La bandiera bianca di papa Francesco

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Fa quasi tenerezza l’affannato “pompierismo vaticano”, che deve regolarmente aggiustare certe affermazioni di papa Francesco, gettando acqua sulle sue dichiarazioni più controverse, che, chissà perché, la sala stampa di Via della Conciliazione si sente regolarmente in dovere di riprendere, precisare, spiegare, con frequenza e puntualità senza precedenti oltre Tevere. Ma stavolta c’è davvero poco da interpretare, c’è poco da credere alla puntualizzazione di Via della Conciliazione per cui in definitiva Francesco ha solo ribadito “ciò che ha sempre detto sulla guerra in Ucraina”, cioè che il negoziato è l’unica via per condurre “a una pace giusta e duratura”. No, non è così: stavolta il pontefice non poteva essere più chiaro, non c’è bisogno di volonterosi traduttori del suo pensiero: il papa ha chiesto al governo di Kiev di alzare “bandiera bianca”, di avere il coraggio del negoziato ma anche della possibile, calcolata e dignitosa resa per salvare i civili che hanno già pagato un sanguinoso alto tributo (circa 9 mila morti), quindi di “non avere vergogna” per una decisione che sarebbe altamente umanitaria (e complimenti alla RSI e all’autore dell’intervista che ha fatto il giro del mondo).

Quindi, è la sostanza del verbo pontificio, che a deporre le armi sia l’aggredito troppo debole, e non l’aggressore apparentemente imbattibile. Non un aggressore qualsiasi, ma la Russia di Putin, modello di neo fascismo imperial-bolscevico, falsificatore seriale della Storia, arrivato anche al punto di affermare pochi giorni fa che ad innescare la seconda guerra mondiale non fu Hitler bensì il comportamento irragionevole della Polonia (e lo scellerato Patto Molotov-Ribbentrop che ancor prima la smembrò e la occupò?). Esulta il proto-pacifismo anti-atlantico, gongola Mosca, protesta sconcertata Kiev. Ma a ben vedere, c’è poco di sorprendente nella “bandiera bianca” in mani ucraine invocata da papa Francesco. Che, certo, in passato ha tentato di smuovere anche il Cremlino, per esempio con la volonterosa missione del cardinale Zuppi per riportare a casa di decine di migliaia di bambini rapiti nella “piccola Russia”, trasferiti nel regno putiniano, per essere russificati: missione fallita, il cardinale nemmeno ricevuto al Cremlino. Un pontefice anche contraddittorio: invocò il diritto all’autodifesa da parte dei cristiani d’Oriente aggrediti dagli sgherri dello Stato Islamico, per poi precisare, di fronte ad altri conflitti, che l’autodifesa non deve però provocare aumento ed estensione della tragedia. Strana equazione, improponibile.

Quindi la Nato illustrata come “cane che abbaia” portato fin sotto le mura Mosca, sorvolando sulla volontà dei paesi liberi di aderirvi (ora persino le neutralissime Svezia e Finlandia), l’allargamento “manu militari” a Est della Russia (Georgia, Cecenia, sostegno armato alla dittatura di Bielorussia); a cui ora possiamo allineare le minacce alla Moldavia e ai Baltici sempre col pretesto di proteggere le minoranze russe. Né ha mai ricordato, il papa, che l’unico documento sottoscritto del dopo-guerra fredda, firmato anche dalla Russia, insieme a USA e le due potenze nucleari europee, è il Memorandum di Budapest (dicembre ’94) con cui Kiev consegnava a Mosca tutto il suo arsenale atomico in cambio della garanzia internazionale della sua indipendenza e integrità territoriale. Si potrebbe continuare, ma non è la geo-strategia il lavoro di Francesco, anche se suscitò sconcerto quando, rivolgendosi in video alla gioventù russa riunita a San Pietroburgo, invocò: “Non dimenticate mai la vostra eredità, siete i figli della Grande Russia dei santi, dei re, di Pietro primo, di Caterina seconda…Non rinunciate mai a questa eredità”. Parole al miele per i progetti imperial-restauratori di Putin.

Siamo onesti. La “bandiera bianca” evocata dal papa la vorrebbero raccogliere in molti nelle democrazie “stanche” della guerra. Ormai, se i nemici dell’Ucraina stanno a est, non va però meglio a ovest (ripensamento Nato sull’aiuto militare). Dovrebbero essere solo gli ucraini a decidere. Ma questa guerra così vicina, per questa parte del mondo è anche uno specchio, configura il possibile successo dei regimi dittatoriali, riproietta l’ipotesi di un nostro eventuale spiacevole futuro, esaltando la ragione del più forte. Non importa che ne pensino le vittime: il panno bianco (non alzato davanti a Hitler) può sembrare anche a noi scelta salvifica di buon senso. Ma “non c’è pace senza giustizia”. Almeno parziale. Non lo diceva forse il profeta Isaia?

Nell’immagine: Léon Cogniet, “Scène de Juillet 1830” (1830)


Papa Francesco ha ragione, Kiev ha (quasi) perso: ma la vittoria non è l’unica strada della pace

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Vorrei dire: finalmente! Recidere con le parole il giusto e l’ingiusto, il razionale e il folle. Solo il Papa poteva avere il coraggio di far questo. Parole dette scritte mandate alte, che diventano sfida esempio tentazione al contrario. Osare l’impronunciabile per gli usi della bizantina ipocrisia: ovvero dire arrendersi, alzare bandiera bianca, trattare. Questo è la virtù profetica, lo Scandalo sacro della verità. Per due anni abbiamo ascoltato senza fare quasi domande, prendendo atto, per immersione, magari per abitudine, restando in maggioranza inerti, superficiali, racchiusi dal giro intricato delle cose. Il conflitto straziava nel lungo, i morti fissavano il cielo rigato di missili sonanti. Sulla guerra in Ucraina abbiamo vissuto sotto il dominio soffocante di una cosmogonia omogenea. Putin, la Russia, aggressori arroganti, saranno puniti, non hanno con la loro potenza di cartapesta alcuna possibilità di prevalere sul Bene, cioè su di noi. Gli eroici ucraini e le nostre armi e i nostri soldi sconfiggeranno il Male.

Nessuno metteva in dubbio, tutti hanno interiorizzato. Siamo stati convinti con la intensa soddisfazione di vivere in diretta l’avvenimento grandioso della Guerra Giusta: e inevitabilmente vittoriosa. Il cretinismo infinitesimale di singoli eventi orribili: le carcasse dei carri, le trincee divelte, le sviscerate tumefazioni delle città, ecco servito il paradigma del tutto è cronaca. Ha banalizzato l’orrore, consentendoci come spettatori di autoescluderci e di pensare di poter usufruire di un rifugio perpetuo. Il nostro fare nulla, l’accontentarci della sicurezza della vittoria che ci veniva garantita da color che sanno, politicanti, economisti, generali, esperti, intellettuali rendeva la impotenza e la indifferenza felici, legittime e rassicuranti.

Mese dopo mese tutte le possibilità intermedie sono state, una dopo l’altra, eliminate, smascherate come inganno, abdicazione all’avversario. Dalle due parti, Kiev e Mosca, con un progetto metodico, è stata lasciata soltanto una possibilità: la propria vittoria totale. Con un ribaltamento che spesso avviene nelle guerre, la politica, russa, ucraina, occidentale, si è ridotta miseramente a continuazione della guerra con altri mezzi, uno schermo per dimostrare la necessità del massacro temperato dalla certezza che alla fine avremmo vinto noi. Anche le grida domenicali, appassionate, del Papa, in fondo, sono state ridotte a una parte di questo disegno di illusione, invocare la pace era null’altro che rinviare a qualcosa di utopico e impossibile: perché la pace doveva essere ovviamente giusta, perfetta, riparatrice per le vittime e punitiva per i colpevoli. Perfino il pacifismo dei virtuosi, degli uomini di buona volontà (non molti per la verità) è stato immiserito a rito accomodante, gratificazione delle coscienze singole, fuga nella buona azione del fine settimana: manifestate, manifestate che tanto poi…

La vittoria era l’unica soluzione per avere la pace, inseguita descritta vaticinata in modo inevitabile dalle cancellerie e dai vertici dell’Alleanza via via che il campo di battaglia la dimostrava sempre più remota, irraggiungibile, mostruosamente costosa per chi la combatteva al fronte.

I registi della guerra a Mosca e a Kiev e in Occidente hanno a poco a poco dimenticato i morti, feriti, i mutilati delle trincee, gli uomini che muoiono dopo un ora o un anno, la vita per un istante sotto l’impeto della mitraglia… Poi subito afflosciata, affondata a picco come una pietra. Si sono impadroniti della morte, i guerrafondai in mimetica o doppiopetto, le fanno la guardia come mastini: questi sono i Nostri Morti quelli sacri giusti gloriosi, i loro morti sono criminali e maledetti. E mentre chi li ha amati entra nell’inesplorato bosco del dolore, gli alti comandi, gli encomiatori da lapide, i cappellani del massacro, estranei e compatti, affidavano ai proclami il loro rancore di superstiti: saremo noi i buoni perché vinceremo!

Occorreva che qualcuno prendesse la parola per i morti, per quelli già spazzati via e per quelli che verranno… Ancora un paio di anni e vinceremo! Un niente! Bisognava che qualcuno dicesse quello che i politici e i generali non hanno il coraggio di dire: che è l’esaurimento degli uomini nelle trincee e negli assalti e non delle munizioni o dei droni a decidere la vittoria e la sconfitta. In questa matematica inumana la Russia è in vantaggio, vincerà. Mentre Putin continuerà a attingere al suo immenso materiale di vite sacrificabili, largheggiando senza rimorsi, come è nello stile, sotto qualsiasi segno ed epoca, di un dispotismo abituato alla cieca obbedienza, Kiev è quasi alla fine, una generazione è stata spazzata via o ha cercato la salvezza fuggendo. Alcuni generali hanno cercato di dirlo a Zelenzky ma sono stati licenziati o allontanati: perché Zelenzky come Putin è ormai prigioniero della logica della vittoria totale che gli abbiamo garantito.

Solo il Papa poteva spezzare il tabù, solo lui ne ha la forza morale. Usando parole sconfitta, negoziare, bandiera bianca che costerebbero l’accusa di tradimento, di collaborazionismo con il nemico. Ma questa è la Chiesa, quando sa lasciare agli altri i distinguo, i silenzi, il non detto, le formule felpate, le maledizioni sul nemico sempre Assoluto. La macchia bianca del Papa è una insegna, una biografia, un memento. È muta di colore, biancheggia sempre di più, perché il suo messaggio spezza il tempo. Esemplifica, aspetta al varco la responsabilità di ognuno, ripropone. Al contrario dei politicanti batte e ribatte sulle chiusure umane, giustizia i diaframmi che impediscono l’ascolto, non accetta riposo, è portatore di difficili e rivoluzionarie meraviglie. Ci impone di non insabbiarci nei dubbi, strazi, interessi di uomini e di sistemi, in una terra dove per vincere dovremo scendere in campo direttamente, disseminata di silos in cui dormono mostri a testate multiple, meraviglie della demenza che possono vetrificare il pianeta, e in fondo agli oceani scivolano, silenziosi e ciechi, sottomarini con missili ciascuno dei quali può annientare centinaia di migliaia di esseri umani: allora torna il conto dopo due anni, o è follia?


Che vergogna certa politica

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Premessa: non è sorprendente la recita che ci è offerta dalla politica; è semplicemente la vecchia abitudine che si ripete. Parto da lontano. Platone aveva auspicato il governo dei migliori, ma il tempo e le vicende ricorrenti ci hanno mostrato che l’auspicio del filosofo è fuori portata. A guardare quel che sta succedendo, mi vien da pensare – lo dico con pacata ironia – che la democrazia così come si presenta oggi sembra proprio dar ragione all’Anonimo ateniese che, intorno al V secolo a.C., riteneva la democrazia un sistema politico che non ha a cuore il bene di tutti, ma il beneficio dei peggiori e dei meno dotati.

La nostra democrazia liberale non è quella degli antichi, ma oggi è più che mai presente il governo dei peggiori e pure la tentazione dell’uomo o della donna forte: ce lo dicono i sondaggi, ma basta leggere i giornali per averne definitiva conferma. Il pensiero democratico ha tante virtù ma anche un problema: punta sul numero e non sulla qualità. Giorgio Gaber l’aveva capito: non è la democrazia nemica della qualità, è la qualità che è nemica della democrazia. E talvolta, direi spesso, per i partiti, impegnati a gestire e controllare le risorse dello Stato, conta di più il numero; la qualità, se c’è, viene dopo nella graduatoria da prendere in considerazione.

Lo sappiamo: la democrazia presuppone cittadini preparati e informati, ma oggi – sembra paradossale – siamo piuttosto malmessi e a farla da padrona è l’ignoranza. E talvolta, visto l’esito, ho l’impressione che sia il voto a “nobilitare” l’ignoranza. Sì, perché se a votare sono cittadini disinformati e non informati la rapida involuzione della politica e dei politici verso la mediocrità è assicurata. Quando un eminente studioso come David Runciman conclude che oggi al potere non ci arrivano i bravi per merito o capacità ma quelli che “sono bravi nel gioco sporco della politica”, beh, c’è poco da essere ottimisti.

Oggi la democrazia rappresentativa è in cattiva salute perché, dicono i bene informati, i deputati eletti sono scelti dai partiti e più che il bene generale sono gli interessi di parte ad essere perseguiti. Infatti, è il senso di estraneità, il rifiuto, la sfiducia nella politica e nei politici a costituire la caratteristica del nostro tempo. Francesco Pallante, professore di diritto costituzionale (testo consigliato: Contro la democrazia diretta, Einaudi, Torino, 2020), ci informa che oggi dilagano i comportamenti politici degenerati: riflessività, lungimiranza e responsabilità non sono un bagaglio consueto nella politica attuale e infatti i risultati li vediamo. Astensionismo, crescita dei vari populismi, ne sono la conseguenza. Il diffuso disamore, per non dir di peggio, verso la politica ne è la inevitabile conseguenza.

È un discorso vecchio e qualcuno mi rimbrotta impaziente: Santiddio! Stai ripetendo le stesse cose da una vita! È vero e chiedo venia, ma come non indignarci di fronte ai frequenti spettacoli che ci segnalano che il peggio sta alle porte e si affaccia con ostinazione anche a casa nostra? Un cenno a due fatterelli.

Primo episodio. C’è stato, recentemente, l’esercizio del diritto costituzionale allo sciopero: una marea di persone, tante del servizio pubblico e pure del privato, hanno manifestato il loro legittimo disagio. La politica cosa fa? Il Governo della Repubblica invece di obiettare, se del caso, con i suoi argomenti di contrarietà all’evento, proclama che “questo sciopero è poco comprensibile” (come a dire che troppi cittadini si agitano senza plausibili ragioni e poco senno), alcuni parlamentari ribadiscono che l’esercizio “è inopportuno” e non manca il solito “luminare” che, con spiccato piglio analitico (si fa per dire), considera gli scioperanti dei “privilegiati lavativi” che offendono i veri lavoratori. Questa è la risposta esemplare della politica; e poi ci meravigliamo della distanza crescente e della generale sfiducia dei cittadini nei confronti di chi le istituzioni dovrebbe rappresentare con costante decoro.

Secondo episodio. Un’esaltazione dell’indecenza è l’osceno e vergognoso spettacolo offerto ai cittadini dalle nomine dei procuratori attorno a cui si accapigliano partitoni, partitini e famiglie eccellenti. Come possono essere credibili fino in fondo nomine in cui a contare non sono la capacità e il merito, ma il famigerato manuale Cencelli, dove a valere è il colore politico e pure il clientelismo e gli intrallazzi famigliari hanno il loro peso? Uno spettacolo indecente, una pagina esemplare di diseducazione civica che meriterebbe di essere discussa nelle scuole: forse i nostri giovani riuscirebbero a capire perché siamo così malmessi e perché ci sono tantissimi libri che trattano della mediocrità della politica.

Articolo pubblicato da La Regione

Nell’immagine: due vecchie conoscenze


Gli occhi del Gambia a Bellinzona

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Attraverso varie testimonianze, tra le quali quelle di due giornalisti gambiani e di due vittime, abbiamo cercato di raccontare l’importanza di questo processo svizzero per il Gambia, un paese ancora in cerca di giustizia

«Per noi non è un semplice processo. Abbiamo vissuto queste vicende, conosciamo le persone e i luoghi e sappiamo cosa vogliono sapere i nostri connazionali. È importante essere qui perché altrimenti le notizie non arriverebbero alla gente del Gambia e questo non avrebbe senso». 

Mariam Sankanu è una giovane giornalista gambiana. Ha 24 anni e scrive per il sito investigativo Malagen.org e per il portale internazionale Justice.info che si occupa di giustizia di transizione nei Paesi che escono da una dittatura. In questo inizio 2024, Mariam è venuta due volte in Ticino per seguire il processo in corso al Tribunale penale federale di Bellinzona nei confronti dell’ex Ministro dell’interno del suo paese, Ousman Sonko. L’uomo è accusato di crimini contro l’umanità commessi durante il sanguinario regime del dittatore Yahya Jammeh, di cui Sonko era un fedelissimo. La scorsa settimana Ministero pubblico della Confederazione ha chiesto nei sui confronti una condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità. Da parte sua l’avvocato della difesa, Philippe Currat, ha chiesto l’assoluzione e un rimborso milionario. La data del verdetto non è ancora stata annunciata.

La presenza di Mariam e di altri colleghi gambiani ha permesso di riportare in Gambia, giorno per giorno, quanto è avvenuto qui a Bellinzona. In Gambia il processo ha fatto più volte le prime pagine dei giornali ed è stato diffuso dalle radio nelle lingue locali. Il caso è infatti molto sentito nel piccolo paese dell’Africa occidentale dove la possibile condanna di Sonko potrebbe avere un’enorme implicazione politica. Un buon numero di persone che hanno partecipato agli stessi crimini di cui l’ex ministro è accusato ricoprono tuttora cariche pubbliche. Dalla caduta del regime, nel 2017 solo due casi relativi a crimini commessi sotto il governo Jammeh sono stati perseguiti in Gambia. Molto di più è stato fatto all’estero. Un processo come quello di Sonko potrebbe quindi costringere il governo gambiano ad agire a casa propria. 

Per questo la presenza della stampa locale, sostenuta da alcune persone e associazioni svizzere, è molto importante, come ci spiega il giornalista Sanna Camara: «In Gambia molte persone hanno perso la speranza che venga fatta giustizia. Grazie al processo Sonko in Svizzera e al fatto che noi siamo presenti per raccontarlo la gente in Gambia non ha perso la speranza affinché un giorno sia fatta giustizia». In Gambia vi è oggi uno spazio civile aperto e in generale i media possono fare il loro lavoro. Durante il regime non era così. Prova ne è che due dei dieci accusatori privati nella procedura contro Sonko in Svizzera sono degli ex giornalisti torturati dalle forze governative. Tra chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significava fare questo lavoro sotto la dittatura di Jammeh vi è lo stesso Sanna Camara. Il giornalista è stato arrestato tre volte e ha vissuto in esilio in Senegal gli ultimi tre anni del regime.

Ho avuto la possibilità di passare diverso tempo con Mariam e Sanna e conoscere le loro storie durante il loro soggiorno in Ticino. Ho così raccolto le loro testimonianze che, assieme a quelle di due vittime – il giornalista Musa Saidykhan e Fatoumata Sandeng Darboe, figlia di un leader politico dell’opposizione assassinato nel 2016 – e ad una specialista dell’ONG TRIAL International (all’origine della denuncia contro Ousman Sonko) costituiscono le voci di un audio racconto pubblicato sul sito di “area” e che si può ascoltare qui. 

  • Martedì 12 marzo alle 18.30 si terrà un incontro pubblico con Mariam e Sanna, presso lo spazio REC di Lugano (Via Ronchetto 7). Sarà un’occasione per conoscere una realtà umana e giornalistica diversa

Nell’immagine: una seduta della Commissione verità in Gambia (foto Jason Florio / Fondation Hirondelle)


Le università svizzere sono vittime del loro successo?

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Di Simon Bradley e Pauline Turuban, tvsvizzera.it

Aule, biblioteche e mense affollate e, in alcuni casi, meno contatti tra alunni e alunne e corpo docenti: chi frequenta l’EPFL conosce bene i problemi con cui è confrontato l’ateneo.

“È una battaglia trovare un posto a sedere per una lezione, non è l’ideale”, spiega Charles Fontannaz, uno delle centinaia di studenti al secondo anno del bachelor di ingegneria meccanica. Chi non imposta la sveglia abbastanza presto rischia di doversi sedere per terra o di seguire la lezione in diretta streaming in una stanza vicina, ci spiega.

L’EPFL figura regolarmente tra le migliori università europee e attira studenti, ricercatori e docenti da tutto il mondo. Negli ultimi 15 anni il numero di allievi e allieve di Bachelor e Master è quasi raddoppiato, raggiungendo circa 11’000 persone. In totale, il 55% di tutti coloro che seguono un bachelor proviene dall’estero, il 90% dei quali dalla Francia. Le cifre sono ancora più alte a livello di master (64,9% dall’estero) e di dottorato (85,7%). Nel campus sono rappresentate più di 120 nazionalità.

Limitare il numero di iscrizioni

Questo crescente numero “sta mettendo a dura prova la qualità dell’istruzione”, ha indicato l’EPFL a gennaio. Di conseguenza, l’ateneo sta valutando di introdurre un limite di 3’000 posti per il primo anno di bachelor a partire dal 2025. Gli studenti e le studentesse che vivono in Svizzera avranno la priorità. Una decisione formale è attesa per la fine dell’anno.

Se il problema è particolarmente acuto in un’università di fama mondiale come l’EPFL, anche altri atenei non sono al riparo. Il numero di studenti in Svizzera è in aumento da anni e all’orizzonte non si profilano cambiamenti. Stando alle previsioni dell’Ufficio federale di statistica, gli effettivi dovrebbero aumentare a un ritmo annuale medio dell’1,5%. Nel 2031 le scuole universitarie elvetiche dovrebbero accogliere 320’000 allievi ed allieve, pari a una progressione del 15% per il periodo 2021-2031.

La crescita è da imputare in primo luogo all’evoluzione demografica, ma anche all’aumento degli studenti e delle studentesse provenienti dall’estero. Molte università svizzere si classificano regolarmente ai primi posti nei sondaggi globali. La loro reputazione di eccellenza, l’ambiente internazionale e le tasse universitarie relativamente basse attirano un gran numero di laureandi stranieri.

Circa un terzo di tutte le iscrizioni provengono dall’estero. La percentuale di laureati e laureate straniere in Svizzera è superiore a quella di altri Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Le materie più gettonate sono le scienze naturali e l’ingegneria.

All’Università della Svizzera Italiana (USI), in Ticino, il numero di iscritti è quasi quadruplicato negli ultimi 20 anni; il 69,8% è costituito da studenti e studentesse internazionali, provenienti soprattutto dall’Italia.

L’ateneo afferma di aver adattato le proprie infrastrutture per far fronte alla crescita e di aver evitato, in generale, i problemi che caratterizzano l’EPFL. Tuttavia, all’Accademia di architettura di Mendrisio vi sono problemi di spazio. È prevista la costruzione di un nuovo edificio, ma sono state imposte restrizioni alle candidature.

“Abbiamo dovuto limitare il numero di nuove iscrizioni per garantire la qualità dell’insegnamento e mantenere un rapporto ragionevole tra studenti di diversa provenienza”, spiega Barbara Vogt, portavoce dell’USI.

ETHZ l’ateneo più internazionale

L’università più internazionale della Svizzera è il Politecnico di Zurigo (ETHZ), secondo una classifica stilata dal Times Higher Education. L’ateneo zurighese si è classificato al settimo posto nel sondaggio globale 2024. La maggior parte degli studenti stranieri dell’ETHZ proviene da Germania, Italia, Cina e Stati Uniti.

Il loro numero è raddoppiato negli ultimi 20 anni. L’anno scorso il rettore Günther Dissertori ha riconosciuto che, a fronte di una crescita che continuerà e di budget ristretti, “i mezzi a nostra disposizione – soprattutto il personale e le infrastrutture – sono destinati almeno a ristagnare nei prossimi anni. Questo si ripercuote sul rapporto docenti-studenti e mette a rischio la qualità dell’insegnamento”.

Tuttavia, l’ETHZ non ha in programma di limitare il numero di posti di studio o di aumentare le tasse universitarie. Ha invece introdotto una selezione più severa a livello di Master, dove quasi la metà (45,7%) dei e delle candidate proviene dall’estero. Tra le misure adottate, ogni dipartimento definisce dei limiti di capacità per ogni programma specifico e rivede regolarmente questa cifra.

A San Gallo numerus clausus è una realtà dal 1963

Un’altra università con un forte profilo internazionale è quella di San Gallo. Attualmente sono iscritti quasi 10’000 studenti e studentesse provenienti da oltre 90 Paesi. Circa il 64,9% di quelli che seguono un dottorato proviene dall’estero.

“Con questa crescita, l’Università di San Gallo sta raggiungendo i suoi limiti infrastrutturali”, ci spiega la portavoce Mattea Bieniok.

È previsto un nuovo campus, ma il suo completamento è stato posticipato al 2031. Questo aggraverà la carenza di spazio nei settori dell’insegnamento e della ricerca, ammette l’università. Allo stesso tempo, sono stati investiti ingenti fondi nell’ampliamento del personale docente, per cui il rapporto studenti/personale è migliorato nonostante l’aumento del numero di alunni, osserva Bienok.

San Gallo è l’unica università svizzera ad aver introdotto finora una quota per i candidati e le candidate straniere. Sin dal 1963, la percentuale di studenti provenienti dall’estero è stata limitata a un massimo del 25%.

Per Rudolf Minsch, capo economista della Federazione delle imprese svizzere (economiesuisse), San Gallo rappresenta un buon esempio del legame positivo tra qualità e restrizioni.

“L’università è in grado di selezionare gli studenti più motivati e talentuosi dall’estero – afferma. Questo porta a una competizione positiva durante il programma di studio e garantisce che anche gli studenti svizzeri siano migliori. Questo ha un impatto positivo anche sulla reputazione dell’università”.

I programmi di dottorato svizzeri sono particolarmente attraenti internazionalmente. Nel 2017, il 55% delle persone iscritte a questi programmi proveniva dall’estero. Nei Paesi dell’OCSE, la media è del 22%.

Come si può spiegare questo dato? Il principale fattore è una spesa nazionale superiore alla media per la ricerca e lo sviluppo, che “a sua volta sostiene i progressi di chi segue un dottorato sia durante che dopo gli studi”, secondo l’OCSE.

Inoltre, le tasse universitarie in Svizzera sono basse. Ad esempio, la retta annuale 2023/24 del Politecnico di Zurigo è di circa 1’500 franchi svizzeri (1’570 euro) per tutti (svizzeri e non, l’università non fa distinzioni). Poco se paragonato alla media di 50’000 dollari per chi frequenta un’università statunitense di alto livello.

Molte persone che seguono un dottorato sono anche impiegate nelle università e percepiscono uno stipendio, il che riduce il loro onere finanziario.

Articolo a cura di Virginie Mangin
Traduzione di Daniele Mariani
Nell’immagine: 


Se il pontefice si appella soltanto all’Ucraina

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Il papa e la RSI sono al centro dell’attenzione mediatica internazionale per l’annunciata intervista di Lorenzo Buccella per la rubrica “Cliché”, di cui la RSI ha anticipato alcuni estratti. Il suo invito, rivolto soprattutto agli ucraini, ad “avere il coraggio della bandiera bianca”, e la mancanza di qualunque accenno alla Russia o a Putin hanno suscitato numerose reazioni. Riportiamo qui di seguito quella di Anna Zafesova, pubblicata da La Stampa, e per un quadro più ampio rinviamo al sito RSI Info che ne ha compilato un aggiornato elenco.


C’è un dettaglio curioso nella proposta del Papa di alzare “bandiera bianca” e negoziare – e più in generale negli appelli di certe correnti del pacifismo: sono sempre e soltanto rivolti all’Ucraina. È il Paese aggredito che deve mostrare «il coraggio di negoziare» e mettere da parte la «vergogna». È la vittima che deve preoccuparsi di non soffrire un danno ancora maggiore di quello già subito. È compito dell’invaso scendere a più miti consigli, moderare le pretese, fare esercizio di umiltà. Colpevolizzare la vittima è un discorso ritenuto inaccettabile quando si parla di un crimine contro una persona. Stranamente, nella “geopolitica” invece viene ritenuto normale riconoscere il diritto alla prepotenza e il privilegio della minaccia (se per il rischio “che la cosa sia peggiore” paventato dal pontefice si intende una bomba atomica russa). Il ripensamento per salvare vite umane non viene richiesto a chi bombarda, ma a chi viene bombardato. Eppure, per far finire la guerra e la morte, basterebbe soltanto che Vladimir Putin accettasse la “vergogna” di ammettere di aver sbagliato e ordinasse alle sue truppe di tornare a casa.

Forse, si chiede agli ucraini di negoziare partendo dal presupposto che sia inutile appellarsi alla ragione e al cuore di un dittatore, ma se è così, suona paradossale che proprio il “cattivo” venga esonerato da condanne e pressioni. Forse, si pensa che la necessità di «non portare il Paese al suicidio» riguardi soltanto gli ucraini, nonostante siano i soldati russi a morire in numero più cospicuo, ma sarebbe una valutazione insolitamente squilibrata per un leader religioso. Che oltretutto si propone anche come analista militare, invocando la necessità di cedere «quando vedi che sei sconfitto», nonostante basterebbe uno sguardo alle cartine della guerra per vedere come i recenti pochi chilometri guadagnati dalla Russia nel Donbass siano costati mesi di cannoneggiamento (e migliaia di vite di soldati russi), e che perfino gli analisti più pessimisti non parlano di una imminente capitolazione di Kyiv. Si parla, ed è giusto parlarne, del prezzo della resistenza. Ma bisognerebbe parlare anche del prezzo e delle condizioni di un compromesso sul quale, peraltro, le proposte russe sono vaghe quanto minacciose. Si può discutere quindi di cosa sia il «suicidio di un Paese» di cui parla Bergoglio, e di quali compromessi propone di far accettare agli ucraini per «negoziare in tempo», prima che la Russia li uccida tutti. Perché è lo stesso pontefice a ricordare la Storia degli ucraini che «al tempo di Stalin quanto hanno sofferto, poveretti», e quel termine un po’ condiscendente già spiega perché l’Ucraina oggi preferisca resistere che tornare a essere “poveretta” sotto il Cremlino. Non sappiamo quali sono le condizioni di Putin, ma è chiaro che vorrebbe i territori di Kyiv e sappiamo come Putin tratta il suo stesso popolo, i russi che dissentono, e quando il suo fedelissimo Dmitry Medvedev parla di «mandare in Siberia» gli ucraini dei territori occupati non è soltanto una minaccia. Quando mostra una mappa degli appetiti territoriali della Russia – che tinge di rosso russo non solo i territori già occupati, ma due terzi dell’Ucraina – è chiaro cosa implica un “compromesso” con Mosca: regalare milioni di cittadini di una democrazia che vuole entrare in Europa a una dittatura (oppure trasformarli in profughi senza una casa). Il «coraggio della bandiera bianca» non solo ribalta il valore della resistenza, individuale e collettiva, su cui si basano le democrazie del dopoguerra, e la stessa idea di opporsi al Male. È un invito per i dittatori, a dominare un mondo nuovo dove la pace – intesa a quel punto soltanto come non guerra – si ottiene non grazie al riconoscimento dei diritti di tutti, ma rinunciando ai propri diritti sotto minaccia di una guerra.

Nell’immagine: l’Ucraina secondo Putin


Anker, un valore finalmente capito

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Quando si tira in ballo Albert Anker (1831-1910), per concomitanza anagrafica e geografica si tende ad associarlo a Ferdinand Hodler (1853-1918), sebbene Anker fosse del Seeland bernese e Hodler della Capitale, e solitamente se ne riconoscono le fondamentali differenze. Interessato soprattutto agli interni di una società rurale il primo (pagliai, stalle, ragazzi a colazione, piccole aule scolastiche), di ampio respiro (si legò alle Secessioni di Vienna, Berlino e Monaco, morì a Ginevra) e pieno di visioni il secondo. E se Anker sembrava volere fermare il tempo, con ritratti le cui composizioni erano continue variazioni di uno stesso tema (come la bambina che lavora a maglia, il bambino che dorme o studia, la bambina che legge), Hodler evocava invece anche il movimento, a tratti struggente e pervaso di elementi quasi onirici.

Oggi però Anker viene proposto in una chiave nuova, moderna e inattesa, grazie alla quale abbiamo la possibilità di leggere anche un pezzo della nostra storia, ritrovando alcuni di quelli che sono stati i valori fondanti del nostro Paese. In Albert Anker. Lezioni di pittura da Raffaello, infatti, il regista Heinz Bütler riesce nell’intento di fare letteralmente rivivere il pittore di Ins attraverso la sua casa, oggi museo, che custodisce – a oltre cent’anni dalla morte dell’artista – un atelier perfettamente conservato, al punto di dare l’impressione che Anker debba rientrarvi da un momento all’altro. 

Lo studio d’artista, al primo piano di una vecchia casa bernese, si rivela come una sorta di ottocentesca Wunderkammer, con quelle sue pareti di legno rivestite dei ricordi di una vita (una bussola, calchi in gesso, ritagli, una libreria), attraverso i 46 taccuini pieni di appunti (contabilità domestica, piccoli sketch che paiono moderni fumetti), con i colori mescolati in loco e i pennelli realizzati a mano (uno addirittura con un pelo di sopracciglio di capriolo).

A restituirci la figura di un uomo sorprendente e moderno a modo suo, sono una serie di personaggi che si incontrano nell’atelier di Anker, per discuterne e scoprirne le pieghe meno conosciute; fra tutti spicca l’imponente Endo Anaconda, poeta e frontman della leggendaria band elvetica Stiller Has, scomparso poco dopo la fine delle riprese, nel 2022. Endo Anaconda (all’anagrafe Andreas Flückiger), anche lui di origini bernesi, dal primo momento si ritrova nella casa di Anker, nei valori di un uomo che amava i figli smodatamente e che aveva eletto bambine e bambini a proprio soggetto preferito, che aveva studiato le lingue (ne conosceva sette) con la stessa abnegazione con cui aveva dipinto per una vita intera. Guardando il documentario, si scopre così un artista mite e innamorato del proprio luogo di nascita, ma che comunque viveva molti mesi all’anno nella grande Parigi, dove aveva assorbito l’aria dell’impressionismo, che aveva accettato la scelta dell’unico figlio maschio sopravvissuto di lavorare lontano da casa sulle grandi navi, e che realizzò oltre 800 quadri, nessuno dei quali venduto dopo la morte.

Intorno a Endo Anaconda, una serie di comprimari di tutto rispetto, pronti a corroborare una nuova lettura dell’artista: dalla storica alla storica dell’arte, passando da un pronipote e uno scrittore. Partendo dai colori, dagli studi, dalla composizione dell’immagine, si scoprono informazioni sui materiali di cui erano fatti i tessuti, sulla scolarizzazione avvenuta – per femmine e maschi – negli anni 30 dell’800, sulle mode di Parigi, sui soldati di passaggio con i geloni ai piedi, in un’indagine postuma in cui la pittura vissuta come ragione di vita va di pari passo con la vita stessa, offrendo alla spettatrice e allo spettatore un’espressione di serenità e appagamento che forse nell’immaginario collettivo mal si sposa con la figura dell’artista.

Un uomo innamorato del genere umano, lo definisce uno degli interpellati, ed è proprio quella l’ultima immagine che ne abbiamo, al termine di un’ora e mezzo di documentario: gli occhi chiari di Albert Anker catturati da una foto in bianco e nero, sembrano chiedere e chiedersi, al cospetto del tramonto della vita, “sarò stato un bravo padre? Sarò stato un bravo figlio?”. A raccontarcelo, spingendosi nelle supposizioni che tanto gli stanno care e mosso a commozione, sempre Endo Anaconda, e così, alla fine, il documentario si trasforma in un doppio omaggio, a due artisti che hanno vissuto e amato ognuno a modo suo, e la cui vita è stata (anche) un luminoso palcoscenico.

Nell’immagine: Albert Anker al lavoro

 


Parole e musica tra la rabbia e la disillusione, l’incanto e lo sforzo

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

In un tempo lontano Massimo Zamboni disegnò il suono del più influente gruppo rock alternativo italiano. Una realtà sonica che ha nutrito la scena artistica indipendente a venire e il cui lascito è ancora lungi dall’esaurirsi. Ed era un suono urticante, spigoloso che si coniugò a meraviglia con la voce iconica e le parole declamate, recitate e salmodiate da Giovanni Lindo Ferretti. Un’esperienza artistica unica, preziosa e travolgente che quasi a furor di popolo – complice l’amore mai sopito della gente, unitamente al quarantennale dagli esordi e alla mostra di grande impatto e successo in quel di Reggio Emilia, ha convinto i “CCCP-Fedeli alla linea” al ritorno sulle scene. Non si sa per quanto, nonostante che i biglietti messi in vendita per le date “berlinesi” sono stati bruciati in una manciata di minuti. Perché nessuno, amandoli, li ha mai scordati, trasmettendo al contempo ai figli e ai nipoti l’epica di una vicenda che lo scorrere del tempo non ha certo scalfito. Ne ha piuttosto amplificato la portata artistica, sociale e culturale e di come e quanto hanno nutrito il nostro immaginario di allora, che si riverbera ancora attraverso il tempo e lo spazio.  

I CCCP certo, successivamente i C.S.I.  sempre con Ferretti e altri compagni di viaggio a scrivere pagine di un’intensità musicale e poetica che hanno toccato vertici artistici sublimi. 

E poi Massimo, anche lui rintanatosi sull’ Appennino emiliano al pari del sodale Ferretti, amplia e affina il suo talento di narratore rivelandosi un’ottima penna. Ha pubblicando una decini di libri, ad esempio per Einaudi e La nave di Teseo, tra i quali “L’eco di uno sparo” o “La trionferà” che ho particolarmente amato e che Massimo Zamboni venne a presentare a Lugano nell’estate del 2022. Vicende e storie che affondano nella sua biografia famigliare ma anche collettiva per raccontarci le radici di un presente disatteso. Ma che è urgente recuperare “partendo dalla Resistenza e dalla Costituzione” suggerisce l’autore.  

E poi la musica che non ha mai smesso di frequentare. Progetti discografici, concerti, colonne sonore per film e documentari e album. Tra questi l’ultimo ancora per qualche settimana è “La mia patria attuale”, che fa da pendant con “La trionferà”, attraverso il quale offre il suo prezioso punto di vista, utilizzando la forma  canzone, per raccontare la sua patria “all’incrocio tra la rabbia e la disillusione, l’incanto e lo sforzo. Un paese diviso tra lo sfacelo e indicibile bellezza”. Album che ha generato consensi e innescato riflessioni attorno a una parola difficile da pronunciare: “patria”. Una parola che lo tormentava e che doveva indagare. Un’identità sia materiale che immateriale con la quale confrontarsi.  Un concetto che contiene in sé “il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta”. Un’opera urgente che gli ha permesso di confrontarsi e fare i conti con un’identità, personale ma anche collettiva. “In Italia rispetto ad altri paesi non si espone la bandiera se non quando si vince un Mondiale di calcio o quando viviamo una paura collettiva, come successe con la pandemia.  Non la si espone perché c’è una forte ritrosia accumulata nei secoli, una diffidenza nei confronti dell’organo statale che tendiamo a identificare, errando, con la patria. Questa è la gestione amministrativa, l’altra è il concetto immateriale che fatichiamo a definire”. 

E poi una lunga esperienza dal vivo. Massimo Zamboni ha imbastito canzoni e pensieri portandoli sui palchi grazie a “Con voce di popolo, dialoghi e canzoni dalla piccola patria alla patria attuale”, spettacolo tra musica e riflessioni che fece tappa anche a Lugano e che ebbi il piacere di gestire. Un evento e che traeva linfa tanto dal disco quanto dal libro per metter in circolo riflessioni da condividere col pubblico. Ma già allora Zamboni stava maturando l’idea di ampliare la portata dei suoi ragionamenti a quella patria che si ritrova fuori dai confini nazionali. Perché, come ben sappiamo, dalla notte dei tempi gli uomini si muovono, viaggiano, emigrano, fuggono, ricominciano altrove per una serie di fattori e accadimenti che ben conosciamo. 

Una patria “traslocata” dunque, in un “altrove” in cui la lingua materna rimane, come la cultura, i caratteri, lo spirito, la gastronomia, i paesaggi interiori: la patria immateriale. E ci si annusa tra simili, ci si cerca. Succedeva un tempo, accade anche oggi con le nuove generazioni istruite, brillanti, acculturate che non hanno un cantiere da edificare o una ferrovia da costruire. Anche lui ha vissuto sulla propria pelle questa condizione, come la sua generazione. Non a caso i CCCP nacquero a Berlino. Ed è proprio questa “patria traslocata” a nutrire il nuovo album di canzoni che l’artista reggiano pubblicherà nel corso del mese di marzo e cha ha registrato lo scorso anno negli studi della RSI: “Andare via. Riflessioni su un’Italia traslocata”. Disco che avrà la sua presentazione pubblica lunedì 11 marzo dalle 20:30 allo Studio 2 della RSI con diretta in video streaming.

Nell’immagine: Massimo Zamboni


Fratture sociali e spaziali

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

«Tutto aumenta, signora mia…», avrebbe esclamato Alberto Arbasino. Luce, gas, nafta, tasse varie, abbonamenti, balzelli inattesi, il lungo corteo delle assicurazioni… Sono numerosi i fattori che concorrono a questo generale rincaro, dalla speculazione interna all’andamento dei mercati mondiali, dai costi crescenti nel settore sanitario alla raffica di offerte di servizi nel campo della telefonia mobile e dell’intrattenimento televisivo (consumi indotti). Di fronte a questa ondata, spesso imperscrutabile da parte degli utenti, i cittadini hanno accolto un’iniziativa, quella sulla 13esima AVS, che in altri tempi sarebbe stata bocciata (com’era già accaduto nel 2016 con AVSPlus). Risultato storico, si è detto, e a ragione, perché finora ogni tentativo sorretto da un robusto afflato sociale non ha mai superato la prova delle urne: settimana lavorativa di quarant’ore, salari equi, sei settimane di vacanze per tutti, pensionamento flessibile… La strada della socialità elvetica è costellata di sconfitte, di ritardi, di rinvii a tempi migliori (che non arrivano mai). Ma per fortuna le nuove generazioni trovano la forza per superare lo scoramento e di riprendere in mano la questione.

Certo, da sola la sinistra non riesce a spuntarla, sul piano elettorale la sua forza è nettamente inferiore a quella di centro-destra. Ma questa volta governo e parlamento hanno sbagliato i calcoli. O meglio: pensavano di liquidare l’iniziativa senza troppi fastidi come nel 2016, facendo leva sullo spettro del dissesto finanziario. Ma sotto sotto il pensiero era un altro: che i ceti popolari dovessero accontentarsi di quello che passava il convento, senza un centesimo di più. La sicumera (parente stretta della protervia) era talmente radicata da rendere superfluo perfino un controprogetto. Tutto doveva restare com’era, come gli ordini durante l’antico regime: «bellatores, laboratores, oratores…». 

Subito è esplosa la battaglia sul finanziamento, con accenti intimidatori. Dove prendere i soldi? Le associazioni padronali hanno già escluso le fonti consuete, come il prelievo sui salari, l’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva), una maggiore tassazione degli alti redditi. La destra sociale (Lega) vorrebbe rastrellare i denari che oggi la Confederazione versa ai rifugiati e alle organizzazioni umanitarie operanti nel Terzo Mondo. Ovvero: aiutare i penultimi (i nostri vecchi bisognosi) aggravando la condizione degli ultimi (i poveracci in attesa di asilo). La contesa ha il sapore della rivalsa, benché non si profili nessuna «punizione» per le classi abbienti, come voleva anni fa uno slogan dell’estrema sinistra italiana: «anche i ricchi piangano». Qui, semmai, a piangere saranno soltanto lo spirito di collaborazione e le politiche redistributive in un’ottica di riduzione delle disparità sociali (una via che il neoliberismo elvetico aborre).

Alla disuguaglianza sociale va aggiunta quella tra le regioni. Il voto favorevole è giunto dai cantoni maggiormente sofferenti, come il Ticino (70,9%) e il Giura (82,5). Il ricco e poco solidale Zugo l’ha invece respinta (58%). Ma oltre agli aspetti sociali, sicuramente decisivi, c’è anche da considerare l’eredità storica e religiosa. Sui sette cantoni che nella prima metà dell’Ottocento dettero vita alla Lega separata (Sonderbund), ben cinque hanno rigettato l’iniziativa. Sono i cantoni «primitivi» cattolici di Lucerna, Uri, Svitto, Obvaldo-Nidvaldo e Zugo. Friburgo e Vallese, cantoni bilingui e quindi maggiormente gravitanti nell’orbita romanda, l’hanno invece approvata. Colpisce inoltre la distanza che separa il Giura (82,5 di sì) dall’Appenzello interno (68,5 di no). Se volessimo rimanere su questi dati, parrebbe davvero arduo immaginare una volontà riconciliativa sotto il manto di Helvetia… [qui tutti i dati]

Che il confronto politico si sia incattivito, è evidente, così come l’asprezza dei toni. Probabilmente è venuta meno l’opera di mediazione delle società civiche che in passato promuovevano il dialogo tra le classi sociali e tra le regioni linguistiche. Sottrarre ruolo e finanziamento a questi luoghi di dibattito non è stata una buona idea. Speriamo che i politici più avveduti se ne siano accorti e che provvedano presto a ricostruirli, per il bene di tutti.


Tredicesima AVS, continua un allarmismo senza ragione

L’intervista di Francesco alla RSI e le polemiche suscitate dal suo appello a quello che considera ‘un gesto di coraggio’ 

Dopo la batosta sulla tredicesima AVS, nel campo borghese si alzano i lamenti. Non manca chi gufa e parla di “giornata nera” e si fanno avanti coloro che minacciano referendum nei confronti delle misure da mettere in atto per finanziare la riforma. Insomma, si dimostra, ancora una volta, malgrado le chiacchiere, che la disponibilità al compromesso da parte della destra è inesistente. Perfino quando è il popolo a decidere, compreso parte dell’elettorato dello stesso centro destra. Dunque ci sarà, in Parlamento e fuori, chi farà di tutto per boicottare la decisione popolare.

Abbiamo detto e ripetuto che le soluzioni per finanziare la tredicesima ci sono. Si tratta di circa 5 miliardi di franchi all’anno. Prima di tutto le riserve nelle casse dell’AVS non sono mai state così ricche, si stimano 68 miliardi di franchi nei prossimi anni. Con un leggero aumento dei contributi dello 0,8 %, diviso fra lavoratori e datori di lavoro, si incasserebbero 4 miliardi. Abbiamo anche detto e ripetuto che, invece di aumentare l’imposta sul valore aggiunto (IVA) o i contributi della Confederazione, che potrebbero ricadere sulle imposte federali, la soluzione migliore potrebbe essere tassare gli extraprofitti, oppure introdurre una microtassa sulle transazioni digitali. Come da tempo, e di nuovo giovedì scorso nell’intervista a Naufraghi/e, suggerisce il prof. Sergio Rossi.

Ora c’è una buona notizia. Dai banchi del Centro, il capogruppo Philipp Bregy propone di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie: prelevare, per esempio, lo 0,2% del valore commerciale di ogni transazione sul mercato finanziario. “Dobbiamo cercare nuove strade da mettere in pratica” ha detto Bregy. Una proposta simile era già stata avanzata dal consigliere agli Stati vallesano Beat Rieder nel 2022.

“Sono stupito che quella che era un’idea piuttosto utopica stia ora diventando oggetto di un serio dibattito politico”, ha dichiarato Marius Brülhardt, professore di economia all’Università di Losanna, al Tages Anzeiger.

Finalmente un po’ di aria fresca a Palazzo federale. È anche rilevante che questa proposta, concreta e originale, che non cerca fondi nelle tasche di tutti i cittadini, provenga dal Centro. La sinistra dovrebbe vedere di buon occhio la misura, perché è una forma ridotta della microimposta sul traffico scritturale dei pagamenti, oggetto di un’iniziativa, due anni fa, che però non era riuscita a raccogliere le firme necessarie.

Marc Chesney, professore di economia a Zurigo, promotore dell’allora iniziativa sulla microimposta, ritiene che tassare le transazioni finanziare, come suggeriscono Bregy e Rieder, sarebbe una prima tappa nella giusta direzione, “tecnicamente facile da realizzare e molto più sociale di un aumento dell’IVA”.

Tassare le transazioni finanziarie invece del lavoro o dei consumi è un’idea vecchia, ma mai applicata in Svizzera, a differenza di altri paesi europei. Il padre di questa misura è l’economista James Tobin che la formulò, nel 1972. L’aspetto originale è dato dall’esiguità dell’imposizione che non condiziona l’economia reale. L’idea di Tobin venne poi assunta, alla fine degli anni novanta, dall’associazione ATTAC (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini).

Due piccioni con una fava: se per applicare la tredicesima AVS si riuscisse a introdurre in Svizzera una tassazione sulle transazioni finanziare, sarebbe un ulteriore passo avanti per lo stato sociale elvetico.