All’ombra dell’Olocausto

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Jonathan Glazer non è regista prolifico. Di origini ucraine, nasce nel 1965 e si forma in seno alla vivace comunità ebraica di impronta liberale e progressista di Hadley Wood, a nord di Londra. Cortometraggi, spot pubblicitari e videoclip di successo sono alla base della sua carriera, prima di approdare al cinema nel 2000 con Sexy Beast, seguito dal thriller Birth e nel 2013 dal fantascientifico Under the Skin, accolti con interesse dalla critica internazionale. Trascorrono dieci anni prima di arrivare al suo recente The zone of interest, oggi candidato a 5 premi Oscar. Nel 2014 legge il libro omonimo di Martin Amis e se ne assicura i diritti per il grande schermo, decidendo di mettere a fuoco un solo personaggio. Si tratta – Glazer, a differenza di Amis, gli restituisce il suo vero nome – di Rudolf Höss, comandante ad Auschwitz dal 1940 al ’43. 

Insieme alla famiglia, la moglie Hedwig e cinque figli, il comandante vive nella ‘zona d’interesse’, cioè la zona adiacente il campo di sterminio, in una villetta con giardino, piscina, orto, serra, una sorta di piccolo paradiso che la coppia ha costruito inseguendo il sogno di vivere in campagna con numerosa prole. Ma. La casetta dei sogni, il prato fiorito, il cane festoso e un po’ troppo abbaiante, i bambini ridenti e frignanti, gli spruzzi in piscina e le gite al fiume, il verde rigoglioso della natura, tutto questo letteralmente confina con l’inferno del campo adiacente. Dietro il muro del giardino incoronato di filo spinato, si innalzano ben visibili i camini fumanti, i tetti delle baracche, e di lì giungono suoni, colpi di fucile, grida di prigionieri, passi di soldati che si mescolano ai suoni della vita quotidiana della famiglia Höss. 

Il bagno estivo nel fiume si interrompe bruscamente quando il padre si rende conto che vi sono state appena versate dai forni crematori le ceneri del genocidio programmato. Perché ad Auschwitz i morti non sono un effetto collaterale della guerra, ma un preciso progetto su vasta scala, da realizzare con sempre maggiore rapidità ed efficienza. La scelta di Glazer è quella di proporre una narrazione dell’Olocausto secondo l’occhio dei carnefici, non delle vittime, mostrandoci quanto più somigliamo ai primi piuttosto che alle seconde. Le vittime, quasi invisibili, sono assenze-presenze incancellabili. E i carnefici non sono mostri, ma gente ‘normale’, con desideri borghesi di vite anonime e tranquille. I mostri esistono, dice Primo Levi, ma da soli farebbero ben poco, se non avessero dalla loro le persone comuni, funzionari e burocrati pronti ad obbedire senza discutere gli ordini dei superiori. Come Eichmann, essi incarnano la ‘banalità del male’. 

Secondo Glazer, il film non vuole approfondire l’ideologia nazista ma il nostro essere umani. Non intende banalizzare l’Olocausto, al contrario, ma proporre alle giovani generazioni una narrazione della Shoah con paradigmi nuovi, adesso che i sopravvissuti stanno scomparendo e che la cronaca diventa Storia. Tuttavia non è un film sul passato, sottolinea il regista, ma sull’oggi, non un pezzo di storia, ma un avvertimento per il presente. Quello di Glazer è grande cinema, coraggioso, spiazzante, scomodo, anche sul piano formale. 

Il dipanarsi della quotidianità della famiglia Höss è interrotto da tratti di sperimentalismo improvviso, con lo schermo che si fa rosso sangue o nero, attraversato dal tessuto sonoro angosciante e frammentario di Mica Levi. Ma anche il bene ha la sua precisa collocazione, sotto forma di una giovinetta  – realmente esistita, e Glazer ha fatto in tempo a conoscerla –  che di notte inforca la bicicletta e si avventura nei luoghi dove sa che i prigionieri verranno a cercare il cibo che lei nasconde per loro. Sono suggestive immagini ‘in negativo’ che fanno apparire la ragazzina come un alieno. Nei ruoli dei protagonisti ci sono Christian Friedel (già maestro di scuola nel film di Michael Hanecke Il nastro bianco, del 2009, dedicato alle radici del nazismo ) e Sandra Hüller, candidata all’Oscar con un altro film importante, Anatomie d’une chute. Lui offre al comandante Höss il volto che aveva, di uomo comune, senza segni particolari, se non la rasatura dei capelli quasi punk. Banale anche nell’intrattenere rapporti sessuali con una giovane prigioniera ebrea, senza dimenticare di lavarsene accuratamente le tracce. Lo vediamo compiere gesti da padre modello, intento a leggere fiabe ai suoi figli, paziente nel sopportare gli strilli dell’ultimo nato, affezionatissimo al suo cavallo cui dice ‘ti voglio bene’, e lo vediamo anche pianificare a tavolino nel modo più efficiente lo sterminio di milioni di persone. Mai un ripensamento, mai un dubbio? Chissà. 

Sandra Hüller è interamente calata nel ruolo di Hedwig. Da lei non traspare nessun sussulto, nessun minimo turbamento. Si impossessa con piglio sicuro della pelliccia di una vittima e perfino del suo rossetto usato, chiacchiera sorseggiando il tè con le mogli degli altri funzionari, si pavoneggia con la madre – che invece di ripensamenti ne avrà, tanto da fuggirsene di notte dalla villetta confinante con l’inferno- e si rifiuta categoricamente di lasciare il suo paradiso privato quando il marito viene trasferito a Berlino. Lo difende come cosa sua, quel sogno faticosamente realizzato di vivere in campagna, difende il diritto dei bambini di crescere all’aria aperta, in uno dei momenti più grotteschi e stranianti del film. 

Girato interamente ad Auschwitz, in quella che fu un tempo la ‘zona d’interesse’, dove Glazer ricostruisce in ogni dettaglio la casa di Höss utilizzando gli archivi del museo, il film si chiude con un finale degno di Kubrick. Il comandante che scende le scale ed è preso da conati di vomito – ma non si tratta di presa di coscienza, avverte il regista – si volta e vede il futuro, il campo di sterminio divenuto museo, gli ex forni crematori e le vetrine con le scarpe dei deportati che le donne delle pulizie stanno ripulendo dalle tracce lasciate dai visitatori. 

Quando l’orrore si storicizza, come inevitabilmente accade, anche la memoria può diventare abitudine, e allora contro l’oblio, contro il negazionismo, contro l’aberrante ‘normalità’ che alberga in ciascuno di noi il film di Glazer si pone a baluardo con la scintilla del capolavoro.


Dentro e accanto: la realtà delle cose nel mondo poetico di Vittorio Sereni

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Ci sono poesie in cui l’io lirico o narrante, per quanto sia grammaticalmente presente, sembra nascere immediatamente come un «noi». È una specie di miracolo che in Vittorio Sereni si realizza sempre, con estrema naturalezza, anche quando ci si trova di fronte a occasioni personalissime: un ambiente domestico, un incontro conviviale, l’evocazione di una persona morta, una vacanza estiva, la partecipazione da spettatore a un evento sportivo, un ricordo amoroso, un viaggio. 

Questo significa che l’esperienza del soggetto — i suoi luoghi, i suoi affetti — è talmente elaborata e sofferta da sbocciare subito, nell’incontro con la parola poetica, in una dimensione altra, universale. Ci vuole tempo, perché questo accada. E Sereni il tempo se l’è dato, se è vero che i suoi libri di poesia, in quarant’anni, sono non più di quattro: Frontiera (1941), Diario d’Algeria (1947), Gli strumenti umani (1965), Stella variabile (1981). Una produzione molto compatta e coerente, ma insieme piena di variazioni e movimenti interni, specialmente nel passaggio dalle prime due alle ultime due raccolte.

La svolta più netta si verifica con Gli strumenti umani, come mostra, nel solco di studi fondamentali come quelli di Pier Vicenzo Mengaldo e di Dante Isella, l’edizione commentata a cura di Michel Cattaneo appena apparsa nella prestigiosa collana della Fondazione Pietro Bembo (Guanda). L’importanza e la bellezza della raccolta einaudiana (prima edizione 1965 nella collana dei «Supercoralli», seconda edizione 1975 nella «Bianca») sono tali che la svolta riguarda sì l’itinerario individuale di Sereni, ma finisce per interessare più in generale l’intera storia della poesia italiana novecentesca. Ed è una svolta lenta, che si sviluppa a partire dal 1945, anno a cui risale la prima composizione in vista del libro, fino all’epoca della ricostruzione, del boom economico, della nascita dell’industria culturale e della crescita neocapitalistica. 

Il tutto in parallelo con una vicenda biografica che, dopo il sodalizio giovanile con il gruppo del filosofo Antonio Banfi e il giro di «Corrente» (la poetessa Antonia Pozzi, il filosofo Enzo Paci, il critico Luciano Anceschi), registra il ritorno dalla guerra (Sereni visse i due anni di prigionia in Algeria e in Marocco con il senso di mortificazione e di rabbia di chi era rimasto tagliato fuori dalla storia), l’insegnamento a Milano, l’impiego nell’ufficio pubblicità della Pirelli e l’entrata in Mondadori come direttore letterario. Senza dimenticare l’esperimento di «Questo e altro», la rivista non solo letteraria che tra il 1962 e il 1964 aveva tenuto insieme amici intellettuali, scrittori, poeti e artisti di varia provenienza e ispirazione, dal giovane Raboni al poeta-ideologo Fortini, dal filologo Isella al critico Pampaloni. Lo sfondo in cui nascono, per varie tappe e intrecci, le 52 poesie che confluiranno ne Gli strumenti è questo, vivacissimo di rapporti e relazioni, ancora animato di illusioni e speranze legate alla memoria della Liberazione, cui peraltro Sereni non poté partecipare sentendosene il rimorso. 

In realtà, la personalità di Sereni dovette fare i conti con quel «complesso di sterilità» emerso a più riprese nel ventennio che porta dal 1945, cui risale il componimento più antico del volume, Via Scarlatti, fino all’ultimo testo entrato in extremis nella silloge, e cioè Pantomima celeste, dell’agosto 1965. Una specie di paralisi cui il poeta accenna più volte, scrivendo all’amico Umberto Saba già nel 1946 e al compagno d’università Anceschi nel 1952, quando allude a ragioni psicologiche ma anche materiali e collettive evocando lo spaesamento, vissuto al ritorno dalla guerra, in un mondo mutato e incomprensibile. Eccolo là il «poeta dell’insicurezza, dell’identità minacciata», sempre in bilico sul silenzio se non sull’afasia: «Oggi come oggi, — scrive a Betocchi sempre nel 1952 — ho quattro poesie appena passabili: le altre le ho in mente, ma mi mancano versi, parole, tutto». Non a caso, con questa consapevolezza, Sereni sceglierà di intitolare Un lungo sonno la serie poetica con cui nell’agosto 1956 parteciperà al Premio «Libera Stampa» di Lugano (che vincerà), primo nucleo di ciò che sarà quasi un decennio dopo Gli strumenti umani. 

«Sembra — scriverà a Bertolucci nel maggio 1960 —, ma tremo nel dirlo, che io abbia ripreso ormai stabilmente a scrivere. Mi basterebbe finire sei o sette cose e avrei il libro pronto». È uno slancio di ottimismo coincidente con un progetto, testimoniato da un documento siglato Piano generale…, per un libro futuro in quattro sezioni che riunisca i testi già editi in sedi varie, compresi quelli delle prime due raccolte. Le novità che Sereni va rimuginando, particolarmente a partire dal 1961 una volta uscito dal «punto più fondo dell’abbattimento», si inseriscono solo parzialmente in quella che Anceschi ha definito «linea lombarda», di cui peraltro lo stesso Sereni è stato individuato come capostipite e maestro. Lo scrive con grande chiarezza Mengaldo, quando segnala, nella sostanziale «pariniana volontà di dialogo e presenza morale», l’estraneità del poeta luinese alla tradizione di realismo estremo e fortemente espressionistico della poesia lombarda, sottolineando piuttosto la naturale ritrosia dell’uomo e dello scrittore, la tendenza al riserbo e all’attenuazione, insieme con il rifiuto di ogni forma di attivismo diretto. 

È dunque nel segno di un personalissimo equilibrio tra partecipazione ed estraneità alle cose che si forma la nuova poesia di Sereni, una volta dismesse le primitive implicazioni ermetiche maturate con gli amici fiorentini. La «rottura con il passato» ha riverberi soprattutto stilistici che sono stati evidenziati in studi importanti: la spinta verso il parlato, una nuova e inedita solidarietà con la prosa e con la dimensione narrativa, la sintassi nominale, l’iterazione, cioè la ripetizione e la ripresa come modulo ricorrente, la tendenza al dialogo con un interlocutore immaginario che sembra la voce sdoppiata del poeta in conflitto con sé stesso. Ma anche l’inserimento di voci altre, come avviene nel famoso poemetto Una visita in fabbrica, tipica «scrittura nell’esperienza» suggerita, come da titolo, da una visita all’impianto milanese della Pirelli, in cui si registrano brani di discorso diretto che sembrano raccolti dalla bocca degli operai. In questa prospettiva nascono poesie indimenticabili, veri e proprio pilastri della poesia del dopoguerra (su Ancora sulla strada di Zenna è annunciata per Carocci una lettura di Christian Genetelli), dove la discrezione, le incertezze e le crisi individuali diventano parte di una storia molto ampia e collettiva fotografata (filmata quasi) nel passaggio da una cultura preindustriale a una civiltà di massa in cui il poeta fa fatica a riconoscersi («Non lo amo il mio tempo, non lo amo»). 

Il commento di Cattaneo è utilissimo nel dar conto della fitta rete intertestuale: non solo i riferimenti a Dante, Petrarca, d’Annunzio, Pascoli, Carducci, Gozzano, Saba, Ungaretti, Montale, ma le relazioni intime con i quasi coetanei Fortini, Giudici, Zanzotto. Utilissimo anche nell’avvicinare il lettore al contesto che muove l’urgenza del poeta: nel ricostruire le occasioni e i rapporti con le altre poesie, illustra bene secondo quali percorsi dell’invenzione e della trasfigurazione si esprime lo stile peculiare di Sereni, dove spesso a una lingua quotidiana corrisponde, senza darlo a vedere, il massimo di riflessione morale o persino teologica (Le ceneri o la splendida Le sei del mattino); e dove nell’estrema sobrietà del lessico ritroviamo l’inquietudine e il presentimento della morte, il colloquio perenne con i defunti, tema ricorrente e quasi ossessivo, fino all’ultima poesia, La spiaggia, che celebra la speranza di una possibile vitalità dei morti: «Segnali / di loro che partiti non erano affatto?».

Articolo pubblicato dal “Corriere della Sera”
Nell’immagine: Vittorio Sereni nel 1958


Yurii Colombo – “Tu hai avuto coraggio, ne avremo anche noi”

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


“Ai cittadini sono state promesse misure indolori, ma questa è macelleria sociale”

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Fotografie di Patrizio Broggi


Morte per fame, arma di guerra

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Non dimenticate l’ora, che già dice molto, se non tutto. Le cinque del mattino, la linea indefinita fra notte e alba, non c’è più l’oscurità totale, ma nemmeno è cominciato il giorno. A Gaza non si dorme. Così, a quell’ora, le immagini filmate, occhi satellitari o dei droni in funzione permanente o di chissà quale altra diavoleria, mostrano migliaia di uomini-formica che escono dalle macerie, si precipitano verso il convoglio di uno dei rari trasporti umanitari. Una moltitudine angosciata, frenetica, come impazzita. Spinta da una disperazione che si chiama fame, che insieme a decine di migliaia di morti (finora 25 mila, secondo fonti americane), feriti, mutilati e distruzioni è merce sempre più abbondante e letale (soprattutto per i bambini) in quel paesaggio tragicamente lunare. All’assalto per qualche manciata di pane e cibo. Quindi, improvvisamente, la fuga disordinata e caotica, il ritorno precipitoso verso i moncherini dei palazzi distrutti, una calca assassina dopo alcuni spari sulla folla, corpi travolti, corpi calpestati, corpi inanimati. Così, è “strage della farina”.

Semplici spari di avvertimento, spiega l’esercito israeliano (ma ‘avvertimento’ per cosa?). Pallottole micidiali sulla folla, è la versione di Hamas e dei testimoni. Ma poi, per le vittime, cosa cambia? Nulla. Più di cento morti palestinesi. Mitragliati o finiti nel pandemonio della fuga. Ma il bandolo insanguinato di questa “tragedia nella tragedia” rimane lo stesso. La feroce punizione collettiva, insopportabile, genocidaria, imposta alla popolazione civile, che per Netanyahu e per i suoi fanatici alleati nazional-messianici, fors’anche per parte non piccola della cittadinanza ebraica, è in buona sostanza complice della barbarie anti-israeliana del 7 ottobre, tragedia inattesa che continua a cristallizzare lo stato d’animo, perpetuare le angosce, alimentare la vendetta e gli umori della popolazione di un intero paese. Insieme al regime di Hamas, che sa di servirsi anche dei suoi civili doppiamente prigionieri, questa è la radice della “strage della farina”.

Per una comunità di due milioni e più, di persone accalcate in trecento chilometri quadrati, schiacciati per lo più con alle spalle l’insuperabile muro del confine con l’Egitto, di fronte i carri armati e l’artiglieria di Tsahal, e sopra la testa il fuoco nemico dell’aviazione. Nel caso specifico, comunque, c’ è anche di peggio. La carneficina è avvenuta nella parte nord del paese, quella del primo assalto israeliano, gente che non ha voluto o potuto fuggire, seguendo l’ordine dell’occupante, verso un meridione che doveva essere “securizzato” e che invece è diventato subito un’immensa trappola. In attesa dell’offensiva finale contro Rafah, la città di confine, diventato precario, formicolante, immenso accampamento, centinaia di migliaia di persone in cerca di salvezza, che si nutre soprattutto di speranza, riuscire a mettersi in salvo superando il confine, chissà come, e chissà quando, visto che è l’ultima cosa che il rais egiziano, il “fratello arabo” generale-presidente Al Sisi vorrebbe, lui che ha spodestato con un colpo di Stato i Fratelli musulmani, che ne ha sbattuto in galere migliaia, che (esattamente come Israele) riceve i miliardi dell’aiuto statunitense, e che non vuole mettere a disposizione nemmeno una piccola fetta di Sinai in cui accogliere i disperati di Gaza, perché magari infiltrati da Hamas che della Fratellanza fa storicamente e ideologicamente parte. Israele ed Egitto, alleati, al di là dei proclami ufficiali del Cairo. Non solo le tendopoli di Rafah assediata. Ma anche l’infinita fitta sequenza di profughi rifugiatisi lungo le spiagge di Gaza, bunker a cielo aperto, sogno di sopravvivenza legato anche ai pacchi alimentari che “aerei amici” (di paesi alleati di Netanyahu) lanciano in mare, con pescatori che escono per recuperarli, sempre e comunque sotto tiro della marina israeliana.

Così come gli Stati Uniti di Biden: sempre più lontani dal governo di Gerusalemme, sempre più preoccupati da una escalation anti-umanitaria che ne indebolisce la posizione regionale, ancor più inquieti dopo il boicottaggio delle primarie democratiche nel Michigan dalla folta comunità islamo-americana; ma Stati Uniti che poi immancabilmente pone il veto-chiavistello a ogni risoluzione che nel Consiglio di sicurezza dell’ONU quando reclama il cessate il fuoco, ben sapendo che, sul piano elettorale, ben più potente e importante dei suoi concittadini di origina araba è quella di religione ebraica.

Sono tante le strade che, anche bizzarramente e disordinatamente, si intrecciano e che portano a Gaza. Dove la fame – spesso nella Storia, e un po’ come ai tempi di Stalin per l’Ucraina anticollettivista – è studiata e applicata anche come arma. Scarsissimo cibo, pochissimi convogli in rapporto alle enormi necessità di un popolo “rifugiato in casa propria”, criminali ruberie di quel poco, e prezzi alle stelle, raddoppiati o triplicati.

Fame che è anche arma di distrazione di massa. Perché parallelamente, fra non poca distrazione, si gonfiano pure i numeri delle vittime palestinesi in Cisgiordania, dove vige l’esclusiva la legge militare. Da 400 a 500 morti e migliaia di altri arresti dall’inizio di questa nuova pagina di orrore. E in risposta episodi terroristici, come è ancora avvenuto ieri. Parallelo improponibile, certo. Anche perché intanto, a ovest del fiume Giordano, aumenta il numero e l’aggressività dei coloni ebrei, puntualmente protetti dall’esercito, “settlers” fanatici, fautori di una generale espulsione degli arabi di “Giudea e Samaria” (oltre che da Gaza), che si impadroniscono di case e campi palestinesi, e sono sempre più armati dall’ala oltranzista del governo. Colonie illegali, tutte, ma proprio tutte, anche quelle di Gerusalemme Est, in base al diritto internazionale. Diritto trattato come carta straccia, inutile orpello, fastidiose e inapplicate regole, decine di volte violate, soprattutto dai governi di Tel Aviv o di Gerusalemme. Il tutto obiettivamente complice del montare di un antisemitismo che purtroppo riempie strade e piazze delle nostre città, anche con slogan detestabili, fornendo ai difensori di Israele il pretesto che anti-sionismo e antisemitismo siano fatti della stessa pasta anti-ebraica. Mentre così non è.

Dopo un lungo e colpevole sonno, complessivo fallimento della comunità internazionale. Dell’Occidente che si vuole democratico. Mentre al Cremlino si gongola per tanta confusione e irrisolutezza dell’ “Occidente complessivo, debole e debosciato”. Verso cui Vladimir Putin, fra la morte misteriosa in carcere di un oppositore e l’arresto di nuovi dissidenti, che infastidiscono (niente di più) la sua scontata rielezione presidenziale fra poche settimane, nuovamente rinnova lo spettro nucleare, l’Armageddon, il giudizio finale atomico, se sarà necessario per la sopravvivenza non semplicemente della Russia, bensì della Russia imperiale.

Un mondo schizofrenico, sull’orlo del peggio, apparentemente impazzito. Come gli uomini-formica prima dell’infuocata alba mediterranea. Ma si sa che nella follia vi è il “bastone contorto” della Storia. Vi può essere anche del metodo. Così, a Gaza, si può continuare a morire di fame.

Nell’immagine: persone come formiche. La folla di Gaza vista dai sistemi di sorveglianza israeliani


Gli aiuti dell’UNRWA sono fondamentali per Gaza!

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

In seguito alle accuse di Israele contro l’UNRWA, diversi Paesi hanno sospeso i finanziamenti all’agenzia di aiuti delle Nazioni Unite. Il Governo svizzero ha dichiarato di attendere i risultati dell’indagine delle Nazioni Unite sull’UNRWA prima di decidere cosa fare in seguito. In una nuova petizione, Amnesty International esorta il Consiglio federale e il Parlamento a continuare a finanziare l’UNRWA, che fornisce aiuti essenziali ai Palestinesi. 

Dai massacri compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre, almeno 30 000 Palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Più di due milioni di persone sono sull’orlo della carestia, senza un accesso sufficiente all’acqua potabile e alle cure mediche. 

La sospensione del sostegno all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), l’organizzazione di aiuti più importante nella Striscia di Gaza, appare ancora più scandalosa dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) di gennaio, in cui si conferma che la popolazione palestinese di Gaza potrebbe essere esposta al rischio di genocidio. La Corte ha ordinato a Israele di adottare misure immediate per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i destinatari nella Striscia di Gaza. 

“Tutti gli Stati hanno l’obbligo di garantire l’attuazione delle misure ordinate dalla CIG, ossia garantire l’accesso agli aiuti umanitari alla popolazione civile palestinese di Gaza e prevenire il rischio di genocidio che la minaccia”, ha dichiarato Alexandra Karle, direttrice di Amnesty Svizzera. 

“In considerazione della catastrofe che sta colpendo la popolazione di Gaza e del rischio di genocidio al quale è esposta, Amnesty International esorta il Consiglio federale e il Parlamento a continuare a finanziare gli aiuti che le Nazioni Unite stanno fornendo ai rifugiati palestinesi”, continua la direttrice dell’ONG. 

Stati Uniti, Inghilterra, Germania e Italia sono tra gli Stati che hanno sospeso i finanziamenti all’UNRWA. Il Governo svizzero ha dichiarato di attendere i risultati dell’indagine delle Nazioni Unite prima di decidere cosa fare in seguito. Il Consiglio federale consulterà anche le due commissioni di politica estera prima di prendere una decisione. 

La decisione di diversi Paesi donatori di interrompere il finanziamento dell’agenzia di aiuti ONU UNRWA è un colpo devastante per oltre due milioni di rifugiati nella Striscia di Gaza assediata. L’UNRWA è la loro unica speranza di sopravvivenza. Questa decisione ha anche un impatto su milioni di rifugiati palestinesi nella Cisgiordania occupata e nei Paesi arabi vicini. 

“La Svizzera dovrebbe seguire l’esempio di diversi Paesi europei che hanno riconosciuto il ruolo essenziale dell’UNRWA: Norvegia, Spagna, Irlanda e Belgio mantengono i propri contributi o li hanno anche aumentati in modo significativo”, conclude Alexandra Karle. 

Contesto
Il prosciugamento degli aiuti finanziari segue le accuse da parte di Israele che 12 dipendenti dell’UNRWA sono sospettati di essere stati coinvolti nel massacro compiuto da Hamas in Israele, il 7 ottobre. L’UNRWA ha immediatamente licenziato nove dei suoi dipendenti e ha aperto un’indagine. Le presunte azioni di un piccolo numero di persone (su oltre 30 000 dipendenti dell’UNRWA) non devono essere usate come pretesto per interrompere l’assistenza da cui dipende la sopravvivenza di diversi milioni di persone. 

Ad oggi, Israele non ha fornito alcuna prova a sostegno delle sue accuse, come ha riscontrato Amnesty International dopo aver esaminato l’accusa di sei pagine presentata dallo Stato ebraico. 

Il testo della petizione è disponibile a questo link 

Nell’immagine: sede UNRWA a Gaza


Conflitto israelo-palestinese: la Svizzera faccia la sua parte

La “normalità” di un carnefice di nome Rudolf Höss e la sua vita tranquilla a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer 

Se il massacro nell’ottobre scorso di un migliaio di civili e la presa di centinaia di ostaggi israeliani da parte di Hamas è senza ombra di dubbio un crimine di guerra, quello che si sta consumando nella striscia di Gaza, dove i bombardamenti israeliani hanno già fatto oltre 30’000 morti, oltre 12’000 dei quali bambini, non lo è meno, senza poi contare il fatto che in questo genere di conflitto per ogni morto si contano almeno una mezza dozzina di feriti.

Quello che si sta compiendo a Gaza sotto gli occhi della comunità internazionale è un vero e proprio massacro per nulla giustificabile col diritto di Israele all’autodifesa. Altrettanto grave la distruzione sistematica delle infrastrutture civili di Gaza come ospedali, scuole, università e di quartieri residenziali, come pure il blocco degli aiuti umanitari da parte di Israele. Ricordiamo che ostacolare la consegna di aiuti umanitari e affamare una popolazione civile secondo le Convenzioni di Ginevra costituisce un crimine di guerra. Non a caso, per poter procedere al riparo da occhi indiscreti, Israele rifiuta di concedere ai giornalisti dei media internazionali l’accesso a Gaza.

Che Israele non mostri la benché minima intenzione di trovare una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese, lo dimostra il fatto che proprio in questi giorni il Governo israeliano ha annunciato la sua intenzione di espandere ulteriormente con altre migliaia di alloggi gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata e ciò in aperta violazione del diritto internazionale.

Alla luce di questi fatti la reazione unilaterale del governo svizzero ha di che sorprendere. Esso si è finora limitato a condannare gli atti terroristici di Hamas e ad invocare il diritto all’autodifesa dello Stato di Israele, invitando Benjamin Netanyahu al “rispetto del diritto internazionale umanitario”. Non una parola di condanna per le migliaia di bambini uccisi nella Striscia, non una sugli intralci agli aiuti umanitari e ancora meno sulle angherie perpetrate da parte dei “coloni” israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania.

La Svizzera, in quanto paese neutrale a vocazione umanitaria, non dovrebbe aderire alla retorica dello “scontro di civiltà”, che giustifica implicitamente qualsiasi azione di vendetta contro popolazioni civili ritenute collettivamente responsabili per crimini commessi dai rispettivi eserciti o gruppi armati. Quale stato depositario della Convenzione di Ginevra e paese che si contraddistingue per la coabitazione pacifica di diversi gruppi linguistici e confessionali, la Svizzera dovrebbe assumere nel conflitto in corso una posizione più coraggiosa e condannare chiaramente anche le gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario da parte di Israele, così come lo ha fatto con la Russia.

Per trovare risposte adeguate a questo conflitto e operare nell’interesse di una coesistenza pacifica duratura tra i due popoli occorre ricordare che all’origine dello Stato di Israele vi è l’espulsione di gran parte della popolazione autoctona della Palestina. Oggi vi sono oltre 6 milioni di esuli palestinesi costretti a vivere da oltre mezzo secolo in dozzine di campi profughi, il che, nel caso di Gaza, equivale a vivere in una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo tramite un illegale blocco aereo, navale e terrestre. Nella striscia di Gaza, una minuscola fascia di territorio la cui superficie corrisponde a malapena a un quadrato di 19×19 km, vivono poco più di due milioni di persone, ossia quasi 6’000 abitanti per km2, di cui la metà sono disoccupati e i due terzi vivono sotto la soglia della povertà. Ad oggi, la popolazione palestinese, sia a Gaza, sia in Cisgiordania, è privata dei diritti fondamentali, una situazione che rappresenta per i movimenti estremisti un terreno fertile per reclutare giovani senza prospettive e trasformarli in martiri della resistenza palestinese.

Tagliare, come ha fatto il consiglio federale, gli aiuti all’UNWRA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) perché una dozzina dei suoi 30’000 dipendenti sarebbero, secondo il governo israeliano, membri di Hamas, equivale a punire collettivamente tutti e 6 i milioni di esuli palestinesi rinchiusi nei campi profughi, e non si differenzia molto dalla politica di punizioni collettive praticata da Israele nei territori occupati.

Per motivi di equidistanza e per non perdere la propria credibilità di Stato neutrale il Consiglio federale dovrebbe invece riconoscere lo Stato Palestinese, esigere il ritiro delle truppe d’occupazione israeliane e considerare, fin quando ciò non avverrà, anche sanzioni nei confronti di Israele e dei suoi “coloni” illegali in Cisgiordania. A titolo di paragone il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Francia hanno già imposto sanzioni contro i coloni violenti, mentre Belgio, Irlanda e Spagna si sono dette pronte a seguirne l’esempio qualora l’Unione Europea non dovesse riuscire a mettersi d’accordo.

Quale prima misura urgente i Verdi del Ticino hanno chiesto a Ignazio Cassis, il nostro ministro degli esteri, il ripristino immediato del pagamento da parte della Confederazione della quota svizzera all’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNWRA), onde evitare ripercussioni drammatiche sulla sopravvivenza dei due milioni di palestinesi della striscia di Gaza già stremati da oltre quattro mesi di guerra e conseguenze gravi anche ai quattro milioni rinchiusi negli altri campi profughi sparsi in Cisgiordania e in vari altri paesi del Medioriente.

Samantha Bourgoin e Marco Noi sono co-coordinatori Verdi Ticino