Se… se… se… allora… potresti essere di sinistra

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Questi sono pensieri via via raccolti, a colloquio con un anziano docente valligiano, definito “di sinistra” per il suo modo di pensare, di essere e di educare, ma che ci teneva a dire che cosa significasse, per lui, oltre ogni possibile inquadramento o etichetta, quell’”essere di sinistra”. E che forse val la pena di rianimare, se… ritenuto ancora degno e attuale. O perlomeno leggere come aneddotica curiosità, ricordo di una bella storia umana, che fu sempre ostacolata.

  • Se tu pensi che si possa alle volte aver vergogna di essere felici tutti soli;
  • se sei persuaso che nessun capitalismo, neppure quando venduto come buono, riuscirà mai a estinguere il “capitalocene” che sta estinguendo l’antropocene;
  • se credi in te stesso e ti senti cittadino, non solo del luogo che ti ha visto nascere, come questa valle, ma anche di non importa quale paese del pianeta, perché sai di essere come tutti gli altri terrestri il passeggero effimero di un piccolo satellite, di un piccolo pianeta perso nell’universo;
  • se le ingiustizie sociali, gli abissi che separano le ricchezze degli uni dai salari di altri ti rivoltano;
  • se ti senti debitore nei confronti di tutti coloro di cui hai avuto bisogno per vivere decentemente;
  • se l’accumulazione di denaro non è il tuo scopo e per te il denaro è un mezzo di scambio;
  • se ritieni che le guerre possono essere evitate perché sono sempre l’opera di umani insipienti e disumani;      
  • se sei persuaso che la responsabilità in ciò che tu realizzi oggi impegna il futuro delle prossime generazioni;
  • se sei pronto ad assumere la tua parte nella costruzione di una società più equa, più giusta, più fraterna;
  • se senza rinnegare la tua felicità e quella dei tuoi, sei pronto a condividerla con gli altri;
  • se consideri che gli uomini e le donne sono uguali in diritto e meritano salari uguali a lavoro uguale;
  • se le discriminazioni razziali ti indignano;
  • se i partiti politici che coltivano l’ignoranza o i sindacati fasulli creati per tradire gli interessi delle classi più sfruttate ti irritano e ti rivoltano lo stomaco;
  • se sei cosciente che il sistema neoliberista dominante condurrà alla estinzione dell’uomo;
  • se sei pronto a rivedere il tuo modo di vivere per salvare il satellite di cui sei il prodotto e l’ospite;
  • se sai resistere alle paure e ai ricatti che utilizzano i poteri politici ed economici per metterti in ginocchio e manipolarti;
  • se sai resistere alle reti sociali debilitanti e preferisci leggere un libro piuttosto che sottoporti di continuo a quelle reti;
  • se difendi la libertà di stampa e non la confondi con la libertà di mercato e d’inganno, venduta come spazio libero;
  • se ti senti vicino a coloro che lottano contro gli abusi degli imprenditori, la politica di smantellamento dei servizi pubblici, il tentativo di accaparrarsi i mezzi di informazione o acquistandoli o togliendo e negando loro i mezzi di sopravvivenza;
  • se ritieni che il più delle volte la neutralità è ipocrisia, l’indifferenza irresponsabilità;
  • se… allora potresti essere qualcuno che si dice o vien definito, da parecchi persino con disprezzo e ostracismo, “di sinistra”. E potresti esserne orgoglioso, semplicemente come uomo.

Nell’immagine: scultura presentata nell’ambito di OpenArt Roveredo (GR) 2012


Per un piatto di lenticchie… sciopero gettato alle ortiche

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Di Giuseppe Sergi, da Mps-ti.ch

Qualcuno si chiede come mai spesso la nostra critica investa la politica delle direzioni sindacali tradizionali, denunciandone una logica che, alla fine, sacrifica gli interessi dei salariati e delle salariate sull’altare di un accordo a tutti i costi con la controparte, in nome di una concertazione che dovrebbe garantire a lungo termine gli interessi dei salariati e delle salariate.

Ad esempio la cassa pensione

Così è stato, ad esempio, sulla cassa pensione del Cantone. Gli attacchi alla supposta condizione di privilegio degli assicurati alla cassa pensione del Cantone data di moltissimi anni fa. Il termine “Rolls royce” per indicare il “lusso” di cui godevano i dipendenti pubblici fu pubblicizzato da Dick Marty, ai tempi in cui era Consigliere di Stato e si rese protagonista di un intervento di risparmio sulla cassa pensione.
Da allora gli interventi sulla cassa pensione si sono moltiplicati negli anni, quasi sempre accolti dalle direzioni sindacali che non perdevano occasione di sottolineare come quei cambiamenti rappresentassero certo degli arretramenti, ma che si era riusciti “ a salvare l’essenziale, cioè il mantenimento del sistema fondato sul principio del primato delle prestazioni”.

Le cose sono andate poi, come noto, diversamente. Con la riforma del 2012 si passò dal primato delle prestazioni a quello dei contributi, con una diminuzione delle rendite mediamente del 20%. Quella riforma venne condivisa dalle direzioni sindacali e da tutti i partiti maggiori con l’eccezione dell’MPS (e della Lega, la quale tuttavia non si opponeva alla riforma in quanto tale ma rivendicava una diversa suddivisione del contributo di risanamento).

Cosa è successo da allora in poi è materia degli ultimi anni, con le organizzazioni sindacali sistematicamente incapaci di mobilitare, malgrado la prospettiva di una diminuzione dei tassi di conversione fosse sul tappeto da diversi anni. I tentativi di mobilitare si sono sistematicamente risolti in flop clamorosi. A modificare il dato è giunta, nell’ultimo anno e mezzo, l’esperienza di ErreDiPi, di fatto espressione di un sindacalismo di lotta che ha coniugato competenza nell’ analisi, capacità rivendicativa, coinvolgimento democratico e attitudine a diventare un punto di riferimento per l’organizzazione e la mobilitazione sui luoghi di lavoro.

Non ci seguono…

Una delle giustificazioni di fondo avanzate dalle direzioni sindacali tradizionali è sempre stata quella del mancato sostegno da parte di lavoratori e delle lavoratrici. In particolare una scarsa disponibilità a impegnarsi in misure di lotta, certificata dalla scarsa presenza alle assemblee o al rifiuto dei “mitici” comitati ad adottare con decisione misure di lotta, a cominciare dallo sciopero. In realtà questa presunta passività è funzionale e il riverbero di una logica delle direzioni sindacali che ha sempre privilegiato la via delle trattative attorno ai tavoli negoziali e, soprattutto negli ultimi anni, la via istituzionale.

La logica delle trattative attorno ai tavoli presuppone una attesa dei risultati del negoziato prima di intraprendere qualsiasi forma di lotta. Le trattative si risolvono così in una sorta di esercizio retorico nel quale la capacità argomentativa dei negoziatori sindacale dovrebbe o potrebbe avere la meglio sui negoziatori padronali, messi davanti alle loro responsabilità.
In realtà quegli incontri non possono che essere l’espressione di un determinato rapporto di forza che, in assenza di mobilitazioni importanti e decisive, gioca sempre a favore della parte padronale.

L’unico modo per modificare il risultato delle trattative è la mobilitazione e la modifica dei rapporti di forza: ma a questo si pensa solo “quando le trattative non danno risultati”, momenti che coincidono sia con sentimenti di rassegnazione tra i salariati e le salariate, sia con momenti difficili per organizzare delle mobilitazioni. L’altra via nella quale si sono spese le direzioni sindacali negli ultimi anni è quella istituzionale. In particolare la VPOD, attraverso iniziative popolari, ha messo in campo delle proposte attorno alle quali poi ha negoziato dei progressi per alcune categorie di lavoratori e lavoratrici in cambio del ritiro di quelle iniziative realizzate in una parte ritenuta adeguata.

Le uniche volte che questa logica non è stata applicata, la VPOD è andata incontro a chiare sconfitte in votazione popolare (come nel caso della estensione dei servizi di refezione, doposcuola, etc. a tutte le scuole); le volte in cui questa logica di negoziazione è stata approvata ha portato sicuramente a qualche risultato positivo, ma spesso con conseguenze generali tutt’altro che secondarie. Basterà qui citare il “compromesso” attorno al finanziamento dei salari dei dipendenti degli asili nido, barattato con un sostegno  alla riforma socio-fiscale del 2018. Riforma che passò con una differenza di 193 voti, con la benevola “libertà di voto” della VPOD e con articoli del suo segretario che spiegava come non si potesse avere “il panino e il soldino”

Ma quando li seguono…

L’irruzione di ErreDiPi nel panorama politico e sindacale cantonale ha modificato la situazione. Ha permesso di emergere un malcontento tra i funzionari pubblici e docenti (e non solo) risultato di una politica sistematica di peggioramento delle condizioni di lavoro e delle condizioni salariali ventennale (visibile nei lunghi elenchi di tagli, soppressioni, contributi di “solidarietà” che vengono spesso riproposti).

ErreDiPi, partendo dalle pensioni, ha proposto una politica sindacale che deve avere al centro, per essere mobilitante, il rifiuto, il NO a quanto proposto dalla controparte e che si ritiene inaccettabile. Naturalmente, mantenere questa barra chiara al centro non significa rifiutarsi di analizzare i problemi (e nessuno può certo dire che in questi mesi ErreDiPi ha fatto mancare analisi approfondite della situazione pensionistica), né di avanzare proposte alternative. Metodo che poi ErreDiPi ha esteso anche alla lotta (gemella rispetto a quella sulle pensioni) per la difesa del potere d’acquisto dei salari (capacità di analisi e di argomentazione: è toccato a ErreDiPi, attraverso la documentazione fornita, mettere in luce come il Ticino fosse l’unico Cantone a non concedere il rincaro).

Questo atteggiamento ha guadagnato credibilità e sostegno tra la grande maggioranza dei dipendenti pubblici e ha rappresentato la base per le mobilitazioni che si sono susseguite dal settembre 2022 fino allo sciopero “storico” del 29 febbraio. I lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico hanno dimostrato la loro disponibilità e volontà di lotta.
Ma ecco che, una volta che i lavoratori e le lavoratrici seguono, se chiamati alla lotta (e non certo solo perché a chiamarli sono le direzioni di VPOD e OCST: anzi queste ultime hanno escluso quasi metà dei dipendenti del Cantone, rinunciando al contributo di funzionari e poliziotti), si fa finta di niente e si torna indietro a una situazione precedente le mobilitazioni delle ultime settimane.

È quanto testimonia la proposta lanciata oggi dalle direzioni sindacali di OCST e VPOD nella lettera inviata al Governo. Proposta con la quale, di fatto, si dicono favorevoli ad accettare la proposta dell’esecutivo cantonale (400 fr. e 2 giorni di vacanza) a condizione che, fra due anni e meglio nel 2026, il rincaro perso venga recuperato. Anche sulla questione della diminuzione del 20% della sostituzione del personale partente, la stessa verrebbe di fatto applicata solo ai settori amministrativi e sociali e non alla scuola.
Al di là delle incognite e della incomprensibilità di queste proposte (come evolverà l’inflazione? Perché non già nel 2025?, perché la rinuncia al 20% solo nella scuola, etc. etc.), è evidente che in questo modo si manda a ramengo i passi avanti rappresentati, proprio dal punto di vista di un miglior rapporto di forza, dallo sciopero del 29 febbraio.

Abbiamo scherzato, sembrano voler dire le direzioni sindacali: ci va bene quanto avete proposto finora con un vago impegno a “risarcirci” in un lontano futuro e a limitare i risparmi di personale solo ad alcuni settori. Che nel frattempo, di fronte ad aumenti dei costi della vita (cassa malati, energia, alimentazione, etc.), i lavoratori e le lavoratrici cantonali perdano, giorno dopo giorno, potere d’acquisto non sembra interessare più di quel tanto; né il fatto che in molti settori la non sostituzione del 20% dei partenti rappresenta un peggioramento evidente della qualità del servizio pubblico.


Ombre sulla nazione arcobaleno a 30 anni dalla rivoluzione di Mandela

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Durban, Sudafrica

Il prossimo 29 maggio il Sudafrica torna alle urne in un clima di sfiducia e malcontento. Trent’anni anni dopo la storica svolta democratica, il partito di maggioranza ANC, il movimento anti-apartheid di Nelson Mandela, ha perso molto smalto e il paese è sull’orlo della bancarotta.

I quattro successori di Mandela non sono riusciti a condurre una politica coerente e realistica sulle possibilità di questo splendido paese, ricco di risorse naturali e con un enorme potenziale, tale da farne ‘la’ potenza economica africana.

Cos‘è successo? Di tutto e di più. Gestione infedele delle risorse dello stato, nepotismo e incompetenza hanno inflitto un duro colpo alla credibilità dell‘ANC nel saper governare seriamente.

È purtroppo il tragico destino di tutti i movimenti per la libertà e la democrazia africani. Pensiamo allo Zimbabwe di Mugabe, all’Angola e al Mozambico, che subito dopo l’indipendenza si sono dissanguati in cruente guerre civili.

Non accadrà in Sudafrica. Nonostante gli errori e l’incapacità di governare, i sudafricani sono notoriamente resilienti e sapranno affrontare queste crisi con coraggio e realismo.

Tuttavia le cifre parlano chiaro: disoccupazione al 32% (nel 2007 era al 21%), debito statale del 70% del PIL (nel 2007 era ancora solo del 30%), inflazione al 6%. Si aggiunga la crisi energetica, con le interruzioni quotidiane di corrente e la monopolista società statale Eskom oberata da una montagna di debiti, che hanno reso necessario un salvataggio da parte dell’erario. Anche l’approvvigionamento dell’acqua è in crisi per l’insufficiente manutenzione, complici addirittura atti di sabotaggio. Lo stesso vale per le ferrovie, a causa della cattiva gestione, che influenza negativamente anche l’efficienza dei porti commerciali, con conseguenti ricadute su importazioni ed esportazioni.

I sondaggi prevedono che il partito di Cyril Ramaphosa, appunto l’ANC, perderà la maggioranza. Quindi dovrà trovare un partito che gli permetta di formare un governo di coalizione.

Con chi? Con la “Democratic Alliance” (DA) di John Steenhuisen è altamente improbabile, in quanto ancora percepito da larghe fasce della popolazione nera come partito dei bianchi.

L’“Economic Freedom Fighters” (EFF) di Julius Malema, un populista demagogico che promette l’impossibile, per esempio la nazionalizzazione di tutte le terre senza compenso, sembra imprevedibile e piuttosto inaffidabile come alleato.

Umkonto We Siswe dell’MK, un nuovo partito recentemente costituito da Jakob Zuma (ex presidente allontanato con gravi accuse di corruzione, formulate dalla “Commissione Zondo”, che ha svolto uno splendido lavoro nel mettere a nudo le responsabilità dei governanti al potere con Zuma) potrebbe entrare in linea di conto come partner dell’ANC. Jacob Zuma può difatti ancora contare su un largo elettorato nel suo feudo, il Kwazulu Natal, la seconda più popolosa provincia del paese.

Mi sento di dire che a tutt’oggi esiste fra la gente un grande malinteso su cosa sia la democrazia. Non è un istituto di beneficienza, la democrazia: è esigente e richiede agli aventi il diritto di voto maturità civica e senso di responsabilità. Ciò non è stato chiarito a sufficienza e molti, troppi cittadini ritengono che lo stato debba risolvere i loro problemi.

Questo paese da 20 anni non finisce di stupirmi. Vi trascorro almeno 3 mesi all’anno e sono impegnata in progetti sociali nel campo dell’educazione. Nonostante i gravi problemi evocati, il turismo attrae ancora milioni di persone.

“Sikhona”, ti risponde la gente quando il mattino gli chiedi come sta. “Sikhona” in Zulu vuol dire: «Siamo qui». La giornata può ancora riservare belle sorprese.

Nell’immagine: il leader dell’ANC e presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa


E domani sarà di nuovo l’8 marzo

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 


Gli interrogativi dopo l’esito scontato del “Super Tuesday” americano

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

C’è un solo vero, immediato interrogativo dopo il “Super Tuesday” americano, con le contemporanee primarie in quindici Stati dell’Unione. Ed è una domanda che non riguarda i due protagonisti della contesa, Biden e Trump, che come ampiamente previsto hanno fatto man bassa del numero di delegati per riottenere in estate la ricandidatura dalle rispettive Convention, democratica e repubblicana. L’incognita di queste ore riguarda invece la comprimaria Nikki Haley, ex ambasciatrice all’ONU, sfidante del “tycoon”, esponente dell’ “ Grand Old Party”, di nuovo prigioniero di Trump, della sua narrazione ben più che conservatrice dei leader repubblicani del passato: narrazione reazionaria, primatista, anti-istituzionale più che anti-elitista. E ora, che farà la già governatrice della Carolina del Sud, che ha sfidato con sprezzo del pericolo Trump, riuscendo a raccogliere finora soltanto due “piccoli” successi: a Washington DC (dove regnano i disciplinati funzionari dello Stato, poco tentati da avventure anti-democratiche) e ieri nel Vermont, staterello (in termini di rappresentanza) dove i democratici hanno sempre ottenuto la maggioranza nella corsa alla Casa Bianca, contaminando di moderatismo anche l’elettorale repubblicano locale. Nikki, getterà o no la spugna?

Nella prima ipotesi lo farebbe per non alienarsi chance future in uno schieramento che altrimenti la considererebbe una sorta di infedele; nella seconda tentando eventualmente anche una candidatura indipendente, possibile anche grazie ai robusti finanziamenti ottenuti per tenere a galla la sua sfida, nella convinzione che nel dopo Trump il partito tornerà alle sue passate tradizioni anti-eversive. Rebus che dovrebbe sciogliere già nelle prossime ore. Dopo che comunque ha dimostrato che una fetta non indifferente di elettorato repubblicano (un po’ meno del 20 per cento) farebbe volentieri a meno dell’ex presidente e della sua rozza strategia e della sua politica fortemente divisiva. Quindi, anche in caso di abbandono, quanta parte di questa minoranza interna sarà ancora disposta a negare il suffragio all’uomo che oggi i sondaggi danno per favorito per un ritorno al comando della nazione, prospettiva che dà i brividi alla maggioranza delle capitali europee? E questa pur contenuta contestazione casalinga potrà rovinargli la festa? Per di più restando in gara, la Haley costringerebbe il rivale a battersi su due fronti, suddividendo risorse che non ha: deve comunque versare più di 500 milioni di dollari per sanzioni comminategli in sede civile (aggressione sessuale e frode fiscale). Secondo la CBS, a inizio febbraio aveva a disposizione ancora 65 milioni, la metà di quelli di Biden. Buchi di bilancio dovuti anche al fatto d’aver usato buona parte del budget per pagare la folta pattuglia dei suoi legali.

Altra suspense, oltre alle intenzioni della Haley, non sembra per il momento esistere. Soprattutto, come ha sancito la Corte suprema all’unanimità – quindi anche con l’assenso dei tre giudici ‘progressisti’ su nove – con la sentenza che dichiara eleggibile Donald Trump. Potrebbe segnare la fine ipotesi di una sua esclusione per via giudiziaria. Certo, vi sono ancora, e in particolare, i due atti d’accusa più pesanti: l’incitazione alla rivolta dell’Epifania 2021 per cancellare con atto sovversivo la vittoria di Biden; e le prove (attraverso telefonate registrate) di come tentò esplicitamente di indurre alcuni funzionari della Georgia a truccare l’esito delle elezioni per assegnare al presidente uscente i voti di quello Stato chiave. Ma il calendario è dalla sua parte, perché negli ultimi tre mesi della campagna elettorale, quindi da fine agosto, per legge un candidato alla Casa Bianca non è processabile. E ancora: Trump ha già chiesto alla Corte suprema – formata in maggioranza da giudici conservatori, in parte da lui scelti – che un capo dello Stato in attività non possa finire sul banco degli imputati in un’aula. I suoi toni trionfalistici, in questi giorni, danno comunque già la misura della sua convinzione di vittoria finale.

Diverso lo stato d’animo di Joe Biden, concorrente senza alternativa nel partito dem: un anziano tenace, ma circondato dai dubbi del suo stesso partito e del suo elettorato. Sulla sua età, sulle sue condizioni psico-fisiche, sulla sua politica in Ucraina, sull’ impotenza diplomatica finora dimostrata nel tentativo di disinnescare la guerra di Gaza, sulla parallela impopolarità nella potente minoranza ebraica ma anche nella sempre più delusa minoranza araba e musulmana, sulla delusione dell’elettorato giovane, su una politica economica che tutti gli specialisti promuovono ma che i consumatori valutano soprattutto per gli effetti persistenti dell’inflazione, seppur in calo. Si rimprovera, all’attuale presidente, anche il fatto di non aver preparato una sua successione (fatto non raro per chi sta al comando e pensa di rimanervi ancora), in particolare di aver sempre messo in ombra la sua vice, Kamala Harris, affidandole peraltro un unico dossier, quello (da “mission impossible”) dell’immigrazione clandestina, impopolare per il comune cittadino e indispensabile invece per imprenditori in affannosa ricerca di manodopera, per di più a basso salario. Tutto perduto? No. Tuttavia terribilmente in bilico. Addirittura con l’ipotesi (certo fievole, ma non si sa mai) che fra tre mesi Joe Biden possa rinunciare e passare la mano. Ma a chi? Mistero.

Dunque, il super martedì ha certificato quel che già si sapeva; rimane l’incognita di Nikki Haley; va ancora valutato quanti elettori di quest’ultima rimarranno convinti ‘no Trump’; e rimane ancora uno spiraglio in termini giudiziari, poiché in aprile la Corte suprema dovrà comunque dire se Trump debba o meno rispondere penalmente dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Perché infine, scrive Gregory Alegi, docente di storia e politica americana, “tutto ruota attorno a quel mercoledì di ordinaria follia”.


Alan Friedman – “Partita ancora aperta ma temo la Corte suprema favorevole a Trump”

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Alan Friedman è un giornalista, saggista e autore di programmi televisivi americano molto noto anche nell’area italofona. La sua ultima pubblicazione è “Questa non è l’America“. Un saggio narrativo che ha l’obiettivo di indagare le cause della malattia che affligge l’America, una nazione lacerata, impaurita, rabbiosa e con grandi fasce della popolazione in situazione di emarginazione se non addirittura di alienazione e privazione dei diritti fondamentali.


Game over per l’apparato repressivo   

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

“Non si possono lasciare i delinquenti per strada”, dicono in molti. Se chi lo dice fosse realista si accorgerebbe però che a breve i delinquenti dovremo – forse già dobbiamo – lasciarli per strada. Il sistema giudiziario cantonale è così intasato da non poter più digerire il flusso di carcerazioni che magistratura (intasata pure lei) e polizia sfornano a getto continuo. Mancano magistrati, mancano agenti di custodia e mancano pure le celle. In questo contesto, il parlamento ha deciso di investire decine di milioni, probabilmente un centinaio, tra acquisti d’immobili e ristrutturazione del Palazzo di giustizia. Ma c’è di più: com’era ampiamente prevedibile, il Dipartimento istituzioni (Di) dichiara che occorre un nuovo carcere che, con la Cittadella della giustizia, ci porterà a spendere almeno mezzo miliardo di franchi. Certi politici pensano che i soldi crescano sugli alberi.

La sete di repressione dell’ex delfino leghista – sete che caratterizza le destre populiste di mezza Europa – gli ha impedito di applicare una strategia di sicurezza globale ed economicamente sostenibile; vale a dire una strategia di sicurezza che si articoli sullo sviluppo armonico e coordinato dei diversi tasselli che la dovrebbero comporre – repressivo / preventivo / riduzionista / mediatico – utili a controllare efficacemente una determinata problematica con le risorse a disposizione.

La strategia messa in atto dal Dipartimento mira al controllo sociale utilizzando prevalentemente lo strumento repressivo. Strumento che, tra i vari possibili, è il più costoso in assoluto. Si consideri che per quel che concerne la “Cantonale”, ogni poliziotto che incontriamo per strada costa alla comunità oltre 150.000 franchi all’anno, una giornata di carcerazione 500 franchi. Non perdiamo di vista il fatto che oltre la metà della popolazione carceraria è reclusa per reati legati da lontano o da vicino a infrazioni alla legge sugli stupefacenti. E sulle piazze si trovano droghe di ogni tipo.

Tra Stampa e Farera ci sono 230 detenuti; ieri oggi domani e sempre si tratta di 115.000 franchi al giorno. Ma come detto, oggi l’apparato repressivo è game over, la criminalità diffusa prospera, ed è fonte di profonda insicurezza nella cittadinanza. Si parla di “criminalità diffusa” quando un determinato comportamento deviante diventa capillare. Questo tipo di scenario nasce e si sviluppa nel caso in cui il rapporto rischi / benefici risulta molto basso, e i trasgressori hanno la possibilità di conseguire grandi guadagni assumendosi pochi rischi.

Quando troppe persone passano dal lecito all’illecito le strategie repressive si rivelano inadeguate. Riportare questi tsunami devianti sotto il controllo dello Stato è illusorio. Una strategia di tolleranza zero (come quella dichiarata dal Di) di fronte a un fenomeno di criminalità diffusa richiede talmente tante risorse da compromettere il normale funzionamento dello Stato. È successo a New York negli anni ’90, quando l’apparato poliziesco costava il quadruplo dell’apparato sanitario della città e c’era un operatore sociale ogni 3,5 poliziotti.

Il Ticino presenta scenari di criminalità diffusa principalmente nei settori dell’informatica, dei furti, della criminalità economica e degli stupefacenti.

Esistono accorgimenti semplici per ridurre i rischi, ma di queste cose il ministro leghista non vuole sentir parlare per lo stesso motivo per il quale i concorsi per guardia carceraria non sono aperti a chi ha un permesso C. I suoi principi. Anche se la galera è sovrappopolata, anche se i concorsi per l’assunzione di nuovi agenti carcerari non riscuotono il successo auspicato, e anche se le guardie carcerarie sono esposte a un crescente rischio per la propria incolumità. Anche se la strategia adottata è totalmente illogica e irrazionale.

Tutto questo per dire che per essere efficaci i principi non bastano. Anzi: l’applicazione acritica di questi ultimi può portare a risultati devastanti per casse e sicurezza pubbliche. E il ‘gobbismo’ lo dimostra.

Michel Venturelli è criminologo
Nell’immagine: città-prigione (dall’opera di Jay Crum “Panopticon“)


Iran: dura applicazione dell’obbligo di indossare il velo

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Di Amnesty International

Decine di migliaia di donne hanno subito la confisca arbitraria delle loro auto come punizione per aver sfidato le leggi iraniane sul velo. Altre sono state perseguite e condannate alla fustigazione o a pene detentive, oppure hanno affrontato altre sanzioni come multe o l’obbligo di frequentare corsi di ‘morale’. 

Le testimonianze di 46 persone – 41 donne, una donna trans, una ragazza e quattro uomini – raccolte da Amnesty International nel febbraio 2024, accompagnate dall’analisi di documenti ufficiali, sentenze di tribunali e ordini del pubblico ministero, indicano che una miriade di agenzie statali sono coinvolte nella persecuzione di donne e ragazze per il semplice esercizio dei loro diritti all’autonomia relativamente al proprio corpo e alla libertà di espressione e di credo. L’organizzazione ha pubblicato alcuni estratti di 20 testimonianze per fornire uno sguardo sulla spaventosa realtà quotidiana affrontata dalle donne e dalle ragazze in Iran. 

“Nel bieco tentativo di spegnere la resistenza al velo obbligatorio sulla scia del movimento ‘Donna Vita Libertà’, le autorità iraniane stanno terrorizzando le donne e le ragazze, sottoponendole a sorveglianza e controlli costanti, interrompendo la loro vita quotidiana e causando loro un immenso disagio mentale. Le loro dure tattiche spaziano dal fermare per strada le donne che guidano, alla confisca di massa dei loro veicoli, fino all’imposizione di fustigazioni e pene detentive disumane”, ha dichiarato Natalie Wenger, responsabile Iran per la Sezione svizzera di Amnesty International. 

L’intensificarsi della persecuzione di donne e ragazze avviene poche settimane prima che il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite voti sull’estensione di una Missione d’inchiesta in Iran. In particolare, la missione ha il mandato di indagare sulle violazioni contro donne e bambini avvenute dopo la morte di Jina Mahsa Amini. 

“La Svizzera dovrebbe approfittare della 55esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani del 15 marzo per affermare chiaramente a livello multilaterale che la violenza contro le donne da parte dell’Iran viola palesemente i diritti umani, è contraria agli interessi e ai valori del nostro Paese e deve essere sanzionata dai membri del Consiglio. La Svizzera dovrebbe adoperarsi affinché gli Stati membri del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU pongano fine all’impunità dell’Iran, estendendo il mandato della missione d’inchiesta dell’ONU. In vista di futuri procedimenti legali, il Consiglio deve garantire che un meccanismo internazionale indipendente continui a raccogliere, consolidare e analizzare le prove”. 

Perseguitate per non aver indossato il velo obbligatorio in auto 

Gli annunci ufficiali indicano che dall’aprile 2023, la Polizia morale iraniana ha ordinato la confisca di centinaia di migliaia di veicoli con conducenti o passeggeri di sesso femminile senza velo o con un velo “inappropriato”. Secondo le testimonianze, tali ordini si basano su immagini catturate da telecamere di sorveglianza o su rapporti di agenti in borghese che pattugliano le strade e utilizzano un’applicazione della polizia, chiamata Nazer, per segnalare le targhe di veicoli con conducenti o passeggeri di sesso femminile che non si conformano al codice vestimentario obbligatorio. 

Le donne prese di mira e i loro parenti hanno ricevuto SMS e telefonate di minaccia, con l’istruzione di presentarsi alla Polizia morale e consegnare i veicoli come sanzione per aver sfidato il velo obbligatorio. Amnesty International ha esaminato gli screenshot di 60 messaggi di testo di questo tipo inviati nell’ultimo anno a 22 donne e uomini. 

Amnesty International ha parlato con 11 donne che hanno descritto inseguimenti e fermi di auto intimidatori e sequestri improvvisi mentre svolgevano le loro normali attività quotidiane, come recarsi al lavoro, le visite mediche o accompagnare i figli a scuola. Hanno sottolineato il totale disprezzo della polizia per la loro sicurezza, con alcune donne lasciate a piedi su autostrade trafficate o in città lontane dal loro domicilio. 

Donne e uomini hanno raccontato che la procedura per recuperare le loro auto dalla Polizia di Sicurezza Morale comporta lunghe code e un trattamento degradante da parte dei funzionari, tra cui insulti e rimproveri basati sul genere sull’aspetto di donne e ragazze di soli nove anni, nonché umilianti istruzioni di coprire i capelli e minacce di fustigazione, incarcerazione e divieto di viaggiare. 

In molti casi, gli alti funzionari della Polizia morale ordinano il rilascio dell’auto dopo 15-30 giorni, una volta saldate le tasse di pagamento imposte arbitrariamente per il parcheggio e i trasferimenti con la gru e una volta ottenuti gli impegni scritti di osservare il velo obbligatorio da parte delle donne e delle ragazze e/o dei loro parenti maschi. 

Maltrattamenti e negazione dell’accesso a luoghi e servizi pubblici 

Secondo i testimoni oculari, alle donne senza velo viene ora negato l’accesso ai trasporti pubblici, agli aeroporti e ai servizi bancari in Iran. Le forze dell’ordine controllano la lunghezza e la vestibilità di maniche, pantaloni e uniformi. Le donne vengono spesso maltrattate verbalmente, insultate o minacciate di essere denunciate. 

Una donna ha raccontato ad Amnesty International di un episodio avvenuto alla fine del 2023, quando un agente di polizia in una stazione della metropolitana di Teheran ha colpito al petto sua nipote di 21 anni. Una ragazza di 17 anni ha raccontato che il preside della sua scuola l’ha sospesa temporaneamente dopo che una telecamera a circuito chiuso l’ha ripresa mentre si toglieva il velo in classe, e ha minacciato di denunciarla ai servizi segreti delle Guardie Rivoluzionarie se si fosse tolta di nuovo il velo. 

Processi e condanne ingiusti 

Amnesty International è venuta a conoscenza di 15 donne e di una ragazza di 16 anni in sette province che sono state perseguite solo per essere apparse senza velo o per aver indossato hijab o veli “inappropriati” mentre erano a bordo dei loro veicoli, in luoghi pubblici come centri commerciali, teatri, aeroporti o metropolitane, o in foto pubblicate sui loro account di social media. 

L’entità di tali procedimenti è difficile da accertare, in quanto le autorità non pubblicano statistiche. Tuttavia, una dichiarazione del capo della polizia della provincia di Qom, Mohammad Reza Mirheidary, del gennaio 2024, che fa riferimento a 1.986 casi penali in relazione al velo obbligatorio nella sola città di Qom dal marzo 2023, indica che tali casi sono ampiamente sottostimati. 

Molte altre donne hanno raccontato che i funzionari della procura e della polizia si sono lamentati del loro pesante carico di lavoro dovuto alla resistenza delle donne contro il velo obbligatorio. 

Minacce di violenza e fustigazioni 

Amnesty International ha documentato i casi di quattro donne che, affinché il procedimento penale contro di loro fosse chiuso, hanno ricevuto ordine dal pubblico ministero di partecipare a un massimo di cinque corsi sulla ‘morale’ e di evitare qualsiasi condotta ‘criminale’ per un anno. L’organizzazione ha documentato i casi di altre tre donne che sono state condannate a multe. Ad un’altra donna è stato ordinato di scrivere una lettera in cui esprimeva il proprio pentimento ed è stata minacciata con una multa. 

Amnesty International ha esaminato un rapporto del Ministero dell’Intelligence, che istruisce la sorveglianza continua delle attività online di un’artista donna, presa di mira per i suoi post su Instagram. 

Al momento della pubblicazione, i procedimenti contro sei delle donne di cui Amnesty International ha documentato i casi erano in corso. 

Oltre alle sanzioni, le autorità giudiziarie e i giudici hanno minacciato la maggior parte delle donne e delle ragazze di essere fustigate e incarcerate, mentre una è stata minacciata di morte e un’altra di violenza sessuale. Il padre di una ragazza 16enne ha raccontato ad Amnesty International che durante il suo processo, il giudice di un tribunale minorile le ha chiesto in modo aggressivo perché non osservasse il velo obbligatorio e l’ha minacciata di fustigazione e detenzione. La ragazza è stata assolta, ma è stata costretta a firmare un impegno presso la Polizia di Sicurezza Morale. 

Nel gennaio 2024, le autorità hanno applicato una sentenza di 74 frustate contro Roya Heshmati per essere apparsa senza velo in pubblico. In una testimonianza sul suo account di social media, ha raccontato la sua fustigazione da parte di un funzionario maschile in presenza di un giudice, in una stanza che ha descritto come una “camera di tortura medievale”. 

Il contesto 

Un disegno di legge, che mira a codificare e intensificare l’aggressione delle autorità contro le donne e le ragazze che sfidano il velo obbligatorio, sta per essere adottato dal Parlamento iraniano. Nel febbraio 2024, il Presidente Ebrahim Raisi ha formalmente accettato i significativi costi finanziari dell’attuazione della legge proposta, aprendo la strada al Consiglio dei Guardiani per l’approvazione della legge. 

“Gli Stati membri dell’ONU, compresa la Svizzera, devono insistere affinché le autorità iraniane aboliscano il velo obbligato, annullino tutte le condanne e le sentenze per reati legati al velo e rilascino incondizionatamente tutte le persone imprigionate per essersi rifiutate di indossare il velo”, ha dichiarato Natalie Wenger. “Le autorità devono smettere immediatamente di penalizzare le donne e le ragazze che esercitano i loro diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla libertà di espressione, religione e credo”.

Nell’immagine: una donna a capo scoperto resiste alla polizia morale (nel 2022)


Il futuro di Assange è un po’ anche il nostro

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Di Alberto Mingardi, Il Mulino

Karl Popper ammoniva saggiamente a valutare i prodotti, non gli autori. A ragionare del cosa senza fermarsi al chi. È attesa a breve la decisione dell’Alta Corte inglese sull’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. Mai sottoposto a processo, Assange vive da dodici anni privato della propria libertà: prima, per sette anni è vissuto confinato nell’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito. Negli ultimi cinque è stato incarcerato a Belmarsh, una prigione inglese dove sono rinchiusi terroristi e criminali che devono scontare gravi pene. Assange ha 52 anni: stiamo parlando grosso modo di un quinto della sua vita. Oggi è l’unico giornalista in galera nel Regno Unito.

Com’è noto, se venisse estradato negli Stati Uniti sarebbe sottoposto a processo. Per i diciassette capi d’accusa, la condanna potrebbe raggiungere i 175 anni. La logica è quella della punizione esemplare.

Assange è stato oggetto di una vera e propria character assassination. Il suo sito, Wikileaks, nasce per portare a conoscenza dell’opinione pubblica, con editing minimale, documenti e notizie che i governi (o i grandi attori dell’economia privata) preferirebbero non fossero noti. Il caso più famoso è quello del video “Collateral Damage”, filmato che fa parte della documentazione trasmessa ad Assange da Chelsea Manning (allora Bradley Manning), soldato di stanza in Iraq dove lavorava come analista dell’intelligence. Il video mostrava l’assassinio di diciotto civili, fra cui due bambini feriti e due giornalisti dell’agenzia Reuters, da parte di soldati statunitensi in Iraq, a bordo di un elicottero.

Fra i molti leaks di Wikileaks – dove sono atterrate col tempo notizie che altrimenti non avrebbero mai visto la luce – ci sono anche le email della campagna elettorale di Hillary Clinton, nel 2016, “rubate” da hacker russi (da allora, uno dei comprimari obbligati di qualsiasi elezione che abbia un esito sgradito). Che una potenza straniera metta una fiche su un candidato presidente in un altro Paese non è certo una novità. Tutto da dimostrare è che sia stato quell’aiuto a determinarne il successo. Donald Trump può non piacere, ma è difficile sostenere che la sua popolarità fosse (o sia ancora) frutto esclusivo di una sapiente manipolazione dei social media. Senz’altro la sua amministrazione non ha riconosciuto in Wikileaks un alleato elettorale: se Obama aveva offerto il perdono presidenziale alla whistleblower Chelsea Manning, sono stati i trumpiani a riaprire la guerra a Wikileaks.

C’era una volta un precetto del buon giornalismo che suggeriva di verificare le fonti: nel senso di controllare che offrissero notizie attendibili, non di scremare gli informatori “buoni” da quelli “cattivi”. Più e più volte è capitato che un direttore di giornale dovesse scusarsi con politici e interlocutori amici per aver dato atto di vicende poco commendevoli ed elettoralmente dannose. Non si può non dare una notizia, era il mantra di una generazione di professionisti dell’informazione.

Era.

Oggi l’opinione pubblica è talmente polarizzata, talmente divisa attorno al chi e mai al cosa, che il caso Assange accende solo ben localizzati focolai di simpatia. Quelle persone e quegli ambienti che di solito assumono una postura garantista, giustamente preoccupati per l’esondazione del potere giudiziario, che denunciano le condizioni delle carceri e che sono abituati a ricorrere al vocabolario della libertà e dei diritti sono tipicamente indifferenti al destino di Assange. Il fatto che le accuse di stupro da parte delle autorità svedesi (lì comincia il suo calvario) non siano mai state effettivamente provate, l’evidenza di torture psicologiche durante il suo confinamento all’ambasciata ecuadoriana, la patente sproporzione fra le accuse che gli vengono rivolte e il trattamento penitenziario che ha già subito: nulla di questo sembra interessare. La vicenda Assange è ridotta a una dimensione quasi fumettistica: i suoi capelli bianchi incorniciano il volto di un villain da grande schermo, raccontato come una figura a dir poco ambigua nel film The Fifth Estate . L’etichetta di stupratore gli è rimasta appiccicata addosso. Il sospetto di connivenza col Cremlino ne fa un nemico dell’Occidente.

Ma se andiamo al nocciolo della questione, essa ci appare di disarmante semplicità: Assange ha dato notizie che non dovevano essere date.

Gli arcana imperii attraversano tutta la storia della politica. Ci sono cose che gli Stati fanno e non si devono sapere. Esse hanno natura differente: è diverso occultare un’operazione militare dagli esiti sanguinosi, nascondere il ricorso alla tortura, oppure mantenere in vita canali di diplomazia segreta, per evitare che persino nei conflitti si oltrepassino certi confini. Probabilmente senza la “segretezza cattiva” non si potrebbe avere nemmeno quella “buona”.

La norma che gli Stati Uniti puntano contro Assange è l’Espionage Act, che non a caso risale al 1917 ed era pensata per prevenire interferenze con le operazioni militari, il reclutamento e l’insubordinazione nelle forze armate. La sua applicazione è sempre stata controversa. Il senatore Daniel Patrick Moynihan auspicava, a fine anni Novanta, che la cultura della segretezza che essa aveva contribuito a forgiare lasciasse il passo a una “cultura dell’apertura”: più coerente con la società americana e anche più proficua (la segretezza poteva facilmente coinvolgere anche informazioni che meritavano di circolare e dunque produrre inefficienza, come in Unione Sovietica). Moynihan citava il sociologo Edward Shils che, dopo il maccartismo, aveva pubblicato The Torment of Secrecy. La segretezza è “riservatezza resa obbligatoria” ed è incompatibile e controproducente per una società libera: sono maggiori i danni che crea (anche alimentando teorie del complotto) dei benefici che produce.

Shils scriveva nel pieno della Guerra fredda, quando, nonostante le necessità, vere o presunte, della sicurezza nazionale, era impossibile non interrogarsi su ciò che distingueva – che doveva distinguere – gli Stati Uniti dal loro avversario. Se è vero che i governi cercano sempre di nascondersi, è altrettanto vero che nelle nostre società c’è qualcuno che prova a stanarli. Il fatto che il pezzo di mondo in cui viviamo sia fra i più liberi della storia non è indipendente dall’esistenza di una libera stampa che si pensa come un contropotere. Quello che è vero per il gioco delle opinioni, che dal loro pluralismo e dal conflitto che si sviluppa fra le une e le altre si può arrivare a discernere quelle più plausibili, è ancora più vero per i fatti. Se viene meno la possibilità di cercare di accertare questi ultimi, anche le opinioni sono destinate a rimanere superficiali, a riflettere ancora di più l’appartenenza di ciascuno e poco altro. È dal confronto con i fatti, con le evidenze, con le prove, che il nostro modo di vedere il mondo può cambiare o uscirne rafforzato.

Si può considerare un nemico dell’Occidente chi ha svolto un ruolo così cruciale, per una società libera e appunto “aperta”? Vogliamo davvero affermare che ciò che conta non è la veridicità di un documento, ma gli intenti del whistleblower che ce l’ha passato? Siamo convinti che un editore debba essere considerato responsabile non dell’accuratezza di ciò che pubblica, ma delle intenzioni di chi gli ha fornito quel materiale?

Sono queste le domande che bisogna farsi su Assange, adesso che siamo alla vigilia della sua probabile [o possibile?] estradizione negli Stati Uniti. Chi rifiuta anche solo di pensarci abbraccia la logica dell’amico del mio nemico che è necessariamente mio nemico lui stesso, o quella del mio Paese è il mio Paese, che abbia ragione o abbia torto. Sono posture intellettuali antiche quanto i segreti di Stato ma al fondo incompatibili con un’idea minimamente seria di che cos’è una società libera. Rafforzano semmai la caricatura che di queste società si fa altrove, dove la nostra libertà viene raccontata come un gioco di specchi per coprire gli interessi delle nostre classi dirigenti.

Forse anche il caso Assange rientra semplicemente nella grande tendenza degli ultimi anni: pensare che la realtà è come me la racconto io e me la raccontano i miei amici, fuggire il confronto con prospettive diverse, rifiutare l’esercizio difficile di costruire argomenti o cercare prove. Se questo è lo spirito del tempo, lo spazio delle fragili, precarie, imperfette istituzioni liberali è destinato a continuare a ridursi. Il futuro di Julian Assange è in qualche misura anche il nostro.

Nell’immagine: un fotogramma del video chiamato “Collateral Damage”


Malgrado la 13esima AVS la Svizzera si sposta sempre più a destra

Un ideale catalogo di “condizioni” per provare a sentirsi orgogliosamente “umani” 

Smorziamo i toni, per favore. Certo, l’accettazione da parte di popolo e cantoni della 13esima AVS condita dal nettissimo rifiuto dell’aumento dell’età pensionabile come proposto dai giovani PLR, è stato un bel segnale, ma da qui a parlare di “decisione storica”, “svolta”, “inversione di tendenza” e chi più ne ha più ne metta, ce ne corre. La Svizzera, infatti, non solo è e resta un paese tendenzialmente conservatore, ma da ieri lo è anche un po’ di più.

Lo dimostrano le tre elezioni cantonali svoltesi nel fine settimana (San Gallo, Svitto e Uri) cui si è aggiunta quella per decidere il subentrante di Beat Jans nel Consiglio di Stato di Basilea Città. Ebbene, come già alle elezioni federali dello scorso ottobre vi è un unico partito vincitore, l’UDC, e vi sono due sconfitti, il PLR e i Verdi. Gli altri si barcamenano sulle loro posizioni, limitando i danni senza infamia e senza lode.

Dai Verdi, in crisi di leadership da tempo, non ci si poteva aspettare molto. Un appunto merita invece il PLR, perché se il futuro è rappresentato dai giovani del partito che domenica han subìto una scoppola di proporzioni quasi mai viste con la proposta dell’innalzamento dell’età pensionabile per i prossimi anni e che, inavvertitamente, hanno pure favorito l’approvazione della 13esima AVS, appare evidente a tutti quale sia la proposta alternativa della destra economica, per la quale il futuro si prospetta nero che più nero non si può. Triste fine per il partito che, non dimentichiamolo, ha letteralmente immaginato prima e costruito poi la Svizzera che tutti conoscono.

Le dinamiche, insomma, in questi quattro mesi non sono cambiate, né ha portato beneficio alcuno alla sinistra nel suo insieme il fatto che queste elezioni si svolgessero in un week-end di votazioni in cui i temi potevano favorirla. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che una cosa è il voto per iniziative e referendum, in cui opinioni e interessi personali spesso sono determinanti, un’altra il voto per le elezioni politiche, in cui l’ideologia e l’appartenenza d’area la fan da padrone.

I numeri per i Gran Consigli – per chi se li fosse persi – sono impietosi: UDC +7 seggi a San Gallo, +5 a Svitto e +1 a Uri (totale +13); PLR -3 a San Gallo, -1 a Svitto e -4 a Uri (totale -8); Verdi -3 a San Gallo, a Svitto e Uri, in entrambi i casi in unione con il PS, -2 (totale -7).

A sinistra non è andata meglio per i Consigli di Stato: a Svitto malgrado abbia proposto il presidente del Gran Consiglio il PS non è riuscito a riconquistare il seggio perso nel 2012 dopo 68 anni di presenza ininterrotta (il suo candidato oltre ad essere arrivato lontanissimo dagli eletti si è pure fatto superare da un agricoltore senza partito, il cui unico merito è stato quello di aver avuto posizioni critiche sulle misure anti-Covid); a San Gallo la sua seconda candidata è a 10.000 voti di distacco da chi la precede, tanto per cambiare due UDC, per cui i socialisti rischiano di perdere un seggio in Governo se non riusciranno a recuperare al secondo turno (difficile, per non dire impossibile); a Uri l’unico dei cinque uscenti che non ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno è – né poteva essere altrimenti visto l’attuale trend – l’esponente del PS, che non solo ci è giunto parecchio lontano ma è pure stato preceduto da un esponente del Centro (lui per di più a soli 80 voti dalla soglia…).

Dulcis in fundo, pure in un bastione rossoverde come Basilea Città per eleggere il successore di Beat Jans bisognerà attendere il secondo turno, dato che il candidato PS non è riuscito a raggiungere al primo la maggioranza assoluta necessaria. Qui, tuttavia, a differenza che negli altri cantoni, per lo meno partirà in vantaggio. Quasi certo per contro, visto il distacco che ha separato domenica i due contendenti, che il PS perderà al secondo turno la presidenza del Governo (una specificità tutta basilese) a favore del Partito liberale democratico (altra specificità basilese).