Come riconoscere e affrontare il burnout sul posto di lavoro

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Di Cristina Da Rold, Valigia Blu

Sempre più scattanti, sempre più connessi e reperibili a ogni ora del giorno, sempre disponibili con un sorriso, sempre pronti a “fare team”, a elargire stelline per valutare il benessere aziendale, il più delle volte solo per far contento il capo, che è lo stesso che ci subissa di richieste di report da compilare, perché a sua volta riceve pressioni dall’alto, ma che sappiamo non leggerà nessuno. Ore di lavoro per cose che sentiamo inutili ma che sembrano fondamentali. Situazioni relazionali difficili, con una grande competitività mors tua-vita mea per garantirsi uno step di carriera, anche se significherà solo lavorare anche nel weekend. E in tutto questo dover dimostrare un legame con l’azienda durante i team building.

Qualche mese fa, Serenis, una piattaforma che mette in contatto le persone in cerca di aiuto con specialisti nel settore della psicologia ha condotto un sondaggio su 3.000 suoi utenti dal quale è emerso che per una persona su cinque spinta a cercare aiuto dallo stress percepito sul luogo di lavoro, alla fine della terapia era davvero il contesto lavorativo il principale responsabile del malessere. Senza contare tutte le persone che vivono male la propria quotidianità lavorativa ma che non ne parlano.

Questo dato è interessante perché ci spinge a riflettere sull’incidenza di un fenomeno che oggi chiamiamo burnout, che è ben più articolato di un “semplice” stress o di quello che chiamiamo genericamente “esaurimento nervoso”. Non è detto, infatti, che ogni persona che vive un periodo di forte stress sia in burnout. In breve, la differenza che ci aiuta a distinguere il burnout è che una persona stressata sul lavoro – o anche in famiglia – appare sovraeccitata, molto reattiva; si sente pressata e vive con fretta i suoi compiti, dandovi molta importanza. La persona in burnout, invece, è a uno stadio che la porta a reagire nel modo opposto: con disaffezione e apatia rispetto al lavoro e alle persone con cui ha a che fare. L’impegno emotivo, che si aggiunge a quello proveniente dalle proprie relazioni familiari o amicali, può richiedere un tale apporto di energia da prosciugare la persona, che continua a lavorare, a produrre, ma iniziando a difendersi dalla richiesta emotiva eccessiva.

In ogni caso, sia che rientri nella condizione descritta sia che non rientri appieno, si tratta di un problema che non si può risolvere solo con il “da oggi mi prendo cura di me”, cioè caricando la responsabilità completamente sulle spalle del singolo individuo, il burnout non è una malattia personale, ma una situazione che va affrontata lavorando a 360 gradi anche sul contesto.

“Sì bello, ma come si fa a parlarne sul luogo di lavoro? Che cosa posso fare intanto io per me stesso/a per stare meglio a breve termine?”. Ne abbiamo parlato a lungo con Laura Dal Corso, psicologa del lavoro, psicoterapeuta e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Padova.

Cosa è il burnout

Il burnout è uno fra i fenomeni occupazionali più studiato nel corso del tempo dalle primissime formulazioni degli anni Settanta. Solo dal 2019, tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito la sindrome di burnout tra i disturbi lavoro-correlati nell’11esima revisione dell’International Classification of Disease (ICD).

Oggi la definizione ancora in uso è la cosiddetta definizione di Maslach, ricercatrice che nel 1982 pubblica un libro dal titolo “Burnout – The Cost of Caring” nel quale raccoglie testimonianze di lavoratori colpiti da job burnout. Qui elabora la sua celebre definizione di burnout da lavoro come sindrome da stress cronico caratterizzato da tre dimensioni: esaurimento emotivo, disaffezione lavorativa e percezione convinta di non essere in grado di svolgere il proprio compito.

Ci si sente scarichi, inefficaci, piatti e inutili, una sensazione che fino a prima non avevamo mai vissuto. Un elemento che può favorire questo aspetto è non vedere concretizzati i risultati del proprio lavoro, percepire, ad esempio, che il proprio capo non riconosca il proprio contributo, che non reputi all’altezza di un compito assegnato, che sarebbe lo stesso esserci oppure no. Nel caso degli insegnanti, convincersi che ciò che facciamo non serve a nulla, che ci saranno sempre i “casi persi”, che non riusciamo a trasmettere alcunché. Siamo delusi. “Al di là delle risorse emotive, ci si sente davvero meno capaci di fare le cose, che peraltro è potentissimo predittore di insuccesso”, spiega Dal Corso.

Oggi per la misurazione si utilizza ancora il Maslach Burnout Inventory (MBI), un questionario di 22 domande iniziali per accertare la presenza delle tre dimensioni, nella sua più attuale versione (MBI-General Survey). “Devono sussistere tutti e tre questi aspetti per parlare di burnout, anche se la presenza anche solo di uno o due di essi è indice che qualcosa non va”, spiega Dal Corso. “L’aspetto centrale è l’esaurimento emotivo, la base della depersonalizzazione rispetto alle relazioni sul posto di lavoro, e non a caso fra le professioni più interessate dal fenomeno di burnout ci sono gli insegnanti e il personale sanitario, che sono fra i lavori che più richiedono empatia nel contatto con gli altri”.

Cosa fare per uscirne?

Che si tratti di vero e proprio burnout o di stress, la soluzione è la stessa: chiedere aiuto, ma non solo per capire come lavorare su se stessi per stare meglio, ma anche per provare a cambiare le cose sul posto di lavoro. “Il self care non basta: non è possibile trattare davvero il fenomeno come un problema individuale”. È difficilissimo, specie nei contesti privati, ma non è vero che non ci sono delle possibilità. “Esistono misure organizzative e di stile manageriale che riconosca l’importanza di interventi di prevenzione per intercettare queste difficoltà prima che si verifichino”.

Forse non tutti sanno che nei contesti pubblici – ASL, ospedali, scuola, università – esiste una figura chiamata Consigliera di fiducia, definita come “una figura atta a garantire a tutte e tutti coloro che studiano e lavorano all’interno di un ente pubblico il diritto alla tutela da qualsiasi atto o tipo di comportamento discriminatorio, soprattutto per quanto riguarda le molestie di tipo sessuale o morale”.

Nel caso dell’Università di Padova, ad esempio, la consigliera di fiducia è una persona esterna all’Ateneo, nominata dal rettore o dalla rettrice dopo una selezione pubblica volta ad accertarne l’esperienza umana e professionale. Il suo compito è fornire consulenza e assistenza, anche ai fini di una completa tutela legale, a chi denuncia di essere vittima di molestia sessuale o morale. Nell’esercizio del suo incarico può accedere agli atti e ai documenti dell’amministrazione e può avvalersi di consulenti interni o esterni (come avvocati/e, psicologi/ghe e assistenti sociali). Ogni anno la consigliera di fiducia presenta una relazione sulla propria attività al rettore, al Senato accademico e al Comitato pari opportunità, proponendo azioni e iniziative di informazione e formazione volte a promuovere un clima organizzativo idoneo ad assicurare la pari dignità e libertà delle persone all’interno dell’Università.

“Nella mia esperienza la chiave per muovere le cose è non aver paura di parlarne e non sentirsi scoraggiati dal ‘tanto non serve a nulla, non cambierà nulla’. Si prendono in carico le situazioni e richieste di cambiamento se emerge che il problema è veramente di natura strutturale organizzativa. Nel privato la situazione è più difficile per certi versi perché questa figura non è prevista ed è ancora poco comune, ma esiste sempre la possibilità di rivolgersi, come nel pubblico, alla direzione delle Risorse Umane e al sindacato, che è un presidio importantissimo nelle aziende”, spiega ancora Dal Corso.

Infine, serve una formazione – in primis manageriale ma non solo – che renda ogni lavoratore consapevole dei rischi di burnout, educato al rispetto dei tempi di conciliazione fra lavoro e famiglia, e allenato a riconoscere i primi segnali di sovraccarico lavorativo ed emotivo. “Si parla molto di burnout nei corsi per la gestione delle risorse umane ad esempio, meno in altre realtà formative”. Dobbiamo toglierci dalla mente l’idea novecentesca che il sovraccarico di lavoro sia positivo perché predittore di successo. Il team che funziona è un team dove non c’è rischio di burnout.

Detto questo c’è comunque il lavoro personale da fare, che è il primo passo per proteggersi dagli effetti di una situazione negativa, come un capoufficio o dei colleghi che sentiamo come tossici per noi. “La prima cosa che faccio quando una persona arriva da me è lasciarla libera di raccontare, di descrivere in modo spontaneo e anche non controllato la sua situazione e come si sente, in una dimensione priva del giudizio” spiega Dal Corso. “Spesso l’unica prospettiva che la persona vede è il ‘mi licenzio’, che però non è così semplice se il lavoro è necessario per vivere o se non ci sono molte altre possibilità. All’inizio proponiamo interventi brevi di counselling psicologico su come si affronta il contesto lavorativo per favorire la consapevolezza del qui e ora e per aiutare la persona a non vedere come soluzione solo il licenziamento. Poi raccogliamo sintomi psicofisici, se presenti, come dormire male, svegliarsi presto di notte, problemi di stomaco e via dicendo, consigliando di rivolgersi al medico. La durata del percorso dipende da quanto presto la persona è stata intercettata e soprattutto dall’eventuale presenza di altre problematiche accanto a quella originata dal peso del lavoro. Ognuno di noi ha una sua storia pregressa, le proprie caratteristiche e difficoltà: lavorare anche su quelle è fondamentale per fare un percorso efficace di supporto”.


Come rileggere il plebiscito russo

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Tutto come previsto, o quasi. Alla fine gli “spin doctor” del Cremlino hanno riaggiustato le cifre che avevano programmato. Pretendere l’80% di partecipazione per una corsa truccata era veramente troppo e così la partecipazione finale è stata fissata a un più sobrio 74,2% (dato fornito alle ore 20.00 in punto, quando teoricamente la gente poteva ancora essere nei seggi per votare). D’altro canto si è voluto dare il senso più pieno alla parola plebiscito posizionando il “capo eterno” sulle vette dell’ 87,2% dei suffragi (10 punti in più rispetto al 2018). Certo Stalin… aveva fatto meglio, superando di netto il 90%.

Sono cifre però, per quanto fasulle, su cui si possono fare alcune prime riflessioni.

La partecipazione è stata limitata. Soltanto 7 punti in più del 2018, ma questa volta si votava su 3 giorni e in un terzo dei seggi anche elettronicamente. Facendo delle ipotesi probabilmente su un unico giorno di apertura delle urne, senza le possibilità di manipolazioni e senza pressioni di varia natura in Russia, voterebbe meno del 30% dei cittadini.

Il dato dell’87% di consenso è stato pensato nelle ultime settimane per dare un’idea di forza e unità, totale e senza tentennamenti, di un paese raccolto attorno al suo Capo. Insomma dato che l’Occidente parlerà di truffa è inutile stare a lesinare, devono aver pensato nei palazzi del potere, diamo un dato forte vicino al 90%.

Per far ciò si è dovuto cannibalizzare e umiliare gli altri candidati. Sei anni fa il candidato comunista Pavel Grudinin aveva preso l’11,9%; ora Mikhail Kharitonov si ferma a un terzo, il 4,3%. Nel 2000 Gennady Zjuganov aveva ottenuto il 29,5%. Il 17 marzo, per quanto vale, segna un’altra data storica: la fine dei comunisti in Russia in quanto forza politica di rilievo. Vladislav Davankov, il liberale militarista, su cui si è riversata per disperazione parte del voto di protesta, è stato piazzato al 3,8%. Era stato promessa ai comunisti il secondo piazzamento e così è stato. Davankov non doveva diventare motivo d’imbarazzo per il Cremlino e anche per sé stesso, trasformandosi in una involontaria e immeritata bandiera per l’elettorato “no war”. Probabilmente in tutte le grandi città europee ha preso tantissimi voti, intorno al 30%, e questo fa capire quanta voglia di alternativa o perlomeno di alternanza c’è nella società russa.

La necessità di un plebiscito è stata determinata anche dai compiti non facili che la presidenza avrà nei prossimi anni, e in questo senso va anche l’eliminazione di Alexey Navalny e l’imprigionamento di tutte le figure rappresentative dell’opposizione che si non si trovino già all’estero. Le difficoltà economiche e strutturali dovute alle sanzioni torneranno a farsi sentire e il “bene rifugio” del dollaro o dell’euro tornerà ad essere tesaurizzato dalle famiglie e dalle imprese. Ma soprattutto gli obbiettivi militari non resteranno limitati alle conquiste già realizzate. Dmitrij Medvedev parla insistentemente di Odessa e Kiev come città russe e a Putin ancora pesa la mancata conquista di Kharkov nel 2022. Il presidente rieletto ha parlato ieri sera in conferenza stampa della “necessità di creare una zona cuscinetto” perché gli ucraini non possano più attaccare il territorio russo. Quanto ampio dovrà essere questo cuscinetto per ora è un mistero ma probabilmente necessiterà una nuova mobilitazione “parziale”.

L’opposizione si è fatta vedere e ha dimostrato di volersi compattare dopo lunghi mesi di demoralizzazione. La partecipazione ai seggi all’estero è stata dappertutto straordinaria e ovunque la somma dei voti di Davankov e quelli nulli sono stati superiori alla maggioranza assoluta dei voti espressi. Anche in Russia il voto a mezzogiorno di ieri è stato visibile con code ai seggi, code più significative nelle zone periferiche e semi-periferiche delle città europee a riprova che i sostenitori dell’opposizione non sono tutti liberali del ceto medio come la propaganda dei mass media governativi vorrebbe far credere.

La strada di chi dissente non è in discesa. La repressione aumenterà ancora nei prossimi mesi e l’allargamento del conflitto non giocherà a suo favore. Tuttavia un primo passo è stato fatto: partecipare, riconoscersi, sapere di non essere soli è un piccolo passo. Ma ogni impresa comincia così. La lotta per la democrazia in Russia continua: ha una lunga tradizione dietro di sé.


Lui però…

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 


Così la guerra riduce i russi a volenterosi servi dello Zar

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Elezioni, elezioni in tempo di guerra a Mosca: poco o nulla. Come era scontato, increspature su masse compatte e vischiose, piccole nubi a cui forse il tempo darà senso e segno, in un gioco in cui tutto è accuratamente orchestrato nel retropalco da un piccolo uomo dagli occhi freddi che è in verità il solo autentico elettore della scena politica russa. Nulla di nuovo nella eterna battaglia del potere contro la società. La battaglia di un potere carnivoro che, in nome dell’interesse dello Stato che spesso è largamente un fantasma, per l’ennesima volta con metodo implacabile divora i contro-poteri che sorgono di volta in volta, e il suo popolo che sognerebbe, ma il condizionale è d’obbligo, libertà, stato di diritto e se vogliamo esagerare l’Occidente.

La verticale del potere così cara alla più recente versione dello zar, del segretario generale, del Capo, ha funzionato, come era prevedibile, benissimo smentendo incauti birignao che intravedevano fratture autocratiche sotto l’urto delle nostre scomuniche. Rendiamo omaggio ai nuovi decabristi che come i loro antenati, straripanti di idee illuministe, hanno tentato, sfidando micidiali ukaze, di strappare il velo alla depredazione oligarchica, cekista, putiniana. Ma che soccombono nella mischia tra forze concorrenti che attraversa la storia russa, Stato contro società, burocrazia e individuo, Occidente ed Eurasia, ordine e libertà. Senza dimenticare gli “aggiustamenti tecnici” del voto, le intimidazioni, la eliminazione anche fisica dei concorrenti (pratiche peraltro considerate accettabili e normali per decine di altri autocrati nostri carissimi alleati!) bisogna purtroppo riconoscere che il potere russo, dopo la breve parentesi dell’autoaffondamento del totalitarismo comunista, ha di nuovo confiscato il voto dei cittadini instaurando un ormai ventennale potere autoritario. La maggioranza si rimette alla “Guida” a cui delega il suo avvenire perfino nella tragedia sanguinosa della guerra. Anzi: soprattutto per la tragedia della guerra. Come se solo il piano Putin fissato all’inizio del millennio, (…voi farete di nuovo paura al mondo che vi vuole come sempre strangolare…) potesse definire il futuro; come il piano Lenin tracciava la via verso il sole radioso dell’avvenire comunista.

Il filosofo Vladimir Soloviev propose un’idea, curiosa ma seducente: la mancanza di materiale da costruzione ha impedito in Russia di edificare ovunque città in pietra; e quindi l’individuo con esse ha smarrito il lessico anche delle regole del diritto, dei contro-poteri, della proprietà e delle libertà individuali che vanno di pari passo. L’uomo russo ha dovuto identificarsi con valori più globali e appetiti dalle masse come lo Stato, l’impero, il potere, la potenza.

l giorno dopo le elezioni, con la guerra che si sente crepitare verso inevitabili paurosi sviluppi, siamo dunque di fronte alla grave domanda, in chiave russa, a cui Etienne de la Boétie non fece a tempo a trovare una risposta credibile prima di spirare a 33 anni consolato dal suo amico Montaigne: come è possibile che tanti uomini, milioni di coraggiosi, forti, abituati a ogni sofferenza, orgogliosi, obbediscano a un uomo solo il cui potere di nuocere è quello che loro stessi gli concedono? Cosa è mai questa servitù volontaria? Un vizio? Una disgrazia? È solo paura? Perché sacrificano la vita per un “ometto”, solo, non avvezzo alla polvere della battaglia, un funzionario di un apparato che non ha saputo prevedere neppure la propria autodistruzione, un mezze maniche dello spionaggio? E l’umanista seicentesco, parola ahimè oggi da ricercare con pazienza in vecchi libri e non nella cronaca dei giorni, ricordava che per quell’uomo andavano in guerra con coraggio, accettavano la morte, offrivano i propri figli perché li conducesse al macello. Riuscite a immaginare una descrizione più aderente della tragedia dei campi di Ucraina che dura da due anni?

L’ingenuo La Boétie, abituato a più primitivi assolutismi, constatava: eppure per abbattere questo isolato tiranno non sarebbe neppur necessario levarlo di mezzo, basterebbe non regalargli nulla, basterebbe non agire contro se stessi. Così l’autocrate cadrebbe da solo.

Allora perché milioni di russi, da più di vent’anni, si sottopongono con limitate eccezioni a questa servitù volontaria? La paura, l’apparato repressivo, la mistificazione propagandistica non spiega tutto. I russi hanno combattuto rivoluzione e guerra civile, resistito alla mostruosa pianificazione staliniana, resistito a Stalingrado e marciato fino a Berlino sgretolando la più oliata e mostruosa dittature del Novecento, hanno superato la stagnazione brezneviana e la “democrazia” criminale di Eltsin. Nessun Kgb basterebbe a salvare il Palazzo dalla loro ira. Allora? Certo pesa l’abitudine all’assolutismo, a una implacabile potenza. In fondo il dispotismo russo, da Caterina a Putin compreso, ha affascinato Voltaire e imitatori fino a ieri, “l’eccezione russa”, fascino e repulsione, Mecca ideologica e poi scudo al monopolio americano, il limes mentale dell’Europa, la punta estrema del suo immaginario.

Si può aggiungere lo strascico di un Potere putiniano che tra favori, maneggi, complicità nella usura di un capitalismo nazionalistico-mafioso, moltiplica gli obbedienti boiari per interesse e necessità. E poi funziona l’odio per l’Occidente, la psicologia della fortezza assediata, la volontà di rivincita, un nazionalismo estremista e un imperialismo senza complessi. Siamo noi occidentali che dobbiamo passarlo, l’imperialismo, nel brodino dell’ipocrisia e delle giuste cause. In questo piano la guerra per Putin era un passaggio essenziale. La generazione russa che coincide con il suo avvento al potere, lo avrebbe, se fosse cresciuta nella pace, consegnato a un passato di rovine, esigendo di far parte di quel Terzo Occidente verso cui si sono levate utopistiche speranze. È la guerra che stanno combattendo e combatteranno che li rinchiude nella prigionia della servitù volontaria. Le trincee, la scoperta della morte, la lotta inumana contro il Nemico, indicato nei traditori di Kiev e nell’Occidente subdolo, creano consenso e devozione per il Capo. I reduci, come è accaduto nel 1918 non esigono democrazie, credono nelle tirannidi.

Nell’immagine: la Pravda online oggi. “Il trionfo di Vladimir Putin: non ha mai avuto un tale sostegno”. E nel testo: “Il presidente [nel suo discorso agli elettori] ha criticato aspramente il sistema elettorale negli Stati Uniti, che non può affatto essere considerato democratico a causa della persecuzione dei candidati presidenziali e del massiccio riempimento di voti con il pretesto del “voto per corrispondenza” [traduzione automatica]


La spartizione del potere

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

La recente querelle attorno alla nomina di un paio di procuratori pubblici è stata l’occasione per una parte della politica di denunciare il cosiddetto fenomeno della “spartizione del potere” ad opera dei partiti. Senza alcun guizzo di originalità, la denuncia è stata poi accompagnata dalle solite rappresentazioni di questa pratica, oggetto della satira politica dai tempi di Noè: il lauto banchetto delle cariche, la spartizione della torta da parte della casta, il magna magna dei soliti noti, le mani basse sullo Stato e chi più ne ha più ne metta.

Dato per assodato che quello che viene chiamato “potere”, ovvero le cariche pubbliche e istituzionali, in qualche modo debba comunque finire per essere attribuito a delle persone, credo possa essere utile per un momento soffermarsi sul termine “spartizione”, per capire se davvero l’attribuzione necessaria delle varie cariche attraverso questo sistema sia quella iattura che alcuni paventano.

Un concetto, quello della “spartizione”, connotato molto negativamente proprio per il sostantivo utilizzato, ma che, proprio se applicato al potere, non può non richiamare quelli di divisione e di separazione, ovvero uno dei capisaldi, questa volta positivo, della concezione largamente accettata dello Stato moderno. Che cos’è infatti il sacro principio della separazione dei poteri se non l’idea secondo la quale il potere è bene che sia chiaramente diviso, o spartito, tra chi fa le leggi, il legislativo, chi le deve applicare, l’esecutivo, e chi deve controllare che la loro applicazione sia loro fedele, i tribunali, per evitare derive autoritarie? Un principio, oggi caro a tutte le democrazie, che riporta a Toqueville, il quale lo descrisse a partire dalla giusta preoccupazione di trovare un antidoto alla tirannide, ai pericoli del potere concentrato in una o in poche mani. Ma vi è di più. La divisione del potere richiama anche il sistema proporzionale dell’art. 149 della Costituzione federale, che rimane il punto di riferimento centrale per l’attribuzione delle cariche politiche nel nostro Paese, il quale riconosce alle diverse visioni offerte dai partiti una quota della rappresentanza all’interno delle istituzioni proporzionale ai risultati elettorali ottenuti. Lungi dall’essere una devianza, la divisione del potere è quindi endemicamente connaturata al nostro sistema politico, ne è una parte essenziale.

Mi si dirà che questo vale per le cariche politiche e non per i giudici e che le due cose non sono paragonabili. Pur non negando le differenze, mi permetto di dissentire.

Cominciamo dalle differenze. Il processo di nomina di un giudice parte da un bando di concorso, il quale elenca dei precisi requisiti che candidate e candidati devono avere; requisiti che, se mancano, anche in parte, portano all’eliminazione diretta della candidatura. L’esistenza di un bando di concorso ha anche per effetto che sia la singola persona a decidere in tutta autonomia se parteciparvi o meno, senza avere di base l’avallo di nessuno. Infine e soprattutto, i giudici, quando decidono, applicano al meglio la legge e non entrano nella logica di schieramento tipica del confronto tra i partiti (non ho mai conosciuto verdetti giudiziari emessi su indicazione di qualche organo di partito).

Per le cariche politiche le cose sono invece diverse. Come è noto, gli unici requisiti personali richiesti a candidate e candidati sono solo la maggiore età e la nazionalità svizzera, per quel che riguarda la partecipazione alla corsa elettorale è sempre necessario avere un nulla osta da parte di altre persone, siano essi i proponenti della lista, un comitato politico o un congresso, e soprattutto molto spesso la posizione assunta dal singolo corrisponde a quella decisa dal gruppo, proprio perché alla fine la dinamica del confronto è quella dello schieramento.

Comunque la si voglia vedere, per i primi si parte e ci si affida alle competenze personali, per i secondi si parte da altri presupposti.

A fronte di queste giuste differenze e passando invece alle cose in comune, non credo vi sia alcuna ragione logica per sostenere che quello che è saggio per le cariche politiche, in termini di pesi e contrappesi che evitino la concentrazione del potere, non lo sia anche per il potere giudiziario. Mantenendo quindi sempre il primato della competenza personale, io sono quindi tra quelli che sostengono che sia molto importante che a questo primo principio si affianchi quello della presenza tra i giudici di persone che abbiano visioni del mondo diverse tra loro. E ciò affinché la diversità di visione politica possa essere presente per esempio quando vi sono decisioni delicate da prendere all’interno di un collegio giudicante, rispettivamente quando vi sono impostazioni generali dei tribunali o del Ministero pubblico da dirimere (quali casistiche sono prioritarie, dove è bene concentrare le risorse disponibili ecc.).

Non credo quindi che vi siano sistemi per la nomina dei giudici da cambiare o da rivoluzionare, ma solo procedure già esistenti e conosciute da usare bene, in maniera rigorosa e trasparente. Cosa non scontata e sulla quale è sempre bene vegliare, perché se i partiti ogni tanto inciampano sulle nomine, non è perché il sistema non funziona, ma perché nella specifica occasione il necessario rigore è venuto meno. E quando questo succede è bene che ciò susciti pubblico dibattito, che chi è stato “leggero” venga richiamato a fare questo lavoro seriamente in futuro, ma senza prendere il vicolo cieco di immaginare procedure alternative miracolose e perfette, che non esistono e che non potranno mai sostituire una valutazione delle candidature ben fatta, e senza rimettere in discussione il principio della divisione dei poteri, che è piuttosto un valore, non un problema.

Commento pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Alexis de Tocqueville – La democrazia è una fragile costruzione


Piazza, bella piazza…

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

La piazza, nel suo concetto urbanistico, può definirsi come uno spazio libero, limitato da costruzioni. Nell’edilizia cittadina la piazza rappresenta uno degli elementi più importanti, sia per funzione che per significato. La piazza è un luogo pubblico, un luogo d’incontro e di memoria. È lo specchio della città.

Chi giunge in Piazza Cioccaro dalla via Cattedrale, o da via Motta, o dalla via Pessina, arriva in una delle più belle piazze di Lugano, che abbraccia il nobile Palazzo Riva, un edificio del primo ‘700 protetto a livello locale, cantonale e federale: una splendida quinta teatrale.

Nel trascorso periodo natalizio entrambi, piazza e palazzo, subirono un’offesa non solo estetica, ma anche concettuale, con la posa di una ingombrante e brutta “baracca” (vox populi) a uso di ristorante: un’estensione del commercio dei fratelli Gabbani e una violazione del contesto architettonico del nucleo storico.

Con l’avvicinarsi della bella stagione, in particolare delle festività pasquali che tradizionalmente inaugurano la stagione turistica luganese, la nota famiglia di esercenti costruisce, come nell’anno passato, una piattaforma “provvisoria” nel ben mezzo della piazza, atta ad ospitare tavoli, tavolini, sedie, ombrelloni, olivi e palme. Suddetta costruzione, da informazioni ricevute, aveva già sollevato le riserve dell’Ufficio cantonale dei beni culturali (UBC).

Come si può evincere dal Piano Regolatore del Comune di Lugano (NAPR art. 34, lett d, cpv  2: Interventi sui beni culturali protetti d’interesse cantonale), «la protezione del bene culturale immobile protetto si estende all’oggetto nel suo insieme, in tutte le sue parti e strutture interne ed esterne», quindi ivi compreso il «perimetro di rispetto entro il quale non sono ammessi interventi suscettibili di compromettere la conservazione o la valorizzazione del bene protetto» (Legge per la protezione dei beni culturali, art. 22, cpv 2: d’ora in poi: LBC). In altre parole, l’art. 24 della LBC è applicabile sia per gli interventi eseguiti sul bene culturale tutelato sia per quelli all’interno del relativo perimetro di rispetto. «L’obiettivo dei perimetri di rispetto è la verifica degli interventi architettonici e urbanistici nelle adiacenze dei beni culturali tutelati. In altre parole i perimetri assicurano che le modifiche del contesto spaziale e morfologico del bene protetto non abbiano a compromettere o pregiudicare la fruizione del bene stesso» (UBC). In conclusione: Palazzo Riva e Piazza Cioccaro sono beni culturali protetti e inseriti nella “zona di rispetto” (cfr. la risoluzione del CdS del 17.05.2023 che definisce il perimetro di rispetto cantonale per il nucleo di Lugano).

Ma si dovrebbe prestare molta attenzione anche ai portici del nucleo storico, di proprietà privata ad uso pubblico, che proteggono le persone dalla pioggia e dal sole e dove è possibile incontrarsi e chiacchierare. Purtroppo queste strutture architettoniche sono anch’esse occupate da tavoli e da sedie, a disposizione dei clienti di bar e ristoranti, e chiuse ai loro lati con pesanti vasi di fiori, posti tra un pilastro e l’altro, in modo da inibire l’accesso sia al cittadino che al turista che vorrebbero, come per legge potrebbero, liberamente transitare.

Per vedere come portici e piazze vengono rispettati dagli amministratori politici, soprattutto nei centri storici, basta andare a Torino, a Bologna, o a Berna (con i suoi famosi Lauben).

Non siamo contrari ad autorizzare gli esercenti che si affacciano su piazze e vie pedonali ad allargare il loro commercio con qualche tavolino in più: ma con buon senso, con buon gusto, senza esagerazioni, senza deturpare le piazze che, per loro natura e bellezza, devono rimanere libere, transitabili, così come sono state pensate e create, affinché tutti possono ammirarle.

A fine mese scadranno le prolungate “misure COVID” concesse dalla Città agli esercenti pubblici; di conseguenza bar, ristoranti e negozi di vario genere, che hanno beneficiato della possibilità di allargarsi e di utilizzare un pezzo di suolo pubblico, dovranno ritornare al loro perimetro originale. Il Municipio non potrà prorogare ulteriormente queste agevolazioni straordinarie, glielo impedisce   la nuova Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (LEAR), che disciplina a livello cantonale le regole del settore. Recentemente la municipale Karin Valenzano Rossi, capa dicastero Spazi urbani, si è detta dispiaciuta di «non poter più approfittare dell’autonomia comunale per dar seguito ad eventuali necessità del territorio» (CdT, 8 marzo). Appunto, e pour cause.  E per chi?

Si racconta che le misure messe in campo (e in piazza) dalla Città per sostenere gli esercizi pubblici durante la pandemia (poi prorogate) abbiano reso «la città più viva, più movimentata e più apprezzata sotto questo punto» (CdT, 8 marzo). Può darsi. Ma se l’obiettivo del Municipio, condivisibile anche da chi scrive, è quello di rendere più attrattiva la città, mal si comprende perché, durante le feste natalizie (per fare un solo esempio), le casette di legno vengono collocate per lo più in centro città, in Piazza della Riforma e nelle adiacenti Piazza Manzoni e via Pessina, ignorando altre vie e piazze, come via Canova, Piazzale ex-Scuole, Piazza dell’Indipendenza, via della Posta ecc; e perché il Municipio non abbia chiesto agli affittuari delle stesse di aprire solo nel tardo pomeriggio e di non spegnere le luci e chiudere i battenti alle 18:30, come fanno i negozi cittadini; almeno per il fine settimana. In altre città i mercatini natalizi rimangono aperti fino alle 22, per la gioia di famiglie e di turisti. Insomma: una desolazione rotta soltanto dagli schiamazzi di Piazza della Riforma, rallegrata dalle bollicine. Ciò che difetta a Lugano è la cultura del turismo, la capacità di governare tra contrapposti interessi nel pieno rispetto dei nuclei storici, evitando la devastazione urbanistica e la speculazione sul basso commercio.

«Nessuno vuole rimanere in un luna park quando chiudono le giostre» (Anna Boliva, già direttrice della Galleria Borghese).

 Aurelio Sargenti, è consigliere comunale di Lugano (PS)
Nell’immagine: un luna park abbandonato negli Stati Uniti


La scrittrice Anne Applebaum: “Trump sostiene Putin perché vuole minare la democrazia americana”

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

“Non è stata un’elezione, ma una farsa”, dice l’analista commentando il voto in Russia. “L’unica cosa positiva è che si tratta di una dimostrazione di quanto sia potente l’idea delle democrazia, al punto che pure i russi devono fingere di averla”

New York — «Trump appoggia Putin perché vuole minare la democrazia negli Usa, e quindi lo vede come un modello da imitare». Una ragione in più per rifiutare l’esito delle “elezioni farsa” in Russia e approvare gli aiuti militari all’Ucraina, secondo la scrittrice e analista americana Anne Applebaum, moglie del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski.

Come giudica il voto?

«Non è un’elezione, ma una farsa. L’unico commento positivo possibile è che si tratta di una dimostrazione di quanto sia potente l’idea delle democrazia, al punto che pure i russi devono fingere di averla».

Alcuni elettori hanno attuato la protesta suggerita da Navalnyprima di morire, andando ai seggi alle 12.

«Le persone contrarie al regime e alla guerra cercano ogni opportunità per condividere uno spazio pubblico con altri che hanno la stessa opinione. Serve allo scopo di dimostrare l’esistenza di questa dissidenza. Altri cittadini contrari vedono che non sono soli, e ciò è comunque utile».

Cosa si aspetta nei prossimi sei anni?

«Spero che qualcuno in Russia trovi il modo di mettere fine al disastro che Putin sta imponendo al suo Paese. Lo sta distruggendo, e restando al potere continuerà a farlo».

Spera negli oppositori interni al regime?

«C’è sempre questa possibilità. Non ho informazioni specifiche su tentativi di rivolta interna, ma spero che qualcuno si svegli rapidamente, davanti ai danni che Putin sta provocando al suo Paese, all’Europa e al mondo».

Come userà la vittoria elettorale per l’aggressione in Ucraina?

«Rilancerà la campagna, che continuerà ad andare male come è successo finora. Ha cercato per due anni di prendersi il Paese e non sta vincendo, nonostante la recente narrativa in questo senso. Oltre 300.000 soldati russi sono stati uccisi o feriti; ha perso una grande percentuale delle forze armate e dei mezzi militari; il 10% delle capacità di raffinazione del petrolio è stato distrutto dai droni ucraini; il confine occidentale non è sicuro, perché gruppi di partigiani russi sostenuti da Kiev hanno occupato vari villaggi. Perciò no, la guerra è stata un disastro per la Russia. Ovviamente lo è stata anche per l’Ucraina, ma spero che presto il popolo russo lo capisca».

l presidente Biden dice che se Putin vince, attacca l’Europa.

«Ovviamente lo farà, lo ha detto. Perché dovremmo ignorare quanto dichiarano l’ex presidente Medvedev o la propaganda russa? Minacciano altri paesi europei ogni giorno: Polonia, Stati baltici, Germania, Scandinavia, Gran Bretagna».

La capitale lituana, Viliuns, è a 30 miglia dalla Bielorussia.

«Ovvio. Da Kalinigrad, città di Kant, può colpire Berlino. Quindi non solo degli Stati baltici sono a rischio».

Ma gli Usa non approvano le forniture militari a Kiev.

«Il Congresso dovrebbe votare immediatamente il pacchetto di aiuti. L’unica ragione che lo blocca è Donald Trump, perché preme sui leader repubblicani per impedirlo. Lo fa per ragioni personali. Vuole che la Russia vinca ed è vergognoso che il Congresso si lasci dirottare dai sostenitori di Mosca. La Russia non riesce a prevalere sul terreno, quindi cerca di farloscrittirc usando Washington. Spero solo che il nostro Parlamento si svegli in tempo per fermarla».

Se Trump vince le presidenziali per Kiev è finita?

«No, perché gli ucraini non smetteranno di combattere e l’Europa continuerà ad aiutarli. Macron, Tusk e Scholz si sono incontrati impegnandosi ad aumentare il loro sostegno. Gli ucraini non possono perdere, perché se smettono di combattere sono tutti morti. Questa idea che se si fermano ci sarà la pace è ridicola. Se lo faranno la guerra si allargherà semplicemente ad altre zone del paese, ci saranno campi di concentramento più grandi, più morti, più bambini deportati in Russia e più caos. Sostenere che se smettiamo i finanziamenti si fermano le violenze è una posizione ingenua o cinica».

Perché Trump appoggia Putin?

«Non ho prove, ma presumo voglia l’aiuto della Russia nella campagna presidenziale, come nel 2016. Gira voce che punti su accordi petroliferi con Mosca e ha simpatie politiche per il capo del Cremlino. Spera di minare la democrazia in America e Putin è un modello da seguire, perché lo ha fatto con successo in Russia».

Nell’immagine: Anne Applebaum


Yurii Colombo – Anche l’opposizione (con l’ombra di Navalny) ha votato in Russia

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


“Questo voto serve a Putin come plebiscito anche per allargare la guerra in Ucraina”

Non è più l'era industriale ma i padroni di oggi spremono ancora al massimo chi lavora, come facevano un tempo. Come difendersi? 

Pavel Kudyukin, classe 1953, si è laureato presso la Facoltà di Storia dell’Università Statale di Mosca nel 1976, e nel 1981 presso l’Istituto di Economia Mondiale e Relazioni Internazionali dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. È stato direttore del Centro per i problemi della Pubblica Amministrazione presso la Scuola Superiore. Dal 1973 partecipa al movimento studentesco di Mosca e nel 1977 forma il movimento socialista democratico clandestino (il cosiddetto “circolo dei giovani socialisti”).

Il 6 aprile 1982, venne arrestato dal KGB, accusato di agitazione politica e propaganda antisovietica, inoltre di guidare un’organizzazione anti-Urss. Fu rinchiuso nel carcere di Lefortovo e rilasciato solo un anno dopo. Dalla fine del 1986 è tornato all’attività sociale e politica attiva come co-fondatore del “Club Perestroika/Perestroika Democratica”. Nel maggio 1990 è stato uno dei fondatori del Confederazione del Lavoro e del movimento socialdemocratico. Dal 1991 al 1993, Vice Ministro del Lavoro e dell’Occupazione della Federazione. Nell’aprile 2013 venne eletto co-presidente del Consiglio centrale del Sindacato interregionale dei dipendenti delle scuole superiori, “Solidarietà universitaria”. Nel febbraio 2022 ha firmato una lettera aperta di scienziati e giornalisti scientifici russi che condannano l’invasione della Russia in Ucraina e chiedono il ritiro delle truppe russe.

Ha rilasciato questa intervista a “Naufraghi/e” durante i tre giorni di voto per la presidenza della Federazione.


Dal nostro corrispondente da Mosca

Quale deve essere l’approccio dell’opposizione a queste elezioni?

Credo che la tattica migliore sia di votare contro tutti, ovvero di votare per più candidati e come si direbbe da voi annullare la scheda. E farlo presentatosi ai seggi l’ultimo giorno, domenica 17 marzo a mezzogiorno, come lasciò detto Navalny.

Allora quale valutazione dà di questo voto?

Si tratta in tutto e per tutto di una farsa, si tratta essenzialmente di un plebiscito che vuole mettere una parola definitiva su chi comanda in Russia. In cui risulti evidente che tra Putin e gli altri candidati ci sia un divario tale da rendere il suo potere indiscusso e completo. Non si tratta di un’imitazione del voto popolare che somigli molto a ciò succedeva in URSS. Ora il sostegno regime non risulterà del 99,9%, sarà un pochino meno alto perché agiscono con più furbizia, ma ciò non cambia la sostanza delle cose.

Ma il presidente Putin cerca una legittimazione soprattutto a livello interno?

Prima di tutto vuole convincere sé stesso e la popolazione che il suo potere è indiscusso, che il suo potere gli giunge direttamente dalle mani di Dio, che quasi tutta la popolazione lo sostiene e sostiene la sua politica.

Cosa possiamo aspettarci che succederà dopo quello che sarà un plebiscito, sia a livello interno che internazionale?

Non ci si può aspettare nulla di buono. È molto probabile che la dialettica e il pluralismo interni si riducano ancora di più, e che aumenti la repressione contro l’opposizione. Inoltre molti si attendono una nuova ondata di mobilitazione dell’esercito, e dunque che la guerra in Ucraina riprenda ancora più intensamente.

Con l’estensione della guerra in tutta l’Ucraina?

Sì perché questa è stata sin dall’inizio una guerra di conquista e non per “liberare il Donbass”. Ma io sono per natura ottimista e la gente ha già iniziato a stancarsi di questa guerra, cresce il malcontento di chi è al fronte e in prospettiva non è da escludere qualcosa come la rivoluzione del Febbraio 1917 (ndr: la rivoluzione menscevica).

Ma oggi è ancora possibile fare dell’opposizione in Russia?

È possibile usando nuove forme. Va detto che la maggioranza degli oppositori attivi sono rimasti in Russia. Certo le figure pubbliche più in vista sono emigrate o sono in prigione, ma allo stesso tempo il numero di nuovi potenziali oppositori è aumentato, è molto più alto di quanto si pensi. Le forme d’azione sono diventate perlopiù clandestine, ma allo stesso tempo emergono nuove forme di opposizione pubblica come le proteste delle madri e delle mogli degli uomini arruolati che chiedono il loro rientro dal fronte. Sono tutti elementi che inducono all’ottimismo.

Queste “nuove forme” possono cambiare la situazione?

Non subito. E ciò va collegato alla posizione di chi non sostiene la guerra ma che ancora non protesta.

Lei è stato all’opposizione praticamente per tutta la vita. Quali differenze ci sono tra l’epoca dell’Urss e ora?

Oggi ci sono nuovi mezzi tecnici come Internet. Se al posto della solo macchina da scrivere e le fotocopiatrici avessimo avuto allora il web forse avremmo combinato qualcosa di più. Tuttavia bisogna segnalare che ora i detenuti politici sono più numerosi di quelli che c’erano in URSS. E anche le pene sono nettamente più dure. Per attività antisovietica un tempo potevi prendere fino a 7 anni di prigione e 5 anni di confino, ora le condanne sono decisamente più pesanti.

Perché ha deciso dii restare nel Paese?

Perché penso che le voci espresse dall’interno del paese siano considerate più credibili. Quando una persona si trova in una situazione di sicurezza precaria pensa: “certo, è facile parlare contro Putin dall’estero” ma se si dicono le stesse cose all’interno tutto diventa più credibile. Inoltre se inizierà a muoversi qualcosa, l’importante sarà essere qui sin dai primi giorni.

Ma non è pericoloso?

È il normale rischio di un oppositore in un Paese autoritario.

È coraggioso…

Non lo so, può darsi.

Lei ha firmato un appello contro la guerra due anni fa. In questo periodo l’isolamento della Russia è aumentato?

Sì, ma bisogna distinguere tra l’isolamento dai comuni cittadini e quello dalle strutture istituzionali. Nel primo caso la cosa rende certo più difficile la vita anche per chi è all’opposizione: è per esempio più difficile uscire dal Paese o solo disporre di una carta di credito. Ma è aumentato anche l’isolamento dal regime. Per questo dico che tanto più cresce, tanto più l’Occidente deve essere aperto nei confronti dei normali cittadini russi. Ci vuole il massimo di sostegno per gli oppositori che si trovano all’estero in modo che possano far sentire la loro voce ma anche accrescere “la diplomazia dei popoli”. In modo tale che i russi capiscano che i cittadini occidentali non sono così cattivi come l’imperdonabile propaganda russa li sta dipingendo a credere.

Le sanzioni economiche hanno funzionato in questi anni?

Molte sanzioni hanno colpito nel mucchio, hanno provocato problemi anche per la gente comune, ma sicuramente quelle contro le tecnologie per uso militare hanno avuto il loro effetto, ma bisogna fare in modo che non possano essere aggirate. Certo Iran e Corea del Nord continueranno ad aiutare la Russia, ma la Cina già teme le ritorsioni occidentali.

Putin si prepara ad altri sei anni di potere ma se per un qualche motivo oggi imprevisto dovesse uscire di scena cosa accadrà?

Difficile dirlo. Dipende dalla ragione per cui succederà. È diverso se uscirà di scena per morte naturale, per una congiura di parte dell’élite o per una rivolta popolare. Sarebbero scenari completamente diversi, e con sviluppi diversi; comunque in tutte e tre le ipotesi si aprirebbero spazi importanti per l’opposizione.

Non ha mai dei momenti in cui sente che tutto sia perduto?

Certo, a volte mi cadono le braccia, ma mi chiedo se non sia nutrito da una sorta di stoicismo interiore. I miei lontani antenati erano degli ortodossi “vecchi credenti”, che durante lo zarismo ne subirono molto per il loro credo religioso. Forse un po’ del loro sangue mi è rimasto nelle vene.

Con l’uscita di scena di Navalny, l’opposizione non è più debole?

Per certi versi sì; ma non darei troppa importanza al ruolo di Navalny. Non è mai stato l’unico leader indiscusso dell’opposizione. Certo negli ultimi anni la sua autorevolezza si era accresciuta per il coraggio che ha avuto prima tornando dalla Germania e poi con la prigionia. Navalny anche ora, da morto, è un simbolo, ma non per tutti. In vita è stato anche assai criticato. Quando un politico è attivo è normale che attiri anche molte critiche. Però io credo che uno dei grandi problemi dell’opposizione in Russia è quello di trovare un unico simbolo, e un unico leader. Oggi dimostriamo che non abbiamo sufficiente autostima in noi come popolo. Questo è un limite che prima o poi dovremo superare.


Voto palese urne trasparenti

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