A cosa serve oggi parlare delle radici della cultura euro-mediterranea?

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Giovedì 18 aprile, presso la Bibliotea luganese Salita dei Frati (ore 20.30) inizierà il VII ciclo intitolato “Alle radici della cultura europea per la vita di tutti”. Ancora una volta l’obiettivo è il seguente: ricercare e considerare, sia pure per frammenti, che cosa potessero dire a noi, cittadine e cittadini del XXI secolo, le culture greco-latine ed ebraico-cristiane su una serie di valori etici ed estetici di notevole respiro. Cogliere alcuni caratteri fondamentali dell’idea di essere umano sviluppatasi nell’antichità mediorientale e mediterranea è sembrato molto utile per riflettere, in forma seriamente e liberamente interpretativa, sull’umanità di oggi e sulla sua fisionomia auspicabile in una logica di confronto tra sensibilità diverse, comunque consapevoli di guardare alla vita in termini non essenzialmente ripiegati su di sé.

I valori/concetti di cui ci siamo occupati nel corso di questi “trittici” di serate sono stati, in successione, i seguenti: sapienza, giustizia, gioia/felicità/beatitudine, amore, povertà/ricchezza, corpo/spirito. In questo settimo anno abbiamo scelto, anche in considerazione della situazione socio-politica di varie zone del mondo, di considerare il tema “libertà”, affrontandolo secondo la consuetà triplice modalità: un incontro relativo alle culture greche e latine (18 aprile 2024: relatore, il grecista e latinista Giancarlo Reggi), un altro a quanto emergente dalle scritture bibliche (25 aprile 2024: relatore, il biblista Patrizio Rota Scalabrini), un terzo di confronto tra quanto variamente scaturito nei primi due e alcuni aspetti qualificanti della cultura e vita contemporanee (2 maggio 2024, relatrice, la teologa morale Gaia De Vecchi).

Perché dunque scegliere il tema della libertà in questo momento storico? Certamente i massmedia fanno riscontrare, in modo anche inadeguato rispetto alla realtà dei fatti, che in troppe zone del mondo l’autodeterminazione delle persone e dei popoli è ancora tutt’altro che un obiettivo raggiunto. Tragiche repressioni religiose, sociali, culturali e politiche; condizioni di lavoro schiavistiche; scelte sessiste e omofobiche: già solo questo breve elenco può condurre lettrici e lettori a cogliere quanto la libertà degli esseri umani sia minacciata e spessissimo violata per la volontà di minoranze, gruppi, singoli individui che ragionano sempre e comunque secondo prospettive di un egocentrismo più o meno terribile, che necessita di essere contrastato in ogni modo possibile. I principi essenziali per una convivenza interumana positiva sono il vivere onestamente, il non danneggiare l’altro e il dare a ciascuno il suo, condizioni che la cultura mondiale da millenni variamente propone.

E se libertà, in questo quadro umanistico generale, non è semplicemente fare quello che si vuole, ma avere la possibilità di sviluppare se stessi insieme ad altri, non contro di loro, quanto le culture mediorientali e mediterranee antiche presentano, nelle loro diversità, può contribuire certamente a questa umanizzazione fondamentale, di cui vi è un bisogno sempre più rilevante e indilazionabile. Da che cosa ci si dovrebbe liberare? Per chi o per che cosa si dovrebbe essere liberi? Dare risposte serie a questi due interrogativi è egualmente importante, tanto a livello personale quanto in ambito sociale, in una logica che, dopo le legittimissime prese di posizione contro ogni forma di autoritarismo sociale, religioso e politico – si pensi alle proteste diffuse della fine degli anni Sessanta del secolo XX – non faccia assurgere a criteri di libertà l’irresponsabilità sociale ed ambientale e la ricerca di un arricchimento economico fine a se stesso.

La persuasione di un numero crescente di persone, anzitutto nel Nord del mondo, che partecipare alla vita politica anche soltanto in forma di elettorato passivo sia inutile è un altro segnale evidente di quanto l’esercizio della libertà vada ripensato. Penso a prospettive di rinascita democratica che parrebbero oggi impraticabili in un mondo in cui le decisioni sostanziali di portata planetaria vengono assunte da piccoli gruppi di persone molto raramente chiamate a rendere conto delle loro scelte e delle conseguenze relative in campo sociale, economico e politico.

Non si tratta di fare del catastrofismo culturale o esistenziale, ma anche di riflettere sul valore della libertà e sulle strategie culturali indispensabili per aiutare giovani, adulti e anziani ad essere sempre liberi da tutto ciò che diminuisce il livello di umanità individuale e collettiva, il tutto ben sapendo che il dialogo anche tra idee diverse, su un tema come questo, può trovare piste di convergenza estremamente importanti, proprio perché la libertà, di volta in volta culturale, economica, sociale e politica può essere variamente a rischio nella vita di chi abita il nostro tempo e deve, quindi, essere conquistata ed approfondita, giorno per giorno, dal cuore alla mente di ciascuno.

Ernesto Borghi, docente universitario, presiede l’Associazione biblica della Svizzera Italiana

Nell’immagine: bassorilievo raffigurante la Menorah ebraica  sull’arco di Tito a Roma.  Rappresenta il saccheggio del tempio di Gerusalemme e celebra la sconfitta della rivolta giudaica. (particolare)


Netanyahu con il dito sul grilletto

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Di Alberto Negri, il manifesto

La trappola è scattata. Netanyahu continuerà a tenere il dito sul grilletto con il mirino puntato contro nemici e alleati, riluttanti o meno. Con l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco il primo aprile (in cui è morto anche un generale dei pasdaran) e la conseguente rappresaglia iraniana, in gran parte fermata nei cieli israeliani, ha ottenuto quello che voleva: allargare la guerra e oscurare Gaza dai titoli di prima pagina dei media. La questione palestinese va in secondo piano se deciderà di colpire duramente la repubblica islamica con un conflitto che si potrebbe espandere al Libano, alla Siria, all’Iraq e alla penisola arabica.

Nessuno potrà tenersi fuori, questo è l’obiettivo del premier che vuole coinvolgere tutti per tenersi in sella al potere _ questi sono i suoi calcoli – almeno fino alle elezioni americane di novembre. Ha ottenuto immediatamente con il suo spericolato cinismo la solidarietà militare degli Stati Uniti e di quei governi europei che hanno partecipato all’operazione contro droni e missili iraniani. E ora si parla insistentemente di una coalizione internazionale anti-Iran.

E’ vero che gli Usa e il G-7 hanno detto che non parteciperanno a un’eventuale attacco israeliano diretto contro Teheran. Ma si tratta di una posizione che potrebbe repentinamente cambiare: basta immaginare cosa potrebbe accadere se l’eventuale contro-rappresaglia verso l’Iran fosse seguita da un altro attacco di Teheran contro Israele. Netanyahu e il suo gabinetto di guerra infatti non hanno per niente rinunciato ad attaccare di nuovo gli ayatollah. E dopo avere detto che gli Usa sono al fianco di Tel Aviv in maniera “ferrea” diventerebbe assai sottile la differenza tra una guerra di attacco e una di difesa.

I capi delle potenze occidentali si sono già ampiamente sbilanciati a favore del premier e delle sue iniziative militari dissennate. Nessuno, tranne il segretario dell’Onu Guterres, ha condannato l’attacco israeliano del primo aprile all’ambasciata dell’Iran a Damasco che ha violato il diritto internazionale, la sovranità iraniana e anche quella siriana. In poche parole hanno applicato il solito doppio standard che è il vero e radicato motivo delle guerre in Medio Oriente. Del resto c’era da aspettarselo in una regione dove gli occidentali hanno invaso l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, attaccato la Libia di Gheddafi nel 2011 e fatto di tutto pur di sbalzare dal potere il siriano Assad. Ogni occasione è buona per eliminare qualche potenza mediorientale e fare di Israele l’unico guardiano (e potenza atomica) della regione. Con l’Iran la via diplomatica è stata abbandonata presto: nel 2015 Obama firmò l’accordo sul nucleare con Teheran – al quale per altro non si diede quasi seguito – mentre Trump ebbe gioco facile a uscire dall’intesa nel 2018 e a riconoscere Gerusalemme occupata capitale dello Stato ebraico contro tutte le risoluzioni Onu.

Indovinate un po’ chi è il candidato preferito da Netanyahu alla presidenza Usa? La verità è che qui ci facciamo beffe del diritto internazionale e Trump può essere l’uomo giusto per il premier ebraico. Il tycoon è disponibile ad arrivare a un accordo con Putin, che ha invaso un altro Paese, riconoscendone la sfera di influenza, ma non con l’Iran degli ayatollah e vuole mettere sotto il tappeto con il Patto di Abramo la questione di uno Stato palestinese, cosa che per altro ha fatto anche Biden. Ecco perché Netanyahu tiene la pistola puntata anche contro l’attuale presidente Usa e allo stesso tempo si prepara a fare pressioni sul Congresso Usa per ottenere oltre 17 miliardi di dollari di aiuti militari. Forse solo questo potrebbe trattenerlo da uno “strike” contro Teheran, che per altro troverebbe il modo di giustificare in qualche maniera. Il ricatto alla Casa Bianca è evidente.

La realtà è che quando ci si mette nelle mani di un governo estremista d’estrema destra come quello attuale di Israele può accadere qualunque cosa. Ma soprattutto possono verificarsi gli eventi più prevedibili. In primo luogo non finiranno i raid israeliani in Siria dove si è combattuto un conflitto con l’Iran definito in questi anni la guerra “invisibile”: ora può diventare un conflitto sempre più aperto in un territorio dove Israele occupa dal 1967 il Golan e dove di trovano le basi russe, quelle americane, della Turchia, oltre alle milizie di pasdaran, Hezbollah e alle formazioni jihadiste, Isis compreso. Una polveriera. Ma soprattutto gli israeliani vogliono punire il Libano degli Hezbollah, alleato cardine di Teheran. Qui il casus belli, come avvenne già nel 2006, non serve neppure crearlo, c’è già.

E cosa faranno gli iraniani? Il lancio di centinaia di droni e missili – colpiti dai sistemi di difesa anti-missilistica – era diretto al “pubblico” vero degli ayatollah, non tanto l’opinione interna, ignorata o manovrata dalla propaganda, quanto agli alleati di Teheran nella regione (Hezbollah, Houthi yemeniti, milizie sciite irachene) e agli avversari arabi dell’Iran nella regione, soprattutto verso quel Golfo che Teheran vuole assolutamente “Persico” dove è di stanza la sesta flotta Usa. Ma gli iraniani, al contrario dell’iracheno Saddam, non hanno nessuna intenzione di combattere contro Israele e i suoi alleati la “madre di tutte le battaglie”. Il loro obiettivo è la sopravvivenza al potere, come del resto Netanyahu, che non ha nessuna intenzione di togliere il dito dal grilletto. Con lui lo scontro finale continuerà ad aleggiare come un incubo sul Medio Oriente. L’unica alternativa sarebbe la diplomazia ma passa inevitabilmente da una soluzione al dramma palestinese e alla guerra in corso a Gaza. Netanyahu non la vuole e noi siamo sicuri di volerlo?


Perché Gaza è ancora più isolata

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Venerdì scorso, Binyamin Achimair, un quattordicenne israeliano, è scomparso alle 6.30 del mattino da Malachi Hashalom, un avamposto di coloni israeliani nei pressi di Ramallah, centro amministrativo della Cisgiordania. Secondo la ricostruzione dei media israeliani il giovane si era allontanato per pascolare il bestiame e i suoi familiari hanno lanciato l’allarme quando hanno visto tornare una pecora sola, non accompagnata né dal resto del bestiame, né dal ragazzo. Migliaia di unità di volontari si sono unite alle ricerche per ore, finché, il giorno dopo, con l’aiuto di un drone, il corpo è stato ritrovato nelle vicinanze.

Dopo il ritrovamento i coloni israeliani hanno scatenato una reazione furiosa contro le comunità palestinesi, secondo il gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din 10 villaggi in Cisgiordania sono stati attaccati. In particolare, ad al-Mughayyir, sono state bruciate 12 case e varie automobili, a Qusra, a sud di Nablus, tre case e diverse automobili sarebbero state danneggiate dagli incendi; e a Beit Furik, a est di Nablus, ci sono state segnalazioni di scontri tra coloni e palestinesi. Nel villaggio vicino, Douma, sono state date alle fiamme 15 case e 10 fattorie e, secondo fonti dell’Associated Press, l’esercito giunto sul posto ha protetto i coloni anziché tentare di fermarli. Il risultato degli scontri, oltre ai danni fisici dei villaggi, è di 25 feriti e una vittima: il palestinese Jehad Abu Alia, di 26 anni.

Anche un fotografo del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Shaul Golan, arrivato al villaggio di al-Mughayyir per documentare gli eventi, è stato attaccato da un gruppo di coloni armati. Ha dichiarato al suo giornale che passeggiava cercando di scattare foto quando un gruppo di uomini mascherati è uscito da un campo di ulivi e ha cominciato a bruciare le case vicine. Si è nascosto sotto un tavolo mentre i coloni si avvicinavano e avvertiti da un bambino lo hanno picchiato, rompendogli un dito e sequestrando la borsa della sua attrezzatura per bruciarla. Hanno perquisito le tasche per portare via le schede di memoria nascoste. Golan ha cominciato a gridare di essere ebreo, non arabo. Gli hanno risposto: e non ti vergogni?

«Erano 20, 30, alcuni indossavano uniformi dell’esercito, mi hanno preso a calci in testa e nello stomaco, lasciandomi nudo, gettando via le chiavi della moto» per impedirmi di tornare a casa.

È solo l’ultima drammatica cronaca della Cisgiordania in fiamme, l’altro fronte della guerra, dove dopo il 7 ottobre 460 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano e dove nelle ultime ore i gruppi in difesa dei diritti umani affermano che i palestinesi siano stati «abbandonati alla violenza selvaggia delle milizie di coloni armati».

«Una forma di violenza autorizzata dallo Stato», secondo Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina. Una violenza che non è scalfita dalle sanzioni, anche perché colpendo i singoli non colpisce l’impalcatura complessiva, cioè i funzionari, i leader politici che hanno costruito l’impunità su cui le loro azioni si poggiano e hanno anzi facilitato la violenza armata dei gruppi dei coloni. Distribuendo armi d’assalto e continuando a sostenere l’espansione delle colonie illegali.

Economia sull’orlo del baratro
Poco meno di un mese fa, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), un’agenzia delle Nazioni Unite focalizzata sul miglioramento degli standard lavorativi in tutto il mondo, ha dichiarato che il conflitto israelo-palestinese stesse spingendo il tasso di disoccupazione palestinese nella Cisgiordania occupata e a Gaza a oltre il 50%. Tradotto in numeri significa mezzo milione di posti di lavoro persi e – dice il rapporto – se la guerra continuasse fino alla primavera inoltrata raggiungerebbe un tasso record del 57%.

Ruba Jaradat, Direttrice regionale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per gli Stati arabi ha affermato, a marzo, che la distruzione delle infrastrutture, delle scuole, degli ospedali e delle imprese a Gaza ha «decimato interi settori economici e paralizzato l’attività del mercato del lavoro, con indicibili ripercussioni sulla vita e sui mezzi di sussistenza dei palestinesi per le generazioni a venire». In Cisgiordania, negli ultimi mesi sono 100 mila i posti di lavoro andati persi, per il blocco dei permessi e quello fisico dei lavoratori impediti a lasciare le proprie comunità dai più di 650 check-point permanenti e temporanei in tutto il territorio, che hanno aggravato la crisi economica, immobilizzando di fatto i lavoratori. Dal giorno del massacro in Israele, adducendo ragioni di sicurezza, i palestinesi in Cisgiordania, che abitualmente lo facevano, non possono recarsi in Israele, privati della fonte primaria, spesso unica, di reddito e, a sei mesi dall’inizio della guerra a Gaza, l’intera economia è sull’orlo del baratro.

Nella sola Nablus, come riporta il Washington Post, le forze israeliane da tempo controllano le quattro uscite dalla città, due sono chiuse dall’autunno, le altre aperte a singhiozzo e chiuse arbitrariamente. Nelle altre strade, quelle fuori pista, in campagna, hanno installato cancelli meccanici o posto cumuli di terra e massi per bloccare il passaggio in entrata e in uscita, con la conseguenza che i villaggi sono tagliati fuori gli uni dagli altri, e i lavoratori rimangono bloccati ore nel tentativo quotidiano di lasciare la città. Secondo la Banca Mondiale, i salari dei lavoratori transfrontalieri ammontano a 5,5 miliardi di dollari all’anno, circa un terzo dell’economia combinata della Cisgiordania e di Gaza, territori in cui il prodotto interno lordo pro capite nel territorio ammonta a soli 4.500 dollari all’anno, mentre oltre il confine, in Israele, è pari a circa 55.000 dollari.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Israele ha imposto ampie restrizioni all’economia palestinese, ha revocando i permessi di lavoro di oltre 170.000 lavoratori palestinesi, secondo la Banca Mondiale, così che decine di migliaia di persone che lavoravano illegalmente in Israele sono ora senza lavoro, secondo il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem, negli ultimi cinque mesi Israele ha eretto dozzine di nuovi posti di blocco militari e bloccato l’accesso alle città e ai villaggi sulle strade principali e l’aggravarsi delle restrizioni ha soffocato il commercio e la produzione locale, impedendo ad altri 70.000 palestinesi di tornare fisicamente al posto di lavoro.

In più il governo israeliano ha trattenuto per mesi le entrate fiscali che raccoglie per l’Autorità Palestinese, perciò l’AP, che controlla parti della Cisgiordania, ha tagliato i salari dei suoi circa 140 mila lavoratori che nell’ultimo trimestre dello scorso anno non hanno ricevuto stipendio. «Il colpo peggiore alla nostra economia dalla fondazione dell’Autorità Palestinese, nel 1994», ha detto Manal Farhan, vice ministro dell’economia dell’AP.

I segni della mancanza di liquidità ci sono tutti: donne che provano a vendere oro nelle botteghe delle città, i bambini mendicano o vendono caramelle ai bordi delle strade, i negozianti con una lista di debitori che si allunga ogni giorno di più, madri di famiglia che provano a raccogliere metalli e lamiere da rivendere per sfamare i figli, perché gli uomini sono a casa, ormai in maggioranza disoccupati.

Il rischio è che le difficoltà economiche si traducano in tensioni sociali.

Khalil Shikaki, accademico che dirige il Centro palestinese per la politica e la ricerca sui sondaggi a Ramallah, teme che la crisi economica possa diventare un ulteriore ingrediente «di una miscela facilmente infiammabile», numeri alla mano. Intervistato un mese fa dall’emittente americana NPR ha sottolineato che dall’inizio della guerra, il consenso intorno ad Hamas in Cisgiordania è più che triplicato, dal 12%, pre 7 ottobre, al 42% secondo i più recenti sondaggi. Dati che si combinano agli attacchi dei coloni che portano un numero crescente di palestinesi a ritenere che non sia possibile una soluzione diplomatica alla crisi, che l’unica sia la violenza come risposta alla violenza.

«La Cisgiordania è in ebollizione», aveva detto Shikaki, «e aspetta solo la scintilla che potrebbe portare a una grande esplosione».

«Il popolo palestinese è abituato alle crisi», ha detto Iyad Kordi, segretario generale della Camera di Commercio di Nablus, ma «quello che vedo adesso, non l’ho mai visto». Quest’inverno, i funzionari locali hanno affermato che centinaia di famiglie hanno contrattato per la prima volta denaro, cibo o riscaldamento di base».

Il timore è che la scintilla possa essere determinata dalla sovrapposizione delle crisi: la disperazione economica, l’espansione degli insediamenti, l’annessione di terre palestinesi senza precedenti, i disordini e gli scontri quotidiani tra palestinesi e coloni, il controllo dei movimenti. Che tutto questo, cioè, stia inesorabilmente portando, soprattutto i più giovani dei campi profughi impoveriti, a unirsi ai gruppi armati in un presente che vedono sempre più privo di soluzioni politiche e riempito solo da povertà e violenza.


A volte tornano: PLR e Centro

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Nessuno l’avrebbe mai detto: più o meno tutti i commentatori si aspettavano che proseguisse il trend delle ultime elezioni cantonali e federali, con l’UDC arrembante, la sinistra in difficoltà (in particolare i Verdi) ma tutto sommato stabile, così come il Centro e il PLR, e la Lega a proseguire la sua lenta ma inarrestabile discesa. Invece sorpresona: per lo meno a numero di seggi per i Municipi ieri hanno vinto il PLR e il Centro, le due formazioni politiche storiche del Ticino. 

Dato per spossato ed arrancante, l’ex “partitone” ha rialzato la testa. Certo le elezioni Comunali sono una cosa particolare, dove liste civiche, dinamiche locali e soprattutto le persone fanno la differenza (in questo senso brucia, e non poco, la perdita di un seggio a Mendrisio a favore dell’ex Massimo Cerutti), certo conquistare o perdere un seggio in un piccolo o medio comune o in una grande città non è la stessa cosa, ma il segnale c’è. Bisognerà inoltre vedere se il dato verrà confermato, e se sì in che misura, anche nell’elezione dei Consigli comunali, il luogo dove si conta davvero la forza dei partiti: ma è comunque certo che il presidente Alessandro Speziali può tirare un gran sospiro di sollievo. A lui e alla dirigenza liberale sempre meno radicale cercare di non disperdere la positività acquisita questo fine settimana, analizzandone le cause (solo un rigurgito di orgoglio della base o c`è dell’altro?) e cercando di perpetuarle e ampliarle.

Che è proprio quello che non ha fatto la sinistra, uscita trionfante tre anni fa e oggi ridiscesa ai piedi della scala. E questo malgrado tutto sommato il momento non le fosse particolarmente sfavorevole, con la popolazione scesa in piazza per contestare i tagli, lo sciopero dei dipendenti pubblici, la crisi climatica sempre più evidente (chi si ricorda 27 gradi a metà aprile alzi la mano) e la vittoria storica per la tredicesima AVS che avrebbero dovuto fare da traino se non per un buon risultato per lo meno per mantenere lo status quo. E invece nulla. 

La dirigenza PS si può consolare con il mantenimento di tutti i seggi nei grandi centri, Lugano compresa, ma è certo che le strategie adottate negli ultimi anni non hanno dato i frutti sperati, anzi. Un minimo di seria autocritica a questo punto si impone, perché lasciare sul campo ben 13 seggi sulla settantina che aveva non è cosa che può essere minimizzata. I Verdi invece hanno perso il loro seggio a Locarno a favore del Centro.

Centro che da parte sua ha continuato il suo lento ma costante consolidamento – 7 seggi in più, il top della giornata, conquistati però tutti i centri medio-piccoli come tradizione del partito vuole (ad eccezione di Mendrisio, in Ticino le grandi città sono storicamente feudo PLR) – a dimostrazione che la strada intrapresa è quella giusta. I risultati dei Consiglio comunali diranno qualcosa in più, perché appunto è nelle grandi città che il partito fatica.

Discorso a parte meritano Lega e UDC, i due separati in casa di queste elezioni. A numeri infatti dovrebbero essere annoverati tra i vincitori di giornata, ma le condizioni con cui queste due formazioni si sono presentate al voto rende l’analisi alquanto complicata. Anche perché la loro avanzata è spesso dovuta, come a Mendrisio, Morbio Inferiore, Bissone o Cureglia, al riciclo dell’usato sicuro (Cerutti, Colombo, Grosa e Moor) più che a vera e propria strategia politica. Anche in questo caso i risultati dei CC diranno qualcosa in più; in particolare se la Lega continuerà la sua discesa e al contrario l’UDC la sua crescita. E poi aspetteremo per capire se e semmai quando il divorzio verrà consumato.

Al momento prendiamo atto che per lo meno a Lugano si eviterà lo psicodramma, con Foletti che ha superato Chiesa e quindi manterrà la carica di sindaco (un ballottaggio sarebbe ridicolo a questo punto, e segnerebbe definitivamente lo strappo tra i due partiti). Volontà popolare o inciucio partitico sottobanco, solo i diretti interessati lo sanno.

Altra curiosità da segnalare, il primo seggio in un Municipio per Avanti Ticino & Lavoro (non a Lugano, dove la Mirante ha mancato l’obiettivo, ma con Matteo Muschietti a Coldrerio) e per i Verdi Liberali, formazione questa che, per lo meno in Ticino, sarebbe ora che decidesse se correre da sola o in compagnia e, in questo caso, con chi stare.

Piccolo appunto finale per il PS e alleati vari: a Lugano la lista di sinistra è arrivata terza, superando anche piuttosto nettamente quella del Centro. Si fosse unita con Avanti sarebbe arrivata seconda e avrebbe conquistato un seggio in più ai danni del PLR. A Locarno idem (si fosse unita anche con i Verdi avrebbe addirittura insidiato il primato al PLR), e non è escluso che altre situazioni simili si siano verificate in altri centri medio-piccoli (a Taverne-Torricella è stata proprio la presenza di Avanti a far uscire dal Municipio la sinistra, senza per di più che Avanti vi sia entrato). Altro su cui riflettere.


Un sindacalista nel municipio di Lugano la città più a destra della Svizzera

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Ci scusiamo per l’interruzione al termine dell’intervista per problemi di collegamento


Addio a un’associazione letteraria. “Non c’è dignità in questo silenzio”

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Car* collegh*,
asterischini per bene abiti adatti
a sembrare per quel che si può degli artisti
sempre vagamente alternativi allineati mai,

mi dite che non è più tempo questo
di politica, oppure che la politica adesso
sta nella lobby del libro, nella difesa
dei diritti (d’autore) e che davanti

ai quotidiani massacri è preferibile
la dignità del silenzio. Perdonatemi se non vedo
nessuna dignità in questo silenzio
tanto comodo, a poco prezzo dignitoso.

Così subìto, non detto. Si può dire
(si deve?) il silenzio? Non è questo
il compito di chi sceglie
la scrittura?

Vi scrivo da una cantina della storia,
un vecchio bunker trasformato in bilocale
minuscolo. Giungono qui i rumori
del mondo, gli indizi.

Gli indizi del mondo, quello distante
e l’altro, piccolo, in cui tutti viviamo: se in entrambi
una trama si tesse costante, di rapina
e violenza. Una menzogna

esibita come unica realtà.
Non anche di questo
dovremmo parlare? Non soprattutto
di questo? A modo nostro, obliquamente,

sempre parlando d’altro eppure ritornando
a questo sempre, alla cosa che attenta e va contro
la vita. Ma non sento le voci ora chiuse
e distratte. Perfette

nella loro rinuncia, che sottrae
chi potrebbe parlare al suo rischio,
all’imperfezione della parola davanti alla cosa.
L’imperfezione, l’errore, l’inesatto,

persino a volte l’ipocrita
dichiarazione con cui qualcuno credeva possibile
salvarsi l’anima e lavarsi la coscienza.
Certo. Ma oggi: meglio il silenzio? O l’entertainment?

Davvero? Ieri il ministro della guerra
del nostro neutralissimo Paese
chiedeva 32 miliardi per ammodernare
l’esercito. Ci sono domande, osservazioni, commenti?

Non vedo mani alzate, ragazzi. Va bene così,
dunque? Tutti allegri e contenti,
tutti impegnati a scrivere
libri di futuro improbabile successo

(quante copie vendute: 3000, 5000 se va bene?)
e al presente sussidiati dagli uffici
statali più o meno competenti?
Nessuna pecora nera, nessun ratto?

Conta qualcuno altrove invece i morti: altri numeri.
Gaza, più di 30.000 (forse più): soldati russi in Ucraina.
Nonsisaquantimila: in fondo al mare
o nei lager di Libia. Cifre in costante crescita, bestsellers.

Giorni fa, dentro il bar di un ospedale,
ho incontrato una donna che guidava il marito
nel suo Parkinson. Una coppia
di vecchi compagni, sulle spalle

il XX secolo. Mi ha chiesto, lei, di colpo:
dove sono finiti gli intellettuali? Cosa fanno,
dove vivono oggi? Ho saputo non ho saputo
risponderle. E certamente la domanda era sbagliata,

direte voi, non senza ragione. Ma da qui vi saluto,
da questo irragionevole dolore. Quello che vedo dalla mia finestra
non è un passato da rimpiangere. Un futuro, piuttosto,
molto incerto, da inventare. Le domande

le faccio tutte a me stesso, non temete. Quelle sbagliate,
le poche forse giuste. Sembrano uncini i punti di domanda
e come uncini lacerano la pelle del mondo vicino e lontano:
mi fanno compagnia. Li preferisco

agli asterischi, ai puntini
di sospensione un po’ patetici, al pantano.

Non ho non mi aspetto risposte.

Nota dell’autore 

La poesia nasce da una serie di discussioni nate in seno all’A*ds (Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri) negli scorsi mesi. Tutto è partito verso la fine di ottobre, quando la Presidenza A*ds informava i suoi membri di non avere nessuna intenzione di assumere una posizione politica circa la situazione nel Medio Oriente, cosa che, si evinceva dal testo, alcuni membri A*ds aveva invece chiesto. È probabile che il punto di partenza fosse però la decisione della Buchmesse di Francoforte di non consegnare il premio già deciso e assegnato alla scrittrice palestinese Adania Shibli subito dopo l’attacco atroce di Hamas, subordinando così, ancora una volta, le ragioni della letteratura e dell’arte alle irragioni della politica.

Ma per me ovviamente il discorso è molto più vasto e riguarda l’assenza di una riflessione e di un dibattito di natura politica e politico-culturale in seno all’Associazione, che ormai si occupa quasi esclusivamente di aspetti tecnici legati al libro, ai diritti d’autore, e a cose del genere. Nell’articolo 2 degli statuti si legge tra l’altro:

L’A*dS s’impegna nella difesa delle diversità culturali, è contro la strumentalizzazione della cultura e incoraggia la creazione letteraria. Difende inoltre la libertà d’espressione e il rispetto dei diritti   dell’uomo anche nell’ambito internazionale. Sostiene gli sforzi destinati al progresso delle libertà culturali, politiche e del diritto dei cittadini del nostro paese. S’impegna a contribuire all’edificazione di una società solidale.

Mi sembra che queste parole siano ormai da tempo lettera morta; e ha sicuramente molta ragione chi osserva che l’A*ds fa quello che i suoi membri le chiedono (o non le chiedono) di fare; è infatti verosimile che per molti dei più di mille autori soci di questa Associazione la preoccupazione di natura politica e civile sia minima, se non addirittura inesistente. Molti membri dell’A*ds vogliono probabilmente essere soltanto tutelati in quanto scrittori, a proposito di diritti d’autore, minacce che provengono dall’intelligenza artificiale, e via discorrendo; e non credono che l’A*ds in particolare, e la letteratura in generale, debbano interessarsi troppo di politica.

Dunque, il problema riguarda secondo me il ruolo della letteratura in Svizzera, e ciò che la letteratura vuole o non vuole, può o non può essere. Una trentina di anni or sono Moritz Leuenberger, che allora doveva essere Presidente del Consiglio Federale, aveva invitato gli scrittori svizzeri a essere costantemente e coraggiosamente critici nei confronti del potere. Mi sembra che oggi lo Zeitgeist sia profondamente diverso, sia dal punto di vista del potere politico sia, purtroppo, da quello degli scrittori.

Non si tratta dunque soltanto dell’impegno o del disimpegno individuale di questo o di quello scrittore svizzero; né personalmente auspico delle generiche “prese di posizione” su argomenti di natura politica, bensì una riflessione e un dibattito sul senso stesso dell’attività letteraria, e sulla responsabilità che un’associazione mantello degli scrittori svizzeri intende o non intende assumere. 

Visto che i tentativi di innescare un dibattito su questi argomenti, portati avanti nei mesi autunnali del 2023, non sembrano aver sortito alcun effetto, ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dall’A*ds.


L’attacco di Khamenei che non aiuta Gaza

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Che avremmo visto una risposta iraniana all’attacco israeliano al consolato di Teheran in Siria era un segreto di Pulcinella. Quel che rimane incerto è il seguito. Per giorni gli iraniani, dalla Guida suprema Ali Khamenei in giù, lo avevano detto e ridetto. Come scritto su queste pagine all’indomani dell’attacco israeliano che uccise sette guardie rivoluzionarie della Repubblica islamica a Damasco, una risposta iraniana era quasi scontata. La domanda non ruotava, insomma, attorno al se, ma semmai al quando e al come sarebbe arrivata una risposta di Teheran. Perché, in effetti, la via era stretta.

Da un lato l’Iran vuole evitare una guerra regionale. Fino ad ora, il Paese è tra i vincitori della guerra a Gaza, e non ha interesse a vedere l’escalation trasformarsi in una guerra regionale vera e propria (ossia una guerra tra Stati), dalla quale perderebbero tutti, Iran incluso. Parte del successo iraniano sta nel modo in cui Teheran è riuscita a capitalizzare politicamente sul disprezzo che c’è nella regione (e non solo) nei confronti di Israele, alla luce degli eccessi dell’invasione di Gaza. L’Iran ha usato la guerra nella Striscia per migliorare sensibilmente le proprie relazioni con i Paesi arabi, da sempre tese, a partire da quelle con l’Arabia Saudita. Paradossalmente, c’era proprio questo miglioramento a limitare le opzioni a disposizione dell’Iran. Teheran avrebbe potuto ristabilire la propria deterrenza rispondendo simmetricamente a Israele, colpendo una sua sede nella regione, dal Bahrain agli Emirati Arabi Uniti, dalla Giordania all’Egitto. Ma ciò avrebbe complicato le relazioni con questi Paesi arabi, che l’Iran ha coltivato negli ultimi mesi. Avrebbe potuto ingaggiare di più Hezbollah, ma sa che il Libano scongiura una guerra e che un attacco della milizia filo-iraniana libanese che superi l’impercettibile linea rossa che vige sul fronte nord sarebbe stato ancora meno controllabile di un proprio intervento diretto. Questo lasciava come unica via per ristabilire la deterrenza, considerata necessaria a Teheran, un attacco dal proprio suolo diretto contro Israele, senza tuttavia far precipitare il Medio Oriente in una guerra regionale. Insomma un dilemma non da poco.

Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, Teheran ha attaccato Israele con centinaia di droni e missili, ma ha reso l’attacco plateale e prevedibile, dando quindi a Israele, avvertita anche dagli Stati Uniti nelle ore precedenti all’attacco della notte tra sabato e domenica, tutto il tempo per preparare la propria difesa aerea. Difatti Israele, con il supporto di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ha intercettato e abbattuto la stragrande maggioranza dei droni e dei missili iraniani. L’Iran ha poi subito dichiarato che considera chiusa la faccenda, fermo restando che non ci sia un ulteriore attacco israeliano (o statunitense) nei propri confronti. Insomma, pari e patta, chiudiamola qui.

Probabilmente l’Iran avrebbe tratto più beneficio lasciando Israele sulle spine per più tempo e/o optando per una risposta meno telegrafata, massiccia e coreografica. Politicamente, poi, avrebbe giovato molto più a Teheran e all’intero Medio Oriente mantenere uno stretto collegamento tra la reazione al raid di Damasco e la guerra a Gaza, con una pressione crescente per un cessate il fuoco nella Striscia. Il sostegno per l’Iran tra i governi (non le opinioni pubbliche) della regione è, infatti, calato dopo l’attacco della notte tra sabato e domenica, durante il quale anche la contraerea giordana ha contribuito a sostegno di Israele. Gli Stati Uniti, così come tutti i Paesi del G7 e il segretario generale dell’Onu António Guterres, hanno prevedibilmente e giustamente condannato l’attacco iraniano. L’Ucraina, che vive quotidianamente offensive di questo genere da parte della Russia, non ha né il lusso di una difesa aerea come quella israeliana né beneficia della stessa protezione del proprio spazio aereo che, invece, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno garantito a Israele. Il confronto è tragico.

Il presidente americano Joe Biden, riaffermando l’impegno incondizionato alla difesa di Israele, ha però aggiunto che gli Usa non parteciperanno a operazioni “offensive” contro l’Iran. Anche Washington, come Teheran, scongiura una guerra regionale, sebbene abbia dato carta bianca a Israele nella guerra a Gaza e non abbia definito ciò che costituisce un attacco offensivo ed uno difensivo che, come noto, è opinabile. Se Israele non risponde, la questione può considerarsi chiusa, per il momento. Chiusa per modo di dire, naturalmente. Non solo non esiste alcuna possibilità per una reale riconciliazione nella regione in questo momento, ma, soprattutto, la minaccia di una guerra regionale non può essere accantonata finché andrà avanti la guerra a Gaza. E la guerra a Gaza andrà avanti. Tragicamente l’attacco iraniano, distogliendo l’attenzione dalla catastrofe umanitaria nella Striscia, rischia pure di averla prolungata. Da questo punto di vista, Teheran ha fatto il gioco di Tel Aviv.

L’unico vero dubbio rimane il calcolo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Fino ad oggi Israele si è concentrata sull’invasione di Gaza, pur segnalando chiaramente di voler ribaltare lo scenario strategico nel nord del Paese, mantenendo viva la minaccia di una guerra contro Hezbollah in Libano.

Fino ad oggi Netanyahu ha dimostrato di dare zero retta ai consigli paterni e agli schiaffetti sulle mani di Biden riguardo Gaza, mentre non è chiaro se a dissuadere Israele in Libano sia stata più Washington oppure l’oggettiva difficoltà di aprire un secondo fronte a nord mentre Israele rimane impelagata in quello a sud. Fonti di Washington hanno più volte suggerito il sospetto ed il timore che Israele voglia trascinare gli Stati Uniti in una guerra in Medio Oriente. Uno scontro diretto tra Israele e Iran garantirebbe, infatti, un’entrata in gioco degli Stati Uniti. L’unica cosa chiara è che Netanyahu pare avere più a cuore la propria sopravvivenza politica che la sicurezza del Paese da lui guidato, figuriamoci la pace in Medio Oriente. E questo non è di buon auspicio.


Non tutti i missili riescono col buco

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 


L’attacco dell’Iran per la prima volta direttamente contro Israele

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi 

“Tutto ciò che non è irrimediabile”. Mantra e previsione degli esperti geopolitici. Cioè: gli ayatollah non potranno non reagire al blitz che ha decapitato (colpendo chirurgicamente il loro consolato a Damasco) la centrale di coordinamento delle operazioni sciite contro Israele, dal Libano allo Yemen; ma avrebbero “calibrato” la rappresaglia per non dover subire un contrattacco durissimo da parte di “Tsahal”, con conseguente allargamento del conflitto.

Nei fatti, pronostico azzeccato, ma solo a metà. Gli scenari più gettonati prevedevano infatti che venissero colpiti obiettivi importanti ma fuori dallo Stato ebraico, come avvenuto in altre precedenti circostanze (ambasciate, atti terroristici contro esponenti delle comunità ebraiche, eccetera) Invece stavolta Teheran ha mirato direttamente il territorio di Israele.

Una prima assoluta nel decennale scontro fra Repubblica islamica e “entità sionista”, come viene definita dalla teocrazia. Utilizzando nella notte centinaia di droni – di cui Teheran è gran produttore e venditore alla Russia dell’alleato Putin – e missili balistici a lunga gittata – che spera di poter equipaggiare presto con testate nucleari. Inedito non da poco. Rompe comunque un tabù. Di bugiarda ambiguità. Di guerra per procura, attraverso quei fili che dalla Siria all’Irak, dallo Yemen al Libano fino a Gaza, politici e ufficiali iraniani manovrano e irrobustiscono a piacimento assegnando loro appunto il “lavoro sporco”, o di “prima linea”. Un teatro, un gioco delle parti sempre più evidente.

Ma stavolta la guerra per procura non poteva funzionare. Non poteva bastare. Già colpiti diverse volte, in patria e fuori, in modo efficace e simbolico, dalle iniziative militari di Tel Aviv, gli eredi di Khomeini ci dovevano mettere la faccia. Pena un’incancellabile, disastrosa mortificazione anche politica, di immagine. Insostenibile. E perciò hanno puntato al bersaglio grosso. Direttamente al nemico. Il “come” è ancora da esaminare nel dettaglio. Ma impressione diffusa a poche ore di distanza è che anche questa mossa, portata sopra la ‘linea rossa’ invalicabile per non finire direttamente nel corpo a corpo con la forza israeliana (che, non dimentichiamolo, è anche nucleare: una trentina di ‘bombe’ sono pronte nella regione di Dimona) può essere stata calcolata con cura.

Attacco massiccio, esibizione muscolare massima: ma – appunto – “niente di irrimediabile”. Lenti e minacciosi droni abbattuti in massa sopra il cielo israeliano e dintorni (quindi spazi aerei di paesi arabi), distruzione di quasi il cento per cento anche dei missili, grazie all’ “Iron Dome” (“cupola di ferro” predisposta dagli Stati Uniti) nonché all’intervento di caccia britannici e americani. Bilancio noto al momento di scrivere: un bambino israeliano ferito.

I generali pasdaran e la guida spirituale Khamenei non potevano non sapere quale sorte sarebbe toccata al loro iniziativa militare in termini tecnici. Letteralmente sbaragliati, garantisce Israele. Ma interessava loro soprattutto l’effetto politico: attacco neutralizzato ma orgoglio politico ristabilito agli occhi del mondo, e certo sull’effervescente piano interno. Senza sperabilmente contro-rappresaglie israeliane, e relativo viaggio verso l’abisso di un conflitto allargato: che porterebbe oltretutto al coinvolgimento dei fratelli-nemici sunniti, dall’Arabia Saudita al Golfo, a cui l’indebolimento della cittadella sciita sta in realtà a cuore.

Calcolo rischioso, certo: da anni Benjamin Netanyahu chiede agli Stati Uniti la possibilità di un “colpo preventivo” contro i persiani che hanno “circondato” lo Stato ebraico con la loro rete nemica eterodiretta da Teheran (e sfociata nell’assalto terroristico di Hamas l’8 ottobre scorso), e soprattutto contro le aspirazioni nucleari dell’Iran che, secondo gli esperti, si sono ulteriormente consolidate. Nemmeno dall’amico Trump, che a Tel Aviv si spera torni a novembre alla Casa Bianca, Israele aveva ottenuto luce verde (c’è un limite anche alla dissennatezza).

E infatti, Joe Biden, che deve gestire in piena campagna elettorale un’altra tegola di grandi proporzioni, ieri pomeriggio ribadiva l’assoluto impegno americano per la difesa di Israele (meno del suo premier e della sua coalizione di estremisti colonizzatori), ma a tarda sera già “consigliava all’alleato” assolutamente di non reagire, aggiungendo che se questa fosse la volontà di Israele la Casa Bianca non muoverebbe un dito in sostegno di una controffensiva israeliana.

Secondo vecchia regola, si sa come un attacco militare inizia, ma mai come si sviluppa e finisce. Quindi a cancellare l’ampio margine di incertezza non bastano gli “ordini” statunitensi, da cui fino all’altro ieri Netanyahu ha platealmente disatteso (meglio, disubbidito). Tuttavia persino il premier più longevo e più contestato della storia israeliana sa che oggi il suo paese può politicamente recuperare almeno in parte la simpatia e l’empatia internazionale sbriciolati sotto le macerie e le decine di migliaia di morti civili palestinesi nel disastro anche umanitario di Gaza. Da cui lo sguardo della comunità internazionale si allontana, forse per ore, forse per giorni. Non ha interesse a sbriciolare anche questo eventuale cinico vantaggio.

Speranza riposta in una razionalità che certo non abbonda nel nevrotico campo mediorientale. Da qui, il robusto e pericoloso grumo di incognite che rimangono drammaticamente aperte.

Nell’immagine: il Parlamento iraniano festeggia il “glorioso successo” dell’attacco a Isreale


Sarah Parenzo – Una notte di angoscia, il sollievo all’alba, e i timori per la replica israeliana

Per esempio a capire che “libertà” non è fare ciascuno ciò che si vuole, bensì sviluppare sé stessi insieme agli altri e non contro – Di Ernesto Borghi