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Veronica Noseda – Il “fenomeno Glucksmann” sarà il salvagente dei socialisti francesi?

 

Veronica Noseda è nostra corrispondente da Parigi


Netanyahu costretto a calibrare la risposta contro l’Iran per non perdere gli alleati arabi

 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Rispondere all’ attacco iraniano  ma senza compromettere il fragilissimo equilibrio che sabato notte ha consentito a  Israele  di difendersi dai droni e dai missili lanciati da Teheran. Da domenica mattina il grande  interrogativo sul tavolo del gabinetto di guerra israeliano  è stato questo: mettere in campo una reazione che non tenga conto soltanto degli equilibri interni, ma anche di quelli internazionali.

Il filo rosso che traccia questo quadro lo si ritrova nelle parole dei protagonisti, israeliani e internazionali, di queste ore. «Costruiremo una coalizione regionale contro la minaccia dell’Iran ed esigeremo un prezzo nel modo e nel momento che ci conviene», ha detto Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra israeliano. Ma con chi? A quale prezzo?

Solo un Paese di quelli coinvolti sabato notte ha ammesso apertamente la sua partecipazione al blocco dell’attacco. «Abbiamo valutato che ci fosse il pericolo reale che i missili iraniani cadessero sulla Giordania. Se lo stesso pericolo venisse da Israele, la Giordania agirebbe nella stessa maniera», ha detto il ministro degli Esteri di Amman Ayman al-Safadi alla televisione domenica. Gli Emirati arabi uniti hanno negato ogni partecipazione diretta alle intercettazioni, smentendola dopo che il Wall Street Journalaveva riportato che Abu Dhabi, come Riad, avrebbe condiviso con gli americani le informazioni che aveva sull’attacco. Nessun commento ufficiale, ma solo indiscrezioni stampa, dall’Arabia Saudita, il cui spazio aereo a differenza di quello emiratino, sarebbe stato attraversato da droni e missili diretti su Israele, secondo la mappa mostrata alla stampa dal portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari.

Ma prima di tutto il filo rosso sta nella chiamata che Joe Biden ha fatto a Benjamin Netanyahu nelle ore più calde della crisi, ricostruita dalla stampa americana. Se l’America non appoggerà un’azione contro Teheran, come ha detto Biden, è sì perché non vuole un ulteriore coinvolgimento nella regione: ma perché quella fragile alleanza che ha costruito negli anni intorno a Israele – dalla presidenza Trump, grande sponsor degli Accordi di Abramo siglati nel 2020 – e che è riuscita a tenere in piedi – congelando ma non cancellando l’adesione dell’Arabia Saudita ai patti stessi, vicinissima prima del 7 ottobre – in questi mesi, nonostante Gaza e i suoi 33mila morti, potrebbe non reggere a un’ulteriore scossone. Ovvero a una reazione troppo forte da parte di Israele su obiettivi iraniani.

Tutto questo, scrive il Wall Street Journal, è stato reso chiaro dai diversi protagonisti agli Stati Uniti prima e dopo l’escalation di sabato notte: in via diretta, nel caso della Giordania, fra i più fragili protagonisti del quadro regionale. Non è un caso che Biden abbia chiamato di persona il re Abdallah, nelle ore successive all’attacco: uno dei leader che più nelle settimane passate ha condannato le azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania, mettendo in guardia dalle possibili reazioni che potevano innescare. E la cui popolarissima moglie, la regina Rania, di origini palestinesi, non ha mai fatto mistero delle sue pesanti critiche a Israele.

Messaggi simili sono stati inviati per vie diplomatiche dagli altri protagonisti: un Qatar che non nasconde i suoi rapporti con l’Iran ma da mesi lavora con Israele alla mediazione su Gaza. Un Egitto che dell’Iran non è certo amico e che sabato non è intervenuto direttamente: ma che è fondamentale per la gestione di Gaza e ha un disperato bisogno di equilibrio, stretto com’è fra la crisi economica peggiore della sua storia recente e la minaccia di una crisi di rifugiati dalla Striscia.

Un’Arabia Saudita che, pur felice di qualunque mossa possa indebolire l’Iran, non vuole essere coinvolta in una guerra che la distrarrebbe dall’obiettivo di rivoluzionare il Paese entro il 2030. E gli Emirati arabi uniti, la nazione dell’area che di più, in questi anni, ha scommesso su Israele: ma che non apparire, agli occhi dei suoi cittadini e degli arabi in generale, come un traditore appoggiando apertamente Netanyahu nel momento in cui a Gaza due milioni di palestinesi soffrono la fame sotto i bombardamenti.

Non è un caso che, nel momento in cui al portavoce della Casa Bianca John Kirby è stato chiesto di fare il nome dei Paesi che hanno aiutato a fermare l’attacco iraniano, fornendo intelligence o abbattendo i missili, la risposta sia stata un «no comment». Si fa, ma non si dice: un’ambiguità di cui Netanyahu è obbligato a tenere conto.

Nell’immagine: Israele, riunione del Gabinetto di guerra


I lavoratori occupano Google: «Complice del massacro»

 

Di Luca Celada, il manifesto

La protesta è scattata agli uffici Google di Sunnyvale, nella Silicon Valley, e di Manhattan, sedi delle operazioni cloud del gigante di Mountain View: gli attivisti di NoTechForApartheid hanno occupato i locali. Contemporaneamente vi sono state manifestazioni a San Francisco e Seattle. Il gruppo ha organizzato i presidi per protestare contro la partecipazione di Google e Amazon al progetto Nimbus, un accordo di collaborazione attraverso il quale il ministero della difesa israeliano usufruisce di servizi di elaborazione di dati durante la campagna militare a Gaza.

I DETTAGLI del contratto erano stati resi noti la scorsa settimana dalla rivista Time, compreso l’accesso privilegiato alla Google Cloud che permette al ministero di elaborare dati e accedere a servizi di intelligenza artificiale. L’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per «acquisire bersagli» a Gaza è anch’esso venuto di recente alla luce.

La rivista palestinese-israeliana +972 ha rivelato che Israele ha usato un sistema di Ai denominato Lavender per identificare «autonomamente» decine di migliaia di potenziali vittime di bombardamenti. Nella banca dati vi sarebbero 37mila nomi identificati per possibili legami con Hamas. Fonti dell’intelligence israeliana avrebbero ammesso che il sistema comporta un margine di errore del 10%. Per ogni bersaglio da eliminare sarebbero inoltre considerate accettabili 15-20 morti «collaterali», fino a 100 nel caso di target di comando. Secondo una fonte di intelligence citata dal Guardian, il sistema è in grado di acquisire bersagli in modo più accurato e «spassionato» di operatori umani.

Il coinvolgimento di Google e di Amazon nell’automazione dello sterminio ha suscitato una crescente opposizione da parte dei programmatori di Silicon Valley. Il mese scorso a New York impiegati di Google avevano ripetutamente interrotto un seminario tenuto da Barak Regev, responsabile per le operazioni israeliane dell’azienda.

Non è la prima volta che i lavoratori di Google contestano le scelte della direzione. Nel 2018 migliaia di programmatori avevano protestato il progetto Maven, che prevedeva la fornitura di programmi Ai per il programma di droni autonomi del Pentagono. In seguito alle proteste, quell’iniziativa venne abbandonata.

SUCCESSIVAMENTE, però, carburate dalla corsa «strategica» agli armamenti Ia, le collaborazioni militari delle aziende di Silicon Valley sono aumentate esponenzialmente. Le clausole del contratto israeliano, la cui «fase 2» è partita il 14 aprile, prevedono la fornitura da parte di Google di «assistenza per la progettazione, architettura, consulenza implementazione e automazione» dei sistemi.

I sit-in di ieri sono stati il culmine di una mobilitazione interna a cui hanno concorso MPower Change e Jewish Voice for Peace, formazioni pacifiste di indirizzo rispettivamente islamico ed ebraico. La mobilitazione è stata contrastata dall’azienda che aveva, ad esempio, vietato la discussione sul progetto Nimbus sui canali di messaggistica aziendale. Una prima manifestazione era stata organizzata a San Francisco a dicembre. Quelle di ieri sono avvenute all’indomani di una giornata di lotta per la Palestina nel corso della quale manifestanti avevano occupato il Golden Gate Bridge, bloccando il traffico sul ponte.

Al Washington Post una delle attiviste, Zelda Montes, ha definito «deplorevole che Google venda la propria tecnologia al governo e all’esercito di Israele. Speriamo che questa azione possa spingere i nostri colleghi a esigere che il loro lavoro non venga messo al servizio del contesto in cui si sta portando a temine un genocidio».

LA PROTESTA si inserisce nel quadro di una crescente opposizione alla guerra israeliana nelle università, ai margini della campagna elettorale americana e sempre più nel mondo tech. Sul sito di NoTechForApartheid si legge tra l’altro: «La collaborazione di Amazon e Google con l’apartheid israeliana fa parte di un modello più ampio di Big Tech che alimenta la violenza di stato in tutto il mondo. Aziende tecnologiche come Amazon e Google sono i nuovi profittatori di guerra e hanno un triste record in materia di diritti umani. Amazon contribuisce ad alimentare la macchina di deportazione-detenzione di immigrati (…). Google e Amazon stanno anteponendo il profitto alle persone alimentando la violenza del governo israeliano contro i palestinesi. La tecnologia può unire le persone, ma quando questi strumenti vengono utilizzati per danneggiare le comunità, rendono il mondo meno sicuro per tutti noi».

Dopo dieci ore circa di occupazione, Google ha fatto intervenire la polizia che ha arrestato i manifestanti all’interno dei locali aziendali.


A mo’ di diario postelettoralistico

 

È vero che una delle regole fondamentali della logica (o del sillogismo) vuole che le conclusioni non siano maggiori delle premesse. Insomma, non puoi dire: quel tale candidato è notoriamente un cretino; quel tale candidato che è un cretino appartiene a quel partito; quindi, tutti quelli che appartengono a quel partito sono dei cretini. Alle volte, tuttavia, sviare dalla logica può servire a capire per quale “ragione” si va da una parte e non dall’altra. Esemplifico: con il cretino di quel partito mi trovo davanti al seggio dove si vota; lui vi arriva rombante sino a una diecina di metri con l’auto; sulla parte posteriore dell’auto ha un vistoso autoadesivo con la scritta “fuck you Greta” con l’indice medio puntato verso l’alto. Manda quindi a farsi fottere una critica ragazzina che si preoccupa, e non a torto, di dove sta andando il clima. Per quale suo motivo? Certamente perché mette in dubbio il suo modo di vivere. So quindi con certezza per quale partito non voterà e, quasi con certezza, per quale partito voterà. Con la logica dovrei fermarmi lì, ma non ci riesco. Alle volte basta un fatto come questo per smentire cento commenti letti o cento commenti letti non riescono a smentire un fatto.

 Ritorna, a mo’ di quasi giustificazione o di autocritica, il solito eterno ritornello: è chiaro che  la sinistra, pur trovandosi in un momento che le darebbe mille ragioni (clima e conseguenze nefaste e innegabili, anche per un settore primordiale come l’agricoltura; diseguaglianze di reddito e povertà crescenti da qualche decennio; fisco sempre benevolo con i ricchi ed esigente con i meno ricchi; diritti esigibili solo se hai i soldi per farli  presenti e farli valere con qualche avvocato o se hai qualche santo là dove “il sì puote”; casse pronte e più generose per le armi futuribili e casse vuote e più taccagne per le persone presenti e indebolite o persino per l’intelligenza che deve formarsi e crescere), la sinistra, nonostante le sue battaglie, non riesce a informare e comunicare. 

Ci si dimentica però (e queste elezioni l’hanno abbondantemente dimostrato) che informazione è quello che vi dico; comunicazione è quello che voi capite o avete deciso di capire di quello che vi dico. 

Se ci si informa che il clima peggiora, ed è lì da vedere e constatare, se comunico quindi che in qualcosa di meglio occorre seriamente impegnarsi per almeno evitare il peggio, ecco che si capisce che mi si chiede di punirmi e rinunciare a qualcosa e per tutti gli altri (anche gli stranieri), mandando a rotoli l’economia e quindi il ben-essere. 

E per chi governa e tentenna, non riuscire a programmare come si dovrebbe (come si permettono di dirci incauti giudici stranieri) è in pratica programmare… di non riuscire.

Così, tra tutti i commenti apparsi sulle elezioni (quelle passate e quelle recenti) non salta mai fuori una verità che è solo una conclusione logica: perdono e perderanno i partiti o i movimenti che chiedono qualche impegno e un poco di responsabilità.

L’hanno capito i partiti di destra che (soprattutto su piano nazionale, ma con ovvio impatto su piano locale) oppongono l’ecologia al potere d’acquisto e alla libertà, senza temere le proprie contraddizioni. E cioè è ormai una costante la contrapposizione sistematica del breve termine (l’ecologia come la pretendono verdi e sinistra è punitiva, quello che dovremmo patire con certe misure non è accettabile, ha costi enormi ed è impoverente; sono “gli altri” che mettono più CO2 di noi) con il lungo termine (non si può negare che il problema esiste, ma si risolverà nel tempo con la tecnologia, l’energia nucleare pulita ecc. e con la capacità di adeguamento delle società umane). E si risolve anche, soprattutto in un elettorato tradizionalmente di destra come quello rurale, in “meno norme ecologiche e più protezionismo”.

Oltre tutto questo, sta il fatto che la nostra società, la nostra democrazia, vivono in un’altra contraddizione fondamentale. Da un lato la crescita inarrestabile di un individualismo alle volte anche spietato, la frammentazione dei gruppi sociali, la perdita di legittimità delle rappresentazioni ufficiali; d’altro lato, l’imperativo di risposte collettive di fronte alle principali sfide odierne: il riscaldamento climatico, la difesa della salute, la preservazione della pace e della protezione sociale, la lotta contro il debito, la competizione internazionale che giunge ormai in ogni casa. 

È innegabile, considerata la realtà dei fatti, che ci sono partiti o movimenti che si trovano la via più facile perché riescono ad accamparsi in questa “pulsione individualista”, ancorandosi a temi a breve termine vincenti: la sicurezza, il rifiuto di imposte e di tasse, l’opposizione a temi e proposte che richiedono risposte e impegni collettivi ritenuti degradanti per i diritti individuali, il pretesto della necessaria maggior responsabilità individuale per rivedere e sfoltire finanziariamente i sistemi di protezione sociale. 

Potremmo così rifugiarci, consolandoci, dopo l’esito di ogni elezione, quasi a conclusione di un sillogismo, in quella invocazione che un noto filosofo-teologo americano (Reinhold Niebuhr), solo apparentemente rassegnato, soleva ripetere di fronte alla realtà politica: “Signore, dammi la forza di cambiare le cose che si possono cambiare, la pazienza di sopportare quelle che non si possono cambiare, l’intelligenza di distinguere le une dalle altre”. 

Nell’immagine: il luogo posteriore dove il proprietario dell’auto conserva le sue massime aspirazioni


Omaggio al ricercatore, all’uomo, al politico

 

Martedì, ore 18.00. Un Franco Cavalli tranquillo e inconsapevole si avvicina all’entrata dello stabile che a Bellinzona ospita Bios+, la moderna cittadella della scienza, che riunisce oncologia e biomedicina. “Solo un aperitivo fra tre o quattro colleghi”, avevano detto a Cavalli. Quando si apre la porta scorrevole, la sorpresa che lo pervade di commozione. 

Circa duecento persone – colleghi, ricercatori, amici, estimatori – lo accolgono con un prolungato applauso, mentre in sottofondo si alza il canto della “montanara”, l’inno della sua squadra del cuore, l’Ambrì. Un abbraccio caloroso e corale per l’omaggio al medico ticinese, che lo scorso sette aprile ha ricevuto nella californiana San Diego il più prestigioso premio mondiale alla carriera da parte dell’AACR (Associazione americana per la ricerca sul cancro, oltre 60.000 membri): nell’ambito internazionale dell’impegno medico contro i tumori, una sorta di Nobel alla carriera. 

Omaggio a sorpresa (nei pochi giorni a disposizione gli organizzatori si sono dati un gran da fare affinché si mantenesse il segreto) al medico che cinquant’anni fa – quando nel Cantone ancora bisognava prendere “i treni della speranza” per recarsi in strutture specialistiche oltre Gottardo – portò e avviò in Ticino la ricerca e le cure contro il cancro. Una giornata particolare, che Franco Cavalli ha definito “uno dei momenti più emozionanti della mia vita”. Che rari non devono essere stati, pensando alla sua attività intensa, agli innumerevoli convegni organizzati, ai riconoscimenti già ottenuti negli scorsi decenni, e a un impegno politico costante, altrettanto a tutti noto. 

Anche questo aspetto è stato naturalmente ricordato nella galleria dei diversi interventi-video con cui da diversi paesi (Europa, Stati Uniti, Canada, America latina) ricercatori prestigiosi, medici e operatori sono intervenuti alla festa. 

“Naufraghi” ha raccolto la testimonianza di alcuni dei presenti nella gremita sala conferenze del Bios+, a cominciare da quella del festeggiato dott. Franco Cavalli, seguito dagli interventi del prof. Giorgio Noseda, della direttrice del DECS Marina Carobbio Guscetti, e dal direttore dello Ior, prof. Andrea Alimonti.


Il Consiglio federale s’inchina davanti alle grandi banche

 

Di Christof Leisinger, Infosperber

UBS è in buona forma. Come dimostra il rapporto sulle banche di rilevanza sistemica pubblicato di recente dal Consiglio federale, la recente maratona di pubbliche relazioni e l’intensa attività di lobbying dietro le quinte hanno ovviamente dato i loro frutti. La “valutazione ai sensi dell’articolo 52 della Legge sulle banche” non ha infatti conseguenze importanti per il colosso bancario creato dall’acquisizione del Credit Suisse, ma anche per Postfinance, Gruppo Raiffeisen e Banca Cantonale di Zurigo, di “importanza sistemica”.

Nessun requisito più severo in fatto di patrimoniali e liquidità

Il rapporto “Too big to fail”, lungo oltre 300 pagine, propone  ventidue misure previste e sette nuovi provvedimenti per colmare le “lacune” dell’eventuale regime di crisi per le grandi banche elvetiche di rilevanza sistemica globale. D’altro canto, è evidente che non si vuole sentire parlare di requisiti nettamente più severi in materia di capitale proprio e di liquidità, anche se è proprio quello che auspicano molti esperti, ma anche, addirittura, la Banca nazionale, la Segreteria di Stato dell’economia e l’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari (Finma) .

L’analisi approfondita del fallimento del Credit Suisse ha dimostrato che gli attuali strumenti “too big to fail” devono essere ulteriormente sviluppati e rafforzati per ridurre i rischi per l’economia, lo Stato e i contribuenti, lo ammette anche il rapporto del governo. Eppure il consiglio federale indica ingenuamente soltanto una serie di misure minori per rafforzare l’equità, come la limitazione dell’accredito del software attivato contro il capitale proprio. Misure che all’estero sono in vigore da molto tempo e che in questo paese si applicheranno solo con ritardo.

UBS – Il rischio cluster torna ad aumentare

In sostanza, il rapporto conclude che la maggiore regolamentazione delle grandi banche dopo la crisi finanziaria del 2008 è stata utile per affrontare la crisi del Credit Suisse. Certo, si ammette la necessità di miglioramenti, ma la sostanza è che non è auspicabile una rivoluzione, nel senso di una moltiplicazione dei requisiti di capitale, di restrizioni dimensionali o addirittura dello scorporo forzato di singoli settori d’ attività. Nemmeno le dimensioni di UBS non sembrano essere un problema, anche se il suo patrimonio complessivo supera ormai il doppio del prodotto interno lordo svizzero e rappresenta quindi un rischio cluster (cioè il rischio di resistenza)

Ma a cosa servirebbe se l’UBS, piuttosto scarsamente capitalizzata, dovesse in futuro, a causa delle sue dimensioni, detenere circa un punto percentuale in più di patrimonio netto rispetto a prima, quando gli esperti suggeriscono il doppio o addirittura il triplo? Quanto è realistica l’idea di aumentare la certezza giuridica nella conversione del debito in azioni nell’ambito di una ristrutturazione a livello internazionale quando gli interessi della Svizzera potrebbero scontrarsi con quelli dei potenti rappresentanti di Wall Street?

L’ipotesi che in futuro la Banca nazionale debba fornire liquidità ai grandi istituti finanziari in caso di emergenza, unitamente al persistere di quote di capitale proprio basse, ai poco chiari diritti d’intervento della Finma e ai diritti di regresso precedentemente inapplicabili in caso di comportamento illecito dei direttori bancari, è forse attrezzata con bonus, con una sospensione temporanea per evitare che le “grandi ruote” del sistema si imballino, o interverranno i contribuenti? Il fatto che attualmente UBS conceda elevati compensi al management, distribuisca notevoli dividendi e riacquisti su larga scala le proprie azioni invece di rafforzare il proprio patrimonio : tutto questo parla da sé. Lo scorso anno il rapporto tra salari e altre spese per il personale e utile normalizzato (escluse le voci straordinarie) non è stato esattamente eccezionale.

Profitto basso rispetto ai costi del personale

Critica al sistema americano di assicurazione dei depositi in Svizzera

Vista questa indecisione, nessuno può stupirsi del fatto che i rappresentanti della compagnia americana di assicurazione dei depositi bancari (FDIC) non siano molto entusiasti di come la Confederazione ha superato o sta superando la crisi del Credit Suisse. La decisione della Svizzera di fondere Credit Suisse con UBS non è stata esattamente “utile”, ha spiegato il direttore della FDIC Martin Grünberg in un’intervista al “Financial Times”. Aggiungendo che i regolatori americani non esiterebbero ad avviare un blocco immediato dell’attività in una situazione simile.

Grünberg è arrivato a questa riflessione quando la sua agenzia ha pubblicato un documento in cui ipotizzava la propria reazione di fronte al collasso di una banca di importanza sistemica a livello globale come Credit Suisse. Conclusione: è bene ricordare agli azionisti, ai creditori e ai dirigenti che non dovrebbero fare affidamento sui salvataggi governativi, come quelli ritenuti necessari per stabilizzare il sistema finanziario dopo il crollo di Lehman Brothers nel 2008.

I piani americani di chiudere una banca globale includono il licenziamento del top management, l’emorragia finanziaria degli azionisti e l’imposizione di perdite ai creditori della holding. Ora si ritiene che occorrerebbe invece garantire che le società affiliate di rilevanza sistemica possano continuare la propria attività per limitare il rischio di infezione finanziaria.

Una successiva analisi del Financial Stability Board di Basilea ha concluso che le autorità svizzere avrebbero potuto liquidare il Credit Suisse. “Avevano l’opportunità e le capacità di farlo e non lo hanno fatto”, conclude Martin Grünberg.

In estrema sintesi alcune Informazioni aggiuntive:

-UBS rappresenta un “rischio cluster” per la Svizzera dopo l’acquisto di CS

-UBS, BNP e Deutsche Bank sono cronicamente sottocapitalizzate

-C’è un’alleanza scellerata contro la ricapitalizzazione delle banche

-UBS è oggi un “mostro” indomabile

-UBS dovrebbe essere in grado di sostenere i propri rischi

-La Svizzera è ora completamente in balia di UBS

– Ci vorrebbero 13 misure efficaci per rendere UBS digeribile per la Svizzera

-Non c’era alternativa alla vendita forzata del CS con una garanzia miliardaria

-La BNS di Jordan è stata colta di sorpresa dai giocatori d’azzardo di CS

-UBS/CS riceve molti più sussidi dell’agricoltura


Il doppio standard che alimenta guerre e dispotismi

 

Di Lorenzo Kamel, il manifesto

Si possono avere opinioni molto diverse riguardo quanto sta accadendo tra Iran e Israele, ma tutte dovrebbero fare i conti con un dato storico: per secoli l’Iraq ha rappresentato il principale argine all’influenza dell’Iran in Medio Oriente. Gli attori che, con tesi infondate, hanno portato al collasso dell’Iraq – e dunque permesso all’Iran di aumentare esponenzialmente la propria influenza nella regione – sono gli stessi che chiedono un intervento deciso per limitare l’influenza di Teheran.

Un assist alle ambizioni iraniane arrivò in particolare da Joe Biden (selezionò tutti i 18 rappresentanti chiamati a testimoniare nelle udienze del Senato americano sull’Iraq) e Benyamin Netanyahu: «Se Saddam verrà defenestrato – dichiarò Netanyahu al Congresso degli Stati uniti il 12 settembre 2002 – vi garantisco che avrà enormi ripercussioni positive sulla regione».

LA MANCANZA di visione e le contraddizioni insite negli errori del passato sono visibili anche in rapporto alla più stretta attualità. Quando Israele ha attaccato il consolato iraniano a Damasco (1 aprile), nessuno dei paesi occidentali ha condannato l’aggressione, o avallato l’intervento dell’Onu, come se le autorità israeliane avessero compiuto un’azione giusta o, al più, opinabile. Per contro, quando l’Iran ha minacciato (e poi implementato) una risposta, i paesi occidentali sono intervenuti in modo solerte, appoggiando l’intervento dell’Onu.

Ciò richiama alla mente anche la questione delle armi nucleari. L’unico paese ad aver usato ordigni nucleari contro civili (gli Stati uniti), e l’unico stato finora dotato di armi nucleari in Medio Oriente (Israele), mettono da tempo in guardia sui pericoli e l’immoralità insita nel fatto che l’Iran possa dotarsene.

Tanto le autorità iraniane quanto quelle israeliane – per non parlare dell’ex presidente Trump – hanno più volte minacciato di cancellare i rispettivi paesi «dalla faccia della terra»: non può essere quello il criterio per legittimare il «possesso a singhiozzo» delle armi nucleari in Medio Oriente, né può rappresentare un valido argomento per giustificazione l’enorme sforzo e i costi che vengono tuttora sostenuti affinché larga parte della regione sia gestita da regimi dispotici (a cominciare da al-Sisi in Egitto), dannosi per lo sviluppo delle società mediorientali, ma utili – attraverso strumenti come il Middle East Air Defence (Mead) – alle esigenze di Stati uniti e Israele. Per citare le parole di un ex generale israeliano a Michael Oren, ex ambasciatore del suo paese a Washington: «Perché gli americani non affrontano la verità? Per difendere la libertà occidentale, devono preservare la tirannia mediorientale».

Ciò premesso, le dinamiche a cui stiamo assistendo non sono prive di precedenti. Già in passato l’Iran ha lanciato droni dal suo territorio verso Israele (nel 2020) e quest’ultimo ha più volte subito attacchi missilistici provenienti dal Libano o dallo Yemen. Non meno frequenti i bombardamenti dell’aviazione israeliana contro paesi sovrani (Libano e Siria su tutti), gli omicidi di innumerevoli scienziati, generali e ingegneri iraniani e le strategie volte a diffondere virus come Stuxnet, creato per sabotare gli stabilimenti nucleari in Iran.

A essere cambiato è soprattutto il quadro regionale, sulla scia della quasi completa obliterazione di Gaza (e degli espropri in Cisgiordania) dove, secondo Save the Children, sta avvenendo «una uccisione di massa al rallentatore».

È in questo mutato contesto regionale che vanno inserite anche le recenti mosse di Hamas e delle autorità israeliane. Queste ultime hanno attaccato il consolato iraniano con l’obiettivo di obbligare l’Iran a rispondere con una rappresaglia necessaria a rinsaldare il sostegno militare e politico di Washington verso Israele, messo a dura prova da una «guerra» (le guerre sono tra stati e i civili possono fuggire) che ha causato al momento la morte di quasi 14mila bambini. Quanto ad Hamas, Yahya Sinwar mira a sfruttare l’escalation con l’Iran per tentare di unire diversi teatri geopolitici e spostare altrove il fulcro delle operazioni militari israeliane.

SU UN PIANO più regionale, Israele, per la prima volta dai tempi di Nasser, ha un rivale che sembra disposto ad affrontarlo militarmente. Pur nella consapevolezza dello squilibrio delle forze in campo, le milizie finanziate da Teheran in Yemen, Iraq, Libano e Siria hanno dimostrato di riuscire a colpire in modo asimmetrico il cuore degli interessi americani e israeliani nella regione.
Come se ne esce? Non esiste una ricetta univoca, ma un ruolo cardine lo dovrà avere la comunità internazionale.

Dopo aver ignorato la risoluzione 2728 che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza, la rappresaglia iraniana ha spinto Israele a richiedere un intervento d’emergenza del Consiglio di Sicurezza Onu. È un fatto positivo che le autorità israeliane abbiano implicitamente ricominciato a considerare come utili le decisioni dell’Onu.

Ciò potrebbe facilitare l’implementazione di un cessate il fuoco che può spingere sempre più persone a prendere coscienza del fatto che, nelle parole del giornalista israeliano Meron Rapaport, «la guerra incessante con i palestinesi non può ottenere la vittoria desiderata e ciò che rimane è la verità: l’unico modo di vivere in sicurezza è attraverso un compromesso politico che rispetti i diritti dei palestinesi».

Nell’immagine: I missili iraniani in volo sopra la Cupola della Roccia a Gerusalemme, nella notte tra sabato e domenica


Elezioni comunali in Ticino 4 – Cresce il numero dei “senza partito”

 

Andrea Pilotti è docente e animatore dell’Osservatorio delle politiche regionali all’Università di Losanna


Il Ticino si sposta ancora un po’ più a destra

 

La politica è quell’arte in cui dopo un’elezione tutti affermano di aver vinto e nessuno di aver perso. Certo bisognerà capire esattamente, tra liste civiche e Avanti, quanto effettivamente la sinistra sia arretrata, ma il dato complessivo anche dopo i risultati per il Consiglio comunale è indubitabile: il Ticino si è spostato ancora più a destra. Ergo, la sinistra ha perso.

Un’emorragia dopo la scissione di Amalia Mirante per il PS era da mettere in conto (una decina abbondante i consiglieri comunali ottenuti dal movimento), ma nessuno se l’aspettava di queste dimensioni, perché una cinquantina abbondante di seggi persi non sono cosa che possa essere imputata solo alla comparsa del nuovo movimento e all’indebolimento dell’onda verde, dunque archiviata senza contraccolpo alcuno.

Non abbiamo passato a pettine fine tutti i 79 comuni in cui si è votato, ma possiamo essere ragionevolmente certi che quelli in cui la sinistra ha migliorato il suo risultato rispetto a tre anni orsono, in percentuale e/o in seggi, si possano contare sulle dita di una mano. Ammesso che ce ne siano.

Varie le cause di questa débâcle, annunciata pur se gli avvenimenti degli ultimi mesi un po’ di spinta all’area avrebbero dovuto darla. Tra queste il fantomatico o per meglio dire fantasmatico progetto di area-rosso verde, annunciato in pompa magna due anni orsono, che avrebbe dovuto portare a medio-lungo termine addirittura al raddoppio della rappresentanza in Consiglio di Stato ma che finora nessuno ha visto (e se c’è chissà dov’è, per dirla alla Gaber).

Sintomatico in questo senso la dichiarazione del presidente PS Sirica, che a La Regione, dopo aver ammesso che del progetto finora “non si è visto molto” ha annunciato “per i prossimi mesi la richiesta di un incontro ai Verdi per fare un’analisi complessiva di queste tre tornate (elettorali, ndr.) prima del nostro congresso per riflettere insieme”. Sarò probabilmente ingenuo e fors’anche sprovveduto, ma svolgere al termine del classico trittico elettorale Cantonali-Federali-Comunali una riunione in cui fare il punto sia un atto dovuto e di semplice buon senso, per cui avrebbe dovuto essere convocata già da tempo. Il fatto che così non sia la dice lunga sui non rapporti intessuti e intrattenuti in questi due anni tra i vertici dei due partiti interessati.

Sia come sia, per una sinistra che piange c’è una destra che ride. Non sguaiatamente, ma per lo meno con soddisfazione. Il PLR ha certo lasciato sul campo una trentina di poltrone, non confermando appieno il buon risultato del giorno precedente ottenuto nei Municipi, ma si conferma comunque e di gran lunga il primo partito cantonale, mentre Centro e Lega/UDC tutto sommato confermano le loro posizioni. In segno più anche i Verdi Liberali, mentre è da segnalare l’ingresso di rappresentanti di Helvethica in alcuni comuni.

I veri vincitori di giornata sono però le liste civiche, spesso di difficilissima definizione e dunque collocazione politica, che fanno segnare quasi 60 seggi in più. Più o meno tanti quanti ne ha persi la sinistra: sarà un caso?