La rabbia di Ramallah: “Escalation disastrosa per noi palestinesi”

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Il traffico senza speranza di Ramallah riempie il sabato dell’attesa. Clacson isterici, macchine scassate in fila su vie storte, puzza di gas, la radio che manda a nastro la notizia dell’assalto di un gruppo di estremisti israeliani al villaggio arabo di Al-Mughayir, a quaranta minuti di macchina dalla Muqata’a. «Un palestinese è stato ucciso», «un israeliano è stato ucciso prima», «stanno attaccando le città arabe». È un sabato cisgiordano. Si parla di Al-Mughayir e si parla di Iran. Un bambino sulla groppa di un dromedario punta il fucile giocattolo verso un taxi. «Si è appena conclusa al Fitr, i tre giorni di festa che segnano la fine del Ramadan. C’è quest’abitudine che durante al Fitr i piccoli giocano in strada a fare la guerra». Anche i grandi giocano a fare la guerra. Più o meno, tutti i giorni dell’anno. Hanno questa abitudine.

I Territori occupati ribollono di rancore verso lo Stato ebraico. Non da ora e nemmeno da quando è cominciata l’invasione di Gaza. Da prima, da molto prima. Eppure nessuno si fida di Teheran. Nemmeno ora che gli ayatollah si stanno vendicando con gli israeliani per l’attacco al consolato di Damasco, con una pioggia di droni che può aprire un conflitto diretto. Il vecchio detto “il nemico del mio nemico è mio amico”, riferito alla Repubblica islamica, non funziona. «All’Iran non è mai fregato niente di noi palestinesi», è l’opinione che a Ramallah come a Nablus, a Tulkarem e a Jenin, trova tutti d’accordo. «Se gli ayatollah avessero voluto darci davvero una mano, sarebbero intervenuti a Gaza sei mesi fa».

Appurato per logica che le miserie di questa terra non saranno sanate da una guerra regionale, ci si chiede come reagirà adesso la Cisgiordania, dovessimo a breve ritrovarci nel peggiore degli scenari possibili. «È Netanyahu che sta cercando di trascinare l’Iran nel conflitto, perché spera che poi noi ci faremo coinvolgere e potrà attaccarci come ha fatto con Gaza», premette Sabri Saidam, uno dei leader di Fatah e membro del comitato centrale del partito che fu di Arafat. «Il premier israeliano non combatte Hamas, combatte i palestinesi. Non vede l’ora che si apra un fronte in Cisgiordania, per eliminare o deportare tutti noi e creare un nuovo ordine in Medio Oriente». Qualsiasi cosa succederà tra Iran e Israele, è il ragionamento di Sabri Saidam, porterà guai ai palestinesi. E come reagirà un popolo che si sente usurpato, maltrattato e derubato, nessuno lo può prevedere.

«Le strade sono pronte a qualcosa di grave», si sente dire a un crocicchio un gruppo di tre uomini che discute attorno a un carretto pieno di semi di cardamomo. Sono davanti al municipio di Ramallah, è sabato e non c’è nessuno dentro. Un signore di nome Abu Mohammed elenca i motivi della sua convinzione. «I coloni che ci attaccano e ci prendono i campi senza che il mondo dica niente, il massacro che stanno facendo a Gaza, la frustrazione…». L’altro, il suo compare, gli chiude la frase. «…e quanti palestinesi hanno perso già il lavoro? Non abbiamo leader all’altezza, nessuno controlla i campi profughi». Il terzo uomo, un anziano venuto a comprare il cardamomo, con tono serio emette la sua sentenza: «Nessuno vuole la guerra in Cisgiordania, ma nessuno è in grado di garantire che non ci sarà una nuova intifada se, con la rappresaglia iraniana, si accende l’intero Medio Oriente».

Sostiene Ibrahim Rabayaa, ricercatore e docente di Scienze politiche all’università di Bir Zeit che i palestinesi vivano queste ore nel dilemma. «Ovvio che per la nostra gente è meglio la pace, ma è anche vero che così siamo in trappola. Alla mercé delle decisioni che sono di Israele e dell’Iran, e non dei Paesi arabi che potrebbero veramente aiutarci». Secondo il professor Rabayaa è improbabile l’ipotesi del sorgere di un nuova intifada che coinvolga l’intera Cisgiordania. «La maggior parte dei palestinesi sta nelle città, i punti di contatto sono nei villaggi attorniati dagli estremisti israeliani degli insediamenti. In quelle zone l’Idf li protegge, controlla tutto. E Israele avrà sempre e comunque il sostegno degli americani, dovesse scoppiare una rivolta».

La notizia degli scontri al villaggio di Al-Mughayir è passata di bocca in bocca per tutta la giornata, senza bisogno della radio e del web. Fino a quando non si è saputo che uno sciame di droni iraniani era in volo verso lo Stato ebraico. «Nella mia cittadella negli ultimi due giorni gli israeliani hanno assaltato 43 case, un ragazzo è stato ucciso, altri sei sono stati feriti di cui due in modo grave» racconta al telefono Amin Abualia, il capo dell’amministrazione araba locale. «Se ora scoppia la guerra con l’Iran ci sarà ancor meno attenzione di adesso sulla Cisgiordania e su violenze come queste che stiamo subendo». A Tulkarem, nel campo profughi dove negli ultimi quattro giorni i bambini si rincorrevano con armi finte, Fatima, 35 anni, segue alla televisione gli aggiornamenti. Risponde ai messaggi con un audio via chat. «Non mi fido dell’Iran, non mi fido dell’Iran», ripete. «La Repubblica islamica non farà niente di buono per noi, non ci sostengono, non sono interessati. I loro piani sono altri».

L’ultima telefonata, in questo sabato dell’attesa che si è trasformato nel sabato della grande inquietudine, è per il medico Mustafà Barghouti, cugino del più noto Marwan e leader del partito Iniziativa Nazionale Palestinese, il terzo per numero di aderenti dopo Fatah e Hamas. “È incredibile che gli americani proteggano e proteggeranno solo Israele e non facciano niente di concreto per fermare l’occupazione della nostra terra. Continuo a sperare che, alla fine, non ci sarà l’escalation. Ma siamo in Medio Oriente. Tutto può accadere».

Nell’immagine: oltre il muro, Ramallah


Bossi liquida Salvini: «Ci vuole un altro leader»

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Di Alessandro Braga, il manifesto

L’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare e lui, da vecchia volpe della politica, l’ha presa al volo. Sparando ad alzo zero contro Matteo Salvini. «Alla Lega serve un nuovo leader» ha detto, dritto per dritto, Umberto Bossi. Per il segretario leghista, già in una fase difficile della sua vita politica, un colpo durissimo da incassare. Gemonio, casa del Senatur. Un centinaio di militanti, «duri e puri» della prima ora, ieri si sono riuniti per festeggiare, a modo loro, il compleanno della Lega. Un omaggio a chi, dicono, «quarant’anni fa ha regalato un sogno a tutti gli uomini liberi del nord». Arrivati da diverse parti della Lombardia, hanno sventolato le bandiere della Lega che fu, tra slogan secessionisti e dichiarazioni nostalgiche.

LA MAGLIETTA PIÙ DIFFUSA, quella con la scritta «Mai più schiavi di Roma». Hanno resistito sotto un sole cocente, non abituale in questo periodo da quelle parti (ma non si parli di cambiamenti climatici per carità), fino alla sorpresa finale. Il Senatur apre le porte di casa sua e li accoglie per un brindisi e una fetta di torta. E, «contento per aver visto tanta gente che non vedeva da tempo», si sfoga: «Salvini ha preso la sua strada ma ci vuole un po’ di testa». E anche un nuovo leader, aggiunge, senza giri di parole. «Deve andare nella direzione dell’autonomia, rimettere al centro la questione settentrionale», spiega. Insomma, fare l’opposto di chi, negli ultimi anni, ha abbandonato le sue radici per imprimere una svolta nazionalista e sovranista alla Lega.

IL MINISTRO GIORGETTI sarebbe un buon sostituto, per Bossi, ma evita di indicarlo come possibile successore di Salvini perché, dice, «altrimenti lo massacrano». Che la giornata sarebbe stata «frizzantina» lo si era capito da alcuni indizi: nella notte tra giovedì e venerdì (giorno esatto della nascita della Lega Autonomista Lombarda, atto firmato a Varese nello studio notarile dell’avvocata Franca Bellorini) sulla strada che costeggia la dimora di Umberto Bossi era apparsa una scritta sull’asfalto: «Grazie Bossi, Leoni, Manuela» (Leoni è Giuseppe, ex senatore del Carroccio, Manuela è Marrone, la moglie di Bossi, tra i firmatari dell’atto fondativo ndr). Accanto, un sole delle Alpi.

ALL’INGRESSO DEL PAESE, poco meno di 3 mila abitanti in provincia di Varese, un semplice «W Bossi». Ancora, le parole della vigilia dello stesso Leoni, che aveva attaccato frontalmente l’attuale segretario federale: «La sua Lega è un’altra cosa, una degenerazione». E, a fargli eco, il coordinatore del Comitato Nord Paolo Grimoldi, ultimo segretario eletto della Lega Lombarda: «L’attuale Lega non è più quella delle origini, Salvini faccia un passo indietro, alle europee temo che sarà una caporetto». Non male per un partito che celebra il suo quarantesimo compleanno e, nella testa del segretario federale, sarebbe dovuto essere un momento di almeno apparente unità. Ma a volte, quando per festeggiare il tuo compleanno organizzi più di una festa, vuole dire che hai molti amici, e stai passando un periodo felice della tua vita.

ALTRE VOLTE, invece, significa che è meglio che chi per diverse ragioni fa (ho ha fatto) parte della tua vita non si incontri, perché il rischio è che rovini la festa. Per la Lega, per dirla alla Corrado Guzzanti, è «la seconda che hai detto». In questo momento ci sono almeno due leghe: quella sovranista e nazionalista di Salvini, che dopo la sbornia iniziale e i successi elettorali (oltre il 30% alle europee del 2019) sta vivendo un periodo di profonda crisi; quella della prima ora, nordista e federalista, che rialza la testa e si fa sentire. O forse, come ha dichiarato l’ex ministro e leghista della prima ora Roberto Castelli, ora animatore del Partito Popolare del Nord, non ce n’è «nemmeno una». Ma sarebbe uno scenario troppo bello per essere vero.

LA LEGA «UFFICIALE» festeggia oggi a Varese, davanti alla sua storica sede, in una celebrazione organizzata all’ultimo momento e di gran fretta. Umberto Bossi, invitato, non ci andrà, ha spiegato secco ieri. Salvini potrebbe replicare, ma sarebbe gettare benzina sul fuoco in un momento già complicato. Il partito più antico del parlamento italiano festeggia il suo compleanno diviso. I nostalgici della Lega Nord idealmente abbracciati al loro vate Bossi. I fedelissimi del «nuovo corso» salviniano asserragliati in difesa del presente. «Senza Matteo la Lega sarebbe finita», le parole di Andrea Crippa, megafono del segretario federale. All’orizzonte le elezioni europee, spartiacque per il futuro della Lega: «Nord» o «Per Salvini premier» che sia.


Democrazia sì ma solo se conviene

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Di Walter Langenegger, Infosperber

La maggioranza borghese in parlamento ha recentemente intrapreso un percorso discutibile in termini di politica statale: sta piegando sempre più spesso alla sua volontà i plebisciti e le decisioni democratiche che non le vanno a genio, se necessario anche contro le regole procedurali stabilite, cioè la Costituzione federale e la volontà popolare. Democrazia sì, ma solo caso per caso? È in atto una pericolosa erosione del sentimento democratico.

La democrazia non prospera solo grazie a una Costituzione basata sul principio di maggioranza, sui diritti fondamentali e umani e su regole procedurali eque; la democrazia prospera anche grazie allo spirito della Costituzione che determina e guida gli attori politici. I principi democratici devono avere la precedenza sull’ideologia e sui programmi di partito. Se manca questo atteggiamento di base, la democrazia rischia di rimanere lettera morta.

Cattivi perdenti

Il fatto che questo atteggiamento di base non sia al massimo in Svizzera sta diventando sempre più evidente, da ultimo dopo l’approvazione della 13esima pensione AVS. Nonostante siano passate ormai diverse settimane, i partiti conservatori non riescono a fare i conti con la sconfitta e rimangono in “modalità battaglia”, prendendosi gioco del referendum e silurandolo con astruse proposte di finanziamento. Di recente, la NZZ ha suggerito gongolante l’introduzione di un regolamento che consentirebbe di rinunciare volontariamente al supplemento alla pensione.

Sviluppo allarmante

Questa retorica potrebbe ora essere liquidata come un modo per i perdenti del voto di affrontare il loro disappunto. Ma questo sottovaluta il problema delle conseguenze. Il discredito dei plebisciti impopolari da parte della maggioranza borghese è diventato sistematico. Serve a preparare il terreno affinché i verdetti democratici possano poi essere attaccati in parlamento, a giustificare le necessarie manovre politicamente discutibili e le relative elusioni legali, e a dare loro una parvenza di legittimità.

Le sei recenti decisioni del Consiglio degli Stati e del Consiglio nazionale che seguono mostrano di cosa parliamo.

  • Un anno fa, con una mossa senza precedenti, il Parlamento di centro-destra ha permesso al Consiglio federale di firmare il contratto di acquisto dei jet da combattimento americani F-35, nonostante fosse in corso un’iniziativa popolare contro di esso. Questo ha di fatto impedito una votazione, svalutato un diritto popolare e messo a tacere l’opposizione.
  • Nel 2021, gli elettori hanno approvato la cosiddetta “Iniziativa sulle cure” contro la volontà del centro-destra. Oggi è ancora bloccata. Questo è esattamente ciò che gli esponenti del PLR avevano minacciato di fare in caso di vittoria del “sì”: mettere in secondo piano l’esito del referendum. Il settore dell’assistenza sanitaria lo considera giustamente una violazione della Costituzione.
  • Su pressione della maggioranza di centro-destra, lo scorso gennaio il Consiglio federale ha presentato un progetto che avrebbe compromesso gli attuali salari minimi cantonali. Lo stesso Consiglio federale ha messo in guardia da questa eventualità, definendola incostituzionale perché non rispetterebbe la sovranità cantonale e il principio di legalità.
  • Nel marzo di quest’anno, la maggioranza conservatrice ha fatto deragliare l’attuazione dell’iniziativa popolare contro la pubblicità del tabacco, approvata nel 2022, volendo applicare regole speciali che non sono conformi alla vecchia legge. Anche i media conservatori hanno parlato di una violazione della volontà popolare.
  • Sempre a marzo, i partiti conservatori hanno perforato la legge sulle seconde case con eccezioni di tale portata che il Consiglio federale ha dovuto dichiarare la violazione della Costituzione. La legge si basa su un’iniziativa popolare approvata nel 2012 e contrastata dai conservatori.
  • Infine, nell’ultima sessione, il Consiglio degli Stati ha approvato una mozione per obbligare tutti i comuni a mantenere il limite di velocità nelle aree urbane a 50 chilometri orari. In questo modo, ha ignorato due dei cardini del nostro sistema politico: l’autonomia comunale e il federalismo.

Nel complesso, tutto ciò mostra chiaramente cosa sta accadendo nel campo borghese: una profonda riluttanza ad accettare la sconfitta e ad attuare in modo costruttivo i referendum insieme agli avversari politici, e ciò in linea con la nostra democrazia concordata. Al contrario, sta ponendo sempre più i propri obiettivi e interessi al di sopra dei principi democratici, e, grazie alle ampie maggioranze parlamentari, sta adattando ai propri interessi le regole del gioco nel processo decisionale parlamentare.

Pericoloso opportunismo

Il crescente atteggiamento opportunistico della maggioranza borghese nei confronti dei principi politici è pericoloso. Porta a decisioni di dubbia legittimità, distorce la legislazione, svaluta le nostre basi costituzionali e danneggia la fiducia dei cittadini nel processo politico e nel funzionamento delle istituzioni democratiche.

Legislatori e giudici

Ciò è tanto più grave in quanto la Svizzera non ha una giurisdizione costituzionale. Il Tribunale federale non è autorizzato a controllare le leggi federali. Il Parlamento stesso è il custode supremo della Costituzione. È sia legislatore che giudice e di fatto è in grado di approvare leggi federali non conformi alla Costituzione senza dover temere sanzioni. Ciò significa che i membri del Consiglio degli Stati e del Consiglio nazionale hanno una grande responsabilità e dovrebbero dare un esempio ancora maggiore in termini di adesione alla Costituzione e di atteggiamento democratico. Ma molti di loro non lo fanno!

Traduzione a cura della redazione


I guai di Zelensky e l’impopolarità del reclutamento dei più giovani

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Per citare uno dei più grandi cantautori contemporanei, “non hai bisogno di un meteorologo per sapere da che parte tira il vento”: e vale anche per la guerra in Ucraina.

Ormai da qualche mese – malgrado mille difficoltà – è evidente che Vladimir Putin sta navigando con la corrente a suo favore. Una serie di fattori internazionali lo stanno aiutando (elezioni in Europa e negli Usa), a cui va aggiunta la situazione interna in Ucraina, sempre più complessa ed incerta.

Lo “zar” di Mosca sembra aver identificato i suoi nuovi obbiettivi. Dopo abbandonato per un certo periodo l’idea di prendere Charkiv, da gennaio gli attacchi alla più grande città dell’Ucraina dopo Kiev (1,5 milioni di abitanti), nonché snodo fondamentale per controllare tutta la riva destra del Dnepr, sono tornati ad essere massicci.

Secondo quanto riporta il “Kievskij Post” dall’inizio dell’anno “sono stati lanciati più missili balistici contro questa città che in qualsiasi altro momento dall’inizio del conflitto. Gli attacchi dei droni sono diventati più frequenti, volano più velocemente e più in alto, e le loro ali sono rivestite di carbonio, il che li rende più difficili da abbattere”.

L’attacco alla città avvenuto lo scorso 27 marzo ha rappresentato probabilmente il punto di svolta: una bomba lanciata da un aereo, ma in grado di viaggiare per decine di chilometri, era stata usata per la prima volta contro la seconda città ucraina. Inoltre, secondo gli esperti militari di Kiev, anche la tattica russa è cambiata: ora vengono realizzati “doppi attacchi” (attacchi ripetuti sullo stesso bersaglio) apparentemente rivolti a colpire anche i primi soccorritori.

Le intenzioni esatte della Russia non sono comunque chiare in questa fase, anche se ci sono segnali che indicano che si sta preparando per una grande offensiva estiva. Una fonte ucraina che ha familiarità con i rapporti di intelligence ha affermato che la Russia starebbe attualmente preparando sei divisioni (circa 120.000 uomini) nella Siberia orientale.

Alcuni ufficiali ucraini non sembrano essere così pessimisti sulle prospettive di tenuta della città.

A loro parere, un’operazione militare per la conquista di Charkiv sarebbe ancora un compito impossibile per la Russia. L’ultima volta che ci provò era il 2022, quando la città era molto meno difesa, e l’assalto fallì miseramente. Per conquistare la città sarebbe necessario sfondare le difese ucraine e circondarla, cosa che la Russia finora non è riuscita a fare: dovrebbe garantirsi la superiorità aerea, cosa non scontata, e vincere una sanguinosa battaglia urbana casa per casa.

“C’è una buona probabilità che non riescano in nessuna di queste cose”, dice l’esperto ucraino ed ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk. Altri ufficiali però temono che i russi diventino ancora più brutali quando si renderanno conto di non poter ottenere ciò che vogliono. “Non riusciranno a prendere Charkiv, ma distruggerla è possibile… Stiamo parlando di qualcosa di simile a quello che accadde ad Aleppo, in Siria”, dice Denis Yaroslavskij, uomo d’affari locale diventato comandante delle forze speciali.

il sindaco Igor Terekhov afferma che la città non ha intenzione di arrendersi. “La situazione era ancora peggiore all’inizio del conflitto – afferma -, quando tutti i due milioni di abitanti, tranne 300.000, erano fuggiti. La gente non vuole andarsene perché è già andata via una volta, ma poi è tornata”.

Zelensky, ormai tutti i giorni, dichiara che se il Paese non otterrà nuovi rifornimenti militari dagli “Stati alleati” occidentali, c’è il rischio “dell’arretramento e della sconfitta”. Ma armi e munizioni non sono il solo problema, e forse neppure quello più urgente. Il problema numero uno resta quello della mobilitazione. Dopo il fallimento della controffensiva della scorsa estate è difficile trovare dei giovani maschi ben disposti a sostituire le usurate truppe che tengono il fronte, spesso dall’inizio del conflitto.

Il portale “Ucraina Today” riporta le voci dei giovani di Kiev :”Ho paura”, dice Dima, 31 anni, fumando una sigaretta dopo l’altra. “La mia ragazza dice che dipende da me. Ma io non voglio andare”. La scorsa settimana Zelensky ha presentato la legge che abbasserebbe l’età minima di arruolamento da 27 a 25 anni, e abolirebbe le esenzioni mediche: ma i deputati della Rada, il parlamento ucraino, temono di votarla perché rischiano di diventare ancora più impopolari di quanto siano già ora. I canali Telegram in ucraino e in russo sono pieni di agenzie clandestine che sostengono di poter aiutare i giovani a evitare la leva.

In prospettiva il fattore demografico potrebbe avere un ruolo deciso. L’Occidente, alla fine, sta iniziando a fare dei calcoli cinici: la popolazione dell’Ucraina presente nel Paese è stimata in circa 31 milioni, mentre la Russia conta 144 milioni di abitanti. Più a lungo si protrae il conflitto, più si teme che i numeri abbiano la meglio. Emigrazione e diaspora alla fine potrebbero pesare più dei cannoni e degli aiuti finanziati.

L’Ucraina ha oggi il più basso tasso di natalità al mondo, e finora ha cercato di risparmiare ai suoi giovani gli orrori del confronto diretto e delle trincee. Ma ora l’età media di un soldato ucraino è diventato di 43 anni, e mandare giovani al fronte sembrerebbe indispensabile. Bisogna vedere se il governo avrà la forza politica e l’autorevolezza morale in un Paese dove comunque la corruzione resta una zavorra.

Alla fine, persino all’epoca dei droni e della guerra digitale, sembra che il fattore umano resti ancora decisivo.

Nell’immagine: disertori ucraini (fotografia di Nello Scavo)


Impegno e poesia tra vita e sport

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Segnalo anzitutto che l’autore di La vita, lo sport e il mondo è un collega di lunga data e un collaboratore regolare di naufraghi.ch per il quale ha scritto decine di pezzi. Due ottime ragioni per declinare l’invito a scriverne: se sottolineo i pregi di questa sua pubblicazione importante, che ha richiesto una decina d’anni, vi si potrebbe leggere qualche eccesso dovuto ai legami di cui sopra. Per fortuna, dissipando ogni sospetto, a questo volume, appena pubblicato dalle Edizioni Ulivo di Balerna, mette mano (già in àmbito di progettazione) anche Fabio Pusterla, che ne firma la prefazione sottolineando alcuni aspetti sorprendenti, su cui tornerò più avanti.

“Siamo il frutto di numerose, intricate radici, fonte ognuna di linfa vitale” scrive Zanolari ringraziando quanti lo hanno aiutato lungo il cammino: accanto alla moglie Sonia, Jean-Jacques Marchand, Franco Lurà e Paolo Parachini.

Anch’io ho letto con gusto e, in parte, sorpresa il libro di Libàno, di cui non conoscevo – e tuttora certamente non conosco ancora – tutte le qualità. Quella che abbiamo in mano è, in fondo, un’originalissima autobiografia del suo autore, oggi settantasettenne. Grigionitaliano – di Zalende, frazione di Brusio – “più morto che vivo dato l’esiguo peso” al momento della nascita, salvato dall’allora direttore del Kinderspital di Zurigo, l’illustre pediatra poschiavino Guido Fanconi (1892-1979) – Libàno (ci metto l’accento per una corretta lettura) pian piano consolida il fisico, pratica attivamente in gioventù l’atletica e il calcio, frequenta la Commercio a Coira, scrive il miglior lavoro di diploma dei Grigioni (I giovani e il futuro dell’Europa), per il quale viene addirittura invitato a Bruxelles.

Insomma, già da giovane studente, di umili origini, si notano in lui due campi d’interesse che non lo hanno abbandonato sino ad oggi: lo sport, che – da giornalista, cronista e inviato – ha autorevolmente raccontato al pubblico radiotelevisivo per 36 anni, fino al 2008; gli aspetti sociali, culturali e politici non solo delle competizioni sportive, ma di tutti i luoghi e Paesi in cui si è recato per commentare – questo il suo palmarès – 10 Giochi olimpici estivi (partendo dall’edizione, nerissima, di Monaco, nel 1972 che, nelle intenzioni, doveva far dimenticare quella del 1936), 8 Olimpiadi invernali, oltre a infinite gare di atletica, calcio e sci. Durante quell’esordio in Baviera, il venticinquenne Zanolari sentì il bisogno, tra una gara e l’altra, di recarsi in visita al non lontano campo di concentramento di Dachau. Sui campi di gara assiste ai trionfi di Mark Spitz nel nuoto, Olga Korbut nella ginnastica, Valerj Borzov nei 100 e 200 metri e ad alcune sfide da piena Guerra fredda tra statunitensi e sovietici. Ricordi e sfide suggeriscono a Libàno immagini e similitudini prese direttamente dalla mitologia classica.

Il Libàno che ho conosciuto e – anche se piuttosto raramente (i cronisti sportivi lavorano la sera e sono quasi sempre in trasferta) frequentato in presa diretta al bar della TSI – è un individuo curioso, piacevole, che sa raccontare senza annoiare grazie (anche) a una voce particolarmente calda e gradevole che neanche dopo ore e ore di diretta dava segni di cedimento. Lo sport è per lui una delle espressioni che caratterizzano l’uomo e il mondo, quasi un archetipo in grado di coinvolgere platee miliardarie nei cinque Continenti, capace di muovere interessi giganteschi e di assumere dimensioni che vanno ben oltre l’aspetto agonistico. Con Libàno l’evento sportivo che veniva chiamato a commentare non era mai una bolla isolata, fine a sé stessa, ma sapientemente contestualizzato in una cornice che, nelle sue telecronache, descriveva con ricchezza di riferimenti e annotazioni. Occhio, dunque, al merito degli atleti e delle squadre, ma sempre collocando l’evento in una dimensione più vasta che, nei suoi reportages, diventava approfondimento e occasione di conoscenza, invitandoci a riflettere, a relativizzare, a non chiudere gli occhi sulle disparità.

Efficacemente, nella postfazione, Ennio Emanuele Galanga sottolinea come “i panni dell’inviato settoriale gli stavano stretti: il mondo non finiva fuori dallo stadio, e lui voleva conoscere anche le terre e le genti che ospitavano l’evento sportivo. Per cui, già preparato da letture specifiche, nei ritagli di tempo (quando c’erano) andava a parlare con i residenti, visitava i luoghi più significativi che non necessariamente erano i più turistici, pranzava o cenava nelle trattorie locali, ben sapendo che anche il cibo è cultura, e elemento integrante della cultura di un popolo. E senza dimenticare di comprendere al meglio la società, specie quando le diversità di ceto erano più marcate. Non per niente veniva da una famiglia che a lungo aveva fatto i conti con le ristrettezze”.

È il titolo stesso del suo libro a dirci la stessa cosa: la vita, lo sport e il mondo vanno considerati fianco a fianco, come elementi di un tutt’uno; sarebbe, anzi, far torto alla professione di giornalista e alle legittime aspettative del pubblico ignorare tutto quanto ruota attorno al fatto sportivo. La forte sensibilità sociale e sindacale di Zanolari (apprezzata da Eros Bellinelli e consolidata accanto a importanti figure di una RTSI in cui lavoravano Renato Soldini, Delta Geiler e Claudio Nembrini, da lui menzionate nel libro) è emersa ancora più chiaramente dopo il suo pensionamento, che lo vede pendolare tra il domicilio ticinese di Massagno e i campi aviti di Zalende.

Quello che ho letto con gusto è il percorso umano e giornalistico di un collega preparato e credibile, ma anche la storia paradigmatica di un valposchiavino che, pur quasi costretto a varcare il Bernina per studiare e poi ad “espatriare” per esercitare la propria vocazione, non ha mai perso, neppure per un secondo, il legame inscindibile con la terra dei suoi antenati, anzi con la terra in assoluto. Tra i capitoli più toccanti, Aspettando un segno dai poveri morti, ricordo dolente del padre, il David che, nella descrizione, assume fattezze quasi mitiche: caviglie da camoscio, un funambolo che riempiva di ciliegie un’enorme cavagna e che, la Vigilia di Natale, si arrampicava sugli alberi a lato della spaventosa gola del Saiento in cerca di vischio.

Insieme a Sonia, che si sarebbe rivelata, decenni più tardi, salvifica, Libàno ha viaggiato il mondo. Li unì don Willy Albisetti nella primavera del 1977: “Sonia farà la Comunione, io no, non mi sono confessato. Ma il prete mi mette l’ostia in bocca: che fare? Non mi resta che accettarla”.

Appena può, Libàno torna in Valposchiavo. La vita e la professione ne hanno fatto un cittadino del mondo ma, come altri suoi conterranei importanti (da Alberto Giacometti – al quale dedica un intero capitolo tra i più belli – a Grytzko Mascioni) abbina una dimensione quasi locale a una “globale” (glocal, si dice oggi) perché – sottolinea ancora Galanga – “ha visto che le vicende di ogni popolo sono attraversate dalle stesse speranze e dalle stesse tragedie, diverse eppure a loro modo uguali. Da qui la sofferenza per le ingiustizie storiche e/o attuali di cui gran parte delle popolazioni devono portare il peso. L’empatia si manifesta nella sincera partecipazione che, di frequente, sfiora o raggiunge l’immedesimazione. E sempre con lo sguardo amorevole verso il povero, il sofferente, l’oppresso”.

Nel racconto di Zanolari compaiono – a volte solo suggeriti, altre con maggiori particolari – alcuni protagonisti della vita pubblica, politica e artistica da lui incrociati o soltanto osservati da vicino. Manca, nel volume, un indice dei nomi e dei luoghi, che sarebbe stato lunghissimo, ma anche assai utile e in grado di comprovare, già a prima vista, la vastità di spunti, orizzonti e incontri che il destino, ma anche le capacità personali gli hanno riservato.

Mi si lasci spendere, prima di concludere, qualche parola sul valore strettamente letterario del libro, in cui abbondano riferimenti dotti ad autori e scuole che spaziano dall’antichità classica al Novecento. A poeti, soprattutto. Da Omero e Archiloco a Dante ad alcuni giganti del XX° secolo: Majakovski e la Cvetaeva, Antonio Machado e Federico García Lorca, Salvatore Quasimodo, ai quali tuttavia preferisce Ungaretti e Montale. E ai quali si aggiunge lo stesso Zanolari: egli inserisce infatti 52 suoi testi poetici, spesso scritti durante le lunghe trasferte professionali, che hanno non poco stupito (in positivo) durante la recente anteprima del libro tenutasi il 26 marzo a Massagno.

“Vento che senza posa t’alzi, lugubre / il tuo pianto sospendi – dalle mura / lascia sgorgare il mio; dimmi / che non sale dall’Ade, / che è di questo mondo il tuo lamento (…)”, è datata Zalende, novembre 1987.

La vita, lo sport e il mondo – perni costitutivi del volume, in cui Libàno compare anche in copertina, ritratto a Parigi da un anonimo artista di strada – si compenetrano ancor più in un emozionante insieme, il cui capitolo conclusivo – Quell’attimo in cui fui morto – racconta, con la precisone del cronista e il garbato sense of humor che attraversa le oltre 300 pagine del libro, l’infarto che lo ha colpito alcuni anni or sono e le complicazioni che seguirono. Paragonati a un altro incidente, occorsogli molti anni prima, negli Stati Uniti, a bordo di una seggiovia improvvisamente fermatasi a mezz’aria, sospesa nel vuoto, tra cielo e terra, ultima corsa pomeridiana. Mi butto da un’altezza di una decina di metri o resto a bordo? Meglio spaccarmi le ossa o passare la notte nella minuscola cabina, a -20° C, rischiando di morire assiderato?

Il libro del laico Zanolari si chiude efficacemente e significativamente con un elenco di desideri rivolti “a Chi di dovere”: una lista – forse un po’ balzana, certo toccante e per nulla blasfema – di 8 attimi-suoni-persone che, dovesse trovarsi nuovamente in bilico, vorrebbe rivivere-rivedere, in un ultimo flash, “lasciando a Lui la scelta, più o meno punitiva a seconda dei meriti acquisiti tenendo conto, spero, non solo delle volte in cui ho girato la testa dall’altra parte, ma anche di quelli in cui mi sono speso rischiando del mio, subendo non poche randellate”.

Quell’elenco divertito, lieve e profondissimo, è il compendio, la sineddoche perfetta che dice quasi tutto del suo compilatore. Quell’elenco così tenero, affettuoso, generoso, altruista, pone al centro un bimbo, il piccolo Pedrito, adottato a distanza da Sonia e Libàno in Nicaragua, deceduto, nel 2002, a 5 anni soltanto. Commovente, è il punto 7 della lista. Forse non a caso, perché quello stesso numero 7 torna più volte, come un richiamo, come un mantra.

  • Il libro verrà presentato lunedì 27 maggio alle ore 18.15 alla Biblioteca Cantonale di Palazzo Morettini a Locarno

Nell’immagine: Libano Zanolari (a sinistra) con i colleghi Giuseppe Albertini, Tiziano Colotti, Sergio Ostinelli e Enrico Carpani


La Corte europea ha cambiato il catalogo dei diritti

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Di Serena Sileoni, La Stampa

La sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato pochi giorni fa lo Stato svizzero per non aver adottato misure efficaci di lotta al cambiamento climatico ha una portata storica, sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, è la prima volta che la Corte di Strasburgo è chiamata a decidere se uno Stato ha fatto abbastanza per combattere i cambiamenti climatici. Il ricorso è stato presentato da una associazione di donne di terza età, le quali lamentavano che la loro salute fosse compromessa dalle ondate di calore e che lo Stato svizzero avesse violato i loro diritti non avendo attuato misure adeguate per fronteggiare il problema. Finora, la Corte era stata investita di questioni relative a danni diretti e circoscritti all’ambiente e alla salute, non a danni così estesi che, per sua stessa ammissione, dipendono da una pluralità di fattori, concatenati in maniera complessa, con profili incerti di allocazione delle responsabilità, degli effetti, dei rischi.

In secondo luogo, la Corte innova il catalogo dei diritti su cui ha giurisdizione: nella Convenzione che essa è chiamata a tutelare non c’è uno dedicato espressamente all’ambiente, ma i suoi giudici avevano già avuto modo di individuare nel diritto alla vita e in quello alla vita privata e familiare – questi sì previsti dalla Convenzione – anche quello a vivere in un ambiente salubre. Estendere questo diritto di derivazione giurisprudenziale alla protezione contro i danni da cambiamenti climatici è un enorme salto in avanti, proprio per la difficoltà di circoscrivere le vittime, i danni, i responsabili. Quella contro la Svizzera sarà quindi una sentenza pilota, considerato anche l’attivismo con cui le ONG ambientaliste stanno portando in tribunale stati e compagnie ad alta intensità emissiva.

Alla transizione verde, ammonisce la Corte, sono chiamati tutti: cittadini, imprese, Stati. La retrocessione dei concetti di danno e di vittima e del rapporto causa-effetto in tema di cambiamenti climatici è però un facile tratto di penna, per il giudice, ma una responsabilità inusitata per i soggetti coinvolti. Qui si celano altri due profili di eccezionalità della sentenza, che hanno a che fare con i pilastri su cui tutto sommato si reggono ancora i nostri pericolanti Stati: la separazione dei poteri e la democrazia. La Corte giudica la Svizzera nel merito delle politiche ambientali, superando il limite per cui il giudice non può sindacare il merito delle scelte politiche, limite che è ancora l’anima, e la garanzia, dello stato di diritto. La necessità a cui sono chiamati i governi di fare sintesi tra molti interessi diversi, l’assunzione di responsabilità nel recepire i dati di scienza richiederebbero, proprio in questa materia, una maggiore cautela di sindacato nei confronti della discrezionalità di scelta delle politiche pubbliche, come mostrato – ad esempio – dal tribunale di Roma nella prima causa intentata allo Stato italiano contro l’inerzia sulle politiche di contrasto al climate change (il cd. Giudizio Universale). Qui, invece, la sentenza si sostituisce alla legge, il circuito giudiziario al circuito politico. L’iperattivismo delle Corti è un tema di dibattito da anni, ma in questo caso specifico l’intromissione nella discrezionalità politica suona ancora più eccezionale, perché si pone in maniera frontale rispetto a scelte democraticamente già assunte dalla Svizzera. Nel 2021, infatti, la popolazione svizzera aveva rigettato, con il 51,6% dei voti contrari e una partecipazione prossima al 60%, una legge sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. L’estate scorsa, più del 59% dei votanti, con una partecipazione ferma al 42,5%, ha confermato una nuova legge sul clima, che rende vincolante il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Sembra quindi difficile ritenere che la Confederazione non si sia già attivata nel senso suggerito dalla Corte europea. A meno che non si voglia supporre che in capo allo Stato non vi sia soltanto una obbligazione di impegno, ma un obbligo di risultato. Qualcosa che urta, di nuovo, con la separazione dei poteri.

Non si tratta di minimizzare i rischi derivanti dal cambiamento climatico, ma di rispettare quella divisione dei ruoli che è il sale della democrazia, perché rende responsabili coloro che, davvero, sono soggetti a una costante giudizio di conferma o condanna da parte degli elettori. C’è un ultimo punto degno di considerazione. È curioso che la sentenza sia stata sollecitata da un’associazione di signore anziane. La tutela dell’ambiente è una delle questioni a maggiore trade off tra presente e futuro e quindi uno dei più rilevanti terreni di scontro, o quanto meno di bilanciamento, tra i diritti consolidati della popolazione adulta e quelli delle generazioni più giovani, come ricordano molti movimenti giovanili. Probabile che si tratti solo di una caso. D’altra parte molte cause climatiche, oltre alle note proteste più o meno scomposte come quelle che imbrattano i monumenti, sono portate avanti da giovani, compresa una respinta dalla stessa Corte Edu contemporaneamente a quella qui citata, ma sulla base di motivazioni processuali. Sarebbe interessante però capire se, minoranze rumorose a parte, la maggior parte dei giovani sia consapevole che il futuro dell’ambiente non è un gioco a somma zero tra legislazione e progresso. L’alternativa è restare legati a un’idea di Stato tuttofare con cui sono cresciute le generazioni adulte. È credere alle facoltà divine di chi ci governa, capace di imporre con la bacchetta magica delle leggi la soluzione di problemi così grandi, e reo quindi di non impegnarsi abbastanza laddove i risultati sperati non vengono raggiunti. Un credo simile ha qualcosa di mistico che riporta le lancette indietro ai tempi di imperatori e sovrani che basavano il loro imperio sul loro culto. Un credo che, in maniera imperfetta ma fortunata, proprio la democrazia ha sfidato e vinto.


Lugano ha bisogno della sinistra in Municipio

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

La politica è l’attività che deve cambiare lo stato delle cose agendo nel mondo reale per portare soluzioni tangibili ai problemi della popolazione e del territorio. Una politica declamatoria e dei grandi discorsi difficilmente porta a qualcosa. L’azione e la concretezza sono l’unico antidoto che la democrazia ha verso gli estremismi e lo sfascismo dilagante dei cinici.

L’importanza di avere un rappresentante di sinistra in un Municipio è spesso sottovalutata. Anche a Lugano. Si pensa che un solo rappresentante non possa fare la differenza quando invece può giocare un ruolo molto importante. Un contrappeso politico che deve esserci per evitare uno sbilanciamento eccessivo a destra garantendo equilibrio nelle decisioni. Immaginiamo come potrebbe essere limitata una discussione su un preventivo e su quali voci di spesa o servizio tagliare senza avere tutte le sensibilità rappresentate. Basti pensare ai progetti viari, alle zone verdi, gli asili nido o i servizi per anziani e giovani.

Un rappresentante di sinistra deve avere la capacità politica di sapersi posizionare, costruire legami e mediare. Questo implica saper scegliere la via migliore a seconda della situazione, stabilire ponti e trattare con gli altri rappresentanti del Municipio senza essere schiacciati in un ruolo di opposizione pura che porterebbe a un isolamento fatale.

Il momento storico è straordinario per le sfide epocali che ci troveremo ad affrontare. È importante più che mai sapersi riunire al di là delle differenze attorno ai valori che condividiamo e che fondano la nostra società. Votare alle elezioni rimane uno strumento essenziale per poter dire la propria sulle decisioni che riguardano la nostra vita e il nostro futuro. Non perdete questa occasione!

Carlo Zoppi è capogruppo de “La Sinistra” e candidato al Municipio di Lugano
Nell’immagine: da destra a sinistra


Elogio alla mediocrità (politica)

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

È sentire comune, ai piani alti dell’intelligenza comunitaria, considerare mediocre la politica dei nostri tempi. E mediocri, naturalmente, le donne e gli uomini che la fanno. La definiscono mediocrazia (vedi il filosofo canadese Alain Deneault). Un approccio datato e un po’ passatista, tant’ è che gli analisti di cui sopra, nel commentare cotanta mediocrità attuale, ricordano al contempo gli anni degli ideali nobili e gloriosi, dove tutto era possibile e il futuro a portata di mano. Molto ci sarebbe da dire e da scrivere su come sia poi finita, ma non è questo il punto. 

La questione è: e se la mediocrità politica fosse in realtà una virtù e non un difetto? Partiamo dalla definizione grazie al dizionario etimologico che ci descrive la mediocrità, dal latino mediocris, come una dimensione che sta in mezzo agli estremi o anche fra il molto e il poco, fra il buono e il cattivo. Uno stato medio, appunto. Nei secoli, la virtù umana è sempre stata riconosciuta in chi si è distinto, in chi ha dato prova di gloria e onore. Gli eroi, simboli virtuosi per antonomasia. In una società erede del progresso indiscusso, prima spirituale e poi umano, ancora oggi solo chi dà prova di “cambiare il mondo” può considerarsi vero rappresentante del bene comune. A prescindere che sia seguito, compreso, o meno. Anzi, il vero politico sarebbe colui che vede dove noi mediocri non vediamo. Al contrario, l’anonimo, il cittadino banale, modesto, piatto e magari anche scarso, non è certo – ieri come oggi – degno di elevarsi a rappresentanza dei molti. Essere eletto. 

Seguendo il sillogismo, si dovrebbe dunque concludere che la politica per essere davvero onorevole deve far capo agli eroi? Dall’Illuminismo ai nostri tempi, la risposta è nella domanda. Talmente scontata che la storia ci ricorda anche gli estremi, con le dittature e gli orrori della prima metà del Novecento. Eroi malefici, Belzebù ammalianti e potenti posseduti dalle stese virtù degli eroi virtuosi, ma usate a fin di male. Banalizzando, un politico mediocre non sarà mai un dittatore. Così come non è vero che la malvagità è mediocre. Anzi.

Estremi a parte, la mediocrità in politica altro non è che la miglior rappresentanza della propria realtà: non un passo indietro e non uno avanti. La politica “mediocre” ben evidenzia quanto necessità ora e qui; non un progetto rivoluzionario, non un sogno utopico, non uno scenario ipotetico. La mediocrità, in politica come altrove, è pragmatismo. E se altrove (nelle altre attività umane) spesso è un limite, in politica è capacità di rispondere alle esigenze di chi si rappresenta senza far capo a narrazioni immaginifiche o evocatrici di scenari mistici. Meglio, senza nessuna narrazione.

Troppo poco? In tempi come i nostri, dove le nuove tecnologie hanno l’ambizione di predeterminare il futuro dei cittadini-consumatori disegnando scenari decisamente distopici – o almeno eroici – e dove i fanatismi vecchi e nuovi mettono in forse la pace mondiale, il politico “mediocre” è un toccasana di realismo capace di traghettarci dall’ignoto a un nuovo mondo possibile. E non ultimo, ottimo lettore, quasi istintivo, dei bisogni e dei desideri di chi lo elegge. Senza sovrastrutture o acchiappa baci. 

Nell’immagine: Cetto c’è. Senzadubbiamente


Olimpia sacra, Olimpia profana. Non c’è più religione… o sì?

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada 

Su un punto i ‘pagani’ greci di Giove Ottimo Massimo  e i cristiani nostri vicini di casa del vescovo Ambrogio e del predicatore nord-africano Agostino (di seguito Santi) erano d’accordo: si gareggia in onore degli Dei dell’Olimpo (gli antichi greci) o per la competizione pacifica, incruenta fra popoli e razze (il cattolico De Coubertin). Non per i soldi. Perché il Semidio Ercole ha portato a termine le sue 12 fatiche in espiazione dei suoi peccati (ha ucciso moglie e figli) in onore degli Dei e sempre in loro onore ha fatto 600 passi in linea retta (192,28 metri) senza ricompensa alcuna, inventando lo stadion, il nostro sprint.  E perché Pierre Fredy, barone di Coubertin, vuole assolutamente separare la sua Olimpiade dai giochi da baraccone inventati dagli impresari di fine ottocento, basati spesso sulle scommesse; fra i più ricchi e i più seguiti, le sfide fra i podisti inglesi e ‘Deer Foot’ (Piede di Cervo), un pellerossa.

Il termine preferito da De Coubertin è ‘cavalleresco’, sull’esempio del nobile cavaliere medioevale che trafigge il drago e salva la pulzella in pericolo: nel 1928  il vogatore australiano Henry Pearce è citato ad esempio perché si qualifica a stento per la finale (che vincerà) lasciando passare un’ anatra con i suoi anatroccoli che gli tagliavano la strada. 

Ma c’è dell’altro: gli inglesi che stanno codificando lo sport (il nostro sport) appartengono alle classi alte, sono educati a Eton, Rugby, Cambridge, Oxford. 

I loro ‘tutor’ li educano al ‘fair-play’ esattamente per separarli dalla suburra che trasportava una vescica di maiale giocando a ‘foot-ball’ da un villaggio all’altro senza regole e con molti gravi feriti. E si inventano le regole del dilettantismo: in pratica, gareggiano solo tra di loro, i ‘labourer’ sono esclusi. Immaginatevi un incontro di boxe fra un pallido figlio di Eton e uno scaricatore da porto sul Tamigi, una corsa fra loro e i ‘foot-men’, i messaggeri professionisti spesso preferiti alle diligenze, sovente assaltate. Insomma una netta separazione di classe (di ceto se non vi piace).

E così uno dei più grandi atleti della storia, Jim Thorpe (Stoccolma 1912), vincitore dell’eptathlon e del decathlon, viene squalificato per aver giocato a baseball ricevendo un’indennità di trasferta di 25 dollari. 

Thorpe, figlio di un irlandese e di una squaw Sioux che lo chiama Wha To Hook (Sentiero Lucente) morirà in miseria nel 1953, riabilitato dal presidente del CIO Lord Killanian nel 1982 e poi dal presidente statunitense Carter. Ultimo squalificato eccellente Karl Schranz, alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Sapporo, nel 1972. Era stato accusato da Avery Brundage (sesto a Stoccolma nel decathlon e fors’anche delatore di Thorpe) di essere pagato sottobanco dalla sua marca di sci. Ci avviciniamo alla fine di questo anacronismo, di questa straordinaria ipocrisia-crudeltà di classe (di ceto) nata nell’Ottocento.

I ricchi non avevano bisogno di soldi per sopravvivere, i poveri non potevano preparare per quattro anni le Olimpiadi senza qualche sponsor, senza qualche vil moneta. Lo stesso De Coubertin s’era accorto dell’assurdità e aveva dichiarato di essere stato costretto ad accettare il punto di vista inglese sul dilettantismo  per poter rifondare dopo 1503 anni i Giochi Olimpici (1896).

E aveva poi paragonato la purezza dell’atleta a quella del servizio religioso con una famosa sentenza: ‘A nessuno viene in mente di scomunicare l’elemosiniere che in Chiesa passa a chiedere l’obolo’. Non sempre dunque il denaro è ‘lo sterco del demonio’.

E così nella città sacra arrivano i ricchissimi fenomeni del basket americano (1984) e poi del tennis (1988) e poi tutti gli altri. A un patto: durante i Giochi niente pubblicità sulle maglie e niente soldi. Ma solo da parte del Comitato Olimpico. Le Federazioni di tutti gli sport hanno sempre ricompensato i loro eroi: al ritorno, come i greci ricompensavano lautamente i loro campioni, che dopo Olimpia avevano un circuito ricchissimo di giochi (Pitici, Istmici, Nemei, ecc.). O con un vitalizio per assistere gratis agli spettacoli. O con litri e litri di olio. Il saggio Solone pone un massimo di 500 dracme  (la paga annua di un docente) al ritorno dell’eroe olimpico.

Olimpia attrae tutti i grandi, anche i più ricchi e famosi, anche Federer che per la Svizzera ha sempre disputato il doppio di Davis di malavoglia, ma con Wawrinka ha vinto l’oro a Pechino 2008. L’eterno trionfo dell’olimpico Zeus e del suo seguace-rivale, il cristiano De Coubertin. L’oro olimpico, in realtà argento placcato in oro, vale ben più degli 800 dollari ufficiali. Il cuore di De Coubertin, murato in una colonna a Olimpia, riposa in pace. E con legittimo orgoglio.

Ora i soldi sono semplicemente annunciati pubblicamente dall’ex grande atleta Sebastian Coe, che per Los Angeles 2028 nell’atletica leggera prevede premi anche per l’argento e il bronzo. Molte nazioni hanno un sistema analogo a quello dell’atletica che ai Mondiali va dai 50-70’000 dollari o euro per l’oro ai 4’500 -5’000 per un ottavo posto: ma solo al ritorno del culto olimpico greco-pagano e cristiano, sia chiaro.

Nell’immagine: Imagerie d’Épinal, “Le grand diable d’argent”


Norma Bargetzi – “Non ci hanno viste arrivare”

In Cisgiordania si vivono ore di tensione: “Pagheremo noi la guerra dell’Iran”. Ma adesso non si esclude una nuova Intifada