I problemi grassi del Canton Zugo: non sa cosa fare con tutti i suoi soldi

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

Da tvsvizzera.it

Zugo ha un problema che altre regioni possono solo sognare: ha soldi, tanti soldi, ma non riesce a spenderli.

Il Cantone, che ha la tassazione più bassa di tutto il Paese, aveva pianificato di investire poco più di un miliardo di franchi (1,04 miliardi di euro) in due gallerie di circonvallazione. Le opere avrebbero dovuto sgravare dal traffico la città di Zugo e la valle dell’Aegeri. Ma non se ne è fatto nulla: a inizio marzo l’elettorato ha respinto la proposta di costruire i due tunnel.

Zugo non sa ora bene cosa fare con questi soldi. Probabilmente la situazione non si sbloccherà così presto: attualmente non ci sono altri progetti in cantiere che prevedono spese così consistenti.

Miliardi di capitale proprio

Il Dipartimento cantonale delle finanze prevede un’eccedenza di circa 300 milioni di franchi all’anno fino al 2027. Il capitale proprio dovrebbe passare dagli attuali due miliardi a oltre tre miliardi.

Per il direttore delle finanze Heinz Tännler una cosa è chiara: è meglio avere troppi soldi che troppo pochi. “Dobbiamo la nostra buona posizione di partenza a imprese finanziariamente forti e a persone facoltose che pagano molte tasse”.

Ma a un certo punto si porrà la questione di ridurre ulteriormente le imposte: “Se vediamo che possiamo gestire gli investimenti su un periodo di tempo più lungo, ma allo stesso tempo accumulare una quantità incredibile di denaro, allora dovremo chiederci se non sarebbe opportuno adottare misure fiscali”.

I Verdi vogliono promuovere alloggi a prezzi accessibili

Ridurre ulteriormente le tasse, che sono già le più basse della Svizzera, per diminuire la montagna di denaro? Per Andreas Lustenberger, parlamentare cantonale dell’Alternativa – i Verdi, questa sarebbe la “soluzione più banale” per impedire che il capitale proprio cresca ulteriormente.

E anche quella che va meno a vantaggio delle persone che risiedono a Zugo: “Abbassare le tasse significa aumentare i trasferimenti, in particolare delle persone più ricche. Ciò che metterebbe ancor più pressione sul mercato immobiliare”.

Per questa ragione è importante usare le casse cantonali per prendere delle contromisure e adottare dei provvedimenti che fin qui la maggioranza dei politici e delle politiche di Zugo hanno criticato. “Dobbiamo investire di più nella costruzione di alloggi che vadano a beneficio della popolazione”, afferma Lustenberger.

Secondo l’esponente dei Verdi, Zugo non deve svolgere un ruolo pionieristico solo nella concorrenza fiscale, ma anche negli alloggi a prezzi accessibili e nella mobilità. Ad esempio, nell’espansione della rete di trasporti pubblici che collega la città di Zugo con l’agglomerato e l’area circostante.

Nessuno vuole soluzioni rapide

Il direttore delle finanze Heinz Tännler, invece, mette in guardia dagli investimenti su larga scala, solo perché un progetto costoso è fallito alle urne: “I soldi non sono mai troppi”, afferma. “La situazione è economicamente e politicamente volatile”.

Dieci anni fa, il Cantone è improvvisamente scivolato in una spirale finanziaria negativa. “Potrebbe accadere di nuovo in qualsiasi momento. E allora ogni riserva è la benvenuta”.

Il parlamentare cantonale Andreas Lustenberger è d’accordo con Tännler: “Sarebbe sbagliato entrare ora in modalità bazar e spendere semplicemente i soldi solo perché sono disponibili”.

Ma ci sono certamente delle sfide che il Cantone deve affrontare. Lustenberger è quindi convinto che con le casse cantonali piene e il rifiuto da parte della maggioranza della cittadinanza di costruire due gallerie da un miliardo si possa ripensare la politica portata avanti a Zugo, dando spazio anche a idee diverse dal semplice taglio delle tasse.

Traduzione di Daniele Mariani
Nell’immagine: un bel progettino per il futuro di Zugo l’intelligenza artificiale ce l’avrebbe (neural.love)


Ecco dove trovare 300 milioni in più per Lugano

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

Nella legislatura che ci apprestiamo a concludere (2021-2024), uno dei temi che ha animato le discussioni politiche a Lugano è stato il famigerato Plan B, con relativa partnership fra la nostra città e lo stablecoin Tether.

Sono stati presentati diversi atti in Consiglio comunale per chiedere delucidazioni su questa collaborazione da consiglieri comunali di diversi schieramenti: da Morena Ferrari Gamba (Plr) a Raoul Ghisletta (Ps) passando anche da Sara Beretta Piccoli (Verdi liberali). Va anche detto che invece alcuni candidati in queste elezioni comunali si sono profilati con scritti prevalentemente a favore di questa partnership.

Come candidata sia al Municipio che al Consiglio comunale di Lugano per il Plr, mi è sembrato doveroso documentarmi su un tema che anche nella prossima legislatura sarà d’attualità per Lugano; non essendo un’esperta del mondo delle criptovalute, occupandomi per lavoro d’architettura e pianificazione del territorio ho cercato di ottenere quelle informazioni necessarie per potersi dotare di una linea politica che vada oltre la diarchia fra sostenitori-progressisti a priori (perché tanto il futuro è roseo per partito preso) e conservatori-oppositori, anche qui un po’ a priori.

Credo che un municipale quanto un consigliere comunale non debba aver paura di qualsiasi innovazione, ma altresì non debba confondere ipotesi e opportunità di sviluppo con chimere da inseguire a tutti i costi. E che prima di tutto debba chiedersi quale siano le ricadute positive per la collettività che, ricordiamocelo, dovrebbe rappresentare.

Ebbene questa è la questione centrale. Alla cittadinanza di Lugano cosa arriva in tasca da questo parternariato fra la città e Tether? Annunci e proclami di un futuro roseo fatto di sviluppo e progresso, tanta tecnologia e start up, bar e negozi in cui si potrà pagare con le criptovalute,… ma intanto per la città ci sono solo costi (si veda i biglietti da mille spesi dalla città per eventi e affini).

Non c’è dubbio: i manager di Tether hanno cercato e voluto questa collaborazione con la città di Lugano perché poteva essere utile a questo stablecoin e al loro prodotto, per immagine e reputazione, fregiarsi della partnership con Lugano che da decenni è una delle Piazze finanziarie più importanti della Svizzera (e la nostra Confederazione è un nome importante nel mondo per quanto concerne la finanza).

Ma Lugano che ci guadagna da questa partnership? Per il momento, in soldoni nulla. Allora se piuttosto che dividersi fra sostenitori-progressisti e conservatori-oppositori, si fosse ragionato come faceva una volta la nostra classe politica, ovvero con sano pragmatismo concentrarsi sui benefici per la cittadinanza?

Stando ai dati apparsi sulla stampa economica internazionale (Forbes, Bloomberg, Reuters) Tether nel 2023 ha “raccolto” in totale grosso modo un centinaio di miliardi di dollari di depositi (possedimenti certificati dalla BDO Italia, che fa parte del network internazionale BDO, una delle più importanti società di revisione al mondo).

Inoltre, stando a quanto certificato dalla stessa Tether sul proprio sito web, il gruppo ha generato 6.5 miliardi di dollari di profitti per l’anno 2023.

Se uno si mette a fare i conti della serva, valuta che se Tether avesse sede fiscale a Lugano, piuttosto che in un paradiso fiscale, la nostra città con l’attuale moltiplicatore avrebbe potuto incassare quest’anno più di 300 milioni di imposte (in realtà 400 milioni, ma prudenzialmente dico 300) dallo stablecoin Tether (e più o meno altrettanto il Cantone, tenendo presente l’aliquota all’8% dell’imposta cantonale e il 77% di moltiplicatore a Lugano).

Diciamocelo, in tre, quattro anni il debito di Lugano sarebbe risanato! Stando alle cifre dichiarate per il 2023, Tether potrebbe essere un contribuente maggiore della vecchia e gloriosa BSI, Banca della Svizzera italiana, degli anni d’oro!

Allora mi permetto di dire che delle fumose promesse che grazie a Tether arriveranno tante start up e progresso tecnologico a go-go, a me interessa poco; più prosaicamente, ma pragmaticamente, io dico che voglio che Tether, visto che vuole tanto questa collaborazione con Lugano, porti al più presto la sede fiscale a Lugano (e probabilmente anche gli scettici di sinistra o meno, diventeranno favorevoli alla partnership, vedendo il beneficio reale che la città può ottenere).

In caso contrario che segnale darebbe il Municipio di Lugano a continuare a portare avanti una collaborazione con degli “elusori” fiscali, che vogliono fare i simposi ed eventi affini a Lugano, ma poi, al momento di ridistribuire i benefici, preferiscono i paradisi fiscali? Questo non è un comportamento equo nei confronti di quelle società e di quei contribuenti che (senza utilizzare il nome di Lugano) pagano le imposte nella nostra città. Cosa si penserebbe se domani importanti società contribuenti di Lugano spostassero il loro domicilio fiscale nei paradisi fiscali?

Ecco, spero proprio che la prossima legislatura a Lugano possa iniziare con l’approvazione di una semplice mozione che chieda che quelle società che vogliono utilizzare il nome e l’immagine di Lugano, e con essa intavolare delle partnership, abbiano il buon gusto di pagare le imposte nella nostra città. E questo deve essere un concetto esteso a qualsiasi partenariato, non solo per i signori di Tether. È un principio etico e di giustizia economica e sociale che sono certa possa essere condiviso da tutte le forze politiche di Lugano. Per quanto invece concerne specificatamente la questione di Tether, possiamo essere certi che con un aumento di più di 300 milioni di gettito fiscale si potranno fare opere ed infrastrutture che migliorino la qualità di vita dei luganesi, dal traffico alla transizione energetica. Ecco che a quel punto, le promesse di un futuro migliore per Lugano e i luganesi, non saranno solo proclami e operazioni di marketing politico, bensì qualcosa che le cittadine e i cittadini potranno toccare con mano.

Carola Barchi è candidata PLR a Municipio e Consiglio comunale di Lugano


BSI e quei capitani usciti indenni dalla tempesta

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

È passata un po’ in sordina la recente condanna, seppur non ancora definitiva, nei confronti della BSI per la sua implicazione nello scandalo legato al fondo malese 1MDB. Certo, la vicenda data ormai di qualche anno. Il tempo passa e forse ci si è dimenticati delle conseguenze che ebbe quella vicenda: di fatto, contribuì a cancellare dalla geografia bancaria ticinese il principale istituto che ne ha fatto la storia. Soffermarsi un attimo su questa notizia – la condanna di BSI – è quindi utile per chiarire alcuni aspetti di quelle sciagurate avventure sud-est asiatiche. 

Prima, però, un breve riassunto dei fatti recenti. Lo scorso 11 gennaio, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha emesso un decreto d’accusa con cui si ritiene BSI SA colpevole di «responsabilità d’impresa in relazione ad atti di riciclaggio di denaro aggravato». L’inchiesta penale, iniziata nel 2016, nel momento stesso in cui la FINMA decretò la fine della banca, ha stabilito che BSI ha «omesso di prendere tutte le misure organizzative ragionevoli e indispensabili per impedire il reato di ripetuto riciclaggio di denaro aggravato». Una multa di 4,5 milioni di franchi (pena massima: 5 milioni) è stata così inflitta alla società BSI SA, ossia quell’entità giuridica tenuta in vita dalla nuova proprietà – EFG International – per liquidare le controversie penali e amministrative. Il decreto d’accusa non è ancora entrato in vigore poiché due filiali di 1MDB hanno fatto opposizione. La palla è ora nelle mani del Tribunale penale federale. 

Nell’attesa della decisione dei giudici di Bellinzona si possono già fare alcune considerazioni. La principale è quella che riguarda le responsabilità. Se BSI è affondata nei turbolenti mari malesi lo si deve ad una ragione precisa: la sete smisurata di denaro della sua nave ammiraglia, basata a Lugano. Negli anni duemila, confrontata con la crescente perdita della storica clientela italiana, i capitani bancari ticinesi hanno cercato nuovi sbocchi commerciali. I cosiddetti mercati emergenti – la Russia e i paesi dell’ex blocco sovietico, il Sudamerica e il Sudest asiatico – erano visti come il nuovo eldorado. BSI si stabilisce a Singapore dove vengono convogliati i milioni di dollari della rampante imprenditoria asiatica. Nella città-Stato la banca ticinese attira a suon di bonus esagerati i migliori colletti bianchi, e anche colui che diventa il CEO della filiale locale, Hans Peter Brunner. È ai suoi ordini che opera Yew Chee Yak, un banchiere esperto che quando arriva dalla banca rivale Coutts (la stessa dove aveva lavorato Brunner) si porta appresso i suoi succulenti clienti. Su tutti il gigantesco fondo sovrano della Malesia, 1MDB, e l’uomo d’affari Jho Low, golden boy dell’imprenditoria d’assalto malese, molto vicino all’allora premier Najib Razak, poi finito in carcere. Da quel momento, in BSI cominciano a piovere letteralmente miliardi di dollari. Tra Singapore e Lugano vengono aperti decine di conti legati a 1MBD, che diventa così il principale cliente dell’istituto. 

In quegli anni, tra il 2010 e il 2014, il denaro entra ed esce dalla banca come in un flipper impazzito, senza controlli. La pioggia dorata fa la gioia di tutti: i ricavi generati da 1MDB hanno un peso sempre più considerevole sui risultati operativi non solo di BSI Singapore, ma dell’intero gruppo. Simbolo di quell’euforia è la famosa lettera inviata per Natale, nel 2011, dall’allora CEO di BSI, Alfredo Gysi, al banchiere Yew Chee Yak: «Hanspeter mi ha detto del fantastico successo che hai raggiunto nelle scorse settimane (…). Grazie per il tuo immenso contributo non solo per la crescita del nostro nuovo business in Asia ma per tutto il gruppo BSI». 

Negli anni successivi Yak sarà ricoperto di bonus e i profitti generati dalle relazioni con 1MDB si riversano sulla banca e i suoi vertici. Tutti contenti, ma anche accecati. Nessuno capisce che dietro a quei flussi di denaro vi è una delle più grandi rapine della storia, orchestrata dal cliente BSI Jho Low. I rischi enormi, intrinsechi, legati a quei conti e a quelle transazioni abnormi sono stati bellamente ignorati. A Singapore il motto sembra essere: prima gli affari, poi il rispetto delle regole e delle più elementari norme antiriciclaggio. Ma anche a Lugano, a livello di gruppo, la banca non dispone certo di un sistema forte e strutturato per reagire in modo appropriato agli evidenti rischi di riciclaggio. Al riguardo, la FINMA ha poi ritenuto colpevole l’allora responsabile dell’ufficio legale.

Sul fronte penale, oltre all’entità giuridica BSI SA, a pagare sono stati di recente anche i due banchieri singaporiani che hanno commesso in prima linea il riciclaggio che la banca non ha saputo impedire: Yew Chee Yak e una sua collega. In quanto consulente di riferimento di conti bancari aperti a Lugano, Yak – nel frattempo dileguatosi non si sa dove in Cina – ha permesso di riciclare qualcosa come 2,4 miliardi di dollari. Denaro criminale poiché sottratto dalle casse di 1MDB per poi finire, passando dal Ticino, nelle tasche di Jho Low.

A questo punto occorre fare un paio di considerazioni supplementari. La prima riguarda la multa nei confronti della banca. La legge prevede che la pena massima per un’azienda condannata per non avere impedito il riciclaggio o la corruzione sia di 5 milioni di franchi. Una cifra giudicata “ridicola” dallo stesso procuratore generale della Confederazione, Stefan Blättler, ma che di recente il Consiglio nazionale ha deciso di non alzare. Di norma, la Procura federale può integrare la sanzione con una confisca o chiedendo il risarcimento dell’utile conseguito illecitamente. Lo ha fatto poco tempo fa con la condanna nei confronti del commerciante di petrolio ginevrino Gunvor e lo ha fatto altre volte in passato. Non si capisce quindi come mai, in questo caso, l’MPC non abbia potuto ordinare un risarcimento sulla base degli utili conseguiti da BSI grazie ai comportamenti illeciti relativi alla gestione dei conti di 1MDB e di Jho Low. 

L’ultimo aspetto riguarda il ruolo dei vertici. Dopo la condanna di Yak e della collega (uno disperso in Cina, l’altra a Singapore) e di BSI SA (che tanto non è più niente) da un punto di vista penale la vicenda sembra essere terminata. L’enorme quantità di denaro riciclata sui conti aperti a Lugano è stata sicuramente discussa ai piani più alti della banca. Nessuno è intervenuto, di fatto creando un pericolo letale per BSI,  mettendo in pericolo non solo la reputazione dell’istituto bensì l’integrità della stessa piazza finanziaria svizzera. Alla luce di quanto avvenuto è quindi legittimo chiedersi come mai la Procura federale non abbia voluto saperne di più sull’operato di quei capitani che hanno condotto la banca verso una missione suicida nei mari della malafinanza.

Nell’immagine: il CEO di BSI Alfredo Gysi nel 2010


Un’urgenza ampiamente premeditata

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

Di Francesco Bonsaver, Area

“Situazione finale auspicata: demolizioni effettuate”. Dalla nuova documentazione nell’ambito della seconda inchiesta sull’abbattimento dell’ex sede del Centro sociale autogestito il Molino a Lugano di quasi tre anni fa, emergono altri elementi che sconfesserebbero la tesi della decisione di demolire lo stabile presa in urgenza dalla polizia. La “demolizione” auspicata è scritta in un documento redatto da un ufficiale di polizia il 18 marzo 2021, ben tre mesi prima della demolizione del 29 maggio.

Nello stesso documento, il termine demolizione compare altre due volte nell’elenco dei preparativi dell’operazione “Papi”, il titolo dato allo sgombero del centro sociale. Si segnalano le possibili difficoltà tecniche nei lavori edili per la “demolizione”, la necessità di contattare discretamente delle imprese edili private in grado di svolgere quel compito e, infine, nella seconda fase post sgombero, come “farle intervenire” sul posto perché svolgano il lavoro. In una successiva riunione operativa del Comando di Polizia, il 22 aprile, la disponibilità delle macchine da cantiere è assicurata.

Vi è un altro indizio sulla pianificazione della demolizione presa con largo anticipo. Il 12 marzo, nella riunione operativa della polizia cantonale sui preparativi per eseguire l’ordine di sgombero intimato dall’esecutivo luganese due giorni prima, un ufficiale chiede «se dopo lo sgombero il Molino rimane così». «Non è ancora deciso!» è la risposta. «Si sta lavorando per una decisione». A quale decisione ci si riferisce e chi dovrà prenderla, resta ancora un mistero.

Se non siamo alla demolizione finale della tesi del procuratore generale Andrea Pagani formulata nella prima indagine, poco ci manca. Al termine di quell’inchiesta, il Pg aveva scagionato dalle accuse il vicecomandante della Cantonale Lorenzo Hutter (a capo dell’operazione di polizia) e la municipale luganese Karin Valenzano per aver autorizzato a nome dell’autorità cittadina la demolizione parziale del centro sociale. A mente del Procuratore, la demolizione fu presa in uno stato di “necessità esimente”, decisa sul momento dalla polizia e autorizzata dall’esecutivo luganese “per salvaguardare le vite di manifestanti e poliziotti”. Accogliendo il ricorso del legale dell’associazione Alba, firmataria della convenzione col Comune per l’utilizzo del sedime, la Corte dei reclami penali aveva annullato i decreti d’abbandono del Pg, ordinando un supplemento d’inchiesta.

Dai nuovi documenti acquisiti, più che l’urgenza s’impone quindi la premeditazione della demolizione. A comprova, si ricorda la mail inviata l’11 marzo dallo Stato maggiore della Polizia cantonale: “Quello stabile è l’attuale dormitorio. Si può demolire e si potrebbe chiamare l’impresa per farlo subito appena effettuato l’intervento?” era stato chiesto ai vertici della Polcomunale, oltre tre mesi prima della demolizione. “Sì. Ci vorrebbe una licenza. Non penso che qualcuno sollevi la questione, comunque è bene informare chi di dovere” rispose il vicecomandante della Polcomunale.

Già. Chi sarebbe stata la persona da informare? La pianificazione della demolizione sarebbe stata decisa dalla polizia in autonomia o avrebbe avuto il via libera delle autorità politiche? Stato di polizia o Stato di diritto? A tre anni dai fatti, la magistratura non lo ha ancora chiarito. E nessuno ha il coraggio di assumersi la paternità. Focalizzare l’inchiesta su chi abbia autorizzato di pianificare l’abbattimento con largo anticipo, potrebbe essere illuminante per la ricerca della verità.

A loro difesa, i poliziotti hanno sempre sostenuto che la demolizione fosse solo un’ipotesi di lavoro. Un’ipotesi piuttosto corposa, a giudicare dai continui riferimenti nei preparativi fin dal primo giorno di attività dello Stato Maggiore. Nell’intervista correlata, Giorgio Giudici, per trent’anni sindaco di Lugano, esclude che l’autorità comunale o cantonale potesse non esserne informata. Difatti, il poliziotto indagato ha affermato di averlo detto ai due municipali luganesi almeno in un’occasione. Questi ultimi hanno negato di averlo mai saputo, men che meno in quella riunione. Un verbale della riunione confermerebbe la versione dei poliziotti, ma poiché non sarebbe stato condiviso coi politici, è stato giudicato irrilevante. (qui l’articolo)

Un altro elemento centrale emerge dai nuovi atti. Il tetto dello stabile demolito non sarebbe stato traballantecome sostenuto da autorità cittadine e polizia. Una tesi fatta sua dal Pg, imputando la demolizione a “una claudicante comunicazione di polizia” che avrebbe portato alla demolizione dell’intero stabile invece del solo tetto, la cui instabilità sarebbe stata pericolosa per manifestanti e poliziotti in caso di rioccupazione.

Che quel tetto non fosse pericolante lo comproverebbero diverse testimonianze e documentazione raccolte col supplemento d’inchiesta. Ad essere pericolante era il tetto di un altro stabile, quello del corpo centrale, inizialmente contrassegnato dalla lettera “F” nella planimetria del comparto, tant’è che era già stato licenziato il messaggio per i lavori. La messa in sicurezza del tetto non fu mai avviata, poiché ai servizi comunali fu chiesto di allestire il progetto Matrix che prevedeva un utilizzo dell’area in cui l’autogestione sarebbe stata esclusa. Quel tetto poteva aspettare o, forse, crollare. Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, disse la celebre scrittrice di gialli Agatha Christie.

Si vedrà a quali conclusioni arriverà questa volta il Pg, che sta procedendo ad altri interrogatori e acquisizioni di nuova documentazione. A proposito di quest’ultima, non è ancora chiaro il destino delle parti annerite dal Comando della Polizia Cantonale sulle quali dovrà esprimersi il giudice dei provvedimenti coercitivi Ares Bernasconi. Su auspicio del giudice, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e il Pg Pagani si sono incontratiper trovare una soluzione condivisa. Un incontro risoltosi in un nulla di fatto, o quasi. Sulle parti annerite, Cocchi ha concesso lo sbiancamento parziale di sole due parti. Da queste si conferma la presenza dei poliziotti ginevrini, già documentata dai media, ma di cui s’ignora il numero e il motivo per cui sarebbero stati chiamati. Quel giorno era prevista una manifestazione con poche centinaia di persone. “L’occupazione temporanea dello stabile abbandonato ex Vanoni e lo sgombero (con demolizione) dell’ex Macello, erano fatti imprevisti a cui si è risposto in urgenza” era la tesi della precedente inchiesta. Perché allora chiedere i rinforzi di decine di poliziotti ginevrini per un semplice corteo? Tante domande a cui si spera che questa volta la Magistratura riesca a dare delle risposte convincenti.

Giorgio Giudici. Impensabile demolire senza l’avallo della politica

Sindaco a Lugano di lungo corso, Giorgio Giudici ben conosce i meccanismi istituzionali e politici della città. Sullo sgombero e la demolizione del Molino, Giudici ha un’idea precisa.

Nei trent’anni in cui Giorgio Giudici è stato sindaco, Lugano è diventata la nona città svizzera col processo aggregativo, è nata l’Università della Svizzera italiana e l’idea del Polo culturale al Lac. Le critiche alla sua gestione non mancarono, ma gli avversari gli riconoscono di non essersi mai nascosto nel difendere le sue posizioni. E benché inizialmente fosse risolutamente contrario, la compagine municipale da lui diretta risolse la storica rivendicazione del centro autogestito firmando la Convenzione che portò i molinari all’ex Macello. Da profondo conoscitore dei meccanismi istituzionali e politici della città, sullo sgombero e la demolizione del Molino, Giorgio Giudici ha un’idea precisa.

«Sono convinto che la decisione della demolizione sia stata presa con largo anticipo. Una decisione che non può esser stata presa dalla sola polizia senza l’autorizzazione dell’autorità politica comunale o cantonale. Nei miei anni da sindaco, avendo avuto per due volte la responsabilità del Dicastero Polizia, ho sempre avuto incontri regolari con il Comandante della Polizia Comunale. Non avrebbe mai deciso una cosa importante dalle implicazioni politiche senza consultarmi. Nella gestione dell’ordine pubblico allo stadio, la polizia ha la sua autonomia. Nei casi di ordine pubblico dalle implicazioni politiche, no. Distruggere uno stabile del Comune, senza il mio avallo, sarebbe stato impensabile.

Lo stesso meccanismo si può dire esista nei rapporti tra Polizia Cantonale e Dipartimento delle istituzioni?

Credo proprio di sì.

Lei ha espresso pubblicamente più volte la sua contrarietà su come sia stata gestita la questione post demolizione. Perché?
Quel che mi dà fastidio di questa vicenda, è la mancata assunzione di responsabilità. Nessuno se l’assume, scaricando il barile a Karin Valenzano. Spero solo che il Municipio faccia quadrato attorno alla collega. Se si prende una decisione, la si assume pubblicamente insieme. Bisogna avere il coraggio delle proprie scelte. Le racconto un aneddoto. Molti anni fa, un agente della comunale fu sorpreso ad “arrotondare” le multe. Lo convocai e l’invitai a dimettersi. In Consiglio comunale ci fu un’interpellanza sul perché non l’avessi denunciato. Risposi di aver scelto il “semplice” licenziamento poiché era padre di tre figli. Mi assunsi la responsabilità della scelta non ortodossa, ribadendo che l’avrei ripetuta cento volte senza mai pentirmene.
Quando decisero lo sgombero del Molino dall’ex Macello, lei obiettò che sarebbe stato illusorio chiudere la questione con un’operazione di forza.

Credo che la questione sia stata mal gestita poiché influenzata da chi non aveva le responsabilità esecutive. È facile contestare il Municipio, quando poi tocca a quest’ultimo gestire la questione. Ne ha la responsabilità nel rispetto dell’intera cittadinanza. Nel caso dell’ex Macello, si sarebbe potuto utilizzare il tempo antecedente all’inizio dei lavori del nuovo progetto sul sedime dell’ex macello per individuare una sede alternativa plausibile. Quando in Municipio sedevamo Bignasca, Cansani e il sottoscritto, i molinari non hanno mai causato grossi problemi. Sapevano di avere dei possibili interlocutori in caso di necessità. Chiudere ad ogni contatto, avrebbe portato a più problemi senza risolverne nessuno.

 


Meloni in modalità “teatrino”. E la foto finisce sul Wall Street Journal

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

Autodefinizione: “underdog”. Cioè lo sfavorito che invece a sorpresa si impone. Nello specifico, un dog comunque sempre ringhioso. Cioè Meloni Giorgia, già giovane ministra della… gioventù (quindi non proprio una vita da trascurata ‘riserva’ incompresa, come il principe Harry), e da un anno e mezzo prima “first lady” governativa della Repubblica italiana. Convita che una premier (lei usa però l’articolo maschile) possa, anzi debba continuare ad esibire la postura di quando stava all’opposizione, lancia in resta sempre e comunque. Così Montecitorio può diventare un ring, più che un’aula rappresentativa. Attacchi, sferzate, sfottò (“ragazzi – dice a quelli dell’opposizione – vedo che siete un po’ nervosi”), che tanto sparare oggi sul centro-sinistra italiano, per come è ridotto, è come mirare sulla croce rossa.

Esemplare, l’altro giorno, l’esibizione alla Camera bassa. Il tenero abbraccio a Salvini (Biden preferisce baciarla sui capelli), per una photo-opportunity che dura solo il tempo dello scatto ma che dovrebbe bastare per mostrare al paese la pacificazione con il leghista, recalcitrante oppositore interno, una la spara e la successiva la prepara, con proclami che puntualmente si discostano dalla linea ufficiale dettata dalla “sorella d’Italia”. L’ultima – “quando il popolo si esprime bisogna rispettarne la volontà” – sul voto presidenziale nella Russia di Putin: 87% trionfale, comunque sempre meno di Stalin, da lui ammirato per la conservazione dell’impero (mica come quel mollaccione di Gorby), il baffone che sentenziava “le elezioni democratiche sono un bella cosa, il problema è che non puoi prevedere come finiranno”.

Ma a parte l’ex ‘capitano’ del Papeete, davanti alla platea di Montecitorio, Giorgia Meloni ha anche innovato, innescando una nuova modalità, la “modalità teatrino”. Non solo accigliamento risentito, sarcastici sorrisetti, smorfie di dolore. No, anche le mani sulle orecchie (tipo “hao, roba che nun se’ puo’ ascoltà”, in ciociaro antico), ma soprattutto l’istantanea che ieri è finita anche sulla front page del “Wall Street Journal”. La capa (pardon, “il” capo dell’italico “governo più a destra dopo Mussolini”) che nasconde la faccia coprendola del tutto con la sua giacca: messaggio implacabile di vergogna e sdegno per le parole in arrivo dai banchi dell’opposizione.

Un inedito nella “vivace” storia parlamentare romana, che ha visto anche stappare bottiglie di non eccelso spumante, affettare mortadelle, divorarle a gola esibita: sì, era il tempo di Prodi e della festosa manciata di deputati passati a destra, che il cavaliere B. aveva oliato con generose mance, come per le care “olgettine” delle “feste eleganti” ad Arcore. Segno dei tempi. Tanto il segaligno De Gasperi è ricordo solo dei matusa nostalgici; e in ogni caso la maggioranza (relativa) degli italiani ha memoria corta, per esempio nemmeno ricorda che sei anni fa praticamente le stesse affermazioni riservate al capo del Cremlino da Salvini (ufficialmente corretto dal governo con imbarazzo) le aveva usate anche lei, la signora Meloni, per congratularsi pubblicamente dopo la vittoria elettorale, sempre plebiscitaria, dello zar russo.

Ma chi “se ne frega” (da vocabolario mussoliniano: ma per carità la signora no, non è né fascista né post-fascista secondo analisti anche “non allineati”), visto che i sondaggi, e qualche test elettorale, non la schiodano dal primato. Anche nella Sardegna dove si è imposta sì una pentastellata di valore, ma la destra-destra ha vinto nel voto popolare; rifacendosi poi negli Abruzzi governati da un suo fedelissimo che passa molta parte del suo tempo a Roma e non a Pescara. E che potrebbe imporsi anche nelle prossime consultazioni regionali, sempre grazie ai pasticci del nemico “campo largo” (anzi “largissimo”): per esempio in Basilicata, dove inverosimili candidati della sinistra saltano come birilli o si ritirano per pavidità (“prendo atto del clima diviso creato dalla mia persona”, ha detto uno, che al momento dell’accettazione era arrivato a confessare “ma poi io di politica proprio non me ne intendo”). Quando la diagnosi è in verità assai chiara oltre che impietosa: il “campo largo” è per lo più marcato da steccati insuperabili, quei riottosi del centro (Renzi, Calenda) se ne stanno il più delle volte per conto loro e occasionalmente trasmigrano addirittura nel triangolo meloniano, per non parlare di Conte Giuseppe, il voltamarsina che ci sta solo se può eleggere uno (o una) dei suoi (altrimenti gli elettori ex grillini alle urne manco si avvicinano), e che non avrà pace fin quando il PD non gli darà l’appoggio per garantirgli il ritorno a Palazzo Chigi.

Con l’instancabile Elly Schlein testardamente a ripetere che prima o poi (più poi che prima, a quanto sembra) nel “campo largo” crescerà l’erba da pascolo e darà i suoi frutti. Ormai da tempo me la svigno quando (invero e comprensibilmente assai di rado) mi chiedono cosa ne pensi della situazione politica italiana. Rispondo eludendo: meglio parlare di Balcani e Medio Oriente. Meno complicato.


Vecchi frontalieri e la controversa lista dei comuni di confine

Zugo è il cantone svizzero con l'imposizione fiscale più bassa. Ha una tesoreria piena, ma troppo pochi progetti pronti per aprire i rubinetti del denaro 

Da tvsvizzera.it

Il nuovo accordo relativo all’imposizione dei lavoratori e delle lavoratrici frontaliere, entrato in vigore il 17 luglio 2023, prevede due tipologie: il “vecchio frontaliere”, colui che lavorava oltre confine  già nel periodo tra il 31 dicembre 2018 e il 17 luglio 2023 (e lo resterà fino alla pensione), e il “nuovo frontaliere”, ovvero colui che ha a iniziato l’attività dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo.

Tra queste due tipologie esiste una differenza sostanziale: i nuovi frontalieri dovranno pagare in Svizzera un’imposta alla fonte con aliquote pari all’80% di quelle ordinarie e dovranno poi pagare l’IRPEF in Italia secondo le aliquote ordinarie con detrazione per quanto già pagato in Svizzera (evitando la doppia imposizione). I vecchi frontalieri continueranno a pagare unicamente in Svizzera l’imposta alla fonte. La differenza dell’imposizione fiscale tra i due soggetti può essere importante.

Inoltre, una regola transitoria presente nel nuovo accordo (valida fino al 31 dicembre 2033) stabilisce che i Cantoni Vallese, Ticino e Grigioni continueranno a versare, come hanno fatto fino ad ora, ai comuni di confine una compensazione finanziaria sulla remunerazione dei vecchi frontalieri, ovvero il 40% delle imposte prelevate nella Confederazione. Contributi meglio conosciuti come ristorni: nel 2022 il Ticino ha versato ai comuni di confine circa 107,5 milioni di franchi.

Fin qui tutto chiaro. Il problema nasce sulla corretta interpretazione su chi sia esattamente il “vecchio frontaliere”.

Vecchio e nuovo elenco dei “comuni di confine”

Nel vecchio Accordo sulla tassazione dei frontalieri del 1974 era previsto che i lavoratori dei comuni di confine con rientro giornaliero avrebbero pagato le tasse sul reddito da lavoro solo in Svizzera.

L’Accordo del 1974 tuttavia non prevedeva una definizione particolare di Comune di confine. Per questa ragione, Vallese, Ticino e Grigioni, in modo unilaterale, hanno redatto un proprio elenco di Comuni italiani di confine, includendo unicamente quelli che si trovano  entro i 20 chilometri dalla frontiera. Queste tre liste non sono mai state riconosciute ufficialmente ma non sono neppure mai state smentite. In occasione dell’incontro annuale tra le delegazioni dei due Paesi, l’Italia ha ricevuto sistematicamente questa lista, che veniva poi utilizzata per distribuire i soldi dei ristorni tra i Comuni italiani.

Nella nuova lista dei comuni considerati di confine, concordata questa volta tra Italia e Svizzera e sottoscritta il 23 dicembre 2023, per il Ticino sono presenti comuni che non erano nel vecchio elenco. Si tratta dei comuni della provincia di Sondrio che il Canton Ticino non ha mai considerato come comuni di frontiera (sono presenti solo nell’elenco del Canton Grigioni) non condividendo con essi nemmeno un metro di confine.

Il Ticino non riconosce i frontalieri di Sondrio

Oggi come devono essere considerati dal Canton Ticino i frontalieri dei comuni della provincia di Sondrio? Vecchi frontalieri perché lavoravano da frontalieri già nel periodo tra il 31 dicembre 2018 e 17 luglio 2023, come stabilito dal nuovo accordo, o nuovi frontalieri visto che fino al 17 luglio il Ticino non li ha mai considerati come frontalieri

Per il Ticino l’interpretazione è chiara: “Come prevede l’accordo – sottolinea Giordano Macchi, direttore della Divisione delle contribuzioni del Canton Ticino – sono ritenuti vecchi frontalieri quelli che nel periodo dal 31 dicembre 2018 al 17 luglio 2023 hanno svolto attività lucrativa dipendente (in Ticino) con rientro giornaliero al proprio comune di residenza in Italia, sempre verificato che il comune di residenza sia  presente sulla lista ufficiale pubblicata annualmente dal Cantone Ticino e oggetto di ristorno all’Italia ai sensi del vecchio Accordo italo-svizzero in materia di frontalieri”.

È la seconda parte della definizione che diventa problematica. “Il tema è molto complesso – ammette Andrea Puglia, dell’Ufficio frontalieri del sindacato OCST –. L’articolo 9 del nuovo accordo, che è quello che parla della tassazione dei vecchi frontalieri, non dice da nessuna parte che per individuare i vecchi frontalieri bisogna basarsi sui vecchi elenchi dell’accordo del 1974”

Visto che si sta parlando di lavoratori frontalieri con un contratto di lavoro stipulato prima del 17 luglio 2023, giorno dell’entrata in vigore del nuovo accordo, “da un profilo giuridico – e dal nostro punto di vista chiarisce Andrea Puglia – i vecchi frontalieri della provincia di Sondrio devono essere considerati anche dal Ticino come vecchi frontalieri”.

Il Canton Ticino, che non ha nessuna intenzione di pagare per i prossimi dieci anni ristorni ai comuni della provincia di Sondrio (fino ad oggi non lo ha mai fatto), recentemente ha aggiornato le proprie direttive e rinnovato l’elenco dei comuni valido per definire i vecchi frontalieri. “Nel concreto – sottolinea Giordano Macchi – Sondrio, ad esempio, non è mai apparso nella lista dei Comuni di confine secondo l’accordo del 1974, quindi chi proviene da Sondrio è oggi considerato un nuovo frontaliere”.

Per l’Italia sono tutti frontalieri

La lista dei comuni citata da Macchi, per 50 anni è stata condivisa dai due Paesi, sebbene sia stata stilata unilateralmente dallo stesso Canton Ticino, nel totale disinteresse dell’Italia.

L’Italia, infatti, rispetto ai vecchi elenchi dei tre cantoni svizzeri non ha mai mosso alcuna obiezione. Solo nel 2017, in tremendo ritardo rispetto al 1974, tramite una risoluzione dell’Agenzia delle entrate, ha stabilito sempre in modo unilaterale, visto che non c’è chiarezza, che per l’Italia sono considerati tutti frontalieri coloro che risiedono dentro i venti chilometri dal confine di Stato indipendentemente dal fatto che lavorino in un cantone confinante o meno. Basta che questi lavoratori rientrino a casa giornalmente.

Ma quanti sono concretamente i lavoratori e le lavoratrici che sono scivolate in questa piega interpretativa dell’accordo? Risponde ancora Macchi: “Per i comuni per i quali non è mai stato versato alcun ristorno il Cantone Ticino non ha mai tenuto delle statistiche, ritenuto che non vi era nessuna ragione per farlo”.

Secondo vecchi dati dell’Ufficio di statistica del Canton Ticino, nel 2015 i lavoratori frontalieri provenienti dalla provincia di Sondrio erano 385, quando in totale i frontalieri attivi in Ticino erano 62’714. Oggi sono quasi 80’000. C’è da credere che siano aumentati leggermente anche i frontalieri della provincia di Sondrio. Comunque si tratta di numeri bassi per un totale di ristorni che, se pagati, supererebbero di poco il mezzo milione di franchi.

Trovare un accordo sull’Accordo

Una norma, due interpretazioni. Regna la confusione. Basti pensare che, come ci ha raccontato Puglia, “sul lato italiano moltissime amministrazioni  locali hanno da tempo scritto alla propria cittadinanza dando la notizia che sarebbero stati inclusi tra i vecchi frontalieri”.

Per il Canton Ticino le cose erano per contro chiare sin da subito: “Le liste che danno diritto alla qualifica di vecchio o nuovo frontaliere fiscale – sottolinea Macchi – sono pubblicate sul sito del Cantone, sito presso il quale la Divisione delle contribuzioni ha pure pubblicato tutta una serie di documenti che aiutano sia il datore di lavoro sia il frontaliere ad accertare in modo autonomo l’esatta qualifica fiscale del lavoratore dipendente”.

“I sindacati – conclude Andrea Puglia – preso atto delle nuove direttive svizzere, hanno deciso di allinearsi con la visione italiana (che a nostro avviso è quella più corretta da un profilo giuridico) e hanno quindi interpellato con urgenza le Autorità dei due Stati, sollecitando la costituzione di una Commissione mista atta a sanare questa differenza di interpretazioni”.

Anche perché il Ticino non è solo: “Pure gli altri Cantoni interessati dall’Accordo – conclude Macchi – procedono analogamente, riconoscendo come vecchi frontalieri unicamente quei lavoratori italiani che già risiedevano nei comuni presenti nelle liste valide prima dell’entrata in vigore del nuovo Accordo”.

Il chiarimento dovrà essere fatto quanto prima. I “nuovi frontalieri” nel 2025 dovranno versare le tasse in Italia e saranno soggetti allo scambio di dati tra i due Stati.


Il mondo alla rovescia

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Di Gianni Vernetti, La Repubblica

Anziché chiedere a Vladimir Putin di fermare la guerra, di interrompere i bombardamenti che ogni notte seminano la morte a Odessa e in tutta l’Ucraina, si chiede a Volodymyr Zelensky e al popolo ucraino aggredito di issare bandiera bianca, di cedere per sempre il 20% del proprio territorio all’invasore, di smetterla di supplicare armi all’Occidente, di smettere di inseguire il proprio sogno di integrazione europea ed euro-atlantica. La libera scelta dei popoli produce non soltanto indifferenza, ma anche fastidio.

Anziché chiedere ad Hamas di liberare immediatamente tutti gli ostaggi (donne, bambini, anziani, soldatesse e soldati), di interrompere le attività terroristiche, di non lanciare più missili sulle teste dei cittadini di Israele, si chiede ad Israele di ritirarsi, di deporre le armi, di continuare a vivere senza una vera garanzia di sicurezza e dunque con un’esistenza precaria e subordinata alle capacità della teocrazia islamica dell’Iran, di fornire armi letali ai suoi proxies addossati alle frontiere dello stato ebraico.

La colpa è dell’Ucraina che a partire dalla rivolta civile di EuroMaidan fino alla strenua difesa della propria terra, ha osato difendere la propria sovranità e il proprio destino di popolo libero da chi lo avrebbe voluto ridurre in catene.

La colpa è di Israele che ha reagito all’aggressione senza precedenti del 7 ottobre sul proprio territorio, affermando il proprio diritto ad esistere contro chi avrebbe voluto semplicemente annientarla.

È un mondo alla rovescia quello a cui stiamo assistendo, dove le colpe sono tutte in capo all’aggredito e si tende a rimuovere ed omettere le eclatanti responsabilità dell’aggressore.

Ma la colpevolizzazione dell’aggredito, colpa che di solito si tramanda di padre in figlio per generazioni, non è una novità nei regimi totalitari. Lo possono raccontare le migliaia di dissidenti di Russia, Cina e Iran, perseguitati, deportati, incarcerati, uccisi, costretti all’esilio.

Abbiamo già dimenticato troppo in fretta il 7 ottobre, il più grave massacro di ebrei dai tempi della Shoah e poco importa se “l’alluvione di Al-Aqsa” (così chiamata dai terroristi di Hamas) non fosse certo una reazione alle politiche di Israele, ma il primo capitolo di molte altre “auspicabili alluvioni” contro i cittadini di Israele, con un obiettivo semplice e chiaro: la cancellazione di Israele dalla carta geografica e la cacciata degli ebrei dal “fiume fino al mare”.

Questo è il progetto che persegue da trent’anni l’Iran degli Ayatollah, finanziando, armando e fornendo sostegno logistico ad Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e agli Houthi alle porte del Mar Rosso, unitamente al programma nucleare civile e militare. Con anche un obiettivo in più: far fallire gli Accordi di Abramo, quello straordinario accordo di pace fra Israele, Marocco, Emirati e Bahrein che stava per essere ampliato all’Arabia Saudita e che oltre alla pace fra ebrei e ad una parte rilevante del mondo islamico avrebbe potuto far nascere una grande area di sviluppo economico fra India, Golfo, Israele ed Europa.

Ma non è così. La colpa non è dei cittadini di Israele, dalle start-up ad alta tecnologia di Herzliya fino ai kibbutz comunitari del sud del paese, e neppure degli ebrei ai quali viene impedito di parlare nelle Università della civilissima Europa. Israele ha il diritto di esistere, ha diritto a vivere in sicurezza, ha il pieno diritto di difendersi per prevenire futuri attacchi terroristici. La comunità delle democrazie non può abbandonare proprio ora una parte di sé.

Abbiamo già dimenticato troppo in fretta la storia recente della rivolta di EuroMaidan del 2014, quando il popolo ucraino ha deciso di recidere il proprio destino dagli antichi padroni di Mosca per i quali la lingua, la storia, la cultura e l’identità nazionale ucraina non sono altro che una “variante minore” della gloriosa tradizione russa. Gli ucraini hanno fatto una scelta chiara e in libertà: aderire alla grande famiglia delle democrazie europee, l’Unione Europea, ed alla comunità di sicurezza euro-atlantica, la Nato. Ed è per questo motivo che il 24 febbraio del 2022 il satrapo di Mosca ha lanciato una grande armata contro Kiev che si è fin qui infranta di fronte all’eroica resistenza di un popolo libero. Non pago, ha anche ucciso a sangue freddo Alexei Navalny, il suo principale oppositore, per poi essere rieletto senza alcuna legittimità alla guida della Russia.

Ma non è così. La colpa non è di chi resiste con tutte le proprie forze combattendo nelle città, nelle pianure, nei fiumi e nelle colline e ci chiede di non dimenticarli, di onorare quel patto che abbiamo siglato decidendo di iniziare i negoziati di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, nella consapevolezza che quel patto oggi può essere onorato soltanto con una massiccia fornitura bellica, dotando l’Ucraina, senza più remore, di tutto ciò di cui ha bisogno per non essere cancellata dalla carta geografica.

Un mondo fondato sulle regole e sui diritti non può funzionare a corrente alternata.

Occorre ricordarselo nei prossimi mesi in questo straordinario anno elettorale che può cambiare i destini del mondo.

Nell’immagine: dopo gli attacchi missilistici russi


La solita soluzione?

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“Oh cavallo, oh oh cavallo da Lugano partirò e a Caserta arriverò”

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Non sono particolarmente appassionato di cavalli. Senz’altro il cavallo è un animale maestoso, che ha accompagnato l’uomo e la donna nei lavori e nei viaggi; che ha fatto grandi anche reali di statura piccola; che ha fatto vincere battaglie, giostre e tornei. Animali che, nel corso della storia, sono stati al fianco del genere umano – meglio, sotto di esso – in guerre, avventure, sport e divertimenti.

Da piccolo ho fatto amicizia con Furia cavallo del West e con  Tornado, il cavallo di Zorro. Crescendo ho incontrato Pegaso, cavallo di Hercules; poi Brigliadoro, il purosangue di Orlando; quindi Marengo, il corsiero fidato di Napoleone, e naturalmente il cavallo forse più famoso della letteratura, Ronzinante, fedele amico di Don Chisciotte. Non vorrei però dimenticare i famosi versi di Vecchioni: «Corri cavallo, corri, ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò». 

Chissà se tutti questi reali o immaginifici quadrupedi sono presenti nella «più importante collezione a livello mondiale legata al mondo del cavallo, una collezione che nel 2018 – col titolo Il cavallo: 4000 anni di storia – si mostrò in tutto il suo splendore e con grande successo alla Pinacoteca Züst di Rancate e che, fino a poco tempo fa, albergava nel Luganese, a casa dell’avvocato Claudio Giannelli» (Matilde Casasopra, «Azione», 18 marzo 2024). Questa elogiata collezione ha purtroppo abbandonato le rive del Ceresio per galoppare verso il Casertano, più precisamente verso il Real Sito di Carditello, una splendida palazzina in stile neoclassico dove ammiratori, appassionati o semplici curiosi potranno rivivere la storia del cavallo nei 2000 anni prima e dopo Cristo. Il rammarico è grande, soprattutto se la volontà dell’avvocato Giannelli era quella di mantenere a Lugano la preziosa collezione. L’offerta c’è stata, ma la città si è dimostrata sorda: «un silenzio assordante», dice l’avvocato. A pensarci bene, ciò non stupisce «perché – continua Claudio Giannelli – questa collezione non è la prima che Lugano si lascia sfuggire. C’è stata la collezione d’arte africana di Maria Wyss, partita alla volta di Basilea; la celebre collezione Thyssen partita per Madrid; la collezione Morigi [tranne le nove stupende armature e un elmo con maschera giapponese conservati al MUSEC] e la collezione Nessi [di raffinatissimi antichi strumenti di lavoro], ma anche la più grande collezione esistente al mondo di vetri romani, recentemente andata all’asta da Christie’s a Londra». L’avvocato purtroppo è in buona compagnia. 

Forse a Lugano mancano depositi d’arte, che potrebbero conservare e valorizzare degnamente importanti collezioni; forse a Lugano manca la sensibilità politica e culturale necessaria per saper apprezzare la bellezza, la storia; forse a Lugano, semplicemente, non si è capaci di accordare il giusto valore alla cultura, alla storia e al turismo. Eppure a Lugano c’era chi voleva una polizia a cavallo.

 Aurelio Sargenti è consigliere comunale di Lugano (PS)
Nell’immagine: morso con raffigurazione del ‘’Signore degli Animali’’, dalla Collezione Giannelli