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Vignetta di Franco Cavani
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Vignetta di Franco Cavani
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Di Anna Zafesova, La Stampa
Una nuova pioggia di missili e droni su Kyiv, Mykolaiv, Kharkiv e Leopoli, che spacca di nuovo il mondo in due: da un lato ci sono le immagini di palazzi in fiamme, dei soccorritori che scavano tra le macerie in cerca di sopravvissuti e vittime, dei bambini che stringono i pelouche mentre guardano bruciare quella che un’ora prima era la loro casa, dell’Alto incaricato per la politica estera dell’Unione Europea Josep Borrell, che l’allarme aereo costringe a nascondersi in un rifugio nella capitale ucraina. Dall’altro, c’è la televisione russa che legge il comunicato del ministero della Difesa su un attacco agli «impianti militari ucraini», con la conclusione trionfante «tutti i bersagli sono stati colpiti». La propaganda televisiva non mostrerà ai russi le scene delle case di Kyiv che bruciano, e non rivelerà nemmeno che la contraerea ucraina ha abbattuto 44 su 64 missili e droni del raid russo, incluso forse il nuovissimo missile Zirkon, che Putin aveva pubblicizzato come il gioiello non intercettabile del suo complesso bellico. La rivista ucraina Defence Express pubblica le foto dei frammenti di uno dei missili esplosi a Kyiv, con la scritta “3M22”, il nome in codice della nuova arma russa, che ufficialmente non è ancora mai stata utilizzata. E da Kharkiv uno dei capi della polizia locale ha rivelato che due dei cinque missili lanciati dai russi sulla città si sono rivelati di produzione nordcoreana, frutto di quel patto con Kim Jong Un che, secondo il New York Times, gli ha permesso di ottenere grandi benefici da Mosca in cambio di una sola cosa, munizioni.
Due rivelazioni che, se confermate, sarebbero segno dell’intenzione di Vladimir Putin di alzare la posta. La Mosca politica è in attesa del suo discorso annuale al parlamento, che dovrebbe tenersi entro fine febbraio e rappresentare l’intervento programmatico alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nel 2018, il presidente russo aveva utilizzato la circostanza del discorso alle camere riunite per una megapresentazione delle armi russe del futuro (tra cui il Zirkon), che all’epoca era stata considerata da molti osservatori quasi una stravaganza, e che oggi appare un preludio all’invasione che voleva lanciare. Oggi, sostengono le voci che girano nei canali Telegram vicini al Cremlino, Putin vuole ripetere lo show, presentarsi come il “presidente della guerra” con una spiegazione della sua strategia. Al contrario dell’anno scorso, quando il discorso al parlamento era stato relativamente blando (nel 2022 non era stato nemmeno pronunciato), il dittatore russo sembra pronto ad abbracciare la sua immagine più bellicosa, come si era già intuito dal lapsus di qualche settimana fa, quando ha definito i territori occupati dell’Ucraina come «conquistati», e non «riunificati» come da gergo politico in uso alla televisione russa.
Che all’elettore putiniano piaccia la guerra è qualcosa che i sondaggisti del Cremlino sanno bene dal 1999, quando l’allora quasi sconosciuto Putin divenne popolarissimo bombardando la Cecenia. I bombardamenti delle città ucraine, e la ripresa dell’offensiva di terra sul fronte del Donbas sono altri segnali dell’intenzione di Putin di presentare alla vigilia delle elezioni una “vittoria” che possa piacere ai russi. Che però fatica ad arrivare: la battaglia per Avdiivka, sempre più feroce, non ha però portato alla sua conquista, e sembra anzi che zone della città – ormai comunque quasi distrutta dall’artiglieria – siano tornate in mano all’esercito ucraino. Ma soprattutto, la guerra non sembra entusiasmare molti elettori russi. È sintomatico che il Cremlino non ha ancora annunciato la decisione di eliminare dalla corsa elettorale Boris Nadezhdin, il candidato che promette di chiudere la “operazione militare speciale”. Decine di migliaia di russi si sono messi in coda per firmare a suo sostegno, e anche se appare più che probabile che la sua candidatura sia stata concordata con il Cremlino stesso per permettere uno sfogo allo scontento, la popolarità improvvisa che ha ottenuto ha preoccupato il regime. Secondo il politologo dissidente Abbas Galyamov, proibire a Nadezhdin di correre significherebbe «mostrare che Putin ha paura di lui», mentre lasciarlo in lizza offrirebbe una piattaforma legale ai critici della guerra, incluse le sempre più agguerrite mogli dei soldati mobilitati, che vogliono riportare a casa i mariti.
Nell’immagine: Il palazzo residenziale colpito a Kiev
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In gastronomia il pasticcio è una pietanza formata da diversi alimenti, spesso molto disparati tra loro, tenuti assieme da un involucro (di solito di pasta frolla) e poi cotti al forno per amalgamarli; il risultato è un piatto ricco e variegato nei sapori e negli odori, una vera leccornia da portare in tavola nelle grandi occasioni. A condizione, naturalmente, di avere un cuoco o una brigata di cuochi capaci che conoscano la loro professione e le materie prime con cui operano.
In politica, per lo meno in quella ticinese, il pasticcio rima invece con preventivo 2024: la ricetta non cambia nei suoi dati essenziali (pure l’involucro, ossia la maggioranza che lo ha tenuto assieme, potrebbe essere definita in senso figurato di pasta frolla); quello che cambia è la brigata che lo ha cucinato, non solo eterogenea, ma pure fondamentalmente inetta a carente nei suoi fondamentali, ossia nella conoscenza della materia e della realtà su cui agisce. Il risultato e la tragicommedia della sua preparazione andata in scena in questi ultimi mesi del resto sono sotto gli occhi di tutti. Un pasticciaccio insomma, e pure brutto, che rischia di essere indigesto per molti se non per tutti. A cominciare dai sindacati, che hanno confermato la giornata di mobilitazione per il 29 febbraio.
Il preventivo 2024 è dunque, in ultima analisi ed estrema sintesi, semplicemente questo: l’espressione della nostra classe politica, per lo meno della sua maggioranza, priva di spessore, di carisma, della conoscenza delle basi del suo lavoro (paradigmatico in questo senso il siparietto sulla non sostituzione del 20% dei partenti nei settori dello Stato non regolati dal Piano dei posti autorizzati, con il Consiglio di Stato preso di sorpresa e che ha ammesso di non avere ancora le idee chiare su cosa esattamente comporti e gli stessi proponenti che non hanno neppure approfondito la questione se fosse un decreto soggetto a referendum oppure no), ma soprattutto di una visione che vada oltre le cifre dell’oggi per raggiungere, forse, un domani.
E allora, al netto delle decisioni prese in questi ultimi tre giorni, vediamole queste cifre. Come già fatto notare da molti, i 130 e rotti milioni di deficit previsto per quest’anno corrispondono a circa lo 0,4% del PIL del canton Ticino, che è di 31 miliardi di franchi, mentre il debito pubblico totale, di circa 2,4 miliardi, non raggiunge nemmeno l’8% del PIL (a titolo di paragone, quello federale è il doppio, e ha raggiunto negli anni passati anche livelli più alti, quello delle amministrazioni pubbliche svizzere nel loro insieme oltre il triplo).
Insomma, il mitico buon padre di famiglia, metafora tanto cara quanto abusata dalla destra nostrana, con un indebitamento finanziario di tal fatta avrebbe poco da preoccuparsi. Soprattutto non chiederebbe sacrifici ai suoi figli, ossia ai cittadini.
Non solo, ma è da smentire anche la leggenda che l’Amministrazione cantonale sia elefantiaca e sovradimensionata e che, in generale, lo Stato spenda troppo. Anche qui le cifre parlano chiaro: lo scorso anno lo Stato del Canton Ticino, popolazione di circa 355.000 persone, ha speso 11.912 franchi pro capite, il Canton Friburgo (336.000 abitanti) 12.050 franchi, i Grigioni (203.000) 13.289 franchi, il Vallese (360.000) 11.041 franchi.
La nostra classe politica piuttosto che giocare con il pallottoliere farebbe dunque meglio a chiedersi come mai i cantoni citati ricevano dalla perequazione finanziaria intercantonale una vagonata di milioni in più rispetto a noi (Vallese 844, Friburgo 589, Grigioni 269, Ticino 69,5…), tanti da ripianare con solo un loro anno i debiti di una nostra legislatura e rispettare di conseguenza senza colpo ferire il famigerato decreto Morisoli, oppure perché con un PIL decisamente più alto rispetto a quello dei cantoni citati (Ticino 31 miliardi, Vallese e Friburgo 19,5, Grigioni 14,5) al netto degli introiti perequativi noi non si riesca a far quadrare i conti, mentre loro bene o male sì. E non si venga a dire che è perché noi si investe di più, visto che in questa classifica tra gli esempi citati solo Friburgo con 844 franchi pro capite l’anno fa peggio (Vallese 2397 franchi, Grigioni 2219, Ticino 1265).
Insomma, più che alla voce uscite, che comunque può sempre essere migliorata, ci mancherebbe altro, sarebbe finalmente da mettere mano seriamente alla voce entrate. Che non significa automaticamente imposte, sia ben chiaro, ma che comunque è quello che proverebbe sicuramente a fare il mitico buon padre di famiglia prima di chiedere sacrifici ai suoi figli, portando per di più loro in tavola un pasticciaccio brutto e dal sapore francamente sgradevole: lavorare meglio, di conseguenza incassare di più.
In giornata il sindacato VPOD ha diramato il seguente comunicato:
Per uno salario di 70’000 la perdita in una carriera di 30 anni riguardante il mancato carovita del 1,4% ammonta a 30’000 fr! La compensazione del carovita è stata rifiutata dal preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento.
Per un salario di 70’000 fr il taglio del 2% oltre 60’000 fr valeva 200 fr. Il taglio del 2% è stato stralciato dal preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento.
Ogni docente partente al 100% verrà sostituito al 80% in base a quanto deciso nel preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento: quindi calo del 20% per ogni partente, che metterà in seria difficoltà la scuola. Evidentemente si pone anche il medesimo problema per il resto del personale dei servizi del Cantone.
I tagli ai contributi e alle riserve degli enti sociosanitari e socioeducativi, ma anche universitari, sono stati mantenuti dalla maggioranza del Parlamento nel preventivo 2024.
A fronte di queste decisioni scellerate della maggioranza del Parlamento lo sciopero del 29 febbraio è ovviamente mantenuto.
Nell’immagine: un fotogramma dal servizio del Quotidiano RSI
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È una specie di Guida Michelin che ci indica dove è opportuno orientarsi con soddisfazione. Parlo del Dictionnaire des Girouettes, edito nel 1815, con parecchie riedizioni aggiornate, l’ultima, a mia conoscenza (ma magari sono in arretrato), nel 1993. Premia, si fa per dire, con un numero crescente di bandierine, i politici che cambiano parere nel tempo, quelli di cui i francesi dicono: “ils changent d’avis come de chemise”. Girouette diventa voltagabbana in italico idioma, voltamarsina o “taiamedèga” in vernacolo nostrano. Una volta chi si macchiava “dell’orrenda colpa”, quella di cambiar casacca, si portava appresso un marchio indelebile e il pubblico disprezzo era assicurato. Successe fino agli anni ‘50 dello scorso secolo. Non poteva essere altrimenti: liberali e conservatori, gli storici rivali, erano l’espressione di concezioni contrapposte ed esclusiviste; ognuno aveva il proprio elettorato di appartenenza e passare da un recinto all’altro era inconcepibile: chi osava era un voltamarsina, inaffidabile per sempre.
Sfuggivano all’infamia i povericristi, i disagiati che per i partiti storici costituivano il bacino dei voti “mercantabili” a cui attingere in cambio di qualche franchetto. Ancora nel 1948, il procuratore Gallacchi confessava che “il debituccio da saldare presso l’oste o il pizzicagnolo” costituivano un ottimo argomento per guadagnare qualche voto e la piccola distribuzione di qualche moneta rappresentava il lato pittoresco della faccenda.
Era questa la versione rudimentale del voto di scambio (oggi non in disuso ma assai più raffinato: il 75% dei funzionari pubblici di vertice, ci suggerisce un’inchiesta di alcuni anni fa, occupa il posto grazie a tempestiva “raccomandazione” e il merito è calcolato in funzione della colorazione del candidato)
Già ne scrissi anni fa e mi ci soffermo con tono garbatamente scherzoso e sommessamente semiserio, ma non troppo perché l’esito finale non è necessariamente dei migliori. Come disse Ennio Flaiano (cito a senso): “troppa gente è piena soltanto di ambizione e troppi incapaci debbono affermarsi e ci riescono!” Abbondano le conferme.
Perché riesumo l’argomento? Scorrendo i giornali mi accorgo che in vista delle comunali sono in tanti a rivedere la loro collocazione partitica, in genere non perché folgorati sulla via di Damasco da nuove prospettive o improvvise conversioni ideali, ma più prosaicamente, così a me pare, perché se il seggio mi sfugge qui, mi sposto un po’ più in là.
In questi mesi sono discretamente numerosi i cambi di casacca: qualcuno passa al partito contiguo che gli dà ospitalità, in altri casi con acrobatica destrezza si transita da sinistra a destra senza batter ciglio. Non è necessario giustificarsi perché, in quella che qualcuno ha definito “la democrazia del pubblico”, a contare sono le persone e non i partiti. I partiti sono sullo sfondo, gusci vuoti o quasi che un po’ si assomigliano l’un l’altro, con idee sbiadite e confuse sul futuro; più che ad affinare le idee sono impegnati a gestire le risorse dello Stato e ad occupare diligentemente gli scranni.
Una precisazione: oggi l’elettorato è liquido, volubile, di opinione, si orienta in base a umori e emozioni e il concetto di voltamarsina non è più applicabile. La coerenza e la fedeltà agli ideali è un vecchio ricordo: non è più l’idea a forgiare il politico ma piuttosto è il politico che modella gli ideali e li adatta come la plastilina a seconda della convenienza. Ci sono le eccezioni, ma non abbondano.
Insomma, oggi siamo al “candidato-flipper” che, come la pallina del glorioso gioco di novecentesca memoria, schizza con destrezza da un posto all’altro alla ricerca non tanto delle idee giuste quanto della convenienza personale.
Chi sta subendo fughe repentine è soprattutto il Partito Liberale e il polo di attrazione è il populismo di destra di cui l’Udc è la massima espressione. Una sorta di acchiappamosche, l’Udc, che attrae irresistibilmente con argomenti appiccicosi chi è arrabbiato e cerca miglior sorte. Il “politico-flipper” è in definitiva un sottoprodotto della personalizzazione della politica.
Pialuisa Bianco, in un suo volumetto di qualche tempo fa (“Elogio del Voltagabbana”, Marsilio, Venezia, 2001), difende chi cambia opinione perché – dice – è uno dei pilastri delle società democratiche. Capisco e concordo, ma è lecito il sospetto che l’“effetto flipper”, messo in moto da molti candidati, sia dovuto non tanto ad aneliti ideali e a raffinate strategie politiche per perseguire il bene comune, quanto piuttosto al desiderio di restare a galla. Fa stato il manuale di Claudio Sabelli Fioretti (“Voltagabbana”, Marsilio, Venezia, 2004) che informa i politici sulla tecnica di “galleggiare come un sughero”. Mi pare un esercizio piuttosto diffuso.
Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Jan Fabre, “Self portrait” (2008)
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Tutti a discutere sulle punizioni o «sanzioni educative» inflitte dal preside del liceo Tasso agli studenti del suo istituto, i 170 ribelli che hanno occupato la scuola lo scorso dicembre provocando danni materiali di qualche migliaio di euro, oltre ad avere impedito il diritto di studio ad altri compagni.
Il procedimento disciplinare prevede un periodo di sospensione, l’abbassamento del voto in condotta (5 nel trimestre) e il coinvolgimento in attività socialmente utili. Pare che la sospensione di dieci giorni comprenderebbe due giornate di lettura a casa finalizzate alla redazione di un «elaborato» sull’opera letta.
Ora, colpisce che, come sanzione, sia venuta in mente proprio la lettura di un libro (si capisce invece l’attività sociale, che può essere eccessivamente stancante). Diciamo che annoverare un libro, per di più in un liceo classico, tra i provvedimenti disciplinari esemplari può avere due significati tra loro alternativi ma anche sovrapponibili: o gli insegnanti sono tristemente consapevoli che in generale (ci saranno pure le eccezioni) un libro non è, per i loro allievi, un piacere ma piuttosto un’afflizione incomparabile; oppure (ipotesi più inquietante e freudianamente rivelatrice) sono gli stessi docenti a ritenere che non ci sia, in assoluto (lo sarebbe anche per loro), castigo peggiore che leggere, e scrivere di ciò che si è letto.
Si tratterebbe poi di sapere quali titoli, saggi o romanzi, verranno (o verrebbero) scelti come strumenti di tortura. Un giallo? Un classico russo? Il libro di un politico o di un generale?
Si suppone che non ci sia al mondo autore contento di essere stato selezionato come oggetto di pena per adolescenti. Ma anche ipotizzando che la punizione sia inflitta soltanto a fin di bene e abbia un ragionevole scopo rieducativo, c’è da immaginare che risulti difficile, comunque, per un ragazzo dissociare quella lettura, magari in sé meravigliosa, dal senso di costrizione (catena, piombo, gogna, lavoro forzato). Meritata? Purtroppo, meritata.
Articolo pubblicato dal Corriere della Sera
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Di Leonardo Filippi, Left
Riprendiamo (con qualche nostro adattamento) un articolo del periodico Left che già nel 2018 segnalava origini e diffusione di quel pensiero ultraliberista che ormai si manifesta anche alle nostre latitudini in modo sempre più dichiarato, e che va ben oltre l’ormai consolidata ideologia del “meno stato” (red.)
Negli stessi anni Sessanta, alla fine dei quali lo slogan «Vietato vietare» incrociava la sua fortuna, in ambienti del tutto diversi da quelli “sessantottini”, si consolidava (negli Usa) una teoria economica tra le meno citate nel dibattito pubblico mainstream. Una dottrina che auspica l’abolizione dello Stato e manomette il concetto di “libertà” fino a farlo coincidere con l’assoluta libertà capitalistica di fare profitti.
Un’idea stravagante che possiamo registrare e poi gettare senza problemi nel dimenticatoio dei manuali? Meglio di no, visto che tale teoria irrora le arterie delle tecnologie che usiamo ogni giorno, da Facebook a Paypal, fino ai Bitcoin. Si chiama “anarco-capitalismo”, e si inserisce nel filone del “libertarianesimo”, un ventaglio di teorizzazioni per le quali l’essere umano deve essere assolutamente libero di poter disporre di sé e degli oggetti di sua proprietà, senza autorità superiori (dogmi del Capitale esclusi), in un contesto sfrenato di libero mercato.
Tra i padri dell’anarco-capitalismo figura Murray N. Rothbard: classe 1926, economista, discepolo di Ludwig von Mises, ha rielaborato le idee che costituivano la cosiddetta “scuola austriaca”, restando però fedele ad una antropologia dell’uomo inteso come homo oeconomicus e ad un feroce odio anti-socialista. Pur presenziando nella radice del termine che lo definisce, l’anarco-capitalismo ha ben poco a che fare con l’anarchia, perlomeno con quella di matrice europea, alla cui base c’è un’imprescindibile critica della proprietà e dei modi di produzione capitalistici, considerati come dispositivi di dominio sull’essere umano. Mentre per Rothbard «il capitalismo è la piena espressione dell’anarchismo e l’anarchismo è la piena espressione del capitalismo».
Un teorema feroce, che vuole gli esseri umani in costante competizione tra loro, e che permea gran parte del web e delle infrastrutture digitali del presente e del futuro. Peter Tiel, imprenditore miliardario della Silicon Valley, tra i primi finanziatori di Facebook e supporter di Donald Trump, è un pasdaran dell’anarco-capitalismo. Nel 1998 fonda Paypal, la società di pagamenti digitali più nota nel mondo. Obiettivo? Sbarazzarsi delle banche centrali, e restituire alle persone il controllo della moneta. Proposito nobile, peccato che il potere delle banche venga in realtà sostituito da quello dei privati, che solo in Italia gestiscono più di 5 milioni di conti correnti, con sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo.
E i Bitcoin? Sono il passo successivo in questa direzione: una valuta del tutto decentralizzata, controllata da anonimi algoritmi, in cui vigono speculazioni e “legge del più forte”. Mentre la blockchain, tecnologia su cui si basano le criptovalute, a breve permetterà di stipulare smart contracts, contratti autovalidati che manderanno in soffitta notai e avvocati. Tiel, inoltre, ha per lungo tempo appoggiato (e lautamente finanziato) il progetto libertariano di fondare città-Stato in mezzo agli oceani, sottratte a burocrazia e fisco, come quella che lo Seasteading Institute intende costruire al largo della Polinesia francese. Costo: 167 milioni di dollari.
Ma Tiel ha scommesso anche sulla parabiosi e altre terapie anti età. «Sono contrario alla morte», ha dichiarato. Insomma, «Facebook è parte del gioco dell’affarista anarco-capitalista più potente del mondo. La trasparenza radicale è parte di un vasto progetto politico che comprende il controllo delle relazioni umane tramite tecnologie di sorveglianza (…), costituzione di ghetti autarchici ultratecnologici in mezzo all’oceano, ricerca dell’immortalità tecnologica», scrive il collettivo Ippolita nel brillante saggio Nell’acquario di Facebook (Ledizioni, 2012). Allarmismo apocalittico? Nel dubbio, meglio coltivare lo spirito critico.
Nell’immagine: Murray N. Rothbard e il simpatico simbolo degli anarco-capitalisti. Il serpente a sonagli dice “non calpestarmi”
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Di Elena Dusi, La Repubblica
Il rinnovo per altri dieci anni in Europa del controverso erbicida glifosato, classificato come “probabile cancerogeno”. Il voto contrario da parte dell’europarlamento — a stragrande maggioranza — del regolamento Ue che dimezzava i pesticidi in agricoltura. La decisione francese della scorsa settimana, infine, di “mettere in pausa” il piano nazionale di riduzione della chimica nei campi.
La lotta ai fitofarmaci era già finita stritolata tra le ruote dei trattori ben prima di ieri, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della bozza di regolamento “Farm to fork”: dal campo alla forchetta. «Von der Leyen ha bloccato una strada che era già senza sbocco», commenta Andrea Segrè, economista e agronomo, professore di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’ateneo di Bologna.
Il regolamento europeo accartocciato da Von der Leyen prevedeva di dimezzare l’uso dei pesticidi nei campi europei entro il 2030. Senza quei prodotti chimici però le rese agricole calano dell’8% per i cereali, dell’11% per i semi da olio e del 10% per gli ortaggi. Ecco perché la bozza, nata nei corridoi di Bruxelles nel 2020 su iniziativa dei Verdi, era finita subito nel mirino delle lobby dei grandi produttori agricoli europei, spalleggiati dalle destre. Il voto del 22 novembre scorso all’Europarlamento si era tradotto in una disfatta: 299 no, 207 sì e 121 astenuti. Il testo iniziale era stato talmente stravolto da centinaia di emendamenti che perfino i sostenitori della bozza in aula avevano finito per votare contro.
Pochi giorni dopo, il 28 novembre, la Commissione Europea si era spaccata sull’erbicida glifosato. Il fitofarmaco più usato al mondo è accusato — ma senza prove stringenti — di provocare mutazioni del Dna ed è collocato dunque dalla Iarc (l’agenzia dell’Oms che si occupa di ricerca sui tumori) nella tabella dei probabili cancerogeni. Incapace di prendere una decisione a maggioranza, la Commissione aveva di fatto rinnovato l’autorizzazione a usare il glifosato nei paesi europei per altri dieci anni. Le elezioni europee che si avvicinano e la marcia dei trattori hanno infine convinto Parigi nei giorni scorsi a “mettere in pausa” il progetto Ecophyto, che riprendeva il principio di “Farm to fork” e chiedeva agli agricoltori di dimezzare l’uso dei pesticidi. L’annuncio di Von Der Leyen, ieri, è stato dunque l’ultimo chiodo sulla bara della lotta dell’Europa alla chimica nei campi.
«La colpa non va data agli agricoltori», ragiona Segrè. «Hanno margini di guadagno talmente ridotti che non li si può biasimare. Vogliono salvare il raccolto, e il raccolto oggi si salva con i pesticidi. Spetterebbe alla politica capire che non è l’unica via. Esistono la lotta biologica, i bioagrofarmaci, gli insetti utili e le nuove tecnologie di evoluzione assistita. Sono tecniche efficaci e compatibili con l’ambiente che richiedono però tanta ricerca. Molti altri paesi investono su questi temi con profitto. L’Italia no. Ed è questo l’errore che ci ha portato all’impasse di oggi».
Noi consumatori continuiamo così a ritrovarci residui chimici nei piatti. L’Efsa — l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare di Parma — dipinge una situazione nemmeno troppo allarmante. Secondo il suo ultimo rapporto sui pesticidi del 2021 solo il 2% dei campioni prelevati dall’agricoltura e dall’allevamento europei supera i livelli massimi concessi dalla legge per le singole sostanze chimiche. Ma se si ribalta il punto di vista e si va a cercare nei nostri organismi — come ha fatto l’anno scorso il consorzio Human Biomonitoring for Europe analizzando i campioni di urina — l’84% delle persone ha in corpo almeno due tipi di pesticidi, il valore medio è di 3 pesticidi a individuo, con picchi di 13. Tutti e 13 rispettano i limiti di legge, certo, ma il loro effetto cumulato e combinato è ignoto. Nessuno ha mai spiegato se e quanto faccia male.
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Si discute sull’aumento dei prezzi a “Patti chiari”, rubrica televisiva della RSI, di venerdì 2 febbraio. Sull’inflazione, quindi. Che è appunto l’aumento generalizzato dei prezzi.
Mister Prezzi dice, in sostanza, che lui, nonostante i mezzi legali e operativi limitati, nonostante il clima politico liberal-liberista ostacolante (questo non lo dice, ma lo si sa o lo si intuisce), ce la mette tutta e qualcosa riesce ad ottenere. Come, ad esempio, un freno all’aumento delle tariffe nei trasporti (qui si dovrebbe forse anche precisare che, trattandosi di “servizi pubblici”, comunali, cantonali, federali, è forse più facile). Aggiunge, non a torto, che ci sono scelte e decisioni politiche che comportano un aumento inevitabile dei prezzi. Come per la difesa della nostra agricoltura, soprattutto se implica privilegiare la nostra produzione, ponendo un freno all’importazione da paesi molto più avvantaggiati, naturalmente ed economicamente, in termini di costi di produzione e quindi di prezzi, rispetto a noi svizzeri. Quindi se accettiamo queste politiche e le loro conseguenze, dobbiamo anche accettarne i costi e, come consumatori, rispetto ad alcuni confronti con l’estero, accettare un maggior prezzo per molti prodotti agricoli-alimentari (si è così fatto un accenno significativo al prezzo della carne o a chi approfitta dei prezzi agricoli importati a minor costo per far la cresta maggiorando).
Il consumatore, quindi, paga sempre due volte: all’acquisto e quando versa le imposte. D’altronde, potremmo anche interrogarci (ma si dirà che è la solita demagogia antimilitarista): se accettiamo di spendere miliardi per una difesa militare che rimane “ipotetica” (ipotetica nel senso che possiamo anche lasciar arrugginire i carrarmati costati miliardi), perché non dovremmo spendere miliardi per una difesa concreta immediata, com’è quella della propria vitale alimentazione e di almeno una rassicurante autosufficienza alimentare? Difesa che, oltretutto, ha anche una forte implicazione nella protezione della natura, dell’ambiente. Quindi, se ci può essere un problema, è un problema di priorità nella spesa pubblica. Soprattutto quando capita, come si rileva ora, smarriti, che i problemi di bilancio sono altri, perché non si sa neppure con chiarezza contabile come si gestiscono i soldi da parte di quell’entità a sé stante che è l’esercito.
La rappresentante dell’Acsi (consumatori) rileva, giustamente, la complessità attuale del sistema economico ed anche politico. Il che significa, per dirla in termini semplici e pratici, che il consumatore finisce per essere intrappolato e posto nella condizione di non poter capire o scegliere e di dover subire. C’è un professore di finanze dell’Usi che sembra quasi farle eco. Per lui la complessità è… “la struttura che c’è in Svizzera” (che cosa vuol dire? La mancanza di concorrenza, il tenore di vita alto, la cattiva ripartizione dei redditi, la politica monetaria?). È a lui che si lascia chiudere con una nota positiva: vedrete, che andrà ancora tutto bene. Rimaniamo però con un interrogativo ovvio, di logica politica ed economica, grosso come un macigno, non posto, che ci lascia alla fame di prima: se è la struttura economica o politica la causa di tutto, che cosa va quindi subito cambiato o cosa dobbiamo esigere che cambi per poter essere ottimisti? Non lo si dice. Forse è politicamente eccessivo o pericoloso dirlo.
Per il rappresentante degli ambienti economici sembra infatti che non ci sia un gran che da cambiare, le imprese sono responsabili ed essendo sotto la pressione della concorrenza va quindi smitizzata anche l’idea, stramba, emersa chi sa come, che l’inflazione diventi l’occasione per aumentare i margini di profitto.
C’è invece un ampio e documentato studio-ricerca degli economisti della ECB o Banca centrale europea, presentato ai 26 governatori dei paesi membri della zona-euro, ripreso poco tempo fa dall’agenzia Reuter (vedi: ECB confronts a cold reality: companies are cashing in on inflation) che, risalendo alle cause dell’inflazione, ne scompone le possibili fonti: profitti, salari, tasse. Emerge, dall’analisi della realtà, che l’inflazione è *tirata” dalla volontà delle aziende di mantenere i loro profitti; il rialzo o il mantenimento dei prezzi sarebbe quindi giustificato dalla salvaguardia dei margini. È significativo rilevare come alla stessa conclusione, negli Stati Uniti, era giunta, poco prima, l’economista Isabelle Weber, dell’Università del Massachusetts, pure autrice di un analogo importante studio che ha suscitato grande clamore.
In altre parole: i margini di profitto di 106 grandi aziende del consumo esaminate nella zona euro sono aumentati più del 10 per cento tra un anno e l’altro con l’inflazione; oppure: l’aumento dei prezzi è stato utilizzato per mantenere o accrescere i margini delle imprese e, quella parte, è diventata la principale responsabile dell’inflazione. I consumatori e i lavoratori (che sono poi gli stessi) sono quindi serviti come variabile di aggiustamento. Si aggiunge una opportuna ma anche emblematica sfumatura o correzione: le aziende più piccole e più fragili hanno dovuto ridurre i margini sotto la pressione dei loro clienti più potenti (i quali, invece, hanno potuto aumentare i prezzi).
Sta di fatto che un responsabile della ECB (v. ECB: Monetary policy, speech by Fabio Panetta, member of the Executive Board of the ECB) sosteneva in seguito che “la dinamica robusta dei salari potrebbe aumentare lo spettro di una spirale prezzi-salari”. La colpa, insomma, finisce per ricadere su sindacati pretenziosi, che chiedono ora incessantemente adeguamenti salariali rispetto al… “carovita”. E si comprende allora come nelle inchieste tra le economie domestiche l’ottimismo risulta roba di là da venire, di professori ed economisti “mainstream”. Perché, se il problema è “strutturale “significherebbe, ad esempio: controlli dei prezzi articolati sull’indicizzazione dei salari, aumento delle tasse sui profitti, opportuna (anche per l’economia) ridistribuzione verso i salariati o il potere d’acquisto (e quello di vivere).
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All’inizio di quest’anno è stato avviato un interessante esperimento nella regione dell’Arco giurassiano. La rete svizzera di ospedali privati Swiss medical network (SMN), la compagnia assicurativa Visana e il Cantone di Berna hanno gettato le basi per un sistema di assistenza integrato che potrebbe fornire una soluzione a una serie di problemi del nostro sistema sanitario.
Negli ultimi mesi del 2023, stagione di mercato annuale per le assicurazioni sanitarie, agli assicurati Visana residenti nel Giura bernese è stata proposta una nuova forma di contratto denominata VIVA. I motivi della sottoscrizione non sono di natura finanziaria. Innanzitutto, questa variante dell’assicurazione malattia di base offre il vantaggio di un’assistenza personale da parte di infermiere/i specializzate/i. Queste persone svolgono un ruolo relativamente nuovo in Svizzera, quello di manager sanitario (in inglese case manager).
Le 1.250 persone che hanno aderito all’iniziativa fino ad oggi sono ora supportate nell’identificazione dei loro bisogni di salute e nell’orientamento verso il medico di famiglia e poi verso gli specialisti. I manager consigliano loro anche di non dimenticare di sottoporsi a esami preventivi, come mammografie o colonoscopie. Ove possibile, l’assistenza viene fornita localmente, all’interno di una rete di centri medici che attraversano la regione e negli ospedali regionali di Saint-Imier e Moutier. Anche l’assistenza psichiatrica fa parte dei servizi offerti, così come centri di radiologia, un centro di pronto soccorso e strutture medico-sociali.
La rete di centri medici era già stata avviata dai due ospedali regionali, prima ancora che fosse concepita la partnership con SMN e Visana. SMN [rete di cui fanno parte anche le cliniche Sant’Anna di Sorengo e Ars Medica di Gravesano, ndr] aveva di fatto iniziato la sua collaborazione con il Cantone di Berna nell’ambito della riorganizzazione dell’unità di radiologia degli ospedali di Moutier e Saint-Imier. Poi, nel 2020, SMN ha acquisito una partecipazione nell’Ospedale del Giura bernese. L’ospedale di Moutier stava attraversando gravi difficoltà finanziarie. La situazione è peggiorata dopo il voto a favore dell’annessione di Moutier al Cantone del Giura. Va notato che l’ospedale di Delémont, la capitale del Giura, si trova a soli venti minuti di auto da Moutier, e qualcuno ha potuto immaginare che sarebbe stato allettante trasferire lì le attività dell’ospedale in difficoltà. In questa situazione di instabilità, SMN ha portato serenità, grazie soprattutto all’esperienza acquisita nella gestione di strutture ospedaliere in una quindicina di cantoni svizzeri. Una volta ristabilita la situazione finanziaria, è stato possibile ipotizzare una partnership con Visana, la cui sede è a Berna. L’accordo è stato perfezionato alla fine del 2022.
Nonostante il previsto trasferimento di Moutier al Cantone del Giura all’inizio del 2026, il Cantone di Berna ha mantenuto una partecipazione nella società per azioni Réseau de l’Arc, che ha ripreso la società Hôpitaux du Jura bernois. Attualmente, i tre partner detengono circa lo stesso numero di azioni della nuova società. (Allo stesso tempo, Visana ha acquisito una partecipazione dell’11,1% in SMN).
Questa partnership pubblico-privata comporta una serie di sfide, che dimostrano come non sia facile implementare un sistema sanitario che mira a “mettere il paziente al centro”. L’assicuratore segue una logica commerciale, mentre la missione degli ospedali è quella di fornire assistenza. Il Cantone, da parte sua, deve ora partecipare direttamente all’organizzazione delle cure, anziché limitarsi a garantire il rimborso dei costi di sua competenza. I partner hanno quindi intrapreso un percorso di apprendimento per offrire ai membri del piano sanitario VIVA possibilità di cura il più agevoli possibili. Il coordinamento dei sistemi di gestione informatica e lo sviluppo del controllo di qualità in tutta l’organizzazione sono elementi importanti di questo processo. Anche i medici di famiglia coinvolti nel progetto devono adattarsi. Alcuni, ad esempio, hanno smesso di collaborare con il Réseau perché ritengono che i manager sanitari interferiscano nel loro rapporto professionale con i pazienti.
Il coordinamento di tutte le cure e il monitoraggio personalizzato da parte dei manager sanitari offrono chiari vantaggi ai membri di VIVA. Tra un anno sapremo se questa nuova organizzazione è redditizia dal punto di vista economico. L’organizzazione integrata ha infatti il potenziale per evitare la duplicazione delle analisi mediche, contenere le cure ospedaliere e ridurre le situazioni critiche attraverso la prevenzione.
Confrontando i costi sostenuti dagli assicurati VIVA con quelli degli altri assicurati, saremo in grado di valutare abbastanza accuratamente l’efficienza del nuovo modello di assistenza. Come minimo, dovrà essere in grado di pagare gli stipendi aggiuntivi delle nuove figure centrali di questa organizzazione, i manager sanitari.
L’esperimento ci consentirà anche di verificare se un pagamento per capitazione dei fornitori di assistenza sanitaria, cioè basato esclusivamente sul numero di assicurati, è fattibile. Si prevede che alla fine tra le 7.000 e le 10.000 persone si iscriveranno al nuovo piano sanitario nella regione giurassiana, e SMN e Visana hanno in programma di creare altre organizzazioni di assistenza integrata in altre parti della Svizzera.
Sistemi simili su larga scala esistono in altri Paesi, ad esempio negli Stati Uniti (Kaiser Permanente) e in Spagna (Ribera Salud). Il Réseau de l’Arc ha tratto ispirazione da questi esempi, che in verità non sono privi di aspetti problematici. Ad esempio, nell’autunno del 2023, 75.000 dipendenti di Kaiser Permanente hanno scioperato per protestare contro le loro condizioni di lavoro, e il buon funzionamento di Ribera Salud, dove il rimborso è per capitazione, dipende in larga misura dall’importo stanziato per paziente, che attualmente è di soli 1.000 euro all’anno per membro della comunità. In Svizzera sono state lanciate altre organizzazioni di assistenza integrata su scala ridotta, come pure esperimenti di rimborso per capitazione. Dovremo seguire da vicino l’evoluzione di questi progetti, perché il nostro sistema sanitario ha un estremo bisogno di un cambio di paradigma.
Articolo pubblicato in francese dal sito “Bon pour la tête” e qui proposto in versione italiana con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: l’ospedale di Moutier
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Il 16 gennaio 1992 a Città del Messico, con la mediazione dell’Onu, furono sottoscritti gli “Accordi di Pace di Chapultepec” che posero fine a 12 anni di sanguinosa guerra civile in El Salvador con un sostanziale pari e patta militare e un saldo di 75mila morti. Firmarono quell’intesa il presidente Alfredo Cristiani della Alianza Republicana Nacionalista (ARENA) partito della destra al governo, e la Comandancia General del Frente Farabundo Martì para la Liberación Nacional (FMLN). Il trattato dispose il pensionamento di 112 alti ufficiali dell’esercito; il disarmo della guerriglia e la sua trasformazione in partito politico; nonché la riorganizzazione di forze armate e polizia con l’inserimento in entrambe di ex combattenti guerriglieri.
Cominciò così a prendere forma un incipiente stato democratico mai sperimentato nel “Pulgarcito (pollicino) de America” come definì El Salvador il suo illustre poeta Roque Dalton. Nel ‘94 si tennero le prime elezioni libere, che confermarono ARENA alla guida del paese e alla quale toccarono tre mandati di fila (fino al 2009). Cui seguirono due periodi del FMLN. Da allora non si sono registrati assassinii politici nello stato più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Con un fragile potere giudiziario che tentava via via di guadagnarsi una relativa indipendenza.
Ma alla stabilità politica non seguì un miglioramento delle misere condizioni di vita della popolazione. Con ARENA che, controllando anche l’Assemblea Legislativa, continuò a garantire gli interessi della storica oligarchia locale. Fino alla clamorosa adozione nel 2001 del dollaro come moneta ufficiale. E tantomeno attuando quella riforma agraria che gli accordi di pace avevano in qualche modo auspicato per superare il secolare schema coloniale “terratenientes versus peones”.
Pace dunque; ma con povertà e disuguaglianze sociali crescenti. Il che provocò un nuovo incremento dell’emigrazione (soprattutto verso gli Stati Uniti) già abbondantemente rigistratasi durante il conflitto. Cui seguì il sorgere di un nuovo fenomeno: le maras (bande giovanili). Nate già nel dopoguerra nei quartieri marginali di Los Angeles, si sono progressivamente rinfoltite in tutta la California (e non solo) coi figli dei migranti centroamericani. I quali, a partire dalla metà degli anni ’90 e una volta scontata una pena in un carcere degli states, venivano deportati a migliaia ogni anno nei loro paesi d’origine. In El Salvador, in un ambiente post guerra assai precario e con una gran quantità di armi ancora in circolazione, trovarono le condizioni propizie per trapiantarvi le loro pandillas: la Salvatrucha e la Barrio 18, spesso in lotta fra loro.
Di lì il graduale diffondersi nelle periferie delle città fino al controllo di vaste aree in particolare della capitale San Salvador, imponendo la pratica generalizzata dell’estorsione. Col risultato di un’impennata della violenza e degli omicidi fino al tasso di 106 assassinii ogni centomila abitanti (nel 2015). Fra i più elevati in America Latina e nel mondo senza che vi sia in corso una guerra. Insomma una tragica disputa fra poveri.
ARENA, scarsamente interessata al problema, che non toccava gli iperprotetti quartieri dell’elite benestante, si limitò ad adottare misure propagandistiche di “mano dura” soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali. Mentre il FMLN, subentrato nel 2009 per dieci anni alla guida del paese (dopo i venti consecutivi della destra) alternò fasi di repressione a negoziati con i loro capi; non riuscendo comunque a contenere le bande, impossibilitato com’era (senza maggioranza in parlamento) a varare riforme strutturali che incidessero sulla redistribuzione dei redditi e l’incremento dell’occupazione.
È in questo contesto che nel giugno 2019 il 38enne Najib Bukele, di lontana origine palestinese, subentra alla sinistra alla guida del paese, senza necessità neppure del ballottaggio e archiviando definitivamente lo schema bipartitista che aveva retto fino a quel momento. Da sindaco uscente della capitale era stato improvvidamente espulso dal FMLN (tra le cui fila era stato eletto) per le sue “intemperanze”. L’ex guerriglia al governo si era rivelata del resto fin troppo ortodossa rispetto all’evoluzione dei tempi, investendo scarsamente sulle giovani disperate generazioni di El Salvador. Che sono poi la stragrande maggioranza della popolazione. Così che Bukele ebbe buon gioco a fondare il partito Nuevas Ideas; che appena due anni dopo avrebbe conseguito anche la maggioranza dei due terzi dei deputati. Di lì in avanti, a colpi di twitter, il giovane millennial inaugura la sua stagione autoritaria. Destruttura l’organismo giudiziario e nomina una Corte Suprema di Giustizia a propria immagine e somiglianza, assumendo di fatto la gestione dei tre poteri dello stato. Oltre a guadagnarsi, da ultimo, i favori di esercito e polizia.
Col suo spirito imprenditoriale, ereditato in famiglia, nel settembre 2021 si avventura (primo paese al mondo) a dare corso legale al bitcoin, investendovi 105 milioni di dollari in risorse pubbliche. Il suo obiettivo era di fare in modo che le rimesse familiari dall’estero (che ammontano a ben il 26% del pil) entrassero nel circuito della valuta virtuale. Non solo: annunciò l’emissione di bitcoinbond per oltre un miliardo di dollari per attrarre investimenti stranieri e fondare sulla costa del Pacifico Bitcoin City; dove “produrre” direttamente in casa (facendo concorrenza al Kazakistan) la criptomoneta grazie all’energia geotermica del vulcano Conchagua. Il tentativo di convertire El Salvador in un paradiso fiscale di nuovo conio si è però rivelato un grande bluff. Tanto che quei promessi bond sono rimasti nel cassetto. Non solo: esaurita la fase di lancio, cui aderirono i due terzi dei salvadoregni (per intascare il bonus di 30 dollari d’entrata nel relativo wallet Chivo) oggi appena il 3% delle transazioni avviene in criptovaluta. E dire che Bukele, che ancora non si dà per vinto, si era spinto persino a sottoscrivere un gemellaggio nientemeno che con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Fallita la scorciatoia di creare una ricchezza opaca e speculativa, invece di introdurre finalmente qualche imposta diretta ai settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate, Bukele ha virato sullo scottante tema della sicurezza. E dopo aver tentato accordi di “contenimento” con i leader delle maras (documentati dal prestigioso periodico El Faro) alla fine del marzo 2022, dopo un week-end particolarmente cruento, ha decretato lo “stato di eccezione” in tutto il paese. Con la sospensione delle garanzie costituzionali, il fermo di polizia azzardo praticamente senza limiti, processi collettivi lampo e l’abbassamento dai 16 ai 12 anni della responsabilità penale. Ne è risultata la carcerazione a tutt’oggi di 74mila giovani dei quali diverse migliaia (quelli ostentatamente filmati con i loro vistosi tatuaggi) sono effettivamente pandilleros. Ma tantissimi altri ne sono rimasti caso mai vittima o comunque sono stati arrestati arbitrariamente senza alcuna prova, né previo pronunciamenti giudiziari. Basta la soffiata maligna di un vicino per finire nei nuovi penitenziari di massa allestiti a tempo di record da Bukele. Privi di assistenza sanitaria, tanto che sono numerosi i decessi e comunque le denunce per abusi e torture.
Il risultato è che il tasso di morti violente è certamente precipitato lo scorso anno a sole 4 vittime per centomila abitanti. Ma in compenso El Salvador è assurto a nazione con la più alta percentuale (l’1,4%) di popolazione in prigione del pianeta. Finendo nel mirino delle varie istanze in difesa dei diritti umani (Nazioni Unite in testa). Con Bukele a controbattere che “le organizzazioni internazionali rispondono a lobbisti che vogliono mantenerci poveri”. Non è del resto un caso che i suoi metodi repressivi siano presi sempre più a modello in America Latina da neopresidenti ultrapopulisti come l’argentino Javier Milei o il giovanissimo ecuadoriano Daniel Noboa; dove (a differenza di El Salvador) la crescita della violenza e della criminalità sono strettamente legate al dilagare del narcotraffico.
Il successo del piano securitario gli ha comunque fatto schizzare alle stelle i consensi; con i salvadoregni che si sentono (comprensibilmente) risollevati, seppur perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%. Così che il presidente “social” ha pensato bene di approfittarne subordinando a sé anche la Corte Costituzionale e il Tribunale Supremo Elettorale. Per poi decidere di ricandidarsi per la nuova tornata elettorale; ovviando all’assoluto divieto dei due mandati consecutivi (sancito dalla carta magna) con una furbesca (quanto fittizia) “sospensione” dall’incarico negli ultimi sei mesi di questo quinquennio.
Naturalmente Bukele, oltre a porre al proprio servizio le istituzioni e conseguentemente impedire qualsiasi forma di controllo sul suo entourage (anche privato) ha rivolto pure le sue “attenzioni” sulle organizzazioni della società civile, intimidendole. E verso i media, registrandosi nel 2022 ben 137 aggressioni di vario genere contro giornalisti. Compreso l’indipendente El Faro, primo magazine digitale latinoamericano, i cui redattori, dopo aver subito intercettazioni telefoniche attraverso il sistema Pegasus, si sono auto esiliati; pur mantenendo le pubblicazioni grazie al contributo di collaboratori anonimi.
Dal canto suo alla vigilia delle imminenti consultazioni l’opposizione politica vaga in ordine sparso. Disarticolata e ridotta ai minimi termini (a tal punto che nei sondaggi il secondo “partito” è la scheda bianca più il voto nullo) non è riuscita ad accordarsi su un unico candidato espresso dalla società civile; sul quale sia ARENA che l’FMLN avrebbero dovuto confluire. Con questo obbiettivo si era prodigato a fondo una delle figure chiave della storia del Salvador: il democristiano Rubén Zamora, perseguito e torturato ai tempi dell’ultimo regime militare; successivamente esiliato e alleatosi politicamente con la guerriglia; per poi fare ritorno a proprio rischio e pericolo in patria. Si rivelò decisivo nei negoziati di pace, fino ad essere candidato a presidente per la sinistra nel ’94; nonché ambasciatore in India, negli Stati Uniti e all’Onu durante i governi del Fmln.
Ebbene l’apparato di Bukele si è accanito contro di lui (nonostante i suoi 81 anni) già dal momento in cui costituì il movimento Resistencia Ciudadana. Fino a che a fine dicembre scorso una magistrata, con un’aberrazione giudiziaria, ha emesso un grottesco mandato di cattura nei suoi confronti che, seppur non ancora eseguito, ha provocato l’indignazione della comunità internazionale.
Duri attacchi e velate minacce Bukele le ha dirette anche contro l’Università Centroamericana (UCA) della Compagnia di Gesù, baluardo dell’opposizione civica che non gli risparmia critiche (quello stesso ateneo dei sei gesuiti uccisi dall’esercito durante la guerra). Anche il cardinale Gregorio Rosa Chavez ha parlato di “regime del terrore sulla strada del partito unico” che “disprezza la dignità umana”, riferendosi al recente discorso del presidente all’Assemblea Generale dell’Onu nel quale aveva ostentato i suoi risultati in materia di sicurezza.
Rimuoverà Bukele anche la figura di mons. Óscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, che papa Francesco ha fatto “santo” nel 2018? E il cui dipinto si staglia alle sue spalle ogni qualvolta riceve ospiti di riguardo nel salone di protocollo del palazzo presidenziale?
Il capo di stato salvadoregno ha intrapreso del resto da tempo una strategia di sistematica cancellazione del passato. Nell’ottobre scorso a Chalchuapa ha fatto rimuovere un busto di Che Guevara. Mentre è arrivato a disporre l’abbattimento nella capitale dello stesso monumento alla Riconciliazione Nazionale, in occasione dell’appena celebrato 32° anniversario degli accordi di pace, da lui definiti: “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”. Vantandosi di non essere “né di destra né di sinistra, categorie nate ai tempi della Rivoluzione Francese”.
Insomma un Bukele “negazionista”. Quando in realtà è proprio lui a voler emulare per primo (a quasi un secolo di distanza) il generale e presidente Maximiliano Hernandez Martinez nel farsi eleggere per una seconda volta consecutiva. Certo allora vigeva una sanguinaria dittatura militare. Ma anche queste elezioni si svolgono in uno “stato di eccezione” permanente da quasi due anni. Il che non ne garantisce certo l’imprescindibile libertà e trasparenza.
“Saremo la prima democrazia al mondo a partito unico”. Così Nayib Bukele, in queste ore si è proclamato di nuovo presidente in El Salvador (a scrutino ancora in corso) con oltre l’80% dei voti. “Abbiamo battuto ogni record della storia democratica mondiale” ha aggiunto riferendosi pure agli oltre due/terzi dei deputati in parlamento ottenuti dal suo partito Nuevas Ideas, indispensabili per rinnovare a futuro lo “stato di eccezione” in vigore dal marzo 2022.
Il suo slogan vincente è stato: “preferisci che i pandilleros tornino liberi?”. Ottenendo un consenso ovviamente reale, a differenza del vicino Nicaragua dove Daniel Ortega si mantiene al potere a suon di brogli oltre che repressione. Così come si è confermata la riduzione ad una sola cifra dell’ex guerriglia del FMLN e della destra Arena. Quello che non è chiaro, né verificabile visto che l’apparato di Bukele controlla ogni istituzione del paese (compreso il Tribunale Elettorale, per altro andato in tilt durante il conteggio dei voti) è quanto sia stata effettivamente l’affluenza alle urne e di conseguenza l’astensionismo. Bukele infatti (forse preoccupato) oltre un’ora prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale si era rivolto alla nazione raccomandandosi di recarsi a votare.
Vedremo ora se “il dittatore più cool” (quale Nayib si è autodefinisce) riuscirà a risollevare i salvadoregni che lo hanno votato alleviando anche la loro disperante miseria. Oltre che arginare la corruzione crescente del suo entourage.
Articolo scritto per Mondopoli.it ed integrato qui dall’autore con le ultime di attualità sull’esito elettorale
Nell’immagine: un’illustrazione da un recente articolo di El Faro che svela il prezzo della svolta securitaria di Bukele: l’arresto di migliaia di innocenti e la criminalizzazione di persone provenienti dalle fasce più disagiate della popolazione