Inammissibile sanatoria fiscale per i miliardari del commercio marittimo e di materie prime

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Questa volta, con ogni probabilità, non ci sarà nemmeno bisogno di andare a votare. La cosiddetta “imposta sul tonnellaggio” è stata bocciata dalla maggioranza della Commissione economia e tributi del Consiglio degli Stati (CET-S), che inviterà quindi i senatori a respingere la proposta nella prossima sessione primaverile. Svanisce così un vecchio sogno degli armatori, promotori dietro le quinte di questa proposta che avrebbe permesso ai giganti del commercio marittimo e delle materie prime di farsi tassare in funzione del tonnellaggio delle proprie navi e non in funzione degli utili. In soldoni sarebbe stata una vera e propria sanatoria fiscale per i giganti del settore che, negli ultimi anni, hanno realizzato profitti miliardari. 

Il denaro risparmiato dalle varie MSC, Trafigura, Vitol e compagnia bella avrebbe comportato delle perdite significative per le casse pubbliche. Di quanto, esattamente, non si sa. Lo stesso Consiglio federale nel suo messaggio –  approvato dal Consiglio nazionale nel dicembre 2022 – di dati economici non ne dava: «Le ripercussioni finanziarie dell’imposta sul tonnellaggio non possono essere stimate in modo affidabile per la carenza di dati statistici», si legge nel documento. Un dettaglio mancante non da poco. È proprio (anche) per la mancanza di dati finanziari precisi che la CET-S aveva chiesto più tempo e più informazioni per valutare il dossier. Non si sa ora quali siano i nuovi dati arrivati dall’amministrazione federale. Certo è che la maggioranza della commissione ha bocciato (7 a 4 con 2 astenuti) questa proposta perché «è difficile quantificare i vantaggi e gli svantaggi» e perché «il rischio di perdita di entrate è troppo alto, vista la difficile situazione finanziaria della Confederazione». 

La concomitanza con i nuovi tagli chiesti a tutti i settori (escluso l’esercito) dalla ministra delle finanze Karin Keller Sutter, volti a colmare il deficit di finanziamento della Confederazione, ha forse spinto alcuni senatori ad una maggiore prudenza. Di sicuro non ha giovato al progetto nemmeno il preannunciato referendum da parte della sinistra: dall’eliminazione della tassa di bollo (2022) e dell’imposta preventiva (2022), passando per la terza riforma sulla fiscalità delle imprese (2017), le votazioni in ambito fiscale negli ultimi anni hanno spesso visto primeggiare il fronte progressista. Probabile che anche in questo caso il popolo svizzero avrebbe scelto di non favorire, in un contesto di vacche magre, chi dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina è uscito gonfiato d’oro.

Proprio alla luce di questa tendenza politica appare ancor più incomprensibile la volontà del Consiglio federale, e in particolare dell’allora ministro delle finanze Ueli Maurer, d’incaponirsi nel portare avanti tale proposta. Incomprensibile fino ad un certo punto. Dietro questa manovra vi è infatti la lunga mano degli armatori, come dimostrato dal sito investigativo Reflekt. Sulla base di decine di documenti dell’amministrazione federale, ottenuti tramite la legge sulla trasparenza, la testata svizzero tedesca ha spiegato come dietro a questo progetto vi sia la più grande società di navigazione marittima del globo: la MSC di Ginevra, un colosso che nel 2022 ha realizzato 36,6 miliardi di franchi di utili. Per il tramite dell’associazione di categoria Swiss Shipowners Association, il gruppo ha a lungo comunicato con l’amministrazione fiscale. Inoltre, Gianluigi Aponte, fondatore e proprietario di MSC, si è incontrato nella primavera del 2020 con Ueli Maurer. Poco dopo il rendez-vous, l’idea di creare la tassa di tonnellaggio ha preso una strana accelerata. 

La Svizzera, come chiesto ad esempio dall’esperto Mark Pieth, avrebbe potuto utilizzare la promozione di questo vantaggio fiscale per intervenire perlomeno a livello normativo e imporre condizioni alle imprese, ad esempio in materia di diritto del lavoro o di norme ambientali. Il settore della navigazione marittima è in effetti tra i più inquinanti.  Il timone che guidava il progetto di legge, l’Amministrazione federale delle contribuzioni, ha preso però un’altra rotta. Gli armatori, MSC in testa, hanno respinto la proposta di correlare la tassa di tonnellaggio alle navi battenti bandiera svizzera o di uno Stato dell’UE. Un’opposizione non sorprendente: le imbarcazioni di questi colossi solcano i mari con bandiere di comodo, per lo più panamensi o liberiane. Ciò che permette loro di non sottostare alle normative europee sul lavoro, e di avere meno obblighi ambientali. Come dimostrato da Reflekt, su pressione della lobby degli armatori, l’amministrazione fiscale ha poi abbandonato qualsiasi tipo di obbligazione. L’opera di sobillazione dei giganti dei mari non è però bastata: a meno di clamorose sorprese, agli armatori, Gianluigi Aponte in testa, non resta quindi che tirare i remi in barca. 

Nell’immagine: da Reflekt  Ueli Maurer e Gianluigi Aponte


Vite nascoste: il dramma dei bambini disabili in Kenya

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

“Nessuna madre dovrebbe essere costretta a nascondere sua figlia”. A pronunciare queste parole è Fatimah. Trent’anni. Una bimba in ventre. L’altra sulla schiena. 

Se della prima è impossibile non notarne la presenza – Fatimah è ormai all’ottavo mese di gravidanza –, la seconda potrebbe tranquillamente sfuggire ad uno sguardo più distratto. Il volto della piccola si intravede a malapena. Similmente, le altre parti del corpo. Il chitenge – telo colorato che le donne keniane usano anche per legare a sé i bambini – la copre integralmente. Fatimah potrebbe in effetti trasportare una qualsiasi mercanzia. 

E invece, quel peso sulla schiena, ha un nome. Si chiama Pray. Ed è una vivace creatura di 8 anni. Forse un po’ grande per essere ancora portata, a peso morto, sulla schiena della mamma. In fatto è che Pray è completamente paralizzata. 

Fatimah, come il 60% della popolazione di Nairobi, vive in un contesto informale. Un ambiente dove prevale l’ignoranza, la sporcizia e la violenza di ogni tipo. Parlare di disabilità, diversità e inclusione è una chimera e i pregiudizi sono diffusi. Complice il fatto che negli slum non esistono adeguati servizi di salute e riabilitazione che possano favorire l’inclusione sociale. Lo stigma è dunque fortissimo. Maltrattamenti, emarginazione e isolamento sono all’ordine del giorno. Chi ha bambini con disabilità, molte volte, li nasconde. Renderli invisibili sembra la soluzione migliore per sopravvivere. 

Fatimah spiega che, nonostante Pray cominci a diventare pesante, preferisce camminare portandosela sulle spalle. Per lei l’uso dei matatu – forma di trasporto pubblico keniano – non sempre è concesso.  Se sul piccolo bus si accorgono della presenza di Pray, le possono chiedere di scendere immediatamente. Questo sempre che le sia stato permesso di salire in precedenza. Anche qualora non sia l’autista ha farle presente la cosa, lo faranno gli altri passeggeri. I loro sguardi, i loro atteggiamenti e continui cambi di posto. “È l’ansia e la paura che muovendomi possa toccarli, per sbaglio, con mia figlia. Questo per loro sarebbe un insulto”, afferma Fatimah. 

Tuttavia, Fatimah si ritiene una donna fortunata. Perlomeno ha un lavoro, dove può portare sua figlia. Cosa tutt’altro che scontata. Se muoversi con i figli appresso è piuttosto comune in un contesto come Nairobi, non lo è più dal momento in cui questi presentano una disabilità. A complicare ulteriormente le cose, il fatto che a casa da soli non li puoi lasciare. E raramente c’è qualcun altro pronto a prendersene cura. 

In genere le madri sono lasciate sole dopo la scoperta della disabilità del figlio. Le famiglie si disgregano ed il primo ad andarsene è spesso il marito. Questo perché in Kenya ci sono ancora molte credenze e superstizioni riguardo la disabilità e poca conoscenza delle reali cause alla base delle patologie. Ad essere ritenuta responsabile è generalmente la donna, incolpata di avere sbagliato qualcosa durante la gravidanza. La disabilità viene vista in quest’ottica come una punizione. Una maledizione mandata da Dio. Un peccato del quale vergognarsi. 

“Anche i miei vicini pensano che Pray sia maledetta. Non la vogliono nemmeno vedere.”

L’isolamento arriva dalla propria famiglia, ma anche dai vicini e dalla società in senso lato. La vita in comunità e l’aiuto reciproco cambiano completamente quando c’è di mezzo una persona disabile. 

Se Pray è intoccabile, così lo sono le sue cose. Fatimah mi spiega come le vicine, adesso che è al termine della gravidanza, l’aiutano a fare il bucato. Le possono lavare e stendere i suoi vestiti, ma non laveranno mai né tantomeno stenderanno quelli di Pray. 

“Sai quando devo andare in bagno come faccio? Nessuno me la tiene, nemmeno per 2 minuti, il tempo di fare pipì. Dunque, ci vado con lei, mi accovaccio e me la stendo sulle gambe”. 

Fatimah non è la sola. Come lei, tante altre, chissà quante, visto che dati ufficiali non ne esistono. 

Le stime sostengono che a Nairobi c’è una popolazione di 300.000 bambini e bambine con disabilità. L’80% di questi vive negli insediamenti informali. La poca prevenzione, le condizioni in cui le mamme sono costrette a partorire e gli incidenti domestici sono le principali cause cui è dovuta l’alta incidenza della disabilità infantile. 

“Molte di noi non hanno le risorse sufficienti per farsi seguire durante la gravidanza. Partoriamo in casa oppure in piccole cliniche locali dove non ci sono gli strumenti adatti.”

Alla carenza di strutture sanitarie adeguate e centri di riabilitazione si somma la scarsa preparazione del personale e la mancanza di procedure “disability friendly”. Elementi che si ritrovano anche nel sistema educativo e che portano all’elevata discriminazione e stigmatizzazione sociale.

E rimangono solamente le spalle delle donne a farsi carico della situazione. 

Nell’immagine: Kenia, bambini disabili


A Gaza si continuerà a morire per mesi

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Di Michele Giorgio, il manifesto

A decine ieri si sono avvicinati al cratere fumante e colmo di macerie di un intero palazzo distrutto dalla bomba sganciata da un aereo israeliano sul campo di Nuseirat, nella zona centrale di Gaza. In silenzio, hanno provato a scorgere in quella voragine il corpo di qualcuno ancora in vita. Per 12 persone che al momento dell’esplosione erano nei pressi della moschea Hasan Banna non c’è stato scampo. Altre decine sono rimaste ferite, alcune gravi e con poche possibilità di salvezza a Gaza dove gli ospedali non sono più ospedali dopo quattro mesi e mezzo di offensiva israeliana. L’esercito dello Stato ebraico ha rilanciato la sua offensiva al centro e a nord della Striscia, in particolare a Zeitun e Shujaiye a est di Gaza city. Hamas non sembra affatto sul punto di crollare come affermano da giorni i comandi militari e il ministro della difesa israeliano Gallant. I suoi combattenti e l’apparato amministrativo, non appena i reparti corazzati israeliani arretrano, cercano di rioccupare alcune delle posizioni perdute nelle settimane passate. Si combatte di nuovo al nord, anche se il grosso dell’offensiva israeliana si concentra a sud, a Khan Yunis – l’ospedale Nasser, circondato da settimane, è in piena emergenza – ed è giunta alle porte di Rafah, l’ultimo rifugio per oltre un milione di civili.

Sono circa 29mila i palestinesi uccisi a Gaza, in gran parte civili, e altre migliaia di corpi si troverebbero sotto le macerie di case e palazzi abbattuti da bombe e missili. Un bilancio destinato a salire, anche se l’offensiva israeliana si fermasse ora, cosa improbabile alla luce delle ultime dichiarazioni del premier Netanyahu e di altri membri del suo governo. Ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine e del Johns Hopkins Center for Humanitarian Health negli Stati Uniti, calcolano in circa 8.000 i palestinesi di Gaza che probabilmente moriranno nei prossimi sei mesi per il crollo del sistema sanitario causato dall’attacco israeliano alla Striscia. Moriranno per le ferite provocate dai bombardamenti, per l’aumento delle malattie, per la mancanza di chemioterapie ai malati oncologici e cronici, per la diffusione di infezioni in un territorio devastato in cui gran parte della popolazione è sfollata, senza casa e vive nelle tendopoli nel migliore dei casi se non tra le macerie. I ricercatori allo stesso tempo lanciano un avvertimento: se i combattimenti non si fermeranno, almeno altre 85mila persone potrebbero morire entro l’inizio di agosto uccise dalla guerra, dalle malattie e dalle epidemie.

Un altro tentativo di dichiarare un cessate il fuoco immediato e definitivo a Gaza è naufragato ieri quando gli Stati uniti hanno esercitato di nuovo il diritto di veto per bloccare la bozza di risoluzione presentata dall’Algeria al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il testo ha avuto il sostegno di 13 dei 15 paesi membri del CdS, mentre il Regno unito si è astenuto. Si tratta della terza volta in cui Washington esercita il diritto di veto dal 7 ottobre. «Votare a favore di questa bozza significa sostenere il diritto alla vita dei palestinesi, opporsi significa sostenere la violenza brutale nei loro confronti», aveva detto prima del voto l’ambasciatore algerino alle Nazioni Unite, Amar Bendjama, facendo appello al senso di responsabilità del CdS e del rispetto di tante vite innocenti a Gaza. Gli Stati uniti hanno motivato il veto affermando che la risoluzione proposta da Algeri non avrebbe garantito la liberazione dei circa 130 ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e altre organizzazioni a Gaza. Ma la decisione è la conferma che nonostante i forti contrasti emersi tra l’Amministrazione Biden e il premier Netanyahu in questi ultimi giorni, gli Usa continueranno a sostenere Israele, con la diplomazia e con armi e munizioni, e non imporranno soluzioni allo Stato ebraico, dal cessate il fuoco definitivo a Gaza alla dichiarazione unilaterale di uno Stato palestinese indipendente.

Da parte sua Washington ha presentato una sua bozza di risoluzione, in cui la dicitura «cessate il fuoco immediato» è sostituita con il termine «temporaneo». Finora gli Usa hanno appoggiato la possibilità di una «pausa umanitaria» per consentire la liberazione degli ostaggi israeliani – anche attraverso uno scambio con prigionieri politici palestinesi in carcere in Israele – e l’aumento degli aiuti umanitari per Gaza. L’Amministrazione Biden si oppone inoltre a una operazione militare israeliana su larga scala nella città di Rafah. Ai civili palestinesi non basta, chiedono la tregua immediata e definitiva. Tuttavia, la bozza di risoluzione americana ora sul tavolo è il massimo che gli Usa siano riusciti a produrre negli ultimi quattro mesi e mezzo per mostrare la propria insoddisfazione al governo Netanyahu che non ascolta nessuno, non cede a pressioni e non tiene conto delle posizioni di altri paesi. «Il fatto che gli Stati uniti stiano presentando questo testo è un avvertimento per Netanyahu» spiega Richard Gowan dell’International Crisis Group «È il segnale più forte inviato dagli Stati uniti: Israele non può fare affidamento sempre sulla protezione diplomatica americana». Lo scetticismo però è forte. Le trattative comunque sono in corso e la contrarietà all’attacco israeliano contro Rafah espressa nel testo è lo strumento con il quale la delegazione Usa prova ad avere l’appoggio alla sua risoluzione.

Ieri il Sudafrica ha di nuovo esortato la Corte internazionale di Giustizia (Cig) ad emettere un parere di «illegalità» (non vincolante) per l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Nel fine settimana una delegazione di osservatori israeliani è stata espulsa dalla cerimonia di apertura del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Questo sviluppo è stato condannato con forza dal ministero degli esteri israeliano che ha accusato «paesi estremisti come Algeria e Sudafrica» di aver imposto la propria agenda all’Unione Africana.

Qual è la tua scommessa sul possibile risultato di questo appello?
Nessuna. Questa è la terza, terza volta che è stato in tribunale. E finora, hanno vinto una volta ciascuno. Potrebbe andare in entrambi i modi.

Se va male è una situazione di non ritorno in tutti i sensi.
Penso che sia una tendenza pericolosa dei governi che usano la segretezza di Stato e la legislazione sullo spionaggio. E il punto di queste leggi è che non c’è difesa, che non si può dire “questo è il motivo per cui l’ho fatto”, cosa possibile nella maggior parte degli altri crimini. Quindi non è un caso per me che stiano usando quella legge, perché vogliono solo rinchiuderlo e punire altri, dissuadendoli dallo scrivere di ciò che si vuole mantenere segreto.

E perché pensi che il Regno Unito abbia adottato una posizione così subordinata rispetto agli Stati Uniti? A causa della Special relationship?
Prova a pensarci. Immaginiamo se fosse un giornalista americano che vive in Gran Bretagna a scrivere del programma nucleare indiano. Riuscite a immaginare che l’America accetterebbe che un giornalista americano venga gettato in prigione in India? Non accadrebbe mai. Quindi mi sgomenta che questo stia accadendo.

Nell’immagine: un ospedale di Gaza


Ecco perché la morte di Navalny è anche colpa nostra

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

di Paolo Rumiz, La Repubblica

Ora tutti piangono  Navalny . Fanno  fiaccolate  per lui e sgomitano per mostrare in tv la loro condanna di  Putin . Temo non abbiano la più pallida idea di essere indirettamente corresponsabili di quella morte, sottovalutando per conformismo le poche, coraggiose voci libere che durante la guerra in Ucraina si levavano nell’impero moscovita. Temo si siano dimenticati di aver creduto che l’intero popolo russo fosse complice di un dittatore. Una semplificazione di comodo.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, la polizia delle Repubbliche baltiche rende impossibile la vita ai giornalisti espatriati per sfuggire alla censura moscovita e straccia unilateralmente i visti d’ingresso nella Ue concessi dalle università occidentali agli intellettuali dell’opposizione russa.
I conti bancari di coloro che sono fuggiti dall’inferno sono bloccati. Gli intellettuali russi alternativi sono spesso banditi dalle nostre tv. Oppure, per accedervi, hanno dovuto scusarsi di essere russi.

Siamo di fronte alla tragedia di un popolo intero schiacciato tra due violazioni del diritto. La nostra e quella moscovita. Perché i Russi sono cattivi, che diamine: il megafono mediatico dell’Alleanza atlantica ci ha imbottito le menti con questa infantile stupidaggine e noi l’abbiamo ripetuta a pappagallo, accusando di complicità con Putin chiunque in Italia non fosse d’accordo con il teorema di cui sopra.

Per servilismo, abbiamo bandito Dostoevskij e abbiamo lasciato abbattere la statua di Puskin a Kiev e togliere gli autori russi dalle antologie scolastiche ucraine. Guai far sapere che esistono russi buoni. Meglio che la loro voce non compaia.

Navalny lo abbiamo ammazzato anche noi europei, inseguendo una visione manichea che non appartiene al nostro mondo.

L’America stessa, di fronte alla notizia, si è mossa con goffaggine e incoerenza. Trumpbarcolla: prima invita la Russia a invadere l’Europa, poi evita di accusare Putin e infine si dichiara vittima come Navalny. Lo smemorato Biden protesta senza far nulla, e intanto costringe Julian Assange — anima gemella di Navalny — all’esilio sorvegliato in Inghilterra.

E la storia, dopo la prima ondata di emozione, sta già per essere catturata dal pantano dell’indifferenza e dell’oblio. Notizie enormi come questa sono destinate ad affogare nel frastuono dei notiziari e dei social per essere rapidamente dimenticate.

Il mondo va avanti. I ricchi si arricchiscono, discettano a Davos sui destini del mondo, e degli Altri chi se ne importa. Cadono bombe sulle navi nel Mar Rosso, i noli delle navi aumentano del 30 per cento e gli armatori brindano a champagne. L’altezza dei bimbi inglesi continua a calare per malnutrizione. Un iceberg grande come l’Islanda si stacca dal Polo e punta sulle Svalbard. A Boston la General Electric ottiene un contratto da cinque miliardi per forniture di armi all’Ucraina.

In questo frastuono che disorienta, l’appello di Yulia Navalnaya mi ha fatto vergognare come europeo. L’ho ascoltato in silenzio, come ottant’anni fa si ascoltava Radio Londra. Le parole di lei cadevano come pietre sulle nostre coscienze. Yulia non parlava solo ai russi ma a tutto il mondo libero.

«E voi, non condividete con me la pena, ma la rabbia e l’odio per quelli che distruggono il nostro futuro». Quando ho sentito questa frase, pronunciata con la forza e la grazia della lingua di Puskin, ho capito di essere davanti alla Russia eterna, quella che non abbiamo saputo vedere. La Russia resistente delle donne, il Paese di Anna Politkovskaja, uccisa per aver svelato i crimini di Putin in Cecenia.

Ho riconosciuto in lei la forza di un popolo oppresso capace di benedire lo straniero consegnandogli pane, sale e pesce secco nel segno della Croce.

In quella donna parlava la terra di Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Svetlana Aleksjevi?. O di Nadežda Mandel’štam, che conservò, imparandole a memoria, le poesie proibite del marito, mandato a morire in Siberia.

Triste concludere che in questo nostro Occidente non esistono figure capaci, come lei, di trasformare in luce anche l’ora più buia.

Nell’immagine:  Roma, Campidoglio. Fiaccolata  in memoria di Navalny

 


Nell’Ue tira un brutto clima. Pesticidi, gas serra e rinnovabili: così è naufragato il Green Deal

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Di Elena Dusi, La Repubblica

«Per l’Europa sarà come portare l’uomo sulla Luna» aveva esordito Ursula von der Leyen, nominata presidente della Commissione da appena 10 giorni. Era il dicembre del 2019, Greta aveva da poco parlato all’Onu (“Se fallirete non ve lo perdoneremo”) e il Green Deal era il primo raggio di sole della neonata legislatura di Bruxelles.
Si trattava di un progetto ambizioso come una missione lunare. Puntava, spiegava von der Leyen, a «riconciliare economia e pianeta». In 24 pagine poneva obiettivi su rinnovabili e gas serra, cibo e pesticidi, inquinamento e riscaldamento delle case, fino a promettere zero emissioni nel 2050.

Col tempo molti traguardi sono caduti come foglie di un albero. A bloccare le strade oggi, al tramonto della legislatura europea, sono i trattori. E Greta ormai appare più in tribunale che in piazza.
L’ultima a cadere è stata la bozza di regolamento sui pesticidi, che ne dimezzava l’uso entro il 2030: cassata dalla stessa von der Leyen 3 giorni fa anche se l’europarlamento l’aveva già affondata a novembre. «Ribadire il no a una legge già bocciata è pura propaganda. Fa capire quali saranno le posizioni alle prossime elezioni» dice amaro Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi Sinistra.

Sempre a novembre il parlamento europeo aveva approvato per il rotto della cuffia la legge per il ripristino della natura, che prevede di riportare allo stato originario il 20% di terre e mari entro il 2030.
Decurtata dalle misure più controverse per gli agricoltori e avversata dalla destra, la norma è stata una vittoria di Pirro: ha dimostrato quanto sia esile l’afflato verde dell’Europa.
Vittime del vento anti-ambientalista sono state poi la legge sugli imballaggi annacquata, la norma sulle case efficienti, approvata ma ancora priva dei dettagli capaci di renderla incisiva, e il mancato adeguamento dell’Europa ai nuovi limiti dell’Oms sul particolato che inquina le città.

Nel presentare i nuovi obiettivi di decarbonizzazione per il 2040, infine, la Commissione martedì ha stralciato il settore agricolo, che nel testo originario del Green Deal era chiamato a tagliare del 30% le emissioni entro il 2040.
I motivi di questi fallimenti? Si può partire dall’eccessiva ambizione del Green Deal. Il nuovo obiettivo di decarbonizzazione di martedì, per dire, si propone di tagliare del 90% i gas serra quando dal 1990 a oggi siamo scesi solo del 32,5%. Nel 2023 in Italia le nuove installazioni di rinnovabili sono aumentate di 5,7 Gigawatt nel 2023. «Un buon passo avanti rispetto al passato — commenta Bonelli — ma per rispettare il Green Deal dovremmo arrivare ai 12 annui».

La guerra in Ucraina c’entra fino a un certo punto. Ha fatto salire i prezzi dell’energia, ma ha dato impulso alle rinnovabili. Per trovare il colpevole — suggeriscono Marco Giuli e Margherita Bianchi dell’Istituto di Affari Internazionali nel rapporto “Il Green Deal a fine legislatura” — serve guardare alla politica, interna e estera.
Lo shock dei gilet gialli in Francia nel 2018 — con le proteste innescate da una tassa sui carburanti — ha lasciato un imprinting indelebile. A maggio il capo dell’Eliseo Macron ha chiesto una pausa per le politiche verdi, affiancato dal Belgio, facendo sorridere una Polonia che contro il Green Deal ha votato fin dal primo giorno.
Il soprassalto in Germania è arrivato dal bando delle caldaie a gasentro il 2024 (poi cancellato), che ha dato l’opportunità all’estrema destra del partito Afd di schierarsi contro la transizione verde e vincere consensi. In Olanda i limiti alle emissioni degli allevamenti hanno fatto nascere un partito, Movimento civico contadino, che alla prima prova alle provinciali del 2023 ha superato il 19%.
La transizione energetica ha un problema di equità, sostiene Bonelli: «Il suo prezzo non può essere pagato allo stesso modo da tutti». Ma per non sbagliare, alla vigilia delle elezioni, si è deciso di accantonare il capitolo verde tout court.

«Politiche di retroguardia» le definisce Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, ente non profit per la riduzione dei gas serra. «Il mondo ha già deciso da che parte andare, con o senza l’Europa, con o senza l’Italia, che per un decennio ha tenuto il freno a mano tirato. Le rinnovabili oggi sono così economiche e vincenti che si imporranno da sole. Anche il prezzo dell’auto elettrica scenderà. Basta guardare alla Cina e alla sua marcia inarrestabile, seguita dagli Stati Uniti». Alla Luna, insomma, arriveremo. Ma anche stavolta non sarà l’Europa a lasciarvi la sua impronta.


Tredicesima AVS – Che tipo di società vogliamo?

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

L’Assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) non ha mai sofferto di problemi finanziari in maniera duratura, anche grazie, bene ricordarlo, alle riforme che hanno esteso la sua base contributiva, traducendo una chiara volontà popolare più volte espressa nel corso dei decenni. I problemi più significativi degli ultimi anni, nel 2002 con la crisi di internet e nel 2008 con la crisi dei subprime, sono da imputare all’andamento dei mercati finanziari. L’AVS, infatti, dispone di un capitale che le consente di far fronte ai propri impegni nei periodi in cui le entrate dovessero essere insufficienti a coprire le uscite.

Tale capitale, che per legge deve almeno coprire le uscite di un anno dell’AVS, è gestito da un Fondo che lo investe per maturare degli interessi, esponendosi ai rischi insiti ai mercati finanziari. Le prospettive finanziarie dell’AVS stanno indubbiamente cambiando, ma è importante notare che le ragioni non sono prevalentemente demografiche, bensì economiche, legate alle frequenti crisi dei mercati finanziari e al diffondersi della precarietà, dei bassi salari e della scarsa qualità del lavoro.

Tuttavia, il problema demografico è ancora quello maggiormente evocato a giustificazione di una riforma delle pensioni. La popolazione invecchia, vive più a lungo e in buona salute, si reitera. Un dato che, secondo molti, giustificherebbe un incremento dell’età pensionabile, non tiene però conto del declino secolare delle ore lavorative derivante dai progressi tecnologici e dai miglioramenti nella produttività che hanno contribuito ad aumentare i salari e ridurre i costi dei beni e dei servizi, comprese le attività ricreative di cui i pensionati sono consumatori interessati e interessanti.

Sebbene sia vero che le aspettative di vita si sono allungate notevolmente, è altrettanto vero che questo aumento non è uniforme, e che anche nella morte ci sono forti differenze di classe. Nonostante l’AVS realizzi un’elevata ridistribuzione della ricchezza tra ceti ricchi e ceti modesti, in virtù del fatto che l’ammontare delle rendite è limitato all’interno di una “forchetta” in cui la rendita massima è il doppio di quella minima, consentendo agli assicurati a basso reddito di ricevere rendite più elevate in proporzione a quanto hanno contribuito rispetto ai ceti più abbienti, bisogna però riconoscere che l’effetto ridistributivo reale è limitato dal fatto che la speranza di vita è più elevata per le classi ad alto reddito, che beneficiano mediamente più a lungo della rendita AVS. Una forma di ridistribuzione al contrario, che si inserisce nella logica del funzionamento dell’AVS.

L’AVS è un’assicurazione sociale che protegge tutta la popolazione che versa un “premio”, se del caso con il contributo dei datori di lavoro. Il suo scopo è “coprire adeguatamente il fabbisogno vitale”, scopo che, in assenza di risorse supplementari da parte di chi ne beneficia, raggiunge solo con l’intervento delle Prestazioni complementari (PC), un altro baluardo del cosiddetto primo pilastro della previdenza vecchiaia. Accanto all’AVS, che opera secondo un principio assicurativo (sei tutelato dall’assicurazione se contribuisci al suo finanziamento) e universalistico (l’obbligo di affiliazione è esteso a tutta la popolazione residente), operano le PC che invece funzionano in maniera selettiva, indirizzando i propri interventi a chi ha risorse considerate insufficienti dalla normativa.

Ecco perché un aumento delle rendite AVS, anche in forma di tredicesima rendita, non può che andare indistintamente a beneficio di tutti e tutte. Tutti e tutte pagano e tutti e tutte hanno diritto a beneficiarne. Un principio semplice, giustamente e opportunamente richiamato da Giuseppe Sergi in un contributo apparso su ‘laRegione’ e ripreso il 16 febbraio da questo sito. Non si capisce perché lo si voglia mettere in discussione, e questo dopo aver difeso sgravi fiscali ad annaffiatoio che tendono a favorire i redditi elevati, piuttosto che aver offerto un reale sostegno alle fasce più deboli della società, incluse quelle, relativamente povere, che sono esonerate dal pagamento delle imposte e che perciò non beneficiano di alcuno sgravio fiscale.

Ma che beneficerebbero della tredicesima rendita AVS! A chi sostiene di rafforzare le PC, anziché distribuire a tutti e tutte una tredicesima rendita AVS, si ricorda che a causa delle recenti misure di risparmio adottate a livello federale, numerosi beneficiari non beneficeranno più o beneficeranno di meno prestazioni, per un risparmio lordo di quasi mezzo miliardo all’anno da qui al 2030. Inoltre, le PC vanno a beneficio di coloro che hanno risorse modeste, ignorando, tra le altre, proprio quelle classi medie che si dice di voler rappresentare e difendere. Infine, puntare sulla selettività, addirittura estendendola, dopo averne ridotta la generosità, significa rafforzare l’idea che esiste una fascia di popolazione che non ce la fa con i propri mezzi e che ha bisogno di un aiuto mirato e perciò stesso stigmatizzante.

I cambiamenti demografici, insieme alle fluttuazioni dei rendimenti finanziari che influenzano il Fondo di compensazione dell’AVS, sono considerati ineluttabili e spingono a misure volte a garantire l’equilibrio tra entrate e uscite, a scapito della generosità nei confronti degli assicurati.

Tuttavia, i pensionati contribuiscono anche alla domanda di beni e servizi, e mantenere basse le erogazioni non favorisce l’economia. A livello macroeconomico, la pensione sostiene il reddito individuale nel periodo finale della vita e contribuisce a sostenere la domanda globale, anche se mediamente le prestazioni in denaro dell’AVS, circa 1870 franchi al mese, sono modeste.

L’approvazione di una tredicesima rendita AVS solleva indubbiamente la questione del finanziamento, che spetterà al Parlamento dirimere. Un’opzione potrebbe essere un aumento dei contributi dei dipendenti, per esempio. In questo caso, nel primo anno d’introduzione della tredicesima rendita AVS, i contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro aumenterebbero complessivamente dall’attuale 8,7% al 9,4%, secondo le stime della Confederazione. Anche una combinazione di fonti di finanziamento, incluso l’aumento della quota dello Stato attraverso una riallocazione o un’estensione delle risorse fiscali, appare ragionevole, innanzitutto in considerazione delle crescenti disuguaglianze e dei risparmi operati recentemente, anche attraverso l’aumento dell’età di pensionamento delle donne.

Se vogliamo una società più egualitaria e solidale e meno ingiusta, occorre ricominciare ad occuparci seriamente di chi non sta bene e fa fatica, come peraltro ci invita a fare la Costituzione federale.


La guerra di Israele e noi

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

L’odio per l’ebreo ha radici remote. Accompagna gli snodi critici e le fratture sociali fin dall’antichità: guerre, epidemie, dissidi religiosi, calamità inspiegabili, recessioni economiche rovinose. L’ebreo diventa ogni volta il capro espiatorio ideale, l’ombra diabolica su cui scaricare cause e responsabilità. Il giudeo rappresenta il diverso da confinare nei ghetti; è per natura avido, profanatore di ostie, fomentatore di disordini, orditore di complotti, avvelenatore di pozzi e sorgenti. Per il nazismo era l’insetto nocivo da estirpare («ausrotten»), per il fascismo un essere «asocievole per costituzione intrinseca». La rivista la Difesa della razza diretta da Telesio Interlandi non esita a farsi soccorrere da Dante: «Sempre la confusion delle persone/ principio fu del mal della cittade». 

Ha nemici ovunque e in ogni ambiente, dal commercio alle banche, dalla politica all’esercito (il caso Alfred Dreyfus, il capitano alsaziano accusato di alto tradimento). Agli occhi di Hitler ebraismo e marxismo camminano mano nella mano («giudeo=bolscevico»), ma l’antisemitismo è presente anche in larghi strati del movimento operaio e sindacale, come incarnazione del grande capitale e della sete di denaro. Il saggista Gadi Luzzatto Voghera, in un suo volumetto pubblicato da Einaudi nel 2007, non ha esitato a parlare di «antisemitismo a sinistra». Talvolta genera cortocircuiti totali, come ben vide Carlo Cattaneo nelle sue Interdizioni israelitiche (1835): «i nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere di usura e baratti; e poi lo maledicevano come usurajo e barattiere».

La Svizzera moderna non ha conosciuto la violenza dei «pogrom» e le deportazioni sistematiche attuate dai regimi totalitari. Non per questo la sua politica è stata esemplare nel favorire l’emancipazione delle comunità ebraica, sia in campo civile che religioso. La Costituzione del 1848 non concedeva agli ebrei né la libertà di domicilio, né l’esercizio libero del culto. Solo lentamente, e fra mille titubanze, il legislatore riconobbe tali diritti nella seconda metà dell’Ottocento. Forse non è del tutto casuale che la prima iniziativa votata dal popolo nel 1893 riguardasse una questione collegata ad una pratica semitica, ovvero la macellazione rituale. L’iniziativa, promossa dalla società per la protezione degli animali, dichiarava illecita la recisione della vena giugulare dell’animale («sgozzamento») che non fosse stato preventivamente stordito. La norma, accolta e inserita nella Costituzione federale, non fu approvata dai (pochissimi) cittadini ticinesi che si recarono alle urne. Disinteresse, indifferenza? Gazzetta Ticinese fece sua quest’ultima ipotesi a commento dei risultati: «quali poi siano le conseguenze materiali di questo voto, noi crediamo che sian tali da non farci troppo impensierire, specialmente se sincere erano le proteste delle società protettrici degli animali di esser mosse soltanto da un sentimento umanitario. Ma ben altrimenti gravi sarebbero se la votazione di domenica segnasse un primo passo in una lotta antisemita, in una lotta tra razze, il che non vogliamo credere». Non subito, ma qualche decennio dopo quel presentimento formulato sulle pagine del giornale sarebbe riemerso nella propaganda dell’ultradestra nazionalista («frontismo») e tra i ranghi della ticinese Lega nazionale. A conferma che il veleno che si era insinuato nelle pieghe della società, della politica e dell’informazione non aveva incontrato sufficienti antidoti.

L’antisemitismo che ora sta rialzando la testa non rappresenta quindi una sorpresa; riaffiora non in modo plateale, come un rigurgito di neo-razzismo, ma attraverso episodi di insofferenza e di iniziative dissennate, com’è successo recentemente a Davos. Sta di fatto che lo Stato di Israele non può più contare, come sempre è accaduto nelle democrazie occidentali dal 1948, su un appoggio incondizionato (perfino l’amministrazione americana ha invitato alla moderazione). Certo, guai a cadere nella trappola della generalizzazione. Il mondo ebraico è multiforme e diviso al suo interno. L’attuale classe dirigente è contestata da buona parte dell’opinione pubblica del paese, che non vede l’ora di destituirla. La scelta di affidare la soluzione solo alle armi ha aperto una voragine di orrori, nell’illusione che una volta svanita la polvere dal campo di battaglia potesse nascere una nuova era di pace e concordia. Sappiamo tutti che non sarà così, che l’odio rimarrà conficcato nelle menti per generazioni, pronto a riesplodere alla prima occasione. Ai crimini di Hamas del 7 ottobre è seguita una risposta-vendetta che ha raso al suolo un’intera regione, lasciando sul terreno migliaia di vittime innocenti. Il governo israeliano vincerà militarmente, ma non moralmente. Questa volta il premier Netanyahu ha dissipato il capitale di simpatie faticosamente accumulato nel secondo dopoguerra. 

Articolo pubblicato da “La Regione”
Nell’immagine: Ebrei condannati al rogo, accusati di aver diffuso la peste tramite l’avvelenamento dei pozzi. Stampa tedesca del XV secolo 


La politica che comincia a scuola e rischia di portare a scuola il peggio della politica

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Quello della mancanza di giovani che si dedicano alla politica attiva – scriveva laRegione nel 2021, informando di una mozione di due consiglieri comunali del Ppd chiassese – è un tema ricorrente a ogni elezione comunale. Per cercare d’invertire questa tendenza, a Chiasso potrebbe presto nascere un Consiglio comunale dei bambini e delle bambine. Al Municipio viene chiesto di istituire l’organo nella formula adottata dalla Città di Mendrisio, con l’invito a «coinvolgere il corpo docenti nella definizione dello stesso e la raccomandazione di chiedere riscontro a chi ha già messo in atto progetti simili».

Pochi giorni fa – come da programma, verrebbe da dire – il legislativo di Chiasso ha deciso l’istituzione del Consiglio comunale dei bimbi, con una votazione quasi bulgara, malgrado il parere negativo della Commissione della legislazione (‘È un progetto lontano dai bisogni reali degli allievi’). La parola passa ora ai docenti, chiamati a trasformare i proclami politici in pratiche pedagogiche; benché, scrive ancora laRegione, «il corpo docenti [abbia] espresso in maniera chiara la perplessità sul progetto e il disagio ad accettare che la politica comunale entri in maniera invasiva nell’attività didattica», mentre questa decisione obbligherebbe la scuola «a occuparsi del Consiglio comunale dei bambini e delle bambine malgrado venga riconosciuto da qualsiasi esperto del settore quanto sia negativo imporre un progetto che non sia condiviso».

Accordo o meno, a me pare una trovata poco sensata e piuttosto esclusiva. Qual è il senso di “copiare” il mondo degli adulti, soprattutto in quest’epoca che ha ridimensionato i partiti e moltiplicato i movimenti? In questa maldestra imitazione del Consiglio comunale, manca tutto: non ci sono i partiti e le loro opinioni e non c’è un organo esecutivo che renda operative le sue risoluzioni. Si può provare a immaginare quali saranno gli “eletti” che saranno eletti per rappresentare tutti i “cittadini” dell’istituto, o chiedersi se sarà possibile disertare le urne: una copia conforme porterebbe a tassi elevati di astensione al voto.

Cosa c’è da imparare, civicamente e culturalmente parlando? Davvero si crede di recuperare questi futuri cittadini alla politica, senza che venga almeno un po’ da ridere? C’è un’unica certezza: sarebbe l’ennesima gara scolastica, vinta quasi di sicuro dagli “eletti” di sempre. Oddio, si sarebbe potuto optare per qualcosa di più semplice, tipo l’assemblea comunale, consesso ancora presente in alcuni comuni con la popolazione ridotta; ma nella sostanza sarebbe cambiato poco.

E allora? Allora c’è che il mestiere del politico bisognerebbe impararlo pian piano, fin dalla più tenera età. Parlando di politica e di istituzioni, Massimo Cacciari si è chiesto: Tu ti affideresti a un medico che non ha fatto un’ora di medicina, a un ingegnere che non sa come stanno in piedi due mattoni? E invece in politica ti va bene che venga il primo che capita per la strada? In anni in cui la società pareva più semplice la politica godeva di un certo prestigio, e spesso il percorso di chi era motivato cominciava dal partito, per poi tentare l’elezione nel Consiglio comunale, quello vero.

Anni prima, una parte seppur minoritaria del mondo della scuola aveva ideato delle pratiche pedagogiche piuttosto affascinanti. Il più noto esponente della democrazia dentro l’aula è sicuramente Célestin Freinet, che, accanto ad alcune scelte pedagogiche e didattiche molto originali – la tipografia scolastica, il giornalino, lo studio per progetti, la cooperazione tra allievi – aveva dato un posto di rilievo alla possibilità che alla voce dei suoi allievi fosse garantito uno spazio concreto per partecipare attivamente al processo educativo.

Qualche anno dopo, Fernand Oury (1920-1997), nato in una cittadina suburbana, una banlieue, diventò maestro nella stessa scuola che aveva frequentato da bambino, alloggiato in un edificio come ce n’erano tanti e come ce ne sono ancora, a più piani, con le aule che s’affacciano sui corridoi e i suoi cortili per la ricreazione: una situazione lavorativa ben diversa da quella Freinet, nella sua scuoletta di campagna, senza cortili ma con la campagna tutt’intorno. Racconta Philippe Meirieu in un cortometraggio di qualche anno fa (Y a-t-il une autre loi possible dans la classe ?), che all’inizio, le cose non sono state facili per lui: non sapeva bene cosa fare con quei bambini rinchiusi in una «scuola-caserma». E poi un giorno quell’uomo delle città periferiche incontrerà un grande insegnante dei campi, Célestin Freinet. Questo incontro sarà decisivo”.

Sarà infatti proprio Oury a sviluppare all’interno della sua classe una sorta di assemblea istituzionale (Le Conseil, il Consiglio), integrato nella vita scolastica, con l’intento di organizzarsi affinché ogni studente imparasse come la vita collettiva potesse aiutare ogni studente a prendere a carico il proprio lavoro, come evitare che l’insegnante debba chiedere il silenzio ogni cinque minuti, come gli studenti avanzati in una disciplina possano aiutare quelli in difficoltà, come rendere le lezioni ex cathedra più efficaci e le valutazioni più formative…

Non un gioco, dunque, ma un tempo istituzionalizzato, con alcune regole di funzionamento – la regolarità e il rispetto del calendario degli incontri; la preparazione e l’ordine del giorno; la definizione dei suoi compiti, perché il “Consiglio” non è un luogo di chiacchiere per questioni del tutto secondarie, né un organo onnipotente, al di là e al di sopra delle Leggi; la definizione dei ruoli, perché nessun “Consiglio” può funzionare senza un presidente e un segretario di seduta, con compiti definiti e rispettati; la regolare presenza di un verbale, che funga da memoria delle decisioni prese. E, per finire, il pragmatismo dell’insegnante, dato che il “Consiglio” non è un organismo autogestito senza adulti. Fernand Oury : «Il Consiglio comprende i bambini e l’insegnante. Non si tratta affatto di lasciare che i bambini decidano tutto. Senza questo, non sarebbero bambini. Avevano discusso, ad esempio, del destino di un ragazzo molto noioso e molto fastidioso. Avevano deciso di mettergli una pietra intorno al collo e di buttarlo nella Senna, cosa che mi sembrava una decisione molto ragionevole a mio parere. Ho quasi votato a favore… ma solo quasi! Mi sono fermato.»

Per farla breve: una proposta dall’alto contenuto pedagogico e democratico, che porta a capire come deve funzionare la democrazia, che insegna a esprimersi e ad ascoltare, che obbliga a confrontarsi civilmente, al posto dell’agire di pancia; che presuppone che anche una classe è una comunità che non può funzionare senza legge; e che c’è un’affascinante alternativa all’autoritarismo e al suo contrario, il caos.

***

P. S. Per la descrizione del «Consiglio», invero molto succinta, ho riportato, con una certa libertà, alcune parti del volumetto che ha accompagnato, a suo tempo, la vendita del cortometraggio citato (Philippe Meirieu, Fernand Oury. Y a-t-il une autre loi possible dans la classe?, 2001, Parigi, Éditions PEMF).

Nell’immagine: una seduta del Parlamento dei giovani nell’aula del Consiglio nazionale, una delle iniziative che intendono avvicinare i giovani alla politica


“Hanno ucciso metà della mia anima”

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Yulia Navalnaya, La Repubblica

Ciao, sono Yulia Navalnaya. Oggi per la prima volta su questo canale voglio rivolgermi a voi. Non dovevo esserci io in questo posto, non dovevo registrare io questo video. Al mio posto doveva esserci un’altra persona, ma questa persona è stata ammazzata da Vladimir Putin. Tre giorni fa Vladimir Putin ha ammazzato mio marito Aleksej Navalny. Putin ha ammazzato il padre dei miei figli, mi ha tolto la cosa più cara, la persona più vicina ed amata. Non solo: Putin ha tolto Navalny a voi. Da qualche parte nella colonia oltre il Circolo polare artico, nel perenne inverno, Putin ha ammazzato non solo l’uomo, Aleksej Navalny, ma assieme a lui ha voluto uccidere le nostre speranze, la nostra libertà, il nostro futuro, ha voluto distruggere la migliore prova che la Russia può essere diversa, che siamo forti e intrepidi, che crediamo, lottiamo e vogliamo vivere in modo diverso.
Le torture ad Aleksej

Tutti questi anni sono stata accanto ad Aleksej: elezioni, manifestazioni, arresti domiciliari, perquisizioni, fermi, carceri, avvelenamento, di nuovo manifestazioni, arresti e carcere di nuovo. Il nostro ultimo incontro è stato a metà febbraio del 2022. La nostra ultima foto insieme. Esattamente due anni dopo Putin lo ammazzerà.

Tutti questi anni sono stata insieme ad Aleksej, ero felice di stare con lui e di sostenerlo. Ma oggi voglio essere con voi, perché so che anche voi avete subito una perdita non minore della me. Aleksej è morto nella colonia dopo tre anni di sofferenze e torture. Non stava scontando la sua pena come fanno gli altri detenuti, ma veniva torturato, tenuto in carcere di rigore, in una scatola di cemento armato. Immaginatevi soltanto questo: è una stanza di 6-7 metri quadrati, dove non c’è niente salvo uno sgabello, un lavandino, un buco nel pavimento al posto del bagno e un letto che viene attaccato al muro per impedire di sdraiarsi. Un bicchiere, un libro e una spazzola da denti. Non c’è di più, non c’è nient’altro. E così è stato per centinaia di giorni. Lui veniva maltrattato, separato dal mondo, non gli davano la penna né la carta per scrivere una lettera a me o ai nostri figli, lo affamavano da tre anni.

Le tracce di Novichok

Ma lui non si arrendeva e ci sosteneva in continuazione. Ci risollevava il morale, rideva, scherzava, incoraggiava, non dubitava nemmeno per un attimo per che cosa stava lottando e per che cosa stava soffrendo. Era impossibile sottomettere mio marito e proprio per questo Putin l’ha ammazzato in modo vergognoso e codardo, senza mai decidere di guardarlo negli occhi o semplicemente citare il suo nome. E nello stesso modo infame e codardo ora nascondono il suo corpo, non lo fanno vedere a sua madre, non glielo concedono e mentono in modo meschino aspettando che spariscano le tracce del nuovo Novichok di Putin.

Sappiamo in modo preciso per quale motivo Putin ha ammazzato Aleksej tre giorni fa. Ve lo racconteremo presto, scopriremo assolutamente chi e in che modo ha eseguito questo delitto. Citeremo i nomi e faremo vedere le facce. Ma la cosa più importante che possiamo fare per Aleksej e per noi stessi è continuare a lottare. Lottare di più, in modo più accanito e audace di prima. Lo so che sembra che non sia possibile fare di più, ma bisogna farlo. Bisogna riunirsi, diventare un pugno solido e sferrare con questo pugno un colpo a questo regime impazzito, a Putin, ai suoi amici, ai banditi con le spallette, ai ladri e agli assassini che hanno mutilato il nostro Paese.

Perché Navalny è tornato in Russia

Lo so, lo sento che vi sta dilaniando la domanda: ma perché è tornato, perché si è consegnato volontariamente nelle grinfie di quelli che una volta l’aveva quasi ammazzato? A che serve un sacrificio del genere? Avrebbe potuto vivere tranquillamente, occuparsi di se stesso, della famiglia. Avrebbe potuto non parlare, non fare inchieste, non intervenire e non lottare. Ma lui non poteva non farlo. Aleksej più di tutto al mondo amava la Russia, amava il nostro Paese, voi, credeva in noi, nella nostra forza, nel nostro futuro, nel fatto che meritiamo una vita migliore. Ci credeva non a parole, ma coi fatti. Ci credeva in modo così profondo e sincero che era pronto a sacrificare per questo la propria vita. E il suo grande amore ci basterà per continuare la sua causa per tutto il tempo che ci vorrà, nello stesso modo accanito e coraggioso di Aleksej.

Tutti pensano adesso: ma dove possiamo prendere queste forze, come continuare a vivere? Ecco dove possiamo prendere queste forze: nella sua memoria, nelle sue idee, nei suoi pensieri, nella sua inesauribile fede in noi. Io cercherò le mie forze proprio in questo. Avendo ammazzato Aleksej, Putin ha ammazzato metà di me, metà del mio cuore, metà della mia anima. Ma mi è rimasta la seconda metà e mi suggerisce che non ho diritto di arrendermi. Continuerò la causa di Aleksej Navalny, continuerò a lottare per il nostro Paese e vi invito a starmi accanto, a condividere non solo il crepacuore e il dolore infinito che ci ha avvolti e non ci lascia. Vi prego di condividere con me la furia, la rabbia, l’odio nei confronti di quelli che hanno osato ammazzare il nostro futuro. Mi rivolgo a voi con le parole di Aleksej nelle quali lui credeva tanto: “Non è vergognoso fare poco, è vergognoso non fare niente, è vergognoso lasciarsi intimidire”. Dobbiamo sfruttare ogni occasione, lottare contro la guerra, contro la corruzione, contro l’ingiustizia. Lottare per le elezioni oneste e per le libertà di parola, lottare per restituire il nostro paese a noi stessi.

Una Russia libera, pacifica e felice, una Russia bella del futuro che sognava così tanto mio marito: ecco quello che ci vuole. Voglio vivere in una Russia così, voglio che ci vivano i nostri figli. Voglio costruirla assieme a voi. La voglio costruire giusto così come se la immaginava Aleksej Navalny, piena di dignità, equità e amore. Solo così e in nessun altro modo.

Il sacrificio impensabile che ha fatto lui può diventare non inutile. Lottate e non arrendetevi. Io non ho paura di niente e non abbiate paura di niente anche voi.

Traduzione di Aleksej Larionov

Nell’immagine: Yulia Navalnaya


Diplomatico nella mente leone nello spirito

A meno di sorprese, il Consiglio degli Stati respingerà la proposta governativa di introdurre un regime fiscale favorevole ai grandi armatori, che già realizzano profitti elevatissimi 

Un leone diplomatico. Cornelio Sommaruga era diplomatico nella mente, ma leone nello spirito. Lontanissimo da quei diplomatici piuttosto guardinghi per la propria reputazione. Al comando di una delle più efficienti Organizzazioni umanitarie internazionali, il Presidente, a tempo pieno, senza mai riposo, gestisce le crisi umanitarie più gravi del Pianeta. Il Presidente Sommaruga padroneggiava il diritto umanitario internazionale, la diplomazia e anche l’economia, perché con lui il contributo finanziario degli Stati occidentali crebbe in modo astronomico. Da entusiasta trascinatore, estese la missione del CICR, forzando l’interpretazione delle Convenzioni di Ginevra, la Magna Carta del CICR: non più soltanto i conflitti internazionali, ma anche i conflitti interni, non più soltanto il sostegno ai prigionieri di guerra, la medicina di guerra e gli ospedali, bensì anche per tutte le necessità attorno al soccorso delle vittime di conflitti. In 27 anni di attività nell’organo supremo del CICR, con funzioni simili a quelle del consiglio di amministrazione, ho vissuto quattro diversi presidenti. Tutti e quattro, per statuto, di nazionalità svizzera. Quale orgoglio: seppure con un “vivaio” numericamente ristretto di diplomatici, la capacità svizzera, però, di sempre individuare personaggi anzitutto disinteressati e coraggiosi e capaci. Quattro personalità diversissime. Sommaruga, sempre a gareggiare con il dinamismo dei membri della Direzione, forzati a risolvere problemi sempre diversi. Ad una seduta del Consiglio ci propinò un incontro con due generali americani, sulla cyberwar, decenni orsono; inventammo il pronto soccorso giuridico: da tutto il mondo i delegati potevano in tempo reale rivolgersi alla centrale di Ginevra per la soluzione immediata ai problemi giuridici più disparati. Nella “reggenza Sommaruga”, aumentarono i delegati non svizzeri, privilegiati giovani, ma specialmente l’accesso femminile in tutti i settori fino alla Direzione generale. Promosse la campagna mondiale contro l’esportazione delle mine anti-uomo. Quando a Ginevra lo si “preparava” al suo intervento annuale per il discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si “dimenticò” tutte le cautele, gridando in Assemblea con la sua voce stentorea “We want the total ban”. Ne nacque la Convenzione di Ottawa contro le mine anti-uomo. Svizzerissimo, Cornelio Sommaruga, come spesso lo sono gli svizzeri all’estero, promosse contributi dalle città e cantoni, battendo cassa anche a Berna, ma sempre sottolineandone la totale indipendenza del CICR. Imperativo, ma anche rispettoso: per le crisi più acute, lunghe discussioni preliminari a casa sua, la sera. Commosso, Caro Cornelio: hai speso bene la tua esistenza, per la tua cara famiglia, ma quanti leoni coraggiosi hai forgiato per continuare la tua missione, dentro e fuori la tua amata Svizzera.

Paolo Bernasconi, già membro del CICR
dal  Corriere del Ticino

Nell’immagine: Cornelio Sommaruga