La Meloni ridimensionata, la Schlein rafforzata e la Bocca della verità

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Nella storia della Repubblica italiana, la Sardegna orgogliosa e taciturna, è stata spesso culla di vittorie impreviste o sconfitte inattese poi regolarmente confermate a livello nazionale. Meglio comunque non abbandonarsi a speranze contabili così fragili.

Anche se il voto regionale di ieri nella seconda isola mediterranea per grandezza e popolazione segna la prima sconfitta l’ex imbattibile ‘sorella d’Italia’ e premier Giorgia Meloni, destra dura e manganellara (vizietto antico). Lei ha voluto nazionalizzare la consultazione locale, lei ha scelto un suo candidato di esemplare impopolarità come sindaco di Cagliari, lei lo ha imposto agli alleati più che riottosi, lei ci ha messo la faccia in un comizio dei più riusciti in fatto di slogan pallonari sul felice stato socio-economico della patria: somma di quella “capo-crazia” che nei suoi piani prevede anche l’elezione diretta del capo del governo, la marginalizzazione di un capo dello Stato ridotto a passacarte, i partner di coalizione in sudditanza e ai suoi ordini.

Meloni populista che ha perso un pezzo di popolo. Il sonoro ceffone di ieri da “sinistra” (che in realtà poco sinistra è) rende il disegno privatistico e “orbanista” (da Orbán, il semi-autocrate ungherese) un tantino più difficile alla capessa della destra-destra italiana. Proprio a cominciare dal mortificato eppur vociante condominio: che si tratti di Matteo Salvini – che a sua volta aveva invocato i ‘pieni poteri’ sulla spiaggia del Papeete, fra pop-music, cocktail, tanga e sculettamenti –, il quale magari gode per la sconfitta dell‘amica-rivale interna’ (che bocciò il suo, di candidato, l’impresentabile Solinas, governatore più impopolare d’Italia), anche se deve leccarsi le ferite di una percentuale di voti della Lega scesa al minimo in questa consultazione; o del miracolato Antonio Tajani, che sull’isola supera i finti amici padani e finalmente, dopo infinita penosa irrilevanza, un po’ se la può tirare e soprattutto sottrarsi al fantasma dello scomparso ma sempre incombente nonno Silvio. Lamentosi under-dog e impreparata classe dirigente. Simpatica compagnia di giro. Che complessivamente raccoglie più voti, ma consegna la guida della Regione al nemico descritto come salottiero, culo-divanista, ignaro dell’odore di vacche e stalle, responsabile assoluto dello sfascio economico-culturale-morale ereditato entrando a Palazzo Chigi.

Presidente sarda al foto-finish sarà, per una manciatina di voti, come in degna sfida all’Ok Corral, la pentastellata Alessandra Todde, plurilaureata di calma assai poco grillina, signora perbene, che va a votare accompagnando e sostenendo l’anziana e zoppicante madre; già sottosegretaria la Todde, il meglio che potesse offrire il mercatino politico del centro-sinistra vista anche la sua assoluta mancanza di vis polemica nei confronti del partner dem. Gongola il cangiante e primatista dei volta-marsina Giuseppe Conte, che ora dovrà finalmente dirne una seria e definitiva sulla voglia o meno di entrare nel cosiddetto “campo largo” (copyright Enrico Letta), oppure se tornare ai capricci, agli orpelli, ai pretesti, e al sinuoso linguaggio meridionale dell’ “avvocato del popolo”. Insomma, decidere se, obiettivo le elezioni europee fra poco più di tre mesi, fare davvero affari con Elly Schlein. La vera vincitrice di questa mano. Ottenuta proprio nel momento di apparente maggiore difficoltà della sua ancora breve segreteria. Accentratrice, insensibile alle istanze interne socialdemocratiche, offensiva verso la minoranza cristiana sui temi etico-sessuali, addirittura aspirante a capolista per il voto all’europarlamento (anche se è probabilmente l’unica fra i possibili candidati che qualcosa di Europa sa e ha masticato).

Insomma, la “svizzera” accusata di tutto e di più. E che oggi si toglie qualche macigno dalle scarpe. Soprattutto di chi internamente voleva (e vuole) impedirle accordi elettorali con i Cinque Stelle (che definivano con disprezzo i dem “quelli di Bibbiano”, il pruriginoso scandalo dei bambini in affidamento, finito nel nulla), il movimento che voleva aprire il parlamento “come una scatoletta di tonno” e che invece ha aperto sé stesso al parlamentarismo meno nobile e meno combattivo. In sostanza, un pareggio fra 5S e PD. A entrambi benefico: Conte porta al governatorato di una Regione italiana per la prima volta una cinque-stelle; la Schlein consolida posizione politica e personale tra gli ‘elefanti del PD’, mettendo in riga anche l’amico-rivale Bonaccini, leale giusto quel che basta, e che ieri notte lanciava sonori “applausi” all’ex vice-presidente della sua Emilia Romagna.

Ma davvero l’isola grande segna uno spartiacque nei contraddittori e contrastanti tormenti dell’italica vicenda politica? Una Meloni meno proterva, una Elly più robusta, un Conte meno evanescente e tentato sempre di auto-negarsi, centristi meno farfalloni vista la figuraccia sarda con la candidatura Soru?

Risposte che non avrete nemmeno infilando la mano nella Bocca della Verità a Roma, statua antica e tappa obbligata per tanti visitatori della capitale, che un po’ impacciati effettuano l’operazione sperando in segnali ultraterreni. Mai una volta che quella boccaccia abbia sputato una sentenza.

Nell’immagine: Alessandra Todde (M5S)


La 13esima AVS non è un lusso ma una necessità

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Il potere d’acquisto è in caduta libera. Pigioni, premi di casse malati, energia e generi alimentari sono aumentati. Ciò significa che un intero mese di pensione viene divorato dal crescente costo della vita. Un colpo pesantissimo alla qualità della vita. Tutte le persone che hanno lavorato e contribuito alla propria pensione per tutta la vita meritano una pensione dignitosa.

In Ticino i poveri sono in aumento. A dirlo è un rapporto del Dipartimento della sanità e della socialità, Dipartimento delle finanze e dell’economia e Ufficio di statistica, che hanno condotto un’indagine sulla situazione socioeconomica della popolazione. Il dato è allarmante: il tasso di povertà è passato dal 6,1 al 7,4%. Tra le pagine del «Rapporto sociale: statistica sulla povertà in Ticino» emerge anche che «considerando solamente il reddito, le categorie più anziane sono quelle caratterizzate dai tassi di povertà reddituale assoluta e di persistenza in povertà più elevati».

Secondo un recente studio di Pro Senectute in Ticino la percentuale di anziani a beneficio dell’Avs che vivono in condizione di precarietà economica sfiora il 30%, un dato decisamente più alto rispetto al resto della Svizzera. Il medesimo studio evidenzia che in Svizzera, 300’000 persone anziane vivono sulla soglia di povertà o sotto di essa. Particolarmente esposti al rischio di povertà in età avanzata sono le donne, le persone prive di cittadinanza svizzera e quelle con un basso livello di istruzione.

Benché il 20 per cento delle persone anziane che vivono a casa propria sia povero o a rischio di povertà, solo il 7,3% percepisce prestazioni complementari (PC). Vi sono persone avanti negli anni che, pur trovandosi in una situazione di povertà reddituale, dispongono di valori patrimoniali che consentono loro di compensare tale carenza. Ve ne sono però altre – circa 46’000 – che invece non dispongono di alcun patrimonio e che quindi vanno considerate povere a tutti gli effetti (povertà non compensabile). Insomma, il «Monitoraggio nazionale dell’anzianità» fornisce dati allarmanti.

La situazione delle donne è ancora più precaria. Molte di loro hanno dei vuoti contributivi sia perché hanno deciso di avere dei figli e quindi si sono ritirate momentaneamente dal mercato del lavoro; sia perché lavorano a tempo parziale nell’ottica della conciliabilità famiglia lavoro. Lo sappiamo tutti: la gran parte del lavoro di cura pesa sulle spalle delle donne. E al momento della pensione tutti questi fattori incidono sull’entità della rendita.

Va anche sottolineato che l’aumento dei prezzi colpisce in modo particolare coloro che percepiscono le pensioni più basse e tra questi il numero di donne è superiore alla media. Le donne continuano infatti a percepire rendite di circa un terzo inferiori a quelle degli uomini, ossia 17’000 franchi in meno all’anno. Sarebbero in particolare le donne a beneficiare della 13esima mensilità AVS. Soltanto l’AVS garantisce a tutti e a tutte una pensione e riconosce il lavoro di cura non retribuito svolto soprattutto dalle donne.

Françoise Gehring è giornalista indipendente


Un rapporto svela i numeri sull’insostenibilità dei resi online

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Di Roberto Demaio, L’Indipendente

Abiti rivenduti, resi più volte e spesso destinati a rimanere in giacenza nei magazzini delle grandi aziende. Il tutto con viaggi da migliaia di chilometri per pacco ed altamente inquinanti: il mondo delle vendite di vestiti online, spesso caratterizzato da spedizioni e resi gratuiti, presenta quindi costi irrisori per l’acquirente ma enormi danni ambientali a causa di sprechi di materiale e di combustibile. È quanto emerge da una nuova ricerca guidata dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia. In appena due mesi, i pacchi analizzati hanno attraversato 13 Paesi europei e la Cina viaggiando per camion, furgoni, navi ed aerei. «La nostra indagine conferma come la facilità con cui si possono effettuare i resi nel settore del fast-fashion, quasi sempre gratuiti per il cliente, generi impatti ambientali nascosti e molto rilevanti. Mentre alcune nazioni europee hanno già legiferato per arginare o evitare il ricorso alla distruzione dei capi d’abbigliamento che vengono resi al venditore, lo stesso non può dirsi per la pratica dei resi facilitati, che incoraggia l’acquisto compulsivo di vestiti usa e getta, con gravi conseguenze per il pianeta», ha commentato Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

L’inchiesta ha coinvolto complessivamente 24 capi d’abbigliamento del fast-fashion – la categoria che comprende tutti i capi che influenzano altamente le mode ma allo stesso tempo vengono progettati e prodotti in modo rapido ed economico – di otto tra le principali aziende del settore: Amazon, ASOS, H&M, OVS, Shein, Temu, Zalando e Zara. Allo scopo di analizzare il percorso di ogni pacco, scoprire il mezzo di trasporto utilizzato e studiare la filiera logistica dei venditori, Greenpeace – con l’ausilio della trasmissione televisiva Report – ha nascosto un localizzatore GPS in ogni vestito prima di effettuare il reso. In 58 giorni sono stati percorsi 98.945 km attraverso 13 Paesi europei e la Cina, corrispondenti quindi ad un viaggio medio tra consegna e reso di 4.502 km per pacco. Il tragitto più breve è stato di 1.147 km ed il più lungo di 10.297 km. I capi sono stati venduti e rivenduti complessivamente 40 volte (mediamente 1,7 volte per abito) e resi per 29 volte. Al momento della pubblicazione del rapporto, 14 indumenti su 24 (il 58%) sono rimasti invenduti e quindi lasciati nei grandi magazzini delle multinazionali. Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, al primo posto si colloca il camion con ben 54.222 km, seguito da aereo (34.123 km), furgone (8.290 km) e nave RORO (2.310 km). Il percorso complessivo di ogni singolo articolo può essere visualizzato qui.

Inoltre, i dati dei prodotti di abbigliamento sono stati inviati alla startup INDACO2 srl, che ha realizzato una stima degli impatti del trasporto basandosi su standard di calcolo internazionali. È stato utilizzato il “chilogrammo di CO2 equivalente”, ovvero l’unità di misura che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti, permettendo così di paragonare tra loro gas diversi considerando il loro contributo all’effetto serra. L’impatto medio del trasporto di ordini e resi è risultato pari a 2,78 kg CO2eq, con una oscillazione che variava dagli 0,97 agli 8,89 kg CO2eq in base al percorso ed al differente mezzo di trasporto. Ad esempio quindi, il reso di un paio di jeans, che è mediamente caratterizzato da un impatto di realizzazione di circa 8,2 kg CO2eq, aggiungerebbe altri 1,95 kg CO2eq e comporterebbe quindi un aumento del 24% di emissioni inquinanti.

Infine, Greenpeace ha ricordato che il settore dell’abbigliamento online è fra i più rilevanti in Italia e che giovani, digitale e fast-fashion sono i tre principali motori per la crescita del mercato della moda del mondo. Tuttavia, solo il 3% della moda è circolare e appena l’1% dei nuovi vestiti viene prodotto riciclando capi usati. Inoltre, l’organizzazione ha sottolineato che solo tra il 2000 ed il 2015 la realizzazione ed il consumo di prodotti tessili sono raddoppiati e che ogni anno, nell’Unione Europea, vengono gettati 5,8 milioni di tonnellate di abiti, corrispondenti a circa 12 kg a persona.

Nell’immagine: trash fashion


Area privata, area pubblica e «Area» che pubblica

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Leggendo i giornali capita, in certi giorni, di domandarsi se, saltabeccando da un tema di cosiddetta cronaca all’altro, non vi siano fra essi dei nessi tali da suggerire delle riflessioni più generali, che si potrebbero utilmente collegare fra loro e mettere a fuoco.

Mercoledì scorso “Il Fatto Quotidiano”, giornale diretto da Marco Travaglio, ha mandato un suo inviato a Gstaad, nell’Oberland bernese, per indagare (giornalisticamente, s’intende) sulla misteriosa residenza svizzera di Marella Agnelli, la vedova di cotanto Gianni, “liquidata” con una buona uscita da mezzo milione di Euro al mese a condizione di trasferirsi, appunto, nel nostro paese, e starsene lì buona e tranquilla lasciando gli affari in mano alla figlia Margherita ed ai litigiosi nipoti, un po’ Elkann e un po’ Agnelli (e un po’ lupi, tutti quanti) a contendersi un patrimonio che vale circa 35 miliardi di Euro.

In effetti, Nonna Marella ha preso residenza in Svizzera, in uno châlet neanche tanto bello, ma valutato 97 milioni + classico apparato di servitù, adeguatamente pagato in franchi svizzeri, per passarci, sulla carta, quelli che sarebbero stati i suoi ultimi sette anni di vita, fra il 2012 e il 2019. Per ragioni legate alle infuocate vertenze fra stuoli di inferociti avvocati, si sta però ora indagando se davvero Marella Agnelli trascorresse lì la maggior parte dell’anno, come dev’essere per legge (italiana), in modo da pagare le tasse in Svizzera. Sembrerebbe di no, per ora, visto che nessuno a Gstaad si ricorda di una tale Marella, ad eccezione di chi, in comune, ha incassato le tasse della signora. Tasse concordate, naturalmente, con una forma di “forfait” che ha permesso di far versare a nonna Agnelli il 3,5% del proprio patrimonio dichiarato al comune svizzero, invece del 49% che avrebbe dovuto pagare in Italia. Una differenza non indifferente, anche rispetto alle percentuali, di reddito e sostanza, che finiscono in tasse per un comune cittadino svizzero.

Ma è tutto regolare, per quel che ci riguarda: in Svizzera va così, per legge; semmai, se c’è qualche questione di “evasione”, tocca all’Italia dirimerla. Una vicenda che ha infiniti precedenti, specie nel rapporto con i nostri vicini del Paese dei “nullatenenti alla Fedez”, in un meccanismo che come sappiamo ha fatto i fasti della nostra sacra “piazza finanziaria” e che vale tutt’ora nella diffusa, da noi quasi spasmodica caccia al milionario da beneficiare fiscalmente.

Il “caso Agnelli” vale però, in fondo, più per la rilevanza della famiglia in questione e dei numerosissimi interessi finanziari in cui è implicata che come caso clamoroso particolare. In questa logica di convenienza fiscale che il nostro paese garantisce e persegue pervicacemente, i “casi” non si contano ormai più, se non per constatare che altrettanta attenzione e riguardo non sono certo assicurati dal fisco per chi, in Svizzera, lavora o ha lavorato per una vita, pagando regolarmente le tasse.

Così, in tutt’altra situazione, in tutt’altra realtà, un altro “caso” riguarda in questi giorni l’ex-vice primo ministro albanese Arben Ahmetaj che proprio a Lugano, dopo essere stato al centro di casi di riciclaggio e corruzione e dopo aver depositato, in anni e mesi recenti, ingenti somme su conti del Crédit Suisse – frutto di non chiarissimi affari di inceneritori ed altre faccende più o meno volatili – ora si dichiara perseguitato e chiede asilo politico. Lo ha rivelato un’importante inchiesta di “Area” a firma di Federico Franchini, che ha scoperto, fra l’altro, che l’influente politico albanese (improvvisamente caduto in disgrazia nel suo paese, da cui ha avuto appena il tempo di scappare in tutta fretta), risiede attualmente in un bello stabile, in via Stefano Franscini 11, di proprietà della città.

Un’interpellanza al Municipio è già stata depositata (primo firmatario Raoul Ghisletta) e chiede esplicitamente se corrisponda al vero quanto pubblicato da “Area” e se possa dirsi comprensibile e legittimo che un personaggio di questo tipo viva in una casa di proprietà comunale. Di fatto, un politico ed affarista straniero perlomeno controverso sta occupando (anche se pagando, si spera) uno spazio pubblico, ma qui non arriva la polizia a sgomberare. Ahmetaj è beatamente sistemato a due passi da Villa Saroli e forse diventerà presto un nuovo facoltoso contribuente della città. Strano? Ma no, anche qui è tutto regolare, i problemi ce li hanno gli altri. Che poi anche questo caso metta in questione non tanto la legge, ma la moralità di una logica così scopertamente squilibrata a favore di chi può permettersi depositi milionari ed avvocati d’assalto a scapito di chi si deve arrangiare con il proprio salario è solo un trascurabile dettaglio. Tant’è vero che, interpellate sul caso da “La Regione”, le due municipali di Lugano, hanno entrambe amabilmente scantonato e minimizzato. Non sia mai.

Il “Mattino della domenica” di ieri ha pensato bene, nella paginata che come di consueto ha voluto dedicare al “caos asilo”, di dimenticarsi dell’asilante eccellente di Via Franscini, ma non ha certo voluto trascurare di accanirsi sulla mobilitazione e lo sciopero degli statali in programma giovedì. “Scioperanti di lusso”, li chiama con congenito disprezzo il codino alla vaccinara di via Monte Boglia, che non esita a reiterare il solito ritornello dei privilegi di chi lavora nel settore pubblico (di sinistra) rispetto a chi è attivo in quello privato. E vien proprio voglia di chiedergli se davvero gli pare credibile che vengano trattati meglio gli insegnanti o il personale delle case anziani rispetto a discutibili figuri alloggiati in città con i propri milioni al caldo (che forse sgoccioleranno, chissà, prima o poi).

E in quanto ad occupazione di area pubblica per scopi privati, gli andrebbe anche domandato se sia tutto regolare che lui possa (far) affiggere il suo mega manifesto elettorale in spazi di proprietà comunale e se questa pratica possa valere per tutti in qualsiasi posto (si veda un’interpellanza appena inoltrata da Aurelio Sargenti). A lui non dispiacciono le ramine, comunque, e mentre evoca quelli che le “maiano”, lui ci si attacca.

Sui termini ed i concetti di pubblico e privato andrebbe forse fatto, una volta o l’altra, un utile dibattito. Perché così si continua solo a confondere le acque e a menare il can per l’aia. Per fortuna che, ogni tanto, “Area” pubblica. La zattera dei Naufraghi ringrazia.

Nell’immagine: il manifesto di Lorenzo Quadri in una fotografia di Aurelio Sargenti


Quando il TG lo facevano i pionieri

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Caro Renzo,

Sembra ieri che ci siamo visti ad Ambrì, a casa Mona, per il pranzo dei reduci del TG di Zurigo, come si diceva. Perché il Telegiornale della Televisione svizzera di lingua italiana ha due storie, quella di Zurigo, nata alla fine degli anni cinquanta, e quella di Comano, iniziata nel 1989.

In Leventina eravamo uno sparuto gruppo che si incontrava per gustare la pasta ai funghi, gustosissimi porcini raccolti da Guido Jelmini nei boschi sopra Catto. Al tavolo c’erano Mario Barino, insostituibile colonna del TG, Tiziana Mona, padrona di casa, prima donna presentatrice di un telegiornale in Europa, Edoardo Carlevaro, Franco Valchera, Franca Verda Hunziker, Peter Lorenzi, Zoe Salati e il sottoscritto. Un’occasione per ricordare un modo di lavorare e di vivere in redazione che ormai non esiste più.

La redazione delle origini si è assottigliata e ora te ne sei andato anche tu, ma rimarrai nella storia di questa piccola grande televisione, che hai visto nascere e hai contribuito a far crescere. Hai assunto la responsabilità del Telegiornale nel 1979, quando Dario Robbiani ha lasciato per intraprendere la strada della politica diventando consigliere nazionale e presidente del Partito socialista ticinese.

Hai gestito gli anni della trasformazione del TG. Il passaggio dalle macchine per scrivere, con i caratteri grandi perché poi si dovevano leggere i testi in diretta, ai computer. Parallelamente si moltiplicavano le immagini che arrivavano in redazione. All’inizio solo alle cinque di sera, poi, via via, una cascata di immagini in provenienza dal mondo intero.

La redazione di Zurigo aveva, ancora alla fine degli anni settanta, un carattere pionieristico. Era un’isola che si vantava di essere indipendente dal centro di Comano: lontana dal piccolo Ticino, dai condizionamenti, forse più immaginari che reali, che la storia del Cantone implicava. Il gruppo che aveva iniziato, con te c’erano Robbiani, Barino, Carlevaro, Costantini, Jelmini, Cambi, Mona era anche una cerchia di amici. Eravate molto giovani, trentenni di belle speranze. Lavorare a Zurigo voleva dire essere a contatto con i colleghi della redazione svizzero tedesca e romanda. Un’ottima occasione per realizzare la coesione nazionale.

Sei entrato nelle case ticinesi per anni, alle otto di sera. Ricordo che amavi ripetere, ai giovani che iniziavano, che “il mestiere va rubato”. In effetti, il giornalismo non è frutto dello studio (oggi ormai scontato) ma è curiosità, passione, ricerca, capacità di scrittura. Grande scuola il TG, per imparare a calibrare le immagini con i testi e, soprattutto, a scrivere in modo chiaro e conciso. La tua scrittura era particolarmente limpida, nitida, sempre chiara, senza inutili svolazzi. Una prova ulteriore di questa tua capacità di comunicare la si ritrova nelle tue “Spigolature”, rubrica dell’ Avvenire dei lavoratori, il giornale socialista fondato nel 1899 a Zurigo da emigranti italiani.

Al di là della tua passione per il giornalismo c’è stato, sempre, l’impegno e la vicinanza all’emigrazione italiana in Svizzera, a Zurigo in particolare. Sei sempre stato presente al Cooperativo, il ristorante degli emigrati, dove per decenni ha salutato i clienti l’effige di Carlo Marx e alle pareti c’erano i quadri di Mario Comensoli, il pittore ticinese che ha descritto operai in tuta blu e giovani punk. Il Cooperativo, triste coincidenza, ha appena chiuso i battenti.

Caro Renzo, a nome di tanti colleghi e, soprattutto, dei giovani che hanno iniziato con te, ti ringrazio per quanto ci hai insegnato. Con l’esempio che garantisce la qualità del lavoro con impegno ma anche con simpatia; con serietà ma pure con buone dosi di ironia;  con fatica ma anche con leggerezza.

Grazie di cuore.

Fabio Dozio


Con Renzo Balmelli scompare una figura storica dell’informazione della RSI. Ho lavorato con lui per oltre 20 anni. È stato il mio capo esteri e capo del Telegiornale a Zurigo.

Una collaborazione intensa, in quanto i miei lunghi anni al Telegiornale erano per la maggior parte dedicati alla politica estera, in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, in pieno Thatcherismo.

Grazie a Renzo e alla sua disponibilità per la politica estera ho potuto realizzare reportages di grande interesse. In fondo si era un po’ immedesimato nel mio interesse per questi paesi, al punto che mi chiamava Charlie. Lavorare con lui è stato molto proficuo, non sempre facile. Aveva un carattere forte e ogni tanto lo stress aveva la meglio su di lui.

Renzo era sempre disponibile e pronto a darmi il benestare per trasferte impegnative come le elezioni presidenziali americane.

Lo ricordo anche come un ottimo presentatore del Telegiornale. Aveva una voce chiara e forte e penso che il pubblico lo sentiva un po’ suo, nel senso che sapeva superare la barriera della telecamera e arrivare direttamente al pubblico. La telecamera infatti non perdona. Non è un’amica. È severa e intransigente.

Caro Renzo, sono molto dispiaciuta per la tua scomparsa e per il lungo, troppo tempo che per mille ragioni hanno fatto si che non ci siamo più incontrati.

Sei stato presente e attivo nella mia carriera giornalistica per tanto tempo e sempre pronto ad ascoltarmi.

Per questo ti sono molto grata.

Buon viaggio Renzo.

Carla Ferrari


Era il 1. agosto del 1962: il mio arrivo al Telegiornale storico, il programma nazionale trilingue diffuso da Zurigo. Accolto a braccia aperte da Dario Robbiani, capo della redazione di lingua italiana, da Renzo Balmelli, suo vice e da Mario Barino.

Renzo, brillante, curioso, spiritoso, con una predisposizione per l’attualità internazionale, forse germogliata a Ginevra, dove aveva frequentato la scuola di interprete. Studi e ambiente, ma soprattutto la sua naturale curiosità, il suo desiderio di capire, l’avevano avvicinato al giornalismo, quello televisivo, agli albori, e quello scritto, che a volte esercitava indossando la veste di corrispondente di importanti quotidiani italiani, come Il Giorno. Un’attività benvenuta in quei tempi pionieristici.

Sposava, con estrema disinvoltura, l’impegno professionale con una quotidianità alimentata anche da passeggiate, battute, racconti divertenti. E con l’amata famiglia, riferimento costante, porto sicuro, che gli dava la forza e la tranquillità che si riflettevano nel suo modo di essere: aperto, divertente, impegnato.

Marco Cameroni


Nell’immagine: un giovanissimo Renzo Balmelli (a sinistra) nella redazione del Telegiornale a Zurigo con Guido Jelmini e Dario Robbiani


L’ONU ha chiesto l’embargo immediato sulla vendita di armi a Israele

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Di Roberto Demaio, L’Indipendente

Qualsiasi trasferimento di armi o munizioni che verranno utilizzate a Gaza da Israele «violerà probabilmente il diritto umanitario internazionale e quindi dovrà cessare immediatamente». Si apre così il nuovo comunicato stampa dell’ONU che chiede l’embargo immediato sulla vendita di qualsiasi equipaggiamento militare che potrebbe anche solo potenzialmente essere usato nel conflitto. Tra i motivi della decisione ci sono la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio, secondo cui esiste un rischio plausibile di genocidio a Gaza, e la Convenzione sul genocidio del 1948, che impone agli Stati di impiegare tutti i mezzi ragionevolmente a loro disposizione per prevenire, per quanto possibile, il genocidio in un altro Stato. «Il diritto internazionale non si impone da solo. Nelle circostanze attuali ciò rende necessario fermare le esportazioni di armi», sottolinea infatti il comunicato. La richiesta si somma ad una serie di prese di posizione nettissime da parte dell’Organizzazione, la quale, nonostante il carattere internazionale, è ormai solita utilizzare un linguaggio sempre più duro e diretto per cercare di coinvolgere gli Stati a contribuire per fermare il massacro a Gaza. Un esempio lo ha fornito Francesca Albanese, relatrice Onu sulla Palestina, la quale ha dichiarato che Israele «incarna l’apartheid per eccellenza» e che la guerra a Gaza è «un olocausto contro il popolo palestinese».

Il comunicato stampa apre accogliendo con favore la decisione di una corte d’appello olandese, che ha ordinato la sospensione delle esportazioni di aerei da caccia F-35 in Israele, e con i numeri: distruzione del 60% delle abitazioni civili, danni ingenti agli ospedali, alle riserve idriche ed alimentari, fame e malnutrizione, sfollamento e oltre 29 mila morti e quasi 70 mila feriti dal 7 ottobre. Numeri che parlano da soli e che mostrano che «Israele ha ripetutamente mancato di rispettare il diritto internazionale». Motivo per cui, secondo il documento, non bastano i blocchi delle importazioni imposti da parte di Belgio, Italia, Spagna e Paesi Bassi, ma serve una sospensione immediata dei trasferimenti di armi ad Israele da parte di tutti gli altri Stati membri che coinvolga anche le licenze di esportazione e gli aiuti militari. Inoltre, l’embargo dovrebbe coinvolgere anche il commercio con Hamas ed altri gruppi affiliati, anche loro attenzionati dal diritto internazionale dopo le vicende del 7 ottobre 2023.

«I funzionari statali coinvolti nelle esportazioni di armi possono essere individualmente responsabili penalmente per aver aiutato e favorito eventuali crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti di genocidio. Tutti gli Stati, in base al principio della giurisdizione universale, e la Corte penale internazionale, possono essere in grado di indagare e perseguire tali crimini», secondo il comunicato. Inoltre, viene richiesto che gli Stati facciano tutto ciò che è “ragionevolmente in loro potere” per prevenire e fermare le violazioni del diritto internazionale, e il tutto attraverso misure di dialogo diplomatico, assistenza tecnica, eventuali sanzioni, avvio di procedimenti presso la Corte Internazionale di giustizia e sostegno di essi, creazione di indagini penali nazionali e richieste di incontri tra le parti allo scopo di rispettare le Convenzioni di Ginevra. Impegnarsi nella maggior parte di queste attività, secondo l’ONU, è fondamentale per adempiere al dovere di prevenire il genocidio. Infine, il comunicato sottolinea che l’appello è rivolto anche alle aziende produttrici di armi, che rischierebbero di essere complici nelle violazioni e si conclude così: «Il diritto internazionale non si impone da solo. Tutti gli Stati non devono essere complici di crimini internazionali attraverso trasferimenti di armi. Devono fare la loro parte per porre urgentemente fine all’inesorabile catastrofe umanitaria a Gaza».

Una presa di posizione di livello tutt’altro che differente poi è arrivata anche da Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, che ad una conferenza stampa promossa dal Consiglio Comunale di Firenze ha dichiarato: «È apartheid, non abbiate paura di dirlo. Il Sudafrica ci ha dato la parola, ma la realtà è incarnata da Israele per eccellenza». Ha poi aggiunto che in Italia il clima «non è affatto favorevole a parlare liberamente di Palestina o di Israele e dei territori palestinesi occupati, nemmeno in un momento in cui vengono commesse atrocità» in quanto «la questione della Palestina e di Israele e scuote equilibri politici e pregiudizi radicati. E spesso porta alla censura e all’autocensura».

Nell’immagine: secondo Human Rights Watch Israele ha usato bombe al fosforo a Gaza e in Libano


La realtà dei fatti e le fake news

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Di Paolo Gerbaudo, Il Mulino

Un’espressione più di ogni altra ha condensato le paure di involuzione non solo sociale e politica ma, in senso più ampio, anche culturale ed epistemologica del decennio passato: “fake news”. Assieme ad altre come “post-verità”, divenne corrente a partire dal 2017, a seguito dell’elezione di Donald Trump, per esprimere l’operazione di manipolazione della realtà attribuita alla destra reazionaria e ai suoi media di riferimento. La sfera pubblica contemporanea – sempre più segnata dall’effetto dei social media e dal modo in cui hanno eroso il ruolo delle istituzioni tradizionali e professionalizzate del mondo dell’informazione, dando spazio a giornalisti e opinionisti fai-da-te – è stata additata come uno dei fattori decisivi nel montare di nuovi movimenti reazionari e negazionisti. Questa diagnosi è quasi sempre accompagnata dalla prognosi secondo cui, per combattere il nuovo oscurantismo nell’era della post-verità, sia necessario ristabilire l’inoppugnabilità dei fatti, del dato di realtà, di fronte a un dibattito sempre più dominato dalla polarizzazione delle opinioni.

Il panico morale rispetto all’erodersi di una realtà condivisa dalla popolazione a dispetto delle opinioni politiche ha alimentato una serie di nuove pratiche mediatiche volte esplicitamente a ristabilire la “realtà dei fatti” contro chi viene accusato di calpestare la verità. Ne è esempio la popolarità delle attività di “fact-checking” (controllo della veridicità dei fatti) promossa da news media – ad esempio in occasione di dibattiti tra politici – o da social media nel contesto delle loro attività di moderazione dei contenuti. Lo stesso vale per la moda recente della “open source intelligence”, divenuta particolarmente nota nella copertura sui social del conflitto in Ucraina, con esperti professionali o amatoriali che si occupano di incrociare varie fonti di informazione (ad esempio immagini amatoriali provenienti da una zona di conflitto con geo-localizzazione e informazioni di archivio) per verificare se la versione dei fatti fornita dagli attori in campo sia credibile. Ma si tratta di una risposta credibile alla disinformazione? O rischia piuttosto di riaffermare involontariamente le basi di legittimazione dei nuovi ciarlatani dell’era dei social?

È comprensibile che la proliferazione delle fonti di informazione, prodotta da Internet e dai social media, e al contempo l’erosione dell’autorità dei mezzi di informazione tradizionale – che il sociologo culturale Stuart Hall descriveva come “primary definers” (detentori del potere di definizione) della realtà – alimenti una domanda di nuove pratiche volte ad accertare la veridicità di quanto vediamo e leggiamo in Rete. Un vantaggio di Internet come strumento democratico è che consente ai cittadini di poter accedere facilmente alle fonti primarie. Tuttavia le tecnologie digitali aprono anche nuovi ambiti di disinformazione, in cui il rischio di manipolazione è evidente. Si pensi a come le app di intelligenza artificiale creano video che mettono in bocca a personaggi famosi frasi a piacimento o lingue che non parlano: non è che una delle prime manifestazioni del Deep fake, ossia forme di fake news che diventano sempre più difficili da distinguere dalla realtà.

Tuttavia, questo appello alla “verità inoppugnabile dei fatti” e alla “realtà oggettiva” come antidoto contro i ciarlatani rischia di ottenere l’effetto opposto di quello desiderato, cioè ricostruire una base di verità fattuale condivisa. Contrapponendo la verità alla falsità in un grande scontro manicheo si rischia di creare a nostra volta una mistificazione; negare che la stessa “verità oggettiva” (o le tante versioni di essa che vengono proposte) non è un dato di natura, ma piuttosto il prodotto di un processo conoscitivo e rappresentativo di una interpretazione della realtà.

La necessità di affermare il carattere interpretativo di ogni verità è stato uno degli insegnamenti più importanti del grande filosofo torinese Gianni Vattimo, mancato qualche mese fa. Seguendo la scorta di una famosa frase di Nietzsche, secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni” e il lavoro di Georg-Hans Gadamer in Verità e Metodo, Vattimo affermava che verità e interpretazione non sono in contraddizione, al contrario, “non si dà esperienza di verità se non come atto interpretativo”. Questo significa che bisogna andare oltre una visione della scienza e della conoscenza come descrizione della realtà, in base al modello della “corrispondenza”; al contrario la verità scaturisce solo da un atto di lettura che per sua natura è sempre situato in una comunità epistemica e in una tradizione linguistica e simbolica che non può mai essere assoluta. […]

Queste considerazioni rispetto al rapporto tra fatti e interpretazioni sono molto utili per fare i conti con la condizione sempre più preoccupante della sfera pubblica nell’era dei social media. Gran parte della “tossicità” che viene da più parti attribuita ai dibattiti che si svolgono sulle reti sociali può essere ricondotta esattamente al modo estremamente problematico in cui diversi attori mediatici e politici si ergono a soli depositari del potere di “definire i fatti”; o meglio, seguendo i termini di Vattimo, di attribuire ai fatti un’interpretazione univoca, nascondendo così come quelli che vengono chiamati fatti sono in realtà interpretazioni.

Le manifestazioni di questa assolutizzazione dei fatti sono molteplici. Basti pensare all’importanza attribuita a episodi specifici in alcuni conflitti armati recenti come il massacro di Bucha in Ucraina o il bombardamento dell’ospedale Al-Shifa nella Striscia di Gaza. In entrambi i casi l’accertamento dei fatti e lo scontro tra versioni alternative dei fatti – corredata ovviamente dalla partecipazione di diversi esponenti individuali e collettivi del mondo della “open source intelligence” – è andata ben oltre l’ambito di ricostruire in maniera esatta la dinamica degli eventi e le responsabilità. Piuttosto è assurta a un livello valutativo molto più alto: stabilire le responsabilità del conflitto armato e accertare chi in questo conflitto fosse l’attore da biasimare, spesso nel contesto di narrative a tinte fortemente moraliste e manichee, allergiche a qualsiasi dato di contesto.

C’è un fenomeno più generale che dovrebbe metterci ancora in guardia rispetto al rischio della assolutizzazione dei fatti. Troppo spesso si è parlato dei social media come di un nuovo spazio di informazione, segnato dall’emergere dei cosiddetti “citizen journalists” e grazie al quale la nostra conoscenza fattuale della realtà sarebbe cambiata. Tuttavia, i social media sono molto più uno spazio di opinione che di informazione. Essi hanno contribuito a quella che potremmo definire una “massificazione della produzione di opinione pubblica”, aprendo lo spazio a una miriade di soggetti più o meno amatoriali che oggi partecipano al dibattito esprimendo interpretazioni alternative della realtà.

Questo ci fa capire meglio come quotidianamente ogni tema, evento, notizia diventino l’oggetto di quelle che volgarmente vengono definite “polemichette”, cioè contese simboliche la cui faziosità politica è fin troppo evidente. Più propriamente, e riagganciandoci all’ermeneutica, potremmo descriverle come guerre interpretative, attraverso le quali diversi attori in campo “citano” eventi e tendenze in corso; spesso non tanto per illuminare il loro significato attraverso la propria lente interpretativa (il che sarebbe pienamente legittimo), ma piuttosto per una classica argomentazione pro domo sua: dimostrare la bontà della propria lente interpretativa alla luce di un fatto o “dato” specifico.

Questo suggerisce anche che pensare di risolvere la situazione creando nuovi reati di disinformazione, come sostenuto dal leader dei Verdi Angelo Bonelli con la sua proposta di istituzione del reato di negazionismo climatico, è la risposta sbagliata; proprio perché il confine tra fatti e interpretazioni, notizie e opinioni, è molto più labile di quello che viene comunemente accettato dall’establishment liberale nel contesto delle sue campagne anti-populiste e anti-fake news. Piuttosto la risposta adeguata a chi fornisce interpretazioni evidentemente faziose e in cattiva fede dovrebbe essere inchiodare gli autori alla responsabilità delle conseguenze politiche delle loro interpretazioni. Ma fare questo comporterebbe appunto superare l’illusione (suppostamente ideologica, in realtà iper-ideologica) che i fatti possano parlare da sé.

Nell’immagine: solidi argomenti


Contro la 13ma AVS la NZZ ha perso ogni ritegno

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Il 3 marzo si voterà sull’iniziativa dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) per l’introduzione di una tredicesima mensilità AVS (AVS13). I quotidiani stanno giustamente dando ampio spazio alla discussione su questo importante tema. La “Neue Zürcher Zeitung” (NZZ) va oltre e prende posizione. Negli ultimi tre mesi, il quotidiano ha dato voce a coloro che ritengono che un “sì” alla AVS13 sarebbe una tragedia. Peggio ancora, sostiene direttamente questa posizione, in un modo quantomeno eticamente discutibile.

Lo scopo della AVS13 è chiaro. I suoi promotori sottolineano la situazione deplorevole di parte della popolazione anziana, e la possibilità di trovare fondi sufficienti per la nuova pensione. La maggior parte del cosiddetto blocco borghese si oppone, sostenendo che una tredicesima mensilità costerà troppo e denunciando il “principio dell’annaffiatoio”, ovvero che tutti riceveranno questa mensilità supplementare, anche chi non ne ha bisogno. Non entriamo nei dettagli di queste argomentazioni. Ricordiamo solo che il principio dell’annaffiatoio è la base su cui funziona l’AVS: tutti pagano e tutti hanno diritto a una pensione. Solo che i contributi dipendono dal reddito, quindi i ricchi pagano più di quanto ricevono. Sarà così anche per la tredicesima, soprattutto se sarà finanziata da un (piccolo) aumento dei contributi dei lavoratori.

Pedagogia della ripetizione?

Una volta sviluppati questi argomenti, cos’altro si può fare? Si possono ripetere spesso! È quello che ha fatto la NZZ negli ultimi tre mesi, durante i quali ha dedicato non meno di quaranta articoli all’opposizione all’iniziativa. Alla fine di novembre 2023 ha cominciato con un articolo intitolato “La tredicesima pensione non risolve nessuno dei problemi della previdenza per la vecchiaia”. All’inizio di dicembre, il quotidiano zurighese ha sottolineato che la tredicesima viene già pagata nel Liechtenstein, ma non ha perso l’occasione per paragonarla a un regalo di Natale. Due giorni dopo, un punto di vista esterno (!) ha spiegato perché il principio dell’annaffiatoio è antisociale, e in un numero di poco successivo il principio è stato nuovamente criticato in relazione a una decisione del Consiglio nazionale, che aveva appena votato all’unanimità un aumento delle pensioni degli anziani “bisognosi” (virgolettato tratto dal testo).

Subito dopo Natale, la consigliera federale liberale Karin Keller-Sutter ha spiegato in un’intervista che, a differenza dell’aumento del budget dell’esercito, la AVS13 comporterebbe un aumento delle tasse. Nella prima edizione domenicale di 2024, il quotidiano zurighese solleva un nuovo tema: se la AVS13 passerà, altri miliardi andranno all’estero a beneficio degli 800.000 pensionati svizzeri espatriati. In quello stesso numero del giornale si propone anche un’intervista al socialista Pierre-Yves Maillard, che come presidente dell’USS è considerato da molti il principale difensore dell’iniziativa. Gli espatriati vengono dipinti come approfittatori, e le domande rivolte a Maillard non sono gentili. Il giorno successivo la NZZ passa a sostenere che la AVS13 minaccia il potere d’acquisto dei giovani, e chiede esplicitamente all’UDC di scendere in campo per combatterla. Il fatto è che alcune sezioni locali del partito avevano deciso di sostenere l’iniziativa. Nella stessa settimana, con un titolo ad effetto insinua che vi sia ipocrisia e menzogna nel discorso sulla previdenza per gli anziani. Come si vede, questa marea di articoli sulla AVS13 è ben lontana dall’avere un obiettivo (esclusivamente) educativo: mira anche a convincere i lettori dell’imminenza di una tragedia.

Un’argomentazione di dubbio gusto

Il 12 gennaio, una piccola rubrica della sezione “Svizzera” riporta una conversazione tra quattro anziani, ascoltata nella prima classe di un treno. La conversazione si apre con una prima signora che si rallegra per l’acquisto di un abbonamento generale di prima classe, che ha utilizzato il giorno precedente per fare un viaggio di andata e ritorno a sud delle Alpi per pranzare. Poi una seconda signora dice che lei e suo marito andranno a Città del Capo per giocare a golf, e che anche loro sono contenti di avere un abbonamento generale di prima classe, che permette loro di non dover acquistare biglietti per raggiungere l’aeroporto. Si parla poi dei loro viaggi a Las Vegas e in Texas, e infine di un’amica che, con le sue sei sorelle, tutte ottantenni, partirà per Strasburgo. Il marito della prima signora si dichiara sorpreso da questo progetto, visto che l’amica può contare solo su una pensione AVS. La moglie approfitta di questa osservazione per invitare i tre compagni di viaggio a sostenere la AVS13. Fine della scenetta, il cui messaggio sembra essere che l’obiettivo di AVS13 sia quello di permettere agli anziani ricchi di viaggiare.

Si direbbe che la NZZ abbia adottato il proverbio secondo cui il fine giustifica i mezzi. (Per inciso, anche la persona che raccontava la storia viaggiava in prima classe). La raffica di articoli continua, denunciando due volte il “mito dei pensionati poveri”, ma anche svelando lo “scomodo segreto dell’AVS”, ovvero che si riceve più di quanto si paga, convinti pure di averlo pienamente guadagnato. Inoltre, la AVS13 metterebbe in discussione il modello di successo della Svizzera e naturalmente, si dice,  costringerà ad aumentare l’età pensionabile. L’iniziativa non è roba seria, e il finanziamento dell’AVS deve essere fonte di preoccupazione. Un redattore è arrivato al punto di lanciare un appello al Partito dei Verdi affinché la smetta di essere ipocrita e si preoccupi della sostenibilità di questo finanziamento così come si preoccupa del clima. Dato che il freno al debito è un tema d’attualità, viene proposto un freno al debito apposta per l’AVS.

Nell’analisi economica si ammette che è difficile determinare la povertà dei pensionati, ma ciò non impedisce di intitolare un articolo “I poveri stanno meglio dopo la pensione”. Segue un altro titolo shock: “L’AVS è in fiamme e noi ci versiamo sopra l’olio”. Si prosegue con le testimonianze degli esperti. Il tesoriere capo dell’AVS esprime la sua preoccupazione che AVS13 passi. Il presidente dell’Associazione Svizzera d’Assicurazioni difende il funzionamento attuale del sistema di sicurezza sociale. Le redattrici non sono da meno: una si chiede fino a che punto la Svizzera voglia diventare socialista e se si consideri un “Paese-Club-Med”, cioè uno dove ci si serve finché il buffet è guarnito; un altro ironizza sul fatto che il popolino invii piccole somme a sostegno dei promotori di AVS13.

Schieramento

Solo pochi giorni fa, nel breve testo che precede una presentazione grafica delle istruzioni di voto dei partiti e di varie altre organizzazioni, il giornale ha scritto: “La NZZ respinge l’iniziativa”. Era davvero utile? Non è una pratica inappropriata? Ci sono quotidiani svizzeri le cui posizioni politiche esplicite non sorprendono, come Weltwoche, Le Courrier e Republik. Negli Stati Uniti è prassi comune che le redazioni esprimano apertamente il loro sostegno a un determinato candidato durante le elezioni, ma lo fanno in uno spazio separato da quello dedicato alle notizie.

La NZZ occupa un posto particolare nel panorama mediatico svizzero: sappiamo che è vicina al partito liberale, ma è difficile capire perché abbia sentito il bisogno di schierarsi in questo modo. Gli oppositori di AVS13 hanno altri modi per far sentire la propria voce e, contrariamente a quanto alcuni vorrebbero far credere, l’iniziativa non è sostenuta solo dai partiti di sinistra. Infatti, molti membri di organizzazioni contrarie, come l’UDC e l’Unione Svizzera dei Contadini, voteranno a favore. La NZZ sembra sentire il dovere di affermare una propria identità ideologica. Lo abbiamo qui evidenziato in relazione ad AVS13; altri hanno osservato, nelle sue pagine degli ultimi mesi, una netta “deriva” filo-atlantica. È come se il giornale cercasse di isolare i suoi lettori in una bolla informativa, sul modello dei social network. In ogni caso, appare del tutto evidente qui che la NZZ non ha saputo mantenere il giusto equilibrio nel dare le informazioni. Ha perso ogni ritegno.

Articolo pubblicato in francese dal sito “Bon pour la tête” e qui tradotto in italiano a cura della redazione con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: manifesto della campagna UDC per il NO alla 13ma AVS


Quelle parole da tatuare

Le elezioni regionali in Sardegna, vissute come una gara nazionale, segnano a sorpresa la prima sconfitta della destra di fronte all’improvvisato “campo largo” della coalizione di sinistra 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

A dire dei fatti di Pisa da Sergio Mattarella bisogna per forza cominciare, nella mia pur lasca memoria di cronista non ricordo difatti precedenti. Mai che un Presidente della Repubblica sia intervenuto a ferro caldo su una manifestazione di piazza, su uno scontro fra ragazzi e polizie. Ciampi forse fu l’ultimo, era guarda che coincidenza il G8 di Genova. Era 23 anni fa e un carabiniere di leva ausiliario, Mario Placanica, aveva appena ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Carlo Giuliani aveva 23 anni e in mano un estintore arancione, Mario Placanica ne aveva 20 e in mano una pistola d’ordinanza. Sempre da lì bisogna ripartire se qualcosa si vuole capire: le ferite non rimarginate si infettano — nella Storia. Ciampi però allora si rivolse ai dimostranti, non alla polizia. Disse sì, “sgomento e immenso dolore per la vita spezzata”, ma poi disse dai, ragazzi, smettetela. Noi stiamo qui tenendo un vertice importantissimo, ne va dei destini del mondo, non lo “vanificate con atti indegni”. Solo che l’unico atto davvero indegno — violento, mortale — fu quel colpo di pistola e non veniva dai manifestanti. Ma era il Capo dello Stato, era Ciampi e nessuno, quasi nessuno su quelle parole fiatò.

Stacco. Un lunghissimo ventennio in cui tutto nel mondo è cambiato. Tutto tranne le persone, che a volte muoiono (Berlusconi era presidente del Consiglio, allora. Non è più su questa terra) altre volte ricorrono. Il questore attuale di Pisa, Sebastiano Salvo, era un giovane vice nel 2001, a Genova. Leggo dall’informata cronaca di Giuliano Foschini che “chi lo conosce dice che non è uno che mandi a picchiare i ragazzini”. Non ho motivo di dubitarne, almeno non ne ho gli elementi, ma di certo quei giorni li ricorda — ne avrà ben fatto esperienza. Sono stati giorni che hanno cambiato la direzione della storia. Stacco, dicevo. Sergio Mattarella.

Che a ventiquattr’ore dai fatti si rivolge con un comunicato del Quirinale non agli studenti, in maggioranza minorenni, che manifestavano a Pisa. No. Si rivolge al ministro dell’Interno, il capo delle forze di polizia. Gli dice dai, smettetela — proprio come il suo predecessore disse ai manifestanti ristabilendo finalmente chi è chi, chi ha il compito di fare cosa. Una specie di restituzione, di risarcimento. Sono poche righe, sei righe. Le parole sono importanti, al Quirinale si pesano e si misurano. Facciamo dunque l’esegesi del testo come da ragazzi a scuola, come fosse una terzina dantesca. Cosa ha fatto ieri il Presidente della Repubblica? Leggiamo. “Ha fatto presente al ministro dell’Interno”(si chiama Matteo Piantedosi, il ministro dell’Interno. È originario della provincia di Avellino. È un prefetto. È un tecnico, in questo governo “vicino alla Lega”, così si dice. “Vicino” perciò nella spartizione indicato come ministro da Salvini, del quale ha assecondato le politiche ostili all’accoglienza degli immigrati, per esempio, fino al disastro di Cutro. Mattarella lo ha chiamato al telefono? Certo. Immaginare il momento. Ministro, il Presidente è in linea. Che piacere. Dica, Presidente). Il comunicato, da capo. “Il presidente della Repubblica ha fatto presente al ministro dell’Interno, trovandone condivisione”. Trovandone condivisione. Capolavoro. (Per tutto il tempo, questo significa il testo in ogni vocabolo ponderato, il ministro ha detto ma certo, assolutamente, senz’altro Presidente, è esattamente così). Di cosa, Piantedosi ha trovato condivisione? Del fatto — continua il testo del Quirinale — che “ l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli”. (Immaginare qui la faccia del ministro all’altro capo del telefono. Forse un sorso d’acqua. Riflettere sull’implicito devastante riferimento alla distanza che corre fra autorità e autorevolezza. Non sei ganzo se sei forte, se meni e insegui e rompi il naso ai ragazzini con lo zaino. Sei ganzo se sei autorevole e non hai bisogno di menare. La parola “manganelli” in un comunicato della presidenza della Repubblica, inaudita. Rimandi di memoria, per chi ne ha, a Giovanni Gentile ministro dell’istruzione nel Ventennio-matrice. “La predica e il manganello”. La Storia che sempre ritorna). Non si misura, l’autorevolezza, sui manganelli — dice come un faro Mattarella — “ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni”. Perché difatti assicurare ordine e sicurezza è compito vostro, per questo si chiamano Forze dell’Ordine. (Immaginare il sì sì certo Presidente. C’è stata qualche “difficoltà operativa” ma gli agenti responsabili degli abusi, quelli che hanno inseguito e preso a manganellate — talvolta ridendo, sì lo so che ci sono i video dei telefoni, ma le assicuro che quelli che hanno fratturato la faccia ai ragazzini che scappavano nei vicoli di Pisa saranno identificati e sanzionati. Ecco, molto bene. “Al contempo”. Riflettere su al contempo. Tu, ministro, devi assicurare l’ordine ma non puoi intanto, al contempo, non garantire la libertà di manifestare il pensiero. Ti è chiaro? Senz’altro è chiarissimo Presidente). Poi la pietra tombale. “Coi ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”. Una frase da tatuare. Pensa che picchiarli serva? Assolutamente no. Non crede che manifestare davanti alla Rai, davanti a un teatro, portare un fiore per Navalny, dire in pubblico sono antifascista, stop al genocidio, non credete che ci sia enorme sproporzione fra la libera manifestazione del pensiero e il manganello in tenuta antisommossa? Certo, presidente. Perché picchiare è un fallimento, sa? È segno di debolezza. Hanno vinto loro se picchiate, lo tenga presente. Questo dice, lo storico comunicato del Quirinale. Mettete via quei manganelli. Tornate a bordo della democrazia, cazzo.

Nell’immagine: il Presidente Mattarella durante il suo intervento


Ritorni di…fiamma

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