Pasqua con la guerra. I cristiani di Gaza a rischio esodo forzato

Come tutti gli altri palestinesi, ortodossi e cattolici nella Striscia vivono da sfollati in condizioni spaventose. Chi può cerca di lasciare Gaza e spesso si dirige in Australia  

Di Michele Giorgio, il manifesto

«Per la nostra comunità è una Pasqua amara, molto amara. I cristiani di Gaza, come tutti gli altri palestinesi, sono sfollati e sotto le bombe. Quelli della Cisgiordania non possono entrare a Gerusalemme perché Israele nega loro i permessi. L’assenza del turismo a Gerusalemme e in Cisgiordania sta affondando gli hotel, le strutture private e quelle legate alle Chiese che vivono di pellegrinaggi. E nessuno sa quando finiranno l’offensiva militare israeliana e le stragi a Gaza». Fadi, nome di fantasia per ragioni di sicurezza, è un giovane teologo di Gaza, giunto qualche settimana fa in Cisgiordania. Con poche frasi descrive un altro capitolo, poco conosciuto, di una guerra che tra le sue conseguenze potrebbe portare alla scomparsa della minuscola comunità cristiana di Gaza, circa un migliaio di persone, in maggioranza ortodossi.

«I palestinesi cristiani a Gaza sono a rischio come tutti gli altri e hanno pagato con la vita di almeno 21 persone i bombardamenti aerei israeliani, morti ai quali vanno aggiunti quelli colpiti da spari e coloro che sono deceduti per mancanza di cure, il sistema sanitario è distrutto», dice Fadi ricordando il massacro, la sera del 19 ottobre dello scorso anno, di 18 cristiani causato da una bomba caduta su una struttura della Chiesa ortodossa di San Porfirio in cui si trovavano oltre 100 sfollati sugli oltre 400 ospitati nel complesso religioso. Tra gli uccisi anche Marwan Tarazi, custode dell’archivio dello storico studio fotografico di Kegham Djeghalian. Israele sostenne di aver preso di mira un «centro operativo di Hamas». Fadi ricorda che la chiesa di San Porfirio, tra le più antiche in Medio oriente, e quella latina (cattolica) della Sacra Famiglia, ospitano decine di famiglie cristiane e musulmane. «Sono uomini, donne e bambini che vivono in condizioni molto difficili da quasi sei mesi. È una vita non più sopportabile e il mondo non fa nulla di concreto per fermare l’offensiva israeliana contro Gaza».

Chi può, quindi anche i cristiani, cerca di lasciare Gaza, almeno fino a quando non finirà l’attacco israeliano e sarà avviata la ricostruzione. Secondo Xavier Abu Eid, un portavoce della comunità palestinese cristiana, «secondo calcoli ufficiosi, il 4% dei cristiani ha lasciato Gaza (attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, ndr), una percentuale che a prima vista potrebbe apparire bassa e che invece è molto significativa se teniamo conto delle dimensioni ridotte della comunità». Famiglie intere che hanno pagato le «tasse» egiziane (una vera e propria estorsione da almeno 5mila dollari a persona) per raggiungere il Cairo e che poi sono partite in maggioranza per l’Australia, paese che ospita una nutrita comunità palestinese. «Alcuni forse avrebbero preferito andare dai parenti in Cisgiordania ma Israele non permette ai palestinesi di Gaza di trasferirsi lì», prosegue Abu Eid.

Quello dei permessi negati è una tema generale che riguarda tutti i palestinesi, ma è tornato di stretta attualità per i cristiani proprio in questi giorni. Le autorità israeliane non hanno ammorbidito la linea inflessibile verso i tre milioni e mezzo di palestinesi della Cisgiordania, neanche in occasione della Pasqua. Quindi non consentono ai cristiani di raggiungere Gerusalemme. I musulmani possono entrare sono il venerdì di Ramadan se hanno più di 60 anni gli uomini e 50 le donne. «In Cisgiordania – ci dice il pastore luterano Mitri Raheb, studioso e fondatore dell’università Dar Al Kalima – con le strade principali sigillate dall’occupazione militare, siamo rinchiusi dietro muri di cemento che hanno trasformato le nostre città in Bantustan. Continuiamo a chiederci quando otterremo la libertà di vivere con dignità». Raheb avverte che le restrizioni israeliane e le violenze dell’occupazione minacciano direttamente la minoranza cristiana. «Questa Pasqua – dice – siamo testimoni di orrori mai immaginati. La Chiesa in Terra Santa, insieme a migliaia di anni di cultura e patrimonio palestinese si sta disintegrando davanti ai nostri occhi. A Gerusalemme a Betlemme, Nazareth e Nablus, assistiamo ai crescenti attacchi contro la nostra comunità da parte di coloni ed estremisti israeliani».

Il 26 marzo più di 140 leader cristiani di tutto il mondo hanno chiesto un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine del sostegno militare a Israele in una lettera diretta al presidente degli Stati uniti Joe Biden e ad altri leader politici. «Noi, come leader cristiani globali, siamo al fianco dei nostri fratelli e sorelle in Palestina e nel mondo e diciamo che gli omicidi devono finire e che la violenza deve finire», hanno scritto.

La Settimana Santa è un periodo in cui fedeli locali e pellegrini stranieri si riversano a Gerusalemme per camminare sulla via che, secondo la tradizione, avrebbe percorso Gesù prima della sua crocifissione. Quest’anno poche centinaia di persone hanno preso parte ai riti della Via Crucis nella Città Vecchia e non se ne prevedono tanti di più per la Pasqua ortodossa il 5 maggio. La crisi del turismo religioso dopo sei mesi di guerra – solo ora si registrano timidi segnali di ripresa – sta avendo ricadute importanti sulla linfa che nutre gran parte della comunità cristiana a Gerusalemme e Betlemme e migliaia di lavoratori palestinesi, anche musulmani. Il turismo cristiano è il terzo più grande datore di lavoro privato nei Territori occupati. Per Fadi la crisi economica c’è per tutti e ora conta solo in parte. La priorità, conclude, «è fermare subito l’offensiva israeliana contro Gaza e mettere fine alla strage di tanti palestinesi innocenti».

Nell’immagine: le rovine della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio a Gaza City, colpita da Israele il 20 ottobre 2023


Profitti illegali nel mondo: il terribile primato del “mercato del sesso”

Come tutti gli altri palestinesi, ortodossi e cattolici nella Striscia vivono da sfollati in condizioni spaventose. Chi può cerca di lasciare Gaza e spesso si dirige in Australia  

Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il lavoro forzato nell’economia privata genera 236 miliardi di dollari di profitti illegali all’anno. Si tratta di 64 miliardi di dollari, il 37%, in più rispetto al 2014: un aumento risultato sia dalla crescita del numero di persone costrette al lavoro forzato, sia dall’aumento dei profitti generati da questa pratica. Il rapporto dell’ILO “Profitti e povertà: l’economia del lavoro forzato” stima che i trafficanti e i criminali guadagnino quasi 10mila dollari per vittima, rispetto agli 8.269 dollari (al netto dell’inflazione) di dieci anni fa.

I profitti illegali totali annuali derivanti dal lavoro forzato sono più alti in Europa e Asia centrale (84 miliardi di dollari), seguiti da Asia e Pacifico (62 miliardi di dollari), Americhe (52 miliardi di dollari), Africa (20 miliardi di dollari) e Paesi arabi (18 miliardi di dollari). Lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali rappresenta più di due terzi (73%) del totale dei profitti illegali. E questo nonostante tale pratica coinvolga solo il 27% del numero totale di vittime del lavoro imposto privatamente.

Questi numeri si spiegano con l’enorme differenza nei profitti per vittima tra lo sfruttamento sessuale commerciale forzato e altre forme di sfruttamento del lavoro forzato non statale. Parliamo di profitti di 27.252 dollari per vittima nel primo caso contro 3.687 dollari per vittima nel secondo. Lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali è dunque il settore, senza alcun dubbio, più remunerativo, cui segue l’industria (35 miliardi di dollari), i servizi (20,8 miliardi di dollari), l’agricoltura (5,0 miliardi di dollari) e il lavoro domestico (2,6 miliardi di dollari).

“Le persone costrette al lavoro forzato sono soggette a molteplici forme di coercizione. La trattenuta deliberata e sistematica del salario è tra le più comuni. La comunità internazionale deve urgentemente riunirsi per agire e porre fine a questa ingiustizia, salvaguardare i diritti dei lavoratori e sostenere i principi di equità e uguaglianza per tutti”, continua il direttore generale dell’ILO. Il rapporto sottolinea l’urgente necessità di investimenti in misure atte ad arginare i flussi di profitto illegali e a portare davanti alla giustizia i responsabili. Raccomanda di rafforzare i quadri giuridici, fornire formazione ai funzionari delle forze dell’ordine e un migliore coordinamento tra queste.

Ma, soprattutto, il rapporto sottolinea che non è possibile porre fine al lavoro forzato solo attraverso misure di applicazione della legge. Le azioni di contrasto devono far parte di un approccio globale volto ad affrontarne le cause profonde e a tutelare le vittime. Il Protocollo del 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato, che risale al lontano 1930, e la Raccomandazione sul lavoro forzato, pubblicata nel 2014, forniscono un quadro strategico, tristemente disatteso, per agire in questo senso.

Nell’immagine: un fotogramma dal film del 2012 “Urla silenziose” (Eden), diretto da Megan Griffiths, incentrato sul tema della tratta delle bianche al confine tra Messico e USA


Una versione sconosciuta della “Commedia”

Come tutti gli altri palestinesi, ortodossi e cattolici nella Striscia vivono da sfollati in condizioni spaventose. Chi può cerca di lasciare Gaza e spesso si dirige in Australia  

«La sfida più complessa di tutte le filologie moderne». Così il dantista Paolo Trovato ha definito il tentativo di fare un’edizione critica della Commedia. Non ci sono confronti in altre letterature. Nessuna opera ha avuto una diffusione così ampia e complessa. La complicazione nasce anche dal fatto che non abbiamo autografi di mano dantesca. Il fortunato che trovasse una pagina, un rigo, una firma vergata da Dante, farebbe bingo. E poi c’è la quantità: se andate su “danteonline.it”, il sito che si avvale della consulenza scientifica della Società dantesca italiana, e cliccate sul link dei manoscritti, troverete un elenco di ben 827 codici che tramandano il poema, alcuni di fattura modesta, altri lussuosi a seconda del livello sociale del pubblico a cui erano destinati. Una mole spaventosa e per di più con contaminazioni notevoli. D’altra parte, si sa che le tre cantiche ebbero una diffusione immediata e probabilmente frazionata per gruppi di canti (dal 1314 l’Inferno, dal 1315 il Purgatorio, mentre il Paradiso entrò in circolazione subito dopo la morte dell’autore, nel 1321).

Nel 1965, settimo centenario della nascita di Dante e anno cruciale per gli studi, Gianfranco Folena paragonò la tradizione manoscritta della Commedia a un fiume che sin dalla sorgente contiene correnti rimescolate e confuse. Copisti ed editori, nei secoli, hanno contribuito a inquinare le acque magari in buonafede, nel tentativo di correggere delle lacune o di rimediare a delle incomprensioni, producendo nuovi errori, nuove incomprensioni e nuovi tentativi di «revisione», all’infinito. Uno di questi tentativi fu intrapreso da Boccaccio, che copiò di proprio pugno per ben tre volte il poema prendendo le mosse da un codice Vaticano, ma anche lui contaminando abbondantemente e aggiungendo sempre più sue congetture arbitrarie.

La più famosa edizione della Commedia, quella compiuta da Giorgio Petrocchi tra il 1965 e il 1967, prendeva in considerazione soltanto i circa trenta testimoni che precedono il 1355, noti con il nome collettivo di «antica vulgata», e divisi in due rami, quello settentrionale (il poema fu subito divulgato anche nel Nord Italia, dove Dante passò buona parte dell’esilio prima di morire a Ravenna) e quello centrale.

Ora, fuori da quella «antica vulgata», ma pur sempre significativo, alla tradizione della Commedia si aggiunge un nuovo manoscritto, che verrà venduto da Finarte (si spera a una biblioteca o a un centro di studi), a cui l’ha affidato la famiglia detentrice, erede di un funzionario di Stato collezionista di pregevoli materiali danteschi e defunto nei primi anni Sessanta. La scheda di presentazione, firmata da Fabio Massimo Bertolo, responsabile del dipartimento Manoscritti e autografi della casa d’aste, fissa cronologicamente la trascrizione del testo tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento secondo una prima expertise paleografica. L’importanza filologica del documento andrà poi valutata alla luce di un esame critico che ne verifichi il valore testuale, sulla base di un confronto con la tradizione nota.

Intanto però resta il fatto eccezionale che il codice, cartaceo (cm 40 x 27) e rilegato modernamente in marocchino naturale, contiene il poema nella sua forma quasi integrale per complessive 93 carte: le prime e le ultime due staccate dal volume e di mano poco più tarda; la carta 25 mancante in coincidenza dei versi 34-139 del canto XXIX e i versi 1-57 del XXX dell’Inferno. Il testo è disposto su due colonne di 42 righe con rubriche in rosso, capilettera in rosso moderatamente decorati all’inizio di ogni canto e con iniziali di terzina sporgenti. Il poema è seguito dai Capitoli in terza rima di Iacopo Alighieri, figlio di Dante, e Bosone Novello da Gubbio: sono gli stessi testi che si trovano talvolta accostati al poema, per esempio, in uno dei più pregevoli manoscritti danteschi, e cioè il codice Trivulziano 1080, accreditato a lungo come testimone privilegiato sul piano linguistico.

La scheda che presenta il codice segnala che il testo si accoda «con ragionevole certezza» al cosiddetto «gruppo del Cento», ricca porzione di codici della Commedia ritenuta inizialmente opera di un solo copista, Francesco di ser Nardo da Barberino, attivo a Firenze nella prima metà del Trecento, quando la città era protagonista del commercio di manoscritti. Francesco di ser Nardo fu forse il fondatore di una folta e fortunata officina scrittoria che avrebbe prodotto numerose copie del poema (i «Cento Danti», appunto, grazie ai quali si raccontava che il bottegaio «maritò non so quante sue figliuole»). Mentre la bottega disponeva di numerosi copisti (che magari si basavano su più esemplari per raffrontare e «migliorare» il testo), alla preziosa mano di Francesco si devono certamente alcuni esemplari (almeno sei), tra i quali il citato Trivulziano, copiato nel 1337.

Tornando al nostro manoscritto, se davvero rientrasse nel novero dei Cento, il suo interesse filologico sarebbe limitato, visto che riporterebbe varianti già note: ma non è questo il momento di azzardare ipotesi testuali. Resta la scoperta di un documento il cui valore supera di certo i due milioni di euro. L’eleganza della fattura (non portata a termine, visto che rimane bianco lo spazio di alcuni capilettera), la regolarità ben spaziata e ben allineata della grafia (dal tratto quasi preumanistico); la pulizia generale del manufatto, privo peraltro di postille e di note di possesso (a parte un appunto moderno che rimanda a una probabile provenienza inglese); il formato insolitamente ampio del volume: sono tutti elementi che fanno pensare alla commissione di una persona colta desiderosa di garantirsi un esemplare raffinato del poema, ma di non grandi disponibilità non essendo il codice pergamenaceo bensì cartaceo. Bertolo aggiunge alcune notazioni di carattere linguistico che assimilerebbero il codice all’area toscana, come del resto segnalò in una scheda degli anni Sessanta lo studioso Guido Vitali, che ebbe modo di visionarlo, avvicinandolo appunto ai Cento.

Si è detto dell’impaginazione del codice appena scoperto. L’aspetto grafico non è mai una faccenda secondaria, tanto meno quando si parla di opere dantesche. Anche in questa chiave si muove un saggio di Maria Luisa Meneghetti, filologa romanza e accademica dei Lincei, che apparirà sul nuovo numero della rivista «Critica del testo» intitolato Dante conteso. Il saggio riguarda una vexata quaestio molto delicata: la paternità della versione italiana del famoso Roman de la Rose, nota come Il Fiore, poemetto composto di 232 sonetti, che Gianfranco Contini definì «attribuibile» al giovane Dante. Una questione su cui i dantisti sono divisi e l’un contro l’altro armati da diversi decenni. Ora, Meneghetti mette in dubbio quella attribuzione chiamando in causa l’impaginazione dell’unico manoscritto, conservato a Montpellier, che tramanda l’opera: la sorpresa è che quel codice, che comprende anche una copia del modello francese, non si attiene alla maniera tradizionale con cui venivano trascritti i sonetti in Italia. Rivela piuttosto aspetti tipici della mise en texte della narrativa in versi antico francese […]

L’esame comprende la disposizione in pagina (su due colonne), la scansione delle strofe tutta in verticale (in genere i sonetti venivano invece disposti sulla pagina orizzontalmente a mo’ di prosa, con un punto metrico a segnare la separazione dei versi), l’alternanza cromatica delle iniziali, le simmetrie visive insieme alle somiglianze tematiche e di tono (satirico-narrativo) che accomunano il Fiore e le opere in strofa di scuola francese. Passaggio dopo passaggio, si arriva a una conclusione inattesa: l’ipotesi (più che un’ipotesi) che il copista del codice Montpellier sia un «funzionario di buon livello di una compagnia mercantile (…), un toscano, se non proprio un fiorentino, che nella Francia aveva trovato (…) la sua seconda patria e nella cultura, anche libraria, francese la sua cultura d’adozione». Di «formazione grafica d’Oltralpe del copista», parla anche il paleografo Sandro Bertelli nel saggio che segue quello di Meneghetti. Un’obiezione potrebbe essere: perché escludere che questo copista «francesizzante» avesse sotto gli occhi un’opera autenticamente dantesca?

La risposta si compone di nuove domande: perché mai il copista avrebbe dovuto disporre il testo secondo un criterio «francese» se l’originale (o l’antigrafo, cioè l’esemplare-modello) aveva la canonica impaginazione italiana? Senza negare altri dubbi su cui lo stesso Contini rimase evasivo: il Roman de la Rose non ebbe una circolazione italiana e se Dante, come pare, non si spinse mai in Francia (la segnalazione di un soggiorno parigino ipotizzato da Boccaccio non è attendibile), da dove gli sarebbe arrivata la copia del Roman da prendere a modello per la sua riscrittura? È molto più probabile, e tanto più alla luce delle nuove acquisizioni, che non solo il copista ma anche l’autore del Fiore sia un italiano di Francia, e non l’Alighieri.

Articolo scritto per il Corriere della Sera