

Di Lucetta Scaraffia, La Stampa
Ci sono due novità importanti nel documento Dignitas infinita del Dicastero per la dottrina della fede. La prima novità sta nell’ordine in cui sono elencate le offese alla dignità umana: un ordine privo di qualsivoglia collegamento con il contesto storico attuale; la seconda consiste nel riferimento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 come unica base di giudizio morale.
L’ordine con cui sono elencate le “offese” vede ai primi posti le offese contro il prossimo (guerre, violenze e così via) e solo dopo di queste le “offese” legate ai temi bioetici: confermando così la volontà di Francesco di porre le prime in vetta alla classifica dei peccati gravi al fine di invertire una tendenza secolare che, viceversa, assegnava precedenza ai peccati della carne, intesi sempre come colpe individuali. Ma in realtà l’ordine indicato dal documento prescinde dalla storia. Infatti, guerre, violenze, migrazioni, sono purtroppo fenomeni che costellano da sempre l’esistenza delle collettività umane e i loro rapporti, mentre le tematiche bioetiche ineriscono intimamente alla modernità. Sono le offese alla dignità umana del tempo che viviamo. C’è qui, dunque, un rovesciamento importante rispetto al passato: infatti i papi precedenti a quello attuale, papa Ratzinger in particolare, hanno sempre considerato proprio il conflitto fra modernità e morale cristiana – che è al cuore delle innovazioni bioetiche – come il problema centrale del nostro tempo. Come la questione più importante e urgente da affrontare anche a costo di aprire un fronte conflittuale con la società laica. All’opposto Francesco ha finora evitato, o quasi, di trattare questi argomenti.
Durante il suo pontificato si è occupato soprattutto di guerre, diseguaglianze, migrazioni, conquistandosi in tal modo le incondizionate simpatie di gran parte dei media progressisti. Con questo documento, viceversa, egli per la prima volta interviene esplicitamente sui temi bioetici, in precedenza solo qua e là accennati con brevi frasi di generica condanna che i media lasciavano puntualmente e opportunamente cadere per non intaccare l’immagine progressista del pontefice. Ma evidentemente papa Bergoglio non può sottrarsi ai vincoli rappresentati dalla morale cristiana senza far cadere nel nulla un’intera tradizione secolare. Tuttavia negando l’attualità e l’urgenza dei problemi morali di carattere bioetica, con il metterli al secondo posto dopo guerre e migrazioni, di fatto egli ne attenua l’importanza. Soprattutto ne attenua l’importanza cambiando il motivo per cui molti aspetti legati ai temi bioetici rappresenterebbero un pericolo alla dignità umana: e cioè non già perché in tale sfera vi sarebbe un pericolo di trasgressione delle leggi di natura (che si presume volute da Dio), ma perché le nuove tecniche operative legate alla bioetica presenterebbero aspetti contrarii alla dignità dell’essere umano: una dignità per definire la quel il documento papale non trova di meglio che riferirsi a una dichiarazione come quella dei diritti dell’uomo emanata dalle Nazioni Unite nel 1948, un testo cioè di natura laica modificabile domani da qualsiasi nuova versione del medesimo, il quale ovviamente non fa menzione di alcuna immodificabile legge naturale o divina. L’affermazione, come si capisce, è dottrinalmente molto forte, solo in parte attutita dal fatto che la prima parte del documento si richiama alla tradizione ebraica e cristiana.
Il papa, peraltro, sembra dimenticare che la dichiarazione delle Nazioni Unite del’48 che si vorrebbe universale di fatto non lo è per niente: infatti non solo paesi pur di tradizione cristiana la disattendono o la stravolgono – basti pensare al recente documento degli ortodossi russi – ma anche i paesi islamici vi aderiscono solo in parte, e cioè solamente per quanto in essa concorda con la sharia. Che senso ha – ci si può allora chiedere – prendere come riferimento di questioni etiche così importanti una base stipulativa così parziale fragile? Bisogna tuttavia capire che il progresso scientifico rende per la Chiesa sempre più difficile servirsi dei suoi riferimenti tradizionali. Oggi, ad esempio, in un clima di medicalizzazione totale delle nostre vite, risulta davvero arduo, mantenere ferma l’idea di “morte naturale”. Ecco allora per essa la necessità di trovare nuovi punti di riferimento, di cambiare. Di cambiare anche il proprio apparato concettuale. Ciò che però essa, convinta di dover apparire sempre immutabile, sempre la stessa nella sua dottrina, rilutta terribilmente a fare, impermeabile a qualsiasi pur necessaria trasformazione. O quando pure ci prova, come nel caso del documento Dignitas infinita, lo fa nel modo assai poco convincente che si è visto.
Nell’immagine: il documento Dignitas infinita del Dicastero per la dottrina della fede
Di Antonello Guerrera, La Repubblica
“Stiamo considerando questa possibilità”. Per la prima volta il presidente americano Joe Biden ha ammesso che la sua amministrazione sta valutando l’opzione di far cadere il pesantissimo procedimento giudiziario negli Stati Uniti contro Julian Assange . Ossia l’attivista australiano fondatore del sito Wikileaks , attualmente in carcere a Londra e su cui pendono ben 19 capi di accusa, tra cui “spionaggio”, “furto di informazioni riservate” e “aver messo a rischio la vita” di molti statunitensi per un massimo di 175 potenziali anni di carcere, a causa della pubblicazione negli anni scorsi di una valanga di file top secret dell’intelligence e della diplomazia americane.
Non sarebbe tecnicamente una “grazia” visto che Assange non ha sinora ricevuto alcuna condanna su questo caso, ma una sorta di “proscioglimento” presidenziale, che in pratica farebbe dell’australiano un uomo libero. Biden non ha aggiunto altro alla risposta a una domanda di un giornalista di oggi, durante un evento in America. Poche parole che però hanno riacceso la speranza tra i sostenitori del 52enne australiano detenuto da 5 anni oramai nel duro carcere Belmarsh della periferia della capitale britannica. Perché l’Australia, Paese di origine di Assange, da anni oramai chiede alle varie amministrazioni americane di far cadere le accuse contro di lui.
Trump non ne aveva voluto sapere, ora Biden lascia la porta aperta a una simile eventualità. Anche perché i rapporti tra gli Usa e Canberra sono sempre più stretti, vista l’attuale situazione geopolitica e alleanze militari strategiche come quella sui sottomarini nucleari “Aukus” in chiave anti-Cina nel Sud Est asiatico. Lo scorso 26 marzo l’Alta Corte di Londra aveva rinviato a un’altra udienza fissata al 20 maggio la decisione sull’estradizione negli Stati Uniti, chiedendo nel frattempo a Washington tre “rassicurazioni”: che Assange non rischi la pena di morte una volta estradato negli Usa, che sia garantito il suo diritto di espressione e che non venga discriminato in quanto cittadino australiano. Se i giudici inglesi saranno soddisfatti, allora a fine maggio il trasferimento di Assange oltreoceano avrà il via libera finale, a meno di improbabili irruzioni della Corte Europea dei Diritti Umani. In caso contrario, Assange avrà il diritto di ripresentare appello contro l’estradizione, già approvata da Londra nel 2022.
Insomma, questa lunghissima e divisiva saga di Assange, iniziata dalle decadute accuse di violenza sessuale dalla Svezia nel 2010 fino all’autoreclusione per 7 anni nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e l’arresto nel 2019 per violazione della libertà vigilata, si arricchisce di un altro capitolo. L’australiano è oramai angelo o demonio, dopo la pubblicazione dal 2010 sul suo sito Wikileaks di centinaia di migliaia di scottanti file e cablogrammi segreti del governo ed esercito americani, grazie alla complicità di Bradley Manning, ex analista dell’intelligence militare Usa e oggi donna di nome Chelsea, che riuscì a sottrarre tre interi database di documenti elettronici, per poi passarli ad Assange.
Quei file hanno messo sotto accusa gli Stati Uniti per metodi, violenze e uccisioni indiscriminate durante le guerre in Afghanistan e Iraq dal 2001 in poi, con massacri di civili e giornalisti sino ad allora mai ammessi. Per i suoi fan e per l’associazione Reporter Senza Frontiere, Assange ha fatto solo il giornalista, scoperchiando atrocità e misfatti americani. Per Washington, invece, almeno ufficialmente, Assange è stato complice di Manning e va punito severamente.
Il 20 maggio, si ricomincia. A meno che Joe Biden non decida di chiudere la vicenda nelle prossime settimane, a favore di Julian Assange. Quando l’avevamo incontrato lo scorso 26 marzo a Londra, l’ex leader laburista Jeremy Corbyn, da sempre al fianco dell’australiano, ci aveva detto: “Il rinvio di oggi è un passo in avanti. Ora Joe Biden deve ricordarsi di essere un sincero democratico e far cadere il procedimento di estradizione. Io ci credo”. Sarà profetico?
Nell’immagine: Joe Biden con Julian Assange alle spalle in un fotomontaggio di Firstpost
Andrea Pilotti è docente e animatore dell’Osservatorio delle politiche regionali all’Università di Losanna
Nuovo inchino del Governo svizzero nei confronti della NATO e, in filigrana, degli Stati Uniti (ma anche a Putin può andar bene). Berna ha infatti riconfermato, come già nel 2018 e nel 2019, la volontà di non aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021. Il Trattato è stato negoziato in seno alle Nazioni Unite su proposta di ICAN, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, organizzazione che nel 2017 ha vinto il premio Nobel per la pace “per il suo lavoro per portare l’attenzione alle conseguenze umanitarie catastrofiche di qualunque uso delle armi nucleari e per i suoi straordinari sforzi per ottenere un trattato che metta al bando queste armi”.
Il Parlamento svizzero, approvando una mozione del socialista Carlo Sommaruga, aveva invitato il Consiglio federale a firmare il prima possibile il trattato sul divieto delle armi nucleari e a sottoporlo immediatamente al Parlamento per la ratifica.
Risposta pilatesca del Consiglio federale, che “condivide l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari. Ritiene inoltre che un divieto di tali armi rappresenti un importante passo per raggiungere questo traguardo, che coincide sostanzialmente con gli interessi e i valori centrali della Svizzera, nello specifico la tutela dei suoi interessi in materia di sicurezza, della sua tradizione umanitaria e del suo impegno per il rispetto, il rafforzamento e la promozione del diritto internazionale umanitario. A questo divieto si allinea anche al suo supporto dei diritti umani, per una convivenza pacifica dei popoli e per la salvaguardia delle basi naturali della vita”. C’è un però, dettato da elvetico opportunismo: “raggiungere questi obiettivi potrebbe essere però più complicato se gli Stati detentori di armi nucleari e i loro alleati, che non partecipano ai negoziati, non ratificheranno il trattato nel prossimo futuro”. Tradotto: Berna si dice favorevole a un mondo senza armi nucleari, ma siccome chi possiede le armi nucleari non intende liberarsene, Berna si adegua.
Sommaruga è tornato alla carica tre anni dopo, chiedendo al Consiglio federale di attuare la mozione, come vuole la legge sul Parlamento, e ponendo una domanda semplice: “il Governo ritiene che, in materia di sicurezza, la Svizzera debba fare affidamento sulle armi nucleari in mano agli Stati membri della NATO?” Berna ha risposto, nel febbraio del 2021, con un’arrampicata sugli specchi: “Il Consiglio federale ribadisce la sua posizione – ribadita da lunga data – secondo cui la compatibilità tra il principio del diritto internazionale umanitario e l’impiego di armi nucleari è difficilmente concepibile”. Non si concepisce, ma ci si adegua; ancora!
Negli ultimi due anni, dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina e la guerra che ancora ferisce l’Europa, la Svizzera ha fatto ulteriori passi verso la NATO. La capa del dipartimento della difesa Viola Amherd ha dichiarato in più occasioni di volere una più stretta collaborazione con l’alleanza militare atlantica. L’eventuale futuro generale Thomas Süssli ha detto più di una volta che in caso di aggressione l’esercito svizzero in due settimane sarebbe liquidato e dovrebbe appoggiarsi alla NATO. (Domanda da dieci miliardi di franchi all’anno: ha senso foraggiare un esercito inutile?)
Il ritornello è chiaro: la Svizzera non vuol disturbare le potenze atomiche sostenendo il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari che non piace agli Stati Uniti e neanche alla Russia. Commentando la decisione, il CF scrive: “L’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari può essere concretizzato solo collaborando con gli Stati che le detengono, e non opponendosi a questi”. Ovvero, di nuovo, siamo contrari alle armi atomiche, ma pronti a lasciarle usare portando tutti alla catastrofe.
La recente decisione di non firmare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari conferma che da cinque anni il Consiglio federale si rifiuta di dar seguito a un ordine del Parlamento. Non è una quisquilia: ne va della democrazia del nostro Paese!
Non sono mancate le reazioni negative alla decisione bernese. L’ICAN ha dichiarato che “la Svizzera avrebbe avuto bisogno di più coraggio”. Ma del resto, Elvezia e il suo governo quando mai hanno brillato per coraggio? Il Gruppo per una Svizzera senza esercito ritiene “vergognoso che il Consiglio federale si rifiuti di inviare un segnale forte in un momento in cui la minaccia delle armi nucleari è di nuovo in aumento”.
L’Alleanza per il divieto delle armi nucleari, costituita da diverse associazioni della società civile, intende correggere questa decisione lanciando un’iniziativa popolare. La raccolta delle firme dovrebbe iniziare la prossima estate.
Nell’immagine: un’agghiacciante testata nucleare in bella mostra nel sito del DFAE
Di Michele Giorgio, il manifesto
L’attenzione è concentrata sull’attacco che Benyamin Netanyahu conferma di voler lanciare contro la città di Rafah e sull’emergenza umanitaria a Gaza provocata dall’offensiva militare israeliana in corso da sei mesi. Occorre però dare uno sguardo anche dietro le quinte della guerra dove prendono forma progetti destinati a mascherare o a rendere permanente l’occupazione israeliana di Gaza, per la precisione di metà della Striscia. Dalle notizie che filtrano dal Cairo dove vanno avanti, per ora senza risultati, i negoziati sulla tregua e lo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, pare che gli americani stiano insistendo affinché soldati egiziani vengano impiegati al posto di quelli israeliani nell’ispezione dei palestinesi sfollati che saranno autorizzati – solo 150mila secondo indiscrezioni – a tornare nel nord della Gaza. Ai posti di blocco in realtà ci saranno anche «supervisori» israeliani con il diritto di ultima parola, ma questa soluzione permetterebbe agli Usa di affermare che a controllare i palestinesi saranno i «fratelli egiziani». Hamas, intenzionato a non farsi escludere dal controllo della Striscia, non ha espresso ancora una posizione definitiva sul possibile impiego di militari arabi.
Comunque sia, sono due i progetti principali che Israele porta avanti incurante di qualsiasi critica e condanna. Il primo è il completamento di una «zona cuscinetto che all’interno di Gaza corre lungo le linee di demarcazione tra la Striscia e Israele. Sarà profonda un chilometro e nei mesi passati l’esercito israeliano ha demolito migliaia di abitazioni e edifici nell’area che sarà interdetta ai palestinesi. Gli unici ostacoli che incontra il Comando Sud israeliano nel realizzare il progetto sono di natura burocratica o legati alla conformazione del territorio. Il portale Walla ieri riferiva che a causa di queste difficoltà in alcuni luoghi, la «zona cuscinetto» sarà profonda «solo mezzo chilometro».
Il completamento della «zona cuscinetto» procede di pari passo al consolidamento del controllo militare della metà di Gaza delimitata a sud dal Corridoio Netzer – la strada da est a ovest costruita da Israele poco sopra Deir al Balah e che taglia in due parti la Striscia – e a nord dal valico di Erez. La concretezza di questo progetto, volto prima di tutto ad impedire il rientro degli sfollati palestinesi o di gran parte di essi al nord, è stata indirettamente confermata dal ridispiegamento dell’esercito israeliano annunciato domenica scorsa. La maggior parte delle operazioni militari sono affidate ora a una brigata della 162ª Divisione schierata sul Corridoio Netzer e a battaglioni della riserva dislocati lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele. Reparti speciali dell’esercito e l’aviazione hanno l’incarico di compiere raid mirati in attesa dell’invasione di Rafah.
Nella metà settentrionale di Gaza, l’esercito israeliano sta sviluppando le infrastrutture di un’occupazione permanente. Lo sfollamento degli abitanti di Gaza sarà «temporaneo» così come lo fu nel 1948 quello della popolazione palestinese nei territori assegnati al neonato Stato di Israele. D’altronde non è nuova l’idea di dividere Gaza in aree accessibili agli israeliani e in altre riservate ai palestinesi. Nel 1971, Ariel Sharon, a quel tempo comandante dell’esercito per la regione meridionale e responsabile di una brutale repressione di una rivolta palestinese preparò un piano che divideva Gaza in cinque segmenti in modo da impedire la contiguità geografica tra i palestinesi del nord, del centro e del sud. Fu conosciuto come «Piano delle cinque dita» che correvano da est a ovest, avvalendosi della colonizzazione in corso. Il «Dito Nord» delineava la parte più settentrionale di Gaza fino alla città israeliana di Ashkelon. Il «Dito di Netzarim» era situato alla periferia meridionale del capoluogo Gaza city. Il terzo dito, l’asse Kissufim, separava l’area centrale di Deir al-Balah dalla città di Khan Yunis. Il kibbutz Sufa rappresentava il quarto dito tra Khan Younis e Rafah. Il quinto era il blocco di Yamit, a sud di Rafah in modo da interrompere la contiguità geografica tra la città e il Sinai. Poi nel 2005, lo stesso Sharon mise fine a questa suddivisione ordinando l’evacuazione di coloni e soldati da Gaza.
Il «Piano delle cinque dita» è resuscitato in parte, assieme all’idea di una nuova colonizzazione di Gaza, e diverse centinaia di migliaia di palestinesi cacciati dal nord non torneranno più alle loro case, peraltro in gran parte distrutte. Nessun leader israeliano l’ha annunciato pubblicamente ma gli sviluppi sul terreno lo indicano chiaramente. «La comunità internazionale pensa solo agli aiuti umanitari e ignora i piani a lungo termine di Israele. Questo porterà allo sfollamento indefinito dei palestinesi», avverte l’analista Issam Makhoul.
Nell’immagine: Soldati israeliani sul confine con Gaza
Di Giorgia Linardi, La Stampa
L’approccio del nuovo patto europeo sulle migrazioni predispone un dispositivo anacronistico, che vota al ribasso sulla tutela dei diritti umani, in particolare del diritto di asilo.
Il patto riflette un approccio che continua a trattare la migrazione come un’eccezione, un’emergenza, invece di riconoscerla come un fenomeno strutturale dei nostri tempi, decidendo, così, di non gestirlo, ma di spazzarlo come polvere sotto a un tappeto.
Il Patto europeo si concentra sul potenziamento delle politiche di contenimento dell’immigrazione in Nord Africa, di respingimento in mare e di rimpatrio o deportazione.
Ciò a discapito del diritto umano all’asilo, il diritto prisma, che dà accesso a tutti gli altri diritti.
La riforma del quadro normativo europeo sull’immigrazione doveva essere un’enorme opportunità, che non solo è andata sprecata, ma che getta le basi per legittimare le violazioni in corso alle frontiere esterne dell’Unione e che permetterà agli Stati membri di agire in maniera ancora più lesiva dei diritti umani.
Un’opportunità persa che di fatto non va a riformare il già problematico regolamento di Dublino che di fatto lasciava soli i paesi di primo arrivo e che non garantisce una gestione veramente comunitaria, veramente europea.
Il nuovo patto istituisce delle riforme fondamentalmente discriminatorie, dunque contro i valori stessi dell’Unione europea.
Il Parlamento che si verrà a formare dopo le nuove elezioni sarà posto davanti alla sfida primaria di riconoscere che vi sia un problema di razzismo, alla base di una riforma che va completamente controtendenza rispetto a quello che è lo sviluppo naturale dell’Europa, che non può che essere verso una società fondata sull’inclusione.
Questo Patto nel creare sempre più disuguaglianza ed esclusione condanna i suoi giovani e le generazioni future a un pericoloso cortocircuito e che racconta di un’Europa che non rappresenta se stessa: basti pensare che sono oltre 22 milioni le persone legalmente residenti in Europa ma escluse dal diritto al voto poiché prive di cittadinanza di uno stato UE. Eppure queste persone sono con noi, nelle nostre comunità, spesso al loro servizio. Perché ostinarci a non vederle?
Che anche questo Patto sia frutto di una crisi identitaria che ci dice che forse la nostra identità non è così salda se le nostre politiche, nazionali ed europee, la sentono costantemente minacciate da chi arriva da fuori?
Serve una rivoluzione culturale, che ci porti dall’avere paura all’essere curiosi, e a rivendicare un’Europa che per chiamarsi tale deve difendere i valori di uguaglianza e diversità.
Il patto alza il muro della fortezza Europa e così facendo si isola dal suo stesso naturale sviluppo.
Il parlamento uscente consegna al nuovo una presa d’atto fondamentale: dobbiamo occuparci di un problema di razzismo strutturale che sta chiaramente minacciando il futuro dell’Europa stessa.
Nell’immagine: l’Odissea dei migranti
Andrea Pilotti è docente e animatore dell’Osservatorio delle politiche regionali all’Università di Losanna
Di Stefano Guerra, laRegione
Nel giorno in cui si viene a sapere che il mondo ha inanellato il decimo mese di fila più caldo di sempre, che i Paesi ricchi hanno investito – in barba alle promesse fatte dal G7– 142 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2022 in quelli poveri per sviluppare le energie fossili (gas, petrolio, carbone) e che in Svizzera è formalmente riuscita l’iniziativa di Ps e Verdi per istituire un Fondo per il clima, da Strasburgo arriva la notizia di una sentenza che fa storia: la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), dando ragione su tutta la linea all’associazione Anziane per il clima, condanna la Svizzera per violazione dei diritti umani in ambito ambientale. È la prima volta che la Cedu, che applica la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, condanna uno Stato per non aver fatto abbastanza per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, legando la tutela dei diritti umani al rispetto degli obblighi ambientali. La sentenza rappresenta qualcosa di «totalmente nuovo, una pagina che si apre: ci sarà un prima e un dopo questo verdetto», afferma Raphaël Mahaim, uno dei legali delle Anziane per il clima, che ‘laRegione’ ha raggiunto al telefono a Strasburgo (vedi l’intervista qui sotto).
La Grande Camera della Cedu ha ravvisato (con una maggioranza di 16 voti a uno) una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diritto al rispetto della vita privata e familiare), così come (all’unanimità) una violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della stessa Convenzione (accesso ai tribunali). Anche solo il riconoscimento di quest’ultima sarebbe stata accolta con soddisfazione dalle ricorrenti. La Cedu però, per la sorpresa loro e di molti osservatori, non si è limitata a questo. In una sentenza molto dettagliata su un caso considerato prioritario, i 17 giudici della Grande Camera hanno dato ragione anche nel merito alle Anziane per il clima.
La Corte afferma che l’articolo 8 sancisce il diritto a una protezione effettiva da parte delle autorità statali contro i gravi effetti negativi del cambiamento climatico sulla vita, la salute, il benessere e la qualità della vita. Ne consegue – recita una nota della Cedu – il “dovere primordiale” per uno Stato di “adottare, e di applicare concretamente, una regolamentazione e delle misure volte ad attenuare gli effetti attuali e futuri, potenzialmente irreversibili, del cambiamento climatico”. La Svizzera non lo ha fatto. Nella Confederazione questo processo ha conosciuto “gravi lacune”, in particolare “l’incapacità delle autorità di quantificare attraverso un bilancio del carbonio o in altro modo i limiti delle emissioni nazionali di gas a effetto serra”. Non solo. La Svizzera “non ha raggiunto i suoi obiettivi passati di riduzione delle emissioni di gas serra”: le sue autorità “non hanno agito in tempo utile e in maniera appropriata”.
Sostenute da Greenpeace, le Anziane per il clima (circa 2’500 socie, età media 73 anni), hanno denunciato che, per via della loro età e del genere, sono particolarmente vulnerabili alle ondate di caldo dovute ai cambiamenti climatici. La qualità della loro vita, così come la loro salute, sarebbero a rischio per il caldo eccessivo, al punto da metterne a repentaglio la vita. Nel 2020 il Tribunale federale aveva definitivamente respinto il ricorso presentato dall’associazione, confermando in sostanza la tesi sviluppata dalle istanze precedenti: le donne anziane non sono più colpite di altri gruppi della popolazione dalle conseguenze del cambiamento climatico.
Per la Cedu invece è inoppugnabile il fatto che siano “esposte a delle minacce o conseguenze nefaste specifiche”. Le autorità elvetiche “non hanno spiegato in modo convincente perché abbiano ritenuto che non ci fosse motivo di esaminare la fondatezza” del ricorso dell’associazione. “Non hanno tenuto conto dei dati scientifici incontestabili (…) e non hanno preso sul serio” le argomentazioni delle Anziane per il clima. Quanto basta alla Corte (che ricorda “il ruolo chiave che le giurisdizioni nazionali rivestono nelle cause relative al cambiamento climatico”) per ravvisare gli estremi di una violazione del diritto di accesso a un tribunale (articolo 6, paragrafo 1).
I giudici di Strasburgo ritengono peraltro “opportuno” (“tenuto conto della natura particolare del cambiamento climatico, soggetto di preoccupazione per l’umanità intera, e della necessità di favorire la ripartizione intergenerazionale dello sforzo”) autorizzare un’associazione ad adire le vie legali in quest’ambito: l’azione collettiva, quando si tratta di cambiamento climatico, è di una “pertinenza particolare”, si legge nella nota. Da qui la decisione della Cedu di riconoscere la qualità di ‘vittima’ alle Anziane per il clima (non così le quattro private cittadine, membri dell’associazione, che pure hanno inoltrato ricorso alla Cedu ma che non sono state in grado di dimostrare che sono personalmente e direttamente toccate dall’azione o dall’inazione delle autorità).
La sentenza della Corte è vincolante e non appellabile. La Cedu, “vista la complessità e la natura delle questioni in gioco”, ha rinunciato a ordinare alla Svizzera l’adozione di misure specifiche. Ma il suo verdetto – la cui esecuzione sottostà al controllo da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa – potrebbe comunque influenzare la legge e la giurisprudenza dei tribunali nei 46 Stato membri dell’organizzazione. Tanto più che la partita non è chiusa nemmeno sul piano internazionale. “La lotta per la giustizia climatica non si ferma a Strasburgo”, ha affermato Louise Fournier, avvocato di Greenpeace International, che ha sostenuto il team legale delle Anziane per il clima. L’Ong intende portare il caso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
Sempre martedì, la Cedu ha per contro giudicato irricevibile il ricorso inoltrato dall’ex sindaco ecologista di Grande-Synthe (Francia), Damien Carême, che chiedeva di condannare il governo francese per inazione climatica. Identica la conclusione nel caso dei giovani portoghesi contro il loro Stato e altri 31 paesi, tra cui l’Italia. Per quanto riguarda il caso francese, Carême non è stato riconosciuto come vittima. E in entrambi i casi i ricorrenti non hanno esaurito le vie di ricorso nazionali prima di rivolgersi alla Cedu.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) è qualcosa di «totalmente nuovo, una pagina che si apre: ci sarà un prima e un dopo questo verdetto». Al telefono da Strasburgo, Raphaël Mahaim trattiene a stento l’entusiasmo. Il vodese, consigliere nazionale dei Verdi, è uno dei legali delle Anziane per il clima. La sentenza va oltre le sue aspettative. Mahaim lo dice in questo modo: «Ci abbiamo creduto dall’inizio, abbiamo lavorato molto per questo. Ma è vero che le nostre aspettative sono state soddisfatte in modo… eccezionale».
L’avvocato non ha ancora letto le circa 300 pagine della sentenza. Ma il «cuore» del ragionamento dei giudici di Strasburgo è chiaro: «La Corte si astiene dall’ordinare misure concrete: non ha detto ‘Dovete fare questo o quello’, la scelta delle misure da attuare viene lasciata agli Stati. I giudici però hanno stabilito un certo numero di esigenze che la Svizzera e, di riflesso, tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, devono soddisfare in materia di politica climatica. Se non lo fanno, può esserci una violazione dei diritti dell’uomo, in particolare dell’articolo 8 della Convenzione che protegge il diritto alla salute». Le esigenze riguardano ad esempio gli obiettivi di riduzione delle emissioni gas serra, che «devono essere precisi e monitorati».
Per il vodese «la portata e le conseguenze di questa sentenza sono molto importanti» e vanno ben al di là della Confederazione. Il verdetto non è vincolante. Tuttavia, il Comitato dei ministri controllerà che venga rispettato: «Quest’organo potrebbe anche ammonire la Svizzera, se non si conforma. Il nostro Paese comunque ha una grande tradizione di rispetto dello Stato di diritto e delle sentenze della Cedu. In passato, nei pochi casi in cui è stata condannata, si è sempre messa in regola». Mahaim ricorda poi che la sentenza costituisce «un precedente che fa giurisprudenza»: «Ciò significa che in futuro, in qualsiasi tribunale di qualsiasi Paese del Consiglio d’Europa, i giudici non potranno esimersi dal tenerne conto. Il verdetto odierno avrà quindi un carattere indirettamente vincolante».
L’avvocato non vuole sentir parlare di ingerenza della giustizia nella politica, né di mancato rispetto della democrazia diretta elvetica da parte della Cedu (vedi sotto): «Se a qualcuno il ‘sistema Cedu’ non piace, beh… allora che proponga di disdire la Convenzione. Quando c’è un tribunale superiore, è inevitabile che a volte si sia soddisfatti e altre no. Non c’è nulla di nuovo: la giustizia, in uno Stato di diritto basato sulla separazione dei poteri, non si immischia nella politica. È là per dire quando i diritti fondamentali e costituzionali non vengono rispettati».
Nell’immagine: dopo la sentenza
Di Giacomo Talignani, La Repubblica
Norma Bargetzi, appena tornata da un brindisi per la “vittoria storica”, è raggiante. In fondo ha sempre creduto che almeno la Corte Europea dei diritti dell’Uomo avrebbe dato ragione alle “Anziane per il clima”. La Svizzera – dice la ticinese, 69 anni, fra le più giovani delle KlimaSeniorinnen – finora non ha fatto abbastanza per combattere la crisi del clima e assicurare i diritti alla vita e la salute dei cittadini: «Ma d’ora in poi le cose cambieranno».
Soddisfatta per la sentenza?
«Molto. Abbiamo vinto su quasi tutti i fronti, è una vittoria storica, più di quanto sperassimo. Io ho sempre pensato che avremmo vinto: ci credevamo perché avevamo una missione per le nuove generazioni».
Come è nata l’idea di un ricorso alla Corte per i diritti dell’Uomo?
«È nata perché la Svizzera non faceva abbastanza per ridurre le emissioni. Così ci siamo costituite nel 2016 in associazione e abbiamo passato le varie istanze giuridiche: nessuno però ci dava retta, tutti ci respingevano. Così abbiamo puntato alla Corte, perché i diritti umani erano lesi in diversi punti. In più, avevamo un biglietto che altri non hanno».
Un biglietto?
«Per poter far causa allo Stato bisogna essere vittime. Noi, tutte anziane, siamo persone toccate in primo piano dal surriscaldamento, siamo vulnerabili: questo ci garantiva un ticket di entrata per una causa concreta».
Alla vostra età cosa vi ha spinto ad affrontare una sfida così grande?
«Tanti aspetti: l’idea di farlo per noi, ma soprattutto per il futuro dei giovani. Nel 2003 in Svizzera c’è stata una prima estate di calore molto superiore a quelle precedenti. Da allora le cose sono andate sempre peggio: per il caldo la mortalità è sempre più alta fra gli anziani, e studi ci dicono che spesso le donne sono le più colpite. Direi che di ragioni ne avevamo».
Da chi è composta l’associazione?
«Possono partecipare solo donne domiciliate in Svizzera e in età da pensionamento, dai 64 anni in poi. Io per entrare ho dovuto aspettare. Siamo signore con un’età media di 73 anni, attive nell’ecologia. Negli anni alcune di noi sono decedute, purtroppo, senza poter assistere a questa vittoria; ma direi che per molti aspetti abbiamo già vinto: eravamo 140 socie, agli inizi, ora siamo 2.582».
Ora cosa vi aspettate dopo la sentenza?
«Che lo Stato, troppo lento nel rispettare gli Accordi di Parigi, acceleri, agisca. Vigileremo affinché si faccia carico di quanto la Corte ha dichiarato: ascoltarci, dato che finora l’atteggiamento verso queste “vecchiette” è stato di non riconoscerci, e poi ovviamente che inizi davvero a tenere conto delle emissioni di CO2 e a lavorare per diminuirle. Ora la Svizzera dovrà cambiare».
Nell’immagine: Norma Bargetzi nel video di presentazione di Anziane per il clima Svizzera