Dittatura e rivoluzione alla portoghese (1)

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Fu un’emittente privata cattolica, Rádio Renascença, fondata nel 1934 e tuttora in attività che, proprio a quell’ora, diffuse una canzone del 1971, scritta da José Zeca Afonso, che il regime salazarista aveva messo all’indice. Quella canzone, in cui si parla di fraternidade e igualdade, diede il segnale agli artefici della rivoluzione, ufficiali subalterni e superiori dissidenti dell’Esercito, riuniti nel MFA (Movimento das Forças Armadas). Da tempo chiedevano una democratizzazione del Paese, libere elezioni, l’abolizione della PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado, la famigerata polizia segreta) e la decolonizzazione dei territori portoghesi in Africa: segnatamente Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, nei quali il Portogallo era impegnato, sin dal 1961, in un logorante e costoso conflitto con i movimenti guerriglieri indipendentisti locali.

Delle intenzioni dei golpisti il Governo era al corrente: riuscì anzi a fermare, il 16 marzo, un primo tentativo di insurrezione e ad arrestare 200 militari ribelli, che vennero tutti liberati il 25 aprile dagli artiglieri del MFA. Il secondo tentativo, passato alla storia come Rivoluzione dei Garofani, ebbe successo e portò alla deposizione di Antonio Caetano e del suo Governo, che da due anni avevano sostituito Salazar alla testa del Paese.

Il colpo di Stato si concluse in poco più di 16 ore. Quattro i morti rimasti sul campo, colpiti dagli spari della Polizia politica del regime. Determinante fu la partecipazione popolare: nonostante i ripetuti appelli del MFA a restarsene in casa, migliaia di cittadine e cittadini scesero in piazza ad operazioni ancora in corso.

A far definire Rivoluzione dei garofani (Revolução dos cravos) il rovesciamento dell’Estado Novo – fondato nel 1933, sopravvissuto al primo dopoguerra, alla Seconda guerra mondiale e alla Guerra fredda, diventando così la più longeva dittatura dell’Occidente – è stata una figura ormai entrata nel mito, la oggi novantunenne Celeste Martíns Caeiro. Faceva la cameriera al Franjinhas, primo self-service di Lisbona che, proprio quel giorno, avrebbe voluto festeggiare il primo anno di attività: per l’occasione erano state acquistate decine di garofani rossi e bianchi da regalare ai clienti ma, giunta sul posto, Celeste trovò il proprietario che, vista la situazione, quei garofani li diede a lei e alle sue colleghe poiché il ristorante, quel giorno, non avrebbe aperto. Rientrando a casa, Celeste s’imbattè in un soldato che le chiese una sigaretta. “Siccome non ne avevo, gli offrii uno dei garofani. Lui lo prese e lo infilò nella canna del fucile. Donai gli altri fiori agli altri soldati e fecero la stessa cosa. Fu una gioia incontenibile vedere tutti i militari sfilare per la piazza coi fiori nelle armi. Una sensazione indescrivibile” raccontò Celeste in decine di interviste. Quei fucili armati di garofani permisero alla gente scesa in piazza di distinguere le truppe ribelli dai pochi reparti fedeli al Governo.

Celeste Caeiro

Originaria dell’Alentejo – la grande regione a sud est di Lisbona, agricola e politicamente rossa – Celeste Caeiro era cresciuta in orfanotrofio. Aveva assistito, da ragazza, alle lotte dei braccianti e agli scioperi dei lavoratori; aveva visto imprigionare membri della sua famiglia; aveva lavorato in una tabaccheria, ritrovo degli scrittori di sinistra, in cui nascondevano i libri proibiti. Gianfranco Ferraro le dedicò un lungo ritratto (il manifesto, 25 aprile 2019: “Nei giorni seguenti la vita torna rapidamente alla normalità, ma per poco, perché alla radio si cerca la persona che per prima aveva dato i garofani ai militari. È così che Celeste Caeiro diventa il simbolo stesso della rivoluzione. Con la pensione, si avvicina al Partito comunista portoghese e comincia a fare politica attiva. Comincia a visitare le scuole, “anche se è più difficile raccontare ai bambini”. Racconta di quella volta che lo stesso Cardinale di Lisbona si fece raccontare la storia: “fu come una ispirazione divina”, le disse. Celeste Caeiro – “donna dei garofani di aprile, che hai ammainato la guerra, e la guerra è stata senza sangue”, come recita la poesia dedicatale da Rosa Guerreiro Dias – è entrata per caso nei libri della grande storia portoghese e, come lei stessa dice, “poteva essere stato chiunque altro, quel giorno, ma è come se i garofani di aprile fossero stati conservati per me”.

Tutto questo viene ricordato e verrà rivissuto nei prossimi giorni in una Lisbona e in un intero Paese che, da quel 1974 – che la ricorrenza ci fa sembrare vicino, ma che è in realtà lontanissimo – ha vissuto altri mutamenti radicali. Radicali, ma anche – ed è una caratteristica quasi ontologica della storia recente del Portogallo, se non della natura stessa del popolo portoghese – come ovattati, in sordina, sottotraccia.

In cicli di 50 anni ciascuno si sono succeduti l’Estado Novo di Salazar e, dopo la sua caduta, 24 governi democraticamente eletti, quasi tutti a guida socialista o socialdemocratica. Altri 50 anni più tardi, le recentissime elezioni legislative hanno decretato la vittoria del Partido Social Democratico PSD (80 seggi) su quello Socialista (PS), ma anche un forte consenso (50 seggi) alla nuova formazione di estrema destra antieuropeista CHEGA (in italiano Basta!), che oggi occupa 50 seggi in Parlamento.

In queste settimane le librerie traboccano di ristampe e di nuove pubblicazioni dedicate tanto alla Rivoluzione che al cinquantennio che l’ha preceduta e l’ha generata, segnato dalla figura di António de Oliveira Salazar (1889-1970), leader incontrastato e assoluto dal 1932 al 1968, personificazione stessa dell’Estado Novo.

Salazarisme & fascisme (con prefazione di Mário Soares, per due mandati Presidente della Repubblica tra il 1976 e il 1986, Paris, Chandeigne, 1996) si intitola il lungo saggio che a questa figura ambigua ha dedicato Yves Léonard, docente a SciencesPo, tra i massimi specialisti esperti di storia portoghese.

Economista di formazione, titolare di una cattedra all’Università di Coimbra, celibe, timido, allergico ai bagni di folla, per nulla carismatico, una vita quasi monacale, ben diverso insomma da tutti i dittatori suoi contemporanei, Salazar è stato, come già detto, il capo di Governo più longevo d’Europa: già a partire dagli anni Trenta ha isolato sempre più il Paese, conducendo una politica economica di tipo autarchico, basata anche sullo sfruttamento delle colonie e caratterizzata da enormi investimenti infrastrutturali, stradali, ferroviari, edili e scolastici. Gran parte degli storici che si sono occupati della sua enigmatica figura gli riconoscono che questo suo isolazionismo ha evitato al Portogallo effetti ben più devastanti dopo la guerra e che molte sue decisioni hanno portato a un costante aumento del PIL e al miglioramento delle condizioni di vita di un popolo in larghissima parte agricolo che, nel 1940, contava ancora un 54% di analfabeti.

Effetti benefici, tuttavia, a scapito di alcuni diritti fondamentali che al cittadino erano, di fatto, negati. La sua fu una guida condotta con pugno di ferro, equilibrismi d’ogni sorta, alleanze mutevoli. Con il vicino spagnolo – che usciva dalla Guerra civile e di cui temeva una potenziale alleanza con la Germania che, in caso di vittoria, avrebbe verosimilmente condotto alla fine del Portogallo indipendente – siglò già nel 1939 un complesso trattato di non aggressione. Salazar fu artefice di una dichiarazione di neutralità complessissima da gestire durante la Seconda guerra mondiale tra le sollecitazioni pressanti dei poli opposti: il suo Governo riuscì a fornire tungsteno e altre materie prime all’industria bellica tedesca e italiana e, parallelamente, a mettere a disposizione degli Alleati britannici la base militare di Lajes sulle strategiche isole Azzorre. Durante il conflitto, Lisbona divenne contemporaneamente terra d’accoglienza per migliaia di profughi ebrei in fuga dalla deportazione e un vero e proprio nido di spie dei due fronti, le cui attività venivano tollerate purché non intervenissero sugli affari interni portoghesi.

In questo bilancio in chiaroscuro del regime autocratico e autarchico di Salazar, fortemente ispirato dal concetto di Patria e vicino alla Chiesa cattolica, non vanno naturalmente dimenticati migliaia di oppositori politici e sindacalisti deportati, lo sfruttamento delle colonie, il divieto di sciopero e la messa al bando di altri diritti fondamentali.

Salazar, insomma, ha retto il Portogallo in tempi difficilissimi. Sull’uscio di casa, appena oltre confine, si affacciava la Spagna franchista, l’Italia era fascista, la Germania nazista. Con tutti questi, ma anche con Churchill e con almeno tre presidenti americani (Roosevelt, Truman, Eisenhower), si è confrontato. Al termine del conflitto, mentre la Spagna ne venne esclusa, il Portogallo ottenne una parte (seppur minima, anche in considerazione dei danni minori subiti) dei fondi del Piano Marshall per il rilancio delle economie europee. La ottenne proprio grazie all’appoggio determinante dato agli Alleati negli ultimi mesi di guerra. Poco dopo, tra i 12 Paesi fondatori della NATO, nel 1949, figurava anche il Portogallo.

  • Per saperne di più sulla figura di Salazar: Le salazarisme et le fascisme européen Marco Ferrari, L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte, Bari, Laterza, 2020 Marco Ferrari, Alla rivoluzione sulla Due Cavalli, Bari, Laterza, 2024 José Saramago, Sedia, in Oggetto quasi, Milano, Feltrinelli, 2014 (nel protagonista di questo racconto dell’unico Premio Nobel portoghese per la letteratura si riconosce la figura di Salazar). Imprescindibile, a Lisbona, una visita al Museu do Aljube, rua de Augusto Rosa 42. Inaugurato il 25 aprile 2015, ha sede in un edificio nel quale, fino al 1965, venivano detenuti e torturati i prigionieri politici del regime salazarista.

E per finire, il citato inno della Rivoluzione:

Nell’immagine: Celeste Caeiro in un murale


Distrazione e stordimento

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Domanda: che cos’è la politica? Risposta: è l’arte dell’intorbidare le acque. Di creare confusione manipolando parole e svuotando concetti, con l’obiettivo di tramortire i cittadini-spettatori-lettori. I quali, alla fine, non sapranno più distinguere il vero dal falso. Siamo ben oltre il «troncare sopire» di manzoniana memoria. Sospinti in un mare di nebbia, vagolano privi d’orientamento, tranne le tifoserie fedeli al leader di turno, aizzate da testate che se ne infischiano dei codici di deontologia professionale. Sciolgono i cani a comando per annientare o ridicolizzare l’avversario ridotto a nemico. I pochi che ancora acquistano e leggono i quotidiani assistono ogni giorno ad una specie di guerra civile combattuta con la penna intinta nel fiele.

Ciò che è accaduto ad Antonio Scurati lascia allibiti. Il suo monologo censurato dalla Rai è rimbalzato nell’opinione pubblica avvolto in accuse, contro-accuse, mezze-verità (o mezze falsità), allo scopo di non far ricadere sull’azienda, e in ultima istanza sul governo che la sta occupando, la responsabilità dell’intervento censorio. Insomma, la colpa è di Scurati stesso, scrittore e divulgatore in cerca di pubblicità, autore fors’anche avido, intellettuale antifascista ovviamente «di sinistra», e questo è probabilmente, nell’Italia odierna, il capo d’imputazione più grave.

Impossibile non provare sconcerto di fronte a queste dispute; sconcerto e delusione per la piega che il dibattito politico-culturale ha assunto negli ultimi anni, con una curvatura autoritaria da quando al governo è giunta una figlia della tradizione neofascista. Dov’è finita la Rai come spazio di innovazione e di sperimentazione intellettuale? La Rai 3 diretta da Angelo Guglielmi, per intenderci, e poi, risalendo gli anni, l’azienda in cui operavano figure come Umberto Eco, Gianni Vattimo, Beniamino Placido?

Conosciamo l’eziologia: l’occupazione della Rai da parte dei partiti che, ad ogni tornata elettorale e sulla base dei consensi ottenuti, avanzano pretese sull’organigramma e sui palinsesti. Una spartizione degli incarichi – definita nel cosiddetto «manuale Cencelli» – che finora nessuno ha saputo o voluto estirpare, nonostante le assicurazioni contrarie. Riguarda la Rai come anche il vasto mondo delle società statali e parastatali. Questa prassi ha fatto – e continua a fare – numerose vittime. La principale è senz’altro la qualità dell’informazione, sacrificata sull’altare degli interessi partigiani; un’altra vittima è la messa al bando delle opinioni dissonanti che non portano al collo la medaglietta di partiti, associazioni, camarille. Chi rappresenta solo sé stesso non troverà mai posto nei salotti televisivi, anche se ha prodotto un’opera importante.

Tutto questo danneggia il patrimonio culturale italiano e la sua irradiazione oltre il perimetro nazionale, nella multiforme area italofona che segue i programmi provenienti dalla penisola. Si vorrebbe poter beneficiare di un’informazione meno schierata, generata e diffusa da giornalisti e non da gladiatori: si vorrebbe meno chiacchiericcio e più competenza; meno urla e più ragionamento. Si vorrebbe… ma probabilmente è solo una pia illusione, dentro un’offensiva mediatica che sta colonizzando sempre più le nostre vite e il nostro immaginario. Con grave danno per la salute democratica di tutta la collettività.

Articolo pubblicato da laRegione


«Le università israeliane sono il laboratorio dell’industria militare»

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

«È nostro dovere chiedere di interrompere i rapporti con l’accademia israeliana fino a quando non prenderà parte al processo di decolonizzazione». Così Maya Wind conclude la conversazione con il manifesto. Antropologa israeliana alla British Columbia, ha da poco pubblicato per Verso il libro Towers of Ivory and Steel: How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom in cui indaga il ruolo dell’accademia nel mantenimento del sistema di oppressione del popolo palestinese.

Partiamo dal ruolo storico nella fondazione dell’industria militare israeliana.

Le università israeliane sono state una colonna portante del dominio razziale, dell’apartheid e dell’occupazione e sono state al servizio dello stato in diversi modi. Innanzitutto, il luogo stesso e il modo in cui i campus sono stati costruiti su terre confiscate, per togliere continuità al territorio palestinese, li rende una delle infrastrutture della spoliazione. Lo è anche la produzione di conoscenza funzionale al sistema militare e di intelligence: molte discipline sono state subordinate alla produzione di ricerche che forniscono da decenni modelli di governo militare dei palestinesi. Infine, c’è l’aspetto tecnologico: l’accademia israeliana ha dato vita all’industria militare israeliana. Le aziende ancora oggi leader sono nate dentro l’accademia israeliana, pensiamo a Science Corps, dipartimento di ricerca interno alle milizie Haganah, operativo nei primi tre campus israeliani, il Technion, la Hebrew University e il Weizmann Institute. Con la fondazione dello stato, accademici e scienziati israeliani hanno lavorato perché Israele non solo importasse armi e tecnologie militari ma perché le sviluppasse. È questa l’origine dell’industria militare israeliana, di Israel Aerospace Industries, Rafael, Elbit Systems, nate dentro le università, in particolare al Technion. Sono le aziende poi divenute esportatrici globali. E dalle loro origini le armi prodotte vengono testate sui palestinesi. Le università sono il laboratorio centrale dell’industria militare israeliana e i loro vertici ne parlano apertamente. Li cito nel libro quando dicono che senza l’accademia Israele non avrebbe mai raggiunto il livello attuale.

Tale collaborazione è ancora attiva e trova applicazione nell’offensiva su Gaza?

Intorno alle collaborazioni c’è grande oscurità. Quello che sappiamo è che tutte le tecnologie sviluppate in passato sono il fondamento di quelle nuove, è come un edificio che cresce. Rafael, Elbit, Iai sono interne al sistema accademico in diversi modi: borse di studio agli studenti, finanziamento di ricerche e interi laboratori, porte girevoli di ricercatori e dipendenti. Sono due sistemi inseparabili. E poi c’è un altro tipo di industria, in particolare all’Università di Tel Aviv, che si occupa di intelligenza artificiale.

Esiste anche un ruolo politico di legittimazione delle pratiche militari?

Da anni e in particolare negli ultimi sei mesi gli accademici reagiscono ai tentativi di giudicare Israele a livello internazionale. Ad esempio alla Corte internazionale di giustizia: accademici e giuristi israeliani producono interpretazioni del diritto umanitario e del diritto di guerra per proteggere Israele dall’accusa di genocidio. Da decenni fabbricano interpretazioni innovative del diritto internazionale per sostenere che Israele non lo viola e che le offensive militari contro i palestinesi non comportano crimini di guerra. Le università sono davvero soggetti centrali nel meccanismo di legittimazione e di sostegno dell’impunità israeliana. Quando il Sudafrica si è rivolto alla Cig, facoltà di legge e giuristi si sono subito mossi per produrre controargomentazioni. Tra i più attivi c’è l’ex responsabile del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito che oggi lavora alla Tel Aviv University e che ha detto, la cito: «L’arena internazionale è un campo di battaglia. Devi conoscere il tuo nemico e sapere come affrontarlo, non vogliamo fornirlo di munizioni».

Sul piano politico, abbiamo assistito non solo a una mancata condanna dell’offensiva su Gaza ma anche alla repressione interna ai campus delle voci critiche.

Fin dalle sue origini l’accademia israeliana è stata un luogo ostile e repressivo per studenti e professori palestinesi. Di certo c’è stata un’escalation, con le amministrazioni delle università che hanno sospeso studenti, li hanno cacciati dai dormitori con sole 24 ore di preavviso, chiesto indagini nei loro confronti. La caccia alla streghe è facilitata da facoltà e gruppi di studenti ebrei israeliani, come la National Student Union che sorveglia i palestinesi e li denuncia. Il caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian è esemplare: è stata arrestata e interrogata la scorsa settimana. La ragione per cui è da anni perseguitata è che ha il coraggio di fare ricerca sulla violenza coloniale e la violenza di stato. La Hebrew University è diretta responsabile di quello che le sta accadendo: per anni ha deciso di non sostenerla e infine l’ha sospesa, aiutando il clima di incitamento contro di lei.

Qual è il rapporto tra accademia israeliana e palestinese?

È quello che l’intellettuale palestinese Kamal Nabulsi definisce il lato scolastico dell’occupazione. Israele ha sempre visto nell’educazione palestinese una minaccia, come ogni altra amministrazione coloniale. Per questo l’ha sempre repressa sia dentro Israele che nei Territori occupati. Le università israeliane hanno avuto un ruolo perché hanno condizionato per decenni l’iscrizione dei cittadini palestinesi alla fedeltà allo stato e hanno continuamente represso la ricerca critica palestinese e la mobilitazione interna ai campus. Senza contare il silenzio del mondo accademico israeliano di fronte alla distruzione di tutte le università di Gaza, ai continui raid e agli arresti nei campus in Cisgiordania e a Gerusalemme est e alla detenzione nelle prigioni militari israeliane di studenti e professori palestinesi.

In Italia sono in corso da mesi proteste per porre fine alle collaborazioni con gli atenei israeliani. Negli Stati uniti lo stesso. Si chiede di boicottare le istituzioni, non i singoli docenti. Cosa ne pensa?

Il mio libro intende fornire chiaramente le prove della complicità del mondo accademico israeliano nell’oppressione dei palestinesi. È un fatto che sia complice del sistema di apartheid, occupazione e colonialismo. Per questo ne sostengo il boicottaggio. Penso che per i docenti, gli studenti e le amministrazioni delle università nel mondo (in particolare in Occidente: sono gli atenei occidentali a finanziare e legittimare l’accademia israeliana) sia indispensabile assumersi la responsabilità della propria complicità della mancata libertà dei palestinesi.

Nell’immagine: il lanciarazzi PULS prodotto dall’israeliana Elbit Systems


Regno Unito, da oggi i migranti illegali potranno essere deportati in Ruanda

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Il piano del governo britannico per deportare in Ruanda i migranti illegali che attraversano la Manica è infine diventato legge nella notte tra lunedì e martedì. Ottenute alcune concessioni da Downing Street, la camera dei Lord ha abbandonato l’opposizione al progetto, che aveva rinviato per ben cinque volte alla camera dei Comuni. “Entro luglio” i primi aerei con a bordo migranti clandestini partiranno da Londra per lo stato dell’Africa centro-orientale, commenta il primo ministro Rishi Sunak. Ma l’iniziativa, criticata dall’opposizione e dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, potrebbe ancora essere bloccata da ricorsi giudiziari.

Il leader conservatore la presenta come una vittoria politica. “Questo non è solo un passo avanti, bensì una svolta fondamentale sulla questione dell’immigrazione”, dice il premier. “Avevamo promesso che la legge sarebbe entrata in vigore a primavera, c’è stato un lieve ritardo, ma nel giro di dieci-dodici settimane cominceranno a partire gli aerei per il Ruanda. Sarà un deterrente contro l’immigrazione illegale, proteggendo vulnerabili migranti dal compiere un viaggio pericoloso e colpendo le gang criminali che li sfruttano”. Per tragica coincidenza, la Guardia Costiera francese ha annunciato questa mattina che cinque persone, tra cui un bambino, sono morte cercando di attraversare il canale su una piccola imbarcazione.

Lanciata dall’allora primo ministro Boris Johnson nel 2022, l’idea di deportare i migranti illegali in un Paese africano era stata fermata lo scorso anno prima da una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani, quindi da un analogo verdetto della Corte Suprema britannica, secondo la quale il Ruanda non dava sufficienti assicurazioni in materia di diritti umanitari. Il braccio di ferro legislativo fra camera dei Comuni, dove i Tories hanno la maggioranza dei seggi, e camera dei Lord, dove non ce l’hanno, si è concluso alle ore piccole di stamani. Nel ping-pong fra le due camere, sono comunque i Comuni (i cui deputati vengono eletti dal popolo, non nominati dal governo come i Lord) ad avere l’ultima parola.

Fra le concessioni ottenute dalla camera alta, c’è quella che una speciale commissione esaminerà le richieste di asilo di afghani che hanno lavorato per le forze britanniche durante la guerra contro i Talebani. Non è ancora sicuro, tuttavia, che a luglio le deportazioni in Ruanda avranno inizio. Il Labour definisce il piano “un esercizio inutile a fermare i migranti ed estremamente dispendioso”: in effetti è già costato 300 milioni di sterline al contribuente britannico e ne costerà molti di più. Lo stesso Sunak parla di “uno staff di 500 persone” pronto ad assistere i voli.

Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie criticano aspramente il progetto, preannunciando ricorsi in tribunale per fermare le deportazioni quando saranno in procinto di venire eseguite. In passato tutte le linee aeree si sono rifiutate di parteciparvi per timore che l’opinione pubblica reagisca boicottando le loro rotte di linea. E ci sono critiche anche da destra: gli esponenti di Reform Uk, un nuovo partito ultraconservatore, dicono che il piano non servirà a fermare i migranti. Per il primo ministro la vicenda è una battaglia soprattutto simbolica in vista delle elezioni di fine anno. A dispetto della Brexit, l’immigrazione legale nel Regno Unito è in vertiginoso aumento: l’anno scorso è arrivata a 700 mila persone, tre volte il numero degli immigrati prima del referendum del 2016 sulla Ue. La differenza è che ora provengono da altri continenti invece che dall’Europa.

Nonostante nulla dimostri che ciò danneggia l’economia nazionale o le risorse pubbliche, anzi tutti gli studi indichino che specie in alcuni settori il Paese non soddisfa il fabbisogno di occupazione, una parte dell’elettorato mostra risentimento verso il fenomeno. Sunak ha risposto aumentando il reddito minimo per i lavoratori qualificati, ma non è chiaro quanto questo inciderà. Allora, non potendo ridurre l’immigrazione legale, ha dato battaglia su quella illegale, la più appariscente, sbandierata in prima pagina dai tabloid popolari con le foto dei migranti sui barconi nella Manica come se fossero un attacco alla sicurezza e al benessere nazionale. Si tratta in realtà di una minima porzione rispetto al totale dell’immigrazione.

L’anno scorso i migranti clandestini entrati nel Regno Unito sono stati 29 mila, con un calo considerevole rispetto ai 45 mila del 2022, ottenuto grazie ad accordi con la Francia e a maggiori controlli.“È un piano patriottico per difendere i nostri confini”, dichiara il viceministro degli Interni Andrew Sharpe. “È una legge mal pensata, inappropriata e illegale in base agli standard internazionali e britannici, c’erano metodi migliori per fare i conti con questo problema”, è il parere di lord Carlile, uno degli oppositori dell’iniziativa in parlamento. “È un progetto vergognoso, che viola la costituzione e le leggi internazionali, mettendo sopravvissuti alla tortura e altri rifugiati a rischio con un futuro incerto in Ruanda”, concorda Amnesty International.

Anche se Sunak riuscirà a fare partire i primi voli in estate, non gli resterà molto tempo per dimostrare che la legge funziona: le elezioni sono previste entro fine 2024 e tutti i sondaggi dicono che subirà una sconfitta di proporzioni storiche. Nei centri di accoglienza o detenzione del Regno Unito ci sono attualmente 52 mila richiedenti asilo: prima che siano deportati tutti passerebbero almeno tre anni. E per allora, molto probabilmente, a Downing Street ci sarà un primo ministro laburista, Keir Starmer.


Quel giusto divieto che non piace all’UDC

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Meritava certamente maggiore attenzione il voto della scorsa settimana al Nazionale, che seguendo quanto già auspicato agli Stati, ha chiesto il divieto in Svizzera di simboli nazisti e razzisti. Decisione doverosa – è stato spiegato – in seguito all’aumento di fenomeni di antisemitismo registrati anche nella Confederazione dopo la strage anti-ebraica del 7 ottobre in villaggi e kibbutzim israeliani confinanti con la polveriera di Gaza, poi ridotta in enorme “cimitero a cielo aperto” dalla spropositata, inaccettabile ritorsione militare di “Tsahal” (33.000 morti palestinesi, per buona parte bambini).

Su questa motivazione si potrebbe anche discutere: troppo spesso i difensori “a prescindere” di Israele definiscono antisemite critiche legittime nei confronti di Israele e della sua spinta coloniale (territori occupati), che ora la parte della coalizione più oltranzista nazional-religiosa alleata (indispensabile) di Netanyahu vorrebbe portare all’estremo con la totale annessione della Cisgiordania e della stessa Gaza. Possibilmente espellendo verso i paesi vicini il maggior numero possibile di abitanti.

Rimane il fatto che chiedere la messa al bando di simboli di natura nazional-socialista è proposito condivisibile in sé; lo è ancora più mentre cresce una destra-destra senza scrupoli che in Europa ingloba (come l’Afd in Germania) e autorizza (come nell’Ungheria di Orbán) manifestazioni e incitamenti di esponenti neo-nazisti. E qui torniamo al voto delle nostre Camere. L’unico schieramento che ha bocciato la risoluzione è stato l’UDC. In nome della “libertà di espressione”. Come se fosse accettabile lo sconcio di riproporre tesi razziali (e non fu il caso del comunismo) che, con l’Olocausto e la tesi delle “razze inferiori” (non solo l’ebraica), portarono alla peggior strage del secolo scorso.

Ma nel voto dei deputati democentristi c’è stata un’altra motivazione, e un altro ignobile tentativo. Con violenta e assurda forzatura storico-concettuale, è stata così formulata: i casi registrati dopo il 7 ottobre, non sono provocati dai nazisti, “bensì sono legati all’immigrazione da paesi extraeuropei”. Parole della consigliera nazionale zurighese Barbara Steinmann. Palese ignoranza, ma più probabilmente ridicola e pretestuosa stigmatizzazione dei migranti indicati quale fonte primaria di antisemitismo come di ogni altro problema delle nostre società.

Brutta pagina che segue, o rispecchia almeno in parte quella registrata di recente all’interno stesso del partito svizzero di maggioranza relativa. La direzione strategica del suo movimento giovanile è stata infatti affidata a Sarah Reget (nella vita compagna del neo-presidente del partito Niels Fiechter) accusata dal “SonntagsBlick” di un incontro segreto (da lei ammesso successivamente) con esponenti di estrema destra “Junge Tat”, presente Martin Sellner, già leader austriaco del “Movimento Identitario”, al quale la polizia argoviese ha impedito di tenere un comizio e di soggiornare nel Cantone.

Una condotta, quella della Reget, che ha provocato la salutare contrarietà di diverse sezioni giovanili democentriste (non quella ticinese) che in alcuni casi hanno addirittura chiesto le dimissioni della “zarina” d’estrema destra a cui il partito ha assegnato l’incarico. Nell’UDC ci si è difesi con la solita nenia di un caso montato dagli avversari politici, aggiungendo che comunque “i panni sporchi si lavano in casa”. Ma qui non si tratta soltanto di sporcizia. Bensì di autentici, maleodoranti veleni.

Scritto per laRegione
Sui rapporti fra l’UDC e gli ambienti neonazisti si veda anche l’articolo di Simona Andreoli UDC e estremismo di destra
Nell’immagine: lo striscione xenofobo appeso da esponenti di Junge Tat al Castelgrande di Bellinzona il 30 settembre 2023. Per l’UDC è “libertà di espressione”


I panni sporchi

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 


Il fallimento del pacifismo nell’era delle nuove guerre

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Di Domenico Quirico, La Stampa

E se questo fantastico, mostruoso sforzo, e questi lutti innumerevoli fossero senza scopo? Se questo sforzo doloroso, metodico, immenso, lento tanto che dura da due anni e sembra senza fine e si abbarbica e scava tane e si caccia avanti e procede a sbalzi, pompando tutte le energie, tutte le ricchezze da molte nazioni e che ha dietro le sue spalle tutto quello che esige per il suo sforzo, fosse senza scopo? Se la fecondità della guerra anche quella vittoriosa (ma tutti spergiurano di poter vincere!) fosse null’altro che un’ombra? Una ipotesi, terribile: tutte le previsioni degli economisti che attendono l’esaurimento della ricchezza del nemico, le previsioni degli strateghi che aspettano di vedere, da un momento all’altro, il vincitore cadere seppure esausto sul vinto, tutte le profezie facili e per questo da due anni irreali, potrebbero essere sbagliate e l’unica vera è la parola del Papa, che dice con tono tolstoiano, inascoltato e sempre più flebile: è inutile.

Forse bisogna dirlo, spietatamente: il pacifismo si è posto questa domanda e dopo due anni il pacifismo ha fallito. Una causa mirabile, di più, necessaria, l’unica degna, si è, nonostante gli sforzi di pattuglie indomite, liquefatta nella pratica. Ancora una volta, purtroppo. Sospendete le marce, i raduni non certo oceanici, i dibattiti, mettete da parte striscioni, slogan, bandiere. Perché bisogna scrivere un nuovo manifesto del pacifismo adatto all’era delle nuove guerre.

In fondo a più di un secolo da Romain Rolland tutto sembra come allora chiaro: combattere contro la guerra, il male è il male, l’idiozia è l’idiozia, il massacro è il massacro, e nessuna ragione al mondo permette di farsene complici o propagandisti. Anche lo scrittore francese ebbe la tentazione che si ripete oggi: accettare la Grande guerra come un crogiuolo in cui si sarebbe liquefatto il mondo dei perturbatori della pace, una necessità della Storia o un volere di dio a seconda dei punti di vista. Ma respinse l’ipocrisia di moralizzare il massacro. Pensava che bisognava mantenere sgombra la cittadella della intelligenza; e fosse colpevole che le diplomazie, mentre i soldati si battevano, non facessero il possibile e l’impossibile per metter fine al conflitto in modo onorevole e si lasciassero inghiottire, come oggi!, dal mito della vittoria che annienta il nemico anche in quello che ha di civile. E restò con il riscaldarsi degli animi, solo, accusato di esser filo tedesco dai francesi e detestato dai tedeschi. Non è un’immagine in cui a un secolo di distanza molti pacifisti, a iniziare dal Papa, possono, sconsolati, riconoscersi?

Ecco la realtà di oggi che si specchia in quella del 1914. Tutti nei campi avversi scoprono che l’avversario è un barbaro, lo è sempre stato, non ha dato nulla alla civiltà. Il bellicismo invade gli scritti di “chierici” che non sono fedeli alla regola di parteggiare sì ma attenendosi alla ragione; la stupidità come sempre genera mostri; piccoli uomini meschini tengono la ribalta vantandosi con atti e parole di assassinare perfino il futuro e dietro il fanatismo mascherano la malafede e la vergogna di essersi degradati a strumenti. Con il prolungarsi delle guerre ci si accanisce sempre più contro coloro che, lottando per la pace invocando la ragione, vogliono «mutilare la vittoria». Le voci fanatiche hanno il sopravvento almeno di frastuono non solo nelle tirannidi oligarchiche o che bestemmiano dio annettendoselo, ma anche nelle democrazie. Qui alla libertà e al diritto si mescola un estremismo delle idee che rende la corruzione intera. Non è più la guerra politica che costringe al gesto democratico di vincere un totalitarismo o l’incendio purificatore della guerra rivoluzionaria. La guerra sta diventando silenziosamente una morale stabile oltre che un’economia stabile, una deforme religione di Stato, anche di quelli democratici. Il fragore delle stragi e il numero dei morti, quotidianamente sempre più mostruoso, non paiono più sacrilegi.

Fa capolino sotto spoglie neppure troppo aggiornate e molto più rozze, l’Hegel de “La filosofia del diritto”, che spiegava che c’è un elemento morale nella guerra e alla fine sul paesaggio di rovine e di dolore inconsolabile che nulla può placare, si cela comunque una astuzia della Storia: portare alla realizzazione dello “spirito del mondo” ovvero la giustizia e la pace, ovviamente la nostra. È l’argomentazione sofistica di molti semplificanti: come si può dire che la guerra è solo un male se serve alla giustizia cioè al bene e per paradosso come si può dire che è contraria alla pace quando serve per ottenerla, ovviamente giusta?

Dopo due anni di mobilitazione pacifista c’è chi mette a merito della guerra aver risvegliato dal letargo le democrazie occidentali e reso più saldo il patto tra loro, aver costretto l’Europa-bancomat a dotarsi di una industria comune delle armi e chissà forse un esercito. O ai massacri di Palestina di aver riproposto l’urgenza di una soluzione al problema palestinese! Insomma, il maggior bene della guerra è in lei stessa… ahi, Hegel!

Dove si è sbagliato, dunque? Nessuna guerra, dal 1914, è stata fermata dal movimento pacifista, dalle piazze mobilitate per la pace, dalle bandiere arcobaleno, dagli uomini miti e di buona volontà. Nel secolo breve uno solo è riuscito, Lenin nel 1917: proponendo come atto politico lo sciopero dei soldati, il ritiro unilaterale dalla carneficina, lo svelamento dei criminali accordi per il banchetto delle spartizioni del dopoguerra. Non era pacifista. Aveva bisogno dei combattenti, disgustati dal massacro, per fare la sua rivoluzione. E usarli poi per un’altra guerra, quella civile.

Allora: il pacifismo o è rivoluzionario o non è. Non ovviamente nel senso del ricorso alla violenza. Ma deve abbandonare la tattica delle marce giudiziose, delle prediche ecumeniche, degli appelli alla bontà e alla ragionevolezza umana. Bisogna adottare e capovolgere a loro danno i metodi del Nemico, il bellicismo di chi nella ennesima età del ferro ha un produttivo salasso da mettere al servizio dei propri interessi economici e di potere. È l’ora di fare i nomi non solo degli aggressori e dei prepotenti ma anche dei responsabili delle bugie e dei mancamenti nel nostro campo, di mettere sugli striscioni gli indirizzi degli elemosinieri occidentali della guerra a oltranza, i loro colpevoli affari, gli opulenti e insanguinati fatturati. Prima che sia troppo tardi.


Elly Schlein tra vecchie abitudini e nuove tentazioni

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Di Micaela Bongi, il manifesto

Il Pd c’est moi. Elly Schlein ha tentato anche la carta estrema, quella che non è risultata vincente nemmeno nelle mani di uno spregiudicato pokerista come Matteo Renzi: trasformare il principale partito del centrosinistra in un partito personale.

E che abbia tentato di farlo proprio mentre sfoggiava fiera la nuova tessera dem dedicata a Enrico Berlinguer – operazione immagine in risposta alla «questione morale» e già di per sé costata una mezza sommossa degli eredi della cultura cattolico democratica – dimostra quanto la segretaria sia negli ultimi tempi in preda a confusione e improvvisazione.

La diretta Instagram con cui ieri Schlein ha alla fine annunciato che il suo nome non sarà nel simbolo delle europee «perché è una scelta che divide e non rafforza la lista» – ha dovuto ammettere – , è solo una nota di colore sulla confezione di un Pd che vorrebbe essere un po’ glam e un po’ pop ma dove, tra una radicalità che per ora sembra ferma agli slogan e trovate estemporanee, i vecchi nodi restano tutti irrisolti e semmai se ne aggiungono di nuovi e sempre più ingarbugliati.

Spingendo la deriva leaderistica anche oltre la candidatura in Europa dove sa già che non andrà, la segretaria sperava di resuscitare lo spirito delle primarie vinte fuori dal perimetro degli iscritti al partito nascondendo allo stesso tempo il cedimento nella formazione delle liste a tutte le correnti nonché le grane giudiziarie in Puglia e Piemonte e il fenomeno persistente e deleterio del trasformismo. Il Pd c’est moi, appunto, bando alle vecchie incrostazioni, il nuovo sono io e tanto basti.

La retromarcia imposta da una levata di scudi da parte dei dem avviene nel giorno di una disfatta in Basilicata. Il Pd, nonostante la rottura di Pittella che con Azione ha portato la sua cospicua dote al centrodestra, la lista dell’ex candidato dei dem Chiorazzo che pesca nello stesso bacino e l’astensione, alla fine tiene.

Ma il modo disastroso in cui si è arrivati alla candidatura last minute di Piero Marrese ha lasciato un segno pesante, con una coalizione amputata anche per aver subito la pressione del leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte che oltretutto di un Campo largo non guidato da lui (nella speranza di varcare di nuovo il portone di palazzo Chigi come inquilino del palazzo) non sa che farsene. E che dopo il flop del suo Movimento in Basilicata troverà probabilmente il modo di infierire ulteriormente, del resto alle elezioni europee competition is competition . E la partita di Bari che si svolgerà insieme a altri importanti test, dopo la cancellazione delle primarie di coalizione potrebbe rivelarsi meno facile di quanto si immagini.

Le liste Pd delle europee sono poi un mix di amministratori a fine corsa, ex parlamentari e famosi di rango, insieme a esponenti della società civile non altrettanto vip infilati nelle retrovie apparentemente solo per fare numero.

Alle elezioni di giugno, che dal momento del suo arrivo al Nazareno sono per Elly Schlein la prova alla quale un pezzo del partito la aspetta al varco, la segretaria rischia di arrivare già sfibrata. Alternando decisionismo, attendismo e rapide ritirate, rischia di far crescere nel partito la schiera dei detrattori pronti a presentarle il conto. Al voto mancano ormai poche settimane, nuovi passi falsi non sono consentiti. E ormai non dovrebbero più essere nemmeno possibili.

Nell’immagine: Elly Schlein con la tessera 2024 del PD, dedicata a Enrico Berlinguer


Russia – Ucraina, una lacerazione senza speranza

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Volodomyr Ishchenko è sociologo e intellettuale di sinistra. Le sue ricerche, negli ultimi anni, si sono concentrate su proteste e movimenti sociali, rivoluzioni, radicalizzazione, politica di destra e di sinistra, nazionalismo e società civile. Il suo saggio “Towards the abyss: Ukraine from Maidan to war” (Verso l’abisso: l’Ucraina da Maidan alla guerra”) è stato di recente pubblicato per le edizioni “Verso”. In questa chiacchierata Ishchenko, che conobbi molti anni fa a Kiev, ha preferito non rispondere a domande che presupponessero delle previsioni sul conflitto in Ucraina, ritenendo che ciò dipenda da fattori militari e diplomatici di cui non è a conoscenza, e ha quindi preferito concentrarsi sugli aspetti su cui è specializzato. 

Nei suoi numerosi studi lei sottolinea che la guerra in Ucraina non può essere attribuita solo a fattori geopolitici, ma fa comunque parte del crollo dell’URSS nel 1991, e questa è una chiave di lettura che condivido molto. Come formula il problema?

Vedo questa guerra come una crisi di egemonia che affonda le sue radici nel periodo sovietico. È iniziata quando i vertici del Partito Comunista dell’URSS hanno cominciato a degenerare, allontanandosi sempre più dalla continuazione della causa della rivoluzione del 1917, e dalla stessa società sovietica, che era cambiata: così la società sovietica ha cominciato a guardarli come a un’élite isolata, che pensava solo ai propri interessi. Ma l’egemonia comunista non fu sostituita da qualcosa di stabile. Non si affermarono più né forme democratiche né autoritarie, si creò un vuoto. Questa guerra può quindi essere vista come una continuazione della crisi dell’egemonia post-sovietica (ma anche come un tentativo di rispondervi). Una crisi che nasce dall’incapacità della classe dirigente di guidare la società russa politicamente, moralmente e intellettualmente. La risposta conservatrice è stata il bonapartismo di Putin. 

La funzione di una leadership come quella di Putin è di garantire gli interessi collettivi a lungo termine di una classe dirigente di natura “politico-capitalistica”, essenzialmente opportunistica. Inoltre, oggi Putin sta proseguendo la politica avviata all’inizio del suo primo mandato per stabilizzare la società russa dopo il crollo dell’URSS. In Ucraina, gli oligarchi locali non sono riusciti ad accordarsi tra loro e a formare un regime stabile: il tentativo di Putin, dal suo punto di vista, è quello di mitigare le conseguenze di questa situazione.

Esiste ovviamente un legame tra la rivolta popolare che ha avuto luogo in Bielorussia e la brutale risposta di Lukashenko che ne è seguita. La repressione ha impedito una spaccatura della classe dirigente bielorussa, ma ha reso Lukashenko dipendente da Putin. Senza il pieno sostegno della Bielorussia, un’invasione su larga scala dell’Ucraina non sarebbe stata possibile. Ciò che è stato affrontato con i manganelli in Russia e Bielorussia è stato affrontato con missili, carri armati e droni in Ucraina.  Questa è l’escalation, in forme ancora più pericolose. La questione trans-nistriana in Moldavia, la guerra azero-armena e il conflitto russo-georgiano, senza dimenticare la guerra civile in Kazakistan, fanno tutti parte dello stesso processo.

Lei ha citato le classi dirigenti russe. Proviamo a guardare questa dinamica dal punto di vista delle classi subalterne. A mio avviso, negli ultimi anni in Russia abbiamo assistito a un processo degenerativo di “lumpenproletarizzazione” della società civile, qualcosa di più profondo dell’atomizzazione sociale che costituisce la base di massa del putinismo. Cosa ne pensa?

Mi sembra che questo processo sia iniziato molto prima del periodo da lei ipotizzato. In realtà è cominciato a metà degli anni ’90, quando l’apparato dell’egemonia comunista è crollato. I gruppi di interesse sono diventati poco organizzati e ancor peggio rappresentati. Questa atomizzazione ha colpito anche le classi dirigenti e fenomeni come il regime di Putin sono nati dalla loro incapacità di articolare e organizzare i propri interessi. Regimi come quello di Putin si basano sul consenso passivo, sulla depoliticizzazione, in sostanza su uno scambio fra  autorità e società: “lasciateci fare politica e non avrete problemi”. La reazione della popolazione russa che abbiamo visto dopo l’inizio della guerra è stata una conseguenza di questo. Non c’erano molte persone che sostenevano attivamente la guerra, e anche oggi ce ne sono poche. 

Questo è un fenomeno che i miei colleghi sociologi russi, dopo aver intervistato centinaia di persone, hanno chiamato “la costruzione dell’inevitabile”. Anche quei russi che sono rimasti scioccati dalla guerra e, dopo pochi mesi, l’hanno criticata aspramente, hanno iniziato a sostenere che la guerra era inevitabile, che “se non l’avessimo iniziata noi, l’avrebbero iniziata loro” (a questo proposito esiste anche una versione ucraina della narrazione dell’ “inevitabilità”). Comunque, se la guerra continuerà in forma intensa, le autorità dovranno fornire una base più attiva e ideologica al conflitto.

Come lei sa, in Occidente ci sono diverse posizioni che vedono la guerra semplicemente come una “guerra per procura”, Zelensky come un mero curatore degli interessi capitalistici di Stati Uniti e Unione Europea e l’Ucraina come nient’altro che una colonia occidentale. Cosa pensa di questo approccio alla questione del conflitto russo-ucraino?

La guerra avvantaggia ampi settori della classe dirigente russa, tra cui, ovviamente, il complesso militare-industriale, perché è destinato a rimanere un fattore chiave anche se la guerra finisse. Ma soprattutto, i lavoratori dell’industria degli armamenti e i loro parenti sono anche una parte della società russa che non è depoliticizzata come il resto della società, ma, al contrario, è un sostenitore attivo di una politica estera aggressiva. Tuttavia, mi sembra che non si debbano mescolare diversi ordini di discorsi. Una questione è quella della “guerra per procura”, della “semi-colonia”, un’altra è quella dell’élite compradora. 

L’Ucraina non è una colonia americana perché c’è una classe di governo autonoma che di tanto in tanto cerca di ricattare gli americani (se ci riesca sempre è un’altra questione). Tuttavia, l’Ucraina non è in grado di combattere una guerra da sola, senza il sostegno degli Stati Uniti. Se questi soldi e quelli per il sostegno economico civile non sono sufficienti, una crisi politico-economica è inevitabile. L’approccio generale alla guerra nei Paesi occidentali è diverso: alcuni sono interessati all’adesione dell’Ucraina all’UE, altri molto meno. Alcuni di questi Paesi sono più aggressivi e vedono l’Ucraina solo come uno strumento di aggressione contro la Russia, altri meno. Pertanto, queste questioni dovrebbero essere analizzate in modo molto dettagliato.

Per la Russia esiste, e non da oggi, un grave problema demografico, ma quello ucraino appare ancora più drammatico. Alcuni analisti sostengono che la popolazione permanente del Paese non superi oggi i 32 milioni. La diaspora dopo la guerra è stata molto significativa. Questo accelererà il percorso dell’Ucraina verso l’Unione Europea o assisteremo a processi di frammentazione a est, dove Putin potrà giocare le sue carte nella prospettiva di creare, di concretizzare il suo concetto di “mondo russo”?

Il problema demografico in Ucraina è davvero catastrofico, e non solo per il gran numero di rifugiati all’estero. Certo, se la guerra continua, molte donne che lavorano all’estero chiederanno di ricongiungersi all’estero con i loro mariti e di rimanervi per sempre, anche perché il tasso di natalità in Ucraina è uno dei più bassi al mondo. Ciò significa che la guerra avrà profonde conseguenze sulla società ucraina. In parte, ciò dipende da come finirà la guerra. Fino a pochi mesi fa, tra gli ucraini regnava l’ottimismo e molti pensavano che stesse per iniziare un movimento all’indietro. Ora, invece, comincia a prevalere il pessimismo.

All’epoca dell’annessione della Crimea, si diceva che Putin aveva conquistato la penisola ma aveva perso l’enorme simpatia di cui godeva nelle regioni orientali del Paese, dominate dal Partito delle Regioni e, prima ancora, dal partito comunista. Si pensava che questo processo fosse irreversibile. È possibile affermarlo ancora, dieci anni dopo, o Putin ha comunque delle carte da giocare in questa parte di Ucraina orientale?

Sono sempre stato scettico sull’idea che il processo di “ucrainizzazione” della parte orientale del Paese fosse definitivo e irreversibile. In realtà, analizzando i dati dei sondaggi, possiamo notare che negli ultimi anni ci sono state diverse fasi e diversi umori in questo settore della società. Prima del 2014, infatti, c’era una parte della società ucraina che non solo era filorussa, ma chiedeva anche di aderire alla CSTO (Trattato di sicurezza collettivi). Dopo il 2014, questo gruppo di ucraini è diminuito, ma la maggior parte di loro non è diventata pro-UE o pro-NATO, ha assunto la posizione di “una piaga per entrambe le vostre case”. In un articolo che ho scritto qualche tempo fa, ho notato che l’Ucraina non aveva nemmeno una maggioranza stabile a favore dell’adesione alla NATO alla vigilia dell’invasione. 

In un sondaggio del maggio 2022, il 9% degli ucraini ha affermato che la Russia non è affatto responsabile del conflitto. Il 9% degli ucraini non è molto, ma non è nemmeno un numero esiguo. Stiamo parlando di milioni di persone. Allo stesso tempo, dall’inizio della guerra, l’esercito russo ha commesso molti crimini e non si è rivelato così forte, il che ha influenzato ulteriori cambiamenti nelle opinioni della gente. 

La percezione degli ucraini è diventata particolare e legata alle dinamiche della guerra. Quando l’esercito ucraino è passato all’offensiva nell’estate del 2022, ad esempio, una parte significativa della popolazione ha affermato che la situazione economica era migliore rispetto a prima dell’invasione, per quanto fossero diffuse le sofferenze, le devastazioni e la disoccupazione. Ora, naturalmente, l’ottimismo è notevolmente diminuito. Cresce il senso di stanchezza e cresce la richiesta pubblica di smobilitazione di coloro che hanno combattuto fin dal primo giorno. Cresce il numero di coloro che si oppongono alla mobilitazione in generale, e non mancano le critiche a Zelensky. È quindi difficile dire se la società ucraina si sia consolidata e unita definitivamente. Si può citare un esempio storico. Ottant’anni dopo la Seconda guerra mondiale, con l’Ucraina che ha subito tante distruzioni e tanti morti, la Germania è nostra alleata e i soldati ucraini combattono sui carri armati Leopard contro i russi, che allora erano dalla nostra parte. Qualcosa di inimmaginabile all’epoca, un cambiamento imprevedibile nel corso della storia a cui stiamo assistendo e che potrebbe ancora ripetersi.

C’è una parte del mondo occidentale che simpatizza più o meno apertamente con Putin, sottolineando il pericolo della destra nazionalista e fascista ucraina. Come è cambiata la sua influenza politica nell’ultimo periodo?

C’è un dibattito ben noto. Qual è stato il ruolo dei nazionalisti nel Maidan del 2014 e successivamente, fino a oggi? Alcuni osservatori minimizzano il loro ruolo, citando i loro modesti risultati elettorali e la loro limitata influenza sociale. Tuttavia, se alcune dinamiche della nostra società assumono caratteristiche rivoluzionarie, diventa evidente che le elezioni non sono l’unico fattore di cambiamento sociale, e coloro che hanno la “capacità di stare in piazza” svolgono un ruolo significativo. Alcune delle loro idee, come l’”ucrainizzazione” e la “decomunizzazione”, sono diventate mainstream perché sono state sostenute dalla mobilitazione sociale nella comunità civile. Questo è un problema per l’Ucraina: non solo perché aiuta la propaganda di Putin, ma anche perché ha relazioni complicate con la Polonia e Israele.

Di recente, durante la presidenza di Zelensky, il problema della destra, anziché essere risolto, si è aggravato con l’integrazione di Azov nell’esercito. Numericamente questi gruppi sono piccoli, ma sono dispiegati dove la guerra è più intensa e, ha detto, si aspetta “più determinazione”, come a Bakhmut. Sono considerati i gruppi d’élite dell’esercito e quindi continuano ad avere influenza nell’esercito. E questo potrebbe aumentare la loro influenza politica dopo la guerra, soprattutto se questa dovesse concludersi in modo sfavorevole per l’Ucraina.

Nell’immagine: Volodomyr Ishchenko


Caso Scurati, i guardiani dell’arroganza

Giovedì 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, ebbe inizio il golpe che, rovesciando una dittatura protrattasi per quasi mezzo secolo, cambiò la storia del Portogallo 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Soprattutto non troppo zelo, verrebbe da dire di fronte alla meschinità dell’arroganza che ha spinto qualche funzionario Rai a cancellare l’intervento televisivo di Antonio Scurati sul 25 Aprile, costringendo Giorgia Meloni a rattoppare lo strappo postando sui suoi social quel testo censurato dal servizio pubblico. Ma la toppa non ricuce lo squarcio che si è aperto tra la libertà di pensiero e l’esercizio del potere, tra il confronto culturale e il controllo politico-burocratico di ogni idea difforme dal pensiero dominante, e infine tra la lezione della storia e la distorsione della memoria.

Soprattutto quest’ultimo scandalo della democrazia dimostra che una figura pubblica con la responsabilità di guida del governo in un importante Paese occidentale non può lasciare in sospeso i conti con il passato, illudendosi che il voto degli italiani cancelli il debito della destra con la storia.

Non è così, perché al diritto dei cittadini di conoscere e sapere qual è oggi il giudizio della premier sulla natura del fascismo, visto che proviene dall’eredità di quel mondo, si accompagna il dovere politico del rendiconto, con quel fascismo lontano ma ancora insepolto che torna costantemente a tormentare il cammino di Meloni a ogni data simbolica del calendario civile italiano.

Ci avevano detto che dopo aver conquistato Palazzo Chigi la destra estrema che guida l’Italia voleva vincere la sfida gramsciana dell’egemonia culturale. In realtà, come dimostra il caso Scurati, quest’ambizione non si realizza attraverso una libera competizione di idee e di interpretazioni della realtà, ma soffocando le idee altrui e mettendo il lucchetto alla Rai come se fosse proprietà privata, per impedire che queste idee vengano diffuse e il cittadino le possa conoscere.

Siamo ben oltre la lottizzazione di cui il centrosinistra è stato campione: qui non si tratta soltanto di occupare poltrone e posizioni di potere, ma di arruolare i dirigenti di un’azienda pubblica decisiva nella formazione del consenso come guardiani del tempio armati contro le opinioni diverse trasformate in eresie, dunque da sradicare appena pretendono di affacciarsi al microfono pubblico.

Il quadro che emerge è quello di un potere spaventato, timoroso di un vero dibattito culturale, ancora ipnotizzato (nell’epoca dei social dominanti e dell’intelligenza artificiale incombente) dal sortilegio berlusconiano che vedeva nella televisione il fondamento stesso della moderna politica e il veicolo di una visione del mondo, pronto oggi a escludere, censurare, cancellare pur di risultare padrone del campo. Con in più, dall’altra parte dello schermo, una percezione del cittadino come spettatore più che come soggetto autonomo, da controllare perché da indottrinare, portando la Rai all’ultima metamorfosi, da strumento di lettura del Paese e del mondo distribuita per quote lottizzate, a strumento ideologico di formazione del regime e quindi organo dedicato alla sua tutela permanente.

Specchio fisso di tutte le brame del potere, la Rai rivela con il caso Scurati quanto la destra meloniana sia ancora una comunità chiusa in sé, abituata a centellinare in proprio la sua storia secondo riti privati, senza il coraggio e la trasparenza di portare tutto finalmente in pubblico, i legami e le lontananze, l’emancipazione dal post e dal neofascismo delle origini e la persistenza insistita dei simboli e dei riferimenti: col risultato di una creatura politica anfibia e ambigua, che non sente il dovere a questo punto della sua storia di dire agli italiani di cos’è fatta la sua sostanza, qual è oggi la formula chimica della cultura che guida la sua politica e in definitiva dove porta la rotta individuata per il suo cammino.

Meloni potrebbe difendersi con la risposta classica del populismo, che dice tutto e niente nello stesso tempo: a sciogliere questi nodi sono intervenuti gli elettori che li hanno valutati, assolti e anzi premiati con il voto. Dunque non c’è più niente da chiarire, il popolo ci accetta così come siamo, col nostro presente e il nostro passato, non sono previsti altri esami anche perché noi guardiamo avanti e non indietro, lasciateci lavorare.

È la concezione regale dell’unzione sacra, con il voto che non solo designa il vincitore della sfida per il governo, ma lo consacra, facendo cadere tutte le domande, le osservazioni, i dubbi e i controlli. Ma in una moderna democrazia costituzionale la sovranità non si trasferisce al vincitore, perché continua a risiedere nel popolo, cui appartiene: e il popolo dal giorno dopo il voto riconosce e rispetta il vincitore, ma torna quotidianamente ad amministrare il consenso, formulando giudizi, interrogativi, apprezzamenti e contestazioni, perché quello stesso consenso è immediatamente contendibile.

C’è infine un dovere che nasce dalla storia di questi anni. Nel momento in cui la democrazia non è più un universale, perché gli autocrati come Putin teorizzano un inedito esperimento democratico illiberale e i leader neo-autoritari contestano lo stato di diritto, conoscere il giudizio di Meloni sul fascismo è guardare a oggi e a domani, perché rivela la sua concezione della democrazia: l’unico criterio, insieme con la libertà, con cui si può giudicare l’esperienza dittatoriale del Ventennio.

Com’è possibile che nel 2024 una giovane leader cresciuta in Occidente non riesca a farsi carico di questo canone democratico, dicendo semplicemente che condanna il fascismo perché ha calpestato la libertà degli italiani?

Non credo che alla premier convenga aspettare ancora, anche davanti al centenario del delitto Matteotti, rinunciando a far discendere le sue scelte da una chiara visione conservatrice della democrazia, per accontentarsi invece di adattarle rapsodicamente alle occasioni che la cronaca le offre, dall’invasione russa dell’Ucraina all’intesa con Biden, magari aspettando l’arrivo di Trump.

Col risultato di un’incompiuta, perché l’ultima anomalia italiana è quella di avere una premier sicuramente atlantica, ma evidentemente estranea ai valori occidentali: e ci stupiamo che davanti al significato del 25 Aprile spiegato da Scurati i guardiani zelanti della Rai non sappiano che pesci prendere?

Nell’immagine: Antonio Scurati legge a Napoli il monologo censurato dalla Rai