Cieco autolesionismo

 


L’Avs e quell’improvviso ‘rigurgito sociale’

 

Il dibattito sulla 13esima Avs ha avuto un effetto inaspettato: ha fatto d’improvviso emergere la preoccupazione dei rappresentanti della destra e degli ambienti economici per “chi ha veramente bisogno” e contro “inutili regali ai ricchi”. Tanta “empatia” meriterebbe un commosso minuto di silenzio, se non fosse che puzza lontano un miglio di truffa.

Udc, Plr, Centro, Verdi liberali e associazioni padronali sono partiti all’attacco della 13esima Avs sostenendo che è ingiusta perché si basa sul “principio dell’innaffiatoio”. In chiaro chiedono di bocciare la proposta perché anche i ricchi riceverebbero la 13esima Avs invece di andare solo a chi ne ha veramente bisogno. Quindi la loro “soluzione” è non darla a nessuno. 

Altra incoerenza: finora la distribuzione “a pioggia” di aiuti e sussidi non ha mai indignato nessuno di questi signori. I contrari alla 13esima Avs, ad esempio, non han mai battuto ciglio per il fatto che gli assegni familiari prevedano lo stesso importo per tutti i genitori, indipendentemente dal fatto che ne abbiano realmente bisogno o meno. Ma c’è di peggio: pensiamo alle cosiddette “deduzioni sociali” per figli, oneri assicurativi ecc. Tutti possono dedurre dalle tasse lo stesso importo per i figli a carico, salvo che chi ha un reddito inferiore ai 60’000 franchi in Ticino “risparmia” in media 1’400 franchi di imposte, chi invece supera i 200’000 franchi si ritrova in tasca 3’130 franchi in media, oltre il doppio. Eppure chi oggi chiede di bocciare la 13esima Avs non si è mai scandalizzato per questo, anzi le proposte di aumentare le detrazioni fiscali che vanno a vantaggio soprattutto dei benestanti si moltiplicano.

Se poi pensiamo che in Ticino i rappresentanti dei partiti e delle associazioni economiche che si battono contro la 13esima Avs hanno appena fatto passare l’ennesima proposta per ridurre le tasse ai ricchi, diventa chiara l’assurdità delle loro motivazioni. Con la riforma fiscale del 2018 era stata appiattita l’aliquota dell’imposta sulla sostanza e una fiduciaria ha calcolato che dal 2020 un contribuente single con un patrimonio di 10 milioni di franchi domiciliato a Lugano risparmia ben 15’361,70 franchi di tasse. È una cifra pari a oltre quattro rendite massime Avs: ne aveva bisogno uno così? E gli inutili regali ai ricchi non sono ancora finiti perché ora questi stessi partiti propongono anche di appiattire l’aliquota dell’imposta sul reddito a tutto beneficio di chi guadagna centinaia di migliaia di franchi.

I contrari alle 13esima Avs hanno pure la faccia tosta di lasciar intendere che se i soldi andassero solo a chi ne ha bisogno sarebbero favorevoli. Peccato solo che questi stessi partiti abbiano fatto passare in parlamento proposte che riducono le Prestazioni complementari (Pc) alla maggioranza dei beneficiari da quest’anno. Le cifre non sono ancora definitive, ma il Blick ha già fatto un primo bilancio: migliaia di beneficiari perderanno le prestazioni complementari e per molti altri sono previste riduzioni che arrivano fino a 200-300 franchi al mese. In totale si stima che 70’000 persone vedranno l’importo mensile diminuire in un periodo in cui l’inflazione ha eroso il potere di acquisto per tutti, ma in particolare per quelli che vivono con il minimo.

In realtà quel che infastidisce questi signori non è il fatto che la tredicesima Avs andrà a beneficio anche dei ricchi, ma il contrario: i ricchi, quelli con salari a più zeri, pagano più in contributi di quel che riceveranno in pensione, anche con la 13esima. La rendita massima Avs infatti è di 2’450 franchi anche per i supermanager che pagano i contributi su stipendi milionari e bonus stellari. Per la stragrande maggioranza della popolazione l’Avs è invece nettamente più vantaggiosa del secondo pilastro, e lo sarà ancora di più se passa la riforma della Lpp votata dal parlamento che ridurrà le rendite del 12%. E indovina chi l’ha sostenuta? E sì, sempre i soliti, quelli “empatici”.

Giuseppe Sergi è candidato Mps al Municipio e al CC di Bellinzona


Stranamore è tornato. E non è un film

 

Di Tommaso Di Francesco, il manifesto

Avete presente lo straordinario, distopico film di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore”? Ora, senza esagerare, ci siamo dentro, facciamo parte della scenografia di luci accese sulle capitali europee e sui punti di lancio dei missili, della sceneggiatura, ne siamo gli attori non protagonisti; temiamo solo la stessa conclusione tragicomica.

Parliamo della deriva militarista dell’intera Europa che ora si ammanta di una generale vocazione atomica, con l’inedita situazione – la Francia ha già la force de frappe e la Gran Bretagna ormai extra Unione è dotata di armamento nucleare – che vede la Germania con il ministro delle finanze Lindner e ora anche i militari della Polonia, interrogarsi sulla necessità concreta del deterrente nucleare.

È bastato che Donald Trump reiterando la sua posizione americano-isolazionista abbia lanciato in piena campagna per le elezioni presidenziali negli Stati uniti la sua provocazione: «Dirò a Putin di attaccare i paesi europei che non spendono per la loro difesa», che è stato uno scatenarsi di reazioni governative tutte pronte a dimostrare invece l’adeguatezza armata del Vecchio continente con annessa rincorsa a chi più armi ha più ne metta. Con l’obiettivo dichiarato del «raddoppio»: vale a dire spesa per la Difesa europea più spesa per l’Alleanza atlantica.

Insomma dal welfare al warfare. Tenendo conto del fatto che in 9 anni, dal 2014, gli Stati europei più il Canada hanno aumentato di ben 600 miliardi il loro bilanci militari e che nel 2024 la maggior parte dei Paesi della Nato impegnerà per la difesa almeno il 2% (con paesi «virtuosi» come la Polonia che è già al 4% e la Germania del cancelliere Scholz che ha già impegnato 100 miliardi per la difesa). Senza dimenticare la decisione Ue di prelevare fondi addirittura dal Pnrr per rifornire di armi una guerra, quella ucraina.

Mirabile come al solito il segretario dell’Alleanza atlantica Stoltenberg che prima ha dato ragione a Trump, «le critiche riguardano i membri alleati che non spendono abbastanza», per poi dichiarare che nel suo insieme «mai la Nato ha speso tanto». Ed è vero, siamo infatti nell’agenda di Trump – sia che venga eletto che non – perché l’Unione europea ha già deciso ben 41 miliardi di aiuti militari all’Ucraina proprio temendo l’avvento alla presidenza dell’isolazionista tycoon. A rincarare la dose la notizia, sempre dagli Usa, che il presidente della commissione intelligence della Camera, il repubblicano Mike Turner ha chiesto al presidente Joe Biden di rendere pubblica «una grave minaccia alla sicurezza nazionale». Cnn e Reuters parlano di top secret e di non meglio precisate «armi spaziali russe».

Un escamotage, probabilmente, per risolvere il nodo delle necessarie votazioni bipartisan per l’invio di decine e decine di miliardi in nuovi armamenti anche all’Ucraina – Turner fa parte del fronte repubblicano favorevole; ma anche l’evidenza di un problema a quanto pare reale. Che in questa dinamica di precipitazione verso la guerra, rivela plausibilmente come la deterrenza nucleare di una potenza atomica come la Russia – che per altro smentisce – stia evolvendo a dotazioni di testate spaziali, oltre l’«ordinario» di quelle terrestri e navali. Insomma, dal ventilato scudo spaziale di Reagan alle ogive in orbita planetaria putiniane.

Va da sé che tutto diventa più realistico se si tiene conto del fatto che c’è un conflitto armato in Europa che vede contrapposto un paese che le atomiche ce le ha, la Russia, all’Ucraina che non ce le ha, e che nonostante lo stesso presidente Usa dica di no, vuole ancora entrare nella Nato, alleanza militare di fatto sempre più coinvolta in questa guerra direttamente con intelligence e forniture belliche; e che – questo lo dimenticano tutti – dipende militarmente dagli Stati uniti che già dispongono in Europa di almeno un centinaio di bombe atomiche sparse dall’Italia, al Belgio, alla Germania.

Chi scrive è convinto del contrario: se la pace e il futuro sono minacciati, proprio in presenza di una guerra feroce di trincea ormai portata anche sul suolo russo, l’unica possibilità è riavvolgere il nastro dei dieci anni di conflitto – da Maidan 2014, Crimea, guerra civile per il Donbass – e dei due dall’aggressione di Putin del 24 febbraio 2022 – per trovare termini di trattativa e non più l’impossibile «vittoria», come dimostrano questi due anni di massacro, per Kiev e per Mosca. Altrimenti?

Altrimenti diventa inevitabile la prospettiva di un confronto atomico in Europa – impari di fronte alle migliaia di testate russe operative rispetto alle centinaia di Francia e Gran Bretagna, ma a quel punto, a Trattati internazionali stracciati – e siamo a buon punto – perché escludere le migliaia di testate statunitensi? O come ha proposto un ministro israeliano del governo Netanyahu, la soluzione atomica anche per i palestinesi di Gaza? Ma così fan tutti.

E la parola d’ordine sulla bocca dei leader europei sembra essere: «Prepara la guerra» – ma di che elezioni europee stiamo parlando, di quelle del Day After? Stranamore è tornato. E non è un film.


Inferno Rafah, “Ho camminato sui cadaveri”: il racconto delle madri sotto i colpi dei cannoni

 

Di Majd Ramdan Al-Assar,La Stampa

Ogni notte bisogna trovare un letto per dormire e ogni notte, racconta Aisha, 24 anni, madre di tre figli, «sono costretta a mettere i miei figli in un giaciglio sporco, contaminato, con la paura che prendano un’infezione, una malattia che non saprò come curare, perché non ci sono medicine». Il bambino più piccolo Ahmed, soffre di una malformazione all’apparato genitale, ha dovuto essere operato più volte, prima della guerra. Adesso avrebbe bisogno di un altro intervento, ma non è neanche da pensarci. Bisogna sopravvivere. Aisha ha perso i contatti con il marito, rimasto bloccato nel Nord, durante il primo esodo, da Gaza City. Spera che sia vivo, lei ha attraversato la Striscia da sola, di rifugio in rifugio, fino a quello di Rafah, all’interno di una scuola dell’Unrwa che pensava sicura, sotto l’ombrello dell’Onu. Non è stato così.

«Ero all’interno con i bambini – racconta – quando i tank hanno cominciato a sparare, i proiettili sono esplosi, anche a distanza ci hanno storditi, ho preso i miei figli per mano e trascinati via, per salvarci, a un certo punto dovevamo scavalcare i corpi dei morti, ci camminavamo sopra. È stato uno choc terribile. Da allora il mio secondo figlio si sveglia di colpo ogni notte e piange, trema, per l’orrore di quel giorno».

Aisha dorme nello stesso letto, in un giaciglio di fortuna, con i figli maschi Ahmed e Ali, che tremano e piangono, senza la possibilità di cambiarli, e senza poter cambiare o sterilizzare le lenzuola o il materasso. Dormono nella sporcizia, con il terrore di ammalarsi.

«L’igiene è un problema enorme – conferma Noura al-Barawi –. Non abbiamo i pannolini per cambiare i bambini, i pochi che si trovano hanno prezzi esorbitanti, non possiamo permetterceli, ho dovuto usare le bende per fasciare i feriti, che sono arrivate con gli aiuti umanitari, le ho tagliate a pezzi e le ho usate così». Anche Noura ne avrebbe bisogno. Soffre di un’infezione urinaria e deve cambiarsi spesso per non peggiorare. «Ho dovuto prendere pillole per non bloccare le mestruazioni, perché non sapevo come cambiarmi».

Accanto a lei c’è Iman, 30 anni, sola, con una bambina di due anni. Si lamenta per la mancanza di pannolini e spiega che ha usato «pezzi di stoffa e un sacchetto di plastica» per farseli per conto suo. Soffre, non sta bene. Nei rifugi di Rafah dilagano allergie, infezioni per la mancanza di acqua pulita, le mamme lavano i bambini con schiume che irritano la loro pelle delicata.

Per i disabili è un inferno ancora peggiore. La guerra non ha risparmiato nessuno. Ci sono bambini di ogni età feriti alle gambe o alle braccia, che si sono salvati ma hanno difficoltà a muoversi. Altri hanno problemi mentali, molto diffusi nella Striscia di Gaza, per via dei traumi delle guerre precedenti, il blocco decennale. Ma il conflitto non ha pietà di nessuno, né della loro infanzia né delle loro disabilità. Ahmed è uno di questi bambini, anche lui ha trovato rifugio a Rafah.

«Non mangia il cibo che prepariamo qui – racconta la madre –. Non è adatto a lui, tutto cibo in scatola, che gli fa male». Ahmed ha problemi al cuore, dovrebbe nutrirsi con cibo fresco, frutta, verdura. E ha bisogno di medicine, cure specifiche per evitare che la malattia si aggravi, ha problemi anche ai reni e all’udito. Ma queste cure sono un lusso per gli sfollati. Vivono giorno per giorno, senza sapere se riusciranno a sopravvivere alla macchina di oppressione e di bombe che li schiaccia. Dall’inizio delle operazioni di terra è stato un esodo continuo, di città in città, di rifugio in rifugio, verso il Sud, verso una salvezza che non arriva mai. Non sono semplici spostamenti, sono viaggi pieni di fatica, sofferenza, perdite e amarezza. Sono viaggi che hanno fatto sperimentare a tutti i gazawi la brutalità della guerra, hanno esaurito le energie dei loro corpi e dei loro cuori, hanno asciugato le loro vite.

Hanno perso i cari, le case, anche i soldi. Tutto quello che avevano costruito in una vita, i risparmi. La guerra è andata avanti a uccidere, poi è arrivata la fame, persino la sete. Nei rifugi si vedono uomini, tante donne e bambini, esausti per le malattie che contratto dall’acqua contaminata, l’unica poco acqua ancora disponibile nella Striscia, o per il sovraffollamento negli stessi rifugi. Rafah è diventata un immenso campo profughi. La popolazione si è decuplicata e quel che è peggio, vive nel terrore di doversi spostare ancora, perché incombe l’attacco alla città.

L’Oms ha lanciato l’allarme di un possibile rapido diffondersi delle infezioni, in quanto il sistema sanitario non esiste più, quasi tutti gli ospedali non sono più in grado di funzionare. L’organizzazione ha reiterato i suoi appelli perché arrivino più aiuti, cibo, medicine, carburante. E soprattutto serve acqua pulita, per lavarsi, per bere. Per poter cambiare i propri figli che piangono, soffrono e non capiscono perché.

Nell’immagine: bambini a Rafah


Paradisi fiscali, criptovalute e democrazia a pezzi

 

Siamo in una guerra mondiale a pezzi, aveva detto papa Francesco tempo fa. E purtroppo la realtà aggiunge ogni giorno qualche nuovo pezzo a questa guerra mondiale. Ma essendo a pezzi, frammentata, fatichiamo a vederla nella sua interezza, nelle connessioni strategiche e negli obiettivi che legano tra loro i vari pezzi. Se la Prima e la Seconda guerra mondiale sono state guerre totali e quasi globali, coinvolgendo non solo gli eserciti ma soprattutto i civili nella distruzione come nella mobilitazione totale di tutti nel conflitto, oggi i pezzi (e solo i pezzi) di questa guerra mondiale li vediamo stando seduti sul divano di casa o davanti allo schermo di un pc o smartphone e quindi ci sembrano lontani.

Ci manca la capacità di vederli come parti di un tutto. In realtà, il potere non ha più bisogno di scatenare una guerra mondiale intera, i vantaggi sono ben maggiori lasciando che sia appunto a pezzi. E dividere e frammentare è una strategia perfetta che il potere da sempre usa per farci adattare oggi anche a questa condizione di insicurezza e di guerra cronica che però permette  al capitalismo – e tutte le guerre in corso sono guerre tra frammenti di capitalismo (Cina e Russia comprese) per il controllo delle materie prime e per conquistare posizioni di egemonia (con il vecchio divide et impera, diventato digitale) – di fare profitti senza che si crei vera opposizione, vera critica, perché anche chi potrebbe opporsi e criticare è stato frammentato, reso incapace di costruire un discorso pubblico e politico condiviso (e la rete e i social sono anch’essi composti di frammenti autoreferenziali e isolati).

La guerra mondiale a pezzi è dunque solo una parte (anch’essa un pezzo, appunto) di una strategia più ampia. Che dovrebbe preoccuparci, e molto, perché in gioco ci sono la nostra libertà e la democrazia. E invece… Utile è allora il saggio dello storico Quinn Slobodian, da poco uscito in italiano da Einaudi, dal titolo Il capitalismo della frammentazione. Sottotitolo: Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia. In realtà è da tempo – da sempre – che il capitale antepone il mercato alla democrazia, pronto a rinunciare alla seconda pur di mantenere e rafforzare il primo. Perché la democrazia è un intralcio al business, alla crescita illimitata del plusvalore, allo sfruttamento incessante di uomini e ambiente, è una barriera per le forze produttive. 

E già il presidente americano Thomas Jefferson ammetteva, due secoli fa, che “le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi” – un monito che la Svizzera dovrebbe rammentare ogni volta che si sveglia al mattino. E dopo averci illuso con il neoliberalismo – fase propedeutica – che il mercato (ma anche la rete) fosse la forma migliore e anzi perfetta di democrazia, ora il capitale / tecno-capitalismo e gli anarco-capitalisti / libertarians sembrano essere giunti alla convinzione di poter / dover fare a meno del tutto della democrazia, facendoci credere – lo ricorda appunto Slobodian citando un venture capitalist – che “il sistema politico migliore è quello dell’azienda […] cui scegliamo di aderire come clienti.

Se non ci piace il prodotto, andiamo a fare acquisti altrove. Nessuno ci chiede niente e non ci sentiamo in obbligo verso nessuno”. Ovvero, “il capitalismo è molto più importante della democrazia” ha detto anche Stephen Moore – sempre citato da Slobodian – consigliere di Trump e membro della Heritage Foundation, pensatoio assai influente della destra ultraliberista americana e occidentale. Soprattutto se l’intelligenza artificiale e l’ibridazione capitalistica uomo-macchina rendono a loro volta superflua la democrazia (e la libertà) e permettono anzi un sistema globale di autoritarismi anch’essi frammentati, ma che integrati tra loro producono il totalitarismo del capitalismo.

Per raggiungere l’obiettivo della morte formale ma anche sostanziale della democrazia, oltre al neoliberalismo e alla tecnologia servono le zone economiche, i paradisi fiscali, i nazionalismi per la creazione di sempre nuovi stati che per vivere avranno bisogno di capitale e di capitalisti, le città-stato, i porti franchi, gli hub per l’innovazione. Soprattutto le zone: e “nel suo aspetto più elementare” – scrive Slobodian – la zona “è una enclave ricavata all’interno di una nazione ed esentata dalle normali forme di regolamentazione”, ambientali, sociali, salariali, di sicurezza del lavoro, fiscali. Attualmente vi sono ben ottantadue forme di zone/enclave e sono concentrate in Africa, America Latina e soprattutto Asia.

Quasi sempre volute/create dagli Stati. Il tutto per dar vita ad un mondo “sempre più interconnesso e al tempo stesso sempre più parcellizzato”, sviluppando “un pluridecennale tentativo [del capitalismo] di praticare fori nel tessuto sociale”, svuotando la democrazia e limitando la libertà politica, sociale e civile (potenziando invece al massimo quella d’impresa), cioè “di secedere e disertare dalla collettività”. Perché le zone, scrive Slobodian, “non sono solo un mezzo per raggiungere un fine economico [il profitto privato], ma l’ispirazione per la riorganizzazione della politica globale nel suo insieme”. Grazie al suicidio delle nazioni che concorrono a promuovere questa riorganizzazione.

In realtà, definire questa fase come capitalismo della frammentazione ci sembra improprio. Dalla rivoluzione industriale al digitale, infatti, il capitalismo si basa sempre su divisione, frammentazione, separazione, parcellizzazione per poi integrare / connettere e sussumere in sé le parti prima suddivise, in qualcosa di maggiore della loro semplice somma aritmetica. Suddivisione del lavoro, della vita, del consumo, del divertimento e oggi dello stesso individuo, anch’egli tradotto in frammenti di individuo che diventano dati così che ogni sua parte frammentata (corpo, psiche, emozioni, desideri, competenze, informazioni) possa essere valorizzata in termini di accrescimento del profitto capitalistico. 

La frammentazione è cioè nell’essenza stessa del capitalismo e ancora di più del sistema tecnico. Perché più si frammenta lavoro, vita e individuo – e oggi anche la guerra – meglio il sistema riesce a sussumerci (secondo movimento della sua razionalità, dopo la divisione / frammentazione), cioè integrarci nella sua totalità. E se ieri vi erano le grandi guerre mondiali e le grandi industrie (centralizzazione del comando e concentrazione di soldati e di operai – perché ieri il capitalismo aveva bisogno anche di uno Stato grande, forte e centralizzato per ingegnerizzare i comportamenti umani necessari e funzionali), così oggi abbiamo frammenti di guerra mondiale, frammenti di forza lavoro e frammenti di micro-imprese, di start-up e di lavoratori delle piattaforme digitali, dove vi è sempre la centralizzazione dell’organizzazione, del comando e della sorveglianza (ma ormai direttamente assunta dal capitale e dalle sue oligarchie / tecnocrazie e incorporata nelle macchine). 

C’è modo di rovesciare questa tendenza / vocazione antidemocratica del capitalismo, cioè totalitaria? In questo ci aiuta il libro del senatore socialista democratico americano Bernie Sanders, due volte in corsa per la Casa Bianca, due volte bloccato dalle oligarchie economiche e da quelle del suo stesso partito – e appena tradotto in italiano. Il titolo – Sfidare il capitalismo – scelto dall’editore Fazi è insieme esistenziale e politico: politico nel senso di sollecitarci a riprenderci la politica, quindi la democrazia, evitando che il capitale la uccida definitivamente, trasformandoci da cittadini a clienti e insieme a forza lavoro della sua fabbrica globale; esistenziale, nel senso di farci consapevoli di ciò che sta producendo il capitalismo per sé ma contro tutti noi e contro l’ambiente. Un titolo italiano certamente migliore dell’originale – It’s OK to Be Angry About Capitalism – per sintetizzare quello che dovrebbe essere un dovere, un imperativo categorico non solo delle sinistre e dei socialismi ma di ciascun cittadino che abbia ancora a cuore la sua libertà e la democrazia.

Come possiamo infatti accettare – sostiene Sanders – un sistema economico che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e un capitalismo sfrenato (Sanders lo chiama übercapitalismo) che mina la democrazia e minaccia il pianeta? Sanders non si limita alla denuncia, ma propone – e da tempo – un programma dettagliato di cambiamento radicale, una rivoluzione nel pensiero politico che riporti la sinistra e la democrazia dalla parte dei lavoratori e dei cittadini. E dell’ambiente e delle future generazioni.

Ma il problema è tutto nella domanda: siamo ancora / di nuovo capaci di sfidare il capitalismo?

Nell’immagine: illustrazione generata dall’IA (Openart.ai)


Veronica Noseda – Sarkozy, una condanna che complica anche la strategia di Macron

 


Scontro Israele-Santa sede. Per l’ambasciata «i civili sono tutti complici di Hamas»

 

Di Laura Kocci, il manifesto

Violento attacco dell’ambasciata di Israele presso la Santa sede nei confronti del cardinale segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, colpevole di aver affermato che l’operazione militare israeliana contro la popolazione palestinese di Gaza è «sproporzionata».

«È una dichiarazione deplorevole» ed «errata» che non considera «il quadro generale», si legge in una nota nell’ambasciata di Israele. Il progetto terroristico di Hamas «è stato attivamente sostenuto dalla popolazione civile locale», «i civili di Gaza hanno anche partecipato attivamente all’invasione non provocata del 7 ottobre nel territorio israeliano, uccidendo, violentando e prendendo civili in ostaggio», prosegue il comunicato. Si tratta di «crimini guerra», mentre le operazioni delle forze armate di Israele «si svolgono nel pieno rispetto del diritto internazionale». In ogni caso sono meno cruente di quelle condotte in passato dalla Nato e dai Paesi occidentali in Siria, Iraq e Afghanistan, dove per ogni «terrorista» ucciso venivano sterminati «nove o dieci civili». Mentre a Gaza, «nonostante il campo di battaglia sia molto più complicato», «per ogni militante di Hamas ucciso hanno perso la vita tre civili», riporta la cinica contabilità della nota dell’ambasciata israeliana in Vaticano. Quindi «la responsabilità della morte e della distruzione a Gaza» è «di Hamas e solo di Hamas», che ha trasformato Gaza «nella più grande base terroristica mai vista».

È chiaro che per Israele anche il papa dovrebbe indossare l’elmetto e imbracciare il fucile contro Hamas. È bastato infatti che martedì sera il segretario di Stato Vaticano, a margine del tradizionale incontro bilaterale tra Chiesa e Stato in occasione della revisione dei Patti lateranensi, dopo aver ancora una volta condannato l’azione di Hamas del 7 ottobre e ogni forma di antisemitismo, chiedesse che «il diritto alla difesa di Israele» sia «proporzionato» e aggiungesse che «certamente con trentamila morti non lo è», per scatenare la reazione scomposta dell’ambasciatore Raphael Schutz. Il quale peraltro lo scorso ottobre, intervistato da Avvenire, aveva espresso grande apprezzamento nei confronti dello stesso Parolin, che si era recato in ambasciata a portare la solidarietà sua e del pontefice.

La risposta della Santa sede, sebbene indiretta, non si è fatta attendere: ieri sera le parole di Parolin, accostate a quelle molto critiche verso Netanyahu della scrittrice ebrea sopravvissuta ad Auschwitz Edith Bruck, sono state rilanciate dai media vaticani in un editoriale dal titolo eloquente: «Fermare la carneficina». In cui si legge che «nessuno può definire quanto sta accadendo nella Striscia un “danno collaterale” della lotta al terrorismo. Il diritto alla difesa, il diritto di Israele di assicurare alla giustizia i responsabili del massacro di ottobre, non può giustificare questa carneficina».

Nell’immagine: l’ambasciatore Raphael Schutz a colloquio con papa Francesco lo scorso 2 febbraio


Democrazia naufragata

 

Parafrasando Paul Valéry “oggi sappiamo che le democrazie sanno di essere mortali ” e che la politica, o meglio, una serie di rappresentanti di partiti che si vogliono “storici”, stanno impegnandosi seriamente per dargli pienamente ragione. L’attuale mancanza di coraggio, delle parole e delle idee, a favore d’interessi personali, di semplice gusto del potere o di illusorie ricchezze sempre più concentrate nelle mani di pochi, attestano semplicemente l’aver venduto i principi fondanti, libertà, equità, uguaglianza, giustizia in nome del mero interesse di una società sempre più solo apparentemente democratica, ma che nei fatti di democratico, salvo l’illusione o la prosopopea, non ha più quasi nulla. 

Basti pensare a quanto succede oggi nel mondo: in funzione di dinamiche perverse, la politica applica puntualmente due pesi e due misure, dall’Ucraina alla Palestina, dall’approccio benevolo a regimi come quello saudita, tra i più grandi finanziatori del terrorismo islamico, o quello qatarino, che da sempre ospita i gerarchi di Hamas; o, ancora, dipingendo Israele – nazione senza una Costituzione, ma che si fonda su regole che sostiene derivino direttamente dalla Bibbia – una “grande democrazia”, anche quando così, forse, non è (basterebbe leggere qualche testo di Pappé, storico israeliano tra i più accreditati ed autorevoli). 

Genocidi, crimini di guerra, barbarie, non dovrebbero avere un solo colore o una parte di comodo. E non dovrebbe essere, in una vera democrazia, fonte di esclusione sociale il denunciare tali perversioni, con “classificazioni” ingiustificate quali “fiancheggiatore” , “antisemita”, ed altre ancora. 

Sostenere che oggi Israele sta commettendo un genocidio, oltre ad una serie infinita di crimini di guerra in Palestina, dopo decenni di angherie, soprusi, umiliazioni inflitte al popolo palestinese (da non dimenticare che prima del deprecabile 7 di ottobre, per ogni vittima civile israeliana se ne contavano più di 20 palestinesi) non significa essere antisemiti, significa semplicemente tentare di salvaguardare il principio di giustizia e di uguaglianza di fronte alla legge. 

Non fosse così, allora pure Putin (senza giustificarlo, ma pure lui qualche ragione storica l’aveva, vedi contenimento della NATO promesso e puntualmente disatteso, da Bush prima e da tutti gli altri dopo, in cambio della riunificazione tedesca) sarebbe un” bravo ragazzo”.

Siamo veramente sicuri, in particolare con la rassegnazione e la disaffezione politica, di volere essere correi nell’accettare sempre meno democrazia e sempre più soprusi oltre che meno diritti?

Guido Tognola è segretario politico di Costituzione Radicale
Nell’immagine: Richard Hubal, “Carnival of Democracy” (2007)


Stupro e consenso: il fallimento europeo sulla direttiva contro la violenza di genere

 

Di Alice Facchini, Valigia blu

Il testo definitivo della direttiva europea per contrastare la violenza di genere, approvato il 6 febbraio, appare svuotato: in particolare è stato cancellato l’articolo 5 del testo originario, quello più controverso, che conteneva la definizione di stupro come “rapporto sessuale senza consenso”. La direttiva, che era stata proposta dalla Commissione europea l’8 marzo del 2022 in occasione della festa della donna, aveva già ricevuto l’ok del Parlamento europeo lo scorso giugno ed era al vaglio del Consiglio dell’Unione Europea: oggi si è trovato l’accordo sul testo definitivo, testo che però non contiene molti degli avanzamenti che si erano raggiunti in due anni di negoziazioni.

“C’è un atteggiamento rinunciatario che fa male: la discussione è durata solo due ore, simbolo del disinteresse che ruota attorno a questo tema”, spiega a Valigia Blu Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e relatrice italiana sulla direttiva contro la violenza sulle donne. “La prima Presidente del Consiglio donna, Giorgia Meloni, non ha detto una parola. Questo perché il tema del consenso è considerato troppo divisivo in vista delle prossime elezioni europee: per i politici, non vale la pena perderci tempo. Le questioni che riguardano la vita delle donne non sono mai ritenute prioritarie”.

Nel testo definitivo mancano diverse proposte che il Parlamento e la Commissione avevano fatto e che i governi nazionali hanno di fatto depennato. Oltre alla definizione di stupro contenuta nell’articolo 5, è stata eliminata quella di “molestie sessuali nel mondo del lavoro”. Per quanto riguarda la violenza online, la diffusione di immagini intime non è più riconosciuta come una forma di violenza di per sé, ma è tale solo se la vittima può dimostrare il danno grave. Altri passi indietro riguardano la prevenzione: non si cita più la necessità di fare formazione ai magistrati e alle forze dell’ordine in tema di violenza di genere.

Le organizzazioni per i diritti delle donne si sono subito mobilitate: una petizione lanciata su change.org dall’associazione Differenza Donna in tre giorni ha già raccolto più di 70mila firme – e continuano ad aggiungersene centinaia ogni ora. “È una presa di posizione inaccettabile contro la quale tutte e tutti noi dobbiamo far sentire la nostra indignazione”, scrive Differenza Donna. Giorgia Fattinnanzi, responsabile Cgil delle politiche di contrasto alla violenza di genere, parla di una politica della UE che “comincia a fare i conti con la spinta retrograda delle destre”.

Molti Stati membri si erano detti a favore di un avanzamento della legislazione europea, ma la proposta ha raccolto anche molte ostilità: al centro del dibattito c’è la criminalizzazione dello stupro e il tema del consenso. In molti Stati europei (tra cui l’Italia), infatti, lo stupro è punito solo quando è dimostrato che ci sia stata una violenza, una coercizione o una minaccia: non basta che l’atto sessuale sia avvenuto in mancanza di consenso. Il problema è che spesso la vittima si trova in uno stato di shock e non riesce a reagire, oppure sceglie di non farlo per paura di fomentare ancora di più il suo aggressore. La gran parte degli studi sulla violenza sessuale dimostra che durante uno stupro le donne si paralizzano: circa il 70% delle vittime riferisce di aver provato questa condizione di immobilità.

Da qui deriva la definizione di stupro come “rapporto sessuale senza consenso” inclusa inizialmente nella direttiva: il riferimento è la Convenzione di Istanbul del 2011, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, che nel tempo ha assunto grande importanza nel dibattito sui diritti delle donne. In particolare, la Convenzione – ratificata dall’Unione Europea nel 2023 – all’articolo 36 si riferisce allo stupro come a un “rapporto sessuale realizzato senza consenso”, specificando al paragrafo 2 che “il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona”.[…]

Una direttiva con un iter complesso

In Europa la violenza colpisce una donna su tre. Ogni settimana, almeno due donne nell’Unione europea vengono uccise da partner o familiari, e il 32% degli autori di molestie sessuali proviene da un contesto lavorativo. La strategia per la parità di genere 2020-2025 dell’Ue mette in campo nuove misure per prevenire queste forme di violenza, proteggere le vittime, perseguire gli autori e attuare politiche coordinate. In questo contesto nasce la direttiva proposta dalla Commissione, un atto giuridico che, quando viene approvato, impone agli Stati membri di raggiungere determinati obiettivi attraverso la promulgazione o modifica di leggi nazionali. In questo caso, lo scopo è creare degli standard minimi comuni a tutti gli Stati membri per agire contro diversi crimini fra cui lo stupro, la mutilazione genitale femminile, la sterilizzazione e i matrimoni forzati, lo stalking online e la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti.

L’iter di approvazione di una direttiva è complesso: il testo viene proposto dalla Commissione Europea, dopodiché per entrare in vigore deve essere approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea, un organo composto dai ministri degli Stati membri. Le negoziazioni fra i tre organi, durante le quali il testo viene discusso e modificato, si chiamano “triloghi” e possono andare avanti mesi, se non anni. Per questa direttiva, il 13 dicembre si era concluso il quarto trilogo, ossia la quarta fase di negoziati, ma non si era arrivati a una versione definitiva. Il 6 febbraio si è infine arrivati all’approvazione.

Ad opporsi al testo iniziale della direttiva, quello più avanzato dal punto di vista della tutela dei diritti delle donne, non c’erano solo i paesi europei con le legislazioni più conservatrici in materia di diritti delle donne, come Polonia, Bulgaria e Ungheria, ma anche Stati come la Svezia, la Francia e la Germania: questi ultimi non erano contrari all’intero testo, ma non volevano includere il reato di stupro – il contesto articolo 5 – perché il tema non rientrerebbe nelle competenze giuridiche dell’Unione, visto che il diritto penale rimane di competenza esclusiva dei singoli Stati membri. Per includere lo stupro all’interno della direttiva, infatti, la Commissione aveva fatto riferimento al reato di sfruttamento sessuale delle donne e dei minori, su cui l’Unione ha diritto di legiferare anche per il fatto che sono spesso si tratta di reati compiuti a livello internazionale: secondo alcuni Stati, però, lo stupro non rientrerebbe in questa categoria.

Negli ultimi mesi, alcuni Stati come Irlanda e Portogallo avevano deciso di cambiare la loro posizione e votare a favore, mentre altri hanno mantenuto i loro dubbi chiedendo che il testo venisse modificato. La Francia ha detto più volte di temere che l’inclusione dell’articolo 5 desse la possibilità agli stati che sono contrari di far poi annullare l’intera direttiva dalla Corte di giustizia, con la motivazione che l’Unione non ha giurisdizione sull’argomento.

Le diverse legislazioni sul reato di stupro in Europa

Quando si parla di reato di stupro, in Europa esistono tre diversi modelli di diritto penale, che variano in base all’importanza attribuita al consenso: il modello consensuale puro (anche conosciuto come “solo sì è sì”), quello limitato (conosciuto come “no significa no”) e quello vincolato. Il primo dà rilevanza massima al consenso: è considerato reato qualsiasi tipo di rapporto sessuale dove manchi il consenso della persona offesa. Il modello consensuale limitato dà importanza non tanto al consenso, quanto piuttosto al dissenso: in sostanza, è necessario che la persona manifesti apertamente di non voler avere un rapporto sessuale, perché l’atto sia considerato stupro. Infine c’è il modello vincolato, che è anche il più diffuso: in questo caso le aggressioni sessuali, per essere perseguite e punite, devono avvenire dietro minaccia, violenza o costrizione. Attualmente l’Unione europea è spaccata a metà: 14 paesi – tra cui Italia, Francia e Polonia – richiedono alle vittime di dimostrare l’uso della forza o della minaccia in caso di stupro, mentre altri 13 – tra cui Spagna, Belgio, Lussemburgo, Svezia e Grecia – basano il reato di stupro sul consenso. […]


Tracce indelebili e strappi da ricucire

 

L’Ufficio federale della cultura assegna annualmente un proprio importante riconoscimento con un Gran premio destinato all’insieme dell’opera di uno scrittore o una scrittrice di particolare rilievo, ed alcuni premi speciali, che vanno ad autrici e autori che si sono distinti con un libro uscito lo scorso anno in Svizzera.

Il Gran Premio è andato allo scrittore argoviese Klaus Merz, mentre fra i libri che hanno segnato l’attività letteraria dello scorso anno l’UFC ha scelto anche “Infanzia e bestiario” della scrittrice luganese Claudia Quadri, pubblicato da Casagrande.

In questa felice occasione per il lavoro letterario di Claudia Quadri, riproponiamo qui l’articolo pubblicato in “Naufraghi/e” proprio a proposito di “Infanzia e bestiario” (red.)

Al suo quinto libro, uscito quasi dieci anni dopo il precedente, Claudia Quadri torna ad esplorare la propria “geografia domestica”, se così si può dire, con una serie di brevi capitoli raccolti in volume con il titolo “Infanzia e bestiario”(Edizioni Casagrande, Bellinzona).

Come già nei precedenti romanzi – da “Lupe”(2000) e ancor più da “Lacrima” (2003), passando per “Come antiche astronavi”(2008) fino a giungere a “Suona, Nora Blume”(2013) – anche in questa raccolta di brevi “racconti” o capitoli di una suite narrativa, il mondo di Claudia Quadri è uno spazio ristretto, quello di casa, dei dintorni, delle vie, dei prati e dei sentieri che, potremmo dire forse con eccessiva approssimazione, circondano le pendici del San Salvatore, e che nel tempo hanno progressivamente mutato aspetto, fra cantieri, costruzioni, abbattimenti (specie dell’albergo di famiglia) che hanno segnato non solo il territorio in senso proprio, ma anche, appunto, il modo di percepirlo e di conviverci dell’autrice, lungo il corso del suo costante vagabondare, accompagnata dalla presenza fedele del cane (prima Moira e poi Wisky, cui il libro è affettuosamente “dedicato”).

 Ecco che è la percezione “animale” delle cose, della loro apparente immutabilità che invece diventa segno visibile del passare del tempo, del cambiare sotterraneo ma inesorabile del contesto “domestico”, a diventare il motore del particolare procedimento narrativo di Claudia Quadri, che nel descrivere il mondo interroga sé stessa e la propria storia personale, anche intima.

 Ed ecco che il cane e gli altri animali (alla Lawrence Durrell), si moltiplicano e diramano in specie e caratteri, fra cavalli, mucche, lumache paperi ecc. nel suscitare, con le loro tracce lasciate su strade e sentieri, ricordi e memorie di un’infanzia ed una giovinezza costellate di incontri, piccole avventure, episodi anche comici, che con non poca ironia Claudia Quadri sa ricondurre ad un filo rosso tutto personale di crescita e maturazione che l’ha portata oggi ad essere mamma e nonna, ma ancora, per certi versi, quella ragazza d’allora, alla rincorsa del proprio misterioso futuro.

 Ne abbiamo un esempio nel capitolo conclusivo del volume, che riproponiamo qui volentieri, ringraziando l’editore e l’autrice per l’autorizzazione. (e.l.)

La passeggiata dell’antropologa – Rammendi fatti con i piedi

Di notte in sogno mi aggiro in via delle Scuole, cerco un giardino. Era il giardino di una villetta, una delle tante demolite secoli fa. Per un po’ ci avrebbe abitato il jazzista Duca Marrer. Intrico vegetale, giungla che debordava attraverso la recinzione, guardavo. Il proprietario di casa, invitato dall’autorità comunale a mettere ordine in quella selva, avrebbe risposto picche: il giardino non andava toccato, mai e poi mai addomesticato! Era opera di un grande architetto paesaggista – mentiva. Vegetazione e mistero, una sedia di plastica sotto un fico. Passavo.

Di giorno, strizzando un po’ gli occhi, giardini e villette appaiono in filigrana dietro le facciate dei palazzi di sette, dieci, cento piani che li hanno sostituiti. Hanno l’opacità degli abiti fuori stagione appesi nelle custodie di plastica in attesa che qualcuno si ricordi di loro. Ecco l’albergo Schmid che faceva angolo; qui c’era la falegnameria; su un balcone inutile, rasoterra, c’era una gabbia di canarini. Qui, la bordura di narcisi.

Lo chalet della funicolare del San Salvatore c’è ancora, una vecchia toppa colorata su un vestito nuovo. C’entra nagott, non c’entra niente ma fa cartolina d’epoca, anzi, della Belle époque. E lì accanto un palazzo placcato di scaglie d’oro pare un lingòtt.

Di giorno, a Riva Paradiso si ristruttura un’autofficina. Nessuna cura è stata messa nel proteggere il piccolo mosaico su un pilastro. Ingrati: è un San Cristoforo, patrono dei viaggiatori, anche degli automobilisti! A lavori ultimati, sparirà. Wisky tira per attraversare verso una striscia di prato con finte colonne doriche, che interessano solo ai cani. Zampilla, cane, irrora le finte vestigia di un finto passato; quello vero si copre di polvere e detriti come il mosaico del santo, dall’altra parte della strada.

Di notte, in sogno, cammino nel giardino di un albergo. Riecco piante, muretti, il sentiero che percorreva il pendio, ecco il dondolo, il tavolo da ping pong.

Di giorno, invece del giardino c’è una casa d’appartamenti color bronzo.

Il cane annusa in giro, anch’io allungo il collo: nascosto dagli arbusti, dalle palme, c’è ancora un pezzo della vecchia recinzione, ferro battuto incrostato di ruggine. Guardare, scrutare: come se a partire da quella ferraglia lucidata a forza di sguardi, l’intero paesaggio potesse ricomporsi.

Sento tirare: il ricordo svolazza, si impiglia nelle curve del ferro. Con i miei ricordi d’antan, farò la fine di Isadora Duncan con la sua sciarpa di raso? Ma no, è Wisky che tira il guinzaglio, mi trascina dall’altra parte.

Gli aghi hanno un potere magico, ha detto Louise Bourgeois. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo. Non è uno spillo.

Ricucire gli strappi nel paesaggio dell’infanzia prima che si laceri del tutto: può darsi che i miei vagabondaggi, travestiti da passeggiate con il cane, siano ormai un lavoro di sartoria: camminare, rammendare. Eppure sembrava un paesaggio dato e immutabile. Mia madre apriva la cartina sotto gli occhi dei clienti, faceva crocette e, puntando sull’albergo, diceva: Wir sind hier – noi siamo qui. Quando ero bambina, quel paesaggio io lo attraversavo con le gambe diritte, le ginocchia ben disegnate. Tutto era in attesa, acquattato nel futuro.

Nell’immagine: Claudia Quadri