Buoni, i coniglietti di cioccolato ma all’origine c’è lo sfruttamento del lavoro minorile

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Di Pascal Derungs, Infosperber

La Repubblica della Costa d’Avorio è il più grande produttore di cacao grezzo al mondo. San Pedro, nell’ovest del paese, è il centro di questa produzione. Il video reportage del team WDR inizia da qui. Parla Abelle Galo, membro del consiglio dell’organizzazione umanitaria “ID-Cocoa”. Conosce bene le condizioni di lavoro nell’industria del cacao: “La produzione continua ad aumentare, sono necessari sempre più lavoratori, ma con questo intendo bambini, molto impiegati nei campi”.

Nella principale regione di coltivazione del cacao, il team WDR incontra i bambini impegnati nel lavoro di raccolta. Raccolgono i baccelli maturi, quindi trasportano sacchi pesanti. Devono aprire le noci con machete affilati. Quando è stato chiesto loro se fossero mai andati a scuola, due ragazzi hanno risposto: “Sì, fino all’età di dieci anni”. Un terzo dice: “Mai”. Hanno tutti 13 anni e lavorano nella piantagione da tre anni.

Le famiglie povere costrette ad “affittare” i figli per pura necessità

Molti provengono dal paese vicino, il Burkina Faso, una delle nazioni più povere del continente. I loro genitori non possono mantenerli, e quindi hanno accettato che fossero assunti presso coltivatori della Costa d’Avorio. Per la loro fatica quotidiana, i ragazzi non ricevono una paga.

I ragazzi non ricevono direttamente i soldi per il loro lavoro. Il modesto salario viene versato una sola volta, ai genitori. Quando stanno nei campi, i bambini sono costantemente sorvegliati. “È meglio per i ragazzi lavorare qui piuttosto che andare in città e diventare criminali”, si giustifica una guarda davanti telecamera: “Da noi non possono fare sciocchezze”.

I bambini devono provvedere ai propri pasti. Il video li mostra in uno squallido rifugio, mentre cucinano radici di manioca, che coltivano loro stessi. “Non ho mai mangiato pollo o manzo”, dice un ragazzo, e un altro aggiunge: “Se vogliamo mangiare carne, diamo la caccia a ratti o volpi”.

Vivono isolati in una specie di villaggio, condividendo tutti e tre una stanza spoglia. «Non possiedo molto. Proprio come i miei amici. Ho solo un machete e un panno bianco. “Spesso mi siedo qui e penso a mia madre”, dice un ragazzo. Nessuna famiglia, nel villaggio, si sente responsabile delle condizioni in cui lavorano e vivono questi bambini.

Il team WDR incontra Alexandre Krah Yao, uno dei più grandi coltivatori di cacao della regione. Da decenni “compra” bambini dai paesi vicini: “Se ricevo un bambino dal Benin, ad esempio, devo pagare l’agente. Il padre, che resta in Benin, riceve poi il denaro rimanente. Da me il bambino-lavoratore non riceve nulla per il suo lavoro”. Solo quando hanno 17 o 18 anni i ragazzi possono decidere se vogliono continuare o lasciare la piantagione, dice il rapporto dell’organizzazione “Id-Cocoa”.

Il team WDR ha appuntamento con questa organizzazione il cui scopo è di combattere il lavoro minorile. La direttrice per l’Africa occidentale, Euphrasie Aka, afferma : “Anche se c’è ancora molto lavoro minorile, c’è stato comunque un miglioramento. I bambini più piccoli non devono più svolgere i lavori pesanti, come trasportare carichi, spruzzare prodotti chimici, o maneggiare strumenti affilati”. Si tratta tuttavia di un successo relativo, perché complessivamente il lavoro minorile nei campi di cacao, come detto, non è affatto diminuito, anzi aumenta.

Gravi rischi per la salute minacciano i bambini

Per i minorenni più grandi delle piantagioni, si tratta di attività pericolose facendo. Il filmato mostra come devono spruzzare  pesticidi sulle piantagioni senza alcuna protezione. “Nessuno ti ha parlato di dispositivi di sicurezza come guanti e maschere?”, chiede Abelle Galo. «Ho sentito che è si tratta di un’attività pericolosa”. Ma niente di più, spiega un ragazzo a nome di tutti.

Ragazzi che hanno appena 16 anni. Sono venuti anche loro dal Burkina Faso, “venduti” dalle famiglie all’età di dieci anni. Solo tra due anni potranno decidere liberamente se restare nella piantagione. Tutto questo senza aver mai imparato a leggere e scrivere, segnala il rapporto.

La squadra WDR fa visita a Souleyman Koala, che lavora come paramedico in infermeria. Gli manca tutto, dice. I bambini hanno spesso febbre, vertigini, mal di testa. È del tutto possibile che ciò sia dovuto alle numerose sostanze chimiche utilizzate nei campi di cacao. Molti si sono feriti usando i machete e hanno contratto il tifo o la malaria, denuncia l’infermiere.

Il produttore svizzero Camille Bloch ha tratto le conclusioni

“L’abuso [del lavoro minorile, ndr] è molto diffuso nell’Africa occidentale”, ha ammesso il direttore Daniel Bloch alla “NZZ am Sonntag”. La società ha dunque deciso di acquistare la materia prima in Perù, anche perché i problemi in Ghana e in altre parti dell’Africa occidentale non vengono risolti.

I frutti del lavoro minorile arrivano anche in Svizzera

Secondo un rapporto del giugno 2022 dell’organizzazione benefica per l’infanzia Unicef, la Costa d’Avorio è il più grande produttore mondiale di cacao. Il paese vicino, il Ghana, è altrettanto importante. Insieme, i due paesi dell’Africa occidentale producono circa il 60% del cacao mondiale.

La Svizzera importa solo una piccola quantità di cacao dalla Costa d’Avorio. Per i produttori elvetici, il Ghana è molto più importante. Nel 2022 da lì proveniva circa la metà di tutte le importazioni, pari a125.000 tonnellate. Ma anche in Ghana il lavoro minorile nelle piantagioni è molto diffuso. Secondo l’Unicef, nel 2022 nei due Paesi dell’Africa occidentale lavoravano nel settore del cacao circa un milione e mezzo di bambini: di più rispetto al 2015.

Il lavoro minorile è una conseguenza degli abusi e ha cause complesse, scrive l’Unicef. La grave povertà dei coltivatori di cacao è sempre e comunque il dato da cui partire . Intere popolazioni che ai margini dell’esistenza, e in molti casi guadagnano poco più di 1 dollaro al giorno. Anche in Africa, decisamente troppo poco per mantenere sé stessi e le loro famiglie.

Nell’immagine:  bambini al lavoro nelle piantagioni di cacao


Coniglietti di cioccolato. Chi li mangia e chi no

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 


Processioni proibite in Nicaragua

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

“È come se il crocifisso sia stato messo in prigione dalla coppia presidenziale” ha dichiarato Dora Maria Tellez, la storica comandante guerrigliera sandinista, prima detenuta e poi espulsa un anno fa dal Nicaragua (e denazionalizzata) da Daniel Ortega e dalla sua vice e consorte Rosario Murillo.

Sta di fatto che tutte le oltre 4mila chiese del paese centroamericano sono presidiate dalla scorsa domenica della palme (ma già durante i trascorsi venerdì di quaresima) dagli agenti della Direzione Operativi Speciali della polizia, che vigilano affinché le processioni di settimana santa non escano dai templi per le vie pubbliche. Oltre a fotografare e filmare chi entra ed esce dai luoghi di culto.

Anche il tradizionale pellegrinaggio da tutto il paese al santuario di Jesus del Rescate di Rivas è stato proibito. E non vengono risparmiate neppure le chiese evangeliche (salvo i riti e le prediche nelle sedi delle sette fondamentaliste).

Un clima di sistematica persecuzione religiosa che negli ultimi tre anni ha visto prima la deportazione di un paio di centinaia fra preti e suore stranieri; e successivamente la detenzione e quindi la cacciata di religiosi nicaraguensi. Come la ventina di sacerdoti (con in testa due vescovi) spediti dal penitenziario direttamente a Roma (previa negoziazione) in ottobre e durante le ultime feste natalizie, dopo che Ortega li aveva definiti “una mafia”.

Senza contare le precedenti chiusure delle radio (e tv) cattoliche, il congelamento e/o esproprio dei conti correnti delle diocesi, la messa fuori legge della Caritas e delle ong cattoliche. Fino ad arrivare alla cacciata del nunzio apostolico (con sospensione delle relazioni con la Santa Sede) e alla più recente confisca dell’Università Centroamericana dei gesuiti, con relativa messa fuori legge della loro Compagnia. Il tutto all’insegna di accuse di “cospirazione contro lo stato”.

Si salva solo qualche presbitero simpatizzante del regime, a cominciare dal vescovo di León, mons. René Sandigo. Con l’arrendevole arcivescovo di Managua, cardinale Leopoldo Brenes, dimissionario per aver raggiunto i 75 anni.

Così l’unica via crucis all’aperto ha potuto tenersi sabato scorso con i 22 clerici nica in esilio nel confinante Costarica (nella parrocchia di San Isidro Labrador della capitale San José) dove si sono rifugiati almeno un centinaio di migliaia del mezzo milione di nicaraguensi che dalla rivolta popolare del 2018 (repressa nel sangue) hanno abbandonato il paese.

Dal Vaticano, a partire dalla recente cacciata dei due prelati, si osserva un sostanziale silenzio, dopo che in un’intervista lo scorso anno papa Francesco aveva definito Ortega uno “squilibrato” e la sua una “grossolana dittatura”, con un che di “hitleriano e staliniano”. Né il presidente brasiliano Lula né tantomeno il suo omologo colombiano Gustavo Petro sono riusciti a mediare fra Ortega e il pontefice.

D’altro canto quella contro la chiesa cattolica è solo una pratica repressiva all’ultimo baluardo rimasto indipendente e fuori dal controllo del regime. Dopo che tutta l’opposizione politica e sociale, insieme ai giornalisti indipendenti, è stata incarcerata o cacciata dal paese. Con i rispettivi beni espropriati e i familiari rimasti in patria, intimiditi.

Articolo scritto per “il manifesto”

Nell’immagine: Managua, il cardinale Leopoldo Brenes alla domenica delle palme


Eugène Ionesco: amato dal pubblico, dimenticato dalle pagine culturali

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Almeno quattro anniversari tondi tondi di altrettanti giganti del Novecento caratterizzano il 2024 in ambito letterario: si avvicina anzitutto – cadrà il 3 giugno – il centenario della morte di Franz Kafka. Prima però, non fosse deceduto esattamente 10 anni or sono, il 17 aprile, avremmo festeggiato i 100 anni di Gabriel Garcia Marquez. Il 25 agosto (40 anni dalla morte) e il 30 settembre (100 dalla nascita) doppia ricorrenza anche per Truman Capote.

Restando in materia, tuttavia, a colpirmi negativamente negli scorsi giorni, è stato lo scarsissimo spazio – rispetto alla statura dell’autore – che la carta stampata europea ha dedicato a uno dei maggiori drammaturghi contemporanei, Eugène Ionesco (1909-1994), del quale giovedì scorso ricorrevano i 30 anni dalla morte. Che nostro contemporaneo, nei suoi contenuti, Ionesco non lo sia più? La sua opera è forse datata? Superata? È vero, come sempre, qualche lodevole eccezione la si trova, ad esempio nella sezione “Cultura” del sito rsi.ch con un “dossier” speciale di testi, immagini e filmati curato da Joshua Babic.

Se Naufrago è non solo sinonimo di sopravvissuto, scampato, ma anche, in senso lato, chiunque provi disagio rispetto a ciò che lo circonda, allora Ionesco non può non figurare nella sua biblioteca. In un articolo del 20 dicembre 2010 nella rivista filosofica Dialegesthai soffermandosi sui personaggi di Ionesco Silvia Lupini li definisce “affini a vuote conchiglie in balia delle onde”. Leggerlo non richiede, almeno in prima battuta, un impegno di tempo e sforzi sovrumani: i suoi testi più noti, quelli che gli hanno spalancato i palcoscenici di tutto il mondo – quasi tutti scritti in meno di un decennio, tra il 1948 e il 1959 – si intitolano, in italiano, La cantatrice calva, La lezione, Le sedie, Il rinoceronte, tradotti in italiano nella storica Collezione di teatro Einaudi.

Si tende spesso a rinchiudere un autore entro definizioni e categorie (ideologiche, politiche, stilistiche, di genere) che finiscono col diventare gabbie, se non vere e proprie prigioni. Ionesco – affiancato da Samuel Beckett – è entrato nella storia della letteratura con l’etichetta di padre del teatro dell’assurdo (ma prima di lui c’era già stato Alfred Jarry e, del resto, Ionesco stesso disse che, prima di lui, già Sofocle e poi Shakespeare avevano praticato quel genere). Anche nella riedizione francese più recente (Oeuvres, a cura di Marie-Claude Hubert, con postfazione della figlia Marie-France Ionesco, Gallimard, 2024) la definizione ricompare, ma in una chiave interpretativa più ampia: “Cette édition propose de mettre en lumière la parfaite unité et la modernité de cette œuvre avant-gardiste, en retraçant le parcours biographique, intellectuel et artistique d’un dramaturge, d’un homme en questions”.

L’uomo che si interroga, si guarda allo specchio, si mette in discussione, riflette sulla propria esistenza e sul senso da darle, sempre che esista: territorio filosofico dell’Esistenzialismo, trasposto in letteratura da Jean-Paul Sartre e Albert Camus, ai quali Ionesco per molti versi si avvicina nella sostanza se non nei toni. Un altro autore rumeno-parigino, anche biograficamente vicino a Ionesco, è naturalmente Émile Cioran (1911-1985).

La modernité, dunque: deflagrazione di tutti i conflitti, che Ionesco descrive mettendo in scena figure normalissime, che non hanno alcunché di eroico o di tragico in senso classico: non si schierano, non scelgono, non agiscono, nessun gesto eclatante, nessun guizzo, nessun colpo di coda. Donne e uomini borghesi, la cui tragedia quotidiana nel chiuso del salotto di casa, è quella di una vita che non sono loro a vivere, ma che li vive e di cui sono prigionieri: monotona, scandita da gesti, abitudini, comportamenti che li mortificano e li consumano in una ripetitività esasperante, nella prevedibilità, nella passività, nell’assenza di comunicazione, nella rassegnazione. Il dramma dell’individuo moderno che si chiude su sé stesso, si nega al prossimo, non vuole o non può aprirsi: la rappresentazione perfetta, pur se in forma di commedia, del fatto che un’esistenza può essere drammatica anche senza tragedie private particolari (malattie, perdite, lutti) o collettive (guerre, dittature, diaspore, che l’autore ha vissuto in prima persona).

Introducendo l’edizione italiana della Cantatrice calva, il traduttore Gian Renzo Morteo osserva come le opere di Ionesco rappresentino “schemi ormai senza contenuto in una società che continua a portarsi appresso le ampolle di essenze irrimediabilmente evaporate e che nel puntiglioso quanto grottesco rispetto del rituale — non per nulla l’azione ci porta in un salotto borghese — s’illudono di eludere le domande senza risposta”. Detto questo, Ionesco fa anche sorridere, ma amaramente. I personaggi della Cantatrice conversano tra loro, ma la conversazione è vuota, banale, ripetitiva: personificazione dell’incomunicabilità, della dimensione dell’assurdo e del non-senso. Un solo, emblematico esempio: Monsieur Martin che, rivolgendosi a sua moglie, le dice: “Come è bizzarro, curioso, strano! Allora, Signora, abitiamo nella medesima camera e dormiamo nel medesimo letto, Cara signora. Potrebbe forse essere lì che ci siamo incontrati!”.

Nato in Romania, trasferitosi in Francia a 4 anni con i genitori, perde ben presto il padre, che rientra in patria, dove fonda una nuova famiglia, lasciando la madre, il fratello, la sorella e lui stesso in serie difficoltà. La prima parte della vita di Ionesco è stata un continuo avanti e indietro tra Bucarest – dove si laurea in lingua francese nel 1934 – e la Francia (Lione, Marsiglia e stabilmente nella Ville Lumière dal 1945. A Parigi, già da bambino, è folgorato dagli spettacoli di marionette ai quali assiste ogni giovedì nei Jardins du Luxembourg. A Parigi, infine, è sepolto, nel Cimitero di Montparnasse, anche se la sua tomba non è oggetto di pellegrinaggi devozionali come quelle, non distanti, di suoi contemporanei (Sartre e Simone de Beauvoir, il regista François Truffaut, l’attore Philippe Noiret, i cantanti Serge Gainsbourg e Dalida).

In cambio, sempre a Parigi (dove è stato rappresentato nei templi della prosa, dall’Odéon alla Comédie-Française), sin dal 16 febbraio 1957 il Théâtre de la Huchette propone, ininterrottamente, sera per sera (lunedì escluso), nel cuore del Quartiere Latino, a due passi da Place Saint-Michel, due pièces ioneschiane – sempre le stesse, le più celebri – La Cantatrice chauve e La Leçon. Ioneschiana appare anche la ripetitività dell’appuntamento: il primo spettacolo alle 19, il secondo alle 20, in una saletta quasi minuscola, 85 posti soltanto, sempre presa d’assalto. Piccole code si formano davanti alla cassa, mentre tutt’attorno si respirano profumi di cardamomo e di kebab dai banchi e dalle cucine dei mille ristorantini “esotici” di uno dei punti più turistici della Capitale.

Sino ad oggi le repliche sono state, in 67 anni, oltre 40 mila: già nel 1979 Ionesco aveva così battuto Agatha Christie e la sua Trappola per topi (in scena a Londra addirittura dal 25 novembre 1952, ma interrotta durante il Covid), diventando primatista mondiale incontrastato. È lì, in 25, rue de la Huchette, che io stesso, durante una passeggiata scolastica in seconda liceo, ho scoperto questo geniale drammaturgo. Che detiene, in Francia, un altro primato: nel 1991 è stato il primo autore vivente ad entrare, con il volume Théâtre complet, nella Bibliothèque de la Pléiade, la prestigiosa collana di Gallimard che, sin dal 1931, accoglie i grandi classici della letteratura mondiale. Essere pubblicati nella Pléiade è la consacrazione definitiva per ogni autore in ambito francofono.

Con il nostro Paese, infine, Ionesco ha intrattenuto un legame sempre più solido soprattutto quando, dopo aver pubblicato tutti i suoi capolavori, ha chiuso con la scrittura per dedicarsi alla pittura. Già nel marzo del 1961 aveva presentato un’esposizione del suo amico pittore astrattista svizzero Gérard Schneider (1896-1986) nella piccola Galerie Im Erker di San Gallo: il discorso di Ionesco fu memorabile, poiché perorò l’assoluta inutilità tanto dei vernissages che dei discorsi che in quelle occasioni vengono tenuti. Ciononostante, circa 20 anni più tardi, lo scrittore riprese i contatti con la Galleria, che gli chiese di provare ad illustrare un suo testo. Ionesco, in quegli anni lambito da frequenti periodi di depressione, accettò e iniziò a dipingere egli stesso, trovando nella pittura un medicinale potentissimo, come racconta nel saggio autobiografico La main peint, pubblicato dallo stesso Erker Verlag nel 1987.

“A San Gallo mi sento lontano da molti pericoli, e anche se non mi sento completamente liberato da tutte le paure, la paura è certamente mitigata, più silenziosa, sono più sereno… Vengo qui in compagnia di mia moglie che, insieme a me, forse trova anche un po’ di quella tranquillità che è essenziale per respirare, per vivere, per meditare un po’, per fermarsi un attimo davanti a una vecchia casa e guardarla. Dove altro si può trovare un po’ di freschezza spirituale e, per me, un po’ di ispirazione?”.

Nell’immagine: Eugène Ionesco


Passione e Resurrezione

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

“Crocifiggilo, crocifiggilo!” È l’esortazione drammatica rivolta a Ponzio Pilato dai capi dei sacerdoti giudei, secondo la Passione di Cristo narrata nel Vangelo di Giovanni. Abbiamo sentito quelle parole, rivestite dalla musica sublime di Bach, nella “Johannes Passion” che ci è stata offerta da Diego Fasolis con i Barocchisti, il coro RSI e i solisti. 

La suggestione del testo e della musica, l’intensità drammatica del racconto evangelico, la commozione che suscita in tutti, credenti o no, è davvero potente. Nella presentazione del concerto si legge che questa Passione “rappresenta il culmine di una tradizione di lunga data, risalente al Medioevo, di “figurare” la Passione di Cristo durante la Settimana Santa”. Il richiamo a quella tradizione e il momento in cui il concerto è stato eseguito ci ha fatalmente rinviati a un dato storico sconcertante e all’attualità di quella Terra in cui la Passione è stata vissuta duemila anni fa.

Il dato storico sconcertante è che le rappresentazioni medievali della Passione hanno alimentato per secoli le discriminazioni e persecuzioni dei “Giudei” nel mondo cristiano, ben peggiori di quelle nel mondo islamico. Perché la narrazione giovannea della Passione è martellante: il governatore romano, Ponzio Pilato, non vuole uccidere Gesù perché, dice, “Io non trovo in lui colpa alcuna”; i Giudei, aizzati dai loro capi religiosi, insistono che sia crocifisso; Pilato lo vuole liberare e dice loro che “Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi”; ma quelli rispondono “Non costui, ma Barabba!”, un brigante.

L’attualità cui si è rinviati dalla Passione è drammatica. In quel “sabato rosso” di sangue del 7 ottobre mille “Giudei” sono stati “crocifissi” dai “filistei” (nome antico del popolo di Gaza, da sempre in lotta con gli israeliti). A loro volta, i “Giudei” di oggi hanno “crocifisso” trentamila palestinesi di Gaza, ben oltre il biblico “occhio per occhio”. E alcune voci sembrano ancora gridare “uccideteli, affamateli, distruggete le loro case”, seguendo il vicepresidente del parlamento che il 7 ottobre aveva scritto: “Ora abbiamo tutti un obiettivo comune: cancellare la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”.

Ma dopo la Passione vi sarà, come vi è stata, la Resurrezione? Lo storico e filosofo israeliano Harari ci dice che è molto difficile, ma non impossibile. In un articolo lucidissimo (Financial Times 15.3.24) spiega che il conflitto israelo-palestinese è alimentato dal terrore reciproco della distruzione: ogni parte teme che l’altra voglia sterminarla o scacciarla dalla Palestina. Purtroppo, sostiene, non si tratta di paranoia ma di timori fondati sulla storia e su un’analisi solida delle intenzioni della parte avversa. Ricorda i 750’000 palestinesi scacciati dalle loro case nel 1948 e poi i ripetuti massacri ed espulsioni in Palestina, Libano, Kuwait, che continuano tutt’ora in Cisgiordania e a Gaza. Quanto agli ebrei, ricorda che questi, ancora sconvolti dal trauma dell’Olocausto, hanno dovuto fronteggiare già nel 1948 il tentativo dei Paesi arabi e dei palestinesi di annientare la loro presenza in Palestina; e poi la cacciata di 800’000 ebrei da Egitto, Iraq, Siria, Yemen, Libia. Ricorda infine che ogni israeliano vive tutt’ora nel timore di essere ucciso o rapito, ciò che è successo il 7 ottobre.

 È una trappola per entrambe le parti. Queste devono confessare a sé stesse i loro pensieri oscuri: “vorrei sbarazzarmi dell’altra parte; questa ha dunque ragione di cercare di eliminarmi; perciò devo muovermi per prima io”. E devono riconoscere che questo scenario di “nuovo Olocausto” o “nuova Nakba” non è praticabile. E che quindi occorre cambiare il paradigma. Ogni individuo e ogni comunità deve dirsi: “a prescindere dalle ingiustizie subite, rispetto il diritto dell’altro a vivere come me nel Paese dove è nato”. Difficile ma non impossibile. Secondo Harari, dal fiume al mare c’è spazio per tutti. E i due milioni di arabi che sono già cittadini israeliani si sentono appartenere sia a Israele, sia alla Palestina. Questo sentimento può allargarsi alla maggioranza degli altri israeliani e degli altri palestinesi. Non ci sono alternative. È la sola via per la Resurrezione. È Pasqua, crediamoci anche noi. 

Articolo scritto per laRegione  

Nell’immagine: «Muoia Sansone con tutti i filistei!»   La locuzione deriva da un passo dell’ Antico Testamento (Libro dei Giudici, XVI, 30) in cui Sansone fece crollare l’abitazione nella quale si trovava con tutti i Filistei, provocando oltre alla loro morte anche la propria. L’edificio crollò travolgendo i capi dei Filistei e tutti gli altri. Così, Sansone uccise più persone con la sua morte che in tutta la sua vita.                         


Lugano bella, dove vai?

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Avevo un nonno anarchico, come altri ticinesi potevano avere un nonno combattente in Spagna o un parente missionario tra i diseredati del mondo. Non era un sovversivo, e nemmeno un sognatore. Credeva nella possibilità, per l’uomo, di un mondo migliore, senza dio e senza padroni. Non considerava l’anarchia un’utopia, ma un nuovo ordine sociale e umanistico, da realizzarsi attraverso una continua fiducia nell’individuo e nell’umanità. Era un uomo con i piedi per terra, viveva intensamente le vicende del presente: conservava gelosamente, nel taschino del gilet, una medaglia in bronzo con l’effige di Matteotti, il cui assassinio da parte dei fascisti di Mussolini lo aveva molto scosso e segnato. La mostrava con fierezza e ne leggeva il rovescio: “ucciderete me, ma non ucciderete le mie idee”. 

Ha fatto l’operaio alla Linoleum fin quasi a settant’anni – perché la pensione, allora, era poca cosa – grazie alla complicità del direttore, un confederato che lo stimava e glielo diceva. Con la moglie e la cognata gestiva un grotto nel quale si trovavano, in modo estemporaneo, ticinesi antifascisti che erano socialisti, ma anche liberali – di preferenza radicali – e qualche conservatore. Il sindaco radicale, che era un pezzo da novanta della politica ticinese, uno di quelli che hanno forgiato il Ticino moderno, frequentava regolarmente il grotto e vi giocava a bocce, ma soprattutto vi incontrava Canevascini, con il quale aveva legato un patto politico che fece crescere il Paese. Alla fine della seconda guerra mondiale la Confederazione gli attribuì un riconoscimento per i servizi resi nella protezione civile: ne andava fiero. Si può essere un anarchico e un uomo come tanti, rispettoso delle leggi e del prossimo.

In questi giorni è apparso a Lugano un grande cartellone pubblicitario firmato UDC e UDF, la “destra dura” della Svizzera, con la scritta “anarchici e autogestiti fuori da Lugano”. È stato poi coperto con altri manifesti, qualche giorno dopo. È un manifesto politico agghiacciante, che dovrebbe far rabbrividire ogni persona di buon senso e che figura ancora sul sito dell’UDC. Quella stessa UDC di Marco Chiesa – quello che otterrà abbastanza voti alle prossime elezioni comunali per poter ambire a diventare sindaco della Città – vuole, in sostanza, bandire dalla città di Lugano anarchici e autogestiti. Potrebbe sembrare, in tutta evidenza, che gli ideatori di quell’insulto alla libertà di pensiero e alla dignità dell’uomo non conoscano né la storia del movimento anarchico, né quella di quelle persone – gli autogestiti, gli alternativi – che provano a vivere la difficile esperienza di una esistenza diversa rispetto alla moltitudine.

L’UDC non se la prende più “soltanto” con gli immigrati pecore nere, facili prede senza difesa, ma con i compatrioti che non la pensano come lei. Né gli anarchici né gli “autogestiti” sono pericolosi sovversivi, e ancora meno rivoluzionari violenti, ma vanno messi alla gogna ed espulsi dalla città perché si sottintende che nuocciano alla Società discriminatoria tanto cara all’UDC. 

Anche quello slogan fa parte del vecchio e ben rodato principio secondo il quale occorre creare una paura, trovare un colpevole con l’ausilio di qualche menzogna e incassare i voti dei molti che non comprendono né i tempi né le difficoltà della politica seria, dei molti scontenti, dei disillusi, o degli egoisti e così via. Tuttavia, probabilmente quel manifesto non è frutto dell’ignoranza della storia e della società, è piuttosto la prova lampante, tappezzata sui muri, della politica di divisione e di esclusione che contraddistingue l’estrema destra di ogni paese, Svizzera e Lugano comprese. 

Per queste elezioni si vogliono buttar fuori da Lugano gli anarchici e gli autogestiti: alle prossime vorranno buttar fuori chi? Vien da chiedersi: ma dove sono i veri democratici luganesi, i difensori delle istituzioni e della Costituzione, della libertà di pensiero e di parola, quella con la quale non ci si può solo sciacquare la bocca?

Nell’immagine: il manifesto apparso nelle vie della città (dal sito dell’UDC di Lugano)


Un celebre titolo da riscrivere

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 


Signor Gobbi, una famiglia non ce l’ha solo lei

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Signor Consigliere di Stato N. G.,

ammetto che, per quanto possa valere la mia parola, apprezzo la sua decisione di autosospendersi dalla responsabilità politica della polizia cantonale. Mi consenta però, da semplice cittadino, di esortarla, nella sua veste di coordinatore della lega dei ticinesi, a riflettere su una delle sue motivazioni a fare un passo indietro: la tutela dei suoi affetti familiari che subirebbero degli attacchi.

Vede da trent’anni a questa parte il settimanale del suo movimento attacca duramente uomini e donne che, spesso e volentieri, si sono limitati ad esprimere semplicemente un’opinione diversa dalla vostra. E gli attacchi sferrati dal Mattino quasi sempre prendono di mira la persona, non le sue idee.

Ecco, mi spiace veramente per i suoi familiari, ma non sarebbe male se, con lo spirito di servizio e il senso dello Stato che la contraddistinguono, facesse tesoro della sua brutta esperienza familiare, per evitare in futuro un trattamento simile agli avversari della lega. Anche loro hanno degli affetti personali da difendere.

Ci rifletta per favore.

Nell’immagine: uno dei molti omaggi floreali della domenica


Netanyahu ha reso Israele “radioattiva”. E gli ebrei in tutto il mondo sono più minacciati

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Di Thomas L. Friedman, La Stampa

Israele oggi in è in grave pericolo. Con nemici come Hamas, Hezbollah, Houthi e Iran, dovrebbe raccogliere le simpatie di gran parte della comunità internazionale. Ma non è così: per come il suo primo ministro Benjamin Netanyahu e la sua coalizione di estremisti stanno combattendo la guerra a Gaza e gestendo l’occupazione della Cisgiordania, Israele sta diventando radioattivo e ovunque nel mondo le comunità ebraiche della diaspora sono sempre meno al sicuro.

Temo che la situazione stia per aggravarsi ancora di più. Nessuna persona in buona fede negherebbe a Israele il diritto all’autodifesa dopo gli attacchi del 7 ottobre di Hamas che in un solo giorno hanno provocato l’uccisione di 1200 israeliani. Le donne sono state seviziate e violentate, i bambini sono stati uccisi davanti ai loro genitori, i genitori davanti ai loro figli. Molti uomini, donne, bambini e anziani israeliani rapiti sono tenuti ancora adesso in ostaggio in condizioni terribili. E sono trascorsi più di 150 giorni dalla loro cattura.

Nessuna persona in buona fede, per altro, può osservare la campagna israeliana mirante alla distruzione di Hamas che ha provocato la morte di oltre trentamila palestinesi a Gaza, un terzo dei quali combattenti, senza giungere alla conclusione che qualcosa è andato paurosamente storto. Tra i morti vi sono migliaia di bambini, tra i sopravvissuti vi sono moltissimi orfani. A questo punto, gran parte di Gaza ormai è ridotta a una landa desolata di morte e devastazione, fame e macerie. La guerriglia urbana fa uscire il peggio dalle persone e questo vale di sicuro per Israele a Gaza. Si tratta di una macchia nera per lo Stato ebraico.

Ma Israele non ha creato questa tragedia da sola. La macchia nera si estende a includere anche Hamas. La milizia islamista ha scatenato il conflitto il 7 ottobre senza preavviso, senza protezioni o ripari per i cittadini di Gaza, e ha proceduto sapendo benissimo, per esperienza, che Israele avrebbe reagito bombardando le roccaforti di Hamas annidate nei tunnel sotto le case, le moschee, gli ospedali. Hamas ha dimostrato un disprezzo assoluto per le vite dei palestinesi, non soltanto degli israeliani. Hamas, però, era già contrassegnata come organizzazione terroristica. Non è un alleato degli Stati Uniti e non ha mai affermato di combattere in modo pulito.

Premesso tutto ciò, ben presto il prestigio di cui Israele godeva nel mondo potrebbe presto ricevere un altro brutto colpo per qualcosa che mi preoccupa fin dal primo momento, dall’inizio di questa invasione: Netanyahu ha mandato le Forze di difesa israeliane a Gaza senza aver in mente nessun piano coerente per amministrare il territorio, una volta smantellata Hamas o arrivati al cessate-il-fuoco.

Sono dell’idea che per Israele, per non parlare dei gazawi, vi sia un’unica cosa peggiore di una Gaza controllata da Hamas: ed è una Gaza senza nessuno al comando, una Gaza nella quale il mondo intero si aspetta di vedere Israele garante dell’ordine, ma Israele non possa o non voglia farlo, così da trasformarsi in territorio di crisi umanitaria intollerabile e permanente.

La mia recente visita al confine di Gaza mi ha lasciato l’impressione che questo sia l’esito finale al quale siamo diretti. Il 2 marzo, ho accompagnato Michael Kurilla, il generale al comando del Centcom degli Stati Uniti, in visita al crosspoint di Erez, tra Israele e Gaza. Kurilla era incaricato del lancio degli aiuti alimentari umanitari degli Usa che sarebbe avvenuto di lì a poco.

Con il rumore in sottofondo dei droni che ci sorvolavano e il boato lontano dei colpi di artiglieria, un comandante israeliano del posto ci ha detto che la maggior parte dei soldati israeliani dispiegati nella parte nord di Gaza, che comprende Gaza City, il centro urbano più grande dell’area, si erano ritirati verso la zona di confine con Israele o lungo la strada che divide Gaza nord da Gaza sud. Di conseguenza, mi ha detto un altro ufficiale israeliano di alto grado, i soldati israeliani e le truppe speciali sarebbero entrate e uscite da Gaza nord soltanto per prendere di mira specifiche minacce di Hamas, ma in sostanza nessuno stava fornendo o avrebbe fornito una governance quotidiana ai civili rimasti indietro, a eccezione di poche centinaia di combattenti locali di Hamas e dei leader di qualche banda locale.

Ho capito subito come fosse stato possibile, un paio di giorni prima, che si svolgesse quella caotica ressa durante la distribuzione dei viveri. Israele sta scalfendo il controllo che Hamas ha sulla popolazione, ma si rifiuta di essere responsabile con i suoi uomini dell’amministrazione civile di Gaza, e rifiuta all’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che a Gaza ha migliaia di dipendenti, la possibilità di subentrare e di svolgere mansioni di questo tipo. Israele si comporta in questo modo perché Netanyahu non vuole che l’Ap diventi la forza di governo palestinese di Cisgiordania e Gaza, evenienza che le offrirebbe una chance di credibilità per trasformarsi poi, un giorno, in uno Stato palestinese indipendente.

In altri termini, Israele ha un primo ministro che, a quanto sembra, preferirebbe vedere Gaza trasformarsi in una nuova Somalia, governata da signori della guerra, e preferirebbe mettere a rischio i successi militari di Israele nello smantellamento di Hamas che allacciare una partnership con l’Autorità Palestinese o qualsiasi altra legittima istituzione di governo palestinese con ampia base e non capeggiata da Hamas – perché, qualora lo facesse, i suoi alleati di gabinetto dell’estrema destra, che sognano che Israele riesca a controllare tutto il territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, Gaza inclusa, lo destituirebbero immediatamente dal potere. A quanto pare, il governo di Netanyahu spera di reclutare leader locali di clan palestinesi per occuparsi di Gaza nel periodo post-Hamas, ma dubito seriamente che questi sforzi saranno coronati da successo. Israele ha cercato di attuare questa stessa strategia in Cisgiordania negli anni Ottanta e ha fallito: quei leader locali sono stati spesso stigmatizzati e chiamati collaboratori e non hanno mai avuto abbastanza presa sul governo.

Mentre osservavo tutto questo a pochi metri dal confine, ho avuto due flashback, simili a due incubi a occhi aperti. Il primo è stato il ricordo di come gli Stati Uniti invasero l’Iraq con lo scopo di costruirvi un nuovo ordine democratico in sostituzione della tirannia di Saddam Hussein, missione che mi vide favorevole. Quando però si passò all’attuazione pratica, l’Amministrazione Bush sciolse l’esercito iracheno e il Partito Baath al governo senza aver nessun piano coerente pronto per creare una migliore alternativa di governo. Tanto bastò per trasformare molti iracheni anti-Hussein in nemici degli Stati Uniti e per creare le premesse dell’insurrezione contro gli Stati Uniti.

Il flashback numero due che ho avuto mi ha riportato al 22 maggio 2018, quando scrivevo vicino al confine tra Gaza e Israele un articolo che sarebbe stato intitolato «Hamas, Netanyahu e Madre Natura». Basandomi su dati ottenuti da ambientalisti israeliani e palestinesi, scrivevo di come Gaza ogni giorno sversava nelle acque del Mediterraneo circa cento milioni di litri di acqua non trattata. A causa dei rifiuti galleggianti, l’impianto di desalinizzazione di Askhlon ha dovuto chiudere molte volte i battenti per ripulire il mare e i suoi filtri dalla sporcizia di Gaza.

Israeliani e palestinesi dipendono gli uni dagli altri. Perduti lì, lo si sente qui. L’unica cosa da capire è se un giorno i due popoli riusciranno a dar vita a una interdipendenza sana o se saranno condannati a una interdipendenza deleteria. In ogni caso, si tratterà sempre di interdipendenza. Ogni comunità ha bisogno di un leader le cui azioni siano sostenute da questa verità basilare. Per il momento, nessuna delle due lo ha.

Traduzione di Anna Bissanti, 2024, The New York Times


Noi sonnambuli di fronte alla guerra

Un milione e mezzo di bambini e ragazzini, “venduti” dalle famiglie troppo povere, costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao di alcuni paesi africani 

Di Corrado Augias, La Repubblica

Due frasi terribili sono state pronunciate giovedì 28 marzo. I giornali europei le hanno correttamente riportate ma con misura, senza particolari sottolineature. Putin ha avvertito che la Russia colpirà gli aerei con cui Zelensky conta di rovesciare le sorti del conflitto «da qualunque aeroporto decolleranno. Compresi quelli di Paesi terzi». In altre parole, ha tirato in ballo i territori che fanno parte dell’Alleanza Atlantica, Paesi legati da un patto di mutuo soccorso. Il premier polacco Donald Tusk ha detto che per la prima volta dal 1945 si sta scivolando in una fase «prebellica» con la Russia. E che l’Europa è drammaticamente impreparata ad affrontarla.

L’aspetto preoccupante è la relativa indifferenza con la quale queste due espressioni sono state accolte dall’opinione pubblica. È probabile che ci siano centri di strategia militare al lavoro su avvertimenti di questo calibro, non si registrano però scosse significative a livello di opinione pubblica.

Sono ormai settimane che la parola guerra, la probabilità di una guerra, l’utilizzo possibile di armi atomiche tattiche vengono ripetuti; non si registrano piazze gremite, né cortei, né autorevoli leader che invochino la ragione, ricordino quale sciagura sarebbe se alla parola guerra seguisse nel concreto una guerra. Temo di dover dire che alla reale possibilità d’una guerra nessuno per il momento davvero crede, al riparo come siamo di una deterrenza nucleare che lascerebbe sul campo non vincitori e vinti ma solo un’immane ecatombe.

Sono ottant’anni che all’interno dei confini dell’Unione Europea la guerra è diventata quasi esclusivamente materia di studio, alimento per sceneggiati televisivi oppure per i telegiornali, che offrono ogni giorno le loro immagini saturando la fantasia e le capacità reattive di chi le guarda. Le strazianti immagini dell’Ucraina, quei buchi, quelle macerie, l’affanno dei soccorritori, i patetici getti d’acqua dei pompieri, sono storie che accompagnano la nostra cena guardate con l’indifferenza delle cose lontane, le sventure che accadono agli altri.

Le stesse reazioni c’erano qualche decennio fa con le capanne in fiamme del Vietnam, i bambini nudi e terrorizzati che correvano con la pelle ridotta a brandelli dal napalm. Fatti anche più lontani, nel tempo, nello spazio. Tale l’assuefazione che né la parola né le immagini bastano ormai per imprimere quella scossa elettrica che la prospettiva di un conflitto, giudicata realistica e forse non lontana dal leader polacco, dovrebbe imprimere a masse considerevoli di cittadini italiani ed europei.

Nel 2013 l’editrice Laterza pubblicò un saggio dello storico Christopher Clark (insegna Storia moderna a Cambridge) dal titolo I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra. Gli inconsapevoli camminatori notturni richiamati dal titolo erano i leader dei vari Paesi europei (imperatori, regnanti, ministri, generali, ambasciatori), gli attori dei principali centri decisionali di Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Parigi, Londra, Belgrado. Con brevi escursioni (così le definiva l’autore) a Roma, Costantinopoli e Sofia.

L’idea di fondo era che nessuno, tra chi aveva il potere o possedeva gli strumenti, la preparazione, la competenza per capire lo sviluppo degli avvenimenti, nessuno di costoro tra il 28 giugno — attentato di Sarajevo — e il 2 agosto, quando la guerra esplose, si rese mai veramente conto di quanto stava per accadere, tanto meno delle conseguenze che l’immane deflagrazione avrebbe avuto sul destino dell’Europa, su intere generazioni di suoi figli, sugli equilibri politici e militari compromessi con tale violenza da comportare la nascita di alcune dittature e ulteriori cinque anni (1940-1945) di devastante conflitto.

Lo studente indipendentista serbo Gavrilo Princip, uccidendo a Sarajevo (domenica, 28 giugno) l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia con qualche colpo di un antiquato revolver, pensava di rivendicare la libertà della sua terra mai immaginando di innescare un’esplosione di quella magnitudine.

A lungo gli storici hanno considerato la “scintilla” di Sarajevo come una fatalità in un Paese, la Serbia, pedina o vittima della politica delle grandi potenze. Valutazione sulla quale Clark non è d’accordo. Scrive nel saggio che, tanto più dopo le guerre jugoslave degli anni Novanta, “è più facile concepire il nazionalismo serbo come un’autonoma forza storica”.

Anche oggi stiamo vivendo la possibilità che si scateni un’autonoma forza storica con i postumi dell’attentato di Mosca rimasto inspiegabile nella sua meccanica in un Paese che vive sotto stretta sorveglianza poliziesca.

Nel 1914 passò un mese prima che quei colpi di pistola arrivati a bersaglio solo per una serie di fortuite circostanze, facessero aprire il fuoco ai “Cannoni d’agosto”, come li ha chiamati un’altra grande storica, Barbara Tuchman. In quel mese si susseguirono inutili incontri, svogliati conciliaboli, trattative distratte.

Anche allora l’Europa riposava su anni che sarebbero stati definiti, a torto o a ragione, “La Belle Epoque”. La guerra franco-prussiana che aveva sbalzato Napoleone III datava ormai da quarant’anni.

Oggi all’interno dell’Unione Europea veniamo da ottant’anni di pace, ci sono tre generazioni che non hanno idea di che cosa voglia dire la guerra, non quella che si vede nei telegiornali, ma quella che ti cade sulla testa, abbatte la tua casa, uccide persone care e amici, distrugge la tua vita.

È comprensibile che in queste condizioni le notizie quotidiane sulla possibilità d’un conflitto vengano scavalcate da quelle relative a un torneo di tennis o una gara di motociclette, ottant’anni di pace bastano a spiegare l’indifferenza con la quale ogni giorno si scrive e si legge d’una possibile guerra.

“Sonnambuli”, ha scritto Clark, riprendendo il titolo di una celebre trilogia dello scrittore austriaco Hermann Broch. Sonnambulo è qualcuno che immerso in un sonno profondo cammina, parla, compie azioni, svolge attività anche complesse ma senza rendersi conto di ciò che fa, ignorando ambiente, circostanze, conseguenze del suo agire. Era più di un secolo fa, il 1914, quando questo avvenne. Le possibilità che il fenomeno possa ripetersi ci sono.

Nell’immagine:  1914, la copertina della Domenica del Corriere dedicata all’attentato di Sarajevo