dal punto di vista fisico: c’è una scena agghiacciante, quasi sciocca, che coinvolge le auto a guida autonoma, oggetti senza cervello che svolgono il loro lavoro con esiti rovinosi.
Ma non è solo la tecnologia, o la sua mancanza, a tormentare queste persone. Tutti, in modi diversi, sentono il morso di qualcosa di interiore ed esistenziale, un senso di dislocazione in questi tempi moderni: sono lontani gli uni dagli altri, arrabbiati e sfiduciati, forse persino disgustati. Nell’esporre questo aspetto, Esmail si avvicina maggiormente all’intuizione lirica della prosa di Alam, al modo bello e acuto in cui l’autore descrive il malessere contemporaneo. Gli attori sono particolarmente bravi in questi passaggi. Roberts e Ali, in particolare, manovrano con abilità monologhi lunghi e preoccupanti. Nel gruppo, Amanda è forse quella con l’anima più malata e si sposa bene con il tratto pungente che distingue Roberts come star, insieme alla contagiosa allegria.
I complicati artifici tecnici di Esmail – ne Il mondo dietro di te la macchina da presa si muove davvero – non fanno ombra all’attento lavoro degli attori che sanno trasmettere al meglio l’allarme crescente. Per quanto sfuggenti e imperfetti possano essere, alla fine arriviamo a voler bene ai nostri eroi pentiti. Ma il film ci ricorda, ancora e ancora (e soprattutto alla fine), che il mondo non prova alcun sentimento né empatia per queste persone, né per nessuno di noi: teorici del complotto che prevedono il peggio e idioti inconsapevoli. Siamo tutti ospiti di passaggio di qualcosa di molto più antico di noi. Gli orrori de Il mondo dietro di te possono essere responsabilità dell’uomo, ma la natura fa la sua parte inquietante, sussurrando minacce e avvertimenti che vengono recepiti in modo passivo.
Qua e là, il film inciampa in qualche luogo comune o solleva dubbi di credibilità. Purtroppo, però, Il mondo dietro di te appare terribilmente plausibile, traccia la possibile e non improbabile parabola delle nostre vite, che rischia di risultare evidente solo quando ormai sarà troppo tardi. La cosa è accaduta, sta accadendo. Basta dare un’occhiata fuori.
Nell’immagine: Julia Roberts nel film
106.500 franchi: è questa la somma versata per finanziare la recente campagna al Consiglio degli Stati di Marco Chiesa da parte dell’enigmatica Fondazione per una politica liberal-conservatrice. Nessun altro senatore eletto ha ricevuto così tanto denaro da un unico donatore. Il dato è stato reso noto oggi, 12 gennaio 2024 sul sito del Controllo federale delle finanze (CDF), l’autorità incaricata di supervisionare i dispositivi di legge sul finanziamento delle campagne elettorali entrati in vigore a fine 2022.
A differenza dei candidati al Consiglio nazionale che – tutti – hanno dovuto pubblicare prima della votazione le donazioni superiori a 15.000 franchi svizzeri, per il Consiglio degli Stati soltanto gli eletti hanno l’obbligo di pubblicare a posteriori i loro bilanci. I diretti interessati avrebbero dovuto consegnare i dati entro lo scorso 3 gennaio, ma il CDF ha tempo fino al 18 gennaio per pubblicarli. Per questo mancano tuttora all’appello le informazioni su molti candidati. Un dato è già sin d’ora rilevante: quello che riguarda Marco Chiesa. Al momento la gran parte dei senatori eletti ha ricevuto i finanziamenti superiori ai 15.000 franchi dalle sezioni cantonali o comunali del proprio partito. Il presidente dell’UDC Svizzera, invece, i soldi li ha ricevuti da una fondazione legata sì al partito, ma giuridicamente autonoma. Un modo di fare che pone degli interrogativi in termini di trasparenza.
La Fondazione per una politica liberal-conservatrice è stata fondata a Lugano il 9 dicembre 2022. Poche settimane dopo l’entrata in vigore dei nuovi dispositivi di legge volti a favorire maggiore trasparenza sul finanziamento della politica federale. La fondazione è presieduta dall’avvocato Adriano Sala, già legale nella vicenda della controversa fiduciaria Ticiconsult e amico del presidente dell’UDC Svizzera sin dai tempi del liceo. Al fianco di Sala, ad amministrare la fondazione vi sono la gran consigliera UDC Raide Bassi e due uomini attivi in ambito fiduciario. Quello che i dati disponibili sul registro di commercio però non dicono è che la fondazione è stata creata dallo stesso Marco Chiesa assieme al suo socio d’affari in Ticiconsult, il consigliere nazionale e presidente dell’UDC Ticino Piero Marchesi.
Sono proprio i due politici di punta del partito a recarsi dal notaio e a versare in contanti i 30.000 franchi di capitale iniziale: i “fondatori” indica lo statuto della fondazione a fianco delle due firme [qui il documento in pdf]. Sbrigate queste pratiche Chiesa e Marchesi scompaiono poi dai radar. La fondazione rimane sotto traccia fino allo scorso mese di ottobre quando sull’apposito sito del CDF viene registrato un versamento di 20.000 franchi a favore della campagna alle elezioni federali dell’UDC Ticino. A quel momento scriviamo un articolo e chiediamo ai diretti interessati spiegazioni. Non abbiamo mai ricevuto risposta.
Nei conti finali della campagna, la sezione ticinese del partito registra, a fine dicembre 2023, un secondo versamento sempre di 20.000 franchi da parte della fondazione. Flussi che sono ora largamente superati da quanto offerto al candidato di punta, quel Marco Chiesa che alle elezioni del Consiglio degli Stati ha sbaragliato tutti i suoi avversari a suon di filastrocche sui richiedenti l’asilo. I 106.500 franchi a favore della sua campagna vengono registrati il 20 novembre 2023, il giorno dopo il ballottaggio e la brillante rielezione del politico di Pregassona. In totale, quindi, la fondazione presieduta dall’avvocato Sala ha versato un totale di 146.500. Non certo delle briciole!
A questo punto resta un quesito: chi ha versato quei soldi? Durante la recente campagna elettorale si è parlato molto dei nuovi criteri di trasparenza e del fatto che questi potevano essere facilmente aggirati attraverso l’utilizzo di fondazioni. Se il finanziamento che queste entità giuridiche fanno ai partiti e ai candidati deve essere registrato (sopra i 15.000 franchi), non vi è infatti nessun obbligo a dichiarare chi invece ha finanziato in precedenza la fondazione. In sostanza si aggiunge un anello alla catena e tutto rimane opaco come prima. Uno stratagemma che non imbarazza certo l’UDC e i suoi vertici ticinesi, da sempre profilati contro la trasparenza. Così attraverso la Fondazione per una politica liberal-conservatrice chi ha finanziato Marco Chiesa e il suo partito ha potuto restare anonimo. Rimane un dubbio quanto ai veri motivi di questa discrezione: paura di svelare possibili conflitti d’interesse o clientelismi oppure semplice vergogna?
Articolo pubblicato da areaonline.ch
Nell’immagine: la prima pagina degli statuti, disponibili in versione integrale
Quest’anno il popolo svizzero dovrà votare su diversi testi che riguardano la politica sociale del Paese. Facciamo il punto della situazione con Pietro Boschetti, storico e giornalista, autore di un piccolo libro rigoroso che permette di comprendere bene il nostro sistema pensionistico.
Boas Erez: Un recente articolo della NZZ ha richiamato l’attenzione sulle questioni in gioco nelle votazioni sull’AVS e sulla LPP, suggerendo che queste potrebbero rappresentare un punto di svolta per la nostra politica sociale. È d’accordo con questa opinione?
Pietro Boschetti: Anche se per motivi diversi, credo che effettivamente il 2024 sarà un anno chiave per le pensioni! D’altronde, dedico le ultime pagine del mio libro a questo tema politico. Vede, il sistema previdenziale svizzero non è radicalmente diverso da quello di altri Paesi, ma lascia uno spazio molto ampio alle assicurazioni sulla vita private. In particolare, la previdenza professionale, che costituisce il “secondo pilastro” del nostro sistema, dipende in larga misura dall’andamento dei mercati finanziari. Tuttavia, a differenza di altri Paesi, in Svizzera il secondo pilastro è quello che dovrebbe fornire la quota maggiore di pensioni, ma è allo stesso tempo il pilastro più debole, con un deficit medio annuo di quasi 6 miliardi di franchi dal 2014. L’AVS è ben più solida: ha registrato solo una quindicina di deficit nei suoi 75 anni di esistenza. Le previsioni catastrofiche sull’AVS sono del tutto infondate. Inoltre, l’importanza attribuita al secondo pilastro fa sì che il nostro sistema non sia affatto universalistico, nel senso che garantisce la pensione solo a chi lavora, senza eliminare le discriminazioni salariali, il che lo rende molto sfavorevole alle donne. Già solo per queste ragioni, non dovremmo esitare a rafforzare l’AVS e a ridurre il ruolo del secondo pilastro nel nostro sistema pensionistico.
Quindi è favorevole all’iniziativa dell’Unione Sindacale Svizzera che chiede il pagamento di una tredicesima pensione AVS (AVS13)?
Sì. Come spiego nel primo capitolo del mio libro, l’AVS è stata introdotta in Svizzera solo nel 1948 e ha così permesso a molti anziani di uscire dall’indigenza. Ricordiamo che l’assicurazione vecchiaia è stata una delle richieste dello sciopero generale del 1918, l’unico del genere nel nostro Paese. Il popolo ha poi accettato il principio iscrivendolo nella Costituzione nel 1925, ma ci sono voluti circa vent’anni perché diventasse realtà. Ancora oggi, sebbene insufficienti, le pensioni AVS sono l’unica fonte di reddito affidabile per gran parte della popolazione anziana. L’aumento di queste pensioni è quindi il modo più sicuro per combattere la precarietà di questa fascia di popolazione.
Come è nato il secondo pilastro?
È una storia lunga. Si può riassumere come segue. Il secondo pilastro è stato creato per contrastare un’iniziativa del Partito del lavoro, che chiedeva un rafforzamento dell’AVS. A differenza dell’AVS, nel secondo pilastro lo Stato non svolge alcun ruolo, se non quello di regolamentazione e vigilanza. Ma non spende un solo centesimo per esso. Sono i fondi pensione, che non sono enti pubblici, a gestire i fondi pensione professionali, pagati dai datori di lavoro, dai lavoratori e dalle lavoratrici. Attualmente esistono circa 1.300 fondi pensione, ma otto compagnie di assicurazione sulla vita gestiscono da sole 200 dei 1.200 miliardi di riserve destinate al pagamento delle pensioni. Dalla fine degli anni ’50, questi assicuratori hanno lavorato per creare il secondo pilastro. Hanno intravisto l’opportunità di creare un nuovo mercato e, attraverso un’azione di lobby a tutti i livelli, sono riusciti a realizzarlo. Di fatto, il secondo pilastro rappresenta oggi il 65% del loro fatturato. Detto questo, sebbene gli assicuratori abbiano esercitato una grande influenza, alla fine è stato il popolo che, nel dicembre 1972, ha inserito il sistema dei tre pilastri nella Costituzione.
Quindi tutto è avvenuto in modo trasparente e il popolo non ha che da rimproverare se stesso se il nostro sistema pensionistico è messo male?
Non è così semplice. Il voto del 1972 avvenne in un contesto molto specifico. Soprattutto, ha fatto seguito a diversi decenni di lobbying ai massimi livelli da parte delle compagnie di assicurazione, che hanno avuto il tempo e le risorse (all’epoca fu speso l’equivalente di tre milioni di franchi svizzeri al valore attuale) per preparare la campagna elettorale. Inoltre, il Partito socialista e i sindacati hanno scelto di votare a favore della soluzione degli assicuratori e quindi contro la proposta di rafforzare l’AVS contenuta nell’iniziativa del Partito del lavoro (comunista). I socialisti e i sindacati pensavano di poter consolidare le loro posizioni sostenendo i fondi pensione aziendali, ai quali partecipavano come partner sociali. Il Partito del lavoro si trovò quindi da solo a difendere la propria iniziativa. Poi, una volta che il sistema dei tre pilastri è stato inserito nella Costituzione, gli assicuratori hanno continuato la loro battaglia per ottenere una legge (la LPP) che rispondesse ai loro interessi. Così per esempio, il sistema di controllo sulle attività di previdenza professionale degli assicuratori si è rivelato del tutto inadeguato.
Cosa intende dire?
L’organo di vigilanza dell’Amministrazione federale ha mostrato i suoi limiti all’inizio degli anni 2000, quando alcuni parlamentari si sono resi conto che circa 20 miliardi di franchi del secondo pilastro gestiti dagli assicuratori erano semplicemente spariti dal radar. Questo denaro avrebbe dovuto andare a beneficio degli assicurati. Questo “scandalo dei 20 miliardi” ha portato a un rafforzamento della vigilanza, ma – in modo un po’ perverso – ha anche permesso di sancire con un’ordinanza del Consiglio federale che fosse legittimo che gli assicuratori-vita tengano per sé il 10% del fatturato. Grazie a questo sistema, gli assicuratori si sono spartiti un profitto cumulato di 9,51 miliardi di franchi svizzeri tra il 2005 e il 2021.
Quindi è lo Stato a garantire i profitti di queste compagnie private?
Sì, in totale contraddizione con i principi fondamentali dell’economia liberale, e a spese degli assicurati. E tutto questo in un mercato che può essere considerato vincolato e che è stato costruito dagli assicuratori fin dall’inizio del secolo scorso, con un ampio sostegno da parte della Confederazione. E perché tutto questo? Per realizzare un secondo pilastro che è singolarmente inefficiente per le assicurazioni sociali. Infatti, 100 franchi di contributi AVS danno una rendita di 99 franchi, contro i 76 del secondo pilastro… La capitalizzazione non è un buon affare per gli assicurati!
Cosa bisogna fare, dunque, per migliorare il sistema attuale?
A parte l’introduzione di un secondo pilastro obbligatorio, nessuna delle promesse fatte nel referendum del dicembre 1972 è stata mantenuta. Dovremmo puntare a una revisione completa del sistema previdenziale, con un sostanziale rafforzamento dell’AVS, in particolare per quanto riguarda i livelli pensionistici, e dovremmo cercare di “sgonfiare” il secondo pilastro, che ha troppo peso, o almeno congelarlo al livello attuale. Il tutto salvaguardando i diritti acquisiti degli assicurati. In altre parole, più facile a dirsi che a farsi. Ma per me questa dovrebbe essere la strada da seguire per una riforma a lungo termine.
Detto questo, ci sono delle scadenze immediate: se l’AVS13 venisse respinta e la LPP21 accettata, sarebbe molto difficile rimettere in discussione il sistema attuale. In attesa di una discussione approfondita della questione, nel 2024 abbiamo almeno l’opportunità di affermare alle urne che vogliamo rafforzare l’AVS, e rifiutare qualsiasi riforma della LPP che peggiori le cose per gli assicurati.
Sull’argomento si veda Pietro Boschetti, “L’Affaire du siècle, le 2e pilier et les assureurs” (Éditions Livreo-Alphil). Nel 2022, con Claudio Tonetti, Boschetti aveva già prodotto il documentario “Le Protokoll” (disponibile su Vimeo), che costituisce un utile complemento al libro
Articolo pubblicato in francese dal sito “Bon pour la tête” e proposto qui in traduzione italiana con la supervisione dell’autore.
Nell’immagine: manifestazione sindacale contro la riforma AVS21, entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno
Di Antonio Salvati, Globalist
Gli impatti dei cambiamenti climatici, tra cui inondazioni, incendi e perdita dei raccolti, sono al centro delle nostre preoccupazioni. Un cambiamento appare non più procrastinabile. Secondo Gaël Giraud, gesuita e affermato economista francese, «noi occidentali dobbiamo ritrovare la nostra relazione con la creazione». Giraud ci aiuta a farlo insieme Carlo Petrini, gastronomo fondatore di Slow Food e Terra Madre, autori del volume Il gusto di cambiare. La transizione ecologica come via per la felicità (Slow Food Editore / Libreria Editrice Vaticana). Il volume è impreziosito dalla prefazione di Papa Francesco che valorizza che un credente e un agnostico parlano e si incontrano, pur partendo da posizioni differenti, su diversi aspetti «che la nostra società deve far propri perché il domani del mondo sia ancora possibile: mi sembra qualcosa di bello!». Lo è ancor di più perché, nel confronto tra i due interlocutori, affiora nettamente la convinzione dell’importanza decisiva dell’unica parola di Gesù, riportata dagli Atti degli apostoli, non presente nei Vangeli: «V’è più gioia nel dare che nel ricevere». Infatti, i due interlocutori rilevano nel consumo spinto all’eccesso e nello spreco elevato a sistema il male della contemporaneità, individuando nell’altruismo e nella fraternità le vere condizioni perché il vivere insieme sia duraturo e pacifico.
Il 95% degli scienziati è consapevole che proseguire sulla strada del business as usual sarebbe un suicidio. Non si tratta più di essere ottimisti o pessimisti. Per Giraud ormai «siamo nel campo del realismo scientifico. La transizione ecologica è dunque un dovere, a meno di non voler essere vittime di una fascinazione per il disastro. Che a dire il vero in una certa misura e in alcuni ambienti continua a esistere, ed è molto pericolosa». Un volume, quindi, che è per il Pontefice un dono prezioso, in quanto ci indica una strada e la concreta possibilità di percorrerla, a livello individuale, comunitario e istituzionale: «la transizione ecologica – sottolinea Papa Francesco – può rappresentare un ambito in cui tutti, da fratelli e sorelle, ci prendiamo cura della casa comune, scommettendo sul fatto che consumando meno cose e vivendo più relazioni personali varcheremo la porta della nostra felicità».
Non si tratta di passare da comportamenti “cattivi” a comportamenti “buoni”. Si tratta – avverte Petrini – di cambiare modello sociale, di abbracciare un nuovo paradigma economico, di modificare radicalmente i presupposti e le ragioni del nostro vivere. Ci troviamo al cospetto di una situazione drammatica: «siamo arrivati all’irreversibilità. La transizione ecologica verso un modello sostenibile è l’unica strada possibile. L’impresa è ardua, ma una società civile consapevole può farcela».
Una delle parole chiave del nostro ragionamento è sostenibilità. Sostenibile ha la stessa radice di sustain, parola inglese indicante il pedale di destra del pianoforte che allunga la risonanza della nota. I francesi lo traducono in durable. Il termine sottende l’idea che le azioni che intraprendiamo debbano avere come risultato una durata che persiste, una durata lunga. Al contrario, osserva Petrini, «il cieco perseguimento di una logica capitalistica, inserito nella corsa alla globalizzazione degli ultimi settant’anni, ha avuto tra i numerosi effetti la formazione di modelli economici e produttivi insostenibili in quanto di breve durata». Ma chi, come ci insegnano i nostri cugini francesi, «traduce la parola “sostenibilità” – divenuta ormai di uso fin troppo comune – con “durabilità” è in grado di riconoscere a occhio nudo quanto negli ultimi decenni la nostra società si sia drammaticamente impoverita. Con l’industrializzazione e l’uso indiscriminato delle risorse naturali abbiamo provocato, a mo’ di effetto domino, una crisi climatico-ambientale e una galoppante perdita di biodiversità che non hanno eguali nella storia e che minano la nostra stessa sopravvivenza». Come ha affermato Gaël Giraud, siamo immersi in una dinamica socioeconomica suicida. E dobbiamo uscirne.
Prendiamo un altro punto di osservazione, quello demografico. Da qui al 2050 nell’Africa subsahariana – spiega Giraud – si registrerà il 57% della crescita demografica globale, per cui circa il 23% della popolazione mondiale sarà subsahariana rispetto al 15% attuale e al 10% del 1990. La quota di popolazione globale dell’Unione europea, che oggi si aggira intorno al 6%, scenderà al 4% nei prossimi tre decenni. Ne deriva che, «fra trent’anni, circa 2 miliardi e 300 milioni di persone vivranno nell’Africa subsahariana, a fronte dell’attuale miliardo e cento milioni. Tassi di fertilità elevati e migliori aspettative di vita sorreggono un ritmo straordinario di crescita demografica che produrrà un drastico incremento della domanda di servizi sociali in Paesi caratterizzati da alti tassi di povertà e di diseguaglianza economica». D’altra parte, il continuo surriscaldamento globale, con l’aumento delle temperature e dei tassi di umidità, «renderà invivibili alcune zone del mondo: l’Africa subsahariana di cui abbiamo detto, ma anche l’Amazzonia, l’America Centrale e la costa sudorientale degli Stati Uniti, parte della Cina e dell’India e una buona porzione del Sudest asiatico. Tutte aree già densamente popolate e con tassi demografici in aumento».
La transizione ecologica richiede l’inizio di un processo storico che deve trovarci pronti a trasformare il nostro stile di vita e il modo di mangiare, di produrre, di viaggiare, di avere relazioni. Serve un cambio radicale che può avvenire solo attraverso un movimento e una forma di coscienza che mettano in discussione le cattive abitudini, e che alimentino il dialogo fra punti di vista differenti. Non è sufficiente – avverte Petrini – «acclamare la “transizione ecologica” e ribattezzare un ministero. Se nella società non si incardina davvero una discussione profonda, qualsiasi etichetta istituzionale rischia di essere controproducente o quantomeno ininfluente. Noi dobbiamo a tutti i costi favorire i movimenti e le associazioni affinché promuovano una campagna di sensibilizzazione e di responsabilizzazione dai chiari risvolti politici. Voglio dire che è necessario mettere a conoscenza i singoli cittadini del potere che hanno tra le mani. Attraverso i loro comportamenti possono orientare i mercati e fare in modo che anche le istituzioni arrivino a decisioni più consapevoli. Questa sarà la vera politica del futuro». Petrini è chiaro, serve il coinvolgimento di ciascuno: «la politica viene dopo, il “la” non può che arrivare dalla società civile. Oggi su questi temi il dibattito politico è o assente o complice».
Magari partendo dalle nostre abitudini alimentari. Diminuire le proteine animali nella dieta equivale a meno spreco, meno consumo di energia e di acqua, meno inquinamento. Colpisce sapere che il consumo di acqua per uso personale vale il 9% del totale, il consumo industriale pesa per il 22%, quello agricolo per il 69%. È necessaria una sinergia tra scelte personali e scelte economiche, politiche e sociali perché si possa fare davvero la differenza. Sulla catena alimentare si gioca la partita decisiva. Un terzo del consumo di acqua serve per gli allevamenti intensivi di polli, bovini e altri animali che finiscono sulle nostre tavole. Si consuma più acqua per gli allevamenti che per coltivare ortaggi e frutta. È di tutta evidenza che dal punto di vista del benessere pubblico tutto ciò non ha senso alcuno. Non solo. Nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di esseri viventi. Eppure siamo 8 miliardi. Pertanto, il 33% del cibo viene buttato. Ossia milioni di tonnellate di cibo prodotte, stressando ettari ed ettari di terra fertile e utilizzando miliardi di litri d’acqua. Una follia – per Petrini – che non sta né in cielo né in terra. «Ci sono responsabilità morali tanto evidenti quanto enormi. Naturalmente, con diversi pesi fra Nord e Sud del mondo».
Evidentemente abbiamo bisogno di una decrescita dell’impatto materiale del nostro stile di vita, del modello di produzione e delle abitudini di consumo. Nello stesso tempo abbiamo bisogno di una crescita dei nostri bisogni immateriali di relazioni umane e naturali. Questo non ha nulla a che fare con la povertà. L’obiettivo di una persona e di una comunità – osserva Giraud – non è avere più cose, cioè aumentare il Pil. L’obiettivo è vivere meglio, elevare la qualità dell’esistenza, trovare un senso alla propria vicenda umana. Direbbe l’ultracentenario sociologo e filosofo francese Edgar Morin: «l’essere umano è sottoposto a un conflitto ininterrotto tra il principio del piacere il principio di realtà, tra il suo bisogno di rispettare la realtà e la sua tendenza a negarla. Studiare soltanto uno di questi due aspetti è riduttivo, come lo è la scienza dominante oggi. La parte affettiva, con i miti, le illusioni è fondamentale, perché non nega la realtà, ma la rende sopportabile».
Quasi a voler dar ragione e forza alle tesi dei due autori, Papa Francesco è intervenuto recentemente con una nuova Esortazione Apostolica Laudate Deum, nella facendo propria “la sensibilità di Gesù verso le creature” evidenzia il contrasto con l’indifferenza e l’inazione dell’uomo di fronte a un mondo che si sta sgretolando avvicinandosi pericolosamente a un punto di non ritorno. Dopo aver ricordato che alcuni fenomeni sono già oggi irreversibili ed innescano una accelerazione del riscaldamento globale, come lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost (e ancora l’acidificazione e il riscaldamento degli oceani che sta creando danni enormi alla biologia marina da cui dipende il sostentamento di quasi il 50% della popolazione mondiale) mette in rilievo che i poveri subiscono le maggiori conseguenze dei cambiamenti climatici causati in massima parte dai Paesi ricchi. Nord America ed Europa, con il 12,5% della popolazione mondiale, sono responsabili del 49% delle emissioni mondiali di gas serra. Papa Francesco alla radice del problema pone il “paradigma tecnocratico”, orientato alla crescita dei profitti, che spinto dalla tecnologia ha diffuso l’illusione di una crescita illimitata. L’uomo, così estraniato dall’ambiente, non si fa scrupolo di danneggiarlo per i propri fini. Musica per le orecchie dei due autori. Speriamo anche per i loro lettori.
Nell’immagine: Carlo Petrini
Leggendo il commento dei vicepresidenti del PLR sul «Corriere del Ticino» e nel sito online Ticinolibero lo scorso 4 gennaio («Autogestione a Lugano, la misura è colma»), ho pensato che oggigiorno, forse educati alla scuola dei social media, si può proprio scrivere qualsiasi cosa. Non mi riferisco tanto al discorso generale dell’articolo, che martella sul tema della legalità vilipesa partecipando così a un coro già numeroso e potente: è un modo di vedere le cose che, per quanto limitato a un solo aspetto della questione, e nemmeno centrale, si può anche capire. Come si può capire che sotto elezioni quella palla andava colta al balzo. Sono le informazioni di contorno, quelle che dovrebbero sostanziare lo scontato discorso generale, a lasciare senza parole.
Ecco cosa scrivono Giovanni Luatti e Fabio Rezzonico: «Il concetto di Autogestione lo troviamo già nei principi chiave del Manifesto del Partito Comunista di Marx del 1948, dove le decisioni dovrebbero essere prese in modo democratico e dove tutti i membri contribuiscono attivamente all’autogestione e all’organizzazione. Oggi questo movimento ha fallito e il movimento Il Molino ne è l’esempio». Ohibò! Lasciamo perdere la forma e occupiamoci del contenuto. Per cominciare, il «Manifesto» è del 1848 (in altri casi si penserebbe a un banale errore di battuta, ma qui resta il dubbio). E non vi compare il termine autogestione, peraltro recente, e neppure il concetto. Non è che la parola autogestione sia del tutto estranea alla tradizione socialcomunista: si pensi all’«autogestione jugoslava» o a certe riletture dell’opera di Marx nel secondo Novecento, che vi hanno rintracciato alcuni passaggi in merito (intesa però sempre come autogestione della classe operaia). Ma farne un «principio chiave» del «Manifesto» è ridicolo. Forse ai nostri analisti liberali è però bastato sapere che Marx è “cosa cattiva”, come l’autogestione che rumoreggia a Lugano, per stabilire questa allegra filiazione.
Se non si conosce sommariamente il pensiero di Marx (non l’hanno “fatto” a scuola?), si potrebbe almeno andare su Wikipedia. Alla voce «marxismo» si troverà sì la parola autogestione, ma nel capitolo che tocca il rapporto con l’anarchismo (perché a quel movimento viene più comunemente associata). Questo primo livello elementare di conoscenza avrebbe potuto orientare meglio i due sentenziosi vicepresidenti: avrebbero forse potuto intuire che l’autogestione come la intende il Molino (la parola da sola dice poco: in fondo si autogestisce, o si illude di farlo, anche chi paga alla cassa automatica) è più vicina alla tradizione anarchica che a quella marxista (e marxiana), alla quale semmai si contrappone. E non avrebbero scritto «questo modello (quello di Marx) ha fallito e il movimento Il Molino ne è l’esempio»: frase insensata quant’altre mai. E fermiamoci qui, che infierire non sta bene. Passiamo dal generale al particolare.
I due vice continuano addentrandosi nella storia locale dell’autogestione: «Fondato nel 1980, (il Molino) rappresentava un luogo d’incontro e di attività socioculturali alternative con eventi, dibattiti, concerti, mostre e attività sociali che favorivano lo scambio d’idee all’interno della comunità». Con le date hanno evidentemente qualche difficoltà. A parte che un movimento di questo tipo solitamente nasce e non si fonda, il Molino nasce nell’ottobre del 1996 con l’occupazione dei Molini Bernasconi di Viganello, in disuso, e da lì prende il nome (e questo lo sanno quasi tutti). Naturalmente non nasce dal nulla: erano attivi in quegli anni alcuni gruppi – Gas, Sud, Robin Hood, Realtà antagonista, Collettivo zapatista – che avevano posto le premesse per quell’esperienza di occupazione. Ma non certo nel 1980, e nemmeno dieci anni dopo. Sarebbe bello conoscere la fonte di tanta disinformazione.
Andiamo avanti: «Il Molino non ha saputo affrontare le sfide e i cambiamenti, perdendo il suo ruolo di alternativa alle strutture tradizionali, ergendosi unicamente a paladino dell’illegalità e della protesta fine a se stessa, basata sull’occupazione di spazi privati e piazze, senza alcuna effettiva apertura al dialogo». Di cambiamenti ce ne sono stati, dentro e fuori, anche se non sono tanto quelli indicati qui. Ed è curioso vedere come questi alfieri della legalità e del rispetto vedano ora nel “primo Molino” un «luogo d’incontro e di attività socioculturali alternative con eventi, dibattiti, concerti, mostre e attività sociali che favorivano lo scambio d’idee all’interno della comunità» (apprezzabile, si direbbe, quanto i non meglio precisati «movimenti e associazioni che operano nella legalità, con un approccio liberale e moderato» evocati nell’articolo). Eppure anche quel primo Molino occupava, scendeva in piazza, “rompeva”. Tanto che il Municipio di allora aveva deciso, saggiamente o furbamente, di concedere gli spazi dell’ex Macello per toglierlo da strade e piazze. È chiaro che i molinari di allora non sono quelli di adesso e viceversa. Tutto cambia, lentamente o in fretta: Lugano, il Municipio, il Molino, il partito liberale cittadino, i suoi presidenti e vice. Secondo Luatti e Rezzonico, i molinari di oggidì altro non fanno che esprimere «un comportamento riprovevole, irrispettoso dell’autorità (…) in chiaro contrasto con lo spirito dell’autogestione» (e se lo dicono i due vice, che di autogestione sembrano intendersene…).
Riconoscere a posteriori nel Molino di allora una funzione socio-culturale e negarla a quello di oggi – che farebbe solo della «protesta fine a se stessa» – è indubbiamente una comoda scorciatoia, funzionale a una (apparente) soluzione “d’ordine”. La patata è bollente, come si dice, e le elezioni si avvicinano. È il momento di intervenire fermamente, di esprimere sdegno, di non lasciare alle sole Lega e UDC questo tema ruspante, di dare la linea (anche ai propri municipali?). Ci sarà tempo più tardi, eventualmente, per leggere, imparare qualcosa, memorizzare correttamente un paio di date.
Il 27 dicembre 2023 il New York Times ha portato dinanzi alla Corte distrettuale di New York OpenAI e Microsoft (quest’ultima quale partner avendo investito in OpenAI). Con l’atto di citazione in giudizio il NYT accusa le due aziende di aver addestrato i loro sistemi di intelligenza artificiale, cioè ChatGPT (poi inserito anche nei sistemi Microsoft come Copilot), su milioni di contenuti del quotidiano newyorkese, continuando inoltre ad attingere al materiale del giornale per fornire risposte agli utenti. Non si tratta della prima causa legale intentata contro i sistemi di intelligenza artificiale, già vari scrittori, attori e giornalisti hanno percorso la strada giudiziaria per difendere i loro diritti, ritenendosi danneggiati da questi modelli. Ma la causa del New York Times è la prima intentata da uno dei principali editori di notizie. Si tratta, quindi, per il peso dell’attore, di una iniziativa legale che potrebbe avere pesanti conseguenze sullo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale e che sicuramente plasmerà il relativo mercato di riferimento.
In sintesi, il New York Times chiede innanzitutto un risarcimento, non quantificato nello specifico ma solo genericamente, dell’ordine di miliardi di dollari di danni effettivi. Chiede altresì che i dati dei giornali siano espunti dai sistemi di intelligenza artificiale citati in giudizio, quindi la distruzione del set di dati utilizzato per addestrare la AI, cosa che potrebbe portare allo spegnimento delle attuali versioni della AI. Infine chiede che sia impedito a tali sistemi di accedere in futuro ai dati del giornale.
Nella citazione si menziona espressamente il pericolo che le “allucinazioni” prodotte dalle AI, mischiate ai dati presi dal giornale, possano mettere in cattiva luce lo stesso giornale, potendo gli utenti credere che gli errori delle AI siano in realtà imputabili al giornale. Inoltre, si paventa anche il pericolo che i sistemi di AI possano entrare in concorrenza con il giornale, in quanto gli utenti potrebbero limitarsi a leggere le notizie costruite dalle AI, senza passare quindi dal giornale medesimo. E questo, ovviamente, senza fornire alcun compenso al giornale. Il NYT conclude sostenendo che le due aziende hanno risparmiato miliardi, sfruttando senza compenso i dati del giornale, così evitando di “spendere i miliardi di dollari che il New York Times ha investito nella creazione di quell’opera, usandola senza permesso o compenso”.
La domanda alla quale dovrà rispondere la Corte distrettuale è, in sintesi, la seguente: premesso che le AI sono addestrate su enormi quantità di dati, laddove i set di dati più grandi (miliardi di pezzi di testo generati dall’uomo) spesso utilizzano materiali protetti da copyright in quanto sono generalmente contenuti di alta qualità, l’uso di tali dati è da considerarsi una violazione del copyright?
Le implicazioni sono ovvie: se la risposta è si, questo potrebbe ostacolare lo sviluppo delle AI negli Stati Uniti e nei paesi che adottassero lo stesso approccio, in quanto le aziende dovrebbero stringere accordi con i produttori di contenuti. E questo potrebbe avere delle ricadute di non poco conto. Non è solo un problema di costi, la selezione accurata dei dataset potrebbe finire per essere una barriera all’ingresso del mercato, per cui solo le grandi aziende potrebbero permettersi i costi dell’addestramento di una AI. Questo porterebbe a meno concorrenza nel settore.
Inoltre, data la difficoltà di stringere accordi con tutti, è evidente che le aziende produttrici di AI stringeranno accordi solo coi principali produttori di contenuti, i grandi editori, che quindi si ritroverebbero favoriti in questo nuovo mercato, a discapito dei piccoli produttori. Un po’ lo stesso effetto che si è riscontrato a seguito dell’introduzione, nella direttiva copyright, di un nuovo diritto a favore degli editori in base al quale le piattaforme del web devono compensare l’utilizzo degli estratti di news.
L’aspetto da non sottovalutare è che i paesi che adotteranno un approccio di questo tipo potrebbero trovarsi in svantaggio rispetto ad altri paesi che adottano un approccio differente. Ad esempio, la Cina potrebbe introdurre norme che autorizzano liberamente l’uso di dati anche soggetti a copyright, per l’addestramento delle AI. In tal modo si potrebbe realizzare un vantaggio per tali paesi. Il Giappone, ad esempio, ha già adottato questo approccio consentendo alle aziende l’uso di materiali protetti dal copyright anche senza necessità di autorizzazione. In questo modo si favorisce certamente lo sviluppo delle AI.
L’Unione Europea ha adottato un approccio differente, con la legge sull’intelligenza artificiale richiede agli sviluppatori di rivelare nel dettaglio quali materiali protetti da copyright sono stati utilizzati per l’addestramento della AI. In questo modo i detentori del copyright potrebbero avere un potere di azione nei confronti delle aziende. Però i dataset utilizzati inglobano quantità enormi di dati, per cui è piuttosto difficile quantificare quanto un creatore abbia contribuito e quindi stabilire l’entità del compenso.
Il New York Times è stato in grado di dimostrare, almeno presuntivamente, la quantità di dati che OpenAI avrebbe utilizzato per il suo addestramento. Questo perché il dataset utilizzato da ChatGPT, cioè Common Crawl, espressamente indicato nella citazione del quotidiano statunitense, notoriamente ingloba testi che provengono da specifiche fonti, tra le quali il NYT che contribuisce per una percentuale specifica essendo la terza fonte immediatamente dopo Wikipedia e un database di brevetti statunitensi. È ovvio che una prova del genere sarebbe decisamente più difficile per un piccolo autore.
Un altro aspetto che non va trascurato è che stringere accordi con i grandi editori potrebbe portare a una visione ristretta da parte delle AI della società stessa, e quindi a pregiudizi culturali. In genere gli algoritmi soffrono già di pregiudizi, tendono a replicare su larga scala i pregiudizi che sono insiti nella società perché di fatto funzionano inglobando i dati della società che, prodotti da noi esseri umani, sono già intrisi dei nostri pregiudizi. Una AI che si limiti a usare per l’addestramento i dati dei principali editori potrebbe mancare dei dati, delle informazioni, e quindi dei punti di vista e delle opinioni delle minoranze della nostra società. Nella società moderna l’ampliamento del campo informativo ha determinato la nascita di una pluralità di fonti, alcune delle quali si occupano specificamente delle problematiche di minoranze e soggetti generalmente discriminati. Le grandi inchieste dei grandi editori, dovendo rivolgersi alla massa dei cittadini, invece, tendono a dare meno spazio a tali categorie, a fare, per così dire, un discorso più generale sfumando le particolarità sociali. […]
L’articolo in forma integrale si può leggere qui
Nell’immagine: OpenAI e la giustizia visti… dall’intelligenza artificiale
“Nel momento in cui devo presentare le mie dimissioni, desidero dirle quanto questa missione mi abbia appassionata”. Sono parole “rocardiane” quelle indirizzate con garbatissimo malcontento dall’ormai ex capo del governo francese Elisabeth Borne al capo dello stato Emmanuel Macron: educato dissenso come fu quello con cui, in circostanze simili, nel 1991 Michel Rocard si era congedato da François Mitterrand. Ma la Quinta Repubblica è guidata da un “sovrano repubblicano”, un monarca che tutto può decidere. Anche, dicono i francesi, di usare un proprio premier come un “fusibile”, valvola di scarico cha si può facilmente sostituire in base alle proprie necessità, ai propri calcoli, e anche alle proprie preoccupazioni.
“Ritrovare l’audacia” era stato lo slogan scelto dal capo dell’Eliseo nel suo discorso di fine anno, e tutti capirono che il mandato di madame Borne era ormai al capolinea. Appunto, il “fusibile” da sostituire. Non per cattiva condotta, o risultati insoddisfacenti per il capo dello Stato, di cui anzi è stata fedele esecutrice: in particolare portando a termine, in una ventina di mesi assai turbolenti, due riforme assai contestate o contrastate: quella delle pensioni, con relative proteste di massa; e la riforma della legge sull’immigrazione, con una stretta che ha soddisfatto persino l’estrema destra della Le Pen, che in parlamento, con abile mossa, l’ha approvata, mentre, anche per questo indesiderato supporto, esponenti del partito del presidente mugugnavano e segnalavano, anche con polemiche dimissioni, la loro assoluta contrarietà (compresa, sembra, quella della dimissionata).
Deciso a cambiar passo, Macron non poteva perciò affidare il ‘cambiamento’ (se tale sarà davvero) alla prima ministra uscente. Ma neppure ai “tenori” del suo schieramento (Renaissance), i vari Darmanin, Beaune, le Maire che ne hanno scandito i primi sette anni di ‘regno’. No, Macron, in evidente crisi di popolarità, ha proceduto a una sostituzione fino a poco tempo fa impensabile, al tempo stesso logica e sorprendente. Sorprendente perché ha scelto come primo ministro Gabriel Attal, che a 34 anni sarà il più giovane capo di governo nella storia di questa Repubblica (togliendo il primato a Laurent Fabius), così come lo stesso Macron fu il più giovane dei suoi presidenti; e scelta logica, perché fra tutti i papabili è proprio Attal il più…macroniano della sua squadra. Una fotocopia, si direbbe.
Per fedeltà, per assonanza, per stile, compresa un po’ di quella patina di altezzosità e freddezza che viene spesso rimproverata al suo capo. Ma che per il momento non lo danneggia affatto, premiato com’è dalla sua efficienza, dalla sua spettacolare carriera, dalla fama di gran lavoratore, e dal fatto di essere brillante, convincente, preparato. Per nulla a disagio nel confronto con i rivali: lo ha recentemente dimostrato in un dibattito televisivo, durante il quale ha messo in difficoltà Jordan Bardella, astro nascente dello schieramento della Le Pen (“Rassemblement National”), che nonostante i suoi 28 anni è gia stato designato capolista del partito alle prossime elezioni europee di inizio giugno. Dunque apparentemente perfetto, Gabriel Attal, per tentare di raggiungere il primo compito che gli affida il suo presidente: fermare la forte crescita dell’estrema destra francese, che a fine 2023 i sondaggi davano in vantaggio di consensi. E dopo questo traguardo, quello fondamentale: impedire alla le Pen stessa la conquista dell’Eliseo, precluso a Macron che ha già ‘consumato’ i due mandati concessi dalla costituzione. Ed eventualmente lanciare proprio il giovane talento alla sua successione nel 2027.
Ma di “audacia” e di talento ne occorrerà parecchio per questo doppia operazione, in un paese attraversato da profonde faglie e contrapposizioni sociali-politiche-ideologiche. A giudicare dalle prime reazioni, la scelta a Palazzo Matignon di Attal (omosessuale senza complessi, brillante curriculum scolastico, madre discendente dalla nobiltà russo-bianca, padre di religione ebraica e produttore di film di grande successo) è stata accolta favorevolmente dalla maggioranza dei francesi: “Da più del cinquanta per cento”, assicurano le prospezioni del conservatore “Le Figaro”; solo un venti per cento gli è dichiaratamente ostile; il resto non lo è pregiudizialmente. Ma quali sono le carte politiche che il giovane talento può mettere sul tavolo, e quali i rischi di inciampare lungo un percorso comunque accidentato?
I vantaggi: dopo una serie di impegni nei palazzi del potere e già portavoce efficace del governo, in appena sei mesi come ministro dell’Istruzione Gabriel Attal ha ‘vellicato’ a suo favore la destra moderata post-gollista (Les Républicains), con interventi in cui ha insistito su disciplina e merito scolastici; è poi nota l’ammirazione nei suoi confronti di Nicholas Sarkozy e di altri esponenti del partito repubblicano; è dunque credibile il suo dichiarato proposito di ricompattare quel fronte, o quella ‘disciplina repubblicana’, che in passato per bloccare il cammino alla destra xenofoba decideva di alzare un muro, un’alleanza invalicabile per impedirle l’accesso ai poteri locali e a quello supremo; infine un passato di militante socialista, che in un momento di letterale ‘inesistenza politica’ del partito socialista, e di difficoltà della gauche radicale di Jean-Luc Mélenchon (gli ”Insoumises”), potrebbero portargli simpatie anche da quella parte di elettorato. Un mix di elementi che del resto, in pochissimo tempo, lo avevano già portato in cima alle preferenze dei francesi.
E i rischi? Soprattutto uno: non riuscire a darsi un profilo che non sia del tutto sovrapponibile a quello di Macron, di esserne semplicemente una copia, e quindi di non riuscire a riequilibrare anche l’azione presidenziale in favore di quella rotta di maggiore sensibilità sociale che il “suo” presidente aveva solennemente promesso (ma poi non concretizzato) inaugurando questo suo secondo e ultimo mandato. “Vaste programme”, avrebbe detto il generale de Gaulle.
Nell’immagine: il primo gesto di Gabriel Attal (perfettamente coreografato in questa fotografia): una visita agli alluvionati del Pas-de-Calais
Di Luigi Manconi, la Repubblica
Quando, qualche tempo fa, sentii affermare che l’esercito israeliano già aveva ucciso un numero di bambini palestinesi «due, tre volte superiore» a quello dei bambini massacrati da Hamas, inorridii. Quella aritmetica dei morti mi sembrò massivamente iniqua in quanto suggeriva l’idea che le vittime dei bombardamenti israeliani potessero “compensare” le vittime del pogrom del 7 ottobre: e, dunque, bilanciare un’infamia con un’altra infamia.
La conseguenza implicita è che l’orrore suscitato dal dato elevatissimo dei civili palestinesi uccisi possa in qualche modo attenuare (alla lettera: ri-dimensionare) l’orrore determinato dalla strage del 7 ottobre. Emerge una questione, in genere non detta o sottovalutata, rappresentata dal peso e dal senso attribuiti al numero delle vittime.
Quando diciamo che non si può fare la macabra contabilità dei morti, affermiamo, sì, qualcosa di giusto, ma rischiamo di rifugiarci dentro questa elementare saggezza e di rinunciare a guardare oltre.
Insomma, è vero che anche un solo ucciso è troppo e che il rifiuto assoluto della vendetta è un principio del diritto contemporaneo, ma si ha vendetta esattamente quando la reazione a una ingiustizia eccede una misura convenzionalmente accettata.
Ovvero quando quella stessa reazione stravolge qualsiasi indicatore di proporzionalità: e la proporzionalità, a sua volta, viene valutata anche in base ai numeri, oltre che all’efficacia dell’azione condotta.
Torniamo allora alla data del 7 ottobre. Prima di quel giorno, le condizioni della vita collettiva (a Gaza, in Cisgiordania, in Israele) non sono propriamente quelle di uno stato di pace.
L’azione di Hamas ha un effetto dirompente per molte ragioni: perché ha i connotati di un pogrom, perché rivela una volontà stragista e discriminatoria (uccidere gli ebrei in quanto ebrei), perché persegue la degradazione del nemico (gli stupri, l’ostentazione dei cadaveri, l’oltraggio sui corpi).
Ma anche perché — ecco i numeri — introduce nella cupa ordinarietà della violenza (quella dei coloni, quella degli attentatori) un elemento di eccezionalità: oltre 1.200 morti e circa 240 rapiti nell’arco di poche ore. Questo fa dell’eccidio del 7 ottobre un unicum nella storia della persecuzione degli ebrei dopo la Seconda guerra mondiale.
È quanto rende quel giorno di ottobre un punto di svolta. Non si possono ignorare, certo, le cause antiche del conflitto e le responsabilità dei diversi soggetti: e, tuttavia, è come se l’azione di Hamas costituisse un evento di rottura che impone di ripartire da capo.
L’unicum rappresentato da quei morti nella storia dell’antisemitismo “dopo Auschwitz” ha innescato una risposta di Israele che, a sua volta, va considerata nella sua attualità e nel suo sviluppo. Secondo proprio criteri di efficacia, responsabilità e proporzionalità.
Alla luce di ciò penso che la strategia di Israele sia ormai trascorsa dalla dimensione della giusta difesa e della punizione del nemico a quella della rappresaglia iniqua e irrazionale: il che porta a qualificare una parte considerevole delle azioni dell’esercito di Israele come crimini di guerra. Se non ragionassimo così, sempre il danno subito finirebbe con il giustificare ogni danno arrecato, futuro e permanente.
D’altra parte, l’incrudelire del conflitto ha avuto un effetto perverso: la crescita dell’ostilità nei confronti degli ebrei della diaspora e il diffondersi dell’antisemitismo e della sua aggressività, in particolare in Francia, in Germania e negli Stati Uniti.
Di conseguenza, ci si deve porre il seguente interrogativo: c’è una soglia che traccia il limite oltre il quale la reazione diventa vendetta, sacrificando ogni strategia politico-diplomatica? Tale domanda può assumere termini ancora più brutali: quante vittime innocenti è lecito mettere nel conto al fine di sconfiggere il male?
È una questione antica che ha attraversato tutto il secolo scorso e che ha interpellato drammaticamente il diritto internazionale, ma anche la filosofia morale e la teologia cristiana. E che ha avuto i suoi passaggi cruciali nei bombardamenti sulle città tedesche, a opera dell’aviazione inglese e di quella statunitense, e nel lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Basta aver letto il grandioso Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut e l’inquieto carteggio tra il filosofo Günther Anders e Claude Eatherly, il pilota del bombardiere che colpì le città giapponesi, per cogliere quanto la materia sia densa e incandescente, priva di soluzioni esaurienti e definitive.
Si impongono, così, dilemmi esigenti e radicali, a partire dal fatto che nei bombardamenti su Amburgo e su Dresda persero la vita molti fedeli complici della Wehrmacht, tanti «volenterosi carnefici di Hitler» (Daniel Jonah Goldhagen) e, presumibilmente, oppositori e vittime del nazismo. E bambini.
Ne valeva la pena? Analogamente si pone il quesito: le vittime del lancio dell’atomica — che così significativamente contribuì alla fine della guerra — hanno costituito un costo necessario ed equo? Domande crudeli, ma ineludibili.
Se pure non vogliamo mettere in discussione un giudizio storico ormai acquisito, a ottant’anni da quei fatti le tragedie del Novecento dovrebbero aver affinato il nostro pensiero politico e la nostra coscienza morale, così da rendere più intelligente e meno indiscriminata la capacità di difesa degli Stati democratici.
Il fatto che gli ultimi trent’anni di storia mondiale tendano a smentire una simile ottimistica idea non deve indurre ad abbandonare la ricerca di mezzi meno «antiquati» (la definizione è dello stesso Anders) per la soluzione dei conflitti.
Nell’immagine: alcune delle migliaia di gru di carta tradizionalmente confezionate dai bambini giapponesi in ricordo delle vittime delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki