Un secolo nella betoniera

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

La “Centovallina”, servizio ferroviario sul territorio di Locarno, Pedemonte e Centovalli, ha festeggiato il suo centenario. La maggior parte delle stazioni su questa tratta è stata costruita durante il secolo scorso e fa parte del patrimonio architettonico locale: quattro su nove dei villaggi che ospitano una stazione della Centovallina – Verscio, Intragna, Verdasio e Palagnedra – sono annoverati nell’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere.
Le stazioni si integrano armoniosamente in questa realtà paesaggistica e culturale locale, presentandosi come spazi verdi e alberati, dotati di panchine in legno o granito, fontane, e lampioni che diffondono luce calda di sera. Costruzioni di dimensioni ridotte offrono riparo dalle intemperie e, in alcuni casi, servizi igienici puliti.

La stazione di Intragna oggi

Con la motivazione dell’abbattimento di barriere architettoniche, le FART (Ferrovie Autolinee Regionali Ticinesi) intendono costruire nuove stazioni per tutte le fermate della Centovallina. I piani pubblicati dalle FART, così come le realizzazioni di Verscio e Camedo, vanno però oltre e dimostrano un cambiamento radicale di paradigma pratico ed estetico.

Lanciata una settimana fa da due utenti regolari della Centovallina, la petizione intitolata „Per altri 100 anni di Centovallina al servizio del pubblico“ e indirizzata a Gran Consiglio e Consiglio di Stato Ticinesi ha già raccolto più di 1.500 firme. I firmatari reputano lodevole l’obbiettivo di inclusione, ma contestano il superfluo cambiamento radicale voluto dalle FART non solo per essere in contrasto con il paesaggio, ma anche disfunzionale alle esigenze pratiche di viaggiatrici e viaggiatori.
Diversi esempi concreti si possono trovare sulla pagina della petizione. Si chiede quindi che le FART rivalutino le loro intenzioni in favore di una edilizia di conservazione che sappia coniugare l’accessibilità ai treni per persone in situazione di disabilità all’ottimizzazione funzionale dell’infrastruttura e alla valorizzazione del territorio.

Anche le istituzioni locali hanno già espresso malumori, come riferito da “La Regione”  negli articoli del 16 febbraio e 22 marzo. La ristrutturazione e manutenzione delle stazioni esistenti, d’altra parte, rinvigorirebbe l’identità culturale, nonché l’economia locale. Rafforzato ne uscirebbe pertanto l’apprezzamento dell’utenza autoctona, senza dimenticare che l’attrattività turistica della Centovallina “treno del mese” secondo il prestigioso periodico britannico “Guardian”, edizione di gennaio), è edificata sull’esaltazione del paesaggio rurale e autentico.

La petizione verrà ora tradotta in francese e tedesco per sensibilizzare i frequenti visitatori d’oltralpe. La raccolta firme prosegue con l’obiettivo di superare le duemila unità e consegnarle in Cancelleria cantonale entro le prossime due settimane. I promotori, auspicano che il Cantone, in veste di azionista di maggioranza delle FART,  prenda sul serio le preoccupazioni dell’utenza ferroviaria così che Gran Consiglio e Consiglio di Stato mobilitino i loro poteri per preservare i valori sociali e culturali di questo prezioso servizio pubblico.

Nell’immagine: il progetto FART


Perché lo Zar ha ancora bisogno della guerra

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Che sia in corso una pericolosa escalation nell’invasione russa dell’Ucraina è sotto gli occhi di tutti. Per la prima volta il Cremlino ammette che non si tratta di una “operazione militare speciale” ma di una guerra vera e propria. E mentre sul fronte gli ucraini si affrettano a costruire fortificazioni sui quasi mille chilometri della linea di contatto, Mosca si prepara ad una nuova offensiva. Nell’ultima settimana, la Russia ha lanciato circa 190 missili, 140 droni e 700 bombe guidate su obiettivi civili e militari in Ucraina. E sullo sfondo Mosca ammassa armi e truppe al confine con i Paesi Baltici e la Finlandia, in una traiettoria non dissimile in natura (ma non in magnitudo) da quella del 2021-22 ai confini dell’Ucraina nei mesi che precedettero l’invasione. Se si vuole invertire l’escalation la domanda da porsi è quali siano le sue cause. La prima e principale causa contestuale riguarda la situazione interna in Russia. L’attacco terroristico al Crocus City Hall rivendicata dall’Isis-K è secondaria.

Più importante è il fatto che siano passate le elezioni in Russia, e che “l’operazione elettorale speciale” (a differenza della “operazione militare speciale” di due anni fa) sia stata un successo straordinario per Vladimir Putin. La guerra è in corso e sebbene non sia andata come da copione del Cremlino, Putin è tuttavia riuscito a capitalizzarci politicamente. Tra la stretta repressiva, il riaccendersi del nazionalismo animato dalla nuova “grande guerra patriottica” contro l’Occidente e la riorganizzazione in un’economia di guerra, l’invasione dell’Ucraina sta funzionando per Putin. Ciò non vuol dire che il regime sia forte. Un Paese in cui una milizia tenta un colpo di Stato, il regime sente il bisogno di assassinare i leader dell’opposizione, e i servizi di sicurezza, pur essendo stati ampiamente allertati, non hanno sventato un attacco terroristico clamoroso come quello del Crocus, non è certo forte. Ma forza e debolezza non solo coesistono ma sono due facce della stessa medaglia. Per non far esplodere (o implodere) l’evidente contraddizione, Putin ha bisogno della guerra. Per mantenere in piedi la bicicletta, bisogna pedalare, e nella fattispecie anche accelerare. Darei invece meno peso ai complottismi vari che legano l’attacco terroristico all’Ucraina. Da un lato Putin, sebbene abbia interesse a distogliere lo sguardo interno dalle debolezze del proprio apparato di sicurezza puntando il dito contro Kyiv, non aveva certo bisogno dell’attacco per innescare un’escalation. L’escalation ci sarebbe stata comunque. Dall’altro (e quasi sembra assurdo doverlo specificare), sarebbe un atto suicida per gli ucraini appoggiare un attacco terroristico, inimicandosi così i propri alleati proprio nel momento del maggior bisogno.

La seconda causa è, difatti, la difficoltà dell’Ucraina sul fronte, a causa della penuria di munizioni e armi inviate dai Paesi occidentali. Qui il nodo riguarda soprattutto Washington, e il fatto che gli aiuti statunitensi sono arenati da oltre quattro mesi al Congresso. La Russia sa che quegli aiuti possibilmente (oserei dire probabilmente) arriveranno, così come sa che gli europei, a scoppio ritardato di due anni, stanno aprendo gli occhi davanti alla realtà di un continente in guerra. Quindi sa che il momento in cui capitalizzare militarmente è ora. Se le elezioni europee dovessero vedere l’ascesa dei partiti nazionalisti e innescare una dinamica centrifuga in Europa, e se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump da gennaio del prossimo anno, tanto meglio, ma nel frattempo occorre avvantaggiarsi.

In sintesi, se è in corso un’escalation – e indubbiamente lo è – la sua causa è la percezione a Mosca che il Cremlino è in posizione di forza mentre l’Occidente, e conseguentemente l’Ucraina, è debole. Un interlocutore russo a Mosca mi spiegava ieri che il dibattito russo è pervaso dalla convinzione che anche se la Russia dovesse arrivare a usare le armi nucleari in Ucraina, l’Occidente non reagirebbe. Purtroppo questa convinzione non è campata in aria: un sondaggio recente rileva che una maggioranza sconcertante (58% in Italia, 57% in Germania, per esempio) sarebbe scettica sull’intervento militare del proprio Paese anche nel caso ipotetico di un attacco diretto all’interno dei propri confini. Nell’eventualità di un attacco a un alleato nella Nato le percentuali degli scettici aumentano ulteriormente. Se il Cremlino è convinto della nostra debolezza e inconsistenza perché mai dovrebbe autolimitarsi?

Non c’è nulla che possiamo fare per influire sulla volontà di Putin di continuare questa guerra. Il conflitto contro la Russia probabilmente continuerà in una forma o l’altra finché Putin rimarrà al Cremlino perché il suo potere (e non solo) da essa dipende. Ciò che possiamo fare è cambiarne la traiettoria, ribaltando la percezione di forza e debolezza, segnalando chiaramente che l’escalation non paga per Putin. Accennando alla possibilità di inviare truppe in Ucraina, il presidente francese Emmanuel Macron tentava di fare esattamente questo. Ma più che le parole, servono azioni concrete. E tutti, a partire dall’Italia, il cui contributo a sostegno dell’Ucraina è stato apprezzato da Kyiv ma tutto sommato è deludente, potremmo fare molto di più. Se si vuole invertire la dinamica di escalation e non ritrovarci a subirne le conseguenze, non c’è alternativa.


Il lato oscuro di Pepsi e Coca-Cola: in India traggono profitto da un sistema che sfrutta lavoro minorile e sterilizzazione delle donne

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Di Megha Rajagopalan e Qadri Inzamam, La Repubblica

Pepsi e Coca-Cola hanno contribuito a trasformare lo Stato del Maharashtra in un gigante della produzione di zucchero, ma un’inchiesta del New York Times e del Fuller Project ha rivelato che questi marchi hanno anche tratto profitto da un sistema brutale che sfrutta il lavoro minorile e porta alla sterilizzazione non necessaria delle donne in età lavorativa. Vengono incoraggiati i matrimoni infantili illegali, così che le bambine possano lavorare insieme ai mariti nel taglio e nella raccolta della canna da zucchero. Invece di ricevere uno stipendio, lavorano per restituire gli anticipi erogati dai datori di lavoro, in base a un contratto che prevede che paghino una multa se si assentano, persino per andare dal medico

La piaga delle isterectomie

Una conseguenza estrema ma comune di questa trappola finanziaria sono le isterectomie. I sensali che procurano il lavoro prestano alle giovani il denaro per farsi operare e risolvere così disturbi comuni come la dismenorrea. E loro, in maggioranza non istruite, non vedono alternative. Grazie all’isterectomia mantengono il posto di lavoro evitando le visite mediche o le difficoltà che incontrano da mestruate nei campi senza accesso ad acqua corrente, servizi igienici o riparo. L’asportazione dell’utero ha conseguenze durature, soprattutto se si è sotto i 40 anni.

Oltre ai rischi a breve termine di dolore addominale e trombi, porta spesso alla menopausa precoce, aumentando il rischio di malattie cardiache, osteoporosi e altre patologie. Ma per molte lavoratrici l’intervento ha un esito particolarmente drammatico: l’indebitamento le sprofonda ulteriormente nella miseria, facendo sì che tornino nei campi anche la stagione successiva e oltre.

L’Onu: “È lavoro forzato”

Gruppi per la tutela dei diritti dei lavoratori e l’Agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro hanno definito tali contratti lavoro forzato. “Dopo l’intervento ho dovuto tornare subito a lavorare, perché avevamo preso un anticipo,” racconta una donna, Chaure. “Per i soldi trascuriamo la nostra salute”. I produttori e i compratori di zucchero sono a conoscenza di questo sistema di abusi da anni. I consulenti della Coca-Cola, ad esempio, hanno visitato le piantagioni e le raffinerie nell’India occidentale e, nel 2019, hanno riferito che i taglio della canna era affidato ai bambini e che le persone lavoravano per ripagare i datori di lavoro.

Lo hanno documentato in un rapporto destinato all’azienda, che conteneva un’intervista a una bambina di 10 anni. In un rapporto aziendale non collegato, quello stesso anno, l’azienda ha dichiarato di sostenere un progetto per “ridurre gradualmente il lavoro minorile” in India. Stando a un rapporto del governo locale e a interviste con decine di lavoratori lo sfruttamento del lavoro risulta endemico nel Maharashtra, e non limitato a una raffineria o piantagione in particolare.

Lo zucchero indiano

Secondo un dirigente di NSL Sugars, che gestisce raffinerie nello Stato indiano, lo zucchero del Maharashtra è usato da più di un decennio come dolcificante nelle lattine di Coca e Pepsi. PepsiCo, in risposta a quanto scoperto da NYT, ha confermato che uno dei suoi maggiori franchise internazionali acquista zucchero dal Maharashtra. Il franchise ha appena aperto laggiù il terzo impianto di produzione e imbottigliamento. Una nuova fabbrica di Cola è in costruzione nel Maharashtra e Coca-Cola ha confermato di acquistare a sua volta zucchero nello Stato. Fonti del settore dicono che queste aziende utilizzano lo zucchero principalmente per prodotti venduti in India. PepsiCo ha dichiarato che l’azienda e i suoi partner acquistano dal Maharashtra una quantità di zucchero limitata rispetto alla produzione totale nello Stato.

La replica di Pepsi e Coca-Cola

Entrambe le aziende hanno pubblicato codici di condotta che vietano ai fornitori e ai partner commerciali di utilizzare lavoro minorile e forzato. “La descrizione delle condizioni di lavoro dei tagliatori di canna da zucchero in Maharashtra è profondamente preoccupante,” ha dichiarato PepsiCo. “Coinvolgeremo i nostri partner franchise in valutazioni volte ad appurare le condizioni di lavoro dei tagliatori di canna da zucchero e eventuali azioni che potrebbe essere necessario intraprendere”. Coca Cola ha rifiutato di commentare un dettagliato elenco di questioni.

Il centro dello sfruttamento è il distretto di Beed, una regione rurale impoverita del Maharashtra che è terra d’origine di gran parte della popolazione migrante dei tagliatori di canna. Per un rapporto del governo locale sono state intervistate circa 82mila lavoratrici di Beed, ed è emerso che circa una su cinque aveva subito un’isterectomia. Secondo un altro sondaggio governativo a campo più limitato la proporzione è una su tre.

Lo scaricabarile

Gli abusi continuano, nonostante le indagini del governo locale, le cronache giornalistiche e gli avvertimenti dei consulenti aziendali, perché tutti giocano a scaricabarile. Le grandi aziende occidentali sono sulla carta impegnate a eliminare le violazioni dei diritti umani nelle loro catene di approvvigionamento, in pratica, raramente visitano le piantagioni e delegano ampiamente la supervisione ai loro fornitori, i proprietari delle raffinerie.

Questi però sostengono che i lavoratori non sono loro dipendenti. Appaltano a terzi il reclutamento dei migranti in villaggi remoti, il trasporto alle piantagioni e la retribuzione. Come vengono trattati quei lavoratori, dicono, è una questione tra loro e gli appaltatori. Nessuno spinge le donne a sottoporsi a isterectomia come forma di controllo delle nascite. In realtà poiché le ragazze di solito si sposano giovani, molte hanno figli nell’adolescenza. “Non potevo permettermi di perdere lavoro per andare dal medico” spiega Savita Dayanand Landge, una lavoratrice trentenne che ha subito un’isterectomia l’anno scorso.

Le piantagioni del Maharashtra

L’India è il secondo produttore mondiale di zucchero e lo Stato del Maharashtra rappresenta circa un terzo della produzione. Oltre a fornire aziende indiane e occidentali, lo Stato ha esportato zucchero in più una dozzina di Paesi, le cui tracce poi si perdono nella catena di approvvigionamento globale. Gli abusi derivano dal particolare assetto dell’industria dello zucchero del Maharashtra. In altre regioni produttrici, i proprietari delle piantagioni reclutano lavoratori locali e li retribuiscono direttamente. Il Maharashtra opera in modo diverso. Circa un milione di lavoratori, in genere provenienti da Beed, migrano nelle piantagioni del Sud e dell’Ovest. Durante il raccolto, da ottobre a marzo circa, si spostano dall’una all’altra, trasportando con sé i loro averi. Invece di uno stipendio dai proprietari delle piantagioni ricevono da un appaltatore della raffineria un anticipo, spesso attorno ai 1.800 dollari a coppia, pari a circa 5 dollari al giorno a persona per una stagione di sei mesi. Questo sistema in atto da secoli riduce i costi di lavoro per i produttori di zucchero.

Chaure è minuta, sfiora appena il metro e mezzo, porta al naso un anellino d’oro a forma di fiore e ha un sorriso che le illumina il volto. Parla a raffica e quando si infervora ti afferra il polso per assicurarsi che tu la stia ascoltando. “È facile approfittare di noi,” dice, “perché non abbiamo istruzione.” Ha passato la vita a tagliare canna per una raffineria di proprietà della NSL Sugars. Ha iniziato a lavorare nelle piantagioni che non era ancora adolescente e ora, trentenne, si aspetta di continuare per il resto della vita. La sua famiglia continua a vivere nella povertà più estrema, tanto che deve saltare i pasti perché i suoi tre figli abbiano da mangiare a sufficienza. Chaure sa che non ha alternative se non lo zucchero, ma spera che le cose cambino per i suoi figli.

Traduzione di Emilia Benghi

Nell’immagine: India Stato del Maharashtra , la raccolta della canna da zucchero

 


Quando i lumi si spengono

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

A molti sembrerà assurdo, ma non lo è per niente se osserviamo la realtà politica o se ripercorriamo quel che scaturisce dai recenti congressi dei partiti cosiddetti di destra, o se anche solo respiriamo quell’aria continua di elezioni politiche imminenti: l’idea maggiormente minacciata in Svizzera non è tanto quella di sinistra, ma è quella dei conservatori. E c’è da preoccuparsene, anche da parte di chi si ritiene di sinistra.

La destra è al potere in mille modi: nelle istituzioni che governano e legiferano;  nell’avversione al giudizio sul tema del giorno, il surriscaldamento del clima, ritenuto fanatismo  inoculato da scienziati fuorvianti e da quella sinistra sempre ammalata di statalismo a cui torna comodo mettere in difficoltà l’economia liberale con misure liberticide o pretendere addirittura l’infantilizzazione” dei consumatori, motori dell’economia, indicando loro i cibi o i prodotti che devono evitare (si veda l’opposizione decretata al Nazionale contro qualsiasi Nutri-score). 

Oppure, e soprattutto, nell’assumere come assioma nazionale incontrovertibile che la priorità assoluta è l’accumulo e la difesa della ricchezza, di cui la povertà o l’indigenza crescenti non sono conseguenza, ma semmai frutto di irresponsabilità o incapacità individuali, accanto alla generosità eccessiva, dispendiosa e falsamente democratica nell’assistenza sociale. O ancora, povertà e indigenza, potrebbero essere l’occasione di maggior crescita se opportunamente manovrate e sfruttate con storielle varie, come quella ormai ben radicata della ricchezza che sgocciola dall’alto verso il basso, premiata negli Stati Uniti persino da bontemponi miliardari (Buffet, Bezos, Page) come la miglior barzelletta del secolo, anche perché si è sempre verificato il contrario, come sta accadendo da anni, anche nella Repubblica cantonticinese (v. ultime statistiche).

La verità o l’aspetto che si dimentica è che la destra, come quella nostra, a livello nazionale e cantonale, si è messa saldamente al potere diluendo assai o cestinando i valori che in passato l’hanno definita. È andata ad esempio diritta diritta verso una sorta di populismo a buon mercato, schivando anche quelle che potevano essere vie conservatrici più dignitosamente percorribili. 

Ci si proclama ad esempio unici paladini dell’identità nazionale, valore conservativo, per farne però un’arma contro l’immigrazione, ritenuta causa di imbastardimento e d’altri mali, e impegnarla come una obnubilante ed efficace droga elettoralistica, specie quando non si sa che cosa altro proporre di costruttivo o adescante.

Dimenticandosi, ad esempio, che ad indebolire maggiormente l’’identità sono  l’inverecondia o l’avidità con cui si agisce come piazza finanziaria, messa spesso nelle mani di potentati stranieri ricchi in petrodollari, che ne determinano persino la sorte (v. Credit Suisse e Arabia Saudita);  oppure, ancora, e peggio, quando si è distruttori del territorio e del paesaggio nazionali, spesso venduti allo straniero senza vergogna (v. casi infiniti, cominciando ad esempio da Andermatt, con Guglielmo Tell che sfida sempre i reprobi, immortalato a poca distanza dallo scempio “straniero”) o semplicemente quando si usano i frontalieri come strumento di compressione salariale e di privilegiata retrograda “concorrenza”.

Come non bastasse, si pretende pure, contraddittoriamente, di salvare clima e rifornimento elettrico ridicolizzando le energie rinnovabili e – ignorate questa volta le decisioni del popolo, manipolato quindi nel peggiore dei modi con tanto di patente di ignoranza – dichiarandosi indefessi sostenitori dell’energia nucleare. La cui fonte principale, indispensabile e limitata, l’uranio, è tutta da importare, con incertezze e condizionamenti geopolitici e strategici (serve anche alla bomba atomica) che sono sotto gli occhi di tutti (vedi importazioni dalla Russia, dal Kazakistan via Russia, dal Niger sempre ballerino). Senza mai pensare, naturalmente, ai depositi delle scorie radioattive da collocare da qualche parte; questa volta, però, forzatamente o ipocritamente fiduciosi nei tecnici che sanno il fatto loro o nei luoghi nazionali per il deposito delle scorie pericolosamente eterne che, a differenza delle pale eoliche o dei pannelli solari, saranno prima o poi certamente   sotterrati, con grande atto di patriottismo, da qualche volonteroso ed eroico comune.

Un politologo e filosofo britannico, (Michael Oakeshott,1901-1990), rilevando in un suo famoso testo (Razionalismo in politica, IBL 2020) le contraddizioni della politica e dell’attività di governo, dipendente da un armamentario argomentativo ambiguo, sosteneva che “essere conservatori significa preferire il familiare allo sconosciuto, i fatti ai misteri, il reale al possibile, il definito all’indefinito, il vicino al lontano”. Aggiungeva però che, come il liberalismo, anche il conservatorismo è figlio dell’età dei Lumi. Per concludere che l’impressione, o la certezza, è che i Lumi si siano spenti per l’uno e per l’altro. E forse è li che si annida la crisi della democrazia.

Nell’immagine: persino il Nutri-score è un nemico per la destra


Di panna ce n’era tanta, e la sta montando Pagani (nel silenzio dell’UDC)

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Diciamolo subito: io per principio sto con le vittime, che nel “caso non caso Gobbi” al momento mi sembra sia una sola. Non certo il consigliere di Stato direttore del Dipartimento delle Istituzioni e “capo politico” della polizia (oltre che coordinatore delle Lega e iscritto all’UDC, partito per il quale è stato anche in corsa per il Consiglio federale nel 2015), ma l’agente che da ieri è sotto inchiesta sia penale che amministrativa e che rischia la carriera, dunque in senso lato la vita.

Non perché lo ritengo innocente dalle accuse al momento solo ipotizzate ma che con alta probabilità verranno promosse, ché per piaggeria, pusillanimità, codardia o mera cieca obbedienza sicuramente qualcosa di poco chiaro e conforme ai regolamenti ha fatto, ma perché davvero rischia di pagare solo lui, se mai pagherà, per colpe che tutto sommato non sono sue, o se lo sono, lo sono solo in parte.

Se pagherà, e pagherà solo lui, significherà comunque che abbiamo avuto per anni nelle fila delle nostre forze dell’ordine un vero e proprio genio del malaffare, perché solo una persona con un Qi e un carisma straordinario poteva riuscire a (nell’ordine): tenere per due ore fermo un Consigliere di Stato sulla scena di un banale incidente in autostrada al freddo e al gelo senza farlo neppure bere; riuscire a modificare la prassi dell’accertamento del tasso di alcolemia al volante senza che nessuno se ne accorgesse, consigliere di Stato in primis, il quale, se non andiamo errati, un minimo di infarinatura di diritto ce l’ha e, osiamo sperare,  in 13 anni di direzione del DI un minimo di familiarità con le procedure di polizia l’avrà pur acquisita; scrivere e/o modificare un rapporto come neppure il miglior scrittore di fantascienza avrebbe ideato (se mai venisse licenziato ha una luminosa carriera davanti a sé). Difficile convincerci, e convincere la popolazione ticinese tutta, che sia possibile.

Ma se pagherà, e pagherà solo lui, significherà anche che per anni abbiamo ai vertici delle nostre forze dell’ordine non dei geni ma, dizionario dei sinonimi e dei contrari alla mano, degli “stupidi, stolti, ottusi, sciocchi, insipienti, mediocri, nullità ecc.”, perché solo funzionari di tal fatta possono non controllare cosa sia successo e cosa i loro sottoposti abbiano fatto in un caso che vede coinvolto il direttore del loro dipartimento (e pure lo stesso capo del DI non ci fa una bella figura). Funzionari loro sì da allontanare seduta stante, per manifesta, conclamata incapacità.

Siamo insomma tornati al “sillogismo Norman Gobbi” di cui abbiamo scritto ieri e che, almeno fino a quando l’ignoto che al momento è sul registro degli indagati non assumerà un nome e un cognome diversi da quello del nostro agente, relegano in secondo piano tutta la questione amministrativa e penale per portarla in quello che in una società è uno degli alvei di livello più elevato, quello della politica. Di conseguenza, stando così le cose, una sospensione dell’on. Gobbi dalla conduzione della polizia sarebbe il minimo, se non per opportunità politica per un evidente conflitto di interessi e una possibile collusione con le inchieste amministrative e penali in corso.

Siamo dunque spiacenti per l’avvocato Galfetti, ma di panna, e tanta, in questa storia ce n’era, e non la stanno montando i media con le loro rivelazioni ormai quasi quotidiane, visto che i media, in una democrazia, così facendo svolgono semplicemente il loro compito istituzionale (nel caso non se lo ricordasse, si chiama separazione dei poteri; la stampa è il quarto); no, il “caso” è montato e scoppiato perché i fatti accaduti portano alla necessità che ora deve occuparsene il procuratore generale Andrea Pagani (il terzo potere).

Mentre la sinistra (PS e Mps) chiede esplicitamente che Gobbi faccia un passo indietro, mentre il Consiglio di Stato tentenna con un comunicato asettico, la Lega, strilla invocando la “montatura politico-mediatica”, ma farebbe bene piuttosto a porsi una domanda politica seria: come mai tra tutte le prese di posizione giunte ieri nelle redazioni l’unica che manca è quella dell’UDC, partito di cui, lo ricordiamo ancora, Norman Gobbi ha la tessera e per il quale è stato candidato per il Consiglio federale nove anni orsono? Come mai non difendono un loro membro e un Consigliere di Stato eletto sulla loro lista e grazie anche ai loro voti? Vuoi vedere che….

Meditate, leghisti, meditate.

Nell’immagine: un fotogramma da “La battaglia del secolo”, con Stan Laurel e Oliver Hardy (1927)


Cerotti e soluzioni reali per il malessere del settore sociosanitario

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Nel 2022 dopo un’ampia consultazione del personale sociosanitario e socioeducativo ticinese il Sindacato VPOD Ticino ha elaborato (con l’aiuto del compianto avv. John Noseda) e poi ha lanciato l’iniziativa popolare “per cure sociosanitarie e prestazioni socioeducative di qualità”. Essa è stata depositata all’inizio del 2023 con 7’500 firme valide ed è stata dichiarata ricevibile dal Parlamento ticinese il 12 dicembre 2023. La posizione del Consiglio di Stato è contraria all’iniziativa ed è illustrata in un penoso messaggio (n. 8395) datato 24 gennaio 2024. Ora si aspetta la decisione della Commissione sanità e socialità del Gran Consiglio, che verosimilmente a maggioranza sarà contraria all’iniziativa, visti i chiari di luna finanziari imposti dal mantra morisoliano.

Cosa propone l’iniziativa popolare ticinese?

Sono cinque i punti dell’iniziativa, che verrebbero inseriti in una legge quadro cantonale del settore sociosanitario e socioeducativo, la quale si applicherebbe sia alle strutture sociosanitarie e socioeducative gestite direttamente dal Cantone, sia a quelle private contrattualizzate con il Cantone.

I cinque punti spaziano su ambiti diversi:

  1. definire condizioni lavorative minime valide per tutto il settore sociosanitario e socioeducativo, in modo da garantire una maggiore attrattività̀ ed una maggiore durata delle carriere professionali (evitare l’abbandono precoce);
  2. codificare i diritti di pazienti e utenti;
  3. introdurre una valutazione indipendente e trasparente della qualità nelle strutture;
  4. creare organi di mediazione per pazienti, utenti e personale;
  5. codificare l’alta sorveglianza parlamentare sul settore.

Dopo le recenti mobilitazioni e rivendicazioni di piazza appare sempre più urgente che la politica e l’opinione pubblica si chinino seriamente su questa iniziativa popolare, che permetterebbe di togliere pressione al settore sociosanitario e socioeducativo, la cui situazione critica di fondo viene indubbiamente peggiorata dai tagli del decreto Morisoli.

Non bastano le 38 ore! Le 13 richieste dell’iniziativa popolare ticinese

Le richieste dell’iniziativa popolare “per cure sociosanitarie e prestazioni socioeducative di qualità” per risolvere il malessere del settore sociosanitario vanno molto oltre le 38 ore settimanali e spaziano dalla regolazione della dotazione del personale e delle condizioni del lavoro (in particolare del lavoro disagiato), alla supervisione della qualità delle cure ed al divieto delle forme precarie di lavoro. Sono tutti elementi che implicano l’adozione della necessaria copertura finanziaria pubblica per gli enti sociosanitari e socioeducativi. E che verosimilmente dovranno essere realizzati a tappe, in quanto introducono notevoli novità rispetto alla situazione attuale.

Ecco le richieste dell’iniziativa popolare VPOD Ticino relative all’organizzazione del lavoro nel settore sociosanitario e socioeducativo:

1) il personale necessario per la presa a carico viene stabilito e verificato in modo trasparente e periodico dal Cantone dopo consultazione di esperti indipendenti e delle associazioni professionali: nel calcolo si tiene conto degli oneri per compiti amministrativi del personale sociosanitario e socioeducativo, come pure delle assenze per malattie, infortuni, congedi pagati e formazione continua;

2) i contratti di lavoro di regola sono a tempo indeterminato: i contratti di lavoro su chiamata e a tempo determinato sono limitati a casi giustificati e notificati al Cantone e ai partner sociali;

3) i salari sono stabiliti in base ad analisi scientifiche indipendenti delle funzioni, che vengono effettuate nei singoli settori e segnatamente: a) strutture ospedaliere e servizi ambulanze; b) case anziani e centri diurni; c) servizi assistenza e cure a domicilio e servizi d’appoggio; d) enti socioeducativi e per gli interventi sulle dipendenze; e) nidi e strutture extrascolastiche;

4) nel calcolo del finanziamento pubblico i salari sono riconosciuti, tenendo conto della classe e dell’aumento annuo (scatto) del personale;

5) il picchetto svolto sul posto di lavoro conta come tempo di lavoro (cosa che non è prevista dalla legge federale sul lavoro per gli educatori);

6) le indennità orarie per lavoro notturno, in sabato e in festivo corrispondono ad un supplemento di almeno il 15% del salario orario medio della rispettiva funzione e ad una compensazione di tempo equivalente al 10% almeno della durata del lavoro svolto;

7) l’orario di lavoro settimanale, la compensazione delle ore supplementari e straordinarie, i giorni liberi settimanali, le vacanze, i congedi per anzianità di servizio, i congedi pagati per la conciliazione famiglia-lavoro, i contributi per la frequenza nei nidi dei figli dei dipendenti e le condizioni pensionistiche sono al minimo quelli previsti dall’Ente ospedaliero cantonale;

8) il tempo di lavoro deve essere registrato elettronicamente, deve includere il tempo di vestizione e deve comprendere il tempo di trasferta tra un luogo di lavoro e l’altro;

9) in ogni settore è introdotto un sistema di prepensionamento con rendita ponte sostitutiva dell’AVS;

10) in ogni settore è introdotto un sistema di supervisione e di sostegno al personale per situazioni critiche;

11) in ogni struttura la partecipazione attiva del personale è favorita ai sensi della legge sulla partecipazione, in particolare sulle questioni organizzative;

12) la contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro di settore è favorita ed il rispetto dei contratti collettivi di lavoro è richiesto;

13) subappalti ed esternalizzazioni sono vietati, se conducono ad applicare condizioni di lavoro peggiorative rispetto a quelle definite dalla presente legge.

Raoul Ghisletta è segretario VPOD Ticino e candidato PS al Municipio di Lugano

Nell’immagine: l’ospedale regionale di Lugano


Sarah Parenzo – La crisi con gli Stati Uniti e Israele nella trappola di Hamas

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 


L’invenzione che si è rotta

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

«Per mezzo secolo, da quando tornai a casa dopo avere combattuto nella guerra del 1967, ho creduto nella soluzione dei ‘due popoli due Stati’, oggi quella prospettiva semplicemente non esiste più». Shlomo Sand, professore emerito all’Università di Tel Aviv, è uno dei più reputati storici israeliani.

Nel 2008 scrisse L’invenzione del popolo ebraico, testo che suscitò reazioni contrastanti in cui contrapponeva al “mito” ufficiale che racconta la vicenda millenaria degli ebrei come il cammino ininterrotto di una comunità progressivamente dispersa ma legata da comuni origini etniche, religiose, culturali, la realtà storica che mostra il mondo ebraico come risultato di una molteplicità di incroci e contaminazioni.

Oggi ha pubblicato un nuovo saggio, anche questo “scandaloso”, che fino dal titolo – Deux peuples pour un État nell’edizione appena uscita in Francia – mette in archivio il “totem” progressista dei due Stati – israeliano e palestinese – come via d’uscita obbligata da ottant’anni di conflitti.

«Vedendo sulla carta geografica dove vivono gli arabi tra il fiume e il mare e dove vivono gli ebrei israeliani tra il fiume e il mare, si capisce che i due popoli sono oggi inseparabili. Ci sono più di due milioni di arabi cittadini israeliani, ce ne sono altri cinque milioni a Gaza e in Cisgiordania, più o meno c’è uno stesso numero di ebrei che vivono su questa terra. Non ho nulla contro l’idea di uno Stato palestinese, però è irrealizzabile. Lo è da tempo, lo è ancora di più dopo il 7 ottobre. Ma il 7 ottobre ha mostrato che anche uno Stato ebraico non ha futuro: serve uno Stato israeliano, in cui i palestinesi siano cittadini a pieno titolo e riconoscano, pure condannando il sionismo, che il sionismo è riuscito a creare il popolo d’Israele».

Lei si considera sionista?

No, non sono sionista perché non credo che Israele debba appartenere agli ebrei del mondo. Ho desiderato per tutta la vita che Israele fosse lo Stato dei suoi cittadini e non lo Stato degli ebrei nel mondo. Uno Stato come l’attuale Israele che dichiara di appartenere non ai suoi cittadini ma agli ebrei di tutto il mondo, per esempio anche agli ebrei italiani, non è uno Stato democratico.

Dopo di che il sionismo è figlio della storia, nasce come messaggio agli ebrei d’Europa: per sfuggire all’antisemitismo andate in Medio Oriente. Si presentava come un’idea di liberazione nazionale degli ebrei, ma era altro: era la proposta di una via di scampo dalle sofferenze patite dagli ebrei per l’antisemitismo.

La maggioranza degli ebrei in Europa non era sionista e non voleva andare in Palestina. Nei primi anni del Novecento fino a quando nel 1924 gli Stati Uniti chiusero le frontiere all’emigrazione ebraica e in generale non protestante, due milioni di ebrei in fuga dalla Russia zarista dei pogrom antisemiti erano emigrati in America e molti di meno avevano scelto la Palestina.

Dunque il sionismo non è stato un movimento di liberazione nazionale, ha avuto successo perché ha offerto un approdo di salvezza agli ebrei perseguitati in Europa.

In Israele dopo il 7 ottobre anche tanti che detestano Netanyahu dicono che oggi la priorità è farla finita a ogni costo con Hamas…

È una reazione insensata, significa non capire cosa è davvero Hamas. Hamas non è come Daesh, assomiglia molto di più ai talebani: è un movimento nazionale popolare ed è un movimento islamista. È l’espressione di quella saldatura tra nazionalismo e religione che sta avanzando non solo tra i palestinesi ma in molte parti del mondo, dall’India all’Iran, e che riguarda anche Israele: una deriva catastrofica perché pregiudica la possibilità stessa di uscire dai conflitti attraverso compromessi.

Ma ripeto, l’idea di ‘farla finita’ con Hamas è un’idea sciocca, come si è dimostrata una sciocchezza l’idea degli americani e prima dei russi di farla finita con i talebani. In futuro sarà inevitabile trovare qualche forma di compromesso con Hamas, a meno che quando si dice di volere ‘liquidare’ Hamas non si pensi di eliminare buona parte della popolazione di Gaza.

Eliminare i palestinesi che vivono a Gaza: è l’accusa di genocidio rivolta a Israele…

Le parole vanno usate con attenzione. Genocidio è quello avvenuto in Ruanda… Da israeliano io non dormo la notte per i bambini uccisi a Gaza, non è ancora genocidio ma può diventarlo se continua questa guerra.

Serve un compromesso con Hamas, occorre imparare dagli errori del passato: gli americani con i talebani, lo stesso Israele con Hezbollah….

In parte ha già risposto ma glielo chiedo di nuovo: Israele è uno Stato democratico?

No, non lo è. Non lo è nei territori occupati e non lo è neanche dentro le sue frontiere legittime. È uno Stato liberale. Il fatto che io possa insegnare liberamente dimostra che siamo uno Stato liberale. Ma uno Stato democratico è un’altra cosa: è uno Stato che appartiene a tutti i suoi cittadini.

Israele dichiara di appartenere a tutti gli ebrei del mondo e molto meno agli arabi suoi cittadini. Ecco: uno Stato così non è democratico. Io mi batto per l’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani. E so che gli ebrei israeliani potranno continuare a vivere in Medio Oriente solo insieme ai palestinesi.

Lo racconto nel mio ultimo libro: grandi intellettuali ebrei del passato avevano già chiaro che uno Stato esclusivamente ebraico in Palestina sarebbe stato condannato a una guerra perpetua. Tra questi Hannah Arendt, contraria ai due Stati e favorevole a una federazione arabo-ebraica: per lei la nascita di uno Stato esclusivamente ebraico era la premessa inevitabile di guerre continue.

Un’ultima domanda: cosa pensa della scelta di alcune università italiane di interrompere accordi e progetti con università israeliane in segno di condanna per quanto avviene a Gaza?

Ne penso male. È da stupidi pensare che boicottando le università israeliane si aiuti chi in Israele si batte per la pace.

(ha collaborato Daniele Sivori)

Nell’immagine: Shlomo Sand


Putin e la grande bugia

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Contro ogni evidenza, Vladimir Putin ha scelto la versione a lui più congeniale dell’attacco terroristico alla Crocus City Hall di Mosca. Ne ha attribuito la responsabilità diretta, come mandanti e addirittura organizzatori, all’Ucraina, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, a “quell’Occidente collettivo” e al suo braccio armato, il “regime nazista” di Kiev, che lo zar ha designato come implacabile nemico.

Secondo un rituale consolidato, non è stato Putin a lanciare l’accusa. Lui si è limitato, nelle ore successive all’attentato, a indicare la traccia. Che poi è stata seguita ed elaborata dai suoi zelanti esecutori, in un’escalation di accuse, che contengono implicite minacce.

In ordine cronologico, il primo è stato il segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrushev, considerato l’uomo più potente della nomenklatura putiniana («il diavolo che sussurra sulla spalla del presidente», secondo la definizione del grande esperto Mark Galeotti). Per il quale la colpa è stata «certamente» dell’Ucraina, non dell’Isis.

Il secondo è stato il direttore del Fsb, i servizi di sicurezza interna (l’ex Kgb, da cui Putin proviene), Aleksandr Bortnikov, il quale ha fatto il passo successivo: gli attentatori sono stati addestrati da Kiev in Medio Oriente. Aggiungendo che volevano fuggire in Ucraina per «essere accolti come eroi dall’altra parte».

Poco importa se nella ricostruzione disinformata, una specialità della casa peraltro, c’è una contraddizione con quanto dichiarato dal vassallo bielorusso del Cremlino Lukashenko, secondo il quale i quattro terroristi tagiki hanno tentato di entrare in Bielorussia nelle prime ore dopo l’attentato (plausibile, visto che la targa della loro auto era proprio bielorussa).

Con questa narrazione deviata e a senso unico, Putin si propone tre obiettivi. Il primo è giustificare un’escalation militare contro l’Ucraina, cominciata subito dopo l’attacco al teatro moscovita con una pioggia di missili su Kiev, Leopoli e Odessa.

Dmitrij Medvedev, che in passato serviva a tenere in caldo le poltrone per Putin quando c’erano ancora limiti costituzionali alla presidenza vitalizia, spesso straparla. Ma funge anche da “utile idiota” per il Cremlino. E non a caso, dopo il massacro alla Crocus City Hall, aveva minacciato dure rappresaglie contro i vertici dell’Ucraina. Anticipando di fatto quella che è diventata la versione ufficiale di Mosca.

Il secondo obiettivo di Putin è recuperare credibilità nei confronti dei suoi connazionali, che appena una settimana prima lo avevano incoronato per la quinta volta con un plebiscito elettorale (al netto di tutti i dubbi sull’autenticità dei dati di affluenza e consenso) aprendogli la prospettiva di restare al Cremlino fino al 2036.

La sera delle elezioni, intervistato da una platea compiacente di sostenitori e giornalisti, Putin aveva garantito ai suoi elettori forza militare, sicurezza interna e tranquillità economica (grazie a un’economia di guerra che gonfia tutti i parametri).

Questa immagine muscolare e rassicurante è stata sgualcita dall’attacco di venerdì 22 marzo, che ha riportato i russi ai primi anni del secolo, e del primo mandato di Putin, marchiati da attacchi terroristici a condomini, teatri, scuole.

Attribuire la colpa della strage alla Crocus City Hall allo stato di guerra, oltre all’esibita brutalità della polizia nel trattamento degli arrestati, è un modo subdolo per calmare le ansie dei russi, mai del tutto sopite, per la minaccia del terrorismo islamico e alleggerire quelle che Andrej Soldatov, nell’intervista a Repubblica, ha definito «le falle ataviche dei servizi di sicurezza russi»: inefficacia nella prevenzione e nei controlli, oltre che incompetenza dei servizi di emergenza.

Infine, puntando il dito contro Ucraina, Stati Uniti e Gran Bretagna, Putin cerca di smentire quella che per lui è una realtà inaccettabile: cioè che per il terrorismo islamico la Russia e l’Occidente sono eguali, e non c’è differenza tra cristiani cattolici e ortodossi.

Anzi, con le azioni contro il Califfato in Siria, il contrasto all’espansione islamista nel Sahel e in altre parti dell’Africa (affidato ai mercenari della Wagner), la repressione dei musulmani in Cecenia e in Daghestan, la Russia è per l’Isis-K un nemico perfino più mortale dell’Occidente.

Proprio per non riconoscere questa verità, Putin aveva irriso come «propaganda» gli avvertimenti americani e britannici, resi pubblici il 7 marzo, di un possibile attentato durante un evento a Mosca. Come ha scritto un commentatore francese, Philippe Gélie, «questo Bataclan russo rimette la Russia nel campo occidentale, contro il quale crede di essere in guerra».

Per raggiungere questi obiettivi, soprattutto l’offensiva massiccia contro l’Ucraina, Putin, con la cinica impudenza imparata alla scuola del Kgb (che aveva un direttorato preposto alla disinformatija, antenata delle attuali fake news), non esita a ricorrere alle più smaccate menzogne. Facendo venire alla memoria un precedente da brividi: il discorso di Hitler al Reichstag il 1° settembre 1939, il giorno dell’attacco alla Polonia, nel quale rovesciava la colpa della guerra sulle «atrocità polacche» per giustificare l’invasione nazista. «Un sorprendente catalogo di bugie», lo ha definito Ferdie Addis nel suo libro sui discorsi che hanno cambiato la Storia. Un catalogo al quale Putin sembra essersi ispirato.

Nell’immagine: le macerie della Crocus City Hall


Il sillogismo Norman Gobbi e l’apertura di un procedimento penale

Centovallina, un intervento radicale che comprometterebbe la natura pratica ed estetica di un'opera che é sotto protezione degli insediamenti svizzeri da proteggere – Di Simona Procacci e Rocco Vitale 

Negli ultimi giorni sulla stampa nostrana e nei corridoi (visto il periodo elettorale forse meglio dire nei bar) della politica si è molto discusso di quanto successo lo scorso novembre al Consigliere di Stato Lega/UDC Norman Gobbi (ha la doppia affiliazione, per cui è abbastanza curioso per non dire assordante il silenzio dei democentristi sulla vicenda) e portato alla luce da un’interpellanza del presidente nostrano de Il Centro Fiorenzo Dadò a metà marzo.

In estrema sintesi: il cittadino Norman Gobbi – perché non risulta che al momento dei fatti rivestisse ruoli istituzionali – è stato coinvolto in un incidente d’auto mentre era al volante, pare senza colpa, ma lievemente alticcio. Non vi sono stati feriti, per cui non sarebbe neppure stato necessario chiamare la polizia. Tuttavia, visto che non è stato possibile raggiungere un accordo tra le persone coinvolte, le forze dell’ordine sono state allertate per le constatazioni del caso. Fin qui nulla da eccepire né di strano, ché di incidenti di tal fatta ne succedono decine ogni giorno: non si capisce dunque perché non sarebbe potuto accadere anche al signor Gobbi.

In questo senso dobbiamo dare ragione alla Lega quando afferma che non c’è nessun “caso Gobbi”, e molto in parte all’avvocato Galfetti, che assiste il nostro al momento ancora comune cittadino, quando scrive di “panna montata senza panna”, montata dai/sui media (per contro sulla calunnia, fossi in lui, sarei più cauto, visto che tacciare qualcuno di calunniatore ben sapendo, da avvocato, che non vi sono le condizioni per questo reato, paradossalmente potrebbe far scattare proprio la stessa accusa nei suoi confronti da chi si fosse sentito offeso).

Qui, tuttavia, inizia la sua disavventura. Perché il signor Gobbi non è un cittadino qualunque, ma nella sua veste di politico ricopre anche la carica di direttore del Dipartimento delle Istituzioni, per cui formalmente tutti gli agenti di polizia sono suoi sottoposti. Immaginarsi il riflesso pavloviano di sudditanza condito dall’istinto di sopravvivenza dei poverini inviati sul posto non è dunque per nulla difficile. Ma anche questo se non normale è per lo meno comprensibile – vorrei vedere faccia e reazione di chiunque nel momento in cui scopre il suo personale megadirettore galattico con le mani nella marmellata – per lo meno se, passato lo stupore e ripresi sensi e padronanza di sé, i sottoposti con il loro superiore si fossero comportati esattamente come farebbero con una qualsiasi altra persona.

Purtroppo, lo sappiamo, non è andata così,  e fra test di controllo fatti (per di più sbagliati) oltre ogni tempo massimo immaginabile, mezzi che scompaiono dal luogo dell’incidente (l’universo parallelo Ticino può vantare un nuovo caso ai confini e oltre la realtà: l’auto che si scontra con se stessa), versioni dei fatti che necessitano di un’aggiustatina quasi continua, rivelazione stampa dopo rivelazione stampa – malvezzo usuale nei nostri politici, visto anche quanto successo e sta succedendo a Lugano con la demolizione dell’ex macello – di panna da montare, ci scuserà l’avvocato Galfetti, ce n’è a iosa.

Per colpa di chi, ossia se per pressioni del Consigliere di Stato (perché se le ha fatte, le ha fatte in questa veste) o, appunto, per sudditanza congenita delle nostre forze dell’ordine, non ci è dato di sapere, e probabilmente mai si saprà. Punterei tuttavia su questa seconda ipotesi, tanto più che, a quanto pare, non è neppure la prima volta che fatti simili accadono. In effetti in questi giorni nei corridoi e nei bar non solo della politica ma di tutto il Cantone si sta facendo a gara a raccontare di quella volta che anche a me… Sarà che nessuno degli “eminenten” nostrani (politici, direttori di ogni tipo e sorta e chi più ne ha più ne metta) vuole sentirsi così piccolo e insignificante da non voler/dover dimostrare in questo modo che lui è uno che conta, ci sarà anche la sindrome da pescatore per cui molto verrà ingigantito, ma se più persone raccontano storie simili, ipotizzare che al fondo qualcosa di vero ci sia alla fine pare anche lecito.

Insomma, se non c’è alcun “caso Gobbi”, come afferma la Lega, c’è di sicuro un “caso polizia”, che agirebbe in modi diversi e userebbe riguardi diversi a dipendenza di chi ha di fronte, ben oltre, verrebbe da pensare, a quanto la sempre possibile interpretazione di leggi e regolamenti e il loro adattamento alle situazioni particolari permetterebbe. Una disparità di trattamento tra cittadini riprovevole per principio, su cui la politica dovrebbe non solo chinarsi e intervenire con la dovuta fermezza per eliminarla (che sarebbe poi il minimo sindacale richiesto), ma di cui dovrebbe anche assumersi la responsabilità, traendone magari anche le conseguenze del caso. Pure personali.

Ricapitoliamo: sull’incidente non esiste alcun “caso Gobbi”, perché a chiunque può accadere di essere coinvolti in un sinistro (e anche di bere un paio di bicchieri e perciò guidare con lo 0,5 per mille di alcool nel sangue); esiste per contro un “caso polizia”, perché non è ammissibile che, in uno Stato di diritto, leggi, regolamenti e procedure siano applicati in funzione della carica ricoperta, del censo o dello status sociale dei cittadini; esiste quindi un “caso Gobbi”, perché la responsabilità politica del malandazzo in auge tra le nostre forze dell’ordine e che proprio l’incidente occorso al consigliere di Stato Lega/UDC ha fatto emergere, non può non ricadere su chi il Dipartimento delle Istituzioni lo dirige dal 2011, ossia da ben quattro legislature.

È il “sillogismo Norman Gobbi”. Praticamente perfetto.

Senza dimenticare che tra permessi facili, targhe vendute sottobanco e un paio di altre robette già emerse negli anni passati, non è che il DI in questi anni abbia brillato per rigore procedurale e rispetto della legalità. Il povero “SuperBeltra” era stato mandato in pensione anticipatamente per molto meno, ci par di ricordare.

Ed ora siamo arrivati addirittura all’apertura di un procedimento penale aperto dal Ministero pubblico nei confronti di un agente di polizia (per favoreggiamento) e nei confronti di “ignoti” per abuso di potere. I soliti ignoti? E vai col sillogismo.

Nell’immagine: la panna c’era, eccome (visualizzazione IA di DreamStudio)