Un tribunale di periferia sempre più internazionale

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Per il suo ventesimo compleanno il Tribunale penale federale (TPF) si è offerto un processo di grande richiamo. A Bellinzona compariranno per le prossime quattro settimane due dirigenti svizzeri della società petrolifera Petrosaudi: sono accusati di vari reati, tra i quali truffa, riciclaggio e corruzione nell’ambito di uno dei più grossi scandali politico-finanziari degli ultimi anni, quello legato al fondo sovrano malese 1MDB. La Procura federale accusa i due uomini di avere sottratto un totale di 1,83 miliardi di dollari dalle casse del fondo in collaborazione con Joh Low, consigliere dell’allora primo ministro malese Najib Razak. 

Il TPF ha preso ufficialmente vita il primo aprile del 2004, con l’idea di meglio definire le responsabilità tra Cantoni e Confederazione e di rendere più efficace il perseguimento della criminalità organizzata e dei grandi crimini finanziari. Non è uno scherzo: il tribunale a cui compete il giudizio sugli affari criminali svizzeri di respiro internazionale ha preso sede nella piccola, periferica e italofona Bellinzona. Opposta alla più centrale Aarau, la candidatura ticinese fu preferita nel 2002 dal Parlamento federale in un’ottica di distribuzione regionalista della giustizia. Una scelta che fece storcere il naso a diversi addetti ai lavori confederati: per molti non è tuttora concepibile il fatto che le tre corti del tribunale (Corte penale, Corte dei reclami penali e Corte d’Appello) si trovino lontane dai centri finanziari e dai luoghi in cui operano procuratori, giudici e avvocati esperti in casi transnazionali. La prospettiva di una carriera a Bellinzona, inoltre, avrebbe fatto sì che il posto di giudice presso una di queste corti non fosse particolarmente attrattivo per molti candidati validi della Svizzera tedesca e romanda. 

Viaggi e soggiorni in Ticino sono scomodi anche per i giornalisti. Fatta eccezione per casi di grande impatto mediatico, come ad esempio quelli legati alla FIFA, è vero che gran parte dei dibattimenti passa piuttosto inosservata. Se non ci fosse l’encomiabile presenza dei colleghi dell’ATS poco si saprebbe di casi che, pur senza essere glamour, hanno un evidente interesse pubblico. Il principio fondamentale della pubblicità della giustizia rischia così di venir meno. Di recente la giornalista romanda Fati Mansour, storica penna di giudiziaria per il giornale “Le Temps”, ha ribadito come “installare il TPF a Bellinzona non è stata una buona idea”. Una critica che dovrebbe fare riflettere molto anche la stampa ticinese che, nonostante abbia un’istituzione di questa importanza a chilometro zero, diserta spesso i casi che non toccano l’orticello nostrano. Ne è un esempio il processo per crimini contro l’umanità nei confronti dell’ex ministro dell’interno del Gambia, Ousman Sonko. Durante i primi giorni, lo scorso gennaio, il dibattimento è stato seguito da vari giornalisti provenienti da tutta la Svizzera e da varie testate internazionali. Nessun collega ticinese era però presente, ciò che non ha mancato di suscitare qualche comprensibile battuta da parte dei colleghi confederati. 

Il TPF si è distinto come un luogo importante della giustizia elvetica, con codici a volte formali ma sicuramente professionali. I casi d’interesse non sono certo mancati: in questi vent’anni da Viale Franscini sono passati terroristi, mafiosi, corrotti, corruttori, dirigenti d’impresa, miliardari, funzionari, banchieri, criminali di guerra e truffatori d’alto rango. Certo, non sono mancate le figuracce (si veda il filone tedesco dello scandalo FIFA evaporato dalla prescrizione), i problemi interni o le tensioni con il Ministero pubblico della Confederazione. Rispetto ai primi tempi dove si attendevano le cause, i dossier oggi non mancano. Nei prossimi mesi saranno giudicati Dinara Karimova, figlia dell’ex presidente uzbeco, un ex dipendente del gigante ginevrino delle materie prime Gunvor, la società di trading petrolifero Trafigura e alcuni suoi dirigenti e il presunto criminale di guerra siriano Rifaat al-Assad. 

Per evitare di dare l’impressione – descritta da le Temps – di essere un’istituzione un po’ fuori dal mondo e in cui i giudici si dimostrano poco sensibili alle sfide di alcuni casi fuori dall’ordinario, va però detto che anche lo stesso TPF potrebbe fare qualche sforzo in più. Ad esempio, nel già citato processo contro Ousman Sonko, condotto in tedesco, il tribunale non ha previsto la traduzione integrale per l’accusato, le vittime e i giornalisti gambiani venuti a Bellinzona. 

Se si vuole essere un’istituzione capace di affrontare questioni che oltrepassano le frontiere nazionali e che hanno un impatto importante in altri paesi e nella giurisprudenza internazionale, Bellinzona potrebbe investire in qualche piccolo accorgimento tecnico. In altri Paesi europei, nell’ambito di processi legati alla giurisdizione universale, sono infatti previste non solo delle traduzioni integrali ma anche delle ritrasmissioni in streaming. Per i suoi vent’anni, il TPF potrebbe insomma farsi un bel regalo: diventare un poco più moderno.

Nell’immagine: il NYT a Bellinzona c’è. I giornalisti ticinesi no


Portate le vostre sveglie

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Per garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge le democrazie si basano sulla teoria della separazione dei poteri di Montesquieu. Teoria nota e molto semplice: da una parte il potere legislativo, dall’altra il potere esecutivo e infine potere giudiziario. In una democrazia i tre poteri devono essere separati.

Il problema sorge, ad esempio in Ticino, quando sono legislativo ed esecutivo a detenere la facoltà di fornire al terzo potere, dunque alla magistratura, i mezzi per operare.

In effetti, abbiamo appena assistito ai maneggi della signora Aldi per far eleggere alla carica di magistrato uno dei candidati più deboli, ma figlio di un suo datore di lavoro. Del resto, la parola definitiva per la nomina dei nostri magistrati è del Gran Consiglio.

Questo modo di procedere, che va a scapito dell’intera comunità, non appartiene alle democrazie e due sono le cose che stupiscono pensando al caso più recente. La prima è che la signora Aldi sieda ancora in parlamento, la seconda è che sulla vicenda la magistratura non abbia preso posizione. Se per rassegnazione o masochismo non è dato sapere.

Le migliaia di incarti che anno dopo anno finiscono nel dimenticatoio lasciano le vittime in attesa di quella giustizia indispensabile al cittadino per mantenere la fiducia nelle autorità. In Ticino abbiamo una giustizia che troppo spesso, se arriverà, arriverà talmente tardi da cancellare il senso che l’applicazione della legge dovrebbe infondere alla popolazione.

Maneggi del parlamento a parte, se la magistratura non ha i mezzi necessari a procedere lo dobbiamo anche all’esecutivo. In Ticino all’onorevole Gobbi che durante i suoi 13 anni di regno ha riservato gran parte delle risorse alla polizia, trascurando magistratura e carcere al punto da renderle difficilmente credibili. E le conseguenze si vedono sul territorio. Si pensi ad esempio all’omicidio di Chiasso con l’aggressore in attesa di giudizio per reati per i quali avrebbe dovuto essere rinchiuso.

Invece era in giro a trafficare cocaina e ad ammazzar gente.

Anche questi sono i risultati di una giustizia che dorme o che non ha preparazione e mezzi per fare il suo lavoro.

Volete darle una svegliata? L’appuntamento è per domani, giovedì 4 aprile alle 18 .00, in piazza Riforma. Portate tante sveglie: alle 18.30 ci sposteremo davanti al Pretorio. Per farle suonare.


Iran, perché ora Bibi vuole alzare la tensione

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

La minaccia di una guerra regionale in Medio Oriente sembrava affievolita. L’uccisione di tre membri delle Guardie rivoluzionarie nel consolato iraniano a Damasco da parte di Israele, nel primo attacco che colpisce direttamente una sede ufficiale della Repubblica islamica, fa invece riaffacciare lo spettro di una deflagrazione regionale. Dal 7 ottobre scorso gli scontri tra Israele e Stati Uniti, da un lato, e la rete delle milizie filo-iraniane in Libano, Siria, Iraq, Yemen e nel Mar Rosso, dall’altro, hanno causato l’escalation del conflitto oltre i confini di Israele e Palestina.

Eppure nelle ultime settimane, dopo l’attacco a una base americana sul confine tra Giordania e Siria, nel quale furono uccisi tre soldati statunitensi, Teheran aveva abbassato i toni con Washington. La strategia iraniana è, d’altronde, sempre stata di lungo respiro, capitalizzando militarmente e politicamente sugli errori altrui in Afghanistan, Siria, Libano, Iraq e Yemen, senza voler tuttavia rischiare il tutto per tutto attraverso una guerra regionale. Tant’è che nelle ultime settimane erano in corso contatti indiretti tra funzionari americani e iraniani nel tentativo di ridurre le tensioni nel Levante e nel Mar Rosso, e Teheran aveva marginalmente ridotto la propria presenza militare in Siria.

La rotta della de-escalation è stata ora invertita. In realtà, gli attacchi israeliani non sono mai cessati: dall’inizio dell’anno questo è il quarto attacco israeliano in Siria. Nei tre precedenti sono stati uccisi diverse Guardie rivoluzionarie, advisor militari iraniani, soldati siriani, militanti di Hezbollah e civili libanesi e siriani. Insomma mentre Stati Uniti e Iran, dopo aver sfiorato la deflagrazione regionale, tentavano di abbassare la tensione, Israele non ha mai fatto altrettanto. Dall’indomani del 7 ottobre ad oggi il governo di Benjamin Netanyahu, tanto a Gaza quanto nel resto della regione, persegue imperterrito la via dell’escalation. Il calcolo è doppio: strategico e politico. Strategicamente, Israele vuole evitare che la guerra si assesti sia a Gaza sia nella regione sullo status quo ante. Vuole, insomma, capitalizzare sulla catastrofe del 7 ottobre per eliminare, o quantomeno indebolire, la minaccia posta sia da Hamas a Gaza sia dalle milizie filo-iraniane a partire da Hezbollah, al confine con in Libano.

Questo può avvenire in due modi. Anzitutto, se Israele continua ad attaccare Libano e Siria, ristabilendo la propria capacità di deterrenza, mentre le milizie e soprattutto l’Iran non reagiscono o lo fanno in modo contenuto; insomma, ciò che è accaduto sinora. Oppure, può avvenire se Teheran decide di reagire direttamente, provocata da un attacco israeliano come quello al consolato iraniano a Damasco. Questo trascinerebbe gli Usa (e chissà, forse anche noi europei) in uno scontro regionale, dalla parte di Israele. In sintesi, strategicamente, l’escalation conviene al governo israeliano a prescindere dall’esito. Politicamente, il governo Netanyahu è sempre più alle strette. È nei guai internamente alla luce delle divisioni tra i membri dell’esecutivo riguardo alla questione spinosa del servizio militare degli ebrei ultraortodossi. È altrettanto nei guai con l’opinione pubblica che, pur sostenendo massicciamente l’invasione di Gaza, è fortemente critica del primo ministro. Ed è nei guai internazionalmente.

Negli ultimi giorni anche i più ferrei alleati di Israele negli Stati Uniti e in Europa hanno iniziato a manifestare il loro dissenso, dall’inedita astensione Usa al Consiglio di sicurezza Onu sulla risoluzione vincolante (approvata) per un cessate il fuoco, al rapporto redatto dal ministero degli Esteri britannico che conclude che Israele ha commesso crimini di guerra a Gaza. Con l’attacco a Rafah alle porte e la carestia nella Striscia che, causata dal blocco israeliano degli aiuti umanitari, rischia di uccidere decine se non centinaia di migliaia di persone entro l’estate (oltre i 32 mila che sono già morti), la guerra a Gaza si fa sempre più in salita per Netanyahu. Siamo ancora lontani dal vedere Usa e Europa voltargli le spalle, a cominciare dalla sospensione degli aiuti militari a Israele; ma prima o poi questo potrebbe accadere e ciò obbligherebbe Israele a cambiare rotta. Così come il presidente russo Vladimir Putin ha bisogno della prosecuzione della guerra in Ucraina per rimanere in sella, lo stesso vale per Netanyahu in Medio Oriente. Finché Israele rimarrà in guerra, Netanyahu potrà stare al sicuro. E se l’invasione di Gaza dovesse non bastare più o se dovesse diventare talmente scomoda da essere d’intralcio, tanto vale alzare sempre più la posta in gioco nella regione. Netanyahu non può che guadagnarci, al contrario di tutti gli altri: Stati Uniti, Europa, palestinesi e Iran, ma in fondo anche Israele.

Nell’immagine: Damasco, la sede del Consolato iraniano dopo il raid di Israele 


“Tavoli più lunghi, non muri più alti”. Chi è José Andrés, lo chef stellato che ha fondato World Central Kitchen

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Da Nubeluz, il cocktail bar in cima al Ritz-Carlton Hotel sulla 28esima strada da cui si vedono dall’alto tre quarti della Grande Mela, i suoi drink da 30 dollari a calice ti arrivano in alambicchi fumanti, misteriosi come le formule di un’alchimista. Da Zaytinya nel cuore politico di Washington, sulla nona strada, i suoi menù mediterranei che alle influenze spagnole combinano quelle greche, italiane, libanesi hanno infuso nuova energia nei sapori stantii della capitale.

Con trenta ristoranti sparsi in tutti gli Stati Uniti, un programma tv e perfino un “truck”, una di quelle cucine su ruote che si trovano agli angoli delle strade, davvero lo chef stellato José Andrés ha cambiato gli appetiti di quell’America dove pure era sbarcato 20 anni prima con appena 50 dollari in tasca: dando nuovo carattere perfino al semplice mashed potatoes, il purè di patate. Che nella sua versione è condito con aglio e olio d’oliva. La sua cucina è una tale arte che per lui hanno perfino creato una cattedra alla George Washington University, dove insegna “Global food”.

Ma Andrés è molto di più: memore delle sue umili origini – nato nel 1969 a Mieres, un villaggio minerario delle Asturie – è anche il fondatore di una delle più influenti ong che si occupano di fornire pasti in situazioni di emergenze alimentari. Quella World Central Kitchen ieri drammaticamente finita al centro dell’attenzione globale dopo che un attacco aereo israeliano ha ucciso sette suoi volontari a Gaza. E infatti da questa parte di mondo la sua fama di chef è pari a quella legata all’impegno sui fronti caldi e ai sistemi alimentari da lui ideati, in grado di resistere ai disastri naturali: i suoi pasti a portata anche dei più bisognosi. Giacché più volte ha sfamato i migranti spediti nelle grandi città dal confine aspettandoli coi suoi volontari ai capolinea. Oppure portando zuppe calde ai tanti che pur di votare affrontano lunghe file spesso al freddo.

Che storia, d’altronde, quella di Andrés, che la rivista Time ha più volte inserito nella lista dei 100 personaggi più influenti del mondo e il cui motto è “Tavoli più lunghi, non muri più alti”. Un esordio come tanti il suo, in una scuola alberghiera a cui si iscrive a 15 anni. A 18 è costretto a fare il militare: lo arruolano in marina, lo sbattono in cucina. È la sua felicità. Tanto bravo che un ammiraglio a un certo punto lo fa assegnare alla sua residenza privata. Lui si ribella: vuol girare il mondo. Per punizione lo mandano su una nave di lungo corso: è così che per la prima volta sfiora la Statua della Libertà a New York, stabilendo per sempre la Grande Mela come suo obiettivo. In Spagna ha intanto l’opportunità di perfezionare le sue tecniche lavorando al fianco di un ristoratore che iniziava a farsi strada: Ferran Adrià, con cui collabora dal 1988 al 1990. Poi s’interrompe per un banale litigio, dovuto al ritardo a un appuntamento (ma ora sono di nuovo migliori amici).

È il 1994 quando finalmente approda a Manhattan con 50 dollari in tasca. Trova lavoro in un ristorante spagnolo, Eldorado Petit, sulla 55esima strada. Intanto tra un turno e l’altro dà una mano al vicino Quilted Giraffe, vero tempio della nouvelle cuisine, dove lavora gratuitamente, ma apprende tantissimo, non solo ricette ma anche tecniche di gestione. Ha l’occasione di aiutare ad aprire un ristorante chiamato Jaleo a Washington. Si fa notare e, due anni dopo, gli viene proposto di rilevare il Café Atlántico, sempre a Dc, che diventerà il primo tassello del suo impero. Ha 25 anni. Nel 2002 apre Zaytinya, l’anno successivo Minibar, un ristorante nel ristorante, spazio da sei coperti all’interno del Cafe Atlantico super esclusivo: dove lo chef prepara le sue creazioni più particolari, sempre sold out con mesi d’anticipo. Cominciano ad arrivare i premi come miglior chef e altri ristoranti, incluso il James Beard Award nel 2011, sorta di Oscar della cucina e le stelle Michelin.

L’anno successivo, con Robert Wilder fonda una società, ThinkFoodGroup, e apre ristoranti a Miami, Los Angeles, Las Vegas e Porto Rico. Ed è sempre con il socio Wilder che inizia, nel 2010, il suo impegno in ambito sociale. Il primo impegno in tal senso è determinato dal terremoto di Haiti, a gennaio di quell’anno. Andrés va personalmente a Port-au-Prince e quel viaggio gli cambia la vita. Nasce World Central Kitchen, che lascia ad Haiti una forte presenza: crea infatti un orfanotrofio, una scuola di cucina per chef locali, la fornitura di fornelli a energia solare. Da allora l’organizzazione è cresciuta. Insieme all’impegno lì dove ce n’è più bisogno: soprattutto nell’America Latina devastata da disastri naturali. Ma anche in Ucraina dopo l’invasione russa, allestendo cucine al confine con la Polonia per dare pasti ai profughi in fuga. Un’operazione portata avanti col contributo anche del miliardario Jeff Bezos: che all’organizzazione ha donato 100 milioni di dollari.

Nell’immagine: José Andrés

 


I samaritani che ci obbligano a guardare l’orrore

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Ogni volta, ogni volta che qualcuno di loro muore, ci ricordiamo di questa storia immensa. Sì. L’obbligo umanitario continua a incendiare alcune esistenze. I samaritani sono tutt’altro che dispersi e smarriti, sono creature assolutamente diverse in un mondo dove si punta sul tornaconto, sull’esito, il successo, la garanzia.

Ogni volta è lo stesso turbamento (rimorso? Dubbio? Ipocrisia?) di fronte all’evidenza concreta fino al sacrificio di sé della ideologia umanitaria, volti, nomi, non sigle o acronimi. Noi che stiamo davanti al televisore per vedere; e nelle immagini invece coloro che hanno sagomato la loro vita su questa determinazione cogente, esser vicino all’uomo dovunque è vittima della natura ma soprattutto di altri uomini. Non esigono contropartite, sono spesso scudisciati da delusioni e amarezze, da raffiche feroci di obiezioni: perché siete lì voi, piagnucolio umanista? Di chi siete strumento occulto? L’ideologia vogliamo sapere. Avete fatto l’esame a quelli che aiutate per vedere se lo meritano?

E poi per chi ha deciso di servire le vittime lungo lo stremante corso del tempo, servirle perché risorgano, ecco: la morte colpiti da un drone israeliano. In un giorno qualunque di un secolo che è già l’occasione di vasti delitti, in mezzo a rovine spoglie, bombe, niente pudore, la fame, malefici di ogni tipo.

Gaza: ennesima sigla di un luogo dove si utilizza senza scrupoli il materiale umano, dove sfamare può costare la vita, dove perfino gli aiuti, paracadutati dal cielo perché la terra è proibita dalla «necessità» israeliana della guerra, diventano oggetti assassini schiacciando coloro che si voleva salvare. Dove tutte le spiegazioni e le ragioni politiche militari di una tragedia lunga settantacinque anni e che oppone ragione e ragione senza possibilità di scioglimento, soffocano in questo misto che dura da mesi di violenza e quotidianità, si spengono nelle lunghe file di uomini donne e bambini palestinesi che deambulano con lo sguardo spento, senza più scopo in uno spazio-incubo.

Che siano loro, gli umanitari, gli ultimi rappresentanti dell’Occidente, dell’Universale, che noi abbiamo abbandonato? La loro morte non ci costringe, finalmente!, a guardare negli occhi gli altri morti, dieci venti trentamila, che abbiano lasciato scorrere nelle settimane e nei mesi di operazione israeliana: impotenti, indifferenti, consenzienti? Aveva ragione la sguattera di Brecht: terribile è la tentazione di esser buoni.

Ebbene credo che sia obbligatorio porsi domande: che cosa è diventato l’Umanitario, il mestiere di salvare corpi dall’agonia, in un mondo sempre più in guerra? Non sono gli umanitari gli strumenti, puri, di un grande inganno, la loro pietà non è, anche a Gaza, un modo per coprire l’impotenza, la viltà o il calcolo di chi, gli Stati Uniti, non vuole rischiare niente se non chiacchiere e missioni inutili della diplomazia per fermare il macello?

Non vengono inseriti, cinicamente, come una pedina, nel gioco della guerra e della sua economia? Gli Stati Uniti, l’Europa, perfino i regimi arabi fratelli dei palestinesi, non vogliono o non possono porre un termine alla vendetta di Israele. E allora si mandano avanti le Ong, le agenzie dell’Onu fino quando non sono vietate, perfino i monarchi aviatori: vedete, facciamo il possibile… Così si anestetizzano le opinioni pubbliche, e si scoraggiano le iniziative di chi ha i mezzi finanziari politici, la forza, e il dovere, di fare di più. Ma non vuole.

Il dubbio è antico, Etiopia 1986, il debutto fragoroso delle star del soccorso umanitario. C’è la follia del negus rosso, Menghistu, la deportazione dei contadini etiopici decisa con ferocia staliniana e cinicamente realizzata proprio utilizzando lo slancio generoso del mondo accorso a colmare il vuoto omicida della carestia voluta, creata.

E l’umanitario divenne senza volerlo strumento di una gigantesca e criminale ristrutturazione della geografia che serviva al regime. E poi la Somalia, altra impotenza della politica mondiale: i sacchi di farina servono a salvare i bambini denutriti ma anche a rafforzare la prepotenza dei signori della guerra che decidono la loro distribuzione. E ancora il Ruanda: dove a Goma nel fiume dei relitti umani che fuggono alla vendetta dei tutsi sono mescolati, in modo inestricabile, le vittime e la manodopera e i registi del terzo genocidio del Novecento. Come si fa a distinguere? Come impedire che siano proprio gli assassini armati a decidere come scegliere tra le vittime? Si aiuta: unica risposta possibile.

Nell’immagine: i volontari di World Central Kitchen all’opera a Gaza

 


Passione e colonizzazione

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Forse, più che chiamare in causa giudei e filistei, anche se fa molto pasquale, bisognerebbe chiamare in causa i “nazisti”. Per un caso e per l’altro: per l’Ucraina e per la Palestina. Si dirà che le aggressioni di Russia e Israele non sono confrontabili. Sono comunque aggressioni, sicuramente nella forma (distruttiva, da “terra rasa”), spesso anche nella sostanza (seppellimento di ogni diritto, disumanità totale). Hanno qualcosa in comune, alla base, che si tende a dimenticare: dapprima il disprezzo e il rifiuto delle regole internazionali e delle risoluzioni dell’ONU, poi una sorta di “giustificazione”, la lotta al nazismo. I primi non sono più da dimostrare, tanto per l’una, ma anche per l’altro. La seconda: denazificare l’Ucraina era uno dei motivi che hanno mosso Putin; avanzare con la bandiera della Shoa, davanti al mondo, è come considerare e trattare i palestinesi di Hamas ma poi, di fatto, tutti i palestinesi, più che antichi filistei, come nuovi nazisti. La prova del nove la si riscontra nella immediata accusa di “antisemitismo” nei confronti di chi osa sollevare perplessità o critiche nei confronti di Israele.

Due aggressioni colonialiste

In una prospettiva storica, le due aggressioni sono due aggressioni colonialiste. L’una, come Putin lo proclama, per tentare di ricostituire la Grande Russia (e porre rimedio all’errore di Lenin, responsabile secondo lui dell’emancipazione dell’Ucraina). L’altra (e non lo si dice quasi mai, forse perché è realtà troppo ovvia) per mantenere un avamposto, un “comptoir” coloniale occidentale… in terra araba. Nell’uno e nell’altro caso, la realtà, la volontà e il sentimento nazionale dei popoli (ucraino e palestinese) sono semplicemente negati dagli aggressori. Quindi, dovremmo concludere: sostenere le due resistenze è dovere morale. 

Il capitalismo russo, ristabilitosi formalmente negli anni 90, tenta, con la forza, di ricontrollare le sue ex-colonie, come fecero gli imperi coloniali inglese e francese negli anni ‘50. Quello americano si esercita invece attraverso varie modalità: con la finanza; con le aggressioni militari puntuali e su comanda, con giustificazioni alle volte inventate, a difesa di interessi nazionali; con le collaborazioni locali con grande fornitura di armi (come avviene con Israele, invitandola comunque a finire la guerra); con le occupazioni territoriali (il più delle volte poi abbandonate senza ottenere nessun risultato per cui erano state promosse, v. Afghanistan, Iraq).

Le lotte di emancipazione di Ucraina e di Palestina sono le convulsioni del declino degli imperi russo e statunitense? L’affermazione della Palestina e dell’Ucraina come Paesi indipendenti è la sola possibilità ch’esse possano partecipare alla risurrezione di un mondo “multipolare” dove tutte le nazioni godano di eguaglianza (perlomeno formale).

La resistenza anche per noi

La ricostruzione dell’Ucraina secondo le stime della Banca mondiale costerà più di 450 miliardi di dollari su dieci anni. Pressoché i due terzi delle abitazioni di Gaza sono state distrutte, diecine di ospedali, scuole, edifici governativi sono stati polverizzati. Tutto questo dopo 56 anni di occupazione e un blocco di 17 anni. Quindi, anche se non sono ancora stati calcolati, i bisogni sono pressoché identici a quelli dell’Ucraina. Numerose imprese internazionali già sono interessate a dividersi la torta della ricostruzione. Le Monde ci informava qualche giorno fa che “56 documenti sono stati firmati in margine alla Conferenza generale di promozione della crescita economica e di ricostruzione dell’Ucraina… nella sede della potente organizzazione padronale giapponese”. E qui si annida forse lo strascico del peggio che può ancora avvenire che è la spartizione delle vesti o una nuova forma di colonizzazione.

Porsi dunque la domanda del carattere economico, sociale e politico della “comunità” che si vuole ricostruire è una evidenza: si arriverà, dopo tutto lo scempio, a una società più egualitaria, più democratica, più umana? È così che la resistenza ucraina e palestinese possono porre, anche a tutti noi, in questo momento, l’interrogativo su quale deve essere la natura dell’alternativa necessaria per “vivere“ o risorgere.


Perché è possibile anticipare già al 2025 la 13esima Avs

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

“Dal 2026 affluiranno le pensioni aggiuntive”, han titolato i giornali del gruppo “TX-Tamedia”. E da parte sua la “NZZ” ribadisce: l’aumento dell’8,3 % non prima di fine 2026. Nella fase di avvicinamento alla votazione popolare i giornali di queste case editrici hanno aderito alla campagna del “No”. Non sorprende quindi che non si discuta nemmeno la possibilità di un pagamento anticipato della 13esima rendita.

Ignorano di dire che il nuovo articolo della Costituzione federale prevede che la 13esima rendita AVS debba essere versata «al più tardi» a partire dal 2026. In altre parole: se possibile, l’aumento delle pensioni dovrebbe essere introdotto l’anno prossimo.

E’ quanto chiede la federazione sindacale che ha lanciato l’iniziativa. In che modo? Lo ha spiegato a “Infosperber” il presidente del sindacato Yves Maillard, che oltretutto preferisce la formula del pagamento una tantum a fine anno.

È’ sufficiente l’intervento del Consiglio federale

Dopo la votazione del 4 marzo “Infosperber” commentava: “Se i rappresentanti della lobby civile a Berna si considerassero davvero rappresentanti del popolo, dovrebbero prendere sul serio la chiara volontà popolare e decidere sulla 13esima rendita  già per l’anno prossimo”.

Nel frattempo, il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato che il Parlamento non ha bisogno di decidere su eventuali modifiche alla legge. Il Consiglio federale può senz’altro procedere senza la decisione dell’0aula introducendo al più presto il tredicesimo assegno pensionistico attraverso un’ordinanza. Ci sono sempre aumenti delle pensioni, motivo per cui i preparativi dovrebbero essere possibili entro sei mesi.

Se il Consiglio federale approvasse rapidamente un’ordinanza sull’aumento, ci sarebbe tempo sufficiente per soddisfare la volontà popolare già nel 2025. Almeno così spiegano tre casse di compensazione AVS interpellate dalla redazione di “Infosperber”. Le tre casse sarebbero responsabili dell’attuazione, ma non vogliono essere citate per nome.

Secondo questi fondi di compensazione sarebbero necessari due requisiti:

1.La 13esima rendita non viene pagata separatamente alla fine dell’anno, perché ciò richiederebbe accantonamenti complessi dovuti ai cambiamenti delle caratteristiche dei “sinistri” durante l’anno. La 13esima rendita verrebbe invece corrisposta sotto forma di aumento dell’8,3% su tutte le rendite a partire dal 1° gennaio.

2. Il Consiglio federale deciderà quanto prima possibile l’aumento dell’8,3%. Le casse di compensazione avrebbero quindi tempo sufficiente per procedere all’aumento a partire dal 2025. “Fino a quando il Consiglio federale non emanerà una regolamentazione concreta, dobbiamo stare attenti”, spiega il responsabile di una cassa delle casse compensazione da noi consultate.

L’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (BSV) sottilinea invece il suo diverso parere: “Un pagamento a partire dal 2025 è impossibile, il tempo a disposizione sarebbe estremamente breve”.

Gli argomenti di Berna

L’Ufficio federale competente sostiene infatti che “in questo caso non è possibile fare paragoni, perché l’attuazione tecnico-amministrativa non è identica a quella dell’adeguamento periodico delle pensioni”. 

E le ragioni principali sono tre:

 – “Secondo l’iniziativa popolare, l’integrazione deve essere permanentemente gestita e rendicontata separatamente affinché possa essere esclusa dal calcolo delle prestazioni integrative”.

-“Molti altri valori dipendono dalla pensione di base senza alcun supplemento. Anche per questo motivo il sovrapprezzo deve essere indicato separatamente.”

-“La questione è più complessa del solito anche perché il supplemento vale solo per le rendite di vecchiaia, ma non per quelle per i superstiti e per quelle d’invalidità.”

I responsabili delle tre casse di compensazione AVS contattati concordano invece nel ritenere che queste argomentazioni non siano fondate. L’aumento delle rendite AVS è facilmente escludibile dal calcolo delle prestazioni complementari. È altrettanto semplice è registrare la pensione di base per altri pagamenti che dipendono da questa pensione. Aumentare l’aumento solo delle pensioni di vecchiaia e non contemporaneamente delle rendite per superstiti e invalidità sarebbe tutt’altro che “complesso”.

Una delle casse di compensazione sottolinea che durante la pandemia da “Corona-virus” le casse di compensazione sono riuscite in pochi giorni a versare i 3,7 miliardi di franchi approvati per i lavoratori indipendenti.

Infine, l’esperto di casse pensioni Hans-Ulrich Stauffer ricorda che già nel 1992 il Liechtenstein ha introdotto velocemente una 13a rendita AVS che veniva pagata senza problemi alla fine di ogni anno.

Allora, davvero non si può anticipare? O non si vuole farlo?

Nell’immagine: 3 marzo 2024. I sindacati e il PS esultano: gli elettori hanno approvato la 13esima rendita AVS “al più tardi” a partire dal 2026


Imamoglu, l’uomo che ora può prendersi le prossime presidenziali

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Giovanna Loccatelli, La Stampa

Carismatico, con una forte leadership, esperto di politica locale. Ekrem Imamoglu è considerato da tutti l’anti Erdogan, l’unico uomo che può realmente sconfiggere alle prossime elezioni presidenziali il presidente turco. Elezioni che, a questo punto, potrebbero tenersi prima del 2028. È nato a Trabzon, città della regione del Mar Nero, stessa regione da cui proviene la famiglia di Recp Tayyip Erdogan. Le elezioni di ieri potevano rappresentare il suo declino politico o la sua vera e propria ascesa. Oggi è l’uomo che de facto guida il maggiore partito d’opposizione nel Paese. Rappresenta l’anima laica della Turchia ma la sua vera forza è quella di voler essere una leadership inclusiva, sia a livello sociale che politico.

Figlio di una famiglia benestante di imprenditori, prima della sua carriera politica, ha lavorato come amministratore delegato dell’azienda di famiglia, occupandosi di progetti di urbanizzazione e sviluppo di piani regolatori. Sono proprio questi i temi che lo differenziano maggiormente da Erdogan: Imamoglu ha più volte sostenuto -non solo in campagna elettorale- la necessità di una metropoli più vivibile, con più spazi verdi e centri culturali. Mentre oggi Istanbul è soffocata da cemento e continue costruzioni verticali. Negli ultimi anni, si è opposto fortemente al progetto “folle” voluto da Erdogan, il Kanal Istanbul, riuscendo a bloccarne la realizzazione. Questa sua prima esperienza lavorativa, gli ha permesso di confrontarsi con molti problemi legati alla città e al suo sviluppo.

Nel 2009 si è iscritto al Partito Repubblicano del Popolo (Chp), diventando tra il 2014 e il 2019, il sindaco del distretto di Beylikdzuzu. Questo periodo lo mise in luce per le sue abilità da amministratore, attirando a sé l’attenzione dei media e della dirigenza del partito. Grazie all’ottimo lavoro svolto, nel 2018 divenne il candidato sindaco del Chp per Istanbul. La città all’epoca era amministrata ininterrottamente da Erdogan o dai membri del suo partito. In soli 112 giorni di campagna elettorale, Imamoglu divenne un personaggio molto apprezzato dalla popolazione sia per il suo abilissimo uso dei social network- fino a qualche anno fa elemento inedito nello scenario politico turco- sia per la sua capacità di arrivare alle due anime del paese, quella laica e quella più conservatrice.
Ha sempre mostrato una volontà al dialogo con i suoi oppositori politici, criticando più volte la figura dell’uomo solo al comando, dannosa per la salute del Paese. La sua è l’immagine di un politico moderato, inclusivo, desideroso di democrazia, intesa come elemento participativo. A differenza della maggior parte dei politici del Chp, ha sempre pubblicamente dichiarato la sua fede musulmana. Permettendo così a molti elettori conservatori di avvicinarsi al Chp. Il 23 giugno del 2019 ha stravinto le elezioni a Istanbul con un margine di oltre 800mila volti, dopo che la prima votazione era stata annullata per presunte irregolarità.

Con la riconferma elettorale di ieri, Ekrem Imamoglu ha lanciato un messaggio potentissimo sia all’interno del Paese che al mondo: ha dimostrato che in Turchia regga una una resilienza democratica che non è stata scalfita dall’accentramento dei poteri voluto e ottenuto dal presidente turco, Recep Erdogan.

Nell’immagine: Ekrem Imamoglu


Chi era Mohammad Reza Zahedi, il generale iraniano inviato a sedare la rivolta contro il regime di Assad

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Di Daniele Raineri, La Repubblica

Quando il regime del presidente siriano Bashar al Assad cominciò a perdere contro la ribellione scoppiata nel 2011, prima chiamò i combattenti del gruppo libanese Hezbollah per tentare di arginare i gruppi armati, e poi quando i libanesi non funzionarono chiamò direttamente un contingente militare dell’Iran per una vasta e spietata campagna di controinsurrezione.
A guidare da lontano quelle operazioni in Siria c’era il generaleQassem Suleimani, che già allora godeva di uno status leggendario. Ma sul campo, a sbrigare le faccende giorno per giorno, c’era il meno conosciuto Mohammad Reza Zahedi, veterano con decenni di militanza nei Guardiani della rivoluzione e, dal 2008, capo del settore siriano. Quando la ribellione fu domata – e ci volle l’intervento della Russia di Vladimir Putincominciato nel 2015 – gli iraniani passarono all’incasso del credito guadagnato con il sempre più debole regime di Damasco e cominciarono una campagna massiccia per trasformare il Paese in una postazione militare da sfruttare, prima o poi, in una guerra contro gli israeliani.
L’Iran non confina con Israele, era il principio fondamentale di quella campagna, ma la Siria sì. Zahedi con la sua esperienza e i suoi contatti fu messo a capo di quell’operazione, che di fatto prevedeva il coordinamento costante e clandestino dei carichi di armi e di contingenti di gruppi armati dall’Iran alla Siria al Libano. Comandava il cosiddetto “Dipartimento 2000” dei Guardiani della rivoluzione, che dirige tutte le operazioni dei pasdaran nel Levante.

Sono gli uomini come Zahedi a far funzionare l’allargamento dell’influenza iraniana in Medio Oriente, con questo tipo di incarichi sospesi a metà tra la vita clandestina e la posizione ufficiale – e infatti il generale è stato ucciso a pochi passi dal consolato dell’Iran. Secondo le informazioni più aggiornate a disposizione, il generale iraniano preferiva stare a Beirut e non a Damasco, una capitale che gli israeliani trattano come un poligono di tiro. Accompagnava sempre il capo dei Guardiani della rivoluzione – prima Qassem Suleimani e ora il molto meno efficiente Esmail Qaani – quando veniva in missione in Libano e in Siria.

Nell’immagine: Mohammad Reza Zahedi


La Turchia si contraddice. Prima più Erdogan, oggi meno Erdogan

Criticato da molti per la sua posizione lontana dai centri, il Tribunale penale federale di Bellinzona compie 20 anni 

Dicotomica è la Turchia. Quindi doppia. Ma appunto… alla turca. Cioè in modo stabile ma anche contraddittorio. Già per collocazione geografica, a cavalcioni dello stretto dei Dardanelli, un piede in Europa e l’altro in Oriente; da oltre un quarto di secolo, nazione fratturata nel confronto fra grandi centri e periferie soprattutto anatoliche; società in parte laicizzata e nell’altra sempre islamico-conservatrice; produttore della migliore cinematografia in sala e sul piccolo schermo lagne famigliari lenificanti di pura tradizione, da fez antico; e generazioni in sintonia sempre più precaria. Infine, oscillante fra illusioni di recuperabile potenza ottomana, con richiami illiberali e fortemente nazionalistici, e brusche frenate kemaliste indisponibili a rifiutare la calamita dei modelli occidentali. Il tutto tradotto in doppiogiochismo geo-politico: partecipazione alla Nato ma acquisti di missili da Mosca; esercito occupante parte dell’Iraq e della Siria (con l’ossessione anti-curda) ma anche volutamente cieco quando si tratta dei macellai Isis tranquillamente in transito come fu documentato durante lo Stato islamico e come confermato recentemente dal fatto che i ‘jihadisti’ autori della strage di Mosca partirono dal Tagikistan e transitarono tranquillamente dal corridoio turco.

Accade così che il quadro, apparentemente immobile, possa  imprevedibilmente scomporsi in parte da un anno all’altro. Nel 2023 la riconferma di Erdogan alla presidenza, premiato come figura di gran leader regionale e internazionale, che riproponeva la centralità della sua diplomazia a tutto campo, del prestigio (rubacchiato) di gran mediatore, di riconosciuto politico attorno al quale raccogliere i guerreggianti in Ucraina, o suggeritore di successo dell’allora accordo sul grano in partenza dal Mar Nero. Ve li ricordate quei titoli, dopo settimane in cui a Ovest si sperava e fantasticava sulla caduta del ‘rais’? “Non avevamo capito nulla’, arrivò a titolare uno dei giornali che più si erano esposti in quella ottimistica previsione, alimentata anche dalle conseguenze di un devastante terremoto e dalla relativa certezza che la corte di Erdogan avesse facilitato la costruzione di palazzi sbriciolati dall’urto della terra perché tirati su con la fretta speculativa e poveri materiali a basso costo.

Oggi, dietrofront. Erdogan, per sua stessa ammissione, esce con le ossa rotte da un voto amministrativo che all’opposizione repubblicana ha riconsegnato o consegnato non solo Istanbul (“chi la controlla governa l’intera Turchia”, disse il gran capo della sua città natia ai tempi del trionfo) ma anche Ankara, e altre città importanti, alcune addirittura a sud del ponte sui Dardanelli che porta il nome della battaglia di Gallipoli dell’inizio del secolo scorso. Certo, le municipali hanno anche logiche squisitamente locali. Ma, al netto di questa peculiarità, appare chiaro che la peggiore sconfitta di Erdogan negli ultimi decenni anni è soprattutto lo stato di un’economia nazionale in crescente difficoltà: riassumibile nel dato dell’inflazione – e quindi del carovita –  ormai vicina all’ottanta per cento. E nemmeno c’era, forse per fortuna, la riproposta del fronte unico che non riuscì a batterlo nell’autunno scorso: “solo” una manciata di sindaci popolari e collaudati (primo fra tutti a Istanbul, quel giovane Ekrem Imamoglu con evidente destino politico a livello nazionale), e altri in candidatura che hanno avuto facile gioco nell’indicare i rivali e amici del presidente quali responsabili anche dei grossi guai locali.

Cambierà la politica di Erdogan, che grazie alla sua nuova Costituzione veste comunque un’armatura di poteri amplissimi? Poco o pochissimo sul piano interno: la ricetta della nuova società islamizzata turca forse è arrivata al capolinea, attenuandone i progetti e magari impedendo al capo dello Stato un’altra riforma che dia all’ “emiro” la possibilità di una terza candidatura; per il resto si continuerà a scivolare sul piano inclinato che limita fortemente lo stato di diritto, dal bavaglio ai mass media, al controllo della magistratura, al sostanziale non riconoscimento delle istanze della comunità curda, a ricette economico-finanziarie spesso bizzarre e autarchiche. Nulla, invece, muterà della strategia internazionale: né la caccia alla supremazia nella parte orientale del Mediterraneo (ricco di risorse energetiche), né la denuncia di Israele e l’appoggio ad Hamas per accaparrarsi il ruolo di difensore della causa palestinese; né l’espansionismo militare, non solo Siria e Iraq, ma anche coi cingolati turchi spinti fino in Libia per spartirsi, magnanimamente insieme ai russi,  il controllo di quel sanguinoso labirinto che è ormai da anni il campo di battaglia del dopo Gheddafi. 

Meglio dunque che l’Occidente sia prudente nel leggere dell’ultimo voto, e che si faccia una ragione della dicotomia turca. Nel lontano passato kemalista (abbattuto l’impero) il paese fu considerato modello di una società musulmana laica e tollerante (nonostante il genocidio, en passant, di un milione e oltre di concittadini curdi); quindi fu l’alleato fedele della Nato dentro il pugno duro della dittatura militare; poi col primo Erdogan il faro del possibile incontro fra islam e democrazia e perciò candidabile all’UE; infine il regno di derive che, con lo stesso leader, la portavano altrove, comunque in territori illiberali e lontani, rendendola sempre meno proponibile all’integrazione europea in un  continente ormai alle prese con la calcolata idiosincrasia anti-islamica. 

Attenti dunque a dar ora per certa, per concreta, per incoraggiante la speranza di una svolta anti-autoritaria, consona anche agli interessi occidentali. La dicotomia non è fissità. 

Nell’immagine: Ekrem Imamoglu, sindaco laico di Istanbul. Dopo essere stato riconfermato è visto da molti analisti come un potenziale futuro presidente