Black workers matter

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Era l’estate del 2020 quando 26 milioni di persone sono scese in piazza negli Stati uniti per protestare contro la morte di George Floyd, uomo di 46 anni ucciso da un agente di polizia bianco a Minneapolis. In quei mesi, il movimento Black Lives Matter costringeva il dibattito internazionale a interrogare la storia coloniale, mentre chiedeva di abolire la polizia e di spostare le risorse dal sistema carcerario all’istruzione e alla sanità. La pubblicazione in italiano di Black Marxism, il testo seminale dello studioso Cedric J. Robinson, si colloca nel solco di questa ribellione e offre una cassetta degli attrezzi indispensabile per decostruire la matrice razzista della nostra società.


Pubblicato per la prima volta nel 1983, Black Marxism è stato ignorato per quasi trent’anni, per poi imporsi nel dibattito internazionale come uno dei testi di riferimento della tradizione radicale nera. Dobbiamo parte della sua fortuna a Robin D. G. Kelley, docente all’Università della California a Los Angeles, amico e allievo di Cedric J. Robinson oltre che brillante autore di importanti bestseller sulla storia del pensiero nero, purtroppo in buona parte non ancora tradotti in italiano. È stato Robin D. G. Kelley a insistere perché Black Marxism venisse ripubblicato nel 2020, in corrispondenza con il nuovo ciclo di lotte di Black Lives Matter. “Questo libro mi ha cambiato la vita”, scrive nell’introduzione inglese al testo. “Come uno spettro, mi ha perseguitato dal giorno in cui l’ho tirato fuori dalla sua busta, più di sedici anni fa, fino al momento in cui ho accettato di scrivere questa prefazione”. Kelley racconta come l’incontro con quest’opera lo colse di sorpresa, perché nessuno gliene aveva parlato. Robinson già allora insegnava nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di California a Santa Barbara. Il suo lavoro, tuttavia, era così ampio nella sua struttura, e così radicale nelle sue tesi che la comunità accademica lo aveva a lungo tenuto ai margini. Per queste stesse ragioni, Kelley pone al centro della sua riflessione l’opera di Robinson, che da quel momento in poi acquisirà un ruolo sempre più centrale nel dibattito internazionale. 

Opera seminale nei Black Studies, quel campo interdisciplinare che si concentra sullo studio della storia, della cultura e della politica dei popoli della diaspora africana, Black Marxism nasce da una lotta per la libertà, ponendo al centro della filosofia politica il ruolo che il colonialismo e la schiavitù hanno avuto nell’emergere dell’epoca moderna. In questo senso, è un libro sulla rivolta nera e sulle modalità con cui essa sfida il “capitalismo razziale”, termine con cui Robinson indicava il ruolo del razzismo nel fungere da matrice dello sviluppo del capitalismo. In questo quadro, Black Marxism compie una serie di operazioni fondamentali. In primo luogo, rimprovera a Marx ed Engels di aver sottovalutato la forza materiale del razzismo e di aver confuso la classe operaia inglese con i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo. Per Robinson, il proletariato universale che Marx auspicava non è mai esistito. Persino all’interno della classe operaia inglese, infatti, c’era una gerarchia che poneva al vertice l’operaio autoctono e all’ultimo posto l’immigrato irlandese, una divisione che ha segnato lo sviluppo del capitalismo sin dalle sue origini. Robinson non si limita a studiare l’epoca moderna ma torna nell’Europa feudale, dove lo schiavo era, la maggior parte delle volte, una donna di origini slave. Per quanto l’immaginario collettivo ancora identifichi lo schiavismo con il processo che ha sradicato dal continente africano milioni di abitanti, Robinson ci riporta in un’epoca a questo antecedente, per ricordare come già nel tredicesimo secolo la borghesia e le famiglie ricche di Catalogna e Italia si servissero di servitori “tartari, greci, armeni, russi, bulgari, turchi, circassi, slavi, cretesi, arabi, africani (mori) e più raramente cinesi – due terzi dei quali erano donne”. Il razzismo, in quest’ottica, non è una mera questione fenotipica, che origina dal colore della pelle. È il dispositivo di cui la borghesia europea si è servita, dall’epoca feudale in poi, per “differenziare, non omogeneizzare”, la classe lavoratrice, esasperandone “le differenze regionali, subculturali e dialettiche” sino a trasformarle “in differenze di tipo «razziale»”. In questo contesto, il proposito di Black Marxism non è confutare o avvalorare la lunga produzione marxiana, spiega Miguel Mellino nella sua bella introduzione. È dialogare con il marxismo per comprendere come la storia abbia potuto ripetersi tante volte, disumanizzando le comunità che minacciavano di sovvertire l’ordine sociale e imporre forme di oppressione sempre più feroci.  Black Marxism spazia nelle epoche e nelle discipline, interroga la storia e la tradizione radicale nera, da W. E. B. Du Bois a C. L. R. James, per mostrare come la capacità di creare gerarchie sia sempre stato il segreto del capitalismo. È anche per questo che la pubblicazione di questo testo in Italia ė una buona notizia. Oggi come ieri, il razzismo la misoginia l’omofobia non sono mere questioni identitarie liquidabili con una smorfia o con l’evocazione del politically correct. Sono le forze materiali su cui poggia la riproduzione di una società diseguale. Capire come queste riescano ad attecchire così efficacemente in Italia è la questione urgente a cui non ci resta che rispondere.

Scritto per La Repubblica


Uno spettacolo non dei migliori

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Un’esibizione piuttosto sconcertante quella offerta, qualche tempo fa, dal Parlamento ticinese alle prese con il preventivo 2024 e il dolente cruccio dei risparmi. Non mi addentro nel merito specifico delle misure approvate o respinte: non oso senza l’adeguata competenza. Capisco però che parlare solo di ciò che si conosce non è la regola nel nostro Legislativo: “Conoscere per deliberare” diceva il grande economista Luigi Einaudi ma le sue erano (se ne rendeva ben conto) “prediche inutili”. 

Ho seguito con sollecita attenzione le discussioni in Gran Consiglio e, al cospetto di alcuni interventi piuttosto avventati (uso un eufemismo), ho dovuto riconoscere, con Oscar Wilde, che a volte è meglio tacere e sembrare stupidi piuttosto che aprir bocca e togliere ogni dubbio in proposito.  Ho visto comportamenti per “partito preso” che buttano fuori proposte senza senno e ho visto pure, latente e sottotraccia, la persistente convinzione che conviene sgravare i ricchi se si vuole aiutare i poveri e ovviamente quelli che stanno in mezzo debbono sopportare il carico maggiore.  E pazienza se, fino ad oggi, la ricetta non ha funzionato.  

Come cittadino sono irrimediabilmente impensierito perché ho visto il pressapochismo di politici che propongono soluzioni abborracciate e rabberciate senza nessuna idea sulle conseguenze che tutto ciò comporta, soprattutto nella sanità, nel sociale, nella formazione.  Per dirla ancora con Luigi Einaudi, sono troppi i nostri rappresentanti che non si preoccupano di conoscere i dossier perché sanno già quello che devono fare!  Forse bisognerebbe spiegare a certuni che quando si parla di preventivi sarebbe bene tralasciare il vergognoso “jeu de bascule” dei partiti: si può essere a destra o a sinistra di tutto ma non del buon senso!  Pietro Martinelli, personalità di grande spessore e competenza riconosciuta, ha avvisato che attorno ai maneggi sul preventivo, si aggira il vizio sociale dell’ipocrisia (laRegione, 12 febbraio): effettivamente fingere competenze, qualità e buoni sentimenti che non si hanno è una pratica piuttosto consueta. Desolante.  Osservo, sommessamente, che se questo spettacolo è il meglio offerto dalla piazza politica cantonticinese, si giustificano la sfiducia e il discredito che colpiscono la democrazia rappresentativa in questi anni. 

 Il direttore di questo giornale ha indicato che si sono dette molte castronerie a proposito del preventivo: le ha documentate e non ha esitato a parlare di una classe politica “carente di spessore e lungimiranza” (laRegione, 7 febbraio).

Noi cittadini comuni, che alla fine paghiamo il conto di politiche scarsamente oculate, figlie di un passato recente, abbiamo il buon diritto e il dovere di indignarci di fronte a uno spettacolo che, a tratti, espone un’accozzaglia di idee confuse, una sconcertante mancanza di visioni, e pure una buona dose di arrogante supponenza. Il risultato è un frenetico immobilismo che infatti ripropone come ricetta “innovativa” per risanare le casse pubbliche il ritorno ai tagli del passato: via un po’ di funzionari, via un po’ di salario, via il carovita e magari un po’ meno welfare, e avanti di questo passo.

E’ il prodotto vistoso, questo spettacolo poco edificante, di quella che gli studiosi definiscono la democrazia del pubblico: ad essere premiata, fra i politici, non è la qualità dei migliori (che pur ci sono, seppur soffocati da tanta zavorra) ma l’abilità di apparire e di farsi vedere.

 Concludo. Il filosofo Karl R. Popper suggeriva una patente di idoneità per chi fa televisione.  Propongo uguale attestato per decisori e governanti della politica: sospetto però che i rimandati sarebbero numerosi. Erich Hobsbawn, lo storico, verificata l’ignoranza diffusa di governanti schiacciati sul presente, auspicava un corso accelerato per insegnare ai politici che oltre al presente c’è un futuro da considerare con coscienza e conoscenza: non ci sono stati inscritti. 

E allora comincio a pensare che aveva ragione quel tal ministro che, volendo tener lontano dalla politica le voci critiche troppo fastidiose, pregò lo scrittore Emile Zola (che   non  le mandava a dire) di lasciar perdere perché “ (La politica)  non è veramente degna di voi (intellettuali), mentre noialtri, i mediocri, siamo fatti apposta”.  Involontariamente, colpiva nel segno quel tal ministro: il senso di mediocrità, di inadeguatezza di troppi politici (ripeto: non di tutti, ma di tanti) è quello che noi cittadini avvertiamo, loro molto meno. E, per quel che mi riguarda, non è una sensazione piacevole. Ma a quanto pare il malessere è condiviso, se è vero, come dicono i sondaggi, che la stragrande maggioranza dei cittadini non si fida troppo del lavoro dei propri rappresentanti. Si affannano da una crisi all’altra e, attenti al consenso, amministrano il presente privi di una visione veramente plausibile del futuro: lo dice uno studioso che si è occupato della faccenda  ed è difficile dargli torto.

Articolo pubblicato da “La Regione”
Nell’immagine: un tempo si sarebbero tirati i pomodori


L’Europa e l’ambiguità dei legami e delle connessioni

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Il progetto di mandato negoziale con l’UE pubblicato dal Consiglio federale alla fine del 2023 è stato accettato come base per le future discussioni da un gran numero di organi consultati. Sembra promettente, ma se vogliamo andare fino in fondo dobbiamo essere chiari su una cosa: la natura ambigua di qualsiasi legame. I legami possono essere fonte di conflitto: da qui la necessità di stabilire limiti chiari e rassicuranti, e di rispondere alle esigenze della popolazione.

L’ambiguità delle relazioni

Come sottolinea il politologo britannico Mark Leonard nel suo recente libro, edito in italiano dalla Bocconi University Press con il titolo “L’era della non pace”, i legami e le connessioni offrono l’opportunità di controllare e nuocere. Questa semplice osservazione fornisce una chiave di lettura della nostra epoca, che con i suoi numerosi conflitti e tensioni può essere vista come contraddistinta da un’assenza di pace. L’idea è tanto più interessante in quanto viene difesa da chi ha scritto un libro, che lui stesso ha definito una lettera d’amore, intitolato “Perché l’Europa dominerà il XXI secolo”. È dunque importante rilevarne la portata.

E non è nemmeno così difficile. Le connessioni instaurate dalla finanza fanno sì che le sue crisi si diffondano a livello globale, analogamente ai virus come il Covid-19 che sfruttano la nostra mobilità. Le sanzioni economiche possono funzionare solo perché c’è il commercio. Internet rende possibili gli attacchi informatici e la polarizzazione delle opinioni attraverso i social network. Ricordiamoci che il nome “Ucraina” significa qualcosa come “vicino al limite”. Il tema è generale: si pensi alle relazioni tra città e campagna che danno origine a tensioni sulle questioni ecologiche, o alle relazioni intergenerazionali che attualmente danno origine a dibattiti sull’AVS. Ma restiamo al livello degli Stati.

Disinnescare i legami

L’esistenza delle frontiere non è sufficiente per vivere in pace; dobbiamo essere d’accordo da entrambe le parti sul loro ruolo di barriere, per disinnescare il potenziale dannoso delle connessioni. Per comprendere appieno la natura delle connessioni tra gli Stati, è importante averne un’idea che rifletta la realtà, perché i territori, i popoli e i poteri degli Stati sono cambiati notevolmente da quando si sono imposti come la forma dominante dell’organizzazione politica.

Innanzitutto, i limiti territoriali degli Stati non sono naturali, ma sono sempre il risultato di accordi. La Svizzera, ad esempio, ha numerose enclavi a livello comunale e cantonale, e persino due enclavi internazionali: una tedesca e una italiana. In secondo luogo, è molto raro che un popolo tragga ancora le proprie radici interamente dal suo territorio; è più comune che sia vincolato da una Costituzione e che abbia subìto un incrocio più o meno marcato. Inoltre, gli Stati hanno dovuto cedere una buona fetta della loro sovranità: all’interno, devono fare i conti con numerosi controlli e contrappesi, come i partiti politici e i sindacati, e all’esterno hanno dovuto abdicare all’esercizio di alcune delle loro funzioni a organismi sovranazionali come le Nazioni Unite, di cui devono rispettare la Carta. La Svizzera fa parte dell’area Schengen, all’interno della quale i controlli alle frontiere dovrebbero essere sospesi, e partecipa agli accordi di Dublino sull’asilo.

Gli Stati devono inoltre coesistere con altri attori sulla scena mondiale che non sono governati da costituzioni o governi: delle 100 organizzazioni più grandi del mondo, solo la metà sono Stati e l’altra metà sono imprese multinazionali; ci sono attualmente all’incirca 300 organizzazioni intergovernative e oltre 8.000 organizzazioni internazionali non governative. Si pensi all’importanza di alcune agenzie delle Nazioni Unite, o a quella del FMI, dell’OMS, dell’IPCC, del CICR, di Amnesty International, del WWF o di Greenpeace.

Questa evoluzione degli Stati e della loro interdipendenza è generale e fa parte del movimento della globalizzazione. Non è possibile fermarla e deve essere accompagnata dalla giusta considerazione dei rischi che comporta. Ogni apertura deve essere attentamente ponderata, e gli Stati si controllano a vicenda attraverso accordi. Per esempio, il Sudafrica può portare Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG) e il Tribunale penale federale può attualmente processare un ex ministro del Gambia accusato di crimini contro l’umanità. Da parte sua, il Gambia ha accusato il Myanmar di genocidio dei Rohingya davanti alla Corte internazionale di giustizia, mentre al Consiglio federale è stato chiesto di condannare come genocidio culturale il programma “Kinder der Landstrasse”, che tra il 1926 e il 1972 ha comportato il rapimento da parte di Pro Juventute di circa 2000 bambini dai loro genitori nomadi Jenisch e Sinti.

Limiti chiari e rassicuranti

Anche se ogni parte sarà vincolata dall’accordo che verrà raggiunto con l’UE, esso non sarà simmetrico come gli accordi che hanno portato alla creazione della CIG. Un motivo in più per essere vigili. Il nuovo mandato negoziale con l’UE tiene conto delle obiezioni sollevate durante le discussioni sull’accordo quadro abbandonato nel 2021. Tuttavia, comporta inevitabilmente un trasferimento di poteri in alcuni settori. Per giudicare se è opportuno procedere, dobbiamo quindi spiegare il nostro interesse a stringere legami più stretti e valutare correttamente l’impatto dei cambiamenti prevedibili. Vediamo due esempi. Uno proviene dal mondo dell’istruzione e l’altro dal settore legislativo. In entrambi i casi, ricordiamoci da dove partiamo per poterne cogliere appieno le conseguenze.

Due esempi

La Svizzera partecipa, insieme a una cinquantina di altri Paesi, al processo di avvicinamento dei sistemi di istruzione superiore, noto come Processo di Bologna. L’UE non ha competenze nel campo dell’istruzione superiore, ma in base al principio di sussidiarietà, la Commissione europea può proporre programmi per sostenere i suoi membri nei loro sforzi di avvicinamento dei sistemi di istruzione superiore. È quanto sta facendo con il programma di mobilità e cooperazione Erasmus+, che copre tutti i livelli di istruzione. Pur non essendo membro dell’UE, la Svizzera poteva partecipare a questo programma, ma ha deciso di ritirarsi già prima del voto del 2014, ritenendo la partecipazione troppo onerosa. La Svizzera potrà partecipare di nuovo al programma solo se verrà raggiunto un accordo istituzionale. La sola partecipazione a questo programma giustificherebbe un tale accordo! La mobilità e la cooperazione dei giovani sono la migliore garanzia per evitare conseguenze troppo dannose di un eventuale uso conflittuale dell’accordo. Il legami personali creati con la mobilità e la cooperazione serviranno a disinnescare i nuovi legami istituzionali stabiliti.

Passiamo alla legislazione. La Svizzera è parte dello Statuto della CIG e, come detto, partecipa alla Corte penale internazionale. Inoltre, il nostro diritto è già altamente eurocompatibile. In particolare, con l’adesione agli accordi di Schengen e Dublino, stiamo già adottando in modo dinamico il diritto dell’UE in diversi settori. Inoltre, un recente studio dell’Università di Zurigo ha stabilito che non sono le iniziative popolari o il Parlamento a dare il ritmo a livello legislativo, ma piuttosto l’amministrazione federale. Pertanto, con l’adozione dinamica della legge, il ruolo del Parlamento e delle lobby nelle questioni legislative cambierebbe solo in modo relativo. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che i diritti umani, il diritto di voto delle donne, e la considerazione dei bisogni delle persone disabili sono stati sostenuti a livello internazionale ben prima di trovare eco in Svizzera.

Concentrarsi sui bisogni di chi ci sta vicino

L’UE ha dimensioni che ci sfuggono. Alcuni la vedono come una nostalgica ambizione imperiale di nazioni un tempo potenze coloniali, altri come un enorme mercato, altri ancora come l’unica speranza di preservare la pace sul continente, e un mezzo per difendere i valori occidentali di libertà e rispetto dei diritti. Checché ne sia, non affrontare la sfida di partecipare in un qualche modo alla costruzione dell’Europa sarebbe un passo indietro, ben peggio di un atteggiamento conservatore, comunque impossibile da mantenere.

Detto questo, ogni concessione che i futuri accordi comporteranno dovrà essere spiegata, e si dovrà cercare il consenso del maggior numero possibile di persone. Se le persone hanno l’impressione che interessi incompresi abbiano la precedenza sulle loro esigenze, si opporranno alle aperture proposte. Dobbiamo anticipare le preoccupazioni e rispondere ad esse, evitando di creare divisioni. Forse col tempo dovremmo pensare di nominare una figura simile al difensore della sovranità nazionale introdotto da Orbán in Ungheria.

In conclusione, se riconoscessimo lo Stato svizzero come un’aggregazione di molte funzioni con poco potere effettivo, in cui fossimo convinti di poter raggiungere un compromesso duraturo tra l’esigenza liberale di limitarne il potere e quella socialista o solidale di intensificare gli interventi per correggere le disuguaglianze e l’esclusione, allora forse saremmo meglio disposti ad aprirci di più all’Europa.

Articolo pubblicato in francese dal sito “Bon pour la tête” e qui tradotto dalla redazione con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: l’evoluzione dell’Unione europea fra il 1957 e il 2020


Nessun padre può sopportare tanto, voglio che le mie figlie escano da questo inferno

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Di Sami al-Ajrami, La Repubblica

RAFAH — Restiamo qui. Almeno fino a quando le condizioni ce lo permetteranno. La decisione è il risultato di lunghe discussioni affrontate con le 40 persone della nostra comunità che hanno partecipato alla costruzione della tendopoli sulla spiaggia, nei pressi di Deir al-Balah, dove contiamo di spostarci quando l’operazione di terra dell’esercito israeliano si farà imminente. Lì è tutto pronto, ci sono le nostre tende, un bagno da campo, le scorte e abbiamo lasciato un guardiano a custodire tutti i nostri bene perché la criminalità nelle ultime ore si è fatta sempre più pressante e i furti sono all’ordine del giorno.

Fino a quando
i militari non entreranno a Rafah però la soluzione più sicura è restare in città perché qui abbiamo la possibilità di ricevere gli aiuti umanitari, trovare ancora del cibo al mercato, disporre di una minima assistenza medica e di medicine. Quando saremo sulla spiaggia saremo isolati e anche le comunicazioni e la connessione a internet, che per il mio lavoro da giornalista sono fondamentali, saranno impossibili. Nonostante qualcuno di noi volesse già trasferirsi, la maggioranza ha deciso di restare.

Abbiamo valutato che il tempo necessario per spostare tutte e 40 le persone è di circa tre ore in tutto. Così il timing diventerà fondamentale: capire in tempo quando l’invasione starà per avvenire ci permetterà forse di salvarci. Nella speranza, sempre più flebile, che questo incubo si possa evitare anche se l’andamento dei negoziati si fa sempre più difficile, con Hamas che rifiuta le condizioni dell’accordo e il governo e l’esercito israeliano che continuano a parlare dell’importanza dell’operazione.

A nulla valgono gli appelli della comunità internazionale, qui continuiamo a sentire che nessun luogo è sicuro. I morti dall’inizio della guerra a oggi sono stati 28.858 e soltanto nella giornata di ieri i bombardamenti, che continuano da Nord a Sud, hanno ucciso 85 persone. La qualità dell’acqua è sempre più compromessa, il cibo scarseggia al punto che dal Nord arrivano notizie di famiglie costrette a sfamare i bambini con i cereali per il bestiame. Persino le reti delle comunicazioni, già fiaccate dagli attacchi israeliani, non sono più in grado di sostenere la quantità di traffico telefonico e internet dell’oltre un milione di persone stipato quaggiù. Sono tre giorni che non riesco a parlare al telefono con mia madre.

La pressione che si vive qui a Rafah è al livello più alto che io abbia mai sperimentato all’interno della Striscia. Per questo al momento la mia unica ossessione è quella di riuscire a far uscire da Gaza le mie due figlie, Besan e Ruba, gemelle di 19 anni. Besan studiavano tecnologia dell’informazione, Ruba infermieristica, oggi sono due ragazze terrorizzate che piangono e tremano per ore dopo ogni bomba. Niente riesce più a calmarle. Sto chiedendo l’aiuto di tutti gli amici stranieri che mi sono fatto grazie al mio mestiere e sto cercando di trovare il denaro necessario per organizzare la loro partenza. Non penso ad altro, nessun genitore può accettare di vedere un figlio vivere in queste condizioni.

Nell’immagine: due fratellini feriti in un bombardamento a Rafah


Tempi oscuri

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 


Il Franscini “imbarazzato” e il Preventivo

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

È pressoché fatale, e forse anche un poco consolatorio (male storico comune, mezzo alleviamento per tutti) di fronte al melodramma sul Preventivo 2024 (da cavalleria rusticana, sempre in attesa del grido conclusivo e obbligato: ”hanno ammazzato compare Turiddu”) riprendersi in mano antichi testi, fosse solo per scoprire un Ticino di sempre.

I deputati e tutti noi potremmo consolarci e consolare il paese ripercorrendo la storia economica e finanziaria del Cantone, dal 1803 ad oggi, leggendo quell’aureo libretto di Stefano Franscini che tutti citano per il titolo “Semplici verità ai Ticinesi sulle finanze”, (apparso anonimo a Lugano 170 anni fa, nel dicembre del 1854).Ne troveremmo consolazione anche dal punto di vista aneddotico. Allora, come oggi, nel bel mezzo di una crisi, ci si appassionava per la tassa sui cani e il giornale “Il Patriota” annotava: ”Colpito perfino di tributi quel fido animale che all’uomo le tante volte è conforto dolcissimo, sempre amorosa custodia”.

Ma il libretto del Franscini è una seria analisi storica ed anche strutturale delle finanze ticinesi. Le cifre di allora (attorno al milione di lire) oggi ci sembrano incredibili. In quegli anni (1848-1852) i termini del problema sono però identici a quelli attuali. Il Franscini risale alle origini. Mentre gli altri cantoni erano dotati di strutture fiscali e potevano costruire strade, scuole, apparato amministrativo e sopportare persino spese militari (allora a carico dei cantoni, ma controllate dalla Dieta con severe ispezioni federali), il Ticino parte da zero via zero. Economia povera, rurale, popolazione (unica ricchezza, si potrebbe dire) che emigra in massa altrove con la “rivoluzione industriale” e poi anche il generale austriaco Radetzky che ci rifila per rappresaglia dalla Lombardia seimila emigranti ticinesi, seimila disoccupati.

Scrive il Franscini: “Le spese riuscivano troppo maggiori di quanto era previsto. Le rendite non bastavano a gran pezza, si ricorreva a prestiti forzati e si gettarono le prime basi di quel debito pubblico, che doveva poi crescere tanto e arrecare innumerevoli imbarazzi”. Pur analizzando nei particolari tutte le spese e le entrate non accenna però che, nel 1848, per uscire dagli “imbarazzi” si trova la soluzione di emergenza, facile, più alla mano: si incamerano i beni delle Corporazioni religiose. Si sofferma invece sulle espropriazioni dei beni conventuali del 1812, biasimando questa volta severamente la “svendita a prezzi meschini” di quegli immobili (che dovevano essere destinati a utilità pubblica) agli immancabili speculatori privati.

Dai conventi  e prezzi meschini ai… globalisti

Vien voglia, irrefrenabile, di chiosare dapprima con una tipica costante ticinese. E cioè: trovare da qualche parte, fuori da te o dal tuo assetto economico-finanziario, ciò che ti può aiutare e togliere dal tuo imbarazzo (imbarazzo che ha anche come sinonimi: imbroglio, intrigo, impaccio, incomodo). Così, ridefiniti e ricollocati nei modi e nei tempi, potremmo tradurre “corporazioni religiose” in “globalisti” o “ricchi residenti stranieri” (con la differenza che le prime si espropriavano, i secondi invece vanno attirati o adescati o mantenuti riducendogli o condonandogli l’imposizione fiscale, regalandogli così bellezze e territorio). Oppure anche in “frontalieri”, rivenduti più come soggetti fiscali che come lavoratori indispensabili e preziosi (tanto che, considerati da alcuni che hanno sempre per questo il vento in poppa, come “ratti” da scacciare, oggi sono diventati “ingranaggi” in grado di farci saltare più di una struttura… ma continueremo a votare chi lo vuole). Quindi, tradurre anche  “svendita a meschini prezzi” in grandi traffici  edili, immobiliari, soprattutto a chi porta o trafuga denaro dall’estero (che è poi la famosa “economia a rimorchio” del professor Angelo Rossi).

Il tesoriere cantonale che si butta nel Ceresio

Il Cantone ricade da una crisi finanziaria all’altra “Nel 1822 già si era in stato di crisi finanziaria. Alle spese stradali si erano aggiunte quelle militari. Essendo stata subita con pessimo successo un’ispezione federale, ne seguirono rimprocci ed ordini incalzanti della Dieta, quindi necessità di dispendiose provvisioni”. Anche qui le analogie ci sono ed è superfluo elencarle. È il ritorno dell’eterna storia, troppo spesso distorta, tra flussi e riflussi finanziari (e non solo) tra Confederazione e Cantone. Risentiamo la recente intervista a Sergio Rossi sulla perequazione finanziaria: solo per aggiungere, opportunamente, da che parte stanno alle volte le pretese e le  responsabilità.

Nel 1830 la rivoluzione o riforma che si usa chiamare, gonfiandosi  il petto e appropriandosi meriti di partito storico, come “il primo grande amore del popolo ticinese”, scrive il Franscini: ”La riforma era appena proclamata dal Gran Consiglio e acclamata dal popolo, che già si era in stato di crisi finanziaria. Il tesoriere cantonale si era gettato nel Ceresio; e la delegazione mandata a riconoscere lo stato della cassa l’aveva trovata vuota… A stento si provvide ai bisogni più pressanti, procacciandosi  mutui di qua e di là”.

Oggi è chiaro che anche di fronte a disastrose trovate (queste, chi sa perché, mai definite “ideologiche”) che vogliono rimettere le casse a modo senza mai riuscirci, nessuno vien buttato nel Ceresio, anche perché tutti irretiti e impantanati in una realtà di fatto che non lascia scampo: o ti indebiti o muori.

La domanda che rimane

È interessante (e forse, considerato come si mettono oggi le cose, anche “politicamente rivoluzionario” o perlomeno controcorrente) riscoprire oggi ciò che il professor Francesco Kneschaurek (dell’Uni di San Gallo), su incarico del Cantone, scrisse nel dimenticato rapporto sullo “Stato e sviluppo dell’economia ticinese”(1964), proprio accennando anche a quel Franscini: ”Deve essere considerata la questione se anche il C. Ticino non debba in futuro realizzare una tassazione la quale si situi ancora più marcatamente al di sopra della media svizzera” (pag. B65). Contrariamente a quanto suggeriva invece una precedente perizia, pure comandata, (del prof. Keller), divenuta poi verbo assoluto da applicare ai possidenti. Verbo che non ci ha però sinora tolto, anzi ha aggravato, la situazione già “fransciniana”.

Rimane  sempre infatti l’interrogativo che un altro professore (il prof. Basilio Biucchi, dell’Uni di Friborgo) si poneva (nel 1979!) come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di endemico o a una sorta di DNA del Cantone Ticino (indicandone però implicitamente i motivi reali): “Perché la storia politica, economica e finanziaria del nostro paese si muove sempre, senza uscirne, nel giro vizioso dell’economia debole e delle finanze statali dissestate?” A ben pensarci, è la domanda che non ci si pone, preferendo cavalcare rusticanamente la contabilità della partita doppia.

Nell’immagine: Franscini imbarazzato (espressione modificata con uso dell’IA)


Misteri e certezze politiche su un cadavere “scomparso”

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Più passano le ore, più le perplessità sulle cause della morte di Alexey Navalny aumentano: purtroppo questo non significa che nella Russia odierna prossimamente verranno fatti dei passi avanti per conoscere la verità. Anzi. Già oggi tutti i mass-media della Federazione, compresi quelli che una volta si definivano “liberali”, come il quotidiano moscovita “Kommersant”, hanno fatto scomparire dalle top-news qualsiasi notizia sulla morte di Navalny.  

Eppure ci sarebbero tanti elementi, in questo caso, da indagare per il giornalismo d’inchiesta. Come sappiamo dalle fonti di opposizione (che in Russia si possono consultare solo grazie a dei sofisticati e costosi VPN), alla madre di Navalny i rappresentanti della colonia di Kharp, nell’Area autonoma di Yamalo-Nenets, dove era detenuto “il contestatore più temuto da Putin”, hanno dichiarato che il decesso è dovuto alla “sindrome da morte improvvisa”. Tuttavia, ha dichiarato l’attuale portavoce di Navalny, Kira Yarmysh, all’avvocato del politico Leonid Solovyev era stato detto dalle stesse autorità che la causa della morte non era stata ancora determinata. Un funzionario dell’amministrazione carceraria ha dichiarato che “sono stati effettuati ripetuti esami istologici”, i cui risultati saranno noti la prossima settimana. “Ovviamente, stanno mentendo e stanno facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo”, ha invece denunciato la portavoce dell’oppositore deceduto.

Un detenuto che sconta la sua pena nella stessa colonia ha inoltre raccontato a “Novaya Gazeta”, giornale chiuso dal Cremlino e costretto a pubblicare all’estero, che “un’incomprensibile agitazione era iniziata nel corridoi del carcere già la sera del 15 febbraio”, poche ore prima che venisse annunciata ufficialmente la morte di Navalny. Secondo questa ricostruzione “la verifica serale dalle 20:00 alle 20:30 è stata notevolmente accelerata”. Poi tutti sono stati chiusi nelle caserme e la sicurezza è stata rafforzata. “Si è saputo che alcune auto sono entrate nel territorio della colonia nella tarda serata e nella notte per tre volte, ma che tipo di auto, non s’era potuto vedere dalla finestra”, ha aggiunto l’interlocutore di “Novaya Gazeta”. La stessa fonte ha aggiunto che la morte di Alexey Navalny nella colonia è stata resa nota intorno alle 10 del mattino (08:00 ora di Mosca). “Credo che Navalny sia morto molto prima dell’ora annunciata. Molto probabilmente, già ieri sera” ha concluso il detenuto.

La sensazione è che – come nel caso di Evgeny Prigozhin, capo e fondatore della Wagner  – sia in atto da parte delle autorità non tanto un tentativo di insabbiamento del caso ma semplicemente una diluizione dei tempi di qualsiasi inchiesta o accertamento, in modo tale da far spegnere nell’oblio il caso. 

Che si vada in questa direzione è confermato dal fatto che secondo Kira Yarmysh, la quale fu portavoce dell’oppositore, il corpo di Navalny “non sarà consegnato ai suoi parenti fino al completamento degli esami”. Yarmysh ha fatto notare che un’ora prima gli avvocati erano stati informati che “il controllo della salma si era concluso e non era stato riscontrato alcun reato. E così abbiamo capito chiaramente che l’amministrazione carceraria sta mentendo. Non c’è dubbio che l’omicidio sia stato pianificato”.

In questo momento il fastidio maggiore per le autorità è rappresentato dai genitori dell’oppositore russo che vorrebbero vederci chiaro nella vicenda e poter riportare a casa il corpo del loro ragazzo. Tuttavia non è detto che effettivamente potranno accedere a questo loro diritto. Il più grande timore al Cremlino non è tanto che così facendo si potrebbero accertare definitivamente le cause del decesso, ma piuttosto che i funerali possano trasformarsi in una manifestazione politica e, in seguito, che il luogo di sepoltura diventi meta di pellegrinaggio.   

Oggi l’opposizione russa non può giocare un ruolo significativo in questa tragica vicenda, ma può fare testimonianza. I pochi i rappresentati del movimento di Navalny che ancora si trovano a piede libero in patria, conservano un’audience che di fatto coincide con chi è già avverso al regime di Putin.

Ieri in molte città della Russia si sono tenuti presidi in ricordo di Navalny e si sono formate lunghe file presso i monumenti per le vittime delle repressioni durante il periodo sovietico, per lasciare un fiore in sua memoria. Durante queste manifestazioni sono state fermate 300 persone (40 trasformate in arresto). Si tratta di numeri assai più ridotti di quelli che si erano registrati durante le grandi manifestazioni contro il regime dell’inverno 2021, e anche di quelle tenutesi all’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Oggi molti contestatori vivono in esilio all’estero; paura e demoralizzazione allignano tra chi è rimasto in Russia. La loro “schiena dritta” in questi giorni difficili forse non servirà ad avere verità e giustizia per Navalny, ma terrà accesa la fiammella della speranza in una delle stagioni più buie della storia russa. 

Nell’immagine: Mosca, arresti alle manifestazioni per la morte di Navalny


Il coraggio di Yulia Navalnaya e la sua missione contro Putin

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Quando Yulia Navalnaya è salita sulla tribuna della conferenza per la sicurezza di Monaco, vestita in un austero completo nero, i capelli biondi raccolti sulla nuca, il trucco troppo perfetto, come se l’avesse appena rifatto per nascondere le lacrime che ha negli occhi, sapeva che gli sguardi di tutto il mondo erano puntati su di lei. Il momento in cui ha detto, con voce rotta, «io voglio che Putin, tutta la sua cerchia, i suoi amici, il suo governo paghino per quello che hanno fatto, al nostro Paese, alla mia famiglia, a mio marito», aveva una carica di rabbia e dolore che l’ha reso subito storia. La promessa di vendetta di una donna che ha visto suo marito avvelenato, sprofondare in un coma dal quale rischiava di non emergere più, e che nonostante questo l’ha accompagnato infllessibile a tornare al suo calvario nel Gulag, non è soltanto un grido di disperazione: Yulia ne emerge come la candidata più naturale a prendere il posto del marito, legittimata dal suo lutto e dal suo sacrificio.

La sera stessa dell’annuncio della morte del dissidente russo, Yulia ha scelto di incontrare, tra tutti gli ospiti di Monaco, proprio Sviatlana Tikhanovskaya, che nel 2020 ha vinto le elezioni contro il dittatore berarusso Aleksandr Lukashenko, che aveva messo in carcere suo marito Sergey, il blogger soprannominato “il Navalny di Minsk”. L’abbraccio tra le due è un momento di toccante solidarietà femminile e Sviatlana twitta «Sento il tuo dolore di moglie e di madre». Ma sembra anche una incoronazione politica, un simbolo non casuale. Quella della rivoluzione dell’agosto 2020 – lo stesso agosto in cui Navalny veniva avvelenato dai servizi segreti russi in Siberia – era una rivolta al femminile, guidata da tre donne che correvano al posto degli uomini incarcerati, e il prodigio della trasformazione di Tikhanovskaya, una ex insegnante d’inglese, in politica riconosciuta dalle cancellerie occidentali è una lezione da imparare. Non è un caso che tutti cercano Yulia, che Ursula von der Leyen la abbracci, e che Francis Fukuyama, il filosofo politico americano famoso per aver profetizzato dopo il collasso del comunismo una “fine della storia” che non si è avverata, la incoroni sulle pagine del Financial Times come l’erede naturale del marito: «Navalnaya è una donna di grande forza di volontà, anche se sarà molto molto difficile. Navalny aveva un senso dell’umorismo unico, era capace di parlare con la gente comune come molti altri oppositori non riuscivano a fare, resta da vedere se lei ne sarà capace».

Quello che alla 47enne signora Navalnaya non sembra mancare invece è la determinazione. Lo stesso Alexey, nell’intervista a due che avevano rilasciato dopo l’avvelenamento al famoso blogger Yuri Dud, sosteneva che era lei la radicale della coppia. Non aveva avuto esitazioni a denunciare i nemici di suo marito in termini molto poco diplomatici, e a esigere da Putin in persona il permesso a imbarcare Navalny in coma sull’aereo che l’avrebbe portato in Germania. «Yulia, mi hai salvato», ha scritto l’oppositore dopo essersi svegliato, in un post su Instagram che la Novaya Gazeta ha definito «una svolta nella politica russa». Nessun politico moscovita, tranne Mikhail Gorbaciov, aveva esibito così apertamente l’amore per la moglie: l’immagine di Navalny che formava con le dita un cuoricino nel momento in cui veniva annunciata la sua condanna alla prigione, per costringere Yulia a sorridere tra le lacrime, è un momento entrato nella storia quanto l’ultimo bacio che lei gli da prima di vederlo ammanettato. Ma, memore dell’impopolarità di Raisa, in una cultura tradizionalista che bacchetta le consorti troppo presenti, la laureata alla prestigiosa Accademia dell’economia Plekhanov ha preferito indossare un’immagine più tradizionale, in quelle foto che avevano reso i quattro Navalny, biondi, belli e felici, un tormentone dei social. Il fidanzamento a 22 anni, durante una vacanza in Turchia, le uscite in pizzeria, gli scherzi con Daria e Zakhar, tutto doveva dare l’idea della normalità, di una comune famiglia del ceto medio moscovita.

Con l’avvelenamento e l’arresto del marito, Yulia aveva mostrato al mondo per la prima volta il suo volto spaventato e arrabbiato. L’aveva spinto ad agire, l’aveva accompagnato nel ritorno in Russia, ridendo e scherzando durante il volo per Mosca, pur sapendo che alla fine Alexey andava incontro alla prigione, era andata a trovarlo in carcere, da brava “moglie del decabrista”, un modello ispirato alle contesse e alle principesse che avevano seguito nel 1825 in Siberia i mariti condannati dallo zar. Forse anche per proteggere i figli, portati al sicuro all’estero, dopo il primo breve arresto in piazza aveva però fatto un passo indietro nell’ombra, quando sembrava che fosse la sostituta più logica al timone del movimento di protesta. Anche nelle apparizioni pubbliche cercava di parlare solo dei suoi sentimenti, come alla tanto discussa apparizione agli Oscar nel 2023, contestata non solo per lo scollatissimo abito rosso, ma soprattutto per la scelta di evocare il calvario di suo marito – Stay strong my love, sii forte amore mio, aveva detto ricevendo la statuetta per il documentario su Navalny – senza menzionare la guerra in Ucraina. 

Ora, che non ha più ostaggi dietro le sbarre, Yulia potrebbe ricordare che non è un personaggio che vive di luce riflessa: non solo ha un milione di follower su Instagram, non solo ogni suo gesto diventa subito trend, come era successo con la felpa rossa che indossava nell’aula del tribunale, ma ha gestito per mesi i social del marito quando era ai domiciliari, e voci vicine alla coppia affermavano già tempo fa che il “piano B” di Alexey era quello di passare la leadership alla moglie. Sempre se ci sarà ancora qualcosa da ereditare: fiera e addolorata, Yulia è perfetta come leader-simbolo, ma non è chiaro quanto vorrà e potrà ricostruire un’organizzazione dalle macerie, in una dittatura in cui nessuna protesta sembra più possibile.


Anna Zafesova è autrice del saggio “Navalny 
contro Putin”  Pesi Edizioni, 2021

Nell’immagine: Yulia e Alexey


Belenkin: “Con Navalny scompare l’ultima speranza russa, non esiste nessuno che possa sostituirlo”

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Di Francesca Sforza, La Stampa

«La prima reazione è stata: mi hanno ucciso! Poi, un minuto dopo: disastro! Ora, più consapevolmente, dico che per noi, per il Paese Russia, per il suo futuro politico, questa morte, questo omicidio, avrà conseguenze irreversibili». Risponde così, Boris Belenkin, dal suo esilio in Repubblica Ceca, subito dopo aver saputo della morte di Alexey Navalny. Si conoscevano bene, il dissidente simbolo dell’opposizione a Vladimir Putin e l’uomo che nel 2022 si è visto assegnare il premio Nobel per la pace con Memorial, l’organizzazione in difesa dei diritti umani fondata da Andrey Sakharov. Belenkin dal 1990 ne dirigeva la biblioteca, che nel caso di Memorial significava un enorme archivio sui crimini commessi in Unione Sovietica. Dal 2022, in contemporanea con il Nobel, Memorial è stata chiusa, e i suoi membri hanno continuato le loro ricerche dall’estero, nella speranza di poter un giorno tornare in una Russia diversa. Cosa che da ieri sembra a Belenkin ancora più difficile.

Boris Belenkin, conosceva bene Alexey Navalny?
«Negli anni in cui era ancora possibile, il nostro lavoro è stato spesso occasione di incontri, lui rappresentava la voce che più di ogni altra era riuscita a raggiungere una grande maggioranza del Paese, aveva rivoluzionato il linguaggio, ogni volta che postava un messaggio mostrava quanto falsa e retorica fosse la propaganda del potere ufficiale».

«Non credo che ci saranno proteste di massa. Singole e isolate probabilmente sì, ci saranno. Ma uscirà allo scoperto solo chi sarà pronto a pagare il prezzo della sua libertà. Questa è la Russia oggi: ogni “uscita in piazza” equivale all’entrata in un carcere».

Crede che la morte di Navalny riuscirà a influenzare in qualche modo le prossime elezioni?
«Non penso che la sua morte possa in qualche modo cambiare l’esito di questo particolare voto. Il risultato è predeterminato, tutta l’opposizione è già stata fatta fuori, e se anche qualcuno dovesse presentarsi sarà sicuramente per operazioni di facciata. Ma un giorno, in una Russia libera, questa morte influenzerà a lungo l’esito del voto…».

Perché secondo lei?
«Perché Navalny, prima di essere un simbolo dell’opposizione era un simbolo per i russi. La sua presenza, anche dal carcere, stava a testimoniare l’esistenza di un pensiero libero, di una speranza».

Putin oggi è più forte o più debole? 
«In un certo senso, la sua morte ha sicuramente indebolito il potere di Putin. Uccidono per impotenza, significa che si sentono messi all’angolo. Gli assassini che nascondono impotenti il fatto di essere assassini sono ridicoli e patetici».

Non ha dubbi sul fatto che si tratti di omicidio, e non di una morte accidentale come dichiarato dalle autorità?
«Mi sembra talmente ovvio: hanno cominciato a ucciderlo molti anni fa, ieri hanno semplicemente deciso di portare a compimento la missione».

Vede una coincidenza tra la morte di Navalny e l’anniversario, fra pochi giorni, del secondo anno di guerra?
«La mistica delle ricorrenze è una cosa che in Russia si ripropone di tanto in tanto, ma mi sembra più che altro la conseguenza della totale opacità di questa dittatura, le cui logiche criminali sono imperscrutabili».

C’è qualcuno in grado di raccogliere l’eredità politica di Navalny? 
«Al momento non vedo una persona del genere, e credo che questa sia un’altra tragedia della Russia».

Chi sono oggi gli oppositori di Putin? 
«Gli oppositori di Putin oggi sono tutti coloro che desiderano, sperano, aspettano, che stanno facendo qualcosa affinché il potere di Putin svanisca nell’oblio. E il prima possibile».

Quante persone del genere ci sono in Russia? 
«Non lo so. Ma credo molte di più di quanto dica qualsiasi sondaggio d’opinione o di quanto dirà il risultato delle cosiddette elezioni».

La fine della guerra oggi le sembra più vicina o più lontana?
«La fine di questa guerra dipende interamente dalla fermezza, dalla coerenza e dall’inequivocabilità della posizione della comunità internazionale, o in ogni caso, della sua maggioranza civilizzata. E dipende, voglio dirlo con molta chiarezza, dal sostegno (o dal non sostegno) che viene dato all’Ucraina».

Nell’immagine: Boris Belenkin

 


Un’identità composita che passa attraverso le diversità dell’italiano in Svizzera

Pubblicato in italiano il libro che ha più indagato sul radicalismo afroamericano 

Diciamolo subito: il volume collettaneo Italianità plurale. Analisi e prospettive elvetiche, a cura di Rosita Fibbi, Marco Marcacci e Nelly Valsangiacomo, Armando Dadò editore, è molto interessante, divulgativo e istruttivo. Un livre de chevet, da tenere a portata di mano. Ed è ciò che è emerso con grande chiarezza la sera della sua presentazione, 8 febbraio, alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, con gli interventi della Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti, del presidente del Gruppo di studio e di informazione Coscienza Svizzera Verio Pini e dello storico nonché co-curatore del volume Marco Marcacci. 

Il libro comprende una quarantina di brevi testi scritti da ventisette studiose e studiosi che, «come tessere di un mosaico», vanno a comporre un ritratto dell’italianità in Svizzera. Suddivisi in cinque capitoli tematici (Politica linguistica; Cultura; Identità; Associazionismo; Immigrazione), i contributi «presentano alcune delle realtà che riguardano l’italianità sul suolo elvetico; suggeriscono percorsi tra fenomeni e termini che ci parlano delle diverse identità ad esse correlate; affrontano alcune delle questioni culturali principali, così come si interrogano su diversi aspetti dell’immigrazione italiana in Svizzera» (p. 21). 

Il volume trova la sua forza nella bravura degli studiosi, che hanno saputo concentrare l’essenza del loro dire in tre, quattro, al massimo cinque pagine sugellate da una essenziale bibliografia per chi volesse approfondire. Partendo dall’Indice, il lettore può spigolare tra le 213 pagine assecondando i suoi immediati interessi, incurante di ciò che precede o segue l’argomento da lui scelto. Ad esempio: come italianista in servizio e insegnante felicemente in pensione la mia attenzione è stata immediatamente catturata dall’articolo L’insegnamento dell’italiano nella scuola pubblica di Anja Giudici (cap. I). Dal quale si evince (già lo sapevo, ma qui ne ho trovato conferma) che solo il 15% delle allieve e degli allievi studia l’italiano nelle scuole secondarie superiori d’Oltralpe e che diversi istituti dei cantoni tedescofoni non offrono accesso a questa lingua nonostante la raccomandazione della Conferenza dei Direttori Cantonali della Pubblica Educazione (CDPE), pubblicata nel 2015, secondo la quale «l’italiano dovrebbe essere offerto in ogni scuola o in ogni distretto scolastico come disciplina fondamentale e/o specifica». 

Dal capitolo II (intitolato Cultura) ho letto con attenzione lo scritto di Lorenzo Tomasin sulle Cattedre di lingua e letteratura italiana nelle università svizzere e quello di Mattia Lento su Cinema: gli immigrati italiani e il grande schermo (non vi dice nulla il film di Villi Hermann, San Gottardo?). Altrettanto interessanti (dal cap. III dedicato alla Identità) sono i saggi di Nelly Valsangiacomo su La radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI), di Orazio Martinetti su La stagione dell’elvetismo, di  Saffia Elisa Shaukat su Gli stagionali: braccia sì, donne e bambini no, come pure quello di Paolo Barcella sull’Associazionismo italiano in Svizzera (cap. IV); così come sapere perché «dai confederati eravamo [noi Ticinesi] considerati italiani, o, più precisamente, ‘cincali’» (Rosita Fibbi, Quando li chiamavano cincali, p. 135). Potrei continuare, ma finirei per citare l’intero Indice. 

 La brevità e la chiarezza dei contributi invogliano il lettore a proseguire nella lettura, passando da un testo all’altro, da un capitolo all’altro, a scelta, come si fa con una raccolta di racconti brevi.

Il volume Italianità plurale. Analisi e prospettive elvetiche è una pregevole riflessione sull’italianità in Svizzera; una italianità che non è un fenomeno esclusivamente linguistico, che pure continua ad essere una questione importante, ma comporta un insieme di relazioni sociali e culturali, di costruzioni identitarie collettive. Abbiamo sì, una Svizzera italiana, territorialmente e politicamente ben definita, ma esiste anche una Svizzera italofona, di cui tener conto, con cui dialogare per difendere e promuovere la lingua e la cultura italiana nel nostro Paese. L’italianità in Svizzera è qualcosa che va al di là della Svizzera italiana, come ben documenta questa pubblicazione. Che andrebbe tradotta nelle altre due lingue ufficiali.

Scrivere della lingua è scrivere delle parole di vita di singoli donne e uomini e di popoli.