Un ambiente sano e naturale come diritto umano: le anziane per il clima fanno storia

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

A seguito della denuncia inoltrata dall’associazione anziane per il clima, con la sua sentenza emessa martedì 9 aprile 2024, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha stabilito che la Confederazione Svizzera non ha adempiuto ai suoi doveri previsti dalla Convenzione in materia di cambiamenti climatici. Vi sono state lacune sostanziali nel processo di creazione del quadro normativo nazionale sulla tematica, tra cui l’incapacità di quantificare i limiti delle emissioni nazionali di gas ad effetto serra. La Svizzera non ha inoltre raggiunto gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fissati in passato. Pur riconoscendo che le autorità nazionali godono di un ampio margine di manovra in relazione all’attuazione di leggi e misure, la CEDU ha ritenuto che le autorità svizzere non avessero agito tempestivamente e in modo appropriato per mitigare gli effetti del mutamento climatico di origine antropica.

La sentenza della CEDU è logica nei contenuti e estremamente storica nell’associare le lacune della politica di protezione del clima alla violazione di uno o più diritti fondamentali. Essa si inserisce bene nella tendenza in atto che vede le denunce climatiche verso autorità e grandi compagnie in forte crescita a causa dell’incapacità delle autorità politiche e dell’economia di mettere in piedi politiche climatiche in linea con gli accordi di Parigi. Tutti i paesi aderenti alla CEDU si confronteranno con questa sentenza ed è alquanto probabile che altre persone o associazioni in altri paesi inoltreranno in futuro denunce analoghe.

Nonostante le prime scontate polemiche politiche, alla luce di tutti gli elementi scientifici oggi a disposizione la sentenza ha una sua logica rigorosa. Il riscaldamento climatico in Svizzera dall’era preindustriale ha raggiunto i 2.1 gradi e si sta ulteriormente intensificando (il 2023 era già 2.7 gradi oltre la media preindustriale). Questo aumento della temperatura è chiaramente associato all’aumento della concentrazione dei gas serra di origine antropica nell’atmosfera. L’aumento della temperatura media è a sua volta causa dell’aumento delle ondate di calore, in particolare di quelle più estreme. Le giornate tropicali con massime sopra i 30°C e le notti tropicali con temperatura minima sopra i 20°C sono quasi quintuplicate in Ticino dagli anni settanta. La temperatura media dell’ondata di calore su 3 giorni più calda dell’estate è passata in Ticino in media dai 23-24 ai 26-28 gradi. Anche la temperatura massima media dell’ondata di calore più calda dell’anno è passata da 30 a 32-34 gradi. Le conseguenze sanitarie di questa estremizzazione delle ondate di calore sono state evidenti: la mortalità nella popolazione anziana è aumentata sensibilmente. Diversi studi sia a livello svizzero che internazionale lo hanno ormai dimostrato. Le donne anziane sono state le più colpite (da qui la motivazione e la determinazione delle anziane per il clima), così come a livello geografico le popolazioni della Svizzera occidentale e meridionale e quelle nelle aree più urbanizzate. Ognuna delle estati torride dal 2003 ad oggi ha causato in Svizzera un aumento da 500 a 1000 unità dei decessi nella popolazione anziana. Si stima che dal 30 al 60% di questi decessi non ci sarebbe stato in un clima senza effetti antropici. Da qui l’evidente responsabilità delle autorità nell’agire sia in termini di mitigazione (riduzione delle emissioni) che di adattamento (misure preventive, edifici più efficienti, misure per ridurre le isole di calore, ecc.) per proteggere la popolazione anziana in generale e quella anziana femminile in particolare.

Le associazioni ambientaliste, ma anche i Verdi e la sinistra, ribadiscono ormai da anni che la politica di protezione del clima in Svizzera è insufficiente e non permette di raggiungere gli obiettivi climatici contenuti nell’accordo di Parigi e ora anche approvati in votazione popolare il 18 giugno 2023. Anche senza contare l’effetto enorme della piazza finanziaria Svizzera (moltiplica per 14-18 volte le emissioni di gas serra nazionali), il nostro Paese rimane infatti uno di quelli con le emissioni pro capite più elevate al mondo e questo anche a causa di elevate emissioni grigie importate per prodotti e servizi utilizzati in Svizzera ma prodotti all’estero. Se da un lato è già un notevole passo in avanti aver perlomeno inserito nella legge nazionale l’obiettivo finale (neutralità climatica entro il 2050, considerata la nostra responsabilità storica sarebbe stato però più equo puntare al 2040) dall’altro mancano le necessarie misure concrete e i relativi passi intermedi vincolanti per effettivamente raggiungerlo. Soprattutto nel campo dei trasporti, sia terrestri che aerei, nell’agricoltura e nel parco immobiliare come pure nelle importazioni ci sono ancora grossi margini per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra.

L’auspicio è che ora la Svizzera prenda questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica: essa deve essere in grado di implementare da un lato misure di mitigazione del mutamento climatico più efficaci e vincolati e dall’altro interventi di adattamento per far fronte a quella parte di mutamento climatico ormai irreversibile. In questo importante percorso sarà fondamentale che i costi della transizione ecologica verso la neutralità climatica non siano scaricati sulle fasce più deboli della popolazione. La creazione di un corposo fondo per il clima come proposto dall’iniziativa popolare di Verdi e PS, appena consegnata alla cancelleria federale, è quindi imprescindibile per il futuro. Solo nel caso in cui gli sforzi saranno proporzionali alla forza economica di ogni residente il Parlamento prima e il Popolo poi saranno nella condizione di approvare misure più incisive e vincolanti.

D’ora in poi, sia in Parlamento che nel Popolo, quando si parlerà di clima e di politica climatica bisognerà però tener ben presente che in gioco ci sono anche i diritti fondamentali.

Matteo Buzzi è meteorologo e climatologo, e deputato in Gran Consiglio per i Verdi


Lugano, finanze e piano regolatore. Tutto il resto è…

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

A Lugano, come in tutto il resto del Ticino, la campagna elettorale è agli sgoccioli. Tanti i temi sollevati dai partiti, ma soprattutto dalla candidate e dai candidati. Molti di questi temi rimarranno, ahimè, lettera morta, non riuscendo a trovare adeguata attenzione nel prossimo legislativo ed esecutivo.

A me piace molto essere idealista e battermi per i miei valori, ma sono anche, forse per “deformazione professionale” molto pragmatica. Dunque non ci vuole una scienza per prevedere che nel quadriennio 2024/2028, a Lugano saranno due le tematiche su cui sarà incentrata tutta la legislatura: Finanze (e sviluppo economico) e il nuovo Piano Regolatore Unico.

La tenuta finanziaria della città sarà messa a dura prova dagli oneri che il Cantone (nell’ottica di risanamento delle finanze cantonali) “scaricherà” sui comuni, in modo particolare sui comuni più grandi che fungono da polo. Questo darà sempre meno spazio di manovra per investimenti e spese ai legislativi ed esecutivi comunali. Se a ciò si aggiunge che la riforma tributaria consentirà di differenziare il moltiplicatore d’imposta comunale per le persone giuridiche (ossia le aziende), ecco che per la nostra città potrebbe esserci qualche contraccolpo a livello di gettito fiscale. Lugano come città polo garantisce servizi a tutto l’agglomerato, mentre i comuni periferici potranno fare concorrenza fiscale a noi.

È urgente rispondere a questo scenario con una strategia di sviluppo economico che attualmente è assai latitante! Su quali settori Lugano ha intenzione di costruire il suo sviluppo economico, con quali ricadute fiscali per la città, con quale qualità occupazionale? Negli ultimi anni c’è stato molto fumo e poco arrosto.

Non da meno il Piano regolatore che dovrà essere partorito nella prossima legislatura è di vitale importanza. È inutile parlare di più spazi pubblici, più verde in città, di riqualificare urbanisticamente la città, se non si mette al centro di tutto il vero e più importante strumento che i comuni hanno a disposizione per pianificare il proprio territorio e questo strumento è il piano regolatore! Tutto il resto sono buoni propositi. Perché è questo strumento che può dare dei paletti alla speculazione edilizia (ovviamente non abolirla, ma darle dei criteri di qualità si può fare), che definisce l’identità dei quartieri e che edifica il futuro della città, che determina il quali e quanti spazi pubblici e quanto verde urbano.

Su queste due grandi tematiche ci si misurerà nella prossima legislatura e da parte mia se fossi eletta mi cimenterò su queste sfide con i miei valori e la mia carica idealistica, mantenendo comunque i piedi per terra, sapendo che su questi due temi si gioca una gran parte del futuro della nostra amata Lugano e sbagliare o sciupare l’occasione sarebbe un costo che pagheranno le generazioni future.

Carola Barchi è candidata PLR a Municipio e Consiglio comunale di Lugano
Nell’immagine: Castagnola, novembre 2023


Elezioni comunali in Ticino 1 – Lega-Udc, a Lugano: “ci eravamo tanto amati”

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 


Si fa presto a dire ‘spending review’

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Ha ragione Pietro Martinelli quando su questo stesso giornale (Ipocrisia e Preventivo, ‘laRegione’, 12 febbraio 2024) afferma che, se si vuole avviare un processo di razionalizzazione della spesa pubblica, occorre che qualcuno ci creda e lo porti avanti con determinazione. D’altronde, nel bel libro intervista curato da Roberto Antonini (Le battaglie di una vita, Edizioni Casagrande, 2021), ci sono passaggi illuminanti che permettono di capire il progressivo appisolarsi di quell’esperienza di ‘Spending Review’ nota come Amministrazione 2000, di cui Martinelli fu saldamente al timone, al punto che “per evitare che questo lavoro finisse nel cestino della carta straccia, riuscii a convocare il Consiglio di Stato il venerdì dell’ultimo giorno della legislatura”. Di quello che successe dopo si sa, cioè niente. Il perché ce lo dice con estrema lucidità Marina Masoni, citata da Martinelli nel libro intervista. “Capisco perché Pietro tiene tanto ad Amministrazione 2000. Perché, se l’amministrazione dello Stato non diventa efficiente, lo Stato non riuscirà mai a detenere quella parte di potere che oggi gli viene negata”. Difficile non provare nostalgia per questo confronto fra visioni politiche e strategiche.

Oggi, invece, in modo impulsivo, dimentichi della complessità delle questioni legate alla gestione della cosa pubblica, si procede con esami affrettati e approssimativi della spesa dello Stato, ispirati a logiche dipartimentali se non clientelari, invocando risparmi non sufficientemente specificati, ma al fine dichiarato di evitare presunti sprechi di denaro pubblico e di pareggiare il bilancio dello Stato.

Tuttavia, tali risparmi si traducono concretamente in tagli alla spesa pubblica, promossi da chi, con inflessibile dogmatismo, non perde occasione per screditare l’azione dello Stato, attingendo a un obsoleto cascame ideologico. Di solito, le voci predilette di questo disegno, oltre talune prestazioni sociali destinate ai bisognosi, sono le spese per il personale e i trasferimenti a enti e associazioni che erogano servizi alla persona.

È però importante notare che queste spese non sono facilmente sostituibili o ridimensionabili come altre voci della spesa pubblica, ad esempio la manutenzione delle infrastrutture. I costi del personale nei servizi alla persona sono notoriamente preponderanti e proprio per questo sono i bersagli prediletti delle politiche risparmiste. Ma senza questi costi imputabili al personale, i servizi alla persona – sociali, educativi e sanitari – vengono meno alla loro stessa funzione che si caratterizza per la compresenza di erogatore e beneficiario del servizio. Per queste loro peculiarità, i servizi alla persona sono particolarmente esposti al fenomeno della malattia dei costi di Baumol, dal nome dell’economista che lo formalizzò negli anni Sessanta. Nei servizi caratterizzati da elevata interazione interpersonale e ad alta intensità di lavoro vivo, come appunto i servizi sociali alla persona, i salari tendono ad aumentare per tenere il passo con quelli nei settori che registrano una crescita maggiore della produttività, contribuendo all’aumento complessivo del costo dei servizi rispetto a quello dei beni.

Di fatto, la sfida per fornire servizi sociali efficaci, efficienti e di alta qualità si scontra con la crescente complessità e individualizzazione dei bisogni, senza poter far leva, se non in minima parte, sulla crescita tecnologica e della produttività che caratterizza altri settori, come la manifattura. È quindi fondamentale comprendere questa dinamica per garantire un adeguato sostegno ai servizi essenziali per il benessere sociale.

D’altra parte, un esame rigoroso della spesa pubblica dovrebbe essere effettuato con ampio anticipo rispetto alle politiche di razionalizzazione della spesa. L’obiettivo è quello di riqualificare la spesa e orientarla verso lo sviluppo anziché verso i tagli, individuando le risorse necessarie per gli investimenti e per sostenere spese virtuose.

Si possono elencare alcuni principi chiave che potrebbero guidare un approccio di revisione della spesa orientato allo sviluppo.

Valutazione dell’impatto sociale, economico e ambientale. Piuttosto che focalizzarsi sui tagli di bilancio, una revisione della spesa orientata allo sviluppo dovrebbe considerare attentamente l’impatto sociale, economico e ambientale di ciascun settore di competenza dello Stato. Identificare aree chiave che contribuiscono positivamente alla crescita economica, alla riduzione delle disuguaglianze e al miglioramento della qualità della vita è essenziale.

Priorità per gli investimenti strategici. Concentrarsi su investimenti che possano generare un ritorno a lungo termine per la società. Ciò dovrebbe includere settori come l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo, l’infrastruttura sostenibile (energia e edilizia), la socialità, la cultura e la sanità. Identificare e potenziare queste leve è cruciale per costruire una base solida per lo sviluppo sostenibile.

Partecipazione e trasparenza. Coinvolgere le istituzioni e i servizi sociali, gli esperti del settore e i rappresentanti della comunità nel processo decisionale sotto l’egida dell’ente pubblico. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche è fondamentale per garantire la fiducia del pubblico e per assicurare che gli investimenti siano effettivamente indirizzati alle esigenze della popolazione.

Semplificazione e digitalizzazione. Esplorare modi per mantenere e migliorare la qualità dell’erogazione dei servizi pubblici attraverso l’uso di tecnologie innovative e processi digitalizzati. Ciò può contribuire a rafforzare i servizi e a ridurne i costi operativi, liberando risorse che possono essere reindirizzate verso iniziative e progetti di sviluppo.

Monitoraggio e valutazione continua. Implementare un sistema robusto di monitoraggio e valutazione per valutare l’efficacia degli investimenti nel tempo. Questo consentirebbe di apportare eventuali correzioni di rotta e di ottimizzare ulteriormente la spesa pubblica.

In sintesi, una ‘spending review’ dovrebbe concentrarsi sull’ottimizzazione della spesa pubblica per favorire lo sviluppo sostenibile e migliorare la qualità della vita. Questo richiede una prospettiva di lungo termine, la partecipazione inclusiva e la volontà di investire in settori chiave per il benessere della società. La ‘spending review’ è troppo seria per essere declinata al mero risparmio.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: tagli


Le due anime dell’America

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Gli Stati Uniti d’America sono Repubblica e impero. Non possono scegliere fra l’una e l’altro. L’ascesa da potenza di terz’ordine a regina del pianeta, compiuta tra fine Ottocento e metà Novecento, si fondava sul parallelismo fra le due anime della nazione. Accompagnato dal rumore di fondo della disputa infinita fra repubblicani (in senso geopolitico) e imperiali, vestiti da “isolazionisti” e “internazionalisti” o altre etichette accademico-mediatiche, droghe da salotti intellettuali che non hanno mai commosso l’America profonda. Vinta la Guerra Fredda per getto della spugna sovietica, la magnifica coppia è scoppiata. Conferma che nella vita ci sono due tragedie: non avere ciò che si vuole, e averlo.

La Storia propone esempi di felice convivenza fra Repubblica e impero. Roma insegna. A due condizioni: che la prima sia maschera dell’altro e che questo non si pretenda universale. Al suo zenit, la Quarta Roma non si ammette impero, marchio insieme troppo europeo e troppo inglese, mentre si ostenta egemone globale.

Ma da quando mondo è mondo, gli imperi sono parti di mondo. In pace o in guerra con loro omologhi. Tra il 1991 e il 2001 — fine dell’Urss e attacco jihadista a Torri Gemelle e Pentagono — la superpotenza unica (altra splendida contraddizione) si è congratulata globale. Con spreco di dissertazioni terrapiattiste sulla tendenziale universalità del canone occidentale, promosso sinonimo di americano. La famosa “globalizzazione” è passepartout che per significare tutto non esprime nulla, a meno di identificarla con il cosiddetto Washington consensus, cui gran parte dell’umanità non ha mai consentito. Anche perché esclusa dal banchetto.

Ogni egemonia abbisogna di base morale persuasiva per chi la riconosce. Un impero che si pretende mondiale non può goderne stante la varietà di interessi, valori e opinioni che distingue noi umani. L’impero globale è totalitario o non è. L’America ha contraddetto i propri princìpi quando, nel passaggio di millennio, si è eletta principe del pianeta. Scopre forse tardi, con raccapriccio, di stare rovinando sé stessa abbagliata da uno scopo insieme irraggiungibile e nefando, incompatibile con la storia che si è raccontata fin dalle origini.

L’America non può essere il mondo e il mondo non può diventare americano. L’impero, non il mondo è a misura della Repubblica di Washington. Con il suo limes, frontiera mobile fra soci e avversari. L’alternativa è perdere insieme Repubblica e impero. O ciò che si concepisce tale. Non pare che attorno a questo ordine del giorno si sia consolidata la massa critica sufficiente a realizzarlo.

C’è una ragione profonda per cui l’America non vuole dichiararsi impero nel senso classico del termine: la sua anima è religiosa, non geopolitica. Assoluta, non relativa. Sovraordinata. Ergo: mentre gli altri si contendono i territori, noi li dominiamo dall’alto (e con le basi). Perché siamo l’America.

Dobbiamo alla signora Thatcher il brocardo per cui l’Europa è creatura storica, l’America filosofica. Siamo noi europei, storicisti inconcussi, a pensare imperiale il dominio americano, mentre l’americano corretto si rifugerà dietro il clintoniano don’t ask don’t tell. Sintomo dell’asimmetria che distingue le due sponde dell’Occidente.

Per le potenze europee l’alloro supremo è stato il titolo di Numero Uno, primo fra i non pari. Quel che oggi gli Stati Uniti sono e che dopodomani rischiano di non essere più. Ma per la superpotenza statunitense il gradino più alto del podio è diminuzione. Perché l’omologa agli inferiori.

Spiegava anni fa a Limes un eccentrico texano appassionato di calcio (soccer): «Noi siamo come la Nazionale inglese, che non partecipò ai primi tre campionati mondiali perché si sentiva superiore agli altri, salvo poi vincerne uno solo, con un gol che non esisteva».

Nella formula di un altro noto tifoso, Henry Kissinger: «Agli imperi non interessa operare entro un sistema internazionale perché aspirano ad esserlo. Gli imperi non hanno bisogno di un equilibrio della potenza. È così che gli Stati Uniti hanno condotto la propria politica estera nelle Americhe, come la Cina per gran parte della sua storia in Asia». Il fuoriclasse non può autoridursi primo della classe.

In questo senso la formula con cui Washington ama definire ciò che per noi mortali è impero — “ordine basato sulle regole” — appare pregnante. Lasciamo ad altri stabilire se sia utile operare un taglio semantico ed epistemologico fra imperi relativi e impero assoluto. La questione ci appassiona. In attesa di dirimerla, constatiamo come nel frattempo gli Stati Uniti stiano minando la propria sovraordinazione.

Certo, restano affezionati alla difesa dell’ordine basato sulle regole, quasi esistesse ancora (non è mai esistito, ma qui non interessa). Irrinunciabile teddy bear. Ma negli apparati divampa il dibattito su come ridurre la sovraesposizione imperiale, lemma che implica la rinuncia all’impero assoluto, o come preferite chiamarlo.

Deriva che assurge a dottrina di Stato con il documento sulla “geopolitica per la classe media” che l’amministrazione Bidenagita come bandiera. Roba che nemmeno un think tank tedesco ai tempi di Bonn capitale. Talmente unamerican da scuotere McCarthy nella tomba.

L’establishment alla moda si esibisce an-americano. Ci si flagella in pubblico come gli sciiti nel giorno dell’Ashura. Il nuovo volume di Limes lo documenta. Così Elbridge Colby, intrinseco al Pentagono: «Pensavamo che saremmo stati egemoni per sempre e che avremmo forgiato un impero liberale globale. Risultato: ci siamo sovraestesi, abbiamo eroso le fonti della nostra potenza e abbiamo anche perso il sostegno del popolo americano».

Apocalittico lo scrittore Michael Bible, omaggio al cognome: «L’America è diventata una nazione disparata di individui che si ammazzano a vicenda per arrivare a un’esistenza lussuosa che con ogni probabilità non raggiungeranno mai».

Stop. Riavvolgiamo il nastro e torniamo al dilemma nazione/impero. Se è vero che Washington non può rinunciare all’una o all’altro, rischia di perderli entrambi. Perché la Repubblica non regge più l’impero e l’impero corrode la Repubblica.

Pessima notizia per noi, accampati sotto l’ombrellone a stelle e strisce che non fa più ombra. Esperienza storica insegna che quando il protettore boccheggia perde il contegno e si aggrappa a chiunque possa aiutarlo. Prepariamoci: da aiutati diventeremo aiutanti. Non è scritto che sia solo un problema

Nell’immagine: l’ombrello che non fa più ombra

 


Carlo Rovelli: «Aperti al mondo, ma senza collaborare al massacro»

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Di Andrea Capocci, il manifesto

Il fisico Carlo Rovelli ha preso posizione a favore degli studenti e dei ricercatori che hanno chiesto alle università e al Cnr di sospendere le collaborazioni con Israele nelle ricerche a uso duale, con ricadute sia in campo civile che militare.

Il dibattito sul valore sociale della ricerca scientifica è antico quanto la ricerca stessa. Scienza e potere si sono spesso aiutati a vicenda, almeno da quando Archimede costruiva armi per difendere Siracusa dai Romani e da allora il dibattito non si è esaurito, come mostrano le polemiche intorno alle scelte dell’università di Torino e Pisa nei confronti delle collaborazioni con il governo israeliano. Rovelli è attualmente nel New Mexico, e da lì risponde al manifesto.

Professore, è possibile una scienza separata dal potere, che non imponga quesiti etici agli scienziati?
Spero proprio di no. Penso che qualunque attività porti a domande etiche e politiche. La scienza non è diversa dal resto.

Però la ministra Bernini ha descritto la ricerca scientifica come un dialogo tra diversi, persino tra democrazie e dittature, che non contempla sanzioni internazionali. Lei lo conosce bene: è davvero un mondo così separato dall’attualità da non poter prendere posizione?
La ministra è favorevole a condividere la ricerca militare Italiana con l’Iran? Il mondo scientifico che frequento non riconosce confini: fra i miei collaboratori e amici ci sono cinesi, russi, iraniani e israeliani. Ma questo non impedisce scelte politiche e etiche. Fra chi è favorevole a un boicottaggio ci sono anche israeliani. Essere aperti al mondo non implica si debba collaborare a ogni massacro.

Oltre i nostri confini, c’è una discussione tra accademici sull’opportunità di collaborare con il governo israeliano nella condizione odierna, o è una peculiarità italiana?
C’è la stessa discussione in molti paesi. Penso che ogni amico di Israele, e chi, come me, ama profondamente il mondo ebraico, debba fare il possibile per fermare il massacro in corso che, ahimé, sta facendo rivoltare di indignazione e rabbia contro Israele il mondo intero.

Anche all’estero questo comporta accuse di antisemitismo?
Mi permetta di dire una cosa che credo importante, e vorrei fosse più riconosciuta. La clava dell’accusa di antisemitismo viene brandita a ogni piè sospinto dal governo israeliano contro chiunque lo critichi. Questo è profondamente controproducente per il mondo ebraico, perché trasforma una questione politica e etica in una questione di presunta razza e religione. Leggere il mondo e i suoi inevitabili conflitti, le sue inevitabili gravi divergenze di idee, come conflitti fra razze e religioni: questo è esattamente il razzismo. È esattamente di questo che si alimenta l’antisemitismo. Catalogare le persone per razza, invece che per quello che fanno. La tattica di accusare di antisemitismo chi critica il governo di Israele sta alimentando il razzismo, perché trasforma una questione politica in una questione razziale. Fra i miliardi di persone che oggi chiedono al governo israeliano di fermarsi, c’è una parte molto importante del mondo ebraico.

Fanno discutere le collaborazioni tra scienziati e militari per le ricadute geopolitiche internazionali. Ma quella tra università e enti di ricerca con l’industria militare italiana viene raramente messa in discussione. È una contraddizione?
Esiste una vivace protesta di molti studenti contro la collaborazione, purtroppo crescente, tra università, enti di ricerca e l’industria militare italiana. Ma sono due questioni diverse. Il peso dell’industria militare nello spingere l’attuale forsennata corsa agli armamenti nel mondo intero è un problema serio: per aumentare i suoi profitti, l’industria militare ci sta spingendo verso il baratro di un conflitto globale. Ma il massacro in corso a Gaza è una questione di urgenza immediata, che chiede impegno rapido.

Un’inchiesta giornalistica israeliana e ripubblicata dal manifesto ha svelato l’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano nel conflitto. La colpisce?
No, sarebbe strano non la utilizzasse. L’intelligenza artificiale è usata anche nelle lavatrici.

Ma nel dibattito sul significato di ricerca «dual use» questa rivelazione apre un nuovo problema etico?
La questione urgente, secondo me, non è cavillare su sottili disquisizioni etiche. Sono stati massacrati israeliani e 30mila palestinesi, e il massacro di palestinesi sta continuando. Ogni piccola pressione politica è utile. Alle Nazioni Unite il Belgio, che non è proprio estremista, ha votato una mozione che accusa il governo israeliano di possibili crimini contro l’umanità. Disquisire su dettagli sul “dual use” significa allontanare la discussione dall’urgenza grave.

Il manifesto ha lanciato una grande manifestazione per il 25 aprile a Milano, affinché non sia solo una commemorazione ma anche una mobilitazione contro la destra sovranista ed estremista che sta conquistando spazio in Europa. C’è un legame tra la lotta contro le destre e la mobilitazione per la pace?
Vorrei che ci fosse. Purtroppo non c’è. La maggioranza della sinistra dei paesi occidentali, compreso il nostro, è più bellicosa della destra. Penso che questa bellicosità sia più pericolosa per il pianeta che non questioni di appartenenze politiche.

Però negli Usa la base del partito democratico chiede a Biden, in cambio del voto, un diverso indirizzo sul Medio Oriente e la destra italiana (o europea) fa dell’allineamento internazionale occidentale un pilastro della sua legittimazione. Davvero non conterà l’esito delle elezioni europee o di quelle statunitensi?
C’è la stessa viva discussione fra chi fomenta la guerra e chi chiede pace tanto all’interno della destra che all’interno della sinistra. Non raccontiamoci la frottola che oggi la destra sia bellicosa e la sinistra pacifista. Non è vero. Piuttosto impegniamoci perché diventi vero. Spingere la sinistra a farsi portatrice del valore della pace: che non significa prima sterminare i nemici e vincere tutte le guerre.

Nell’immagine: Carlo Rovelli


Cripto? No, Beckett!

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Una criptovaluta o cripto-moneta è una valuta digitale ideata per fungere da mezzo di scambio mediante una rete informatica, che non è regolata né mantenuta da nessuna autorità centrale come un governo o una banca.

Le criptovalute sono monete virtuali(!) basate sulla tecnologia della blockchain e servono per acquistare beni e servizi e scambiare valore(!). Non girano nei normali e legali circuiti finanziari, bancari e soprattutto governativi. La prima e più nota è il Bitcoin, creato nel 2008, sembra che al mondo ne esistano oltre 24’000(!), e sono anche state ribattezzate Altcoin (moneta alternativa).
Ecco dove vuole portarci, anche tramite il Municipio (organo esecutivo) della mia Città, Lugano, la presunta modernità con metodi pseudoanarcoidi, falsamente libertari, privi di qualsiasi valore etico e morale, creando nelle persone l’illusione di facili guadagni, senza alcun controllo democratico, facilitando il loro percorso nelle strade oscure e inquietanti dell’illegalità.

Una prova? La condanna del 28 marzo da parte di un tribunale Usa del presunto “re delle criptovalute” a 25 anni di carcere per avere frodato 8 miliardi (!) di dollari ai suoi clienti. Siamo dunque alla nuova moda dei “colletti grigi”, che pensano di potere giocare al “grande casinò” della finanza liberista e globalizzata senza che le criptovalute abbiano un fondamento reale.

Mi permetto quindi di affermare che il Bitcoin è una vera e propria frode che meriterebbe, nell’ambito di un vero sistema democratico, decisioni prese non dal potere esecutivo ma da quello legislativo, dunque dal Consiglio comunale di Lugano, auspicando l’intervento del potere giudiziario, dunque del Ministero pubblico, rispettando così i principi di trasparenza, legalità e separazione dei poteri.

L’anonimato del sistema permette il fiorire di gravi crimini quali i traffici di stupefacenti e armi, del riciclaggio di denaro e di varie frodi (pure fiscali). Pretendo quindi, come Cittadino, un intenso e costante controllo da parte di una Magistratura libera e coraggiosa con l’apporto fondamentale dei servizi informativi della Polizia. Auspico pure un intervento del Ministero pubblico europeo che coordini quelli nazionali e le rispettive polizie agendo quindi globalmente… come fanno i criminali.
Il mio desiderio e quello dei miei 10 colleghi di lista di “Costituzione Radicale” consiste nell’esprimere un chiaro e alto NO al populismo finanziario, all’opacità, alla frode, alle illusioni; un SI solare a una politica che crei vera bellezza e ricchezza sociale e territoriale dove i Cittadini possano vivere pure di scuola e cultura aperte nel rispetto delle libertà individuali, dell’interesse pubblico e della separazione dei poteri… in una Città pulita, virtuosa, vivace, giusta.

Samuel Beckett in “Fin de partie” scrive: “Un peu de poésie.Tu appelais.Tu réclamais le soir; il vient. Il descend: le voici. Joli ça. Et puis? Instants nuls, toujours nuls, mais qui font le compte, que le compte y est, et l’histoire close”.

Jacques Ducry è candidato al Consiglio comunale di Lugano per Costituzione radicale
Nell’immagine: libero adattamento di una scena da “Finale di partita” di Samuel Beckett


Una ricchissima campagna

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 


La carne sequestrata in Svizzera è decuplicata rispetto a 15 anni fa

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Di Marija  Miladinovic, tvsvizzera.it

Dal contrabbando di sigarette a quello della bistecca: i tempi sono cambiati, ma la tentazione di approfittare di prezzi più convenienti oltre il confine non è scomparsa. Se una volta i contrabbandieri, le bricolle piene di bionde, percorrevano i sentieri boschivi o di montagna, oggi tentano la fortuna attraverso i valichi stradali con automobili o furgoni stipati di carne nascosta nei bagagliai o sotto i sedili. E la quantità di carne scoperta dalle autorità è in costante aumento.

Costi, dazi e standard alti

Costi di produzione, dazi e standard elevati rendono la carne venduta in Svizzera mediamente il 150-200% più cara rispetto ai prezzi reperibili nei Paesi confinanti. Una differenza di costo ghiotta soprattutto per chi, con la carne, ci lavora: in particolar modo i ristoratori e le ristoratrici. Spesso sono infatti proprio loro a tentare la fortuna cercando di introdurre la merce illegalmente in Svizzera, oppure si rivolgono a quelle che sono diventate delle vere e proprie reti di traffico.

Con il passare degli anni, la quantità di prodotti sequestrati è in aumento. A dimostrarlo, i dati forniti dall’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC). Se nel 2022, la quantità di carne confiscata in tutto il Paese era pari a 120 tonnellate, questa cifra è più che raddoppiata attestandosi a 263 tonnellate nel 2023.

Come mostra il grafico qui sotto, si può inoltre constatare che, cinque anni prima, nel 2018 erano 91 tonnellate, così come nel 2013, ossia dieci anni prima dell’ultimo dato disponibile. Nel 2008, quindici anni prima, si parlava invece di “sole” 23 tonnellate di carne sequestrata.

Da noi contattato, l’UDSC specifica che – benché le quantità indicate nel comunicato non si riferiscano a casi scoperti nel traffico turistico, ma a carne destinata alla commercializzazione – le cifre riguardanti il contrabbando sono tuttavia comunque basse rispetto alla carne introdotta legalmente.

Proprio perché si parla di fini commerciali, spiega la portavoce dell’UDSC Nadia Passalacqua, oltre all’aspetto fiscale, occorre considerare il rischio per la salute pubblica. “Se la carne viene sequestrata, non significa sempre che ci fosse l’intenzione di contrabbandarla. Ad esempio, la carne può essere confiscata anche se la catena del freddo non è stata mantenuta come prescritto”. In tal caso, per questioni di sicurezza, la merce viene poi distrutta.

L’importante aumento registrato lo scorso anno è quindi in parte riconducibile alla scoperta da parte dell’UDSC di diversi casi eclatanti e in parte al fatto che l’importazione di derrate alimentari è in aumento in Svizzera.

Smascherati tredici esercenti in una volta

Restando in tema di casi eclatanti, tra il 2016 e il 2017, l’Amministrazione federale delle dogane (che oggi si chiama Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini) ha smascherato solo in Ticino ben 13 esercizi pubblici che hanno “ordinato, ricevuto e smerciato nell’ambito della propria attività in Svizzera oltre due tonnellate tra salumeria e carne fresca, 120 litri di olio d’oliva e 75 litri di limoncello. Tutta la merce è stata importata senza essere annunciata per il pagamento dei tributi”.

Stando agli inquirenti “il contrabbando era così organizzato: il trasportatore della merce utilizzava valichi incustoditi ingaggiando anche un complice il quale, dietro compenso, gli permetteva di facilitare il passaggio del confine senza incappare nei controlli dei doganieri”. L’inchiesta è finita in tribunale nel 2020.

Un fenomeno di cui si è occupato anche il programma di inchiesta della RSI Patti Chiari e che non risparmia nemmeno il resto della Svizzera.

“Non c’è bisogno di inasprire le regole”

Dopo ripetuti casi eclatanti balzati agli onori della cronaca, qualche anno fa è stato presentato in Governo un postulato intitolato “Frenare efficacemente il contrabbando di carne”. Il Consiglio federale ha risposto stilando un rapporto, nel quale asserisce però che per ora non sussiste la necessità di inasprire le regole esistenti.

Nell’immagine: quando il contrabbando lo faceva anche lo zio


Chi vuole la pace non è un illuso, è questa politica ad aver fallito

La Svizzera deve prendere questa sentenza come un’opportunità per dare una svolta alla sua politica climatica – Di Matteo Buzzi 

Di Maurizio Maggiani, La Repubblica

Vorrei raccontarvi di come ha avuto inizio la mia storia di pacifista, è una vecchia storia e è cominciata con una canzone. Al Festival di Sanremo del 1965 fece grande successo un gruppo americano i New Christy Minstrels, si presero il primo posto assieme a Bobby Solo con la canzone Se piangi se ridi, e il secondo con Wilma Goich cantando Le colline sono in fiore, due canzoni che a un quattordicenne non dicevano niente, troppo sentimentalismo, troppa sdolcinatura. 

Il leader dei Nuovi Menestrelli di Gesù era Barry McGuire, che solo un anno dopo, quelli erano tempi che correvano molto in fretta, ebbe un successo mondiale con una canzone per niente romantica e men che meno sdolcinata, Eve of destruction, Vigilia della distruzione. Era una canzone contro la guerra del Vietnam, contro il pericolo atomico e la guerra in generale, il ritornello faceva così, but you tell me over and over and over again my friend, ah, you don’t believe we’re on the eve of destruction? La canzone ebbe anche una cover italiana scritta da un menestrello militante, Pino Masi, e divenne buona nei cori durante le manifestazioni di protesta del ’68, ’69 a cui partecipavo attivamente, ed essendo proprio un bravo canterino, ero io a intonarla. Il ritornello era tradotto così, E allora dimmi cosa vuoi di più compagno per capire che è tornata l’ora del fucile?

In una di quelle manifestazioni, ora non ricordo più il motivo di protesta, ma erano così tanti e tutti così ragionevoli che a volte si confondevano, per puro e sano narcisismo adolescenziale mi sono piazzato a fianco di un gruppo di partigiani, erano anche loro alla manifestazione con i loro fazzoletti tricolore e le bandiere trafitte di stelline dorate, il ricordo dei caduti della loro brigata, in fin dei conti il ritornello mi sembrava proprio adatto a loro. Mi lasciarono cantare e poi, con un’elegante mossa a tenaglia, mi presero di mezzo, parlò quello che mi sembrava il più anziano, aveva appuntate sulla giacca tre medaglie, mi disse più o meno così. Ah, ce l’hai il fucile ragazzo? Ne hai mai visto uno? L’hai mai fatto funzionare? No? Noi sì, tutti quanti, e sai perché imbracciavamo il fucile? Per farla finita una volta per tutte con i fucili, perché a te non succedesse mai di doverlo usare, né te né nessuno al mondo. Mai più, capisci ragazzo? Secondo te perché sono morti questi nostri compagni? Perché tornasse l’ora del fucile? Fila a casa e pensaci bene su prima di metterti a cantare ‘ste cazzate.

A casa non sono filato ma ci ho pensato e ripensato, ho avuto modo di pensarci eccome negli anni furenti che ne sono venuti, la canzone del fucile mi si è dileguata nella gola quando sono apparsi davvero i fucili per le strade. Il mio pacifismo si è fatto strada lentamente come lentamente mi stavo facendo adulto, e si è compiuto quando si è compiuta la mia età, mi sono fatto davvero uomo e davvero pacifista, un pacifista pratico assai più che teorico, con la guerra di Bosnia.

Io non ne sapevo niente della guerra; certo, i racconti, le letture, la televisione, ma toccarla è un’altra cosa. La pazzia, l’orrore, il sangue, le bombe, i fucili, certo, anche i fucili, la disperazione, e morte, morte ovunque, materia di morte, vivere per uccidere, uccidere per non morire, senza una ragione, senza una soluzione, senza una speranza che qualcosa di vivo ritorni a prima della guerra. E la stupidità, la totale e disumana stupidità, l’irresponsabilità di chi la guerra la governa. Di chi pensa e si vanta di averne le chiavi, il potere di aprire e chiudere quella porta; e così la trovata davvero geniale di affidare con gli accordi di Dayton la pace nelle mani di quel boia di Milosevic, per poi sei mesi dopo scatenargli contro la prima guerra a cui ha partecipato attivamente e compiutamente la Repubblica. Qualcuno ricorderà le scampagnate dei bravi cittadini muniti di sdraio e ombrelloni per assistere alla partenza dei bombardieri dalla base di Aviano, qualcuno ricorderà che non una bomba ha centrato Milosevic, ma molte i ragazzi dell’università di Belgrado.

È stato allora che ho capito appieno il senso e la ragione dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. No, la pace imperitura non è un delirio etilico e nemmeno la bella speranza di animi nobili, non è l’illusione ottica di cui ci avvertono gli stati maggiori dalla vista corta e gli opinionisti che la sanno lunga. I padri e le madri fondatori di questa Repubblica e delle democratiche repubbliche d’Europa nate dalle ceneri ancora ardenti della Seconda Guerra non erano né ebbri né in preda al misticismo quando scrissero le loro costituzioni; erano ben consci dell’indicibile che era appena stato, gravati per sempre dal senso di colpa di non averlo saputo impedire, il loro pacifismo fu più di un proposito, fu la pratica conseguenza dell’accaduto che divenne giuramento messo nero su bianco. La loro volontà fu di dotarsi dell’arma che ritenevano più potente ed efficace, dell’unica che potesse imporsi sulla minaccia definitiva dell’atomica, la soluzione pacifica dei conflitti, la politica, e della politica la sua creatura più sofisticata, la diplomazia. E quest’arma l’Europa non l’ha mai costruita. E il giuramento è infranto, rinnegato.

Questa è la lezione che mi sono portato a casa dall’orrore di Bosnia, come agente di pace, di là dalla sua ristretta cerchia muraria l’Europa vale zero, vale i suoi rammarichi, le sue esortazioni, i suoi auspici, zero. Lezione più che mai viva, visto che dopo trent’anni di missioni di pace, piuttosto ben armate, ovunque nel mondo ritenesse, o fosse indotta a ritenere dal partner di riferimento d’Occidente, di difendere a nome dell’umanità intera i suoi alti valori e di proporli o imporli con ogni mezzo militare idoneo a keeping peace, non solo risulta che l’Europa non è buona per la pace, ma non è neppure buona per la guerra che rinnega. Mettiamo assieme gli esiti delle nostre missioni militari e leggiamo uno scandaloso calendario di fellonie. Questo mi era già chiaro al sorgere torbido del millennio, e per questo ero a Genova assieme ai miei colleghi pacifisti d’Europa in occasione del G8, l’unico che malignamente passerà alla storia. Qualcuno ricorderà il New York Times di quel tempo, «Le enormi manifestazioni contro la guerra in tutto il mondo ci ricordano che potrebbero esserci ancora due superpotenze sul pianeta: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale».

Bene, in quei giorni la Repubblica dichiarò, onorevolmente senza nessuna ipocrisia per le forme, guerra al pacifismo. E fu guerra vera, la Guerra dei Quattro Giorni, guerra asimmetrica perché le centinaia di migliaia di giovani erano disarmati, come lo erano le suore anche se più anziane e gli scout anche se più piccoli tra tutti, tutti tranne, naturalmente, i tizi che ho visto con i miei occhi a piazza Corvetto corazzarsi di nero e armarsi di molotov sotto lo sguardo attento e curante di poliziotti in divisa. E per la seconda potenza mondiale fu l’annientamento. Due anni dopo a Roma ci contarono in tre milioni, nel mondo cento milioni, e quelli ne furono i solenni funerali. Non credo che basti una generazione per assorbire e risolvere il trauma di quelle giornate genovesi; quei ragazzi che ora sono padri e madri lo stanno trasmettendo ai loro figli supplicandoli alla cautela, all’astensione da azzardi di piazza, del resto l’attuale governo è assai generoso nelle conferme dei loro timori.

Sta di fatto che da allora il movimento mondiale del pacifismo si è polverizzato. Quello che resta è il suo pensiero, un pensiero senza corpo evidente, senza materia da porre su uno dei due piatti della bilancia della storia. Non solo parole, ci sono infiniti gesti di pace che pongono piccole pietre d’inciampo nell’inarrestabile corso guerresco ovunque nel mondo, ma i gesti non coincidono con un’azione che possa cambiare la storia, non credo. Io stesso non so più cosa sono, se un uomo di pace o un uomo sconfitto, chi dei due ha diritto di cittadinanza in questi giorni in cui sono chiamato dalla ragion pratica a esistere e a darne segno. Intanto che la storia ha preso di nuovo a correre, a correre pazzamente all’indietro. Oggi lo stato maggiore della Nato e il corollario di servizi segreti ci dicono, singolarmente ciarlieri visto che la consegna dovrebbe essere per loro stessa natura il silenzio, che il nemico non è alle porte, le ha oltrepassate, è qui, ed è guerra. E non è più il buon nemico di un tempo, il nemico leale che non ha mai infranto gli ottimi accordi di Yalta e per questo lealmente ricambiato. Ora il nemico è un mostro di follia, inconoscibile e intrattabile, capace di oltrepassare ogni limite. Dunque nessun accordo è possibile, nessuna transazione, nessuna politica, nessuna diplomazia. Sinceramente non lo so, magari è proprio così, e se è così allora è agli stati maggiori che abbiamo, noi, l’Europa, affidato la politica estera, la politica tutta in tempo di guerra.

Sarebbe bello se di questa evenienza ne fossimo formalmente informati invece che per deduzione, sarebbe un bel gesto di democrazia avanzata. Ma, almeno al momento, siamo costretti a dedurre; e allora guardo e riguardo il ritaglio che mi sono fatto della fotografia, così diretta, così drammatica, così “bella”, del presidente Macron che carico di adrenalina e sudore sta pugilando non si sa bene contro chi, e voglio sperare che si tratti solo di un malcapitato sacco da allenamento, e sì, non mi viene da pensare ad altro che alla guerra, alla guerra a cui i popoli d’Europa devono prepararsi per tempo, proprio come lui. Comunque sia di guerra si parla e si decide ai massimi livelli, il riarmo europeo è già in atto e si discute solo di come incrementarlo e in che modo, già si avvisano i cittadini d’Europa che la prossima ventura sarà un’economia di guerra, meno infrastrutture e spese sociali e più materiale bellico. L’Ucraina è ora solo il paesaggio provvisorio, la prima scena, ora la sua difesa implica la difesa dell’intero continente. E va bene, magari le cose stanno così, che la nuova e definitiva guerra d’Europa è inevitabile, ma mi piacerebbe che me lo spiegassero per filo e per segno, ne ho il diritto perdio, e le spiegazioni sono vacue, peggio, sediziose.

La cosa che proprio non tollero, è la narrazione, ormai universalmente praticata, che la pace imperitura in Europa non sia stata che un’illusione carica di malefici esiti, e le nostre carte costituzionali siano da purgare dalle illusioni per adeguarle alla forza della realtà che impone ora di infrangere senza patetiche dissimulazioni il giuramento, e rinnegarlo. Bene, magari la guerra è lì che ci aspetta, magari Putin oltre agli altri suoi deliri è anche posseduto dal delirio di autodistruzione, ma prima di chiedermi di fondere gli aratri per farne cannoni, vorrei che gentilmente mi si mostrassero le carte da dove evincere quali e quanti e quanto intelligenti sforzi sono stati fatti negli ultimi trent’anni per non arrivare a questo punto. Le carte, non i discorsi. Prima che i nostri figli si mettano in fila per il fronte, i cittadini d’Europa ne hanno diritto. Per il momento, fatto oltremodo rassicurante, al fronte ci vanno, o ci mandiamo, i figli degli altri, come da antica tradizione. A costo di passare per un nemico della Patria, per un membro della quinta colonna già operante nella sua aggiornata forma di guerra ibrida, vorrei gentilmente porre una questioncina d’onore agli stati maggiori, a loro visto che agli organi democraticamente eletti porre domande è ormai di cattivo gusto: siete in grado di rassicurarmi che dell’Ucraina, in guerra da due anni – e per quanti ancora? -, non accadrà come per l’Afghanistan? Che fu il punto d’onore dell’Occidente tutto liberarlo dalla schiavitù talebana a costo di ancora incalcolate perdite di vite e risorse, per poi, dopo otto anni di sfacelo, lasciarlo alla sua schiavitù con un atto di fellonia assunto al sublime? E sì, questa è la mia sconfitta, non ho che domande, e nessuna risposta.