All’ombra di una gatta di marmo

 


Il Grande Balzo all’indietro

 

Dietro le goffaggini, nubi nere

In tempi normali (ma esistono poi tempi normali? diciamo in altri tempi) ci saremmo divertiti infilando una serie di commenti sarcastici sulle ultime disavventure della nostra ministra Amherd e del suo dipartimento. Dal pasticcio della vendita dei vecchi Leopard 1 della RUAG parcheggiati in provincia di Gorizia al licenziamento del capo dei servizi segreti, dalla nomina/rinuncia del nuovo Segretario di Stato al mistero delle finanze del dipartimento, dove un vuoto c’è ma non c’è. In quest’ultimo caso i giornalisti avrebbero potuto riesumare, ma non se ne sono ricordati, la bizzarra espressione inventata dal procuratore Pagani per spiegare l’abbattimento, nel maggio del 2021, di una parte dell’ex Macello di Lugano: «comunicazione claudicante». Potremmo quindi rallegrarci, noi antimilitaristi, di tutto questo allegro zoppicare.

Ma non possiamo dimenticare il cupo scenario in cui avvengono queste mosse bislacche: il crescente, allarmante e deprimente affermarsi – in Svizzera come altrove – di una logica di riarmo e di rilegittimazione e potenziamento dello strumento militare. Di un generale cedimento alle logiche di guerra, già nell’aria da un po’ e accelerato dagli ultimi avvenimenti, soprattutto dall’aggressione russa all’Ucraina di due anni fa. Nel caso della Svizzera vi sono motivazioni e ossessioni difensive (pare che Putin, che non è nemmeno riuscito a sottomettere l’Ucraina, si voglia mangiare l’Europa intera, un po’ come ai bei tempi dell’URSS). Se pure in postura difensiva, partecipiamo e parteciperemo comunque all’ubriacatura generale delle spese belliche al rialzo, che sarà presumibilmente accompagnata da quel militarismo pervasivo ben noto a chi ha attraversato o studiato gli anni dal 1939 agli Ottanta, col mito del popolo in armi chiuso a riccio di fronte alle minacce esterne. Ci sono voluti decenni per sciogliere un po’ questo impasto retorico, dai risvolti anche materialissimi e costosi, di petti indomiti e ridotto nazionale. Ora ci siamo messi nelle condizioni di rimpastarlo, con qualche nuovo ingrediente, come l’interoperabilità con la Nato. Magari a qualcuno verrà in mente di creare, con l’aiuto di qualche agenzia specializzata in storytelling, una versione aggiornata (digitale, multimediale, interattiva, eccetera) del famigerato libretto Difesa civile del 1969, figlio della guerra fredda (libretto che, sia detto tra parentesi, non era poi così mal concepito nella forma). In qualche modo andranno plasmate le giovani generazioni: toccherà a loro.

Tendenze

A questo proposito è interessante vedere quanto accade in Italia, dove è in atto da qualche tempo una militarizzazione, neppure tanto strisciante, della scuola. Ne parla il recente libro di Antonio Mazzeo La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia, Manifestolibri 2024. Riprendo qui una parte della recensione che gli ha dedicato Roberto Ciccarelli (Caschi, divise e moschetti per gli «studenti-soldati» provetti, Il manifesto, 6 febbraio 2024).

 «Il giornalista e docente Antonio Mazzeo sostiene che la logica della militarizzazione è intrecciata sia con quella dell’aziendalizzazione dell’istituzione scolastica, sia con quella della precarizzazione del lavoro. In questa prospettiva, allora, la scuola non è considerata solo come un’impresa governata da un preside-manager. Non serve solo a formare una manodopera “occupabile” – cioè disponibile ad essere impiegata a seconda delle effimere esigenze del mercato del lavoro. Agisce anche da cassa di risonanza per una retorica securitaria in un momento in cui la Nato ha chiesto agli Stati membri di aumentare le spese militari, a discapito di quelle sociali, mentre aumentano gli invii delle armi nei conflitti in corso, ad esempio quello in Ucraina.

Mazzeo descrive le iniziative finalizzate alla formazione del moderno “cittadino soldato”. L’elenco è lungo, articolato e impressionante. L’educazione del “giovin guerriero” contempla parate, presentat’arm e alzabandiera, conferimenti di onorificenze, mostre di antichi cimeli e delle più moderne tecnologie di distruzione. Ci sono le attività didattico-culturali affidate a generali e ammiragli che leggono e interpretano la Costituzione, fanno corsi di “educazione alla legalità” e “alla pace”, parlano di ecologia, di salute, “blitz anti-droga”, ammoniscono contro comportamenti classificati come “devianti”. Si tende così a costruire un modello circolare tra “scuola-caserma-lavoro”. Tale modello è ispirato da un’idea autoritaria dell’istruzione che insiste sulla minaccia della punizione e sulla deterrenza. La norma va rispettata in quanto tale, non discussa, criticata e modificata in maniera cooperativa e democratica.

A questo si aggiunge un altro lavoro ideologico, quello sulla memoria storica e sul revisionismo di stampo nazionalistico. A tale proposito Mazzeo ricorda il modo in cui è stata commemorata la prima guerra mondiale, i progetti che hanno riguardato il “milite ignoto”. Un altro tratto comune tra l’educazione autoritaria e il revisionismo storico è l’idea della preparazione allo scontro con un nemico. Prossimo o lontano, statale e non statale, non importa. L’importante è la preparazione alla reazione, l’allenamento e la prevenzione del rischio, il controllo della paura in un mondo pericoloso. Sono questi i “valori” riproposti nelle scuole con un’indubbia capacità di marketing: legge, ordine e armi; Dio, patria, famiglia e mercato; concorrenza, performatività e antagonismo, anche armato».

E in questi giorni: giù manganellate sugli studenti che manifestano pacificamente, a Pisa e a Firenze, per un cessate il fuoco nella striscia di Gaza.

Anche in Francia, senza che vengano raggiunte queste vette, si assiste a una tendenza irreggimentatrice nella scuola, per esempio con il Service National Universel (SNU) introdotto nel 2019 per i giovani tra i 15 e i 17 anni, che Macron vorrebbe rendere obbligatorio: dodici giorni di “soggiorno di coesione” con divisa, alzabandiera e canto dell’inno nazionale. Un documento di Europe écologie les Verts (EEV) dell’aprile del 2023 ritiene che l’iniziativa sia un grande spreco di danaro pubblico e che «il SNU impone la militarizzazione di un’intera generazione. Dietro a un SNU spacciato come veicolo di impegno, c’è un desiderio appena celato di creare un esercito di riserva. Che si tratti di fungere da “caschi verdi” per compensare le carenze dello Stato nella gestione dei disastri climatici, come proposto da Christophe Béchu, o di “prepararsi a una guerra potenziale, come in Ucraina”, secondo Sébastien Lecornu (…) Spingendo per l’impegno obbligatorio, il governo cerca in realtà di fare appello a una parte nostalgica e reazionaria della popolazione, che pensa che i giovani stiano perdendo i loro valori morali».

 La Svizzera sembra per ora lontana da questi esiti, non del tutto invece dal clima generale che li genera. Le nostalgie politiche che stanno alla base di queste involuzioni sono certamente diverse: lì uno sguardo compiacente, e nemmeno più sotto traccia, al regime fascista, là il richiamo allo spirito repubblicano unificante, con un’occhio alla rimpianta grandeur, qui semmai la voglia di riconsolidare un senso di sicurezza nazionale – legato al concetto di “neutralità armata” – che si era un po’ stemperato nel tempo. Ma lo sfondo è uniforme, con tendenze che attraversano tutta l’Europa (e non solo quella). Sul piano generale: affermazione di un neoliberismo che invoca non più uno stato minimo improntato al laissez faire, «ma uno “stato forte”, in grado di imporre l’austerità di bilancio sottraendosi alle pressioni redistributive dei gruppi di interesse organizzati. In sintesi, di salvaguardare la proprietà e i profitti dalle istanze di socializzazione che potevano essere introdotte dalla politica democratica» (Massimiliano Guareschi su «il manifesto» 13 febbraio 2024). Sul piano militare: forte aumento della spesa in armamenti, rafforzamento degli eserciti, maggior integrazione, se non già compiuta, nel sistema Nato. Sul piano scolastico: accento posto sulle competenze trasversali spendibili nel mercato del lavoro, crescente sudditanza di fronte alle richieste dell’economia, ritorno a forme di autoritarismo.

Vivremo quindi, in forme diverse, attenuate, qualcosa di analogo a quanto sta capitando in Italia? Per il momento non si direbbe proprio, ma date le premesse sarà bene seguire con una certa attenzione queste tendenze perverse per riconoscerle e affrontarle al momento opportuno. In fondo l’introduzione dell’ora separata di “civica” decisa nel 2017 va in qualche modo ricondotta a questo clima, non necessariamente per la cosa in sé, ma per l’idea di “civica” veicolata dalla destra fautrice di quel cambiamento della griglia oraria; non propaganda militare, d’accordo, ma una certa idea di stato, di ordine e di patria armata sì. Vedremo. Intanto cerchiamo di sopravvivere a questo Grande Balzo all’indietro. Un indietro che un po’ già conosciamo, ma che è anche nuovo, enigmatico, comunque minaccioso. È questo, ormai, il “nuovo che avanza”.

Stranamore è qui

In questo quadro – per chiudere con una nota ancora più affliggente – ecco che torna anche il nucleare, sia quello “civile”, sdoganato come stampella necessaria alla svolta energetica, sia la minaccia dell’altro. La spirale bellicista può portare lì. Lo dice, tra gli altri, Tommaso di Francesco, in un recente articolo (Stranamore è tornato, e non è un film, «il manifesto», 16 febbraio 2024): «la deriva militarista dell’intera Europa ora si ammanta di una generale vocazione atomica, con l’inedita situazione – la Francia ha già la force de frappe e la Gran Bretagna ormai extra Unione è dotata di armamento nucleare – che vede la Germania con il ministro delle finanze Lindner e ora anche i militari della Polonia, interrogarsi sulla necessità concreta del deterrente nucleare. (…) Se la pace e il futuro sono minacciati, proprio in presenza di una guerra feroce di trincea ormai portata anche sul suolo russo, l’unica possibilità è riavvolgere il nastro dei dieci anni di conflitto – da Maidan 2014, Crimea, guerra civile per il Donbass – e dei due dall’aggressione di Putin del 24 febbraio 2022 – per trovare termini di trattativa e non più l’impossibile “vittoria”, come dimostrano questi due anni di massacro, per Kiev e per Mosca. Altrimenti?

Altrimenti diventa inevitabile la prospettiva di un confronto atomico in Europa – impari di fronte alle migliaia di testate russe operative rispetto alle centinaia di Francia e Gran Bretagna, ma a quel punto, a Trattati internazionali stracciati – e siamo a buon punto – perché escludere le migliaia di testate statunitensi? O come ha proposto un ministro israeliano del governo Netanyahu, la soluzione atomica anche per i palestinesi di Gaza? Ma così fan tutti.

E la parola d’ordine sulla bocca dei leader europei sembra essere: “Prepara la guerra” – ma di che elezioni europee stiamo parlando, di quelle del Day After? Stranamore è tornato. E non è un film».

Lo scorso 27 febbraio Macron parlava di mandare truppe in Ucraina. Allegria!

Il “Grande Balzo in avanti” della Cina maoista, a cui il titolo si richiama solo per l’immagine, si è rivelato un disastro. Questo Grande Balzo all’indietro, che si inserisce in una più ampia Grande Regressione, mostra già la sua natura catastrofica.

Articolo scritto per il n.54 della rivista “Nonviolenza”
Nell’immagine: la “Control room” del film “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” di Stanley Kubrick (1964)


Peggio della crisi dei missili a Cuba. Biden tentenna, Putin non si ferma

 

Di Domenico Quirico, La Stampa

L’Apocalisse minaccia. Di solito non è possibile vederla a occhio nudo, è sotto terra o sotto il mare, nella pancia dei sottomarini. Al massimo allude, con i dinosauri missilistici esibiti nelle parate militari. Come l’Inferno, è invisibile, sta lì, immobile, silenziosa, una bonaccia che dura da più di settanta anni. La Bomba è una prigionia senza filo spinato. Come per quella dell’Evangelista e del suo ventisettesimo e ultimo Libro, su di Lei son zeppi gli scaffali delle biblioteche: trattati e analisi, scienza e politica, ben più espliciti che i famosi Sette Segni… Ammoniscono: guardate che ci vuol nulla per sprofondare nel cuore della notte, il rifugio, per questo bombardamento, non basterà a sopravvivere.

Sì, l’Apocalisse nucleare, come la morte, è l’unica esperienza, questa collettiva, universale, di cui non si può fare una esperienza. La si può percepire solo sotto forma di angoscia, di presentimento, o forse di desiderio funesto di dissolversi. L’Apocalisse atomica è una specie di contraddizione logica, un futuro anteriore.</CW>

Sarà per questo che da quando è iniziata la guerra in Ucraina tra la Russia e l’Occidente l’unico a farne cenno, con la brutalità del ruolo che si è assunto dal 24 febbraio del 2022 di eversore di tutto ciò che pareva consolidato nello scenario del mondo, è uno dei detentori dell’Apocalisse, Putin. Ancora ieri: «… Se la nostra sovranità sarà messa in pericolo allora le useremo le nostre atomiche…».

Gli altri, Biden, Macron, Sunak, che pure la guerra normale alimentano e come qualcuno ingenuamente confessa, già la stanno combattendo sul campo scavalcando i pudori della non belligeranza, non ne parlano mai: come fosse qualcosa di impossibile, una arma propagandistica caricata a salve, sfogo gradasso del male assoluto barricato al Cremlino.

Strano: i padroni del mondo occidentale, tutti quelli che si eccitano l’un l’altro con la vittoria del bene sul male e incitano gli ucraini, che lottano per esistere, a non mollare di un centimetro in questa sfida metafisica a cui hanno ceduto volentieri loro il posto d’onore, quello delle cannonate e dei martiri, nessuno vuol vedere, nessuno vuole udire. Non è detto cioè che funzioni l’happy end della vertiginosa sfida per Cuba del 1962: fino a qui ma non oltre. Quella corsa a un millimetro dalla guerra atomica si fermò perché Usa e Urss decisero che una pedina nello scacchiere della Guerra fredda non era abbastanza importante da farla precipitare appunto nella Apocalisse. Ma Putin non è Kruscev, i Caraibi sommariamente marxisti del logorroico Leader maximo (uno Zelensky tropicale) non sono la Crimea o il Donbass. Perché queste sono le sovranità intoccabili a cui allude sinistramente Putin.

La verità è che si omette per tenere il fronte unito, per evitare che le opinioni pubbliche pongano troppe imbarazzanti domande: sapete qual è il punto finale? Ci si stordisce di sicurezze, si crede a ciò che si dà per certo senza averne le prove: non oserà, l’imperialista post sovietico, conosce i suoi limiti e che sarebbe subito annientato…

Nel caso di un rischio di guerra atomica anche il silenzio è un atto. Si deve prendere in considerazione la morte e il nulla. Improvvisamente la definizione umana che abbiamo prestato alle cose, anche alla guerra, scompare ed esse ci guardano con la primitiva estraneità di solito velata di illusioni. Forse è davvero troppo chiedere a mediocri come Biden o a ossessi della potenza come Putin di accorgersi che si è trascinati ogni giorno entro una striscia di tenebre come un Oreste con gli urli lontani delle Furie alle spalle.

La civiltà ha uno strato sottile, basta la pioggia per cancellarla come ci ha insegnato il Novecento. Bisogna forzarli allora i signori della Bomba. Ci vuole un terrorismo dello sguardo, costringerli a guardare cosa la guerra ha già prodotto in vite falciate lungo le rive del Dniepr, quelle che avevano una buona causa e quelle che non ce l’avevano, e ne hanno forse ancor più diritto perché sole, diritto di veder spezzato il pane della pietà.

Ci vuole un ritorno di riflessi militanti, partire in crociata contro coloro che insegnano a odiare dalle due parti, stabilire che non si ha nulla a che fare con loro, con le loro allucinazioni e sciocchezze che il flagello ha scatenato. Buona metafora, tutto sommato, del ruolo degli intellettuali. Peccato che siano quasi tutti arruolati, ansiosi di fare i portaordini di pericolose illusioni.

Il Papa non chiude gli occhi nonostante sia crocifisso da interpreti sgangherati. E usa per la inutile strage le parole di un altro Papa. Quando infuriava il macello della Grande Guerra.

Nell’immagine: una donna posa a Mosca per una foto con un cartonato di Vlaidimir Putin 


Il senso di colpa, Gaza e la Shoah

 

Iain Chambers, il manifesto

Il muro che apparentemente separa l’opinione ufficiale dei paesi occidentali – governi, agenzie culturali e mediatiche – dal sostegno ai palestinesi, in questo momento storico, è fatto di storie profondamente radicate; ma quando il potere parla sempre e solo al potere, cercando di monopolizzare il lessico politico e pretendendo di fornire una spiegazione onnicomprensiva, allora diventa imperativo rompere questa morsa. Il muro è quello della Shoah e del giusto senso di colpa occidentale, che tuttavia blocca ogni discussione sulla formazione storica della questione ebraica e palestinese. Su questo giornale ho spesso insistito sulla costituzione coloniale delle nostre lingue, delle nostre politiche e persino della nostra capacità di comprendere.

E ho suggerito che ascoltare le voci di Aimé Césaire, Frantz Fanon e Edward Said, o di Assia Djebar, Sylvia Wynter e Denise Ferreira da Silva, o la molteplicità di voci indigene che arrivano dai quattro angoli del pianeta, non significa semplicemente registrare l’esistenza dell’altro, che peraltro rifiuta di sentirsi da noi autorizzato a parlare, ma implica anche riconoscere il loro diritto ai diritti, e la necessità di lavorare su questo presupposto. Insistere sul nostro accesso privilegiato alla verità e ai mezzi per comprenderla significa autorizzare implicitamente un regime politico e culturale di apartheid. È razzismo.

L’organizzazione industrializzata del genocidio che è avvenuta sul suolo europeo contro una parte etnicamente identificata della popolazione nativa, oltre a rivelarci la banale continuità della nostra istanza omicida – notoriamente evocata da Hannah Arendt, poi da Zygmunt Bauman e più recentemente messa in scena nello sconvolgente film di Jonathan Glazer La zona d’interesse – deve anche rimandarci alla profondità degli archivi, per confrontarci con le strategie attraverso le quali, nei secoli e in ogni angolo del mondo, l’Europa ha sistematicamente massacrato coloro che considerava inferiori, stabilendo qual era la misura della ‘civiltà’ e del ‘progresso’ occidentali al di sotto della quale le persone potevano essere legittimamente sfruttate fino alla morte, oppure abbandonate alla fine implicita nella capitalizzazione del controllo territoriale e dell’identità nazionale.

Questo non per relativizzare la Shoah, bensì – anzi – per insistere sul riflesso critico che da essa si propaga sugli abissi inquieti di storie più profonde e più lunghe. La possibilità che la Shoah si verificasse non è stata né frutto di un qualche spontaneismo della Storia, né conseguenza del disfacimento della cultura tedesca: covava da secoli nell’antisemitismo europeo, era stata seminata dal fondamentalismo cristiano, e poi ‘secolarizzata’ e resa moderna nel corso del XIX secolo dal nazionalismo, dalla versione più scientifica del razzismo e dall’imperialismo; che a loro volta, e non così paradossalmente come potrebbe sembrare, hanno fornito strumenti e linguaggio al progetto coloniale del sionismo.

È una storia oscura, intricata e profondamente europea, eppure una ennesima impennata colonialista ha fatto sì che siano gli arabi, e i palestinesi in particolare, a convivere con le sue conseguenze omicide. È a questo punto che si rende necessario rivedere il senso di colpa occidentale per l’Olocausto, come del resto hanno già cominciato a fare, da decenni, alcuni storici e pensatori critici, ebrei e non, sulla base di una documentazione analitica della Storia ormai facilmente reperibile. A conferma di quanto sia stato centrale nella formazione del pensiero occidentale il contributo di certa critica ebraica, vorrei ricordare l’insistenzadi Sigmund Freud su quanto di rimosso c’è nel sottrarsi alla possibilità di usare proprio la Shoah (e Israele come sua conseguenza) per registrare la dominante coloniale del presente.

Se il nostro narcisismo ci rende disponibili esclusivamente a segnalare la perdita di milioni di persone uccise – sia nei campi di sterminio europei sia nei genocidi coloniali – ratificandone il lutto ma non elaborandolo, resteremo ancorati alla nostra malinconia e nient’altro. La necessità di insistere, invece, su nessi storici apparentemente innominabili nel discorso comune, allo scopo di non farci inghiottire nel rimosso di un passato che si vuole svuotato di ogni significato, se non quello ratificato dalla nostra sovranità sul presente (e sul futuro), suggerisce che il senso di colpa può essere un punto di partenza, non di arrivo.

Assumersi questo onere critico e politico comporterà, allora, il fatto di restituire all’Occidente la responsabilità diretta del genocidio in corso a Gaza e del regno del terrore in Cisgiordania. Altrimenti, difendere Israele si risolverà nel trovare una nuova legittimazione al meccanismo stesso – la costituzione coloniale della modernità occidentale – che ha reso possibile l’Olocausto.

Nell’immagine: una scena del film “La zona di interesse”, di Jonathan Glazer


Le elezioni farsa nella Russia di Putin, dove l’opposizione è stata annientata

 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Alle 12 di domenica 17 marzo si deciderà se in Russia esiste ancora un’opposizione, o se Vladimir Putin trascorrerà i prossimi sei anni a concludere la sua opera di eliminazione di qualunque dissenso. Le “elezioni” del presidente russo non presentano nessun intrigo: il nome del vincitore si sapeva ancora da prima che venissero indette, e tutto il processo, dall’ammissione dei candidati alla corsa alla campagna elettorale alle procedure di voto allo spoglio delle schede, è interamente controllato dal Cremlino e dalla sua “verticale di potere” edificata nel quarto di secolo precedente. Il Putin-2024 deve battere il Putin-2018, che aveva conquistato il 76% dei consensi con il 67% di affluenza, e l’unica incognita sulle percentuali può derivare dalla nomenclatura del regime, ansiosa di estrarre dalle urne risultati talmente alti da guadagnarsi una promozione nei ranghi di Russia Unita.

Eppure, alla vigilia di un voto scontato la tensione sta crescendo, perché esiste ancora un’incognita: quanti russi, e in quali modi, vorranno e riusciranno a mostrare il loro dissenso, aderendo all’appuntamento «alle 12 del 17» indetto nei seggi dai leader dell’opposizione, rovinando le schede o votando per gli altri tre candidati, come propongono i critici del regime, come chiamano a fare i seguaci di Alexei Navalny guidati dalla sua vedova Yulia, e come ha indicato lo stesso politico, nell’ultima lettera inviata ai collaboratori prima di morire in carcere, il 16 febbraio scorso. I suoi funerali, invece di segnare la sepoltura dell’idea stessa della protesta in Russia, hanno mostrato insperatamente che lo scontento esiste ancora. Ora si tratta di ripartire da qui, dal punto più basso, non per sfidare il dittatore, ma soltanto per mostrare di esistere ancora, di far durare lo spirito di unità dei funerali per più di due settimane, trasformarlo in qualcosa che possa ispirare una galassia divisa e scoraggiata.

Le grandi purghe putiniane sono iniziate ancora prima dell’invasione dell’Ucraina, con l’arresto di Navalny nel 2021, e oggi i critici del Cremlino sono prevalentemente in esilio all’estero, in carcere, o ridotti a un silenzio terrorizzato. Un’azione politica legale e pacifica non è più praticabile: non si può scendere in piazza, non si può correre alle elezioni, non ci si può esprimere. Lo scontento è diffuso, ma organizzarlo appare impossibile: i politici e intellettuali della protesta abitano in Europa e su Youtube, quelli che vorrebbero motivare a mostrarsi al regime sono in Russia, e rischiano – la carriera, la scuola, la libertà – in assenza di programmi e speranze.

Per questo il movimento del dissenso finalmente unito dalla morte di Navalny prova a rinascere da un rito semplice e primitivo, quello della testimonianza fisica, silenziosa, priva di simboli, quasi clandestina, che però dovrebbe rompere l’immagine della unanimità putinista. Potrebbe essere una mossa ingenua – a meno di una mobilitazione di massa, sarà difficile distinguere i dissidenti dagli altri elettori – e anche pericolosa. Ma gli spazi della legalità in Russia sono ormai quasi inesistenti, e il programma minimo della sopravvivenza oggi è quello del darsi un appuntamento per guardarsi in faccia, per contarsi, per scoprire di non essere soli e isolati. In assenza di leader, la protesta non può che assumere il volto dei suoi partecipanti “ordinari”. Se non ci riuscirà, ai russi che non sono d’accordo con Putin non rimarrà che sperare che «un giorno tutto questo finirà», una frase diventata ormai leitmotiv di conversazioni e social, in un triste ritornello di impotenza e rassegnazione.


El Salvador: Nayib Bukele vince ma perde la faccia

 

Mai aveva osato tanto l’appena riconfermato presidente di El Salvador, Nayib Bukele, postando un tweet dove assicura di “poter risolvere” la gravissima crisi in corso nella vicina Haiti, sconquassata dalle gang giovanili [vedi nota]. Sempre e quando, ha precisato, venga disposta una relativa “risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, condivisa dal governo haitiano”. Oltre che la “copertura delle conseguenti spese della missione”.

Uno spregiudicato azzardo, da esagerata considerazione di sé, che giunge solo due settimane dopo la partecipazione nel Maryland a una convention di conservatori trumpisti (che ha peraltro sconfessato il suo essere “né di destra né di sinistra”) dove Bukele si è avventurato a suggerire agli Stati Uniti: “fate come me” se volete salvarvi dal diffondersi della violenza e della criminalità.

Per esempio decretando lo “stato di eccezione”, ininterrottamente vigente dal 2022 in El Salvador e rinnovato proprio l’altro giorno, con la relativa sospensione delle garanzie costituzionali.

Il 42enne presidente Nayib ha costruito del resto la sua popolarità proprio da allora incarcerando oltre 78mila giovani delle pandillas che controllavano a suon di estorsioni le disperate periferie delle città. Certo, col risultato di far precipitare il tasso di omicidi per centomila abitanti. Ma convertendo al contempo El Salvador nel paese al mondo con la più alta percentuale di popolazione (l’1,4%) in galera; facendone costruire il penitenziario più grande (40mila detenuti).

Viene da chiedersi quanti di quei reclusi (dodicenni compresi) siano in realtà effettivamente colpevoli quando sottoposti a indagini e processi sommari e di gruppo. Con le varie entità internazionali (Amnesty in testa) a denunciare la sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Di cui sono rimasti vittima anche la società civile organizzata e i giornalisti della libera stampa, costretti via via ad abbandonare il paese. Come la giovane redazione di El Faro, primo periodico digitale dell’America Latina; e il suo direttore Carlos Dada.

In questo modo il “dittatore più cool”, come si autodefinisce Bukele, è assurto col suo esclusivo clan (pure familiare) a modello per altri neopresidenti ultrapopulisti del subcontinente quali l’argentino Javier Milei o l’ecuadoriano Daniel Noboa.

La maratona elettorale

È in questo clima di militarizzazione di fatto del paese che si è tenuta in El Salvador la maratona elettorale iniziata con le presidenziali e parlamentari del 4 febbraio scorso e conclusasi il 3 marzo ultimo con il rinnovo di sindaci, consigli municipali e deputati al Parlamento Centroamericano. Consultazioni dall’esito scontatamente in favore del partito Nuevas Ideas, oltre che del suo fondatore Bukele. Che per farsi rieleggere alla massima carica dello stato ha violato la carta magna che ne proibiva tassativamente la ricandidatura. Salvo autosospendersi e farsi sostituire fittiziamente negli ultimi sei mesi di mandato.

Paradosso vuole che quella che per Bukele avrebbe dovuto essere una trionfale e plebiscitaria riaffermazione si è convertita in un incredibile flop.

La sera di domenica 4 febbraio infatti, dopo appena due d’ore dalla chiusura dei seggi e con tanto di consorte al suo fianco, si era già solennemente affacciato dal balcone del Palacio Nacional  autoproclamandosi vincitore con l’85% delle preferenze e facendo appena in tempo ad annunciare pure che il suo partito avrebbe ottenuto 58 deputati su 60. Quando il sistema informatico di conteggio è andato in tilt senza mai più rifunzionare.

C’è voluta un’intera settimana perché arrivassero i risultati che lo sancivano di nuovo alla guida del paese con un 82%. Ma a quel punto “presunto”, visto che nel frattempo ai seggi e nella sede centrale dello scrutinio (invasi da militanti della sua organizzazione) si erano consumate infinite irregolarità: furti di urne, manomissione di schede e plateali inosservanze delle procedure. Con gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani a segnalare la “mancanza di controlli da parte del Tribunale Supremo Elettorale (TSE)”, scavalcato dall’“atteggiamento dominante e intimidatorio dei rappresentanti di Nuevas Ideas”. E raccomandandosi di “correggere gli innumerevoli malfunzionamenti logistici”.

Solo alla vigilia dell’appuntamento delle amministrative, in extremis e a rischio che dovessero essere posticipate, è arrivato anche il verdetto delle parlamentari. Secondo il quale Nuevas Ideas avrebbe accresciuto il controllo dai due terzi ai tre quarti degli scranni (54 su 60) assicurando a Bukele la (in ogni caso) arbitraria subalternità del potere giudiziario sin qui goduta; potendo nominare, fra gli altri, Corte Suprema di Giustizia, Corte dei Conti e TSE.

Ma chi può garantire che quella super maggioranza sia stata reale? Pur senza voler mettere in discussione il successo di Bukele e del suo partito, che hanno ridotto ai minimi termini l’antico bipartitismo, con due seggi alla destra di ARENA e lo “zero” all’ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (tra le cui fila era stato peraltro eletto sindaco della capitale nel 2015 per poi esserne espulso).

E soprattutto, quanti salvadoregni sono andati effettivamente a votare? Il 52%, come sostiene l’entourage governativo? O, a fatica, il 40% come indicano più affidabili fonti indipendenti? O si sarebbe registrato addirittura un 71% di astensionismo (comprendendo schede bianche e nulle) come assicurano gli oppositori più critici (che ne chiedono l’annullamento)? Non si saprà mai. Salvo comprendere, a posteriori, perché un preoccupato Bukele, ben prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale, fosse apparso in tv alla nazione esortando la popolazione a recarsi alle urne.

Insomma un gran caos del sistema elettorale, montato paradossalmente dal primo presidente millennial latinoamericano, iper twittero / informatico / digitale; ridotto a contare i voti manualmente, uno per uno. Mettendo in seria discussione la credibilità e il marcato consenso che gli davano i sondaggi della vigilia.

Spentisi i riflettori internazionali su presidenziali e legislative, l’ultimo oltre che relativamente meno importante (e seguito) appuntamento del tour de force elettorale [per i 44 sindaci e consigli comunali del Paese, e per i 20 deputati di El Salvador al Parlamento Centroamericano, ndr] si è svolto celermente e fornendo risultati più verosimili. Innanzitutto per aver registrato un’affluenza ben al di sotto del 30%. E poi perché Nuevas Ideas ha ottenuto 13 su 20 seggi nell’assise centroamericana (invece dei 54 su 60 al parlamento nazionale). Così come ha conquistato il controllo diretto di “soli” 26 dei 44 comuni in palio. Anche qui tenendo conto che Bukele aveva drasticamente sforbiciato d’autorità il numero dei municipi che erano sempre stati 262, ridisegnando ad hoc i nuovi 44 collegi elettorali in funzione della propria formazione politica.

Ciò nonostante Bukele ha voluto ostentare forzatamente con orgoglio “il record della prima democrazia al mondo a partito unico”. Anche se il suo riconfermato vice, Felix Ulloa, in una precedente intervista al New York Times aveva parlato di “eliminazione della democrazia in El Salvador”. Che è poi la stessa cosa.

Oltre a enfatizzare suoi tratti reazionari un tempo pressoché sconosciuti. Come la strenua difesa della legge che proibisce qualsiasi tipo di aborto in El Salvador (con decine di giovani donne a scontare in carcere fino a trent’anni) e rilanciando ringalluzzito la messa al bando di ogni “ideologia di genere” nelle scuole.

Di fatto però lo sfoggio propagandistico di Bukele ha finito col tramutarsi nella sua nemesi, come ha sottolineato il padre Rodolfo Cardenal, direttore del Centro Oscar Romero dell’Università Centroamericana dei gesuiti di San Salvador, anch’essa sotto il mirino dell’aspirante autocrate. Che “senza averne bisogno ha messo a repentaglio la propria popolarità con approssimazione, dilettantismo e delirio di potere; eccedendo nell’uso della manita (manina) come ai tempi dei passati regimi militari”. Proprio lui che da “negazionista” ha definito gli storici accordi di pace fra esercito e guerriglia del 1992 (dopo dodici anni di sanguinosa guerra civile) “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”.

Così che dal primo giugno prossimo (data di reinsediamento per un secondo quinquennio) al campione dell’antipolitica Bukele, cui deve essere riconosciuto di aver risollevato i salvadoregni in quanto a sicurezza (ma al prezzo di un azzeramento dello stato di diritto) non resta che una sola alternativa per recuperare in affidabilità. Abolire innanzitutto la normalità dello “stato di eccezione”. Per poi darsi da fare per migliorare le miserie condizioni di vita dei salvadoregni, perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%.

E non certo ripartendo pacchi di alimenti (regalati dai cinesi) come ha fatto durante la recente campagna elettorale. O sottraendo a prestito dal fondo pensioni nazionale denari per l’erario pubblico. E men che meno ricorrendo a scorciatoie come l’aver dato corso dal 2021 (prima nazione al mondo) al bitcoin, invertendovi impropriamente 105 milioni di risorse pubbliche in un mercato esclusivamente speculativo (pur attualmente in rialzo). E soprattutto illudendosi che le rimesse familiari degli emigrati (che ammontano al 26% del pil) sarebbero entrate nel fraudolento circuito della criptomoneta. Con tanto di curioso gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.

Bensì introducendo finalmente qualche imposta diretta sui settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate. E varando salari minimi dignitosi. Per ridurre disuguaglianze sociali pazzesche sulle quali, nel suo primo mandato, non ha fatto pressoché nulla.

Altra raccomandazione gli è venuta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani con sede a Ginevra: “ripristinare la separazione dei poteri dello stato”.

Anche se, per ora, dopo aver criticato nel passato le pluri-postulazioni dei vicini Daniel Ortega in Nicaragua e dell’ex narcopresidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, Bukele si è solo limitato a promettere che non si ricandiderà per una terza volta. Gli basterà, assicura, “aver incamminato El Salvador in questo percorso di cambiamento irreversibile”.

Nota: Port au Prince e il resto del paese sono in balia di decine di gang armate che la scorsa settimana hanno fatto irruzione nel più grande carcere della capitale, liberando 4.500 detenuti. Con il primo ministro Ariel Henry che ha appena dato le dimissioni ed è riparato all’estero. Mentre le Nazioni Unite avrebbero disposto dall’ottobre scorso una missione multinazionale di sicurezza (capeggiata da militari del Kenya) che non è stata ancora dispiegata. Nel 2021 lo stesso presidente Jovenel Moise era rimasto vittima di un attentato.

Nell’immagine: digital Bukele


E continuano a chiamarla separazione dei poteri

 

Una serie di “scivoloni” (come sono stati chiamati con notevole immaginazione eufemistica) in occasione delle recenti nomine di procuratori pubblici e giudici hanno rilanciato la questione del rapporto tra potere giudiziario e potere politico. [Se ne è occupato, in questa sede, anche Carlo Lepori con un intervento che giudicava la questione come “sterile polemica, inopportuna e strumentale”, ndr].

L’opinione dominante vuole (ed è quanto si insegna nelle lezioni di civica che i nostri studenti devono sciropparsi per gentile concessione del Parlamento) che il potere giudiziario sia un potere indipendente che esercita il proprio ruolo al di fuori di qualsiasi condizionamento politico o partitico: unici punti di riferimento sono le leggi e la giurisprudenza. È evidente che le cose non stanno così e l’elezione dei magistrati ne è una netta dimostrazione.

In Ticino è il potere legislativo a eleggere i magistrati. Ma non lo fa, questo ormai nessuno osa più contestarlo, sulla base di criteri “oggettivi”: formazione, esperienza, competenza, ecc. No, ad essere determinante è l’appartenenza partitica e ogni formazione presente in governo “ha diritto” a un numero di magistrati pari alla propria forza elettorale.

Qualcuno afferma che il Parlamento, in realtà, ha grande possibilità di scelta poiché tra tutti coloro che concorrono per un posto (sulla base di un pubblico concorso) vi è una commissione di esperti che opera una selezione segnalando al Parlamento i nomi di coloro che considera “idonei” ad assumere la carica di magistrato. L’operato della commissione di esperti si è tuttavia sempre più inchinata, da molti anni a questa parte, alla logica della spartizione partitica, come ha di fatto ammesso di recente uno dei suoi membri (Mauro Dell’Ambrogio), ponendo l’”asticella” (è una sua espressione) a un livello tale da permettere ai partiti di essere i protagonisti delle scelte definitive sulla base dei criteri di spartizione.

Quanto successo negli scorsi giorni non è altro che una variante peggiore di uno spettacolo – spesso altrettanto indecente – che abbiamo vissuto a più riprese negli scorsi anni. E a farla da padrona è sempre stata la discussione sui criteri di spartizione e mai sulle competenze o sull’esperienza dei diversi candidati. Questa volta, come detto, si è forse passato il segno. In un primo caso, è emerso un conflitto di interesse che ha coinvolto una deputata di primo piano della Lega, che peraltro ha annunciato ieri le proprie dimissioni da vice-capogruppo: un conflitto di interesse grande come una casa, ma sul quale l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio non ha avuto nulla da dire, né tantomeno si è sentito in dovere di spiegare quali riflessioni lo abbiano portato a simile conclusione; in un secondo caso, la candidata alla carica di giudice (per la quale si richiede equilibrio, maturità, discrezione, etc.) è arrivata a indicare – nel curriculum vitae che accompagnava la propria candidatura – il fidanzato (attualmente magistrato!) come referenza!
Ma questi, come detto, sono solo “scivoloni”; da ormai un decennio assistiamo, elezione dopo elezione di magistrati, a una battaglia che si sviluppa per settimane all’interno delle commissioni e poi dello stesso Gran Consiglio al momento della votazione, spesso tra i candidati facenti riferimento ai diversi partiti, altre volte addirittura tra candidati che fanno riferimento allo stesso partito. Tutti, naturalmente, “idonei”.

La realtà è che non esiste di fatto nessuna “indipendenza” del potere giudiziario. Il potere legislativo proietta nella scelta degli esponenti del potere giudiziario i rapporti di forza tra i partiti, costruendo un potere giudiziario a propria immagine e somiglianza.

È questo il nodo fondamentale che i partiti di governo (tutti) non vogliono sciogliere, per la semplice ragione che non vogliono rinunciare alla propria “fetta” all’interno del potere giudiziario. Questo spiega anche perché da anni – pur di fronte a proposte che potrebbero modificare l’attuale sistema – nulla è cambiato. Si potrebbe pensare che questo immobilismo sia dovuto solo, o principalmente, all’incapacità dei rappresentanti di questi partiti; in realtà, nessuno vuole fare il primo passo, soprattutto pensando a quale partito dovrebbe andare il prossimo magistrato da eleggere…

Quanto succede nella magistratura non deve sorprendere: lo Stato conosce altri enti fondamentali (da BancaStato all’Ente Ospedaliero Cantonale – EOC) che sono governati con questo stesso metodo spartitorio. Vi sono state circostanze nelle quali anche sul rinnovo degli organismi dirigenti di questi enti il Gran Consiglio ha offerto uno spettacolo penoso: basti ricordare l’ultima elezione del consiglio di amministrazione dell’EOC.

Fino a quando i partiti di governo (e non solo quelli, visto che anche altri partiti – sostenendo che per il fatto di essere un gruppo parlamentare hanno il diritto a partecipare alla spartizione delle cariche – non rinunceranno a mettere le mani sul potere giudiziario, non vi saranno cambiamenti significativi e le sceneggiate sulle nomine continueranno a essere all’ordine del giorno.

Se i partiti rinunceranno a questi metodi, sarà possibile iniziare una discussione seria su metodi alternativi utilizzabili per rendere operativo e totalmente indipendente il potere giudiziario. L’MPS ha, ad esempio, proposto che – partendo dai candidati e dalle candidate scelti/e dalla commissione di esperti, sicuramente sulla base di rinnovato vigore e serietà – si proceda con un’estrazione a sorte; potrebbero però entrare in linea di conto anche altre soluzioni: ad esempio, demandare alla commissione di esperti la scelta definitiva dei magistrati e affidare al Parlamento il compito di ratificare tali nomine, con la possibilità di non farlo solo nel caso di gravi ed evidenti motivi.

Ma tutto questo, lo ripeto, solo una volta che i partiti decideranno che la magistratura non deve più essere “cosa loro”.

Giuseppe Sergi è coordinatore MPS e membro del Gran Consiglio
Nell’immagine: quanto in alto l’asticella?


Più che qualificata ma… è donna!

 

Poteva sembrare uno scherzo – forse un po’ di cattivo gusto – ma così non era: proprio nel giorno in cui tutti celebravano la Giornata internazionale della donna, la triste realtà confermata dalla Città di Lugano è che alla direzione dei propri dipartimenti (o enti partecipati) di ambito culturale possono aspirare soltanto professionisti di genere maschile.

Così era già stato per le nomine e le conferme alla direzione generale del LAC, della Divisione attività culturali, della Divisione eventi e congressi, del MASI e del settore teatrale del LAC. Così è stato – notizia dell’8 marzo scorso – anche per la direzione del neonato settore musica del LAC: al termine di un lungo processo di selezione è infatti stato scelto Andrea Amarante.

E sì che questa volta di candidature femminili forti non si può dire che non ce ne fossero, come ha potuto verificare nella fase finale dei colloqui anche il vicesindaco Roberto Badaracco, oltre ovviamente alla giuria (anch’essa tutta al maschile, ça va sans dire) deputata alla selezione.

Ne basti citare almeno una, di candidatura femminile valida: quella di una professionista ticinese da anni impiegata presso la Confederazione nel ruolo di maggior responsabilità per le discipline musicali. Una competenza e una responsabilità dimostrate sul campo che, spiace annotarlo, risaltano come ben maggiori rispetto a quelle portate in dote dal candidato invece prescelto (che nell’impiego attuale può vantare la nona posizione gerarchica nell’organigramma della Luzerner Sinfonieorchester), senza contare che la candidata ticinese (sempre a differenza del prescelto, attivo unicamente in ambito classico) incarna anche quella conoscenza della musica contemporanea e apertura a tutte le forme musicali attuali che il «Capitolato di concorso pubblico per l’assunzione del/della direttore/direttrice artistico/a per il settore musica del LAC Lugano arte e cultura» poneva come requisito per l’assunzione.

Poco importa, per la diretta interessata, che le cose siano andate così: appena ricevuta dal LAC la notizia della mancata nomina ha infatti firmato un contratto come direttrice artistica per un nuovo e ambizioso progetto musicale di un’altra città svizzera. L’ennesima “fuga di cervelli” cui ci vediamo confrontati e di cui non possiamo che rammaricarci chiedendoci come sia potuto succedere.

La vera domanda che però ci si deve porre – e a cui i diretti interessati prima o poi dovranno rispondere – è la seguente: oltre alle inappuntabili qualifiche professionali quali altre doti deve avere una donna per poter aspirare a un ruolo di responsabilità culturale nella Città di Lugano e nel suo bellissimo centro culturale, così tanto spesso decantato come all’avanguardia rispetto al contesto nazionale ed europeo?

Nota: rammentiamo che durante le sedute del Consiglio Comunale del 26.9.2022, in occasione dello stanziamento dei sostanziosi crediti con cui LuganoMusica potrà creare il suo cartellone, il gruppo dei Verdi segnalò la necessità di aprirsi a tutte le forme della musica attuale e di uscire dalla nicchia elitaria della musica classica tout court. Peccato notare come questi appelli siano rimasti inascoltati e il Legislativo sia di fatto ignorato dal Municipio. 

Marisa Mengotti è consigliera comunale dei Verdi a Lugano
Nell’immagine: sala pronta… per quale musica?


Intelligenza artificiale, dalle attività vietate alla sicurezza: ecco cosa cambia con la nuova legge Ue

 

Di Marco Bresolin, La Stampa

Le attività vietate

Uno degli aspetti più controversi durante il negoziato per la legge sull’intelligenza artificiale (IA) ha riguardato la modalità di utilizzare dati biometrici per il riconoscimento facciale delle persone. Il nuovo quadro normativo mette fuori legge alcune applicazioni dell’IA, come ad esempio la possibilità di estrapolare indiscriminatamente le immagini dei volti da internet oppure dalle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso con l’obiettivo di creare banche dati per il riconoscimento facciale. Allo stesso modo, non saprà possibile utilizzare sistemi per il riconoscimento delle emozioni sui luoghi di lavoro o nelle scuole e nemmeno il “social scoring”, che prevede di assegnare un punteggio ai cittadini in base al loro comportamento. Tutti questi divieti si applicheranno già a sei mesi dalla pubblicazione del regolamento nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.

La questione sicurezza

Durante le trattative in sede di trilogo, alcuni governi hanno insistito per fissare divieti meno rigidi sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nel campo della sicurezza, mentre gli eurodeputati hanno cercato di far prevalere il rispetto della privacy. Le norme concordate stabiliscono che non sono ammesse le pratiche di “polizia predittiva”, quelle basate sull’analisi del rischio in base alla profilazione e alle caratteristiche di una persona, e che le forze dell’ordine in linea generale non potranno usare sistemi di identificazione biometrica in spazi pubblici. Ma ci sono chiaramente delle eccezioni: l’identificazione in tempo reale sarà consentita solo se limitata nel tempo, nello spazio e in seguito a un’autorizzazione giudiziaria o amministrativa. Sarà dunque possibile fare ricorso a questi sistemi per esempio per cercare delle persone scomparse o per prevenire un attentato terroristico.

I sistemi ad alto rischio

Il regolamento fissa inoltre obblighi chiari per evitare che l’applicazione dell’intelligenza artificiale provochi danni significati in determinati settori come la salute, la sicurezza, i diritti fondamentali, l’ambiente, la democrazia e lo Stato di diritto. Ci dovrà essere una chiara “valutazione dei rischi” e dovrà essere garantita la sorveglianza umana ogni qualvolta tali sistemi saranno usati in determinati campi tra cui: le infrastrutture critiche, l’istruzione e la formazione professionale, l’occupazione, i servizi pubblici e privati di base, la migrazione, la gestione delle frontiere, la giustizia e i processi democratici come le elezioni. In tutti questi casi, i cittadini avranno il diritto di presentare reclami e ricevere spiegazioni in merito alle decisioni adottate sulla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Secondo Brando Benifei, capo-delegazione del Pd e relatore del provvedimento, la strada da fare in campo normativo durante la prossima legislatura è ancora lunga: «Abbiamo chiesto che ci sia una direttiva per le condizioni sul posto di lavoro e l’intelligenza artificiale e vogliamo che l’Europa investa nell’IA e faccia di più per la ricerca comune».

La trasparenza

Tra gli obblighi imposti alle applicazioni che utilizzano l’intelligenza artificiale c’è anche il dovere di trasparenza, per esempio per garantire il rispetto delle norme Ue sul diritto d’autore. Un elemento accolto con soddisfazione dall’Associazione italiana editori. «È importante – sostiene Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aie e di Confindustria cultura Italia – che siano previste regole chiare sulla trasparenza delle fonti utilizzate per addestrare gli algoritmi” anche per sapere se le opere “provengono da fonti legali e se i loro uso è stato autorizzato».

La libertà dei media

Con un provvedimento separato, l’Europarlamento ha approvato (464 sì, 92 no e 65 astensioni) anche il “Media freedom act”, un insieme di norme che punta a «proteggere i giornalisti e i media dalle ingerenze politiche ed economiche». Nel campo delle tutele, la normativa stabilisce che le autorità non potranno utilizzare perquisizioni e software spia per costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, anche se in caso di reati gravi (e previa autorizzazione della magistratura) i software spia saranno consentiti. Nel campo della trasparenza, tutte le testate dovranno pubblicare le informazioni relative ai loro proprietari all’interno di una banca dati nazionale. Ci sono poi norme che riguardano gli organi d’informazione pubblici: «Per evitare che siano strumentalizzati a scopi politici – spiega il Parlamento europeo – i loro dirigenti e membri del consiglio di amministrazione andranno selezionati per un mandato sufficientemente lungo sulla base di procedure trasparenti e non discriminatorie».

Nell’immagine: L’europarlamento al voto sull’Artificial Intelligence Act


La campagna europea di Putin

 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

La campagna europea di Vladimir Putin procede a ritmi accelerati ed a ridosso dell’Ucraina c’è un’altra nazione della regione del Mar Nero che teme di diventare preda delle mire di Mosca: la Moldavia.

L’accelerazione è avvenuta negli ultimi giorni. Prima il Parlamento della Transnistria e poi la leader della Gagauzia, Evghenia Gutul, hanno formalmente chiesto “protezione” a Mosca. Si tratta di due regioni moldave, ostili al governo di Chisinau. La Transnistria, ad Est, ospita dal 1992 un contingente militare di Mosca a garanzia dei 220 mila abitanti cittadini russi – circa la metà della popolazione – mentre la Gagauzia ha 150 mila residenti in maggioranza di etnia turca garantiti da un’autonomia locale che guarda alla Russia. Tanto l’appello da parte dei rappresentanti della Transnistria che la visita di Gutul a Sochi – dove ha incontrato il presidente Putin – hanno riproposto la dinamica di popolazioni russofone o filorusse che chiedono “aiuto” al Cremlino in maniera assai simile a quanto avvenuto in Crimea e Donbass nel caso dell’Ucraina e, in precedenza, in Abkhazia e Ossezia del Sud nel caso della Georgia. Si tratta di precedenti che fanno temere alla Moldavia una possibile aggressione militare, perché con motivazioni analoghe la Russia invase – ed ancora occupa – la Georgia nel 2008, giustificò l’annessione della Crimea nel 2014 ed anche l’attacco all’Ucraina nel 2022, che avvenne su formale richiesta delle repubbliche autonome del Donbass.

Ma non è tutto, perché c’è un’altra coincidenza: la Moldavia sta per iniziare i negoziati per l’adesione all’Unione Europea – sulla base della decisione presa da Bruxelles in dicembre – e proprio il tema dell’avvicinamento dell’Ucraina all’Ue fu nel 2013 alla genesi della “rivoluzione di Maidan”, ovvero la protesta di piazza contro l’improvvisa decisione dell’allora presidente Viktor Yanukovych di non firmare l’accordo di associazione con Bruxelles, preferendogli l’Unione economica euroasiatica con Mosca. Se a questo aggiungiamo la volontà dell’Unione Europea di aprire i negoziati di adesione con Ucraina e Moldavia proprio per proteggerle dalle minacce in arrivo dalla Russia, non è difficile arrivare alla conclusione che Transnistria e Gagauzia assomigliano molto a due pedine che Putin sta giocando sulla scacchiera del Mar Nero per ostacolare l’allargamento ad Est dell’Ue ed al contempo per ribadire la volontà strategica di ridisegnare l’architettura di sicurezza euroasiatica al fine di riportare sotto l’ombrello di Mosca tutti gli oltre 21 milioni di russofoni che dall’indomani del crollo dell’Urss vivono in nazioni limitrofe alla Federazione russa.

È uno scenario che allarma Ue e Nato, e spiega perché la premier moldava Maria Sandu si è recata a Parigi per incontrare il presidente Emmanuel Macron per suggellare un patto di collaborazione sulla difesa che assicura a Chisinau un immediato ombrello difensivo. Perché, come osserva il premier polacco Donald Tusk, “la minaccia russa nei confronti della Moldavia è un dato permanente”. D’altra parte, il premier moldavo Dorin Recean, nell’intervista che abbiamo pubblicato ieri, ha parlato a chiare lettere di una “guerra ibrida” lanciata da Mosca contro il suo Paese, con attacchi cyber, finanziamenti ed altri stratagemmi tesi ad alimentare l’”ansia della popolazione” in vista delle prossime presidenziali, puntando a favorire in ogni modo i partiti filorussi.

È interessante notare come tali mosse di Mosca coincidano con la campagna per le elezioni europee che, in giugno, porteranno alle nuove istituzioni di Bruxelles. Per il semplice motivo che nell’agenda della prossima Commissione Ue ci sarà il rafforzamento delle istituzioni comuni al fine di affrontare l’allargamento ad Est – Ucraina, Moldavia e Balcani Occidentali – mentre Mosca ha evidente interesse ad impedire che ciò avvenga e dunque opera su più tavoli: da un lato tenta di ostacolare il negoziato di Chisinau con Bruxelles, dall’altra accelera le operazioni militari in Ucraina per mettere sulla difensiva Volodymir Zelenski, e infine sostiene in maniera ibrida tutte quelle forze politiche europee – dall’Afd in Germania a Le Pen in Francia – ideologicamente contrarie ad una maggiore integrazione Ue.

Stiamo insomma assistendo ad una campagna europea di Putin tesa a indebolire quanto più possibile i partner della Ue, al fine non solo di pregiudicare la coesione interna della Nato ma anche di innescare una nuova dinamica sul Vecchio Continente, con Mosca interlocutrice privilegiata di tutte quelle forze politiche che credono nella resurrezione delle vecchie patrie nazionali. Ed è interessante notare come il Cremlino sappia rivolgersi ad ogni pubblico nazionale con modalità differenti, al fine di trovare ascolto e interlocutori, puntando ad esempio in Italia su volti comuni – studenti o artisti di strada – campagne social o siti Internet rudimentali per costruirsi una credibilità partendo dalle viscere dell’opinione pubblica. Tanto su questo fronte come su quello della Moldavia, Putin si muove con sicurezza e senza alcuna fretta. Lasciando trapelare la convinzione di avere il tempo dalla sua parte.

Per l’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea e presidente di turno del summit del G7, questa campagna europea di Putin si impone come un tema di primaria importanza per la sicurezza nazionale: saranno i prossimi mesi a dirci come intende affrontarlo.