India in bilico tra economia galoppante e democrazia condizionata

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Sembra una scommessa sicura quella della vittoria elettorale del primo ministro Indiano Narendra Modi nelle elezioni più lunghe e complesse del pianeta: 968 milioni di persone decideranno se estendere il già storico mandato del BJP, partito del popolo indiano (Bharatiya Janata Party), che da dieci anni governa l’India. Dal 19 aprile al 1. giugno, si svolgerà un enorme esercizio per il rinnovo del parlamento, in quella che, almeno sulla carta, è la più grande democrazia del mondo. Ci vorrà più di un mese per conoscerne l’esito.

Anche se i risultati (previsti addirittura per il 4 giugno ) non stravolgeranno gli equilibri politici, ciò che succede in India “conta”. Sotto Modi, l’India è diventata l’economia con la crescita più rapida del pianeta, spingendo il paese verso lo statuto di superpotenza e, allo stesso tempo, la popolarità del  premier, visto che i suoi successi, gli hanno permesso di stringere la presa sulle istituzioni democratiche. 

Se in altri paesi in via di sviluppo si è data prima la libertà economica e poi quella politica, in India, al contrario, si è concessa prima la libertà politica e poi quella economica. La democrazia è intrinsica nel tessuto sociale del paese, ma la popolazione sembra essere disposta a “sacrificare” alcune libertà in cambio della crescita economica. Una dinamica di cui è architetto appunto Narendra Modi, personaggio controverso, ma estremamente popolare. Modi è considerato un leader che si è fatto da sè, senza il sostegno della dinastie politiche che dominano da sempre il paese.

E’ stato accusato di aver messo a tacere i suoi critici e di aver represso i media indipendenti. Nell’annuale indice della libertà di stampa (World Press Freedom Index), l’India è scesa dal 140° posto nel 2014, anno in cui Modi salì al potere, alla 161esima posizione, su 180 nazioni.

L’India è sempre più polarizzata lungo le linee religiose e i critici sostengono che altri cinque anni dominati dal BJP cementeranno le politiche che si allontanano dalla tradizione secolare. Le minoranze, in particolare i 200 milioni di musulmani del paese, affermano di essere perseguitate. Dalla demolizione dei monumenti islamici, alla ridenominazione delle città fondate da antichi sovrani islamici,  alla revisione dei libri di storia: l’India di Modi è una nazione sempre più incentrata sugli indù. 

Ma sotto la sua guida, la quinta economica del mondo, ha fatto passi da gigante sul palcoscenico internazionale. Dalla missione di successo sulla luna, alla presidenza di turno del G20, il 2023 è stato l’anno in cui Delhi ha mostrato il suo valore e consacrato il suo ruolo da protagonista sulla scena mondiale. 

Sempre più corteggiato da Europa e Stati Uniti, il gigante indiano è visto dall’Occidente come un’alternativa alla Cina comunista e una forza per contenere Pechino. L’anno scorso la patria di Gandhi ha superato il rivale asiatico, come paese più popoloso del mondo: 900 milioni di persone sono ora in età lavorativa, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. 

Nuova Delhi sta formando nuove alleanze, siglando accordi commerciali e intensificando la cooperazione in materia di difesa, rimodellando l’ordine globale. Alleato storico della Russia, non prende posizione sulla guerra in Ucraina. Aiuta l’Occidente a contenere la Cina, ma non volta completamente le spalle a Pechino. Indipendentemente da chi è al governo, la politica estera indiana è guidata dalla diplomazia e dai principi democratici, che vanno difesi per il bene dell’India stessa e del resto del mondo.

Con un’opposizione debole e una successione incerta, la più grande sfida di Modi, in caso di vittoria elettorale, sarà creare posti di lavoro, espandere i programmi di sicurezza sociale per mantenere il patto tacito con la popolazione pronta a rinunciare almeno temporaneamente a certi valori, in cambio della crescita e del benessere economico. Quanto questo porterà ad un’ulteriore erosione della democrazia parlamentare in favore dell’autoritarsimo, lo capiremo nei prossimi cinque anni.

Nell’immagine: Narendra Modi


La Pietà di Gaza. Quei corpi abbracciati e muti, simbolo di un dolore universale

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Di Viola Ardone, La Stampa

La guerra non ha volto, non ha nome, non ha età. La guerra sono due corpi incastrati in un abbraccio che non è più possibile. Una donna viva che stringe a sé le spoglie di una bambina morta. Il bianco di un lenzuolo, il blu di un abito, le lacrime nascoste da un velo zafferano che copre anche i capelli. L’umana rappresentazione di un dolore muto, antico come il mondo, come l’ingiustizia, come la guerra. Il grido di una mano, la sinistra, quattro dita che sfiorano un involto informe sono l’unico brandello di carne visibile, una carezza di pietà a suggerirci che, nonostante tutto, siamo umani, che possiamo ancora esserlo.


Dobbiamo piangere davanti a questa foto, perché la sofferenza non ha patria, non esiste bandiera sotto la quale non la si possa riconoscere, così come la compassione. Dobbiamo piangere se siamo vivi, dobbiamo piangere per tutti i nostri morti, quelli che abbiamo amato e quelli sconosciuti. Piangere per i morti di Gaza, per quelli di Israele, per quelli della guerra tra Ucraina e Russia, piangere per quelli naufragati in mare, per quelli travolti dal crollo di una diga, per quelli periti sul lavoro. Piangere davanti a questa immagine che ha vinto il World Press Photo è la nostra opportunità per non rischiare l’estinzione, per non farci disseccare dalla conta quotidiana delle vittime che ci indurisce i lineamenti perché sono troppe per poterle piangere una per una, e perché sono lontane, e perché sono sconosciute, e perché non abbiamo capito ancora chi ha torto e chi ha ragione. Dobbiamo piangere davanti a questa foto senza pretendere spiegazioni, senza voler capire, perché i morti non hanno mai torto, perché una bambina di cinque anni avvolta in un lenzuolo bianco ha sempre ragione, qualunque sia la nazionalità, chiunque sia il cattivo. Piangere per la carezza ostinata della zia che la tiene e non la lascia andare, piangere per la nostra buona e per la nostra cattiva coscienza, restare svegli la notte pensando a questa foto, perché ci sono notti in cui la coscienza deve restare vigile e non lasciarsi assopire dalla noncuranza.

Dobbiamo piangere perché in questa foto c’è Maria a occhi bassi con il figlio marmoreo tra le braccia, c’è la Maddalena di Masaccio ai piedi della croce chiusa in un grido di dolore rosso come il suo vestito, c’è quel cereo compagno di giochi cantato da Pascoli, che al vento non vide cader che gli aquiloni, e accanto a lui c’è sua madre a pettinargli i bei capelli a onda, «adagio, per non fargli male».

Questi due corpi che formano una ics sono la croce che deve ricordarci giorno per giorno che la croce la portiamo tutti, ed è la stessa, più piccola o più grande, è sempre croce.

Forse è per questo che, tra le tante immagini di morte, di devastazione, di dolore che sono passate sotto i nostri occhi ormai offuscati dagli orrori, questa qui è destinata a restare: perché se quella donna senza volto alzasse gli occhi potremmo riconoscerci allo specchio.

Nell’immagine: la fotografia di Mohammed Salem (Reuters) che ha vinto il premio World Press Photo of the Year 2024


Noi donne “assassine”

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Di Natalia Aspesi

Ci si andava, in quella graziosa casa di cura privata, col cuore nero di dubbi: in una semiperiferia piuttosto elegante di Milano, era brutto quel che non poteva più essere rimandato. Un giovane chirurgo in camice bianco accoglieva la ragazza quasi sempre sola, e l’accompagnava in una linda cameretta. A volte non era necessario neppure spogliarsi, a volte ci voleva l’anestesia, e di colpo, con quel piccolissimo enorme peso ormai tolto senza neppure un ferita, avevi di nuovo davanti a te la vita come prima. Bellissima. O quasi. Ma intanto la giovane donna, la ragazza che faceva filosofia, che votava Pci, che sognava un mondo migliore, era diventata un’assassina, come mille, milioni, trilioni di donne. Come tutte, in quanto nate donne. C’era un maschio che aveva detto no grazie, ci pensiamo un’altra volta, e lui raramente appariva; era proprio una affare di donne, tutti gli uomini senza peccato, tutte le donne assassine. Da sempre. Dopo i massimi casini e le battaglie di anni e decenni e millenni, con almeno un film molto bello (Un affare di donne, 1988, storia dell’ultima donna condannata a morte nella Francia nazista, con Isabelle Huppert).

I democristiani crollarono e nel 1978 arrivò la legge 194. Con difficoltà e con la fuga di tanti ginecologi, anche abortire non era più un infame reato. Penso oggi all’idea che se uno ti tocca leggiadro il sedere può essere subito processato, e finire anche tipo Weinstein in galera chissà per quanto. Le donne hanno forse esagerato? Hanno oggi e direi forse esageratamente, chiesto una specie di vendetta contro gli uomini che parevano vincenti? E loro, le donne, diventate con richiesta seguita dal sì per dichiararsi pronte a fare l’amore? Mettiamo che i noiosi cretini con la storia del ritorno al passato tipo certi Stati d’America, per salvare il famoso embrione che zac, subito si fa bambino, se la prendano con donne che non li hanno voluti.

Certo dobbiamo dircelo, i ministri in questo preciso momento saranno molto in pensiero, se essere moderni o tradizionali, lasciar tutto come prima o condannare alla gogna anche con il fuoco. Ma se ormai da quasi cinquant’anni chi vuole abortire lo fa coi denari dello Stato, perché cambiare? Io avrei dei vecchi consigli da dare: prima di tutto smetterla di parlarne, ma stando zitti senza farlo tornare alla moda, non farci troppo casino perché solo parlandone tutti si svegliano anche in televisione. Smetterla di parlare di aborto come se fosse una disgrazia ma un normale intervento. Come se davvero non lasciasse dolore, forse rimorso. Parlare di contraccezione sino a diventare insopportabile. Mi dicono che esiste anche una pillola del giorno dopo e bisognerebbe sempre averne una. Adesso non mi viene più in mente niente, ma forse manca qualcosa. Ecco, per esempio se riescono a mettere una signora bellissima che sappia raccontarci perché non dovete abortire, annuite mestamente e poi fate quel che volete.

Nell’immagine: Isabelle Huppert in “Un affare di donne” di Chabrol 


Putin applica il “modello Aleppo” su civili e bambini

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Sembra quasi che Vladimir Putin voglia distruggere più Ucraina possibile, prima che il Congresso di Washington sblocchi finalmente – se lo farà – il pacchetto degli aiuti, e prima che l’Europa racimoli nei suoi magazzini i sistemi di difesa antiaerea necessari per impedire che i missili russi riducano le città ucraine in macerie. «Sono sicuro che lo faremo rapidamente», dice Josep Borrell, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, chiedendo all’Europa di «assumersi le proprie responsabilità» senza contare sempre sugli Stati Uniti. Ma il “rapidamente”, nel caso dell’Ucraina, è già tardi: i tempi della politica, come i tempi della logistica – dei trasporti, dell’installazione, del collaudo – sono troppo lunghi per chi sta morendo ogni giorno in Ucraina. La strage di Chernihiv – 18 morti e 78 feriti civili, tra cui quattro bambini – ha confermato l’escalation degli attacchi russi dopo le “elezioni” presidenziali: vengono colpiti quartieri residenziali, università, ospedali, centrali elettriche, in una operazione di sterminio metodica che il Cremlino non tenta più nemmeno di presentare come “militare”. Zaporizzhia, Odesa, Kryvy Rih, Kremenchuk, Poltava: ogni giorno l’esercito russo aggiunge un nuovo nome alla mappa del terrore. La lista delle vittime civili ormai conta migliaia di nomi, e soltanto ieri l’ufficio del procuratore generale ucraino ha aggiornato il numero dei bambini uccisi dalla guerra: 543, con 1296 rimasti feriti e la nota a margine di “almeno” accanto, perché di molte morti, come quelle nei territori occupati successivamente dai russi, non si riesce a tenere la contabilità.

L’Ucraina si trova forse nel momento più difficile dall’inizio dell’invasione russa. Il ministro dell’Energia Herman Halushenko ha comunicato che gli attacchi russi dell’ultimo mese hanno distrutto l’80 per cento del potenziale delle centrali elettriche termiche e più della metà dell’idroelettrico, il direttore della principale società elettrica nazionale, Dtek, Maksim Timchenko, dice che i quattro quinti delle strutture di generazione dell’energia sono state eliminate. Le macerie della diga di Dnipro e quelle della sala delle turbine della centrale di Tripolskaya, vicino a Kyiv, promettono un’estate di razionamento dell’elettricità e un inverno di gelo, ma soprattutto richiedono – ancora prima dei milioni di euro che serviranno a ripristinarne il funzionamento – uno scudo. Senza le difese antimissile, Putin continuerà a fare il tiro a segno, e mentre i suoi propagandisti in TV ormai invocano apertamente la distruzione di Kharkiv, il sindaco della seconda città ucraina Ihor Terekhov verbalizza il paragone già pensato da molti: «Potremmo diventare una nuova Aleppo».

È il momento forse più difficile, e lo si capisce anche da quanto è cambiato il tono dei responsabili di Kyiv, a cominciare da Volodymyr Zelensky, che per la prima volta pronuncia la parola “sconfitta” non nel contesto di una ipotesi da scongiurare, ma di una possibilità da non escludere. Anche The Politico fa un titolo sulla “sconfitta”, e intervista militari ucraini che parlano di un possibile sfondamento della linea del fronte, se la Russia inizia una nuova offensiva massiccia in estate. Alle truppe di Kyiv mancano munizioni – che l’Europa e gli Usa non solo tardano a inviare, ma non hanno in quantità necessaria – e uomini. La legge sulla mobilitazione, firmata da Zelensky in una versione alleggerita dopo mesi di polemiche, certifica un cambiamento che Oleksandr Noinets, cofondatore del movimento DemSokyra, definisce con crudezza: «Non riusciamo più a far fare la guerra soltanto ai volontari, uccisi dall’esercito russo, ed è impossibile combattere con le candeline» sui social. Zelensky si trova così schiacciato tra chi lo critica per essere stato finora troppo morbido a concedere alla società ucraina la «guerra con le candeline», e chi lo attacca per aver approvato sanzioni pesanti per i renitenti alla chiamata alle armi. Ma per motivare le reclute il comando deve mostrare una prospettiva di vittoria, che dipende dagli aiuti di un Occidente che intanto osserva un Paese venire massacrato in diretta.

Nell’immagine: Chernihiv. Soccorritori ucraini sul luogo colpito da un missile


Putinizzazione

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 


La “rispostina” di Israele: replica per una de-escalation

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Può una rappresaglia militare essere al contempo il segnale di una de-escalation del conflitto? In altre parole, può starci un contrattacco moderato per lanciare un chiaro messaggio di voler in realtà abbassare la tensione, invitando alla reciprocità? Sì, può. E lo conferma la ‘rispostina’ bellica con cui nella notte Israele ha reagito al lancio (in sostanza relativamente inoffensivo) di centinaia di droni e missili iraniani per la prima volta diretti contro il suo territorio, esattamente una settimana fa. Questo, naturalmente, con diversi “se”: se poche ore fa non s’è trattato soltanto di un preambolo; se “Tsahal”, l’esercito israeliano, non ha in serbo una futura spirale di offensive, e altri importanti bersagli pro-iraniani (dall’Irak allo Yemen) non diventeranno bersaglio di ‘operazioni mirate’ come quella che, con l’eliminazione del generale dei pasdaran Sayyed Razi Musani, eliminato a Damasco con mira chirurgica, ad inizio aprile aveva innescato la nuova minacciosa spirale. 

Venisse confermato nei fatti che la replica agli ayatollah si fermerà all’azione delle ultime ore, sarà evidente, se già non lo è, che Benjamin Netanyahu e i suoi alleati nazional-religiosi di estrema destra stavolta hanno deciso di ascoltare il “consigliere americano”, a cui avevano finora opposto più “nyet” che accettazione. Joe Biden e Antony Blinken (segretario di Stato, e “consigliori” in capo del presidente), impegnati a gettare acqua sul fuoco di un possibile grande incendio in tutta la regione, devono aver giocato duro. Poteva non bastare l’avvertimento dell’astensione Usa al Consiglio di sicurezza che per la prima volta ha consentito la risoluzione in favore del cessate il fuoco immediato; devono dunque aver ammonito e ricordato a “Bibi” che Israele è tributario dell’aiuto economico e soprattutto militare statunitensi. 

Un rubinetto che lo Stato ebraico non può permettersi che venga chiuso. Sul piano politico, poi, il governo di Tel Aviv è stato convinto del fatto che, con la prima offensiva iraniana contro il proprio territorio, aveva riacquisito almeno in parte una rispettabilità internazionale scossa dai massacri a Gaza, un margine di azione diplomatica imprevista, una solidarietà concreta (come nel caso della Giordania) o palese (in particolare dell’Arabia Saudita) che sarebbe stata fortemente ridimensionata o cancellata da una contro-contro-mossa troppo devastante.

Così, aviazione e missili israeliani hanno colpito bersagli iraniani ma mirati, e con moderazione: un bombardamento vicino alla città di Isfahan, un altro non troppo lontano dai centri di sperimentazione atomica (qui il monito statunitense di non colpire era stato esplicito, come quello dell’Agenzia Internazionale dell’energia atomica), e ancora contro una base dei pasdaran (semi-deserta) in Siria. Tanto che i voli all’aeroporto civile di Teheran erano già ripresi in mattinata, come in una giornata normale.

Insomma, in termini militari, proprio il minimo sindacale per uno Stato ebraico i cui dirigenti hanno invece costantemente accarezzato e prospettato una guerra preventiva contro la teocrazia che governa la Rivoluzione islamica fondata da Khomeini. Conferma di uno schema quasi concordato, e che l’ottimo Nello Scavo, inviato dell’ “Avvenire”, aveva illustrato, sulla base di fonte anonima israeliana, negli scorsi giorni: israeliani e iraniani che per il tramite della Casa Bianca si erano informati reciprocamente e preventivamente sulle loro mosse. Insomma, un concordato gioco delle parti. Se non proprio un teatrino, poco ci manca.

E Teheran? Cosa ha da guadagnare da una de-escalation, oltre naturalmente alla salvaguardia del suo territorio e della sua popolazione già da tempo in agitazione contro il potere religioso? Soprattutto un ritorno alla “normalità” che le ha consentito di essere regista – ma da lontano – di quel fronte sciita, o “mezza luna sciita”, che ha organizzato e attivato non solo in funzione anti-israeliana ma anche in funzione anti-sunnita: cioè contro la coalizione araba guidata dal Regno hashemita (protettore dei luoghi santi dell’Islam, e rappresentante della maggioranza della comunità musulmana). 

Chiamiamola tregua. Tregua fragile. Basterebbe poco a far riprecipitare la situazione nel baratro. Una tregua che ha però una vittima. Il popolo palestinese di Gaza. Da cui è stato immediatamente tolto il faro dell’attenzione internazionale, mentre una colonna davvero “biblica” di profughi (circa un milione di persone) sta percorrendo la strada costiera della Striscia per spostarsi a Nord. E per mettersi al riparo dall’attacco israeliano contro Rafah, la città di “fine corsa” alla frontiera con l’Egitto, diventata un immenso campo di rifugiati, sospettato dall’esercito israeliano di essere anche l’ultimo rifugio di capi e miliziani di Hamas. 

Washington ripeterà inutilmente, insieme alla comunità internazionale, che si tratterà di un supplemento di quella tragedia umanitaria che già conta oltre trentamila civili palestinesi massacrati, la strage dei bambini (quasi la metà delle vittime), la galoppante carestia, gli innumerevoli feriti e mutilati, e i corpi (pare diverse migliaia) che ancora si trovano sotto le macerie del 50 per cento di edifici sbriciolati sotto i colpi di Tsahal. Un prezzo inaccettabile. Inaccettabile anche se nessuno dimentica o banalizza l’attacco terroristico di Hamas e la tragedia del 7 ottobre, per crudeltà spietatezza e violenza di ogni genere. 

Se la ricompensa per la ‘rispostina’ militare contro l’Iran sarà soltanto questa, soltanto l’accettazione dell’attacco a Rafah,  e non l’occasione per aprire varchi di ragionevolezza lungo tutti i fronti contrapposti, allora il sanguinoso caos nel cuore del Medio Oriente ha ancora davanti a sé un lungo futuro.

Nell’immagine: l’attacco israeliano nei pressi di Esfahan


Leghismo in pochette

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

È bastato vedere il sorriso incontenibile del sindaco Michele Foletti all’annuncio dei risultati delle elezioni comunali di domenica per capire che l’ipotesi di una grave sconfitta della Lega dei Ticinesi a Lugano era tutt’altro che una montatura giornalistica.  Il pericolo è stato reale e molto temuto, tanto che nelle settimane precedenti il voto, qualche dirigente del movimento si era persino chiesto se il lungo ciclo storico del movimento non fosse ormai concluso. 

E invece, 33 anni dopo il suo esordio, questo partito-non partito, da tempo orfano di quasi tutte le figure carismatiche e dirigenziali che ne plasmarono la nascita e la crescita, mantiene (alleata con l’UDC) la maggioranza relativa nel Municipio della più importante città ticinese e soprattutto la carica – fortemente simbolica – di sindaco di Lugano.  Un fatto quasi sorprendente, se consideriamo che una lenta erosione dei voti leghisti è comunque cominciata da tempo, tanto a livello cantonale (meno 4 deputati in Gran Consiglio nel 2019 e meno altri 4 nel 2023), così come in città (un seggio in Municipio lasciato ai cugini dell’UDC nel 2021 alla morte di Marco Borradori). 

Vien da chiedersi allora, come abbia fatto la Lega a raccogliere ancora tanti consensi e cosa ha permesso a Michele Foletti di prevalere su Marco Chiesa quale sindaco. Certo: bisogna pur dire che la tradizione di Lugano quale città liberale nasce ben prima della Lega e quindi l’attuale maggioranza di centro destra – unica tra le grandi città svizzere – non deve sorprendere. È proprio in queste radici saldamente liberali e in parte conservatrici che la Lega pesca da trent’anni buona parte del proprio consenso (sarà Giorgio Giudici a definirla una costola liberale…), pur con il linguaggio e il carattere di un movimento con accenti populisti e nazionalisti che la tradizione liberale rifugge.

L’ impressione è che in questa ultima gara tra la Lega e l’UDC a Lugano, la Lega sia stata avvantaggiata dal proprio “carattere sociale” e nel contempo la personalità più popolare di Foletti abbia finito per prevalere sul temuto avversario. Infatti, appena poche settimane fa la campagna a favore della tredicesima aveva diviso i due alleati: per la Lega la “tredicesima ai nòs vécch” è un vecchio cavallo di battaglia, mentre l’UDC non si era schierata tra i favorevoli. Sul piano personale invece ha sicuramente giovato l’immagine di Michele Foletti, leghista moderato, cordiale con tutti, molto legato al sindaco scomparso e con un aplomb poco formale; un sindaco che ama indossare la pochette, ma più per vezzo che per ricerca d’eleganza. 

Inoltre – come ha giustamente scritto Luca Bellinelli su queste pagine – a confermare che l’UDC è la destra più destra del duo ci ha pensato l’UDC stessa, pochi giorni prima del voto facendo affiggere sui muri della città un manifesto che è sembrato un siluro in piena campagna elettorale: “Anarchici autogestiti / fuori da Lugano”. Un manifesto oltretutto anche un po’ ambiguo, visto che, probabilmente, mancava una virgola tra anarchici e autogestiti; a meno che l’estensore della frase pensasse non a tutti gli anarchici, ma solo ad una precisa categoria, quella appunto degli “Anarchici autogestiti”. 

La cosa buffa è che se questo manifesto si riferiva a tutti gli “anarchici”, a suo tempo avrebbe creato problemi persino a Giuliano Bignasca, fondatore della Lega, che appunto amava definirsi … un anarchico. Chissà se qualcuno oggi gli intimerebbe di lasciare la città ?  Diceva il Nano: “Io malgrado tutto sono un anarchico. Io sono nato per fare una politica anarchica, anche se ora siedo in un esecutivo. La mia anima è anarchica. La lega all’inizio era, e lo è ancora sotto certi aspetti, un movimento anarchico.” (Giuliano Bignasca, Falò, 11.01.2001).  In realtà, più che anarchico in senso stretto Bignasca lo si dovrebbe definire un anarchico sui generis o anarcoide; anche se fu proprio un socialista storico quale Dario Robbiani a dargli l’appellativo, a sinistra più che onorevole, di Nano Zapata.

In ogni caso, per tornare all’oggi, l’epoca delle manifestazioni più fantasiose e radicali per la Lega è finita da tempo; così come gli attacchi alle grandi famiglie e alla partitocrazia. Sarebbe inimmaginabile oggi vedere Michele Foletti tenere un comizio in piazza Riforma, in piedi su un carro agricolo, accompagnato da due asini che alludono alla classe politica ticinese, così come fece il Bignasca prima maniera. La Lega oggi è un movimento che, di fatto, è un partito come gli altri e anzi rivendica – a livello cantonale come a Lugano – non più progetti rivoluzionari, bensì la virtù della buona gestione della cosa pubblica e si accorda con tutti gli altri nella ripartizione delle cariche pubbliche e para pubbliche. Silvano Toppi molti anni fa ebbe a dire che per servire al Paese e per far si che la sua vena di critica al partitismo ticinese non si annacquasse come invece è poi successo, era meglio che la Lega restasse un movimento di opinione,  con un suo giornale, ma senza diventare un partito.

Di fatto oggi la Lega è un partito della destra ticinese e svizzera, con valori e idee conformi a questa tradizione, ma con caratteri propri che talora la distinguono nel confronto con i cugini dell’UDC; più usi, come col manifesto apparso in città, a messaggi forti che però non sempre ottengono l’effetto e i voti sperati. 

È vero che Il Mattino, giornale non ufficiale della Lega, continua ogni domenica a suonare la grancassa, secondo una consolidata tradizione che fu un in altre epoche di tutto il giornalismo politico ticinese.  Ma anche i toni del giornale non sono più esattamente quelli che furono;  e addirittura nelle pagine interne del Mattino si vedono oggi nomi di collaboratori un tempo inimmaginabili.  

A Lugano a vincere la contesa per la carica di sindaco è stato un leghismo rivisto; un misto,  verrebbe da dire, tra istanze delle origini e la pochette più per bene di Michele Foletti.

Ruben Rossello, giornalista e regista, è l’autore del documentario. Dalla piazza al Palazzo, dedicato ai primi dieci anni della Lega dei Ticinesi, trasmesso dalla RSI nella rubrica Falò l’11 gennaio 2001 e riproposto il 7 marzo 2013 all’indomani della scomparsa di Giuliano Bignasca

Nell’immagine: Giuliano Bignasca nelle vesti di “Nano Zapata”


Lo spreco di 1.000.000.000 (sì, un miliardo) di pasti al giorno

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Un miliardo di pasti al giorno è finito nella spazzatura nel solo 2022; questo mentre circa un terzo dell’umanità era alle prese con problemi di insicurezza alimentare moderata o grave. A calcolarlo è il secondo rapporto sul cibo dell’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) relativo allo spreco di alimenti sul pianeta.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno calcolato che, oggi, 783 milioni di persone in tutto il mondo vivono in condizioni di sottoalimentazione cronica. Circa 122 milioni in più rispetto al 2019. Di questi, 150 milioni sono bambini sotto i cinque anni. Il ritardo che presentano nella crescita e nello sviluppo è causato, tra le altre, da una mancanza cronica di nutrienti essenziali nella loro dieta.

“Lo spreco alimentare è una tragedia globale,” afferma Inger Andersen, direttore esecutivo di UNEP. 

Il rapporto spiega come il costo dello spreco alimentare riguarda un principio etico – ingenti quantità di cibo buttato via, mentre una larga fetta della popolazione mondiale soffre la fame -, ma anche temi climatici e ambientali. Si calcola che lo spreco alimentare sia responsabile per l’8-10% delle emissioni globali di gas serra; metano compreso che, come noto, ha contribuito per circa il 30% al riscaldamento globale. 

Secondo l’UNEP, nel 2022, nel mondo è finito nella spazzatura circa il 19% del cibo prodotto. Sono circa 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, equivalenti a un quinto di tutto il cibo disponibile ai consumatori, tra ambienti domestici, servizi di ristorazione, distribuzione e vendita. Situazione che mostra un peggioramento rispetto agli anni precedenti. Infatti, il primo rapporto, in riferimento al 2019, stimava che lo spreco di cibo era stato del 17% a livello globale, ovvero 1,03 miliardi di tonnellate. Sarebbero proprio le economie domestiche le responsabili della maggior parte dello spreco.  La più parte dei rifiuti (60%) viene prodotto dalle famiglie, seguite dalla ristorazione (28%, seguono  i canali di vendita (12%). “In media, ogni persona spreca circa 79 kg di cibo all’anno”, si legge nel report. “Nel mondo ogni singolo giorno l’equivalente di almeno un miliardo di pasti di cibo commestibile viene letteralmente sprecato”
La riduzione dello spreco alimentare è uno degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, che punta a dimezzare il problema entro il 2030. Il problema è noto. Eppure ancora non si fa abbastanza. Molti paesi ancora non hanno sistemi efficienti di monitoraggio, e al 2022 soltanto 21 Paesi al mondo hanno definito obiettivi di riduzione degli sprechi alimentari nei propri piani nazionali. 

Ridurre gli sprechi alimentari dovrebbe essere negli interessi di tutti noi. È un’opportunità per ridurre i costi e per affrontare alcune delle maggiori questioni del nostro tempo. Ambientali, quali la lotta al cambiamento climatico. Ma evidentemente anche sociali: ridurre gli sprechi alimentari può aumentare la disponibilità di cibo per chi ne ha bisogno. Dobbiamo riuscire a bloccare questa situazione, e fare in modo che il cibo sfami le persone, non le discariche.


Il voto più radicalizzato nella storia dell’Europarlamento

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Di Cecilia Cacciotto, giornalista “Euronews”

L’Europa è fatta, ma non è finita: dobbiamo ancora fare gli europei. Che si sentono prima di tutto cittadini del proprio paese e poi, ma solo in seconda battuta, cittadini europei. E fra meno di due mesi sono chiamati al voto per rinnovare il parlamento di Strasburgo. Si tratta della consultazione più radicalizzata nella storia dell’assemblea, per la prevista avanzata di una destra che tenterà di scardinare la storica maggioranza fra popolari e socialisti. Sono circa 500 milioni gli elettori chiamati alle urne tra il 6 e il 9 giugno: eleggeranno 720 deputati del parlamento di Strasburgo. Sulla carta, sono tanti. Ma sappiamo anche che a livello europeo il partito dell’astensione va molto forte; e invertire la tendenza appare tuttora problematico.

Fatta eccezione per la consultazione del 2019, negli ultimi vent’anni il numero di europei che è andato a votare non ha superato la soglia del 50%.

Quelle europee sono definite dai politologi come elezioni di “secondo livello”: ma basta questo per mettere a tacere la coscienza politica di chi pensa “non voto, tanto sono le europee”, quasi a dire non contano nulla? Certo che no, non può bastare, in primo luogo e semplicemente perché non è assolutamente vero.  E ce lo spiegano gli stessi politologi, sottolineando quanto della nostra vita sociale dipende dalle comuni decisioni adottate a Bruxelles. 

La Svizzera, poi, considerata la riapertura della lunga trattativa bilaterale Berna-UE per raggiungere, dopo anni di tensioni e sospensioni, il cosiddetto “Accordo quadro”, non può disinteressarsi agli equilibri politico-partitici che sul negoziato possono avere le elezioni in ambito comunitario. L’Unione Europea è di gran lunga il principale partner economico-commerciale della Confederazione, che da parte sua investe molto nelle 27 nazioni riunite nell’UE. Nella “capitale dell’Europa” tutti sanno che gli elettori elvetici sono stati quelli più sollecitati con votazioni popolari sul procedere delle relazioni fra il loro paese e l’Unione.

Tornando al voto di giugno, è evidente  che l’Europa è percepita fra i cittadini delle varie nazioni come un’entità lontana, complici anche noi giornalisti: le notizie europee sono sempre relegate nelle “ terre di mezzo “ dei notiziari, raramente aprono un telegiornale (a meno che non si tratti di uno scandalo), e nei giornali il richiamo in prima pagina, quando c’è, rimanda alle pagine più interne. 

È pur vero che raccontare l’Europa non è facile, il suo funzionamento è farraginoso, il dibattito su determinate tematiche, anche di rilievo, è destinato a diventare legge chissà quando, e chissà “se” (per non parlare del recepimento nelle legislazioni nazionali).

Tuttavia, almeno sulla carta, il prossimo voto europeo dovrebbe, se non proprio appassionare, quantomeno coinvolgere gli europei un po’ più che in passato, li riguarda più di quanto non credano. Perché i temi di cui si occuperà l’Europa nella prossima legislatura sono delicati: difesa comune, transizione energetica, disciplina dell’intelligenza artificiale. Perciò  il voto degli elettori può fare la differenza.

“L’Europa è lontana e soprattutto matrigna” , è il refrain che molti ripetono lasciandosi trasportare da venti populisti ed eurofobici. Ma con la consultazione per il parlamento di Strasburgo gli europei eleggono direttamente i propri rappresentanti e l’assemblea di Strasburgo resta la sola istituzione Ue scelta direttamente dai cittadini. E il fatto che ciò avvenga contemporaneamente in Stati diversi rimane un unicum sul piano mondiale.

Non è cosa da poco, e non è tutto. Con i vari Trattati, non ultimo quello di Lisbona del 2009 (relativo all’immigrazione illegale, che in modo indiretto riguarda anche la Svizzera), il ruolo legislativo del parlamento si è rafforzato. Al punto che possiamo addirittura affermare che ormai non c’è proposta di legge che possa passare senza che il parlamento lo voglia. Il parlamento infatti è a pieno titolo (e a pari merito con il Consiglio europeo, che riunisce invece i capi di Stato e di governo) co-legislatore nella stragrande maggioranza dei settori. Anzi ha un ruolo propositivo non trascurabile. Lo ha confermato il recente delicato dibattito sull’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione.

Sempre in questa logica, ormai da dieci anni è invalsa poi la regola secondo cui i partiti europei anticipano ancora prima del voto lo “spitzenkandidat” , ossia il nome del proprio candidato alla presidenza della Commissione. In teoria il gruppo che esprime la maggioranza relativa in assemblea avrà il diritto di esprimere il proprio candidato alla presidenza dell’esecutivo Ue. 

Il nome del presidente della Commissione viene indicato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata, ma l’investitura deve ottenere il placet del Parlamento europeo. Con il proprio voto l’elettore europeo sceglie di conseguenza anche il presidente della Commissione.

 La campagna elettorale è iniziata e ogni Stato membro la declina a suo modo. E’ vissuta in alcuni Stati come un test per il governo in carica, in altri come anticipazione delle prossime elezioni nazionali; purtroppo, in questa impostazione, i grandi temi che interessano il futuro dell’Europa restano quasi secondari, a tutto vantaggio delle solite beghe nazionali. Fenomeno che praticamente accomuna tutti i 27 Stati membri.

Non mancano le incognite sulla prossima consultazione. In generale le previsioni dei sondaggisti dicono che nella futura assemblea Ue, il rapporto di forze non cambierà in maniera drastica; ma, stando a un sondaggio Ipsos, commissionato da Euronews e pubblicato nella seconda metà di marzo, le formazioni di estrema destra dovrebbero rafforzarsi. E’ sul ‘quanto’, non sul ‘se’, che si giocherà la partita.

Le formazioni di estrema destra, euroscettiche o addirittura eurofobiche, sono portatrici di discorsi e ideologie che obiettivamente minano l’autorevolezza dell’Unione e delle sue istituzioni anche agli occhi dei cittadini: alcune propugnano ancora il ritorno alla moneta nazionale e il ripristino di “confini chiusi” per difendere gli interessi nazionali. Cavalcano un malessere generale, che non è solo europeo: in tempi di magra, in cui la distribuzione dei benefici è diventata distribuzione di debito, hanno vita facile e facile presa sui più fragili.

Questa è la terza buona ragione per andare a votare, visto che il partito dell’astensionismo favorisce sempre le formazioni estremiste. Che rappresentano legittimamente i propri elettori, certo. Ma se il “diritto” di voto fosse sentito un po’ più come “dovere”, e se gli elettori a giugno andassero in massa ad esprimere la propria preferenza, sarebbe molto probabilmente l’Europa più sociale e solidale a prevalere. 


Così nascono le dittature

Il controverso premier Narendra Modi verso il terzo mandato; mentre il paese più popoloso del mondo diventa sempre più strategico sul piano internazionale, la sua democrazia si indebolisce 

Chiusi un articoletto, qualche tempo fa, con il disagio di chi ha l’impressione che le democrazie liberali stiano prendendo una brutta piega. Lo disse Pier Luigi Bersani, emiliano sagace e verace dalla faccia onesta che non te le manda a dire a proposito delle inclinazioni autoritarie di una certa destra italica: “Badate bene, in fondo a questa strada c’è Orbán!”. La statistica gli dà ragione: i sistemi non democratici sono tornati a prevalere e l’insoddisfazione rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche è in aumento. Le democrazie complete sono sempre meno, quelle imperfette sempre di più e si fanno largo le autocrazie elettive, dove le elezioni controllate hanno l’ unico scopo di confermare chi sta al potere e lì vuol rimanere.

È noto, ma lo ripeto. Il motore della democrazia liberale è il dissenso, il costante confronto delle idee. Le intese fra le parti alla fine si raggiungono con un “armistizio”: si depongono le armi delle idee inconciliabili e si decide di ragionare sulle soluzioni possibili. A legittimare la democrazia liberale è dunque il pluralismo, è il principio della maggioranza che governa nel rispetto delle minoranze e dei principi costituzionali. Il sistema democratico in altre parole è lo strumento che limita i poteri di chi governa (il diritto è fondamento e limite dell’attività dello Stato, ci dice la Costituzione federale). E pure la sovranità popolare non ha un potere illimitato come pretendono i populisti (che ci ripetono che il popolo li ha eletti e quindi comandano come vogliono): vi è la Costituzione che pone i paletti da non oltrepassare. Questo – sia detto per evitare obiezioni immediate – vale sul piano dei principi: nella pratica il funzionamento delle democrazie liberali oggi lascia parecchio a desiderare e occorre una costante manutenzione per riparare a grosse falle in materia di giustizia sociale che ci fanno pensare che il governo a favore dei molti sia diventato negli ultimi tempi un governo a favore dei pochi. Sul tema, Platone (che notoriamente non tifava per la democrazia) ci ragionò parecchio e certe sue riflessioni sulle nozioni di libertà e eguaglianza come pure sul tema della competenza, della mediocrità in democrazia e della demagogia sono di straordinaria attualità.

Lo constatiamo tutti. In alcuni paesi la democrazia ha subito una vistosa distorsione: al principio di maggioranza che governa nel rispetto delle minoranze si è sostituito il potere della maggioranza che vince e in nome del popolo comanda e dispone a favore di una parte e non del tutto. I post- o criptofascisti con malcelate velleità autoritarie ci fanno intendere che l’opposizione è piuttosto fastidiosa e la critica è poco gradita. Karl Schmitt, giurista e politologo tedesco morto nel 1985, ha parecchio seguito in questi ambienti: insegna che in politica gli avversari sono dei nemici di cui è bene disfarsi per annullare chi perturba “la tranquillità, la sicurezza e l’ordine” interno. In fondo a tutto ciò, vi è la democrazia illiberale, un paradosso, una contraddizione in termini: Norberto Bobbio informa i distratti che non ci può essere democrazia senza libertà, se muore l’una perisce pure l’altra.

Fatti due conti, sono tanti gli esempi di regimi più o meno democratici che stanno imboccando pericolose derive autoritarie e promuovono l’esclusione, l’ingiustizia sociale, la diseguaglianza.

Micromega, rivista di approfondimento politico, al tema ha dedicato un volume (3/2023) e fa un lungo elenco dell’incedere poco incoraggiante delle democrazie illiberali: c’è Orbán, c’è Erdogan, c’è la deriva teocratica di Israele e poi ci sono quelli dell’autoritarismo soft, quelli che governano come la signora Meloni che non vuole saperne di intendere la democrazia come strumento del “governo limitato”: e infatti vuole cambiare la Costituzione. Questa destra del fascio littorio (mai dismesso) non ammette ovviamente i valori dell’antifascismo che sta alla base di qualsiasi Stato di diritto. Continua a professarsi sincera paladina della democrazia ma di una democrazia afascista: siamo all’obbrobrio concettuale.

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: un manifesto strappato raffigurante Giorgia Meloni