Io me ne andrei

 

Di Mattia Feltri, La Stampa

Spero abbiate visto le immagini dei ragazzi presi a manganellate dalla polizia a Pisa. Sono ragazzi delle scuole superiori, coi capelli esuberanti, i giubbotti colorati, l’acne e il resto dell’armamentario adolescenziale, comprese le frasi fatte scandite in coro di cui un giorno non pochi di loro sorrideranno, magari vergognandosene, come è successo a noi. Sarà che ho figli di quell’età, e immaginarmeli manganellati mi fa venire il sangue agli occhi, e tutto quanto posso dire al ministro dell’Interno è di valutare l’adeguatezza con cui ricopre il ruolo. 

Le opposizioni hanno protestato focosamente e giustamente, e per fortuna si è colto dell’imbarazzo anche i fra i partiti di governo. Ma solo imbarazzo, niente di più. Mi spiace invece che qualche giorno fa quasi nessuno, a destra e a sinistra, abbia ritenuto utile commentare il record di ragazzi rinchiusi nelle carceri minorili: oltre cinquecento, come non succedeva da quindici anni, e nonostante i reati commessi dai minori non siano in aumento (sui manifestanti vien bene la propaganda, sui detenuti no). C’entrano le nuove leggi che rendono più facile sbattere dentro i ragazzi, magari per un pugno di spinelli. Bisognerebbe insorgere contro un governo che si diverte e menare e a incarcerare i nostri figli con la boriosa pretesa di raddrizzarli. Invece niente. E ai giovani direi: andatevene. Fossi in voi, io me ne andrei. Quando avevamo la vostra età, studiare all’estero e sperare di rimanerci era un privilegio per pochissimi. Ma ora è più facile, servono meno soldi e buoni voti. Se avete un cervello, vi resta una grande chance: che sia un cervello in fuga.

Nell’immagine: una ragazza colpita dai manganelli



Dacci oggi il nostro abisso quotidiano

 

Ho seguito, il 21 febbraio, alla Filanda di Mendrisio, la presentazione, da parte di Yari Bernasconi, del libro di Odile Cornuz, che avevo appena terminato di leggere. Davanti alla scrittrice campeggiava un grande vaso in vetro. Conteneva una decina di rose a stelo lungo, anzi lunghissimo. Aperte, turgide, nel pieno della fioritura. Ma (almeno viste da una certa distanza) quelle rose erano artificiali: in stoffa, o più probabilmente, in plastica. 

Rose sintetiche, insomma, accoglievano un’autrice e un libro che ci parlano d’amore, del sentimento più profondo che si possa provare, idealizzato ma potenzialmente distruttivo, che Cornuz, in 166 pagine, descrive nella sua fragilità crescente, nella sua incapacità cronica di resistere, rinnovarsi, perdurare.

Anche se inizialmente attratti, disposti a prendersi per mano e a trasformare due itinerari individuali in un percorso comune – sembra dirci l’autrice – solo in casi rari e straordinari, due individui riusciranno ad arrivare insieme fino in fondo, a completare il miracolo per cui 1+1 fa ancora 1, un 1 diverso che non è somma, ma sintesi. Una nuova unità capace di includere, rispettare, tollerare, esaltare le specificità dell’altro. Espressioni come “l’altra metà” o “la mia metà”, sono dunque, per lo più, dei luoghi comuni, forzature nel lessico banale delle consuetudini, del tutto assenti nella realtà quotidiana di miliardi di persone.

Proprio quel mazzo di rose poste davanti al tavolo della Filanda, al quale sedevano autrice, traduttrice, lettrice e presentatore – che, a guardarle da lontano, sembravano pervase da una vitalità esplosiva e incontenibile, ma osservandole da vicino si rivelavano pura finzione, e dunque inganno – quel mazzo di rose cimiteriali rappresentava perfettamente la parabola di coppia descritta in Fucile, appena tradotto in italiano da Carlotta Bernardoni-Jaquinta per Gabriele Capelli Editore.

Romanzo? Racconto lungo? Poco importa: preceduti da un Prologo e chiusi da un Epilogo, sono 30 capitoli (altrettante tappe di una laica via crucis matrimoniale), brevi o brevissimi, ognuno dei quali introdotto da un disegno dell’autrice che, con pochi, semplici tratti di penna, raffigura altrettanti oggetti della vita domestica, ciascuno con un proprio ruolo specifico. Spazzola, metro da sarto (che diventa per la protagonista una specie di clessidra), televisione, VHS, filodendro, skate, bracciale, guinzaglio: tutti senza articolo, spettatori apparentemente muti e a tratti particolarmente inquietanti della vita di coppia, che assumono un ruolo attivo e costituiscono uno dei motivi di originalità del libro. Oggetti che, nel momento della separazione e della loro spartizione, diventano a loro volta fonte di dolore poiché richiamano momenti-episodi talvolta felici, talvolta drammatici, riportando in superficie ricordi, suoni, voci che vorremmo sopite per sempre, ma impossibili da cancellare. Voci che riaprono ferite e scatenano nuovi interrogativi, nuove angosce se possibile più devastanti ancora delle derive che la coppia ha attraversato.

Tra questi oggetti disegnati come in una sorta di gioco da Odile Cornuz, non c’è il fucile, che compare solo nel Prologo e nell’Epilogo. Oltre 15 anni dopo la separazione – così inizia questo romanzo-non romanzo – lui telefona alla ex compagna chiedendole di quella carabina che aveva prestato al padre di lei in un’epoca lontanissima (solo apparentemente, poiché, appunto, tutto torna). Di colpo, dal nulla, da un passato che lei cerca di allontanare, o quanto meno di tenere a bada, quella telefonata irrompe nell’esistenza della donna, un’esistenza che lei sta provando a rimettere in sesto. Senza chiedere permesso, senza bussare, come un colpo di fucile.

“Quand’è che finisce? Come si fa a sapere quando finisce? Tutto ciò che è stato lanciato nello spazio e che sembra un legame fra due esseri. Tesse fili. Si aggroviglia. Eccome se si aggroviglia! E bisognerebbe passare la vita a districarli? O perlomeno la parte che viene dopo? Quella che segue il momento in cui i gomitoli se ne stanno lì tutti incasinati? Riprendere il filo, sì. Si sedette. Sarebbe rimasta su quella sedia per un momento. Avrebbe avuto bisogno di tempo per assimilare quello che era successo, che era insieme straordinario, grottesco e inaudito. Lentamente si alzò, spalancò la finestra. L’aria fredda regalò al suo corpo nuovi contorni”. 

Siamo negli anni ’90, verosimilmente in Romandia, ma i riferimenti geografici e temporali sono pochi e vaghi. Non se ne sente il bisogno: la vicenda ha valenza universale. I due protagonisti non hanno neppure un nome: anche di nomi non c’è necessità, poiché chiunque può riconoscersi nei personaggi di questo Kammerspiel e nelle situazioni in cui li incontriamo. Sono, insomma, dei tipi. 

La donna sta seguendo una formazione pedagogica; l’uomo, insegnante, appassionato cacciatore e pescatore, non apprezza (“Io lo trovo stupido, perdere tempo, e soldi! così. Lascia stare…”).  Rozzo, collerico, violento, individuo alfa, assume comportamenti sempre più meschini in un crescendo subdolo di iniziale seduzione, che ben presto – quando la preda ha abboccato all’amo – vira verso l’indifferenza, lo spregio e la violenza. Fisica ma, più dolorosa ancora, psicologica  e denigratoria – arrivando, per esempio, a chiamare la bimba che lei aveva avuto da una precedente relazione e che inizialmente aveva legato con lui, Ochsner (il noto marchio svizzero di pattumiere zincate), alludendo alla sua golosità. La ragazzina, che sembra paradossalmente la più matura e lucida tra tutti e sarà quella che si ribella, se ne renderà conto soltanto anni più tardi, ormai adolescente: 

“Un giorno, a casa dei vicini, la bambina aveva sollevato un coperchio, un coperchio di plastica grigio con una linguetta bucata per poterla afferrare meglio. La festa era finita, le donne erano prese a riordinare mentre gli uomini bevevano gli ammazzacaffè (…). Le indicarono una pattumiera da esterno in fondo alla terrazza. La bambina appoggiò il suo carico per terra per alzare il coperchio e si bloccò un attimo a mezz’aria, con la mano sulla linguetta con il buco. Ochsner, è il nome di una pattumiera? Si rifiutava di capire. Si rifiutava di fare il collegamento evidente. Non capiva perché. Non capiva come. Di solito capiva. Di solito, quando voleva capire, aveva le risorse necessarie. Ma in quel caso non ci riusciva. Perché le aveva sbattuto in faccia quel nome? Perché lo aveva scelto come soprannome? Perché sua madre glielo aveva permesso? Perché nessuno le aveva detto quello che voleva dire? Perché nessuno aveva considerato necessario proteggerla? Scelse di non dire niente, di gettare i rifiuti e di indurirsi subito”. 

Del libro colpiscono la forma e l’architettura insolita. È la stessa autrice, nata nel 1979, a spiegare di aver bisogno, quando si mette all’opera, di una sfida, da lei definita “estetica”, in grado di accendere in lei il desiderio di scrivere. Se nei lavori precedenti ha privilegiato la poesia e i testi teatrali, in questo caso è partita da oggetti che ha voluto non solo raccontare, ma anche disegnare, esplicitandoli con tratti grafici. Alcuni sono piuttosto misteriosi (la mosca del pescatore). Nella versione originale questi disegni illustrano la copertina: la versione italiana ha scelto un’altra via.

Questa premessa di natura formale si aggiunge all’importanza del lavoro sulla forma letteraria migliore, sulla lingua e sulla parola che – ha detto Cornuz in sede di presentazione – è addirittura molto più importante del contenuto, della storia in sé. Frasi generalmente brevi, asciutte, all’insegna della sottrazione, che lasciano ampio spazio all’immaginazione-interpretazione del lettore. “Une approche pointilliste” l’ha definita Odile. 

Fucile è un libro sul tema dell’emprise, termine francese che raccoglie in sé – esprimendoli in tutte le loro sfumature – i concetti di influenza, condizionamento, capacità manipolatoria, possessività, espressioni di predominio che tentano di imporre subalternità nell’altro. Il fucile è la rappresentazione visiva e metaforica di questa emprise, oltre che della minaccia che incombe, nella fattispecie, su madre e figlia, ma più in generale sulla stessa vita di coppia:

“Quel mattino, l’esasperazione era venuta fuori così tutta di colpo – come una sbarra che cede. Lei aveva semplicemente detto che non funzionava più, che qualcosa doveva cambiare. Gli aveva chiesto se si rendesse conto che fra loro non stava più funzionando, che era tutto così ruvido, oppure piatto, che diventava semplicemente difficile andare avanti. Che non trovava più la vitalità (…). Lui se ne stava zitto. Non sapeva cosa dire. Forse quelle cose non le aveva viste, che non stava funzionando, che qualcosa non andava – o forse se n’era accorto ma gli andava bene così perché pensava di ottenere altrove quello che non trovava lì (…). Cos’aveva lei da rompere con quelle stupide aspettative romantiche? Roba da principessine che credono che la vita sia una cosa dolce, tutta cuori che battono e serate emozionanti, occhi negli occhi! Faceva meglio ad accontentarsi di quello che aveva e smetterla di sbavare dietro alla luna, quella rompipalle”. 

Nell’immagine: Odile Cornuz


Elogio della Qualità, pur non sapendo bene cosa sia

 

Cos’hanno a che spartire una chiave inglese e la salvezza dell’anima? E gli ingranaggi di una motocicletta e le filosofie orientali? Nulla, oppure tutto, a seconda del punto di vista dal quale li si osservi. Chi ha letto il bestseller di Robert Pirsig uscito nel 1974, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, versione aggiornata e on the road di Lo Zen e il tiro con l’arco del filosofo tedesco Eugen Herrigel (1948), sarà forse più propenso ad accettare la seconda ipotesi, tanto è bravo l’autore a connettere atmosfere e mondi lontani, tecniche di respirazione e bulloni.

Enfant terrible della letteratura americana, in un contesto nel quale gli enfants terribles davvero non mancavano, Pirsig è stato una sorta di Glenn Gould della filosofia del secondo Novecento: geniale a tratti, a tratti invece quasi naïf (nella sua ambizione di fondere in un unico sistema di pensiero la mentalità occidentale e quella orientale, l’approccio classico e quello romantico) e passibile persino di ignoranza manifesta (riteneva che per il Medioevo la terra fosse piatta, da cui il mito ermeneutico delle scoperte di Cristoforo Colombo: avesse visto una sola statua lignea di Carlo Magno con il globo in mano si sarebbe forse ricreduto). 

Lungi dall’essere un’esperienza zen, il suo viaggio in moto con il figlio Chris e gli amici John e Sylvia Sutherland è in realtà un sofferto attraversamento della propria anima in anni successivi a un terribile esaurimento nervoso curato anche con l’elettroshock, emblema di un autore votato come pochi all’introspezione (quasi patologica) e sempre più incartato nel giro dei suoi stessi pensieri, fino al limite dell’incomunicabilità. 

Nella sua opera, che oltre al capolavoro conta un solo altro libro, Lila, scritto nel 1991 sulla medesima lunghezza d’onda del primo (ma alla motocicletta si sostituisce qui un viaggio per mare in barca a vela), tutto ruota attorno a un unico grande concetto, quello della Qualità, e a un unico vero obiettivo: tentare di definirla in termini, se non scientifici, quantomeno esperienziali. Provare a circoscrivere a parole che cosa intenda Pirsig per Qualità, un concetto che lui stesso suggerisce di chiamare anche Valore, equivarrebbe a riscrivere per intero le sue riflessioni, che rimangono interessanti proprio per la loro natura aperta e per il loro essere state, in una certa misura, profetiche: si pensi al grande parlare che si fa oggi di sostenibilità, cioè la ricerca di un sano equilibrio nella vita di tutti i giorni (anche in quella professionale) tra le risorse e gli obiettivi; ma si pensi anche al fenomeno delle Grandi Dimissioni e al sempre più difficile rapporto delle giovani generazioni con un mondo del lavoro subìto e inteso soprattutto in termini di “servitù”; infine, si pensi al continuo risorgere di interesse, all’interno della cultura occidentale, per tecniche di pensiero e rilassamento di provenienza lato sensu orientale, dallo yoga alla mindfulness. Tutto questo, in nuce, era già compreso nelle riflessioni di Pirsig attorno alla Qualità.

Rileggendo oggi i suoi scritti – anche quelli non confluiti nell’opera maggiore e raccolti ora da Adelphi in un delizioso libretto antologico arricchito da alcune interviste e da un profilo autobiografico che spiega molte cose – si coglie tutta la portata di un dramma filosofico inscindibile dalla sua stessa parabola esistenziale: bambino prodigio con un quoziente intellettivo superiore al 170, iscritto precocemente all’Università, non ottenne mai la laurea in chimica e insegnò invece per qualche anno scrittura creativa alla Montana State University di Bozeman, non senza essere passato prima dai casinò del Nevada (come croupier) e dalle scuole di meditazione indù di Benares. 

Tra il primo e il secondo libro dovette affrontare la morte violenta del figlio, vittima di una rapina di fronte al centro zen di San Francisco, e per anni portò avanti una sua personale crociata con il mondo accademico tradizionale e soprattutto contro gli antropologi che studiavano i nativi americani con metodo scientifico, salvo poi evitare di trarre conclusioni dalle loro ricerche (allora tanto valeva muoversi per vie empatiche). Provò a scardinare dall’interno questo sistema egemonico molto in auge negli atenei statunitensi di allora, un sistema al contempo culturale e didattico, ma la sua fu una battaglia contro i mulini a vento che lasciò sul campo un’unica vittima illustre: lui stesso. Scomparve un po’ in sordina nel 2017, cristallizzato per sempre, con il sorriso malinconico e il figlio Chris aggrappato alla sua schiena, in sella all’amata motocicletta [nell’immagine]. 


L’ultracrepidarismo, malattia nella politica ticinese? 

 

Certo che a leggere e rileggere ciò che ha scritto qui Andrea Ghiringhelli sulle discussioni granconsiliari (“Uno spettacolo non dei migliori”) ci si potrebbe anche divertire, a patto di non perdere la speranza. Vi si dimostra, a chiare e coraggiose lettere, ciò che un direttore di giornale (Daniel Ritzer, ne La Regione) aveva precedentemente definito “una classe politica carente di spessore e lungimiranza”. Tanto da arrivare a dire, “sommessamente”: “Se questo è il meglio offerto dalla piazza politica cantonticinese, si giustificano la sfiducia e il discredito che colpiscono la democrazia rappresentativa in questi anni”.

Ciabattino, non  oltre la scarpa

Nessuno l’ha detto, ma sembra si tratti di una malattia assai diffusa. Si chiama: ultracrepidarismo. Nome barbaro e difficile da ritenere che però, a quanto pare, sta imponendosi altrove (qui si impone per ora resilienza). Bisogna resuscitare il buon vecchio latino per capirlo e una sua frase proverbiale che ai tempi che furono ci faceva anche divertire per il suono: “sutor, ne ultra crepidam” e cioè: “ciabattino, non andare oltre la  scarpa”.

Traduciamolo in termini semplici, nel suo significato: quell’esprimersi su un soggetto, un tema, sul quale non si hanno le competenze richieste. Con un aggravio particolare nei nostri tempi: le cosiddette reti sociali (o certe rubriche radiofoniche) permettono a chiunque di sproloquiare su ogni tema, medico, giuridico, economico, biologico, ecc.

Si complicano ancora le cose chiamando in causa due psicologi, Dunning e Kruger, che hanno particolarmente indagato su quel male e hanno coniato “l’effetto Dunning-Kruger”. Che sarebbe un “bias cognitivo” (quindi una distorsione che le persone attuano nelle valutazioni di fatti e avvenimenti).

Il fatto divertente è che quei due psicologi sono partiti da un episodio bizzarro: analizzare perché a un ragazzo, un giorno, svegliandosi,  è nata l’idea geniale di rapinare una banca cospargendosi il viso di succo di limone, nella convinzione così di rendersi invisibile e dicendosi: “Toh, è una superidea il succo di limone!” Le conclusioni cui sono arrivati, riassunte, sarebbero le seguenti:
1) la persona incompetente tende a sovrastimare il suo livello di competenza;
2) la persona incompetente non riesce mai a riconoscere la competenza di quelli che la possiedono veramente;
3) la persona incompetente non si rende mai conto del suo livello di incompetenza;
4) se una formazione di queste persone inducesse un miglioramento significativo della loro competenza, esse potrebbero riconoscere e accettare le loro lacune precedenti.
Quest’ultimo punto, quindi, è l’ultima speranza, quella che ci dice che non tutto è ancora perduto con un po’ di formazione (o forse di articoli come quello di Ghiringhelli).

Tutti imbecilli di qualcuno

Si è ripetuto, negli ultimi tempi, che una soluzione, anche per la politica ottusa, è l’empatia. Divenuta altro mantra d’attualità. L’empatia è un mettersi al posto dell’altro, per cercare di comprenderlo. Essa chiede di abbandonare per un momento le proprie convinzioni per tentare di meglio visualizzare quelle degli altri. Ed è appunto ciò che mancherebbe terribilmente nella politica, sterilizzandola come un deserto di parole.

C’è però chi precisa subito che l’empatia è una risposta di fronte all’incomprensione e… all’ignoranza dell’altro. Ora, prima di passare al rimedio bisognerebbe diagnosticare il problema, quello dell’ignoranza, appunto. Ciò che caratterizza l’ignorante è che ignora. Bisogna quindi rafforzare la conoscenza dell’altro, del suo universo, di quel che crede, dei suoi obiettivi; è passare all’accettazione dell’alterità per poter colmare l’ignoranza. Neppure facile a dirsi, immaginamoci a farsi.

Rimangono purtroppo sempre due realtà, storiche e umane: innanzitutto, mantenere e valorizzare l’ignoranza vuol anche dire garantirsi il potere, il quale fiorisce spesso coltivando ampiamente l’ignoranza (pensiamo ai successi attuali di alcuni partiti); in secondo luogo, l’ignorante è perlopiù confuso con l’imbecille, termine che designa colui che sarebbe più bestia di noi e, lo si accetti o meno, il nostro destino è di essere tutti, prima o poi, l’imbecille di qualcuno.

Nell’immagine: un pistola


Ucraina due anni di guerra – Giulia Lami: le lezioni della Storia e la tragedia ucraina

 

Giulia Lami è docente di Storia dei paesi slavi e dell’Europa orientale all’Università Statale di Milano e autrice, tra gli altri, del saggio “L’Ucraina in 100 date”


Ucraina due anni di guerra – Anniversario di una “Operazione militare speciale”

 


Ucraina due anni di guerra – Il conflitto «a pezzi» ha una storia di trent’anni

 

«È una gran cosa essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso. Di solito non lo facciamo, ma è un grande talento da coltivare». Si tratta di un’affermazione espressa nell’immediato dopoguerra dal grande saggista Dwight Macdonald, ripresa poi da Noam Chomsky nel suo Le conseguenze del capitalismo del 2021. Per comprendere la «guerra mondiale a pezzi» che si sta svolgendo sotto il nostro naso bisogna cercare di vedere quello che sotto il nostro naso era già evidente agli inizi degli anni Novanta del Novecento. 

Zbigniew Brzezinski, nel 1993 (Il mondo fuori controllo) e poi soprattutto nel 1997 (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), aveva costruito il quadro teorico entro il quale doveva muoversi, in maniera articolata, tutta l’immensa forza di cui disponeva la potenza vincitrice della guerra fredda. Il nuovo ordine mondiale, il modo in cui la globalizzazione doveva essere governata, non sarebbero stati il frutto della naturale espansione del libero mercato, bensì di una realtà da plasmare in maniera tale che l’affermazione del Washington consensus potesse svolgersi in piena sicurezza. 

Per plasmare il nuovo ordine mondiale occorreva una politica internazionale che non si limitasse alla difesa di uno statu quo, che pure era il risultato di una vittoria epocale sull’Urss, il nemico storico del Novecento. Occorreva una politica costante di intervento in tutte quelle aree del mondo in cui il momento unipolare potesse essere messo in pericolo dal sorgere di attori competitivi. In questa visione ogni area del mondo è considerata solo per la sua funzione geostrategica sul piano di una scacchiera nella quale il primum movens dei pezzi rimane il mantenimento dell’American Superpower. Persino la vecchia Europa appare sulla scacchiera come «l’essenziale testa di ponte geopolitica dell’America» (A Geostrategy for Eurasia, «Foreign Affairs», September 1, 1997). E l’Ucraina come territorio da sottrarre in ogni modo ai residui di influenza russa. 

Tale sistematica «teorica» si è successivamente articolata in numerosi elaborati di ogni livello prodotti da centri studi e da centri operativi statunitensi. Una ricca documentazione del tutto sotto il nostro naso. E si è articolata, soprattutto, nella guerra continua che, a partire dai bombardamenti Nato di quella che era, seppure in dimensioni ridotte, ancora la repubblica Federale di Jugoslavia, ha progressivamente interessato tutte le aree dell’intervento attivo indicato da Brzezinski. 

Questo insieme di relazioni, che è davvero sotto il nostro naso, ha nella guerra il suo principio dinamico. Nell’esercizio teorizzato e praticato della guerra confluiscono tutti gli aspetti contraddittori dei modi di accumulazione caratterizzanti le diverse forme di capitalismo che si confrontano. Gli imperialismi conflittuali di oggi si manifestano in forma assai diversa rispetto a quella considerata come l’età classica dell’Imperialismo. Necessario dunque operare per distinzioni, avendo ben presente, però, che la meccanica della centralizzazione del capitale accomuna nel profondo tanto la belle époque, che l’età, da poco alle spalle, dell’euforia globalizzante. A ognuna il suo 1914? Meccanica della centralizzazione e meccanica della competizione sono elementi strutturalmente compenetrati nel «nuovo conflitto imperialista», come recita il sottotitolo di La guerra capitalista, (Brancaccio, Giammetti, Lucarelli, 2022): un «libro da leggere» (copyright Piergiorgio Bellocchio, «Quaderni Piacentini»). 

I pezzi della guerra mondiale in atto, se lasciati alle loro dinamiche naturali, hanno possibilità di saldarsi tutt’altro che esigue. Perciò la realtà intrisa di bellicismo così pervasiva nel momento attuale, è la questione del nostro tempo. La stessa questione sociale, così dipendente dai rapporti di dominio che la guerra ridefinisce continuamente, deve esserne pensata come aspetto. 

L’orrore che ci sovrasta non può essere combattuto solo con posizioni ireniche, che pure sono ammirevoli e indispensabili. In Italia, in questo momento, si sta discutendo della presentazione alle prossime elezioni europee di una lista non tanto pacifista, bensì contro la guerra. Il che significa contro le ragioni della guerra. È essenziale che l’iniziativa in corso abbia esiti positivi. È anche il modo di rifiutare l’immagine dell’Occidente che la retorica bellicista imperante agita come condizione necessaria per la vittoria. Il nostro Occidente non è quello di Pizarro e di Cortés così intrinseco al sistema teorico di Brzezinski, ma quello fecondo di umanismo e giustizia evocato da Erasmo da Rotterdam. 

Nell’immagine: Erasmo da Rotterdam (1466-1536) e una sua massima: i mali che non si avvertono son i più pericolosi


Ucraina due anni di guerra – I robot partono per il fronte

 

Di Pino Nicotri, Gli Stati Generali

Nel maggio dell’anno scorso la start-up Neuralink di Elon Musk ha ottenuto dalla FDA (Food and Drug Administration, l’ente statunitense che detta le regole in tema di salute pubblica) l’autorizzazione ad avviare i test per impiantare il suo chip, appositamente progettato, in un cervello umano. E il 31 gennaio di quest’anno Musk ha reso noto che per la prima volta un suo microchip è stato inserito nella testa di una persona viva.

L’ambizione di Neuralink è di arrivare a produrre microchip impiantati che comunichino con i computer direttamente attraverso il pensiero. Lo scopo dichiarato è aiutare le persone paralizzate o affette da malattie neurologiche. Come ha detto lo stesso Musk nel 2020 nel corso della conferenza annuale della sua start-up, il traguardo finale è consentire all’umanità una “simbiosi con l’intelligenza artificiale”. Ma all’uso di questo microchip pensano anche i militari, e per tutt’altri scopi.

La nuova frontiera delle ricerche militari negli USA è costituita da due studi commissionati all’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata della Difesa (DARPA). L’Agenzia dipende dal Pentagono, ha sede accanto all’imponente costruzione poligonale di Arlington, in Virginia, e impiega 220 ricercatori divisi in sei uffici tecnici: biotecnologie, difesa, informazione, microsistemi, tecnologie strategiche e tecnologie tattiche.

Il primo progetto ha avuto un finanziamento di 65 milioni di dollari per creare un’interfaccia uomo-computer tramite l’impianto di uno speciale microchip direttamente nel cranio, onde migliorare alcune capacità dei soldati. Si cerca dunque di sviluppare un sistema bio-impiantabile capace d’interfacciare il cervello umano con il mondo digitale. Questo progetto è nato dal fatto che scienziati statunitensi tramite speciali algoritmi sono riusciti a separare i segnali cerebrali che si traducono in azioni da quelli che invece non si traducono in azioni, e quindi non influenzano il comportamento delle persone. Per giunta sono riusciti non solo a registrare tali segnali, ma anche a comprendere quali sono quelli che ordinano singole azioni specifiche. Tutto ciò potrebbe portare la DARPA a creare un software in grado di trasmettere suggerimenti direttamente nel cervello dei soldati. Cioè, in altre parole, di controllarli. Quasi come se fossero dei robot.

Il responsabile del progetto, Hamid Krim, ha illustrato in una conferenza stampa l’utilità degli sperati impieghi futuri del microchip “cerebrale”: “Il cervello inizia a dare segnali di stress o stanchezza molto prima che una persona si renda conto di essere agitata o esausta. La nuova tecnologia dirà in anticipo al soldato quando è ora di riposarsi, mangiare, calmarsi. In battaglia non è sempre chiaro dove abbia colpito esattamente il proiettile o la scheggia, ma il cervello del soldato lo sa benissimo. E se i segnali corrispondenti vengono visualizzati su un laptop speciale, tutto sarà immediatamente chiaro. In effetti, le capacità di questa tecnologia sono limitate solo dall’immaginazione”.

Krim ha illustrato anche un altro possibile uso del microchip-interfaccia tra cervello e mondo digitale: “Diciamo che io e il mio collega siamo in una situazione di combattimento. Dobbiamo discutere ulteriori azioni, ma dobbiamo rimanere completamente in silenzio. Dico mentalmente il messaggio, il mio laptop o smartphone lo registra e lo invia a un dispositivo elettronico del mio amico. Questo, a sua volta, gli manda il mio messaggio direttamente al cervello. Il risultato: ci siamo capiti perfettamente e non abbiamo emesso alcun suono”.

Il Pentagono lavora anche per dare ai suoi soldati in guerra ipersensibilità utili ad accelerare le reazioni e i riflessi. A questo progetto lavorano sei gruppi di ricerca: quattro sono responsabili del miglioramento della vista, due dell’udito. Tramite il microchip il cervello dei soldati sarà inoltre collegato direttamente a una rete di computer, fonte d’informazioni in tempo reale per i combattenti su ciò che sta accadendo sul campo di battaglia. Walkie-talkie e tablet tattici andrebbero al macero: non sarebbero più necessari, col vantaggio di non ingombrare e distrarre più il combattente.

Uno dei responsabili del progetto, Phillip Alvelda, ne ha spiegato con convinzione l’utilità, rilevando anche che oggi le migliori interfacce cervello-computer sono ancora “come un modem antidiluviano che cerca di far comunicare tra loro due supercomputer”. Una possibile ricaduta civile di queste nuove tecnologie potrebbe essere sia la formazione del personale da addestrare nel mondo del lavoro sia la cura di persone affette da cecità, paralisi e disturbi del linguaggio.

In campo medico-chirurgico civile c’è da notare che esiste ed è già in uso un microchip, inserito con successo sotto la retina con un intervento mininvasivo finora in 7 pazienti in Francia e negli Stati Uniti. Si tratta di un device che contiene poco meno di 400 minuscoli sensori ottici (fotodiodi) che trasformano le immagini in segnali elettrici inviati al cervello. Non ha cavi di collegamento ed è alimentato dagli occhiali dotati di mini telecamera indossati dal paziente.

Per ora con questo microchip si può vedere sì, ma non in modo perfetto: è possibile distinguere bene gli oggetti e leggere, purché le lettere siano molto grandi. A questo dispositivo in Italia lavora da anni il dottor Andrea Cusumano, oculista, docente dell’Università di Roma Tor Vergata, che spera di ridare così la vista alla cantante e campionessa paraolimpica Annalisa Minetti.

Le ricerche del Pentagono non si occupano però solo del cervello dei soldati in azioni di combattimento. Esiste anche il progetto “Ottimizzazione dell’efficacia del personale militare: terapia androgenica per l’aumento biomedico dell’efficacia del combattimento”. Sono infatti in corso studi sull’effetto delle iniezioni di steroidi e testosterone sulla massa muscolare, sull’equilibrio proteico e sulla capacità mentale di chi è impegnato in attività fisiche e psicologiche stressanti. La speranza è che l’aumento del livello dell’ormone maschile aiuti i soldati impegnati in lunghe missioni di combattimento a mantenere forza e lucidità. I soldati, ok. E le soldatesse?

Volendo fare dello spirito, si potrebbe notare con soddisfazione il grande progresso rispetto a quando durante la Prima guerra mondiale le truppe italiane asserragliate nelle trincee venivano “confortate” generosamente con grappa e caffè prima di essere lanciate in massa all’attacco. Le ricerche non solo degli USA – ma soprattutto degli USA – sono impegnate nella realizzazione di robot che sostituiscano soprattutto in battaglia soldati in carne e ossa, per evitare di mandarne al macello troppi. Assalti condotti da robot anziché da truppe scelte o da interi reparti di varia grandezza, dai plotoni alle intere divisioni. Spero di morire prima di dover subire o anche “solo” assistere come giornalista ad assalti di robot contro esseri umani…

In pratica, tale ‘robotizzazione dei soldati’ altro non è se non il bis su larga scala dei droni che, non solo in Afghanistan, Yemen, Ucraina e Gaza, sostituiscono anche nei bombardamenti gli aerei con a bordo i piloti. I robot soldati debutteranno in modo sperimentale nelle guerre in Ucraina e Gaza? I robot però potrebbero combattere anche intere battaglie, automatizzate grazie a speciali programmi digitali. Dalla play station alla battle station. E un domani, chissà, alla war station. Con lancio automatizzato anche di missili con testate nucleari?

È del tutto evidente che con le mostruose cifre bruciate ogni anno nella fornace delle ‘spese militari’, si potrebbe spazzar via dalla faccia della Terra davvero una grande fetta della povertà e miseria che uccide ogni anno decine di milioni di persone, e in particolare milioni di bambini – che muoiono a causa di una serie di malattie con in testa (sorprendentemente) la diarrea. O sconfiggere o evitare, con la giusta prevenzione su larga scala, le pandemie come quella del Covid, ancora in corso.

Le costosissime esplorazioni spaziali tese alla “conquista dello Spazio” vengono molto spesso giustificate dall’affermazione “Dobbiamo cercare la vita nello Spazio!” Anche se magari si tratta di cercare soprattutto Terre Rare. Scoprire la vita? Basterebbe guardarsi attorno sul nostro pianeta per scoprire quante vite ci sono. E quante vengono bruciate – a decine di milioni – da fame, sete, malattie, mancanza d’acqua potabile, ignoranza. E guerre.

Nell’immagine: il robot militare LS3 della Boston Dynamics


Ucraina due anni di guerra – I “portafogli” e i “prestanome”, così il patrimonio di Putin sfugge a tutte le sanzioni

 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

Follow the money. Inseguire i soldi. Il team di Fbk, la Fondazione anti-corruzione creata da Aleksej Navalny, l’oppositore russo morto in carcere il 16 febbraio, lo chiede da anni inascoltata. «Navalny è il prigioniero personale di Vladimir Putin, l’unico a poter decidere un suo eventuale rilascio. Che cosa potrebbe convincerlo? Inseguire i suoi soldi», ci disse il suo braccio destro Leonid Volkov nel dicembre 2021 a Strasburgo, dopo che il Parlamento Europeo aveva insignito in contumacia il detenuto politico del Premio Sakharov per i Diritti Umani.

Allora Volkov e Fbk avevano stilato una lista di 35 oligarchi vicini a Putin da prendere di mira. Nell’aprile 2022, due mesi dopo l’offensiva russa in Ucraina, l’elenco era arrivato a comprendere oltre 7mila nomi: «La spina dorsale del sistema Putin, con i suoi manager di medio livello, i suoi amici, i detentori dei suoi asset». Un mese dopo il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione perché venissero sanzionati, ma «da allora non è successo niente», ha detto ieri Volkov in un’audizione da remoto alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo. «Se volete onorare la memoria di Aleksej, colpite gli amici di Putin, sequestrate i loro asset», ha insistito.

Il patrimonio di Putin

Nei sei anni dell’ultimo mandato, Putin avrebbe guadagnato 67,5 milioni di rubli (circa 678mila euro al cambio attuale), stando alla dichiarazione dei redditi che lo stesso leader del Cremlino ha presentato un mese fa alla Commissione elettorale candidandosi alle presidenziali del 17 marzo. Tra i suoi beni figurano un appartamento di 77 metri quadri e un garage di 18 metri quadri a San Pietroburgo, tre auto e il rimorchio Skif prodotto nel 1987. Una modestia apparente di cui Putin si è vantato spesso in passato.

«Non si possono mettere miliardi in una bara», disse una volta. Secondo diverse inchieste, però, la reale fortuna di Putin sarebbe intestata a vari prestanome che talora ignorano persino il patrimonio delle società a cui sono stati messi a capo. La loro ricchezza totale ammontava a 24 miliardi di dollari nel 2017, secondo un’inchiesta dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp). Ma la BBC, citando un rapporto segreto della Cia, ha parlato di 40 miliardi di dollari, mentre inchieste russe sono arrivavate a ipotizzare un giro d’affari intorno ai 200 miliardi.

I “portafogli di Putin”

Li chiamo nominalshchikov, “prestanome”, o koshelki Putina, “portafogli di Putin”. Sono parenti lontani di Putin, come Mikhail Shelomov, figlio della cugina Ljubov Shelomova. Lavora in una compagnia di spedizioni. Stipendio medio annuo: 8.500 dollari. Eppure avrebbe partecipazioni in diverse società multimilionarie collegate ai ricchi amici di Putin e beni per centinaia di milioni di dollari. Stessa storia per gli amici d’infanzia Pjotr Kolbin e Sergej Rodulgin. Kolbin, ex macellaio, fa una vita modesta, ma sarebbe stato comproprietario di una società, Gunvar, che, in passato, ha commerciato circa un terzo del petrolio russo e che fa capo a un altro ricco miliardario amico di Putin. Il violoncellista Roldugin, padrino della figlia, dice di non essere un uomo d’affari, ma avrebbe maneggiato circa due miliardi di dollari, secondo i Panama Files, in azioni di aziende di oligarchi.

Il “sistema Putin”

Perché i nuovi amici di Putin sono così generosi con i suoi vecchi amici d’infanzia? Secondo Bill Browder, l’ex finanziere promotore del Magnitsky Act americano, funziona così. I miliardari russi, che lui chiama «amministratori», «hanno moltissimo da perdere se ostacolano Putin». E per mantenere la loro ricchezza «sono stati costretti a consegnarne una parte a Putin». O meglio, ai suoi prestanome. «Non c’è un solo centesimo registrato a nome di Putin», ha aggiunto. «È registrato a nome di altre persone». Shelomov, Roldugin e Kolbin sono tutti nominalshchikov che possiedono solo formalmente miliardi di rubli, ma per Browder «si tratta del denaro personale di Putin».

Secondo Browder, ogni oligarca in Russia è stato costretto a dare a Putin il 50% della sua ricchezza. «La metà di 15 miliardi è meglio del 100% di niente», ha spiegato a Occrp. Un sistema confermato anche da Mikhail Khodorkovskij, l’ex magnate del petrolio esiliato a Londra dopo 10 anni di carcere. «Tutto quello che appartiene al territorio russo, Putin lo considera suo», commentò anni fa Sergej Pugaciov, soprannominato il “banchiere di Putin”, anch’egli esiliato a Londra. «Tutto. Gazprom, Rosneft, aziende private». Perciò, ribadisce Volkov, «prendete di mira gli amici di Putin, sequestrate le loro proprietà!».

Nell’immagine: il titolare dei portafogli


Scontri a Firenze e Pisa, dal populismo all’intolleranza

 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

D’accordo, il fascismo in Italia non tornerà. I quadrumviri in camicia nera non marceranno su Roma, dove tutt’al più convergono un centinaio di forconi e una ventina di trattori intruppati sul Raccordo Anulare. Le squadracce di Pavolini e Farinacci non bruceranno sedi di partito, sindacati, giornali, anche se l’attacco alla libera informazione è molto in voga, lo squadrismo digitale è vivo e vegeto e migliaia di nuovi arditi fanno il saluto romano gridando “presente”.

Non conosceremo più l’orrore delle leggi razziali, anche se nell’era del revisionismo meloniano quelle del 1938 sono figlie di nessuno e il seme dell’antisemitismo continua purtroppo a dare i suoi frutti avvelenati. Non rivivremo un altro caso Matteotti, anche se aspettiamo con ansia di sapere come gli eredi della Fiamma che arde sulla tomba del Duce celebreranno il centenario dell’assassinio del deputato socialista, il prossimo 10 giugno.

Insomma, stiano sereni i Fratelli d’Italia: nessuno osa dubitare della loro sincera cultura costituzionale e liberale, di cui tante solidissime prove hanno già dato in questo primo anno e mezzo di governo.

Ma possiamo dire che i manganelli della Polizia — sempre più frequenti e sempre più violenti, contro chiunque azzardi qualche forma di civile dissenso — sono una vergogna per la democrazia?

E possiamo aggiungere che le cariche rabbiose degli agenti in tenuta antisommossa contro poche decine di studenti minorenni ci ripiombano se non negli anni neri dell’Ovra di Bocchini, in quelli bui della Celere di Scelba?

Qui non contano le ragioni della protesta. A Firenze e a Pisa i manifestanti erano in piazza per la Palestina. Erano qualche centinaio, per lo più ragazzi iscritti al liceo o a qualche collettivo. Erano assolutamente pacifici, sfilavano ordinati e a viso aperto. Le forze dell’ordine li hanno affrontati, accerchiati e pestati come fossero black bloc.

Basta vedere e ascoltare i video, per rendersene conto: gli agenti bastonano senza pietà, mentre i giovani urlano «basta», «non abbiamo fatto niente», «trattereste così i vostri figli?». Se persino il sindaco Michele Conti — leghista che guida una giunta con FdI e FI — si dichiara «amareggiato come cittadino e come genitore», vuol dire che un confine etico e politico è stato ormai oltrepassato.

Al di là del Ventennio, le destre di ieri e di oggi hanno una collaudata dimestichezza con il diritto della forza, molto più che con la forza del diritto. E quando sono entrate a Palazzo Chigi non hanno mai disdegnato la violenza di Stato.

La gestione criminogena del G8 di Genova, l’uccisione di Carlo Giuliani, gli sgherri di Alleanza Nazionale nella sala operativa della Questura, e poi la macelleria messicana alla Diaz e a Bolzaneto: pagine scandalose della storia repubblicana, scritte col sangue dalla trimurti Berlusconi-Fini-Bossi del 2001. Oggi non siamo (ancora) a quello scempio.

Ma i misfatti di Firenze e Pisa non sono episodi casuali o isolati. Al contrario. Sono parte di un dispositivo di potere che Foucault, oggi, non esiterebbe a definire straordinariamente moderno e “tendenzialmente totalitario”.

Rappresentano l’attuazione pratica di modelli di populismo cesarista e conservatore — non solo italiano — basati sul controllo preciso di tutto e di tutti e ispirati al principio dell’assenso incondizionato che non contempla il dissenso. Riflettono un clima di autoritarismo e di intolleranza che c’è, nel Paese, e che questo governo e questa maggioranza alimentano ogni giorno, con l’azione e con la comunicazione.

Basta rimettere in fila i fatti, dal 25 settembre 2022 ad oggi. In nome di un’idea sguaiata e posticcia di “legge e ordine”, questa destra costruisce nemici e si accanisce contro tutto ciò che le appare diverso, anormale o deviante, rispetto ai suoi evanescenti e inconsistenti codici penali e morali.

Al di fuori delle sue constituency elettorali codificate e certificate, tutto è “emergenza”, tutto è “aggressione”, tutto è “fango contro di noi”. Partendo da una postura vittimistica e revanscista — che nella premier è riemersa in modo quasi grottesco persino nel discorso di fine campagna elettorale in Sardegna, a metà strada tra il solito comiziaccio e la recita scolastica — tutto richiede una risposta poliziesca e securitaria.

Dunque guanto di velluto con i colletti bianchi (cioè il pacchetto Nordio sulla giustizia, dall’abuso d’ufficio alle norme-bavaglio), ma pugno duro e galera contro i poveri cristi (cioè quello che nella società è difforme e/o dissonante).

I rave-party e i migranti, le mamme rom e quelle che ricorrono alla gestazione per altri, i figli che imbrattano gli edifici pubblici e i genitori che non li mandano a scuola, gli ambientalisti che bloccano le strade e gli sbandati che fanno accattonaggio, le baby gang e i minori che spacciano, i detenuti che si ribellano in carcere e gli sfollati che occupano le case.

Fenomeni socialmente deprecabili, certamente. Ma più che altro ossessioni da Stato Etico, dove non c’è mai spazio per la pietas e la comprensione dei problemi, ma solo per la crudelitas e la sanzione dei comportamenti.

Su queste basi, è del tutto naturale che uno come Salvini — incurante del dramma delle tossicodipendenze che devasta tante famiglie — dica «chi si droga è un coglione».

Le piazze sono quasi sempre vuote, nell’Italia che “trascina i piedi e cammina raso muro”, tra vitalità disperse e confronti pubblici giocati su emozioni di brevissima durata (come osserva il Censis). Ma appena si riempiono, per qualunque motivo, rotea sulle teste il “tonfa” degli agenti in divisa.

È successo a Firenze e Pisa per i cortei su Gaza. Ma era già successo a Roma il 25 ottobre 2022, l’epifania politica di Meloni, proprio quel giorno in Parlamento per il voto di fiducia al suo governo, che volle festeggiare con una pioggia di randellate contro gli studenti della Sapienza.

Era già successo a Venezia, con gli studenti di Ca’ Foscari in corteo contro la riforma Bernini. A Torino, con gli studenti del Campus Einaudi che manifestavano contro un volantinaggio del Fuan. A Palermo, persino contro gli studenti riuniti davanti all’albero anti-mafia dedicato a Giovanni Falcone.

E dove non ci sono poliziotti o carabinieri, arrivano i solerti funzionari della Digos. Che non si scomodano per i duemila neo-missini di Acca Larentia. Ma identificano un cittadino qualunque perché grida «viva l’Italia antifascista» alla prima della Scala. O addirittura dodici anime buone che ai giardini Anna Politkovskaja depongono una rosa per Aleksej Navalny.

Questo è lo Zeitgeist. Questa è l’aria che tira. Anche le forze dell’ordine la respirano. E al di là dei comandi ricevuti, agiscono di conseguenza. Se i tempi non fossero questi, forse, non avremmo mai sentito un uomo dell’Arma che in strada, alla 94enne Franca Caffa, risponde: «Mattarella non è il mio presidente, non l’ho votato, non l’ho scelto, non lo riconosco».

È la natura della “nuova” destra patriota: una forma di totalitarismo soft. Che non poggia affatto su un solido impianto culturale, di cui sono totalmente sprovvisti (a dispetto dei patetici tentativi fatti finora). Semmai su un logoro strumentario ideologico, che rimpiangono e che adesso precipita nel Premierato Forte, nell’elezione diretta del presidente del Consiglio, cioè nella “capocrazia” e nei pieni poteri. Il Cavaliere di Arcore provava ad arrivarci con la televisione, la Sorella d’Italia con la repressione.

Ora può darsi che Meloni si prenda la Sardegna. Poi anche l’Abruzzo, la Basilicata, il Piemonte. E può darsi che trionfi alle Europee.

Ma chi vince non ha sempre ragione, solo perché ha vinto. E la sua ragione non può farla valere con la protervia, l’arroganza, il dominio. Deve cercare il consenso, attraverso il confronto.

È la meravigliosa fatica della democrazia. Che, prima di tutto, è limite. Se non si accetta questo, a un certo punto arriva Orbán. E poi, spingendo la notte ancora più in là, resta solo Putin.