L’intimità dell’amore maturo

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

A pochi giorni dalla conclusione dell’ennesimo Festival sanremese, quello del mondo della musica leggera appare sempre e comunque il regno dell’amore: da cercare, capire, rincorrere, negare, perdere, desiderare, condividere fra ansie ed incomprensioni, illusioni e disillusioni, in declinazioni che spesso si sommano e replicano fra versi balbettati, sussurrati, gridati.

Quello della canzone d’amore è un territorio sconfinato in cui si può trovare, fra il tanto che sa di stereotipato e risaputo, persino scontato, anche qualche esempio straordinario, capace di cogliere ed esprimere, nei pochi versi dei tre minuti e passa di una canzone, un che di ineffabile, fra il respiro ed il sospiro, capace a parlare al mondo (degli innamorati, ma non solo) in qualsiasi lingua.

Pensiamo ad un vero e proprio capolavoro del genere qual è “La chanson des vieux amants” scritta nel 1967, all’apice della sua popolarità, dal cantautore belga Jacques Brel. Quello che è certamente a tutt’oggi un “maestro” della canzone francese, che tanto ha influenzato anche il cantautorato italiano, racconta in questo celebre brano, di un amore che potremmo dire “vissuto”, un amore “maturo” di una coppia, che in nome di questo sentimento, in tutte le sue forme della quotidianità, ha attraversato la vita con tutto quel che ciò comporta. 

Non si tratta, qui, di amore cui si anela, con angoscia o inquietudine o rabbia giovanili, come posti di fronte ad un mistero da scoprire, no, qui si tratta di una sorta di radiografia di un’esperienza che diventa, in un certo senso, “resa dei conti” sentimentale di chi, come recita uno dei versi più noti, desidera convivere nella convizione che si può “riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”.

La canzone, come detto, ha avuto un enorme successo ed anche nel mondo della canzone italiana, in una versione linguistica molto curata da parte di due grandi autori come Bardotti e Del Prete, ha trovato numerosi interpreti: da Patty Pravo a Milva, da Petra Magoni a Franco Battiato fino a più recenti esempi con Malika Ayane e Drusilla Foer.

In questa giornata di fiori, cioccolatini e buoni sentimenti (tutti legittimi, specie se autentici) , insieme al testo della canzone vi proponiamo qui proprio l’esecuzione particolare, “teatrale” del brano da parte di Drusilla Foer, con l’implicito invito ad andarne a cercare la versione originale di Jacques Brel o di recuperare l’ascolto di altri interpreti.   

La canzone dei vecchi amanti

Certo ci fu qualche tempesta
Anni d’amore alla follia
Mille volte tu dicesti basta
Mille volte io me ne andai via
Ed ogni mobile ricorda
In questa stanza senza culla
I lampi dei vecchi contrasti
Non c’era più una cosa giusta
Avevi perso il tuo calore
Ed io la febbre di conquista
Mio amore mio dolce meraviglioso amore
Dall’alba chiara finché il giorno muore
Ti amo ancora sai ti amo

So tutto delle tue magie
E tu della mia intimità
Sapevo delle tue bugie
Tu delle mie tristi viltà
So che hai avuto degli amanti
Bisogna pur passare il tempo
Bisogna pur che il corpo esulti
Ma c’é voluto del talento
Per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
Dall’alba chiara finché il giorno muore
Ti amo ancora sai ti amo

Il tempo passa e ci scoraggia
Tormenti sulla nostra via
Ma dimmi c’é peggior insidia
Che amarsi con monotonia
Adesso piangi molto dopo
Io mi dispero con ritardo
Non abbiamo più misteri
Si lascia meno fare al caso
Scendiamo a patti con la terra
Però è la stessa dolce guerra
Mon amour
Mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore, tu sais, je t’aime

Nell’immagine: Jacques Brel nel 1962


Dove si onorano i carnefici e mai le loro vittime

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

C’erano anche degli svizzeri. Coincidono alcune cronache giornalistiche che negli scorsi giorni hanno riferito dell’adunata neonazista a Budapest per celebrare, come ogni anno, “Il giorno del ricordo”: il ricordo dell’“eroica resistenza” dei soldati tedeschi e dei loro alleati magiari delle “Croci frecciate” contro l’avanzata dell’Armata Rossa. Che a Budapest, per omaggiare questi ‘eroi’ vi fossero anche dei cittadini elvetici, orgogliosi di presidiare con tanto di consona uniforme, uno dei luoghi deputati del raduno, è motivo di aggiuntiva amarezza. Perché Budapest è la città in cui operò Carl Lutz, vice-console svizzero dal 1942 al 1944, il diplomatico che nella città attraversata dal Danubio organizzò una rete per salvare il maggior numero possibile di ebrei, spesso riuscendovi, rischiando la vita, e realizzando quella che lo storico Xavier Cornut, presidente della “Società per la Storia svizzera”, ha definito “la più grande operazione di salvataggio nella storia della seconda guerra mondiale”. Stando a fonti ebraiche, Lutz sottrasse ai lager nazisti decine di migliaia di persone destinate allo sterminio. 

Per capire chi fossero gli “eroi” esaltati a Budapest, e come sia possibile che gente da tutta Europa si unisca regolarmente per celebrarli, occorre fare ciò che gli inviati dei giornali stranieri hanno dimenticato di fare, o deciso di tralasciare, come se fosse un dettaglio di poco conto e di scarso peso per comprendere la gravità e la distorsione storica che la manifestazione racchiude. Già teatro di restrittive e pesanti leggi anti-ebraiche, l’Ungheria dell’ammiraglio Horthy (ammiratore di Mussolini) fu per alcuni anni alleata di Hitler. Fino a quando il Führer, convinto che il regime magiaro potesse tradirlo cambiando campo, decise l’invasione dell’Ungheria. Era il marzo 1944, e tra l’altro la Germania hitleriana era intenzionata a controllare la realizzazione del suo progetto di sterminio anti-ebraico. Due anni prima, la Conferenza di Wannsee aveva pianificato tempi e modi della distruzione delle comunità ebraiche d’Europa, di cui quella ungherese era una delle più numerose. Il 1942 era stato anche l’anno dell’arrivo a Budapest di Carl Lutz. Un semplice vice-console, che però doveva rappresentare anche gli interessi americani e britannici, a cui toccò l’enorme peso di negoziare personalmente con Adolf Eichmann sul limitato numero di ebrei che, stando a precedenti accordi fra Budapest e Londra, avrebbero potuto espatriare.

Ma Lutz face molto di più: stampò false ‘lettere di protezione’ svizzere (che ponevano i possessori sotto la diretta tutela delle autorità elvetiche); ottenne che 72 edifici di Budapest (stipati di migliaia di inquilini ebrei) godessero anch’essi della protezione svizzera; con l’auto dell’ambasciata accompagnava le cosiddette “Marce della morte” (a piedi, da Budapest a Vienna, poi verso i campi di concentramento) cercando i deportati che avrebbero potuto ancora salvarsi con una “lettera di protezione”; si spostava la sera lungo il Danubio, dove venivano gettati ogni giorno, nelle acque gelide, decine di detenuti; si recava con la moglie Greta nei campi di raccolta, procedendo all’angosciosa scelta dei pochi che, fra tantissimi disperati, avrebbero avuto la grazia di ricevere un ‘lasciapassare svizzero’ ; e grazie alla complicità del proprietario di una fabbrica di vetro, in cui aveva segretamente sede anche un nucleo di resistenza ebraico, mise anche quella struttura sotto protezione svizzera, trasformandola a lungo in un salvifico, anche se spesso precario, campo profughi. Ogni giorno, centinaia di famiglie ebree, provenienti da tutta l’Ungheria dopo aver saputo di Lutz, si ammassavano fuori l’ambasciata americana (dove il vice-console svizzero aveva il suo ufficio) e lungo il marciapiede della “Casa di vetro”. Dove spesso trovavano provvisorio e precario rifugio. * 

Non si trattava certo di iniziative benviste a Berna, che, timorosa di incidenti diplomatici col Terzo Reich, gli ordinò più volte di desistere. Del resto, il rappresentante di Berlino a Budapest aveva suggerito ai suoi superiori di eliminare il vice-console elvetico. Ma i peggiori nella caccia e nella soppressione degli ebrei, e anche nel contrastare l’opera di Lutz, erano le milizie locali, le “Croci Frecciate” ungheresi, di un fanatismo cieco ed esaltato, fondate e guidate da Ferenc Szalasi, che fra i suoi leader aveva un noto predicatore cattolico. Più di una volta il vice-console dovette affrontare la minacciosa arroganza delle “Croci Frecciate”, mentre cercava di mettere in salvo il maggior numero possibile di persone, in quei terribili giorni di fine guerra, sotto i bombardamenti alleati e con i sovietici alle porte della città.

Ecco quali forze ‘eroiche’, quali esempi di scempio umano, quali anime nere ripescate dal passato, vengono omaggiate annualmente a Budapest: nazisti, SS, “Croci Frecciate”. Lo possono fare nel clima di assoluta, quasi calorosa e complice tolleranza delle attuali autorità ungheresi, in un paese che in realtà non ha mai esaminato e rielaborato criticamente questa pagina vergognosa e tragica della sua storia. Nazione guidata ora da un regime dichiaratamente illiberale (quello di Viktor Orban) che ospita compiaciuto il “Giorno del ricordo”, che in realtà poco vuole ricordare, e che omaggia i carnefici e non le loro vittime. Regime il più possibile alleato, senza rinunciare ai fondi miliardari dell’UE, della Russia di Putin. Che ha riabilitato Stalin come architetto di un “impero” di cui la stessa Ungheria fu suddita e prigioniera. Quindi lo Stalin di una repressione diffusa e brutale, che fu anche di stampo antisemita.

  • Sulla figura di Carl Lutz si segnala il libro “La casa di vetro” di Theo Tschuy (trad. di Aldo Sofia e Vera Snabl Sofia), Ed. Rezzonico, Locarno, 2005

Nell’immagine: il “Carl Lutz Memorial” di Budapest, in Dob utca 12, nel quartiere ebraico, dedicato alla coraggiosa opera umanitaria e anti-nazista del vice-console svizzero (dettaglio)


Júlia Vásárhelyi: «Orbán e la sua banda hanno demolito la giustizia»

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Di Massimo Congiu, il manifesto

Júlia Vásárhelyi, giornalista freelance ed editrice, già capo servizio al settimanale di politica ed economia Hvg. Che idea si è fatta del caso Salis?
Non so cos’abbia fatto Salis, l’anno scorso, nel cosiddetto Giorno dell’onore, le accuse sono vaghe, ancora non provate, non ci sono testimoni e le presunte vittime non hanno sporto denuncia. Ma allora com’è possibile che l’ambasciata italiana a Budapest sia stata presente più volte alle udienze precedenti e non abbia informato il governo italiano che la donna era già stata portata alle udienze in un modo così umiliante? Che era detenuta in condizioni disumane, che per sei mesi non aveva potuto parlare con i suoi avvocati e incontrare i genitori, e che non aveva ricevuto gli atti di accusa in italiano o in inglese? Il governo italiano sapeva tutto e non ha reagito per un anno? Perché il processo è iniziato ed il caso è scoppiato proprio un giorno prima della convocazione di un vertice straordinario sul sostegno finanziario Ue dell’Ucraina che Orbán aveva bloccato per mesi? Pare poi che siano stati Meloni e Macron a convincere Orbán a togliere il veto. Vedo che sullo sfondo ci sono diversi giochi politici di cui il caso di Ilaria Salis è solo uno strumento.

In che senso?
Forse Meloni e Orbán si ricattano a vicenda perché, una volta grandi amici e alleati, adesso non sono più d’accordo su tutto: la posizione della Meloni è chiaramente pro Ucraina, quella di Orbán pro Putin, poi ci sono grandi differenze tra i due riguardo ai rapporti con l’Ue, la Nato e gli Stati Uniti. Però hanno bisogno l’uno dell’altra soprattutto in vista delle elezioni europee. Il partito di Orbán e stato praticamente espulso dal gruppo dei Popolari ed è alla ricerca di un nuovo gruppo di estrema destra, mentre la Meloni, soprattutto a causa dei conflitti interni con Salvini, ha bisogno di rafforzare le sue alleanze e avere nel suo gruppo di conservatori e riformisti il maggior numero possibile di deputati Ue. Sullo sfondo c’è Putin che, con l’aiuto di Orbán, sta operando in modo sempre più aggressivo sulla disgregazione dell’Occidente e dell’Ue. E infatti, nell’Ue, Orbán è considerato da molti il cavallo di Troia di Putin. Chissà come tutto ciò influenzerà il destino della Salis.

Quanto si parla del caso Salis in Ungheria?
I media ungheresi sono per il 90% nelle mani o sotto il controllo del governo. La radio e la televisione pubbliche, che sono solo strumenti di propaganda dell’esecutivo, non danno informazioni riguardo al caso, ci sono solo commenti di giornalisti e di politologi pro-Orbán al cento percento, cioè propagandisti del suo regime illiberale e autocratico. Chiamano Salis terrorista, picchiatrice neocomunista, bugiarda, un rifiuto che merita una severa punizione. Dei pochissimi media indipendenti o dell’opposizione, praticamente solo i giornali online hanno coperto il caso per un giorno o due, quindi la notizia non ha raggiunto la gente, ma anche se lo avesse fatto non credo che la cosa avrebbe avuto tanta risonanza.

Perché?
Gli ungheresi sono apatici, indifferenti, accettano con rassegnazione il regime autoritario di Orbán, come se il fatto che viviamo in un’autocrazia non li toccasse. Purtroppo in pochissimi sono interessati alle questione relative ai diritti umani. Raramente accade che qualcosa scuota l’opinione pubblica. È successo ora, inaspettatamente: una settimana fa è emerso che la presidente della repubblica, Katalin Novák, aveva graziato, quasi un anno fa, il vicedirettore di un istituto per l’infanzia, condannato per aver coperto per anni gli abusi del direttore pedofilo. L’indignazione è stata tale, e lo scandalo così grande, che la presidente è stata costretta a dimettersi sabato scorso, sicuramente per ordine di Orbán. Purtroppo, però, non credo che questo scuota il regime, al massimo creerà qualche crepa. Novak era un fantoccio nelle mani di Orbán, era chiamata la sua penna a sfera; firmava, senza guardare, tutto ciò che le veniva messo sulla scrivania. Come l’ex ministra della giustizia, dimissionaria anche lei. Orbán troverà presto un nuovo fantoccio obbediente; ne ha ancora molti di riserva.

Quanto si parla in Ungheria dei diritti dei detenuti?
La maggioranza degli ungheresi non se ne preoccupa, non sa nemmeno cosa siano questi diritti. Sanno bene che le carceri sono terribilmente sovraffollate, l’assistenza è scarsa. La tesi ufficiale è che in Ungheria le forze dell’ordine sono cosi efficaci che catturano tutti i criminali per la nostra sicurezza e che chi ha commesso un delitto va punito, in pratica soprattutto quando si tratta di rom e di stranieri. Ovviamente ci sono eccezioni: le persone vicine al potere. In Ungheria lo stato di diritto è stato sistematicamente e quasi totalmente demolito da Orbán e dalla sua banda. Solo formalmente ne esistono ancora dei resti, vedi le numerose procedure d’infrazione dell’Ue.

Sulle manifestazioni neonaziste dello scorso fine settimana?
Da quando il caso Salis ha iniziato a suscitare tensioni politiche e diplomatiche all’estero – al Parlamento europeo si è anche tenuta una sessione plenaria sull’argomento – le manifestazioni neonaziste, tollerate per anni, quest’anno sono diventate imbarazzanti per il potere e per le autorità ungheresi, quindi sono state formalmente vietate. La polizia è stata in massima allerta per due giorni a Budapest al fine di prevenire gli scontri tra i neonazisti e gli antifascisti. Però questa volta non ci sono stati incidenti.

Nell’immagine: Ilaria Salis nell’aula del Tribunale


Il silenzio è complice

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 


La vendetta di Putin contro un oppositore della sinistra democratica

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La condanna in appello a cinque anni di prigione a Boris Kagarlitsky, per “incitamento al terrorismo” da parte del tribunale di Mosca, giunge come un mezzo fulmine a ciel sereno, dopo che in prima istanza l’intellettuale russo era stato condannato “solo” a una pesante multa e all’interdizione perpetua all’insegnamento universitario. Kagarlitsky – a cui ‘Naufraghi’ ha chiesto in diverse occasioni di commentare la situazione nel suo paese – è un sociologo noto non solo in patria ma anche a livello internazionale. Infatti la notizia della sentenza è diventata subito top-news di tutti i portali e siti d’informazione russi.  

Boris Kagarlitsky ha sempre fatto parte di quella sinistra democratica che iniziò a conoscere la prigione ai tempi di Leonid Breznev, quando, era il 1982, fu condannato per “attività antisovietiche (aveva fondato un club marxista all’università già nel 1977), venendo poi graziato, dato la sua giovane età, dopo aver scontato un anno di prigione.

Successivamente, per aver sostenuto criticamente la perestrojka e la glasnost di Gorbaciov, partecipando ai movimenti sociali di quegli anni, non aveva cambiato linea quando le speranze di una riforma in senso umanista e democratico dell’URSS erano naufragate. Negli anni della presidenza Eltsin si era opposto prima alla guerra in Cecenia e al degrado del capitalismo delle gang criminali che dominò gli anni ’90 in Russia. E aveva contrastato, in anni più recenti, il regime iper-nazionalista, instaurato da Putin. contestandolo anche quando nei primi anni dei suoi mandati il leader del Cremlino era coccolato nei circoli che contano in Occidente. 

Allo stesso tempo Kagarlitsky aveva sviluppato la sua carriera professionale come docente di sociologia all’Università di Mosca, scrivendo molti saggi, alcuni dei quali pubblicati anche all’estero. Kagarlitsky è sempre stato rispettato anche da chi non condivide le sue idee per l’equilibrio e la serietà delle sue argomentazioni: negli anni ’90 per lungo tempo fu per esempio autore di una colonna settimanale sul “Moscow Times”, giornale moscovita in lingua inglese di orientamento liberale.

Anche per questo la sua condanna per aver ironizzato con lievità in articolo sull’attentato ucraino al ponte in Crimea dell’ottobre 2022, risulta mostruosa in un Paese che pur ha sotterrato in prigione per “estremismo” Alexey Navalny. Lo stesso Navalny venuto a sapere della condanna a Kagarlitsky ha voluto fare la seguente dichiarazione: “Cinque anni a Kagarlitsky? Siamo alla pazzia! Che cosa incredibile. Nel nostro sistema penale se fai una rapina non li prendi cinque anni senza condizionale. Cinque anni all’età di Kagarlitsky (è nato nel 1958) sono un’autostrada per la morte. Povero Kagarlitsky” 

Il sociologo si era opposto con nettezza anche all’invasione dell’Ucraina sin dal primo giorno, cercando di riflettere sui motivi di fondo che avevano portato il regime a una scelta tanto estrema e tragica. “L’operazione speciale – aveva scritto qualche giorno dopo il 24 febbraio 2022 – è il fallimento evidente di un ventennio di governo. Il Paese ha da tempo smesso di crescere socialmente ed economicamente e per questo ha bisogno di trovare un capro espiatorio, la Nato e l’Ucraina come bersagli facevano al caso del Presidente russo”.  Tuttavia Kagarlitsky, aveva deciso di non lasciare la Russia, nonostante i suoi figli fossero riparati per tempo in Argentina e in Montenegro. Dimostrazione di grande amore per il suo Paese e di una fiducia mal riposta in un sistema giudiziario costellato di ingiustizie e di processi in cui si viene spesso condannati per reati di opinione.

Conosco Kagarlitsky da un quarto di secolo e sono il curatore di alcuni suoi libri in italiano per i tipi di Castelvecchi. Dopo che era stato momentaneamente liberato nel dicembre scorso, avevo avuto occasione di incontrarlo per motivi professionali. Avevo anche avuto la possibilità di realizzare un’intervista esclusiva per “I naufraghi” al dissidente che vi invitiamo a leggere se non lo avete già fatto. 

Anche in quell’occasione aveva dimostrato il suo indomabile buon umore raccontandomi gustosi aneddoti sulla vita nelle prigioni russe.

E anche ora, subito dopo la condanna, ha avuto il tempo di mandarmi un breve audio sul telefono in cui dimostra la sua integrità morale: “Resto ottimista. Vuole dire che scriverò i miei quaderni dal carcere in attesa che il Paese superi questo momento buio”. 

Nell’immagine: Boris Kagarlitsky  durante il processo  


Elezioni, un test per la democrazia indonesiana

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Dopo dieci anni alla guida della terza più grande democrazia del mondo, 270 milioni di abitanti, Joko Widodo non ha scelto di concentrarsi sulla sua eredità politica, bensì rischia di perdere la sua popolarità per ciò che i critici definiscono una chiara e immorale ingerenza nella campagna elettorale, che culmina con il voto di oggi. In testa ai sondaggi per le presidenziali, c’è l’attuale Ministro della difesa Prabowo Subianto in gara insieme a Gibran Rakabuming Raka, candidato alla vice-presidenza e figlio del Presidente uscente. 

“Io ero un sostenitore di Joko Widodo, ma temo che a lui non sia mai importato nulla della democrazia. Ciò che gli interessa è stabilire una dinastia” ci dice Ikrar Nusa Bhakti, Professore, ex Ambasciatore indonesiano in Tunisia ed ex alleato di Joko Widodo.

L’anno scorso cinque dei nove giudici della Corte costituzionale indonesiana hanno sostenuto una controversa scappatoia legale, che ha permesso a Gibran di candidarsi alla vice-presidenza nonostante fosse troppo giovane per farlo. Tra i giudici che si sono pronunciati a favore, figurava anche Anwar Usman, presidente del tribunale e zio di Gibran.

“Non solo” continua Ikrar Nusa Bhakti “Il figlio minore di Joko, Kaesang Pangarep, è stato recentemente insediato come presidente di un piccolo partito politico, mentre il genero è sindaco della città di Medan”.

Risvolti che hanno indignato numerosi sostenitori di Widodo, conosciuto come Jokowi, salito al potere nel 2014 con la promessa di combattere la corruzione e il nepotismo, tipiche delle dinastie.  Il suo predecessore era infatti un ex generale militare e, prima di lui, Presidente fu la figlia dell’eroe dell’indipendenza indonesiana, Sukarno.

Un ex venditore di mobili, senza legami con l’esercito o con le potenti famiglie del Paese, Widodo aveva portato una boccata d’aria fresca in Indonesia, per la sua natura modesta. I successi economici, i progetti infrastrutturali, così come la sua capacità di porsi in modo convincente sul palcoscenico internazionale, rischiano di essere offuscati da un’uscita di scena controversa.

La sete di potere, gli interessi personali, il sistema stesso, sembrano aver preso il sopravvento e cambiato il Presidente, dicono gli analisti: “Anche se l’Indonesia è una repubblica democratica, la gente si comporta come se fosse ancora  una monarchia, visto che in alcune parti del Paese esistono ancora dei piccoli regni, come a Yogyakarta o a Surakarta” continua Nusa Bhakti, esprimendo un sentimento comune a molti altri accademici, preoccupati per il futuro della giovane democrazia.  “Siamo in molti a temere una vittoria di Prabowo. Se sarà il prossimo Presidente, cosa farà? Vorrà cambiare la costituzione e tornare all’autoritarismo del passato?” 

​Erede di una ricca famiglia di banchieri, Prabowo era il genero e comandante del defunto dittatore generale Suharto, che, dopo un colpo di stato, governò l’Indonesia per 32 anni con il pugno di ferro fino al 1998. 

Se Prabowo sta per conquistare il potere, è grazie al sostegno dell’attuale Presidente. Un’alleanza impensabile soltanto qualche anno fa, considerato che fu proprio Jokowi a sconfiggere Prabowo nelle presidenziali del 2014 e del 2019, appoggiato da molti sopravvissuti del regime e dai difensori dei diritti umani.

“La seconda ragione è che molti giovani elettori non sono a conoscenza del passato di Prabowo, del suo operato sotto Suharto, né della storia, in generale” conclude il Professore Ikrar Nusa Bhati.

L’ascesa di Prabowo dimostra che il doloroso passato può risorgere ma, al contrario di quell’epoca scandita dalla repressione, 207 milioni di persone hanno oggi il potere di decidere il loro futuro.

Nell’immagine: il presidente uscente Joko Widodo (sul manifesto) e il candidato Prabowo Subianto (in basso a sinistra)


L’AVS è in buona salute

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Finalmente giunge un parere qualificato a spiegare come sta, di salute, l’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti. È quello di Giuliano Bonoli, professore di politica sociale all’Università di Losanna (UNIL). “Se guardiamo all’AVS, – ha detto ai microfoni di Modem, alla Rete Uno della RSI – quando le preoccupazioni per il finanziamento sono cominciate, una ventina di anni fa, sembrava qualcosa di insormontabile. Adesso, con le riforme che sono state adottate, è stata aumentata l’IVA due volte, sono aumentati i contributi e anche le donne hanno contribuito a salvare il budget dell’AVS, chiaramente. Con tutte queste riforme ci siamo quasi adesso, manca ancora qualcosina, fino al 2035 ci sarà ancora qualche problema ma, secondo me, sormontabile, e poi le cose diventano più facili. Perché una volta che tutti i babyboomer saranno in pensione le coorti che arriveranno in pensione più tardi saranno più ridotte. Il problema grosso è tra adesso e il 2035. Ci siamo quasi, ma io mi fermerei qua a livello di riforme perché siamo vicini all’obiettivo”.

Bonoli chiarisce un punto fondamentale: dopo il 2035 la situazione dell’AVS migliorerà automaticamente. È un giudizio definitivo, decisamente in controtendenza rispetto a chi disegna prospettive catastrofiche. I soliti politici interessati a smantellare l’AVS e anche l’ Ufficio federale delle assicurazioni sociali, che in passato ha preso grossi granchi con previsioni sbagliate, e che ora recita quanto il Consiglio federale gli suggerisce.

Fra chi vuole smantellare ci sono i liberisti dell’UDC e i liberali che ormai sembrano aver perso la bussola e si accodano ai democentristi. Paolo Pamini è il portabandiera di questa compagnia e sentenzia: “L’AVS è una delle poche manifestazioni compiute di socialismo del nostro Paese”. Quindi: smantelliamola, cancelliamola, aboliamola!

Il professore dell’UNIL non sposa la proposta dell’Unione sindacale e non si spinge a sostenere la tredicesima.  Afferma infatti che “mi fermerei qui” con le riforme. Però ammette che per portare l’AVS in acque sicure basta “qualcosina”. A questo punto è utile ricordare due cifre. Le riserve dell’AVS ammontano a 47 miliardi di franchi e nel 2030 sfioreranno i 70 miliardi. Il costo della tredicesima sarà di circa cinque miliardi l’anno, quindi le riserve potrebbero sostenere la spesa. 

Poi si tratta di aumentare i contributi dello 0,4 per cento (per lavoratori e datori di lavoro). Un importo che per uno stipendio di cinquemila franchi sarebbe di venti franchi al mese. Oppure si può aumentare l’IVA “di qualcosina” e si garantisce la sicurezza finanziaria futura del primo pilastro. Piccole riforme introdotte senza traumi in passato, come ricorda Giuliano Bonoli. E anche, come dice Ruth Dreifuss, ex consigliera federale: “Amo l’AVS perché può essere riformata in modo semplice. I cambiamenti entrano in vigore immediatamente e i benefici sono subito visibili. Per tutti. Non è fantastico?”

L’AVS si fonda su un sistema contabilmente invidiabile: i soldi raccolti grazie ai contributi vengono riversati ai pensionati, senza spese intermedie e senza speculazioni, come invece avviene per le assicurazioni private del secondo pilastro. 

Ricordiamo brevemente ai liberisti la storia del 2002, denunciata in Parlamento dal deputato cristiano sociale Hugo Fasel: negli anni Novanta gli assicuratori privati hanno realizzato profitti enormi – fino a 20 miliardi di franchi – non riversati ai pensionati. Ruth Dreifuss, ai tempi ministra, ha confermato ancora recentemente al giornalista Pietro Boschetti che c’è stata un’evasione di fondi “trattenuti come benefici dalle istituzioni che hanno fatto gli investimenti”, invece di andare ai lavoratori. Miliardi di franchi sottratti al secondo pilastro dei pensionati!

Se in una fase delicata, come da qui al 2035, fosse necessaria maggior liquidità, la Confederazione potrebbe intervenire, perché lo Stato sociale è una conquista che va salvaguardata. Per esempio, si può scegliere di sostenere la socialità piuttosto che l’esercito. I soldi ci sono, è una scelta politica.

Chi decide di dare i miliardi di franchi all’esercito (e alle ditte, soprattutto estere, che producono armamenti) dovrebbe almeno porsi un paio di domande: cosa ne hanno fatto i vertici militari negli ultimi anni della montagna di miliardi ricevuti se l’esercito non è aggiornato? A far di conto, come appena visto, non sono capaci…

Si interroghino, i parlamentari borghesi, sulle competenze del futuro generale Thomas Süssli e, perché no, sulla vigilanza di Viola Amherd! Ad ogni modo, come dice Süssli, in caso di guerra l’esercito resiste due settimane; l’AVS dura da 75 anni e garantisce per il futuro, come prescrive la Costituzione, “una previdenza sufficiente in materia di vecchiaia, superstiti e invalidità”.


Noa e la pace in Israele: se non ora, quando?

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Di  Francesca Caferri, La Repubblica / Il Venerdì

Tel Aviv. Arriva con il sorriso. E già questo, ultimamente, qui in Israele, è una novità. Poi si mette a parlare sorseggiando un caffè e pronuncia parole come «visione, futuro, pace». In un Paese ferito, rabbioso, scioccato, che da quattro mesi vive come se fosse in un unico giorno senza fine – il 7 ottobre 2023 – conversare con Achinoam Nini, in arte Noa, 54 anni, la cantante israeliana più conosciuta al mondo, è come immergersi in una bolla invisibile ai più, in patria e fuori. Quella del mondo liberal, aperto, progressista, impegnato, “pacifista” per riassumere con un’etichetta facile, che negli ultimi trent’anni era diventata una delle facce più amate di questo Paese in Europa: e che dopo il 7 ottobre è scomparsa dai media, travolta dall’attacco di Hamas e dalla successiva offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza. Avvertenza per chi volesse andare avanti: non è la conversazione con un’ingenua questa, e neanche con una sognatrice. Non è un discorso utopistico quello raccolto in una mattina di sole a Tel Aviv che qui proveremo a riassumere: ma il ragionamento di una persona che da quasi trent’anni è impegnata nella causa della convivenza fra israeliani e palestinesi. E che, come tutti nel suo Paese, è uscita dal 7 ottobre scioccata. E in più, come gli altri israeliani che fanno parte della bolla “progressista”, ha dovuto fare i conti con un dolore suppletivo: osservare la visione per cui tanto ha lavorato frantumarsi sotto i colpi di Hamas prima, e sotto le parole d’odio lanciate nei loro confronti dalla destra israeliana più estremista e ultrareligiosa, nel governo e fuori. Da qui, da quei frammenti conficcati nella pelle, Noa e il suo mondo provano a ripartire. Sapendo che già questa parola da sola – “ripartire” – in Israele oggi è una sfida. La cantante e attivista ne ha parlato a dicembre a piazza Habima, nel cuore di Tel Aviv, quando ha parlato a una delle prime manifestazioni di arabi ed ebrei israeliani per chiedere lo stop ai bombardamenti su Gaza.

Noa, non ci giriamo intorno: quattro mesi di guerra, 1.200 morti da una parte, più di 27 mila dall’altra. Come si fa a dire ancora che si può ripartire?

«Non si dice: si fa. Ed è già successo. Si guardi intorno: siamo davanti a un cinema dove fra poco inizierà la proiezione di One day after peace, un film sul perdono e il dialogo fra nemici. Guardi la gente che entra: sono ripartiti. Può dirmi che siamo pochi: io le risponderò che ci siamo e che siamo ovunque. Qui a Tel Aviv, a Jaffa, ad Acco, nelle città beduine, in tutte le realtà miste di Israele. Il fatto che la televisione non parli di noi, perché tutto quello che racconta sono i morti del 7 ottobre e i soldati, non vuol dire che non esistiamo. Siamo ripartiti molto rapidamente dopo il 7 ottobre: abbiamo detto chiaramente che il nostro tempo è subito. Perché senza un accordo, senza una soluzione definitiva fra israeliani e palestinesi la violenza continuerà. Dopo il 7 ottobre ci hanno chiesto, mi hanno chiesto, se finalmente fossi “rinsavita”: da cosa? Dalla mia fede nell’umanità e nel dialogo? Quel giorno, nel sangue, è crollata la mia visione o piuttosto quella arrogante, suprematista, militarista che da anni questo Paese segue? Le dico tutto questo, ma le dico anche un “però”: ed è uno di quelli che pesano».

Quale sarebbe?

«Noi abbiamo reagito. Anche di fronte al dolore immenso che ci siamo trovati davanti, anche di fronte agli insulti di chi ha provato a darci la colpa di quello che era successo. Ma la maniera in cui hanno risposto in Europa e negli Stati Uniti i liberal, i progressisti, quelli che per anni abbiamo considerato come compagni di strada, ci ha scioccato. Ci siamo sentiti abbandonati, traditi, non riconosciuti come vittime: solo perché israeliani. Non c’è il bianco e il nero nella vita: se scegli di stare da una parte, senza guardare l’altra, se squalifichi l’altro, non puoi dire che credi nella pace e nella convivenza. Andare in piazza a urlare “Dal fiume al mare” (slogan delle manifestazioni pro-Palestina, con riferimento a tutto il territorio compreso fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, ndr) senza ricordare il diritto di Israele ad esistere, e ad esistere in questa terra, significa propagandare odio. Esattamente come fanno quelli che vorrebbero cancellare i palestinesi da questa stessa terra».

Però ammetterà che se già prima era difficile parlare di pace e convivenza ora sembra impossibile…

«Non sono d’accordo. È vero che all’inizio il Paese era paralizzato dallo shock e non riusciva a vedere oltre la reazione iniziale. Ma adesso è diverso: il fatto che ci siano ancora tanti ostaggi a Gaza ha creato ostilità contro un governo che non ha fatto abbastanza per tirarli fuori. Ha fatto crollare agli occhi di molti il patto sociale fra lo Stato e i suoi cittadini che sta alla base di questo Paese. E questo in qualche maniera è una cosa che fa essere ottimisti: non c’è nessuno oggi che non capisca che occorre cambiare passo. Lo capiscono gli elettori, che hanno già condannato Netanyahu, e lo capiscono anche gli Stati Uniti, senza il cui sostegno nessun governo israeliano può vivere. Il panorama è destinato a cambiare in tempi rapidi. Quindi vede, si può ancora sperare: lo scenario è mutato in modo drammatico ma è ora che possiamo arrivare ad un accordo. Sarà un giorno felice quello, ma anche triste: per tutte le vite perse inutilmente prima di arrivare a questo risultato».

E la musica, l’arte: come si collocano in questo quadro?

«Io personalmente ho alzato la voce sin dall’inizio contro le scelte del governo, contro questa guerra. L’ho fatto cantando: per gli sfollati, per le famiglie, per le persone del Nova. Ma, di nuovo, provo un dolore che vorrei condividere: non ho sentito voci simili alla mia alzarsi dall’altra parte, non a sufficienza. Non ci sono stati discorsi simili tenuti da cantanti palestinesi o arabi o musulmani: non hanno criticato lo status quo, né chiesto un’altra strada. Tante delle persone con cui per anni abbiamo lavorato insieme non hanno preso le distanze in modo netto dal 7 ottobre: capisco il clima, capisco l’odio che c’è in giro ma io credo che anche quando l’obiettivo appare lontano, lontanissimo, come ora, devi lavorare per raggiungerlo. Anche quando ad accoglierti ci sarà altro odio».

Lei critica il silenzio dei progressisti occidentali. Ma anche in Israele tanti sono rimasti in silenzio: a Gaza sono morte più di 27 mila persone, non certo tutti terroristi. Pochi, pochissimi, qui si scandalizzano per questo…

«C’è un fatto che forse chi non vive in Israele non capisce: qui non si vede Gaza, non vediamo le immagini di quello che succede lì, ci sentiamo ripetere che due milioni di persone che abitano lì sono tutte, indistintamente, parte di Hamas. Questo è ciò che la televisione israeliana racconta al suo pubblico. Non sto giustificando, ma sto cercando di spiegare che ci vuole uno sforzo notevole per uscire dalla bolla. Lo stesso vale dall’altra parte: sa quanti arabi credono che il 7 ottobre non sia mai avvenuto? Che le foto di quell’orrore siano state realizzate con l’intelligenza artificiale? C’è odio e rifiuto di guardarsi in faccia: insieme ad altri artisti e intellettuali, come David Grossman, ho firmato un appello di Amnesty International per chiedere di smettere di de-umanizzare il conflitto. Non sa che attacchi feroci ho ricevuto per questo».

Eppure lei all’inizio di questa conversazione ci aveva detto di essere ottimista…

«Io credo che non distruggersi l’uno con l’altro, convivere, sia l’unica soluzione: e allora parliamo di come. Agli amici italiani faccio un appello, lo stesso che ripeterò a Napoli il 23 febbraio quando canterò al teatro Trianon: non prendete la bandiera di Israele e neanche quella della Palestina per andare in piazza. Prendetele insieme, portatele una accanto all’altra».

Terrà altri concerti in Europa?

«No, sono stati tutti annullati. E la cosa non mi ha lasciata indifferente».

Come ci lasciamo?

«È questione di tempo e Israele si libererà di Netanyahu. Verrà una nuova destra? Può darsi. Ma verranno anche volti nuovi: i protagonisti delle rivolte contro la protesta giudiziaria, ex militari come Yair Golan che da solo ha salvato una decina di ragazzi del Nova festival, o chi ha pagato in prima persona per essere stato abbandonato dal governo. Un’esplosione di così grande entità cambia le carte in tavola. La speranza è che porti a qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo visto finora».

Noa nella canzone “Beautiful that Way” dal film “La vita è bella” di Roberto Benigni

Nell’immagine: Noa


Pesticidi ad alto rischio e diritti umani negati

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

L’Africa è il continente che fa meno uso di pesticidi, impiegando, infatti, meno di 0,4 kg di pesticidi per ettaro coltivato contro una media globale di 2,6 kg. Eppure, il settore commerciale mondiale dei pesticidi ha da tempo identificato nel continente africano il suo mercato più vasto. 

Una crescita demografica esponenziale, un’industria in lenta ma costante espansione – sempre più massiccia la presenza dell’industria agricola – ma soprattutto l’assenza o fragilità di quadri regolatori. Sono questi i principali motivi che fanno oggi dell’Africa uno dei mercati più attraenti per le multinazionali che producono pesticidi. Con 33 milioni di piccoli agricoltori nel continente sempre più nel mirino delle aziende agrochimiche.
Negli ultimi anni, il tasso di crescita della domanda africana di pesticidi è stato il secondo più alto al mondo, dietro al Sud America e, secondo le proiezioni del mercato, continuerà ad aumentare. 

A mappare il trend è l’Atlante dei pesticidi 2023, realizzato dalla fondazione Heinrich-Böll-Stiftung, Friends of the Earth Europe e PAN Europe. Secondo lo studio, in Africa Occidentale, l’uso dei pesticidi è aumentato del 177% fra il 2005 e il 2015. Nello stesso periodo, le importazioni di fitofarmaci sono quasi triplicate, con un incremento particolarmente rapido in Costa d’Avorio, Ghana e Nigeria. 

Il mercato globale dei pesticidi cresce, mentre il numero delle società che se lo spartiscono rimane esiguo. Tanto da poterle contare sulle dita di una mano. A contendersi il mercato africano sono le società Adama Agricultural Solutions, Sumitomo Chemicals, UPL Limited e Bayer AgroScience AG.

Più di un terzo delle loro vendite riguarda pesticidi contenenti principi attivi classificati come “altamente pericolosi” (Highly Hazardous Pesticides, HHP). OMS e FAO sostengono che tali sostanze presentano livelli di rischio acuto o cronico per la salute o per l’ambiente, motivo per cui da anni non sono più autorizzati nei Paesi membri dell’UE.

Tuttavia, le aziende europee possono continuare a produrli e venderli a Stati al di fuori dell’Unione, scaricando sui più vulnerabili gli effetti dannosi di quelle sostanze.  Nel 2018 e nel 2019, i Paesi dell’UE e il Regno Unito hanno approvato l’esportazione di un totale di 140.908 tonnellate di pesticidi vietati sui terreni agricoli europei.

Si tratta dunque di rischi inaccettabili negli Stati membri dell’UE, ma accettabili altrove. E benché da anni gli studi dimostrino che gli HHP provocano gravi danni, specialmente nei Paesi del Sud del Mondo, questi continuano ad essere commercializzati e utilizzati su vasta scala. 

Nel 2018, il 40% di tutti i pesticidi usati nel Mali era altamente pericoloso. In Kenya, nello stesso anno, il 43%. Nel 2021, il 65% dei pesticidi usati in quattro stati della Nigeria superava abbondantemente ogni limite di sicurezza. 

Uno studio condotto dall’università del Michigan ha segnalato che il 76% degli agricoltori in Zambia fa uso di questa tipologia di pesticidi, l’87% in Mozambico. In Kenya sono stati autorizzati 230 principi attivi, 51 dei quali non sono più consentiti in UE. Dal canto suo, il Sud Africa ha importato prodotti contenenti almeno 28 principi attivi vietati in UE.

Gli effetti su chi lavora nelle coltivazioni sono devastanti. I dati mostrano come il 95% dei 385 milioni di persone colpite ogni anno da avvelenamento non intenzionale da pesticidi vive nel Sud del Mondo. 

I più vulnerabili sono infatti i piccoli agricoltori e lavoratori agricoli, ovvero coloro che non hanno avuto una formazione adeguata – o non l’hanno avuta affatto-, pertanto scarsamente informati sui rischi per la salute.

Niente vaporizzatori a zaino, mascherine, indumenti protettivi e guanti adeguati. I dispositivi di protezione individuale spesso sono difficili da reperire o troppo costosi. 

I pesticidi vengono travasati da un contenitore all’altro, ignorando le istruzioni per usare il prodotto “in sicurezza”. Molti utenti non sanno leggere le istruzioni a causa di un livello di scolarizzazione basso o inesistente. Talvolta, le istruzioni non sono scritte nelle lingue dei rispettivi Paesi.

Un altro problema è che regole, norme e controlli non riescono a tenere il passo con la crescente domanda di pesticidi. E accanto al commercio legalizzato di questi, se n’è sviluppato uno parallelo. Fonti accademiche e del settore stimano che fino al 20% del mercato africano, e ben il 34% del mercato dell’Africa Occidentale, sia rappresentato da prodotti commercializzati illegalmente. Contenitori e imballaggi vuoti vengono riempiti con prodotti contraffatti e venduti come se fossero originali.

Da tempo, gli esperti delle Nazioni Unite definiscono gli HHP una minaccia globale in termini di diritti umani. I pesticidi mettono a rischio, fra gli altri, il diritto a vivere dignitosamente, il diritto all’integrità fisica e il diritto a un ambiente sano. Tuttavia, nella pratica, sembra non esserci l’intenzione di modificare o rinunciare a questo business. Nel novembre scorso l’europarlamento ha respinto una proposta di regolamento europeo sui pesticidi che ne prevedeva il dimezzamento dell’uso e l’impossibilità di utilizzarli nelle aree sensibili entro il 2030.

L’Europa continua ad esportare in Africa prodotti e principi attivi che ha bandito nel suo territorio e impone pratiche colturali che, in casa propria, promette di sostituire in favore di un’agricoltura sempre più biologica ed ecologica.

Ma come si dice: tutto torna. E così anche alcuni dei pesticidi pericolosi esportati dall’Europa ritornano sotto forma di residui nei prodotti alimentari d’importazione. Residui di 74 pesticidi vietati in UE sono stati rinvenuti in alimenti testati sul mercato europeo nel 2018. Di questi, 22 erano stati esportati dall’Europa nello stesso anno.

Nell’immagine: la copertina dell’Atlante dei pesticidi 2023


La destra europea continua a crescere, ma resta divisa

Nel giorno di San Valentino, ricordando il suono e le parole di Jacques Brel in una delle più straordinarie, indimenticabili canzoni d’amore 

Da Europa Today

È un ritornello che ormai va avanti da mesi: i partiti estremisti, populisti e sovranisti della destra radicale stanno guadagnando terreno e sono a un passo dal conquistare una fetta importante del Parlamento europeo. Forse, anche dall’entrare in una eventuale maggioranza senza il centro-sinistra. Di certo c’è che i sondaggi non sono mai stati così lusinghieri per le formazioni politiche di quest’area. Ma non è affatto scontato che destra e ultradestra possano diventare una forza coesa, e tantomeno che possano entrare nella prossima maggioranza a Strasburgo.

Crescita elettorale

Numeri alla mano, i partiti e movimenti della destra nazionalista e dell’estrema destra stanno andando piuttosto bene in molti Stati membri, sia che si trovino al governo sia che siedano tra i banchi dell’opposizione. Un sondaggio pubblicato dal think tank European Council on foreign relations ha mostrato che queste due forze politiche potrebbero ottenere in totale circa un quarto dei seggi totali di Strasburgo, complice la crisi del costo della vita che sta esasperando i cittadini dei Ventisette.

In Francia, ad esempio, i due maggiori partiti della destra radicale potrebbero ottenere insieme quasi il 40%: il 33% per il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen, eterna sfidante di Emmanuel Macron, e un più modesto 6% per Reconquête, il nuovo soggetto politico fondato da Éric Zemmour, che cerca di mostrarsi ancora più “duro e puro” del Rn. La lista centrista del presidente in carica, Ensemble, non otterrebbe neanche la metà dei loro consensi, attestandosi intorno al 14%.

Storia simile anche in Italia, Germania e Paesi Bassi. Nel Belpaese, la delegazione di FdI sembra poter ambire almeno ad un 29%, un incremento di oltre quattro volte rispetto al 6,44% di cinque anni fa. Il successo del partito della premier Giorgia Meloni dovrebbe peraltro compensare le emorragie che ci si aspetta in Polonia dal partito ultracattolico Diritto e giustizia (PiS), l’alleato di ferro di Fratelli d’Italia che ha recentemente perso il potere a Varsavia, dove ora governa la coalizione europeista di Donald Tusk.

L’onda lunga della storica vittoria di Geert Wilders dovrebbe invece farsi ancora sentire nei Paesi Bassi, dove il suo partito anti-immigrazione (Pvv), alleato della Lega di Matteo Salvini, si aggira sul 30% e dovrebbe diventare la più grossa delegazione olandese al Parlamento europeo.

Infine, l’estrema destra tedesca continua la sua avanzata, con Alternative für Deutschland (AfD) accreditata di un solido 17%, 6 punti percentuali in più rispetto alle europee del 2019 che le varrebbero il secondo posto a livello federale (in alcuni Länder orientali l’AfD è il primo partito nei sondaggi). Uno sviluppo che sta agitando non poco gli altri elettori, come dimostrano le piazze sempre più gremite di manifestanti che chiedono di bandire il partito neonazista dall’arco costituzionale.

Il derby della destra

Giova tuttavia ricordare che le destre europee non sono tutte uguali e non vanno neanche troppo d’accordo tra loro. Ci sono sensibilità diverse all’interno di ogni Paese e tra i vari Stati membri rispetto a molti temi chiave: su tutti, almeno in questa fase storica, il posizionamento nei confronti della Russia di Vladimir Putin.

Così, ad esempio, i polacchi del PiS, che insieme ai colleghi baltici e scandinavi sono profondamente ostili a Mosca per ragioni storiche, sono scettici circa un’alleanza con gli ungheresi di Fidesz e i tedeschi dell’AfD, data la loro vicinanza all’uomo forte del Cremlino. Ma tra i punti di disaccordo tra le delegazioni nazionali ci sono anche i diritti civili, le questioni fiscali e quelle ambientali, per citarne solo alcuni.

Del resto, le distanze si misurano anche nei posizionamenti reciproci in questa campagna elettorale, perché quello di giugno sarà un derby tra i due gruppi di destra dell’Europarlamento: i Conservatori e riformisti (Ecr), presieduti da Meloni (il cui azionista di maggioranza è il PiS), e Identità e democrazia (Id), il cui capogruppo a Strasburgo è il leghista Marco Zanni (e dove il Carroccio siede insieme al Rn e all’AfD). Il primo gruppo conta attualmente 67 deputati, il secondo 59: la sfida sarà dunque per il terzo posto (dietro a Popolari e Socialisti), con le proiezioni che danno Id in vantaggio di almeno una decina di seggi.

Cordone sanitario

Oltre alle divisioni interne, a complicare ulteriormente i sogni di gloria della destra europea ci sono le strategie di contenimento delle forze politiche più moderate, che da decenni stanno tenendo in piedi quello che loro stesse definiscono un cordone sanitario contro la destra radicale. Socialisti, liberali e Verdi sono per costituzione allergici a questi partiti, ma una certa opposizione arriva anche dai cristiano-democratici del centro-destra.

I Popolari (Ppe), che saranno ancora la prima forza politica all’Eurocamera, stanno ripetendo da mesi che non intendono condividere la responsabilità del governo europeo con gli “estremisti” dell’Id e soprattutto con l’AfD, il più impresentabile tra gli alleati di Matteo Salvini. Talmente impresentabile che persino madame Le Pen la vorrebbe scaricare, per provare a ripulire l’immagine dell’intero gruppo nell’ottica di un sostegno (interno o esterno) ad un’eventuale maggioranza alternativa, che vada dai liberali di Renew ai sovranisti di Id, passando per Popolari e Conservatori.

Anche Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orbán, sembra una sorta di pecora nera: dopo la fuoriuscita dal Ppe nel 2021 è finito nel gruppo dei non iscritti, ma da tempo starebbe lavorando per entrare nell’Ecr, dove lo accoglierebbero di buon grado tanto gli italiani di FdI quanto i polacchi del PiS. Ma anche in questo caso c’è chi dice no: sono i Democratici svedesi, che hanno minacciato di abbandonare il gruppo se dovesse entrare la delegazione magiara. Un’ostilità che si spiega anche con il ritardo del parlamento di Budapest, controllato proprio da Fidesz, nell’approvare l’ingresso formale di Stoccolma nell’Alleanza.

Svolta a destra?

Insomma, la destra continentale ingrosserà le proprie fila alle prossime europee, ed è piuttosto pacifico che alla crescita di Ecr e Id corrisponderà una flessione dei consensi per i liberali di Renew e i Verdi, che sono attualmente il terzo e quarto gruppo dell’Aula ma potrebbero finire relegati in quarta e addirittura sesta posizione. Appare però ancora difficile pensare ad una maggioranza alternativa alla “grande coalizione” centrista ed europeista che, per quanto in crisi, guida l’Unione da decenni, e che è attualmente formata da popolari, socialisti e liberali con l’appoggio esterno degli ecologisti.

Tuttavia, il peso maggiore di conservatori e sovranisti potrebbe influenzare anche indirettamente la politica europea, come già avvenuto, ad esempio, con il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo o con alcuni sviluppi della politica agricola e ambientale del blocco. In questo senso, alcuni osservatori sostengono che l’estrema destra non avrebbe bisogno di vincere le elezioni per vincere, dato che il centro-destra finisce spesso per combattere le sue battaglie nella paura di perdere voti (che poi, solitamente, perde davvero).

Quanto sarà marcato questo spostamento a destra del baricentro politico delle istituzioni comunitarie si vedrà già dalle nomine che seguiranno il voto di giugno, a partire da quella del futuro capo della Commissione europea: Ursula von der Leyen (Ppe), che dovrebbe candidarsi per un secondo mandato, è invisa ai Conservatori, i quali potrebbero reclamare il loro posto al tavolo dei negoziati in cambio di un appoggio esterno nella prossima legislatura. Per ora i giocatori tengono coperte le loro carte, ma la partita è appena cominciata.

Nell’immagine: l’orientamento politico dei Paesi europei a fine 2023 (toni rossi: sinistra; grigio: centro; toni blu: destra. La più a destra è l’Italia)