

Ci sono voluti quattordici anni perché il Parlamento rivedesse la ripartizione dei costi della sanità tra i Cantoni e gli assicuratori malattia (EFAS), e quindi correggesse per l’ennesima volta la Legge sull’assicurazione malattia (LAMal). I sindacati hanno lanciato un referendum per opporsi a questa riforma. A giugno, il popolo dovrà votare su due iniziative volte a contenere i costi della sanità e a ridurre i premi delle assicurazioni sanitarie. Purtroppo, qualunque cosa esca dalle urne, non cambierà nulla di fondamentale. Per farci un’idea di cosa sarebbe più utile fare, abbiamo parlato con la professoressa Stéfanie Monod, da tempo impegnata con i pazienti e le autorità nel tentativo di far funzionare meglio il sistema.
Boas Erez: Sembra che stiamo raggiungendo i limiti del quadro stabilito nel 1994 con la LAMal. Nel suo ultimo libro, lei afferma che le riforme proposte da allora sono “cerotti su una gamba di legno”. Non suona molto accademico!
Stéfanie Monod: Sì, ma ho sentito il bisogno di sfogare la mia frustrazione. Per anni ho lottato con i pazienti e le amministrazioni implicate per soddisfare le esigenze delle persone e far funzionare meglio il sistema, e sono giunta alla convinzione che dobbiamo rivedere le fondamenta del nostro sistema sanitario. Senza una nuova visione, il resto è marginale. Ma non c’è spazio per un dibattito approfondito. Il Parlamento sta discutendo della LAMal e i partner tariffari stanno discutendo… delle tariffe. Di conseguenza, l’EFAS (Finanziamento uniforme delle cure ambulatoriali e stazionarie) sarà un progetto costoso che alla fine partorirà un topolino, e la revisione delle tariffe che si prospetta con il Tardoc non ci farà uscire dal finanziamento basato sulle prestazioni. Riforme di questo tipo rendono il sistema ancora più complesso e difficile da capire!
Come possiamo cambiare le fondamenta del sistema sanitario in modo consensuale?
Per cominciare, dobbiamo essere pronti a rompere con quello che Alain Berset ha definito il cartello del silenzio e dire, ad esempio, che il nostro sistema non è incentrato sulla salute, ma piuttosto sull’assistenza; quindi sottolineare che il sistema è falsamente democratico e che dobbiamo tornare alla Medicina con la M maiuscola, una Medicina umanista che non si concentri solo sulla tecnologia e sui servizi. Sarebbe un buon inizio!
Ripercorriamo questi punti.
Il nostro sistema si concentra sulla cura dei malati e sulla riparazione della salute, ma non sulla produzione di salute. Eppure la nostra salute è determinata da molti fattori diversi dai trattamenti medici e dai farmaci, e troppo spesso dimentichiamo l’importanza dei determinanti sociali e ambientali. Lo abbiamo visto con la gestione della Covid-19. In effetti, la nostra società da un lato produce persone malate e dall’altro fatica a curarle. Alcuni credono che il mercato della sanità porti molti soldi e che la malattia contribuisca al PIL. Ma questa è una valutazione errata della situazione, perché una società non può più funzionare se la sua popolazione è malata. Attualmente, il nostro sistema di assicurazione sociale non si concentra più sul finanziamento delle cure, ma sul finanziamento di servizi che appaiono in un catalogo, e chi detiene le chiavi del catalogo non ha interesse a cambiarlo o ad accogliere altri fornitori nel gioco. Il sistema è quindi fermo e il ruolo dello Stato è purtroppo poco chiaro. La Confederazione non ha competenze generali in materia di assistenza sanitaria ed è tentata di intervenire solo quando gli altri attori non sono d’accordo. I Cantoni, che in linea di principio dovrebbero avere la sovranità sulla gestione del loro sistema sanitario, hanno ruoli multipli: sono proprietari di ospedali, pianificatori, finanziatori e sovvenzionatori di premi, il tutto all’interno di un quadro federale della LAMal dal quale non possono derogare. Questa falsa sovranità impedisce loro di avere la distanza necessaria per difendere una visione coerente e plasmare realmente il loro sistema sanitario. Di conseguenza, il nostro sistema è falsamente democratico. La macchina gira, ma il sistema è bloccato e privo di reali controlli democratici. Più di 50 miliardi di euro provenienti dalle nostre tasche, senza contare i contributi statali attraverso le nostre tasse, circolano ogni anno nel sistema senza alcun arbitrato sull’allocazione delle risorse! Se fossero le nostre tasse, i parlamenti ne discuterebbero.
Lasciamo aperta la questione del ritorno alla medicina umanistica. Come potremmo correggere queste carenze?
È semplice e complicato allo stesso tempo. Dobbiamo intervenire a diversi livelli. Dobbiamo sancire nella Costituzione che la salute è una questione di ordine pubblico e che lo Stato federale ha una responsabilità in materia di salute. Non possiamo limitarci a sostenere la responsabilità individuale e la libertà economica, come avviene attualmente. Solo lo Stato può sperare di controllare il contenuto di zucchero o l’eccesso di grassi nella nostra dieta, così come il consumo di tabacco e altri rischi per la salute. La Confederazione e i Cantoni dovrebbero anche ripensare al coordinamento delle loro azioni, senza arrivare al puro federalismo esecutivo. La Confederazione potrebbe occuparsi della pianificazione ospedaliera, delle cure altamente specializzate, della convergenza dei sistemi informativi e della gestione dei rischi ambientali come l’inquinamento. I Cantoni manterrebbero la responsabilità della prevenzione, dell’accesso alle cure, dell’assistenza a lungo termine e degli accordi di comunità con i medici di famiglia. Nel mio libro propongo di organizzare una conferenza nazionale sulla salute. Il Dipartimento federale dell’Interno e la Conferenza dei direttori sanitari dovrebbero collaborare per definire una visione della salute e una strategia per rispondere alle attuali sfide del sistema sanitario. L’iniziativa del Centro, che sarà sottoposta a votazione il 9 giugno, propone che i Cantoni e la Confederazione discutano dei costi del sistema, ma senza dire in che direzione andare. Occorre anche una maggiore partecipazione dei cittadini. Non solo assemblee di cittadini. Dobbiamo evitare un esercizio alibi e organizzare un ampio dibattito, promosso dai media e dalle associazioni di consumatori e pazienti, che dovrebbe essere finanziato. Allo stesso tempo, è necessario istituire un organismo indipendente che fornisca ai politici tutti i dati necessari per prendere decisioni informate. Infine, gli attori principali del sistema e i membri dei vari parlamenti dovrebbero impegnarsi a sostenere il cambiamento e a essere vincolati da una Carta di impegni. Dobbiamo anche cambiare il nostro modo di pensare, ad esempio prendendo le distanze dalla centralità onnipotente dell’ospedale.
Cosa intende per onnipotenza dell’ospedale?
Nella mia esperienza, per il pubblico e per i dipartimenti governativi, c’è l’ospedale e poi c’è tutto il resto. Lo si può vedere nelle battaglie condotte dalle autorità locali per mantenere gli ospedali sui loro territori. Questo spiega in parte perché in Svizzera ci sono ancora troppi ricoveri in ospedale. Gli ospedali sono importanti, ma si dovrebbe fare di più nella comunità, con l’assistenza domiciliare, il pronto soccorso e la medicina di base. Mancano istituzioni comunitarie interprofessionali. Quando ero al Dipartimento della Salute del Canton Vaud, abbiamo cercato di capire come evitare il ricorso all’ospedale per migliorare la qualità delle cure e prevenire il sovraffollamento dei reparti di emergenza. Abbiamo, ad esempio, ideato piattaforme per il coordinamento delle cure e organizzazioni regionali, ma non abbiamo avuto il tempo politico per portare a termine queste riforme.
Percepisco una vena statalista nei suoi commenti.
Mi rivolgo ai politici. Sarebbe velleitario pensare che senza una chiara visione politica gli attori principali siano in grado di ripensare il funzionamento complessivo del sistema, di riarticolare le esigenze di promozione e cura della salute, di riadattare le strutture tariffarie a favore dei medici di base e dell’assistenza infermieristica e di valorizzare la medicina umanistica. Soprattutto, ciò comporterà la ridiscussione di alcuni privilegi storici. Creare un nuovo quadro giuridico per la sanità non significa nazionalizzare. Ma la legge non può fare tutto. Il mio lavoro di medico mi ha insegnato la solidarietà, il rispetto per le persone e la compassione. Dobbiamo decostruire il potere medico così come si è costituito e riportarlo a un livello più umile. Attualmente c’è una perdita di senso tra i professionisti. I medici e gli assistenti in generale sono combattuti tra i vincoli amministrativi e il bisogno di tempo per la cura. Questo è particolarmente evidente negli ospedali, che sono diventati industrie permeate da un pernicioso vocabolario economico. Se vogliamo che questa visione umanistica diventi realtà, dobbiamo ripensare la formazione del personale sanitario, sottolineando la comunità del loro destino con quello dei pazienti.
Quali sono i prossimi passi da compiere?
A breve uscirà un rapporto di Unisanté, commissionato dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche, che esporrà le idee di riforma giuridica che ho illustrato. Sarà un lavoro scientifico. Poi, a giugno, la stessa Accademia dovrebbe assumere un atteggiamento più offensivo, basandosi sul nostro rapporto. A quel punto noi esperti avremo fatto la nostra parte. L’opinione pubblica dovrebbe chiedere allo Stato democratico di prendere posizione: ci aspettiamo che lo faccia. I politici hanno bisogno di un impegno da parte dei cittadini. Il futuro della salute e dell’assistenza è nelle comunità.
Stéfanie Monod è professoressa titolare presso l’Université de Lausanne-Unisanté, dove co-dirige, in qualità di medico primario il Dipartimento di epidemiologia e sistemi della salute. Ha Lavorato una ventina di anni al CHUV, in geriatria e per lo sviluppo delle cure degli anziani nella comunità. Dal 2014 al 2021 è stata Direttrice generale della salute del Canton Vaud
Articolo pubblicato in francese dal sito Bon pour la tête e qui proposto in versione italiana a cura della redazione con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: Stéfanie Monod
Dal nostro corrispondente da Mosca
Neppure il bookmaker più distratto, o il più ubriaco, scommetterebbe un rublo sull’ipotesi che Vladimir Putin non sarà rieletto Presidente della Federazione Russa, e anche Marco Travaglio sarebbe disposto a riconoscere che le elezioni russe hanno qualche problema di trasparenza. Malgrado ciò per il plebiscito del 17 marzo ci sarà comunque qualcuno che sicuramente alzerà il dito per dichiarare “io non sono putiniano ma… in fondo la maggioranza dei russi è con lui!”. Vale quindi la pena chiarire meccanismi e dinamiche del voto di domenica per svelarne alcuni dei “segreti” e delle dinamiche interne.
L’eventualità di poter concorrere nelle presidenziali russe è legata (se non si è candidati di partiti rappresentati alla Duma) a una raccolta di 100.000 firme verificate. Dal 2000, anno di ascesa di Putin al potere, alcuni candidati hanno beneficiato di questa possibilità. Il maggiore successo, nel 2012, l’ottenne il miliardario Michail Prochorov che raccolse l’8% dei voti. Considerato vagamente “liberal”, Prochorov fu definito a suo tempo da “Limes” “l’oligarca inoffensivo”. Molti altri potenziali candidati invece non hanno potuto presentarsi nel corso delle varie tornate perché la commissione elettorale li ha respinti con diverse motivazioni. Nel 2008 non venne ammesso Mikhail Kasyanov, che era stato premier del primo governo Putin dal 2000 al 2004, e rappresentava un’alternativa credibile al monopolio putiniano e nel 2018 Alexey Navalny, perché già condannato penalmente.
Le presidenziali tenutesi dal 2000 in poi hanno visto sempre la vittoria di Putin con oltre il 50% dei voti, percentuale che è andata via via crescendo nel corso degli anni in concomitanza con il calo inesorabile del Partito Comunista (fino ad oggi eterno secondo, e passato dal 29% del 2000 all’11% del 2018). Tutte queste elezioni sono state accompagnate da polemiche su brogli documentati, in alcuni casi sono stati persino riconosciuti dalle autorità, che hanno condotto all’annullamento del voto in alcuni specifici seggi. Ma non risulta tuttavia che ci siano mai state né inchieste penali nei confronti di chicchessia né tanto meno condanne per queste violazioni della legge.
All’epoca del Coronavirus, in occasione del referendum del 2020 che ha modificato la Costituzione dando la possibilità a Putin di restare al potere fino al 2036, il voto è diventato anche elettronico. Esso viene gestito direttamente dalla Commissione Centrale Elettorale e non dal Ministero degli Interni e non è sottoposto a nessun controllo indipendente. Durante le elezioni per la Duma del 2021 a Mosca si sono avuti molti casi in cui candidati indipendenti dopo aver vinto ampiamente nei seggi “fisici” sono risultati perdenti dopo lo spoglio elettronico del voto. Inutile dire che le loro denunce delle falsificazioni sono finite in nulla.
Le settimane precedenti al voto sono sempre accompagnate da quello che un funzionario del Cremlino definisce con cinismo la mobilitazione “del carro bestiame”, ovvero dell’elettorato più o meno legato all’economia statale. Nelle caserme, negli uffici pubblici amministrativi, nelle sedi della polizia, nelle aziende controllate dallo Stato, la partecipazione al voto viene sollecitata, ricordata, segnalata, “consigliata vivamente” negli ultimi giorni prima della kermesse. Inoltre nelle strade sono stati apposti cartelloni pubblicitari che ricordano l’esistenza di una lotteria istantanea che garantisce all’elettore che fa il suo dovere un premio sicuro, che va dal buono spesa di pochi spiccioli fino alla vincita di un appartamento a Mosca.
Tuttavia questa è solo una parte del lavoro che deve svolgere la macchina elettorale russa, quella forse più oleata e più collaudata. A cui si somma la necessità di confezionare un prodotto mediatico vagamente credibile, che allo stesso tempo accontenti i diversi partiti presenti al voto dell’ “arco costituzionale”.
I sondaggi sono gli stessi da almeno due anni: in linea con le aspettative degli spin-doctor del Cremlino sono riassumibili nella formula “80×80” ovvero 80% di partecipazione con l’80% delle preferenze a Putin. Uno schema che replica il canovaccio del 2018 leggermente al rialzo, anche se aggiustamenti dell’ultimo momento sono sempre possibili.
Gli altri tre candidati che fanno da corona al plebiscito per lo “Zar” dovranno accontentarsi dei resti. Il candidato comunista, Mikhail Kharitonov, è un anziano signore, un’ombra rispetto allo Zyuganov dei tempi d’oro che superava senza problemi l’asticella del 25% ed era un genuino sparring-partner del potere oligarchico. Adesso dli slogan anti-capitalisti intrisi di statalismo e stalinismo dei comunisti non convincono più neppure gli anziani nostalgici e i giovani ribelli, tanto che Kharitonov è dato a un modesto 5-6%. Al Cremlino si chiedono in realtà da anni cosa fare per tenere comunque in vita il partito della falce e martello, ala populista innocua del sistema.
L’altro “classico” candidato è Leonid Sluzky, presidente del Partito Liberal-Democratico. In realtà di “liberaldemocratico” il partito fondato nel lontano 1989 dall’allora xenofobo e ultranazionalista Vladimir Zirinovskij, recentemente scomparso, ha unicamente il nome. Sluzky, ha messo in chiaro di non voler disturbare il manovratore sostenendo che “attualmente Putin non è solo il miglior politico in Russia, ma anche su scala mondiale”: quindi è inutile iniziare a competere.
Il quarto candidato, che secondo molte voci potrebbe ambire a piazzarsi alle spalle del presidente, è Vladislav Davinkov, del partito “Nuova Gente”, creato nel 2020 dall’ex-consigliere di Putin Alexey Nechayev. Vera e propria creatura del Cremlino, “Nuova Gente” è una formazione a caccia di voti nell’area liberale e di opposizione. Non è un caso che il partito abbia superato agevolmente l’asticella del 4% nelle elezioni della Duma nel 2021, agitando temi secondari come il “no alla censura nella cultura e al burocratismo” ma sostenendo in seguito senza fiatare l’avventura in Ucraina.
Infine la variegata opposizione, per bocca di Julia Navalnaya non ha scelto il boicottaggio (considerato da sempre da suo marito uno strumento inefficace nella situazione Russia) bensì il voto a “un qualsiasi candidato che non sia Putin” proponendo ai suoi seguaci di presentarsi ai seggi elettorali a mezzogiorno in punto di domenica prossima: la vedova dell’oppositore più seguito in Russia, punta in realtà soprattutto sul voto nelle ambasciate dei Paesi a forte presenza di esuli politici (Armenia, Georgia, Germania, Polonia). Certamente non è il terreno più favorevole per denunciare il bonapartismo russo, ma come ci dice un attivista moscovita “è un appuntamento a cui non potevamo sottrarci”.
Nell’immagine: le operazioni di voto sono già iniziate in alcuni uffici elettorali speciali (fotogramma da un servizio di Euronews)
Di Michele Giorgio, il manifesto
Il raid delle truppe israeliane scattò il 15 febbraio. L’ospedale Nasser di Khan Yunis, il secondo per importanza della Striscia di Gaza e uno dei pochi ancora funzionanti, come lo Shifa di Gaza city, era considerato un «covo di terroristi» e una «base operativa di Hamas» dai comandi militari israeliani. E l’incursione veniva data per imminente. Molti degli sfollati che l’ospedale ospitava erano fuggiti nei giorni precedenti sfidando i bombardamenti e altrettanto avevano fatto i pazienti in grado di camminare. Nel Nasser restavano oltre 100 feriti e ammalati gravi e decine di medici ed infermieri. I soldati arrivarono all’improvviso. Alla ricerca, dissero, «degli ostaggi nelle mani di Hamas o dei loro corpi». Proclamarono di voler agire nel rispetto della struttura sanitaria. Le cose andarono in modo molto diverso. Chi quel giorno e in quelli successivi ebbe la sfortuna di trovarsi nell’ospedale di Khan Yunis, non dimenticherà quanto ha vissuto.
«Sono state ore difficili. Fu aggredito chiunque aveva fatto anche solo un movimento», ci diceva ieri al telefono il dottor Atef Al Hout, direttore generale dell’ospedale e uno dei testimoni citati dalla Bbc nel suo servizio su quanto è accaduto nell’ospedale Nasser a febbraio. «Alcuni di noi sono stati fermati, fatti spogliare e lasciati per ore in posizioni umilianti» ha aggiunto Al Hout «non siamo stati trattati con rispetto, come si dovrebbe di fronte a medici e paramedici che lavoravano senza sosta, in condizioni molto difficili a causa della guerra, pur di assistere persone ammalate o ferite. Meritavamo protezione e invece siamo stati trattati come criminali. Ho impiegato giorni per riprendermi».
Un filmato girato di nascosto all’interno dell’ospedale è arrivato alla Bbc. Il video mostra una fila di uomini lasciati in mutande fuori dall’edificio del pronto soccorso, inginocchiati con le mani dietro la testa. Alcuni avevano davanti a sé dei camici medici. La Bbc sottolinea che il personale sanitario è stato sottoposto a maltrattamenti e picchiato. Un altro medico Ahmed Abu Sabha ha raccontato all’emittente britannica di essere stato detenuto per una settimana, di aver subito aggressioni che gli hanno provocato la frattura di una mano e di essere stato morso da cani dell’esercito. Resoconti simili sono stati dati da altri due medici. Le Forze armate israeliane sostengono di non aver maltrattato medici ed infermieri e che «qualsiasi abuso sui detenuti è contrario agli ordini dell’Esercito, quindi severamente vietato». Durante la procedura di arresto, affermano, è consuetudine che i sospettati consegnino i loro vestiti a scopo di perquisizione. Spiegazioni che i palestinesi respingono totalmente, denunciando abusi e violenze sistematiche sui detenuti.
Altri medici, questa volta israeliani, invece avvertono che la crisi sanitaria nella Striscia di Gaza è grave ed inoltre costituisce una minaccia strategica per Israele. In un rapporto firmato dal professor Nadav Davidovich dell’Associazione per la sanità pubblica, e riferito ieri dalla tv pubblica Kan, i medici spiegano che le acque reflue provenienti da Gaza sfociano nel mare e possono causare l’inquinamento delle spiagge e danni agli impianti di desalinizzazione israeliani, oltre ad epidemie e varie malattie infettive. Sulla base dei dati diffusi dalle organizzazioni sanitarie internazionali, i medici israeliani riferiscono di 312.000 palestinesi affetti da polmonite e più di 220.000 da gastroenterite e diarrea, più della metà dei quali sono bambini sotto i 5 anni.
Dati che non turbano il premier israeliano Netanyahu che, intervenendo alla conferenza dell’organizzazione americana filo Israele, Aipac, ha ribadito per l’ennesima volta che l’esercito attaccherà anche la città di Rafah, sul confine con l’Egitto – nonostante l’opposizione dichiarata dall’Amministrazione Biden – dove si ammassano centinaia di migliaia di sfollati palestinesi. Ieri altre decine di morti e feriti tra i civili. Fonti palestinesi riferiscono di raid aerei a Deir Al Balah, Gaza city, Qarara. In Cisgiordania, coloni israeliani sono entrati nel villaggio di Burin (Nablus) e hanno dato fuoco ad alcune automobili. Sempre nel distretto di Nablus, gruppi di coloni si preparano a stabilire nuovi «avamposti ebraici» sulle terre dei villaggi di Luban Sharqie, Sinjil e Qariut. Con il sostegno dei ministri dell’estrema destra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, e dal deputato del Likud Simha Rotman, i coloni continuano le proteste per l’autorizzazione data dall’esercito al trasferimento due giorni fa da Rafah a Betlemme (via Egitto) di 68 orfani palestinesi tra i due e i 14 anni di età affidati all’ong Sos Palestine. Secondo i coloni e i loro leader, l’arrivo in Cisgiordania di quei bambini di Gaza rappresenterebbe un «deterioramento dei valori» perché gli ostaggi israeliani restano a Gaza. «In guerra – ha detto Ben Gvir – si deve schiacciare il nemico e non essere sempre moralisti». Negli atenei non cessano sanzioni e punizioni contro le voci dissidenti. L’Università Ebraica di Gerusalemme ha sospeso la docente di criminologia Nadera Shalhoub-Kevorkian perché ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Ieri, finalmente, è partita da Larnaca la nave Open Arms che rimorchia una chiatta con 200 tonnellate di cibo e generi di prima necessità destinati alla popolazione di Gaza. L’arrivo è previsto questa notte o domani mattina.
Nell’immagine: un momento del filmato girato di nascosto all’interno dell’ospedale e fatto pervenire alla Bbc
Di Francesca Mannocchi, La Stampa
ELI (CISGIORDANIA). «È la lotta tra il bene e il male, siamo bloccati nello stesso posto e solo il più forte sopravviverà». Il rabbino Yishai Tzur insegna nell’Accademia di preparazione militare Bnei David di Eli. È seduto nell’aula della scuola, circondato da libri. Al di là delle finestre l’insediamento di Eli.
«Un ragazzo che si arruola a 18 anni non si è ancora posto le domande profonde su cosa significhi essere ebreo e servire l’esercito, sul perché è necessario fare parte della Difesa: uccidi sennò ti uccideranno, sul perché Israele deve essere forte, perché non abbiamo un altro posto dove andare. Perciò qui costruiamo un legame in loro tra Dio e l’esercito, e così costruiamo la società che vogliamo. Perché abbiamo una luce da portare nel mondo. È per noi una questione di moralità, che oggi, soprattutto in questa guerra è la lotta del bene contro il male».
L’Accademia Bnei David è stata la prima scuola di preparazione militare in Israele. È stata fondata nel 1988 a Eli dai due rabbini Eli Sadan e Yi’gal Levinstein per incoraggiare i giovani religiosi-sionisti ad assumere ruoli apicali nell’esercito in un momento in cui i militari segnalavano un calo nella motivazione delle reclute. Oggi è parte vitale dell’insediamento, che ha più rabbini per metro quadrato di qualsiasi altro in Cisgiordania. Molti tra gli insegnanti, gli amministratori e gli studenti vivono a Eli, tra caravan dei nuovi coloni arrivati e grandi progetti edilizi per l’allargamento della colonia in cui oggi vivono un totale di 4500 persone.
Uno dei fondatori, il rabbino Eli Sadan è una figura controversa in Israele: è da molti considerato la più importante e influente figura della comunità religiosa sionista degli ultimi trent’anni, ed è visto dai più liberali come un religioso militarizzato che forma i suoi studenti per aumentare il peso del sionismo religioso nella politica e nell’esercito. È a lui che si deve l’impatto che oggi ha il sionismo religioso nell’esercito e l’aumento delle scuole premilitari.
Nato a Budapest nel 1948, Sadan, dopo il trasferimento in Israele, ha prestato servizio nella Brigata paracadutisti, ha studiato per 13 anni a Yeshivat Merkaz Harav, e poi ha fondato l’accademia. Da lì, negli anni, ha diffuso la sua influenza. Sebbene, infatti, il sionismo religioso onorasse il servizio militare, i soldati che sostenevano il sionismo religioso raramente diventavano ufficiali: non solo l’esercito era distante da quelle posizioni, ma pochi ufficiali consideravano i ragazzi della yeshivah validi per crescere nell’esercito.
Sadan ha trovato la formula: un anno preparatorio che unisse lo studio della religione all’addestramento psicologico e fisico prima della leva, per aiutare i soldati religiosi a diventare ufficiali senza perdere la propria identità, considerando cioè il servizio militare come una grande mitzvah (editto ebraico). «Prestare servizio nell’esercito è un dovere civile – ha detto – ma anche una grande mitzvah della Torah». All’inizio, trentacinque anni fa, Sadan aveva promosso il suo piano ad alcuni diplomati delle scuole superiori, ai loro genitori e ai vertici dell’esercito, che accettarono di posticipare di un anno il servizio di leva obbligatorio delle reclute interessate, mentre finanziavano il programma di studi.
Di tutti gli studenti dell’Accademia Bnei David, usualmente 500, circa e il 40% diventa ufficiale o entra a far parte di unità combattenti d’élite, tra gli ex studenti ci sono il generale Avi Bluth, comandante delle forze armate della divisione Giudea-Samaria, cioè le forze di occupazione in Cisgiordania, i capi delle brigate Givati ed Efraim nel Nord del Paese, e il ministro Bezalel Smotrich, molto vicino al rabbino Sadan, che ha vinto anche il Premio Israele – la più alta onorificenza civile del Paese – per il suo contributo all’istruzione. Oggi in Israele ci sono più di 50 scuole pre-militari, per un totale di tremila studenti, secondo studi accademici negli ultimi vent’anni il numero di ufficiali sionisti-religiosi nell’esercito ha visto un enorme aumento e da quando è iniziata la guerra le richieste per iscriversi alla scuola si sono moltiplicate, e il peso del sionismo religioso nell’esercito è sempre più significativo.
In un filmato del 2019, il preside della scuola, il rabbino Eliezer Kashtiel parlando dei palestinesi li aveva definiva «geneticamente inferiori» ritenendo «necessario che fossero ridotti in schiavitù». L’altro fondatore dell’Accademia, il rabbino Yi’gal Levinstein l’anno scorso ha dichiarato che i palestinesi debbano «sentirsi minacciati ancor prima di agire». Sostenendo la necessità di continuare a costruire insediamenti e allargare quelli esistenti, ha detto «si fermeranno se costruiamo un nuovo insediamento dopo ogni attacco terroristico e se le loro famiglie vengono esiliate a Gaza».
Non c’era stata la strage del 7 ottobre, non era iniziata la guerra in corso. Oggi, che le lezioni preparano i soldati che la combatteranno, il rabbino Yishai Tzur ha le idee molto chiare: «Gaza è un simbolo per noi. Nei miei sogni i palestinesi dovrebbero andarsene tutti, ne sarei molto felice, ma credo lo faranno». Ha imparato dai testi che Gaza «è sempre stata un luogo duro per gli ebrei, e questa – dice – è solo la continuazione di una guerra che va avanti da qualche migliaio di anni, che oggi è anche una guerra in cui Israele non deve discutere né internamente né con gli alleati».
«Se cominciassimo a discutere se i nostri metodi siano giusti o meno, ci fermeremmo. Le cose nell’esercito, invece, devono essere molto chiare. Ci sono i buoni e i cattivi. Se fai parte dei buoni, vinci. Se invece cominciamo a farci domande su tutto, sui civili, sulla povera gente a Gaza, su cosa ne penserà il mondo, ci bloccheremo e dovremo prenderci cura di due milioni di persone. Invece dobbiamo andare avanti e vincere».
La settimana scorsa il ministro della Difesa Yoav Gallant ha visitato l’accademia. Quindici ex studenti sono morti a Gaza, e Gallant è andato a Eli discutere con i giovani «dell’importanza di bilanciare il servizio militare con gli obblighi religiosi», così recita una nota del suo ufficio stampa. Gli studenti dell’accademia religiosa sionista, ha detto, sono la prova che «è possibile tenere un’arma in una mano e un libro (di studi ebraici) nell’altra».
Ha detto loro che Israele darà la caccia a Hamas «ovunque, in tutto Israele e in tutto il Medio Oriente» e che la guerra a Gaza è sia l’inizio che la fine di un’era, un viaggio che «ci guiderà per gli anni a venire e il modo in cui vivremo in Medio Oriente». Ha ricordato agli studenti che studio e lotta sono i due ambiti che garantiscono il futuro dello Stato di Israele, e che in entrambi c’è la garanzia della sua protezione: «Penso che la fede e lo studio della Torah siano uno dei fondamenti più importanti del popolo di Israele, e quando vedo che avviene insieme a simili eccellenze sul campo di battaglia, voglio dirvi che come ministro sono orgoglioso che ci siano soldati come voi nell’Idf».
Il rabbino Yishai Tzur sostiene che la guerra a Gaza, il numero delle vittime civili, le critiche che circondano la crisi umanitaria in atto nella Striscia, non abbiano generato nei suoi studenti nuove domande. Nessun interrogativo. Per lui, ed è questo che insegna agli studenti dell’Accademia che andranno al fronte, non è necessario interrogarsi sul destino dei civili, nemmeno troppo sul diritto internazionale. «Quando gli americani hanno sconfitto i giapponesi, hanno fatto qualcosa di nuovo», dice evocando la Seconda Guerra Mondiale, l’atomica, Hiroshima e Nagasaki. «Durante la guerra succedono cose atroci. Per noi è duro bombardare uccidere, sapere che possono morire di fame. Ma quello che vedo è che Israele sta prendendo il controllo e che dobbiamo andare avanti».
L’influenza del sionismo religioso nell’esercito ha molto a che fare col destino di Gaza. Nel disimpegno dalla Striscia, nel 2005, le forze armate evitarono di schierare soldati sionisti religiosi perché ritenevano che probabilmente si sarebbero rifiutati di rimuovere gli insediamenti ebraici. E non c’è dubbio che il disimpegno abbia costituito una ragione importante della radicalizzazione di una parte del movimento dei coloni, a cui gli studenti delle scuole di preparazione militare come quella di Eli fanno capo.
Già nella guerra a Gaza del 2008-2009 tra le truppe circolavano opuscoli rabbinati in cui si diceva che non si doveva cedere «nemmeno un millimetro» di terra e che la battaglia a volte richiedeva crudeltà verso il nemico. Era stato così anche nella guerra a Gaza del 2014, quando in un ordine per la brigata Givati, un’unità di fanteria d’élite, il colonnello Ofer Winter aveva scritto: «La storia ci ha scelto per guidare la lotta contro il terrorista nemico di Gaza che maledice, diffama e abomina il Dio di Israele», lettera che come riporta un’inchiesta di Reuters, concludeva con una citazione biblica che promette protezione divina ai guerrieri d’Israele sul campo di battaglia
Nell’immagine: Il rabbino Yishai Tzur che insegna nell’Accademia di preparazione militare Bnei David
Di Paolo Rumiz, La Repubblica
Il Parlamento europeo ha sconfessato le aperture di Ursula von der Leyen ai sovranisti come Orbán. Come dire che, con un atto clamoroso e inedito, l’Europa dei popoli boccia l’Europa dei governi. Era ora che accadesse. Da parte di Strasburgo è stato un atto d’orgoglio e una presa di distanza quasi doverosa prima delle elezioni di giugno. Se fosse ancora vivo, David Sassoli, il compianto presidente italiano del Parlamento federale, applaudirebbe. Tanto più dopo aver propiziato in tutti i modi l’elezione della presidente.
Negli ultimi mesi, in modo sempre più disinvolto, Ursula von der Leyen ha abbondato in concessioni ai governi sovranisti d’Europa, per garantirsi l’appoggio a un secondo mandato. Ormai lo sanno tutti che per questo uso spregiudicato del potere anche i piani alti del palazzo di Bruxelles non ne possono più di lei e di questa Europa usata come merce di scambio elettorale.
Un’operazione che, se non comporterà la vittoria totale delle destre, ne rafforzerà il potere di ricatto e renderà il federalismo europeo ancora più debole fra le potenze cinese e americana.
«Ursula che si fa gli affari suoi», così sussurrano i funzionari più fedeli all’idea di Europa dei padri fondatori. Ursula che ha lasciato morire l’Antitrust e ha il filo diretto con le corporazioni agroindustriali già gonfie di contributi Ue.
Ursula che punisce la Green Economy e ignora i piccoli produttori del biologico, che non ascolta i lavoratori ma gli imprenditori, come se le loro lobby non avessero già un potere enorme nella Ue.
A Bruxelles la chiamano “presidente americana”, anche in relazione al fatto che gli Usa non sono più quelli dello sbarco in Normandia, evento fondante della rinascita europea che a giugno celebra ottant’anni. Un’America in stato confusionale, che esporta più caos che democrazia, e poi lascia all’Europa le conseguenze di quel caos. Profughi, inflazione e quel che segue.
La presidente tedesca non è popolare nemmeno nel (suo) Partito popolare, e neanche Olaf Scholz, il cancelliere tedesco, pare sopporti questa signora colta a chattare con Big Pharma per orientare la scelta dei vaccini, non si capisce a che titolo.
Algida Ursula, non amata nemmeno in Germania, che ha nome sdrucciolo come Angela, ma ad Angela non somiglia per niente, e che ha imparato da Berlusconi a usare il potere anche per se stessa (e infatti, quando Silvio ci ha lasciati da privato cittadino, ha imposto le bandiere a mezz’asta al Palazzo d’Europa).
“Ursula va-t-en guerre”, così la chiamano nel palazzo per le sue dichiarazioni interventiste che hanno azzerato ogni capacità di mediazione diplomatica dell’Ue fra Ucraina e Russia e aperto la strada a un ruolo sempre più centrale della Turchia di Erdogan.
Forse qualcuno si ricorda di quando von der Leyen ha annunciato, non si capisce a nome di chi, che l’Ue avrebbe rotto i rapporti con la Cina, o di quando ha fatto sventolare la bandiera israeliana nel momento stesso in cui il suo emissario tentava di mediare a Gaza.
C’è chi non dimentica che Ursula ha sorvolato sulla pulizia etnica degli Armeni, cacciati dal Nagorno Karabakh con l’appoggio dichiarato della Turchia, e soprattutto che, quando settecento migranti sono naufragati al largo del Peloponneso, si è limitata a twittare un bel “mi dispiace” o qualcosa di simile, solo per poi indurire i respingimenti e restringere il diritto all’asilo contro ogni principio europeo, come richiesto dalle destre sovraniste.
Ho incontrato Ursula un anno fa in un teatro di Roma, alla commemorazione di Sassoli, morto un anno prima. Il caro David, che credeva nell’Europa dei popoli e insisteva a dirmi che la libertà si difende ogni giorno e che «non può esserci nessun Next generation plan se prima non c’è un European dream». Sassoli, che chiedeva «più politica e meno tecnocrazia» e seppe aprire il Parlamento anche ai poveri cristi.
Quando Ursula entrò nella sala, ebbi l’impressione che la temperatura si abbassasse di qualche grado. C’era in lei una compostezza raggelante.
Toccò anche a me parlare in quell’occasione, dopo Romano Prodi, suo predecessore. Lei stava seduta alla mia sinistra e la tenni d’occhio per studiarne le reazioni. Dissi che l’Europa aveva bisogno di un sogno, ma il sogno era morto. Lei rimase ferma, con la sua cartellina in mano, inespressiva.
C’era la guerra in Ucraina e chiesi al pubblico se l’Europa poteva permettersi di esistere senza la Russia. Non fece una piega. Osai dire che non potevamo allargarci ancora a Oriente senza chiedere ai nuovi entrati il rispetto dei diritti e delle minoranze, perché c’era un antico razzismo e antisemitismo da quelle parti. Non fece nessun commento.
Dissi che dovevamo mettere «più Europa nel nostro atlantismo». Non mutò espressione neanche allora. D’istinto, così democristiana nell’aspetto, mi parve più pericolosa dei destri più trinariciuti.
E quando, quello stesso giorno, la vidi andarsene sorridente a braccetto di Giorgia Meloni, eletta da poco presidente del Consiglio, ebbi la conferma che quella donna sarebbe stata capace di svendere l’Europa dei padri fondatori, pur di aumentare il suo potere.
Dall’atteggiamento delle due sembrava che fosse Ursula ad aver bisogno di Giorgia, non il contrario. Forse, pensai d’istinto, si preparava una melonizzazione dell’Europa. Fu un’impressione esatta. Un anno dopo, da Bruxelles è arrivato il via libera al peggio. Pesticidi, gasolio, riarmo, espulsioni di migranti, sospensione del trattato di Schengen e ritorno delle frontiere.
Nell’immagine: La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il 12 marzo a Strasburgo
Di Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera
È «ovvio» che creare le condizioni di un negoziato spetti a entrambe le parti in conflitto, Russia e Ucraina, che la «prima condizione» sia di «mettere fine all’aggressione» e a cessare il fuoco debbano essere «innanzitutto gli aggressori», cioè Mosca. Il cardinale Pietro Parolin, 69 anni, Segretario di Stato vaticano, è il collaboratore più stretto del Papa e guida la diplomazia della Santa Sede. Chiaro che ne abbia parlato con Francesco, dopo le polemiche planetarie seguite all’intervista nella quale il Pontefice, alla radiotelevisione svizzera, in risposta a una domanda sull’Ucraina e il «coraggio della bandiera bianca», aveva detto che bisognava avere quel coraggio nel senso di «negoziare»
Eminenza, pare evidente che il Papa chieda un negoziato e non una resa. Ma perché rivolgersi solo a una delle due parti, l’Ucraina e non la Russia? Ed evocare la «sconfitta» dell’aggredito, come motivazione per il negoziato, non rischia di essere controproducente?
«Come ricordato dal direttore della sala stampa vaticana, citando le parole del Santo Padre del 25 febbraio scorso, l’appello del Pontefice è che “si creino le condizioni per una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”. In tal senso è ovvio che la creazione di tali condizioni non spetta solo ad una delle parti, bensì ad entrambe, e la prima condizione mi pare sia proprio quella di mettere fine all’aggressione. Non bisogna mai dimenticare il contesto e, in questo caso, la domanda che è stata rivolta al Papa, il quale, in risposta, ha parlato del negoziato e, in particolare, del coraggio del negoziato, che non è mai una resa. La Santa Sede persegue questa linea e continua a chiedere il “cessate il fuoco” – e a cessare il fuoco dovrebbero essere innanzitutto gli aggressori – e quindi l’apertura di trattative. Il Santo Padre spiega che negoziare non è debolezza, ma è forza. Non è resa, ma è coraggio. E ci dice che dobbiamo avere una maggiore considerazione per la vita umana, per le centinaia di migliaia di vite umane che sono state sacrificate in questa guerra nel cuore dell’Europa. Sono parole che valgono per l’Ucraina come per la Terra Santa e per gli altri conflitti che insanguinano il mondo».
Ci sono ancora possibilità di arrivare ad una soluzione diplomatica?
«Trattandosi di decisioni che dipendono dalla volontà umana, rimane sempre la possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. La guerra scatenata contro l’Ucraina non è l’effetto di una calamità naturale incontrollabile ma della sola libertà umana, e la stessa volontà umana che ha causato questa tragedia ha anche la possibilità e la responsabilità di intraprendere passi per mettervi fine e aprire la strada a una soluzione diplomatica».
La preoccupazione della Santa Sede è una escalation? Lei stesso ne parlava dicendo che «fa paura» l’ipotesi di un coinvolgimento dei Paesi occidentali.
«La Santa Sede è preoccupata per il rischio di un allargamento della guerra. L’innalzamento del livello del conflitto, l’esplodere di nuovi scontri armati, la corsa al riarmo sono segnali drammatici e inquietanti in questo senso. L’allargamento della guerra significa nuove sofferenze, nuovi lutti, nuove vittime, nuove distruzioni, che si aggiungono a quelli che il popolo ucraino, soprattutto bambini, donne, anziani e civili, vive nella propria carne, pagando il prezzo troppo caro di questa guerra ingiusta».
Francesco ha parlato anche del conflitto israelo-palestinese, evocando la «responsabilità» dei contendenti. Che cosa hanno in comune le due situazioni?
«Le due situazioni hanno certamente in comune il fatto che si sono pericolosamente allargate oltre ogni limite accettabile, che non si riesce a risolverle, che hanno dei riflessi in diversi Paesi, e che non possono trovare una soluzione senza un negoziato serio. Mi preoccupa l’odio che stanno generando. Quando mai si potranno rimarginare ferite così profonde?»
Sempre in tema di escalation: il Papa ha parlato più volte del pericolo di un conflitto nucleare, «basta un incidente», è questa la paura di fondo della Santa Sede? Un «incidente» come a Sarajevo nel ’14?
«Il rischio di una fatale “deriva” nucleare non è assente. Basta vedere la regolarità con la quale certi rappresentanti governativi ricorrono a tale minaccia. Non posso che sperare che si tratti di una propaganda strategica e non di un “avvertimento” di un fatto realmente possibile. Quanto alla “paura di fondo” della Santa Sede, credo che essa sia piuttosto quella che i vari attori di questa tragica situazione arrivino a chiudersi ancora di più nei propri interessi, non facendo ciò che possono per arrivare a una pace giusta e stabile».
Nell’immagine: Bergoglio e Parolin
Venerdì scorso, il settimanale della RSI “Patti Chiari” è tornato ad occuparsi del tema degli acquisti oltre frontiera, ulteriormente incentivati da una misura italiana che ha posto a 70 euro la soglia minima degli acquisti oltre la quale un acquirente svizzero può farsi rimborsare l’Iva italiana. La risposta della Svizzera è in consultazione e, a difesa dei commercianti locali, propone a sua volta di abbassare a 150 franchi di spesa il limite oltre il quale va pagata l’Iva svizzera.
Ed eccoci dunque pienamente dentro il periodico e immancabile tema del turismo degli acquisti, con commercianti, consumatori, professori a discuterne. Come prima. Ma questa volta con l’entrata in causa (o in conflitto) di due ulteriori elementi:
sia la franchigia all’importazione o il limite di esenzione IVA per le merci acquistate all’estero (da 300 a 150 franchi) intesa come freno alla spesa oltre confine e quindi sostegno e difesa del commercio e della produzione locali (o, si potrebbe aggiungere, del reddito speso là dove lo guadagni e a sostegno dell’economia locale);
sia la risposta del governo ticinese, in consultazione federale (che si concluderà il 15 di marzo) il quale, sostanzialmente, ritiene che “la riduzione della soglia in discussione rischia di causare un’ulteriore contrazione del potere d’acquisto dei cittadini “e, da accorto Ponzio, auspica “che gli effetti della diminuzione della franchigia vengano analizzati tenendo conto degli interessi sia dei commercianti sia dei consumatori”.
Partono così critiche contro l’autorità politica da parte dei commercianti (uno schiaffo, nessuna progettualità politica, mancanza di sostegno “per il commercio al dettaglio ticinese che sta attraversando un momento particolarmente difficile”), mentre arrivano considerazioni favorevoli da parte di chi difende i consumatori e qualche voce dal sen fuggita che avverte, non a torto, che forse il vero problema sta da un’altra parte, quando si parla di difesa del potere d’acquisto: dalla parte del Cantone che, proprio perché Cantone di frontiera, continua ad avere e accettare i salari più bassi della Svizzera, anche se i prezzi sono quelli svizzeri e non quelli italiani.
Se poi vedi i filmati, presentati con abbondanza di prodotti, esempi e di confronti messi nella “borsa della spesa”, con micidiale contabilità riassuntiva oppure sull’etichetta del soprabito appena acquistato e indossato, è certo che essi sono accolti: o con giubilante verso di trionfo (da parte del consumatore comune); o con fastidioso “cupio dissolvi” (di quei rari ticinesi con un filo di responsabilità economica o quelli che non vedono alternative se non il protezionismo rigido); o di constatazione frastornante e di impotenza (per il medio e piccolo commerciante).
Tutto serve comunque a dimostrare che una “differenza” forte c’è, che è li da prendere, che la frontiera, se puoi, è un’opportunità da cogliere, con il borsello magro, ma anche (e non nascondiamoci dietro la sola motivazione…di chi non arriva al fine mese) con il borsello grasso (che poi appartiene di solito a chi fa più questi calcoli, fors’anche per deformazione possessiva o professionale).
C’è però un aspetto fondamentale che in tutta questa gibigianna del turismo degli acquisti, giustificato ora con… la salvaguardia del potere d’acquisto o l’opportunità geografica-politica che permette tanto, che non si esamina né analizza mai. Fors’anche perché ha un valore politico / etico più che economico. Definiamolo: di giustizia territoriale o frontaliera.
Significa questo, con l’avallo del governo. Il ticinese che, diciamo, è entro 20 chilometri della frontiera, comprese anche le spese di spostamento per la benzina o il mezzo pubblico, può godere del privilegio di sistemare e nutrire il suo potere d’acquisto rattrappito o il suo salario bastonato e, quindi, in sostanza, trovarsi qualcosa di più in busta paga. Il ticinese che abita, supponiamo, nelle valli (quindi in quasi tre quarti del Cantone),si paga tutta l’Iva nazionale nella sua bottega di paese e non può sistemare né nutrire un bel niente; anche perché non gli varrebbe la pena, in termini di costi, spostarsi a Cannobio o Ponte Tresa o Luino o altrove in Italia.
Esistono dunque ticinesi a due velocità o, per farla breve, una sorta di ingiustizia territoriale. È singolare il fatto che la si vorrebbe considerata per i commercianti (quelli prossimi alla frontiera) e la si ignori per i consumatori o i commercianti (quelli lontani dalla frontiera).
Nell’immagine: uno dei confronti proposti da Patti chiari
Nella seduta della scorsa settimana, il Gran Consiglio ha nominato due nuovi procuratori pubblici in sostituzione di due che avevano rassegnato le loro dimissioni. La vicenda è stata qualificata di «vergognoso spettacolo», e scelgo l’epiteto meno ingiurioso.
Ma che cosa è successo?
All’apertura del concorso si sono presentati 18 candidati e candidate; la «Commissione di esperti indipendenti», nominata dal Gran Consiglio ha esaminato secondo la legge la loro idoneità rispetto alla funzione messa a concorso e quindi in modo approfondito le loro conoscenze, competenze ed esperienze in materia penale materiale e processuale. Dodici di loro sono risultati idonei.
A questo punto la Commissione giustizia e diritti, incaricata per legge di avanzare le proposte al Gran Consiglio ha scelto tra i dodici idonei due candidati, che poi il Gran Consiglio ha nominato.
La scelta della Commissione e del Gran Consiglio ha seguito la prassi di garantire all’interno della magistratura una ripartizione delle sensibilità politiche corrispondenti a quella dei partiti di governo.
Questo sistema si presta evidentemente a critiche di vario tipo. Inaccettabile è però il rimprovero che così facendo si scelgano persone poco adatte, solo per la loro casacca partitica. Il ruolo della «Commissione di esperti indipendenti» è proprio quello di garantire la qualità e idoneità dei candidati da lei approvati, lasciando così libero il Gran Consiglio di scegliere secondo altri criteri.
Un’altra critica, in parte comprensibile, è quella che sarebbe opportuno scegliere i candidati «migliori» in assoluto. Da un lato una tale graduatorie esigerebbe un esame più approfondito e dall’altro ogni graduatoria lascia spazio a qualche incertezza. Il vero problema di quest’approccio è però l’illusione che la qualità del magistrato sia indipendente da sue caratteristiche personali, come la sua sensibilità politica. Si sente spesso parlare per esempio negli Stati Uniti della posizione politica, più o meno conservatrice, dei giudici della Corte suprema. La loro decisione di annullare una precedente sentenza a favore del diritto di abortire ha suscitato grande scalpore. Anche da noi, nell’ambito delle legittime interpretazioni del diritto, si notano accenti differenti a seconda della visione politica dei magistrati. Una loro equa distribuzione tra le varie tendenze presenti nella società è dunque auspicabile.
Attualmente la ripartizione si fa tra i partiti di governo; una modifica semplice, ma importante, sarà quella di estendere la ripartizione ai gruppi presenti in Gran Consiglio. La proposta di affidare la scelta dei procuratori pubblici alla Direzione del Pubblico ministero è in realtà una misura che sposta di poco il problema, poiché la Direzione dovrà esser nominata dal Gran Consiglio che vorrà garantire anche qui una ripartizione in linea con le sensibilità della cittadinanza. E questa proposta non tocca la nomina di pretori e giudici.
Ma se tutto è andato secondo la legge, senza gravi intoppi in Commissione e in Gran Consiglio, perché tanta cagnara? Ogni scelta implica che ci siano degli esclusi, senza che questo rappresenti per loro un giudizio negativo. Ma, se la polemica è lanciata da chi è escluso, non ci sarà sistema di sorta in grado di proteggerci.
Carlo Lepori è stato presidente della Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio
Nell’immagine: c’è anche chi ha proposto di ricorrere al sorteggio
Di Alberto Simoni, La Stampa
Gli aggettivi anzitutto: Orban? Fantastico. Xi Jinping? Brillante e intelligente. Putin e Kim Jong-Un? Persone ok. L’estensore di questi giudizi secchi e netti è Donald Trump e la rivelazione degli apprezzamenti dell’ex presidente per alcuni leader mondiali è contenuta nel libro The Return of Great Powers di Jim Sciutto, giornalista della Cnn esperto in sicurezza nazionale e un passato nella comunità di sicurezza federale.
Le confidenze sui gusti trumpiani vengono da diverse fonti dell’ex cerchio magico di Donald Trump, due persone su tutti: il generale John Kelly, già capo dello staff; e John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale. «Hitler – disse Trump a Kelly – ha fatto alcune cose buone». Alla richiesta di Kelly di elaborare un po’ il pensiero, Donald spiegò che Hitler «ha ricostruito l’economia tedesca, anche se poi l’ha rivoltata contro il suo popolo e il mondo». Il collaboratore obiettò: «Signore, non si può dire nulla di buono su quell’uomo. Niente. E intendo che al suo confronto Mussolini andava bene».
L’ammirazione di Trump per Hitler andava oltre ai successi economici conseguiti dal fondatore del nazionalsocialismo. Secondo Kelly, Trump quasi invidiava la capacità gi Hitler di mantenere sotto controllo la leadership militare. Ricordando la conversazione con l’allora presidente, il suo capo dello staff la riassume evidenziando pure la mancanza di conoscenza della storia da parte del tycoon: «Parlava della lealtà dei militari nei confronti di Hitler, ma io ho gli ho ricordato che i generali tedeschi non erano proprio un gruppo così devoto a lui, e infatti tentarono più volte di assassinarlo. Lui ignorava totalmente queste cose».
Al contrario l’idea di Trump era che «una volta portati i generali all’interno del sistema, noi (Kelly era appunto un generale, n.d.r.) saremmo stati fedeli a lui e avremmo fatto ogni cosa che lui voleva facessimo».
«Difficile credere che Trump avesse scordato l’Olocausto, e difficile da comprendere come abbia scordato i 400 mila soldati americani uccisi nei teatri di battaglia in Europa», ha raccontato Kelly, aggiungendo: «Io penso ci sia qualcosa di più, ed è quel richiamo all’uomo forte».
La fascinazione di Donald per le figure autoritarie non è una novità. John Bolton ha ricordato che anche lui «si percepisce come un uomo forte. Ama confrontarsi con i potenti, e uomini forti come Erdogan che manda la gente in prigione senza dover chiedere il permesso a nessuno».
Il portavoce della campagna elettorale di Trump, Steven Cheung, ha diffuso un comunicato nel quale ha attaccato Kelly e Bolton evitando però di entrare nei dettagli delle loro accuse. «John Kelly e John Bolton si coprono di ridicolo, soffrono di un grave caso di sindrome da squilibrio di Trump. Hanno bisogno di un aiuto professionale, l’odio che nutrono sta consumando le loro vite vuote».
Il giudizio su Xi Jinping Trump lo ha reso pubblico in un townhall organizzato dalla Fox News nel luglio 2023. Disse. «Pensate al presidente Xi: perfettamente nel ruolo, persona brillante. Quando dico brillante, tutti mi dicono: “oh questo è terribile”. Ma lui guida 1,4 miliardi di persone con il pugno di ferro: intelligente, brillante, ogni cosa fatta bene. Non c’è nessuno a Hollywood come lui».
Le accuse sugli elogi di Trump per Hitler erano già emerse in precedenza e lo staff del tycoon le aveva smentite. Ma Donald anche di recente è stato criticato per essere ricorso a una retorica simile a quella del dittatore nazista quando aveva definito – in novembre – i rivali «parassiti da sradicare»; o parlato, in dicembre e poi alla vigilia del voto in Iowa per i caucus, degli immigrati come «un veleno nel sangue della nazione». In agosto poi la sua campagna era finita sotto il fuoco delle critiche per aver paragonato le incriminazioni del tycoon (ne ha 91) al clima degli anni Trenta nella Germania nazista. Un altro libro nel 2022 – The Divider: Trump in the White House – di due reporter americani, Peter Baker del New York Times e Susan Glasser del New Yorker, denunciava le pressioni di Trump sui generali del Pentagono che avrebbe voluto agissero come gli ufficiali hitleriani. Ivanka Trump aveva anche detto al suo avvocato che il padre teneva sul comodino una raccolta di discorsi di Hitler. Circostanza – rivelata in prima istanza nel 1990 in un articolo su Vanity Fair – ma poi smentita dallo stesso tycoon.