“La neutralità non è indifferenza”. Affermazione di Ignazio Cassis. Più che condivisibile. Ma poi, nei fatti, in che modo la Confederazione, e chi ne guida la diplomazia, la mette in pratica rispetto alla tragedia di Gaza? Con incoerenza, ambiguità, cinismo. Lo dicono i fatti. Che sono così riassumibili. Mentre al Palazzo di vetro la Svizzera, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, vota la risoluzione (finora inapplicata) del cessate il fuco, della liberazione di tutti gli ostaggi israeliani, e per l’immediato accesso nella Striscia degli aiuti umanitari, a Berna si suona un’altra musica, del tutto diversa: si prosegue infatti col blocco delle sovvenzioni svizzere all’Unrwa, Agenzia insostituibile e indispensabile per l’assistenza (alimentare, scolastica, abitativa) ai palestinesi.
Motivo, la denuncia israeliana a dodici impiegati dell’organizzazione di aver partecipato con Hamas all’orribile massacro anti-ebraico del 7 ottobre (1.200 vittime, circa 300 prigionieri). Dodici collaboratori presunti colpevoli e comunque subito licenziati, su oltre diecimila impiegati. Notizia grave e preoccupante, che aveva indotto molte altre nazioni, insieme alla nostra, a bloccare i sussidi. A fronte del precipitare della disastrosa situazione umanitaria a Gaza (32 mila morti in sei mesi – un terzo bambini -, innumerevoli feriti, famiglie spezzate, minori orfani, mancanza di medicinali, alimentazione ai limiti della sopravvivenza), diversi paesi ci hanno ripensato (fra gli altri Canada, Gran Bretagna, Germania, Svezia, Giappone), ma non la Svizzera. La Svizzera procede con comodo. Una decisione definitiva sarà presa solo dopo discussione nelle due commissioni estere delle Camere, se andrà bene a fine mese, e dopo aver ottenuto maggiori informazioni (ma da chi? mistero) su quanto accaduto. Insomma, ai palestinesi Berna chiede di pazientare. Perché all’Onu si assicura una cosa, ma a Berna no.
Ignazio Cassis dovrebbe spiegarcelo. E magari rispondere anche alla puntuale critica del prof. Yves Sandoz, docente svizzero di diritto umanitario internazionale, che, argomenti alla mano, rimprovera alla nostra politica estera (Le Temps, 6 aprile scorso) una posizione nettamente filo-israeliana. Del resto, fu lo stesso consigliere federale a sostenere anni fa che i campi profughi palestinesi e l’esistenza stessa dell’Unrwa sono ostacoli alla pace, meglio l’integrazione di milioni di palestinesi nei paesi arabi che li ospitano. In perfetta sintonia con le tesi dello Stato ebraico. Irritazione Onu. Inutili le successive riparatorie precisazioni.
L’Unrwa (che non è Hamas, ma contro la quale Israele conduce da anni una campagna di delegittimazione) garantiva fino a qualche settimana fa un povero pasto al giorno a un milione di palestinesi; oggi un minore su tre nel nord della Striscia soffre di gravissima malnutrizione. Ora Netanyahu ha ceduto, almeno in parte, a Biden, aprendo la sua frontiera settentrionale di Erez a scopi umanitari. Ma il cibo è sempre stato un mezzo di pressione nei confronti di Gaza. E a Ignazio Cassis, che trova i giornali noiosi e inutili, consigliamo quantomeno la lettura di uno studio pubblicato dalla rivista americana “The New Yorker”. Titolo “La strada verso la carestia”. Segnala come già prima del 7 ottobre, detenendo anche il controllo delle importazioni alimentari, Israele potesse usare la fame come “arma di guerra”.
Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: la prima volta di Ignazio Cassis al Consiglio di sicurezza dell’ONU (gennaio 2023)
Ombre svizzere su un genocidio
C’era un’istantanea che in quegli anni era quasi iconica e voleva diffondere l’idea di quanto utile, simpatica, e caratteristica fosse la politica svizzera di aiuto al povero Ruanda. L’istantanea di autopostali gialli, come i nostri; col muso lungo o piatto, come i nostri; con i clacson imperiosi, gli stessi che squarciano i silenzi delle valli svizzere; e passeggeri locali visibilmente allegri, beh questi non proprio come i nostri.
Erano gli Anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, e il “giallo” di quei veicoli si arrampicava sulle strade del piccolo paese africano, detto anche delle “mille colline”. Imitazioni? No. Quei veicoli erano proprio svizzeri, orgogliosamente “made in Switzerland”, come la cioccolata, gli orologi, le banche (ma erano altri tempi). Dismessi, i mezzi di trasporto simboli dell’operosità e peculiarità confederata, venivano regalati e inviati al governo di Kigali. Un tocco elvetico fa sempre piacere.
Come ci si era arrivati? Tempo prima, Berna, un po’ sotto pressione e criticata nel Continente come nazione opulenta ma troppo sparagnina nel soccorso internazionale, aveva preso una decisione ‘strategica’: proprio il Ruanda doveva diventare prioritario, e rappresentare il modello virtuoso nel nostro aiuto umanitario all’estero. I fondi necessari non vennero lesinati, i progetti si moltiplicarono, così come le buone idee da suggerire, predisporre e in parte finanziarie. Non vi bastano gli auto-postali? Ecco allora un esempio più ‘serio’: la nascita in pieno continente nero di una rete di piccole banche locali popolari, sul modello delle elvetiche Raiffeisen.
Suggerimenti e investimenti (in totale circa 500 milioni di franchi, non pochi per l’epoca) apprezzati dal governo locale. Tanto che nell’ex colonia (prima tedesca, poi belga) furono ben sei gli svizzeri ingaggiati come consiglieri personali dai presidenti ruandesi. Tutti rigorosamente Hutu, etnia maggioritaria e più povera; per contro tutsi quella minoritaria e più istruita. Non che i cooperanti svizzeri non vedessero il tarlo delle tensioni inter-comunitarie, che già provocavano regolarmente improvvise fiammate di violenze contro la minoranza. “La Svizzera – disse poi lo storico Lukas Zürcher, autore di una ricerca sul tema – non minimizzava affatto il problema, ma aveva deciso di non denunciarlo”. Al potere c’erano gli Hutu, e con loro bisognava stare e collaborare nonostante tutto. Fu addirittura elaborata una teoria stramba e giustificatoria, così spiegata, sempre dal professor Zürcher: “Era stato tracciato un parallelismo fra la situazione ruandese e la Svizzera del Medioevo, in cui i tutsi erano assimilati agli Asburgo e gli hutu ai Confederati”. Da non credere.
In realtà, c’era anche l’ambizione elvetica di far parte di un progetto più generale di neo-colonialismo, e la volontà di inserirsi nel disegno occidentale della guerra fredda, per impedire lo scivolamento dell’Africa verso il modello comunista. Comunque, la neutralità elvetica continuava ad essere la favola perfetta per giustificare il silenzio svizzero sulle prime stragi in Ruanda: non si ficca il naso negli affari interni di un’altra nazionale. Così il modellino elvetico-africano sembrava funzionare.
il risveglio non poté essere più violento. Attentato del 16 marzo 1994, abbattimento dell’aereo con a bordo il presidente Juvénal Habyarimana, che tra i suoi consiglieri aveva avuto lo svizzero Charles Jeanneret (salario 200 mila franchi all’anno per 11 anni). L’odio e la vendetta anti-tutsi scatta come un lampo. Sconsiderati e fanatici appelli radio, milizie organizzate all’assalto, gruppi di semplici cittadini inferociti, machete, bastoni, pietre; caccia spietata anche a donne e bambini; incendi e saccheggi; infinite mutilazioni; sul terreno e nelle acque dei fiumi i cadaveri abbandonati, terribile monito e simbolo di una tragedia sconvolgente. Fu genocidio.
Ottocentomila morti in appena 100 giorni di barbarie e follia. Come se si fosse scatenato l’irresistibile impulso omicida nel fare i conti nel peggiore dei modi possibile; retaggio storico da tempo superato nei fatti ma che immediatamente era tornato ad agitare la memoria collettiva e ad avvelenare il sangue degli hutu, trattati da schiavi da colonizzatori che avevano sempre privilegiato i tutsi, ritenendoli più evoluti ed affidabili. Razzismo del razzista civilizzatore
Quindi, postuma punizione collettiva. Fin quando un giovane comandante tutsi di nome Paul Kagame – oggi presidente al terzo mandato, filo-occidentale e soprattutto pro-americano, che ancora interviene militarmente nei paesi confinanti (come il Congo) per mettere le mani su preziose abbondanti materie prime, non un dittatore sanguinario ma che tiene a bada con metodi spicci l’etnia un tempo padrona del Ruanda – , fin quando non riuscì a organizzare un esercito non grande ma motivato per una rapida controffensiva militare, che fece molte altre vittime prima di poter marciare vittorioso sulla capitale. Guerra civile congelata nel sangue. E nemmeno è detto per sempre.
E la cooperazione svizzera? Fa ancora la sua giusta parte, rappresenta circa il 5 per cento dell’aiuto internazionale al Ruanda. Ma certo, nessuno osa più sognare quel piccolo Stato africano trasformato in fantasioso, illusorio, improponibile modellino da “Svizzera in miniatura”.
Nell’immagine: alcune delle 800’000 vittime del genocidio ruandese (foto SRF)
Ruanda, la resistenza che poté solo rallentare il genocidio
Bisesero è una località nell’ovest del Ruanda tra i comuni di Gishyita e Gisovu, una catena di colline ripide, coperte di foreste ricche di corsi d’acqua. La regione, abitata da tre clan – Abanyiginya, Abakono, Abahima – che vivono come una sola comunità tra isolamento relativo e solidarietà, è la terra natale dei tutsi conosciuti col nome di abesesero, figure eroiche perché, nel corso degli anni, sono riusciti a resistere e sopravvivere ai conflitti manifestatisi dopo l’indipendenza. Come ricorda Efesto Habiyambere, prima del genocidio «a Bisesero c’erano molti ragazzi e ragazze. Di giorno si ritrovavano su una collina per fare sport. Giocavano anche quando dovevano curare le vacche. Pochissimi tutsi di Bisesero avevano studiato. Si occupavano solamente di vacche».
Nella lontana capitale Kigali il genocidio cominciò la sera del 6 aprile 1994, nemmeno un’ora dopo l’abbattimento del jet Falcon con a bordo il presidente ruandese Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira. Nell’area di Bisesero, i tumulti cominciarono un giorno dopo. Gishyita fu uno dei primi comuni dove gli estremisti cominciarono la caccia ai tutsi e organizzarono le bande ma l’avanzata delle milizie venne bloccata a Bisesero dove tutta la popolazione, disarmata, scese nelle strade. Ciò fu possibile perché fra hutu e tutsi si era creato un legame particolare che però con il passare dei giorni venne meno.
Il prefetto di Butare, Jean-Baptiste Habyalimana, unico tutsi a ricoprire quella carica in tutto il paese, cercò di mantenere la situazione più pacifica che potesse, e questo richiamò nella zona ancora più persone fiduciose di potersi salvare. Il 17 aprile venne arrestato e poi ucciso: a quel punto nessuno si sarebbe più opposto ai piani genocidari.
Per comprendere l’olocausto di Bisesero occorre ricordare che molti profughi vi arrivarono stremati ed esausti, dopo essere sopravvissuti a stragi di massa precedenti: il 12 aprile municipio di Rwamatamu, il 15 parrocchia cattolica di Mubuga (5.000 uccisi), il 16 parrocchia dell’ospedale degli avventisti di Mugonero (6-7.000), il 17 parrocchia di Kibuye e foyer di Gitesi, il 18 stadio di Gatwaro (15-20.000), il 28 e 29 colline di Kizenga
Sulle colline di Bisesero con il trascorrere dei giorni arrivarono circa 50 mila persone che si distribuirono capillarmente, e scelsero dei comandanti carismatici tra gli abesesero: Aminadabu e Nzigira Birara, Siméon Karamaga, Aron Kabogora.
Tra una collina e l’altra gli attacchi venivano segnalati a suon di tamburo e questo permetteva di organizzare le difese. Le due regole basilari da rispettare erano: rimanere in gruppo il più compatti possibile, non nascondersi nella foresta e rimanere negli spazi aperti per contrattaccare ed evitare le imboscate.
La modalità di combattere degli abesesero in kinyarwanda è chiamata mwiuange sha, mescolarsi, una resistenza primaria costosissima in termini di vite umane. Gli uomini più forti occupano le prime file, le donne quelle intermedie e i bambini stanno dietro. Tutti sdraiati per non farsi vedere, al momento opportuno lanciano il contrattacco. Da dietro, agli uomini che scattano e si lanciano in mezzo al nemico per poi passare al corpo a corpo, vengono continuamente passate pietre, tronchi, finanche zolle di terra. Mischiarsi e lottare a distanza ravvicinata evita che gli attaccanti possano utilizzare armi da fuoco e granate.
Gli assalti più sanguinosi avvennero in maggio. Il 13 e il 14, organizzati dai ministri del governo transitorio, vi parteciparono più di 10 mila persone: miliziani, membri delle forze armate ruandesi, artigiani, operai, contadini e gli abitanti dell’aerea.
La notte del 13 è ricordata dai superstiti per la presenza di razziatori e di miliziani, di cani affamati e altri animali selvatici e per le grida dei feriti. Stremati dall’assalto, affamati e assetati essi passarono ore drammatiche a riconoscere i famigliari e dar loro una sommaria sepoltura. Le testimonianze dei sopravvissuti riportano cifre drammatiche: in due giorni venne ucciso il 90% delle vittime complessive di Bisesero. «Non ho potuto trovare il sentiero perché c’erano cadaveri dappertutto» raccontò un testimone ad African Rights. Quel giorno vennero visti dei bianchi che si muovevano e davano ordini come fossero i registi dell’attacco e che usarono una o più mitragliatrici e un mortaio. La presenza di francesi e belgi non emerse né nei processi del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e nemmeno i quelli celebrati in loco, eppure i loro movimenti in quei giorni vennero segnalati in più luoghi. Altri assalti vennero fatti il 20 e il 21 maggio, il 25 e il 30, passarono alcune settimane e poi ancora il 18 e il 21 giugno.
Ad un certo punto, gli assassini vennero dotati di nuovi machete made in Cina, più pratici ed efficienti: impugnatura di plastica e lama affilata su entrambi i lati. Con un colpo solo veniva inferto il doppio del danno. Le armi arrivavano da Goma, in Congo, tramite canali consolidati da anni che nemmeno nei tre mesi del genocidio vennero interrotti. A questo proposito, è una verità storica assodata la responsabilità della Francia che finanziò e armò i genocidari. In base al censimento del 1991, gli abitanti della prefettura erano 473.920. Stando alle cifre fornite dall’associazione Ibuka, a Bisesero su 71.225 tutsi ne vennero uccisi 59.050 tutsi (82,9%). Si tratta di numeri devastanti.
La resistenza dei tutsi a Bisesero è una pagina di storia straordinaria. Uomini, donne, bambini, anziani, feriti combatterono strenuamente, in principio organizzati dagli abesesero, poi per istinto di sopravvivenza. Il genocidio non venne fermato ma venne rallentato. Non sarebbe potuto accadere altrimenti, impossibile prevalere su decine di migliaia di assassini.
Su Bisesero non esistono foto, filmati, documenti. Ma abbiamo centinaia di testimonianze orali che dovrebbero far riflettere sulla pericolosità delle milizie organizzate dal potere.
Nell’immagine: il centro commemorativo del genocidio di Bisesero
“L’audizione” di Lisa Gerig: un documentario d’inchiesta che ci apre gli occhi
Ha letteralmente fatto il botto: il Prix de Soleure alle Giornate del cinema; lo Swiss Film Award quale miglior documentario dell’anno; il Zürcher Filmpreis. E ha già girato i festival più importanti in ambito documentaristico (Saarbrücken, Kassel, Varsavia, Bilbao, Sheffield, Copenhagen, Toronto). Insomma, non ha lasciato indifferenti né da noi né all’estero L’audizione (Die Anhörung), scritto e diretto dalla regista Lisa Gerig (1990), co-prodotto da Ensemble Film e da SRF SSR.
Offerta dalla sezione luganese de I Verdi, condotta da Niccolò Castelli, l’anteprima ticinese ha avuto luogo giovedì 4 aprile. Erano presenti anche due dei protagonisti (Pascal Onana, originario del Camerun, e Demian Cornu, ex collaboratore della Segreteria di Stato della migrazione SEM).
Almeno tre le ragioni che dovrebbero spingerci a vedere il documentario:
L’audizione affronta un tema scomodo, controverso e sempre attualissimo: l’iniziativa più recente, No a una Svizzera da 10 milioni-Stop all’immigrazione di massa, è stata lanciata dall’UDC il 4 luglio 2023; dopo il sì alla 13esima AVS, qualcuno ha già indicato che, per finanziarla, si potrebbero recuperare mezzi oggi destinati al settore dell’Asilo, costantemente sotto pressione da anni. I dati ufficiali più recenti pubblicati dalla Confederazione dicono che, nel solo mese di febbraio 2024, sono state 2’449 le richieste d’asilo. Sempre in febbraio sono state 934 le nuove domande accolte e 520 le ammissioni provvisorie; 819 persone hanno invece lasciato la Svizzera, sono state rimpatriate o trasferite in uno Stato terzo.
Per l’argomento trattato e per il rigore con cui è stato realizzato, è un solidissimo esempio di inchiesta giornalistica: fredda nell’esposizione dei fatti, apparentemente neutra (anche se l’autrice ha più volte sottolineato in sala l’inalienabilità, la quasi sacralità dei diritti umani e del loro rispetto), ma in grado non solo di sollevare interrogativi, bensì di emozionare. Senza perdere di vista altre domande: il sistema attuale garantisce equità e correttezza? Le procedure sono rispettose della dignità degli individui? Collaboratrici e collaboratori della SEM sono scelti con l’accuratezza che il loro ruolo e il loro potere decisionale richiede? Insomma, il percorso in materia d’asilo attualmente seguito dal nostro Paese è adeguato? Perfezionabile?
L’audizione ci riporta a un clima – diverso per contingenze, ma non per sostanza – che il nostro Paese ha già vissuto, nel 1968, con l’iniziativa Schwarzenbach, che chiedeva di limitare al 10% la popolazione straniera. Venne respinta dal 54% dei votanti (maschi; le donne ebbero il diritto di voto e di eleggibilità solo 3 anni dopo). Allora gli “stranieri” erano in massima parte italiani; nel documentario di Lisa Gerig, i protagonisti – due donne e due uomini – vengono da altri Continenti: una è una transgender srilankese, una nigeriana, uno afghano e uno camerunense. Tutti e quattro ripresi nella fedele ricostruzione dell’audizione che permetterà ai funzionari della SEM di accertare la bontà e la veridicità (forse meglio dire l’attendibilità) delle ragioni che li spingono a chiedere asilo.
Lungo la prassi che un richiedente l’asilo deve affrontare, è proprio questo l’appuntamento decisivo: è durante questi confronti – a porte chiuse, che possono essere più di uno e durare da 2 a 10 e persino 15 ore – che il candidato si gioca tutte le carte. Deve rispondere alle domande, spiegare, precisare, dimostrare, documentare, convincere. Deve mantenere la calma, l’autocontrollo, anche di fronte ad apparenti provocazioni e nonostante la sua sia una posizione assai fragile: con sé, oltre ai traumi psicologici, porta timore, vergogna, difficoltà linguistiche e culturali, anche se può contare su di un interprete, oltre che sul patrocinio legale gratuito.
Per verificare la credibilità dei racconti delle persone che si trovano di fronte, i funzionari del SEM sono stati formati all’uso di tecniche d’interrogatorio. Così si spiega il clima che L’audizione documenta: raffiche di domande, ripetute con insistenza, che toccano anche gli aspetti più intimi; quasi tutto è consentito per portare alla luce eventuali contraddizioni e incoerenze e per verificare i reali rischi ai quali i singoli richiedenti l’asilo verrebbero esposti in caso di rimpatrio.
Negli 81 minuti del film la tensione è costantemente alta. Ricostruiti dalla regista (che è riuscita a guadagnarsi la fiducia tanto dei candidati all’asilo che dei funzionari che li interrogavano), quelli a cui assistiamo non sono dei colloqui, ma assomigliano piuttosto – i primi a dirlo sono i quattro protagonisti – a veri e propri processi. I locali dei Centri federali d’asilo diventano aule di tribunale; gli interrogati quasi degli accusati. Visti dalla controparte, i collaboratori della SEM appaiono come freddi procuratori pubblici che scavano in profondità, esigono dettagli e prove, confondono chi hanno davanti interrompendone anche bruscamente il racconto, fanno pesare il loro potere. Chiamati al massimo rigore, conducono le danze con fare spesso sgradevole, tanto da sembrare talvolta prevenuti ancor prima di iniziare.
Per i quattro richiedenti l’asilo parlano gli sguardi, spesso fissi, abbassati o persi nel vuoto, la mimica, il tono di voce. Anche grazie a queste immagini (di Ramón Giger) e all’efficace montaggio (di Ruth Schläpfer) assistiamo a un documentario che ha, a tratti, valenza cinematografica e, come vedremo più avanti, almeno negli ultimi 25 minuti, anche teatrale.
A uno dei richiedenti, che si dichiara cieco dall’occhio sinistro dopo essere stato gravemente ferito con un colpo di manganello dalla polizia del suo Paese d’origine, il funzionario svizzero (la figura più emblematica) replica, apparentemente conciliante: “Non sono in grado di accertarlo. È davvero così?”. Un’altra richiedente si commuove, ma l’interrogante, dopo qualche secondo, interrompe l’audizione e chiede a una collaboratrice, presente in aula, di verificare quando esattamente la lacrima si è materializzata, in quale momento preciso del racconto, se sia stata o meno provocata dalla richiedente stessa sfregandosi gli occhi.
Poi però – ed è questa la sorpresa, il guizzo registico – ecco il rovesciamento, l’inversione dei ruoli. Da anni attivamente impegnata nella ONG Solinetz, diretta da sua sorella Hanna, dove ha seguito un gruppo di ospiti del Centro di detenzione amministrativa di Zurigo, sul finale, la regista cambia le regole e inverte le parti. Adesso sono gli interrogati ad interrogare chi, fino a pochi minuti prima, conduceva il gioco. Eccoli dunque provocare, a loro volta, collaboratrici e collaboratori della SEM in un crescendo degno di una pièce teatrale se non fosse tragicamente vissuto: “Comment gérez-vous le fait que la plupart des requérants l’asyle sont traumatisés?”; “Pensez-vous d’être à mesure de déterminer quelle histoire est vraie et quelle est fausse?”; per arrivare alla battuta più drammatica, quella che riassume l’intero documentario, quella che non scorderemo, della donna di Sri-Lanka: “Cette personne a le pouvoir de décider.Pour elle c’est un job, pour moi c’est ma vie”.
Bella l’idea, forse taumaturgico l’effetto sui quattro richiedenti, meno il risultato. Perché, pur permettendo loro di rovesciare addosso ai funzionari della Confederazione tutto il loro disagio, spingendoli ad immedesimarsi anche solo un po’, resta l’impressione di disparità, confermata del resto dall’ex collaboratore della SEM presente in sala: per lui essere eccezionalmente interrogato da un asilante era un gioco; per chi gli stava di fronte l’audizione, quella vera, era un passaggio cruciale, esistenziale.
Assistendo alla proiezione pensavo alla stracitata frase di Max Frisch “Wir riefen Arbeitskräfte, es kamen Menschen”. L’aveva scritta nella prefazione a un libro del regista Alexander J. Seiler uscito nel 1965. Il brano è stato pubblicato anche in italiano. Seiler (1928-2018) è uno dei padri della documentaristica svizzera d’autore: suo Siamo italiani, del 1964, in cui, forse per la prima volta, ai Gastarbeiter – che non potevano portare con sé la famiglia e potevano soggiornare in Svizzera per non più di 9 mesi all’anno – veniva data voce.
Più o meno contemporaneamente, nella Svizzera romanda, lo stesso argomento venne affrontato da alcuni tra i capifila del Nuovo cinema svizzero (Goretta, Soutter, Tanner). Seguirono La barca è piena (1981), di Markus Imhoof (cinque ebrei riparati in Svizzera nel 1942, ma poi respinti alla frontiera), o ancora Il viaggio della speranza (1990, premiato con l’Oscar quale miglior film straniero), di Xavier Koller (la tragedia di un bimbo curdo morto di freddo sul Passo dello Spluga mentre, con il papà e la mamma, tentava di entrare illegalmente in Svizzera).
Un altro, diverso precedente cinematografico in tema di stranieri e loro integrazione/naturalizzazione risale al 1978: è I Fabbricasvizzeri(Die Schweizermacher), di Rolf Lyssy, che resta in assoluto il film svizzero più visto da sempre. L’ironia caustica che attraversa quella pellicola non la ritroviamo certo in L’audizione, anche se non mancano brevi momenti involontariamente comici, come la verbalista chiamata a trascrivere qualche nome di persona o di luogo della lingua tamil, o alcune fasi del capovolgimento dei ruoli, in cui gli interrogatori condotti sui funzionari assumono i toni della parodia.
L’audizione è in cartellone in questi giorni al Cinema LUX art house di Massagno
Nell’immagine: una scena del film
Disagio giovanile: educare alla bellezza
Si parla molto dell’aumento del disagio giovanile: ragazzi che appaiono fragili, vulnerabili, in crisi e con un vuoto identitario sempre più dirompente. Questo disagio viene sempre di più accostato a comportamenti etero o auto-aggressivi causati dall’abuso di social e videogame che negli ultimi tempi hanno visto aumentare le richieste di aiuto in tutti i Servizi psichiatrici.
Famiglie e ragazzi hanno spesso difficoltà a trovare un percorso di ascolto e assistenza in tempi brevi. Le liste di attesa allungano i tempi per la prima visita con il rischio che le condizioni dei ragazzi peggiorino. Una situazione che sta diventando allarmante secondo gli specialisti, medici, politici e addetti ai lavori. Sono, inoltre, in aumento i “casi complessi”, ossia quelle situazioni che si presentano da subito come casi critici, bisognosi di un approccio multimodale, articolato attorno ad una comprensione profonda del caso da parte delle Istituzioni, e che richiederebbero interventi diversificati nei vari contesti: familiare, ambientale, scolastico e sociale.
A mio avviso è necessario un lavoro sinergico di tutte le Istituzioni per creare iniziative di prevenzione precoce che sappiano rispondere al disagio minorile: attraverso la prevenzione precoce è possibile intervenire già nella prima infanzia, sia sui fattori di rischio individuali, come il temperamento, sia su quelli sociali, ambientali e familiari. Serve una politica della prevenzione e della promozione della salute che preveda il potenziamento di un sostegno e di un ascolto diverso nei luoghi in cui si può intercettare il disagio: penso alla scuola, ai gruppi sportivi, ai centri giovanili. Serve impegnarsi tutti in un modello educativo comunitario che non si limiti soltanto a dare risposte sul qui ed ora, poiché queste non portano a cambiamenti di fondo.
E allora cosa si può fare? Pensare ad una progettualità che metta in dialogo il mondo della scuola, dell’arte e della cultura, della musica e dello sport con l’obiettivo di “educare alla bellezza”. Valorizzare le arti come strumenti che favoriscono lo sviluppo delle potenzialità espressive e creative nei singoli individui, nelle relazioni e nella società, fino a creare un circolo virtuoso e crescere sempre di più in nome di una “Comunità educante” dedita al benessere della persona. È importante prevedere iniziative volte ad accogliere e valorizzare la capacità progettuale e creativa dei giovani attraverso le discipline artistiche e sportive che possano essere attrattive tanto quanto una full immersion in un videogioco. A pensarci bene il videogioco
È un’espressione sociale, culturale e tecnologica tra le più rilevanti della contemporaneità: è insieme un modello per unire, per apprendere, è libertà di scelta, riflessione, problem-solving, esercizio della fantasia e parte integrante della cultura. Allora, piuttosto che demonizzare la tecnologia, i social e i videogames, che ai nostri occhi non fanno altro che aumentare il rischio di isolamento, alienazione sociale e dipendenza, proviamo a trarne spunto per favorire una società che tenga conto di più dimensioni: economica, sociale, culturale, artistica. Una società che tenda ad una diversa comunicazione tra Sé e l’altro.
Platone interpretava perfettamente i nostri tempi: “Non inducete i ragazzi ad apprendere con la violenza e la severità, ma guidateli invece per mezzo di ciò che li diverte, affinché possano meglio scoprire l’inclinazione del loro animo”.
Elvira Rigillo è psicoterapeuta
Lugano, città oggi in mano ai populisti in guerra tra loro
Fortunatamente la cittadinanza di Lugano può contare sul buon lavoro di tante impiegate ed impiegati dell’Amministrazione comunale, delle e dei docenti delle scuole comunali, nonché delle/dei dipendenti degli enti autonomi cittadini: e questo in tanti ambiti.
Tuttavia in una campagna elettorale occorre evidenziare anche i problemi politici della Città, per poter cercare di migliorarla, compito che spetta anche e soprattutto alla sinistra.
Sul piano strutturale Lugano è ancora troppo piccola. Fatica a finanziare i grandi progetti a causa della latitanza dei Comuni vicini, le cui finanze sono spesso molto solide. Istituzioni di indubbio valore come il Polo sportivo, il LAC, il Museo d’arte, l’Orchestra della Svizzera italiana, la Compagnia Finzi Pasca ed altre, per quanto riguarda i finanziamenti comunali, sono a carico in massima parte della Città, anche se producono attività che vanno a beneficio di tutto il Luganese (ed oltre).
La medesima situazione si riscontra nel settore sociale: ad esempio, la lotta alle dipendenze nella regione (retta dalla convenzione con la Fondazione Ingrado) è perlopiù a carico della Città. Dato che manca una legge cantonale che regoli questi aspetti, il Municipio dovrebbe proporre modifiche legislative al riguardo, concertandosi con gli altri Comuni-polo del Cantone.
L’esecutivo cittadino, inoltre, dovrebbe prestare attenzione ai cambiamenti delle leggi fiscali cantonali, che hanno ripercussioni negative su Lugano. Sinora non lo ha mai fatto. In particolare il Municipio ha taciuto sulla modifica della legge tributaria, che permette di differenziare il moltiplicatore d’imposta comunale per le persone giuridiche, e non si è pronunciato sulle perdite fiscali causate dalla modifica di legge in votazione il 9 giugno, che va a favorire le persone più facoltose.
Sul piano “interno” il Municipio guidato da Lega-UDC ha mostrato una serie di gravi debolezze. Tra queste si annoverano atti illegali come la demolizione dello stabile all’ex Macello o la negazione della compensazione integrale del carovita alle/agli 800 dipendenti di Lugano Istituti Sociali (LIS), che vengono discriminati rispetto agli altri dipendenti della Città.
Vi è poi la carenza di dialogo del Municipio con le commissioni di quartiere, ad esempio in relazione alla tutela del Parco di Cortivallo (Besso), alla costruzione della strada e dell’autosilo nel nucleo di Biogno / Breganzona (che hanno suscitato ben 43 opposizioni) o al progetto di asilo-nido a Pregassona (abortito lo scorso 25 marzo).
Deprecabile è anche l’accordo dell’esecutivo cittadino con gli speculatori di criptovalute di Tether, società sita a Tortola nelle Isole Vergini, noto paradiso fiscale.
Infine vanno deplorate la scarsa tutela degli immobili di pregio, ma anche la debole attenzione alla sostenibilità ambientale e alla cultura dal basso.
Simili scelte profondamente errate meritano senz’altro di essere sanate, rispettivamente cambiate, con un voto della cittadinanza per la sinistra alle elezioni del 14 aprile.
Per concludere: in queste elezioni cittadine assistiamo anche alla lotta interna ai populisti di destra per la poltrona di Sindaco, tappa nella lotta politica tra Lega e UDC concreta pure su scala cantonale: una lotta nella quale le cittadine e i cittadini progressisti devono assolutamente evitare di farsi invischiare.
Raoul Ghisletta è candidato al Municipio di Lugano (La Sinistra)
Nell’immagine: quando la lotta diventa dura, i duri le sparano grosse. In uno dei suoi tanti video elettorali il sindaco uscente afferma: “Da fieri luganesi siamo assolutamente consapevoli dei pregi della nostra città e della sua evoluzione. Purtroppo non possiamo dire lo stesso del resto del Paese, dell’Europa e del mondo“.
Ciao ragazzi. Eccomi di nuovo qui. Sono passati 15 anni da quella notte che per voi non è mai finita. Vergare questa lettera ogni 12 mesi è diventata una fatica. Rammendare su un foglio bianco i fili dei ricordi e tornare a legare il dolore al grande vuoto che ci avete lasciato è arduo. Anche questa volta però non voglio arrendermi e provo a raccontarvi l’anno che abbiamo alle spalle. Fra poco più di un mese tu, Maria Paola, avresti compiuto 31 anni e tu, Domenico, all’inizio di agosto, 33. Non riesco nemmeno immaginare come potrebbe essere la nostra vita se voi foste ancora qui. L’altra sera insieme a mamma Dina, con un velo di malinconia, ci siamo detti che in questa tarda stagione della nostra vita avremmo sognato di passare tanto tempo a baloccarci con i nipotini.
Portarli a spasso in carrozzina, cullarli per farli dormire, spazientirsi quando avrebbero fatto i capricci, preparare pranzi e cene per stare insieme come una grande famiglia. Ma ormai ci è vietato persino sognare. Quello che ci resta sono i vostri sguardi e i vostri sorrisi filtrati da 15 anni di rabbia, amarezza, nostalgia, sofferenza, notti tormentate e giorni che non fanno sconti. La vita continua fra mille incognite, bollette da pagare, inciampi a ogni angolo, salute che traballa e che ci ricorda che siamo ormai nelle ore del tramonto. Quest’anno posso dirvi che finalmente è iniziata la ricostruzione della nostra casa fra via Oppieti e via dei Calzolai. Ma c’è poco da festeggiare.
Ci vorranno quasi tre anni per i lavori. Se tutto va bene la riavremo a 20 anni da quei 20-30 secondi che l’hanno distrutta facendone la vostra tomba. Vi risparmio i dettagli di come si è giunti all’avvio del cantiere. Modello L’Aquila, ricostruzione etica, rinascita sociale. Frasi e parole buone per i convegni. La realtà è ben diversa. La nostra (vostra) biblioteca-archivio tornerà in via Oppieti e sarà scrigno di memorie vecchie e recenti. Oggi a Onna si vedono case ricostruite, macerie, qualche cantiere aperto, altri aggregati in attesa. Ci vorrà tempo per vedere la fine della ricostruzione privata. La situazione è invece all’anno zero per quanto riguarda gli spazi pubblici e i sottoservizi.
Strade, piazze, pavimentazione, slarghi, illuminazione, arredo urbano, verde attrezzato, numeri civici: tutto di là da venire. Per ora sappiamo che le vie man mano che sarà necessario saranno asfaltate (nero vivace) e così resteranno per generazioni fra una toppa e l’altra da mettere all’occorrenza. L’illuminazione sarà casuale: una lampadina dove serve e via. I sottoservizi saranno un rattoppo continuo. Le piazze, così come il selciato delle strade, saranno un antico ricordo. Il numero civico ognuno se lo andrà a comprare al centro commerciale più vicino. Pessimismo? Sì. Io continuo vedere il mondo da sotto le macerie, un mondo che sembra ormai impazzito e nel quale persino parlare di guerra atomica non è più un tabù.
Ragazzi, i vostri amici, come vi ho sempre scritto in questi anni, in compenso non vi hanno dimenticato. Cara Maria Paola, la tua amica Paola continua a portarti lettere nella cappellina del cimitero di Paganica. Nell’ultima ha scritto: “Sarai sempre la quindicenne con cui ridevo, parlavo dei primi amori, dei compiti in classe, delle nostre vite che ci sembravano cose impossibili e complicate. Ti ricorderò sempre con il sorriso”. Frugando fra le montagne di carte che mi circondano ho trovato un tema che tu, Domenico, avevi scritto quando frequentavi la scuola media. Il tema era sulla tua famiglia e in un passaggio leggo: “Le sensazioni che provo sono felicità e tanto amore perché io sto bene con i miei familiari e con gli amici perché mi vogliono bene come io gliene voglio”.
Spero che, dopo ciò che è successo 15 anni fa, tu non abbia cambiato idea. In fondo quella fiducia che avevi in me, io quella notte l’ho tradita. So che ripeto sempre la stessa cosa ma nonostante gli sforzi che faccio l’ombra del senso di colpa mi insegue ovunque. Resta la vostra memoria. L’amore spezzato. Il pianto dolce che nasce da una complice tenerezza. Ciao ragazzi. Ci sentiamo fra un anno. Se Dio vorrà.
Mamma e papà.
Nell’immagine: Giustino Parisse davanti alla casa dove morirono nel 2009 i suoi due figli: è ancora un cumulo di macerie
Sarajevo è una grande casa comune, un museo a cielo aperto e un cimitero di lapidi bianche. Porta i segni dell’assedio sui volti, sui muri e sui corpi rimasti magri o mutilati. Ieri, per le ricorrenze del 5 e 6 aprile – che, per una fatale coincidenza, da un lato festeggiano la liberazione dal nazismo nel 1945 e dall’altro celebrano il tragico inizio dell’assedio (1992-95) – migliaia di persone di diversa estrazione hanno camminato insieme, in silenzio. Un immenso fiume umano, composto, partecipe e consapevole, è scivolato lungo la strada principale della città per una struggente performance topografica.
11.541 paia di scarpe, donate dai cittadini per celebrare le vittime della guerra, sono state collocate lungo un chilometro e mezzo di strada. Il corteo che le costeggiava è partito, dopo un canto sublime, da una piazza chiamata «Piazza dei bambini di Sarajevo uccisi». Come in una fotografia la scena è vivida: scarpine, stivali, tacchi colorati, sneaker, scarpe da lavoro e file di anfibi neri militari, si snodano lungo un interminabile sentiero del male. L’iniziativa mira a mostrare simbolicamente lo spazio fisico del genocidio e l’immane quantità di morte, di vite sottratte e dolore provocato. Paradossale è la visione delle scarpe immobili senza corpi vivi e le scarpe indossate dai partecipanti in cammino lungo la linea del passato e del presente.
«Fa ancora troppo male – dice Bojan Hadžihalilović, uno dei protagonisti della vita culturale della città – è un senso di colpa da espiare che non ci abbandona». Il tragitto solenne del corteo porta con sé tutta l’ansia di un passato che non guarisce e di un presente spaventoso. È impossibile non sentire lo strazio delle vittime e quello delle guerre che stanno fruttificando attorno a noi e che si fanno sempre più vicine, sempre più presenti, sempre più cattive. Organizzata dal Sarajevo Memorial Center, in collaborazione con il Comune di Sarajevo, l’iniziativa è nata per rendere omaggio soprattutto ai 1.601 bambini uccisi: un’eco sinistra che permane, si impone e si sposta da una regione all’altra del pianeta come un’energia nefasta.
In sette stazioni del centro della città, sono collocate piccole orchestre e cori aulici per non smettere mai di chiedersi «Com’è possibile? Come possiamo fermare questa violenza che ci soffia sul collo, che brucia nella testa, che sembra irrevocabile?».
Emblematico vivere questo momento a Sarajevo dove tutto assume un significato denso, profondo e inappellabile. Sarajevo è la città che durante l’assedio ha prodotto film festival, mostre, commedie, concerti e performance, nel buio dei rifugi e nei teatri d’occasione, dove circolava una birra che faceva schifo, la Sarajevska pivo, ma tirava su il morale. Sarajevo è la casa dal cielo stellato nella quale senti il Muezzin, Bach e Bella ciaoanche mentre tirano le granate dalle colline. È il luogo dove incontri gli artisti e i grandi giornalisti che hanno resistito durante l’assedio come Zlatko Dizdarević, che in quel periodo ha pubblicato Lettere da Sarajevoraccontando, con un linguaggio crudo e asciutto, le piccole (immense) storie di vita. Sono le stesse storie che trovi nelle fotografie di Danilo Krstanovic alla sua mostra personale alla Galleria Nazionale della Bosnia Herzegovina.
Lui, come tutti coloro che hanno trasformato la cultura il arma di resistenza non-violenta, lottava per «dire la verità di questo inferno». Ora l’inferno si sta allargando e la «macchina» è condotta come sempre, ma a livello mondiale, da cinici individui indifferenti alla macelleria bellica.
Šejla Kamerić, una tra le artiste sarajevesi più note internazionalmente, dichiara con un filo di voce: «Il nostro Paese ha strutture profondamente divisive che corrompono le persone e le loro identità. La cultura si colloca dalla parte opposta di questo spettro. Noi combattiamo, ieri come oggi, per la conoscenza, la pace e l’uguaglianza. Ma non sono parole retoriche: per noi l’eredità della guerra non è solo un trauma ma anche una forte convinzione che la pace sia una necessità».
Alla fine del percorso delle scarpe, tra le moschee, la cattedrale, la sinagoga, un gruppo di bambini intona canzoni atte a sprigionare una nuova energia che vorremmo tutti fosse rispettata, ma nell’aria aleggia un senso di pesantezza.
La coppia Joe & Bernie irrompe nella campagna elettorale americana. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha individuato la persona che dovrà aiutare milioni di americani a mettere da parte le perplessità sui suoi 81 anni e a votarlo a novembre: è un uomo di 82, Bernie Sanders. Il senatore indipendente nato a Brooklyn, avversario di Hillary Clinton alle primarie democratiche del 2016, si è unito a Biden nel promuovere un punto del programma considerato chiave per vincere le elezioni presidenziali: abbassare il costo dei farmaci.
L’incontro è andato in scena alla Casa Bianca ma lo staff presidenziale vuole farne il mantra di tutta la campagna elettorale. I due vecchi amici hanno discusso in pubblico come abbassare il prezzo, per esempio, degli inalatori a cui si affidano decine di milioni di americani per contrastare i problemi di asma e altre patologie. Biden e Sanders ne hanno parlato a una pletora di oltre settanta esperti e attivisti di politiche sanitarie sociali. “Alla fine – ha promesso il presidente – sconfiggeremo Big Pharma”.
Big Pharma è il nome con cui vengono indicati i giganti del settore farmaceutico, poco inclini a calmierare i prezzi in un Paese in cui si fa ricorso ai farmaci per ogni sintomo. Una abitudine così diffusa in America che in tv ogni giorno si promuovono più farmaci che auto, hamburger e bevande gassate. “Bernie – ha spiegato Biden – è uno che indica la strada da decenni”. Tra le proposte c’è anche fissare un tetto massimo di spesa extra polizza per tutti gli americani, cioè quei soldi che un cittadino deve pagare in co-partecipazione con la compagnia assicurativa per accedere a terapie costose e interventi.
La nuova accoppiata Joe & Bernie è la risposta all’allarme lanciato dai sondaggi, da cui è emerso come gran parte della popolazione non sappia niente dei tentativi dei Democratici di mettere un tetto alla spesa dei farmaci. Unire i destini di due ultraottantenni per parlare all’America che invecchia può rappresentare un modo per rompere la cortina di indifferenza e far arrivare il messaggio anche negli Stati in bilico. La carta Sanders non è nuova. Il senatore, una volta rivale di Biden e da sempre popolare tra i giovani progressisti, è diventato il nuovo guru del presidente. A novembre era stato lui, nel corso di un incontro alla Casa Bianca, a consigliargli il cambio di strategia comunicativa e di smetterla di spiegare agli americani che le cose andavano bene.
La gente è arrabbiata – gli aveva detto Bernie, secondo il Washington Post – tu devi indirizzare questa rabbia e spiegare che fanno bene a essere arrabbiati, ma che devono prendersela con i Repubblicani, che non vogliono abbassare il costo dei farmaci e puntano ad attaccare il sistema sociale”. Il primo risultato di quell’incontro si è avuto nel discorso sullo Stato dell’Unione, un mese fa, in cui Biden ha cambiato approccio, usando, per la prima volta, toni aggressivi nei confronti dei repubblicani. Quel messaggio ha entusiasmato la base democratica e spiazzato i conservatori, che contavano sui soliti messaggi soporiferi da nonno davanti al camino.
L’ultimo paradosso americano di questa campagna dice, invece, che due anziani, Joe e Bernie, vogliono ringiovanire questa campagna elettorale e ribaltare i sondaggi, al momento ancora a favore dello sfidante, un signore di 77 anni di nome Donald Trump.
Una scuola “a chilometro zero” che non diventi “insegnificio”
La scuola non è solitamente un tema da elezioni comunali, sempre che non ci siano in ballo nuovi edifici scolastici da erigere. Ho vaghi ricordi di una polemica locarnese alla fine degli anni ’60. La città mandava storicamente i suoi allievi nella sede di Piazza Castello, ove oggi c’è il Palacinema; a Solduno, nell’allora nuova sede; e nella piccola sede dei Monti. Ma urgevano tante aule nuove, perché la popolazione stava crescendo rapidamente, sulla scia del boom economico e demografico. La soluzione proposta dal municipio spaccò in due la città. Si fronteggiavano i fautori di un edificio classico, su più piani, a immagine della sede originaria, e i sostenitori della proposta municipale, che puntava a una pedagogia nuova, bisognosa di una concezione architettonica di rottura col passato, per favorire e stimolare la scuola attiva, col bosco lì fuori, uno spazio di sperimentazione, aule autonome, ampie e luminose: una sorta di impressionismo pedagogico ispirato da quegli anni di grandi cambiamenti. In consiglio comunale prevalse l’impostazione innovatrice, così sorse la sede dei Saleggi, progettata dall’arch. Livio Vacchini.
Poi è andata come è andata, perché non è sufficiente un’architettura al servizio di una coerente pedagogia progressista per praticare per davvero la scuola della cooperazione, della curiosità, dell’educazione alla cittadinanza. La chiamano in tanti modi – école nouvelle, scuola attiva, pedagogia moderna, … – è nata oltre cento anni fa, ma non è ancora riuscita a seppellire quel modello selettivo e cattedratico edificato attorno alle note fin dal tempo dei preti che insegnavano l’ABC. Per dire che anche in una scuola fondata sull’apertura si può facilmente praticare la chiusura – a volte basta tirare le tende. È un po’ quello che, al contrario, fece Fernand Oury nella sua scuola-caserma di La Garenne-Colombes (ne abbiamo scritto in questa sede lo scorso mese di febbraio).
Ma cosa può fare il Comune, visto che le norme attuali lo racchiudono in un recinto esclusivamente amministrativo? Anche la scuola dei comuni ha spazi di manovra nelle sedi e nelle aule di sua competenza. Il Piano di studio della scuola dell’obbligo è molto prescrittivo, ma è talmente complesso e prolisso che, ignorandone l’approccio un po’ “bancario”, si presterebbe meravigliosamente alla realizzazione di una scuola più umanista, senza neanche contraddire quella “scuola delle competenze” di cui il Piano fa sfoggio. In questo anche i comuni, in stretta collaborazione con i professionisti che operano nelle loro scuole, potrebbero contribuire a far nascere occasioni preziose per valorizzarne l’attività.
Per esempio, potrebbero sviluppare altri percorsi assai «educogenici», come la scuola all’aperto, a contatto con la natura e con la curiosità infantile dello scienziato, tramite le scuole nel bosco e i periodi di scuola fuori sede, senza scordare le tante occasioni fuori dall’aula offerte dall’ambiente circostante. Penso anche alla musica, alla poesia, alla pittura, alla scultura, alla danza, al fumetto, al teatro, al cinema, attività che possono richiedere costi anche importanti, vuoi per gli spostamenti, vuoi per l’accesso a strutture come i musei o i teatri: perché in sede o in classe non si può far tutto.
Su un altro piano, poi, i comuni devono essere vigili nel difendere l’esistenza della propria scuola. Nel 2018, per dire, gli allora deputati Nicola Pini e Giacomo Garzoli avevano presentato un’iniziativa parlamentare per modificare un articolo della legge sulle scuole comunali concernente il numero di allievi necessari per istituire o mantenere una classe, tenendo conto che, in qualche caso, un’unica classe significa la presenza della scuola. «La scuola dell’infanzia e la scuola elementare – scrivevano i due politici – rappresentano un elemento di vitalità senza il quale una regione sembra davvero destinata a morte certa dal profilo culturale e comunitario». Proponevano così di prestare particolare attenzione al contesto socioeconomico e alla morfologia territoriale per non sopprimere fatalmente le piccole scuole di paese.
Ma la tendenza a chiudere le scuole non si è attenuata, anzi. Giusto un anno fa il Consiglio di stato aveva sottoposto al parlamento la proposta di adozione di una nuova legge, che contempla pure il concetto di Istituto scolastico minimo. Per essere riconosciuto come tale l’istituto dovrebbe avere una dimensione adeguata: «due su tre dei criteri seguenti: sette sezioni al minimo, 150 allievi al minimo, popolazione di riferimento di almeno 2’500 abitanti» (v. Quando la scuola pensa al minimo). Poche settimane fa il governo stesso ha ritirato questa proposta di legge, almeno per ora.
La concentrazione di allievi in istituti minimi ed efficienti, all’inseguimento di risultati da classifica mondiale – contro le pluriclassi, la scuola serena, la presenza capillare ed ecologica, cioè senza troppi trasporti giornalieri tra casa e scuola – rischia di trasformare la scuola in un insegnificio, quasi un non-luogo, per usare la definizione dell’antropologo Marc Augé: spazi impersonali, globalizzati, magari nascostamente competitivi. Una non-scuola, insomma, se per scuola vogliamo ancora intendere quell’Istituzione che il nostro parlamento ha così ben definito nel 1990, con una impegnativa definizione delle finalità della scuola.