La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico
Mai uno strappo così lungo e profondo. Dalla crisi di Suez del 1956 (quando Eisenhower ordinò a Tel Aviv di fermarsi nella spedizione franco-britannica su Suez e contro Nasser) alle sciabolate politiche contro Obama presidente (con il già allora premier Netanyahu che snobbava la Casa Bianca ma era ospite dei leader repubblicani): mai i rapporti fra Stati Uniti e Israele avevano conosciuto le scintille di una simile frizione. Provocate dalla storica astensione americana al Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha dato luce verde alla risoluzione per il primo cessate il fuoco (non una tregua, di più) nella tragedia di Gaza. In cambio della simultanea liberazione degli ostaggi ebrei. In realtà risoluzione da chiarire per le ipotesi operative, non proprio scontate. E che ha subito provocato la risposta negativa di “Bibi”. Comunque, decisione di Biden. Fin troppo a lungo meditata dall’inquilino della Casa Bianca. Troppo, considerata la dimensione e l’escalation della rappresaglia israeliana al feroce attacco di Hamas (7 ottobre). Cinque mesi di “vendetta”, e trentamila civili palestinesi uccisi, molti i bambini, oltre agli innumerevoli feriti, alle macerie del 50 per cento delle abitazioni, all’esodo biblico verso Sud di oltre un milione di persone in cerca di salvezza, a nuovi miserevoli campi di raccolta schiacciati sulla frontiera egiziana o sulla sabbia della lunga costa marittima, alla mancanza programmata di cibo e medicine fatti passare col contagocce (fame strumento di guerra) per una popolazione denutrita e stremata, a una situazione umanitaria disastrosa e sempre più insostenibile. Che il ‘decisivo’ attacco a Rafah (“andremo avanti”, ribadisce Israele) non farebbe che aggravare.
Non più o solo legittima risposta, diritto alla difesa. Ma brutale accanimento. Punizione collettiva mai vista nei 75 anni di conflitto israelo-palestinese. Che ha re-infiammato l’antisemitismo, isolato come mai lo Stato ebraico dal sentimento popolare occidentale, e reso incomprensibile e inaccettabile la titubanza del ‘grande alleato’, così generoso in termini di supporto e aiuti militari (solo nei primi due mesi e mezzo, 15.000 bombe e 57.000 pezzi di artiglieria consegnati a Tsahal). E il tollerante fronte di supporter euro-atlantici di Israele sempre più (ma silenziosamente) scettico sulle insufficienti e del resto inascoltate pressioni dell’Amleto statunitense. Che, da un moto di rabbia all’altro nei confronti di uno storico alleato non solo caparbio ma sfidante, ha infine deciso: non una rottura totale, che non vuole e non può permettersi, ma quantomeno un atto deciso e lacerante di discontinuità.
Biden non poteva più attendere. Anche, se non soprattutto, per motivi politici più generali: nell’anno della difficile ricandidatura a presidente, l’impopolarità accresciuta fra i votanti più giovani e gli elettori di religione musulmana (astenutisi in massa nel test delle primarie in Michigan); la scelta quindi di non assecondare soltanto la comunità ebraica statunitense; la speranza che una parte di essa abbia comunque apprezzato la sua pazienza nei confronti di un Netanyahu controverso anche fra gli ebrei progressisti americani. E ancora: la necessità di non perpetuare un’immagine di leader insicuro, contraddittorio e debole (sindrome di Kabul); il bisogno di togliere argomenti a Iran, Hezbollah, Siria e altre comunità sciite sul piede di guerra (Houthi yemeniti compresi); l’occasione offerta dalle prime vistose incrinature nel ‘gabinetto di guerra’ e nel governo di “semi-unità nazionale” a Gerusalemme; il peso economico crescente della mobilitazione sull’economia israeliana; il disegno di togliere fiato alla strategia internazionale di Mosca e Pechino, che vogliono pilotare in base ai loro interessi quel “Sud globale” chiamato a partecipare al contrasto nei confronti dell’Occidente “malato”, nella loro visione, di arrogante unilateralismo e di democrazia impotente.
Molte dunque le molle della virata statunitense. Che punta con tutta evidenza non solo a mettere nell’angolo il governo di destra nazional-messianico (che oltretutto moltiplica le colonie in Cisgiordania, e i cui esponenti più oltranzisti non nascondono la volontà di espulsione in massa dei palestinesi in una sorta di pulizia etnica), ma possibilmente alle dimissioni di “Bibi” per mano degli stessi israeliani, certo combattuti fra orgoglio nazionale e timori per il forte allentamento dei legami con il protettore americano.
È anche una corsa contro il tempo. C’è infatti il rivale Donald Trump che trova, nel quadro medio-orientale in fiamme, altri spunti polemici. “La colpa di quanto accade è di Biden, e Israele deve portare a termine il lavoro”, ha proclamato 24 ore fa il tycoon, trovando il tempo durante la sua affannosa ricerca delle decine di milioni di dollari che deve mettere sul tavolo per le prime condanne dei giudici amministrativi. Quindi, altro ostacolo fra i tanti: il tentativo del premier israeliano di tirarla il più a lungo possibile. Nella speranza di ritrovare a novembre l’amico tycoon alla Casa Bianca. Il Donald Trump che durante la sua presidenza aveva sostanzialmente dato carta bianca a Netanyahu. E che sarebbe pronto a riconsegnare in caso di vittoria a novembre. Ulteriore miccia nei rapporti fra i due attuali interlocutori, l’israeliano e lo statunitense, che si detestano. Non più amichevolmente. Bensì irrimediabilmente.