Riconoscere la Palestina

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Tre paesi europei (due partecipi dell’UE) non certo classificabili fra i nemici dello Stato ebraico hanno deciso di riconoscere la Palestina: riconoscerla come Stato, uno Stato che fattualmente ancora non c’è. Spagna, Norvegia, Irlanda hanno compiuto questo passo, allargando così a 147 le nazioni aderenti all’ONU (circa i due terzi del totale dell’Assemblea) che hanno già operato la stessa scelta. Naturalmente contestatissima da Israele, criticata in particolare dagli Stati Uniti, e “non opportuna in questo momento” per la Svizzera.

Da un punto di vista del diritto internazionale, la decisione del terzetto europeo, e dei paesi che li hanno proceduti (in Europa tra gli altri anche la Svezia), si situa in una nebulosa in cui è arduo muoversi con disinvoltura e certezze. L’unico riferimento possibile sulla materia è la “Convenzione di Montevideo”: che ha però il “piccolo difetto” di essere stata varata nel lontano 1933, prima della seconda guerra mondiale, al tempo della Società delle Nazioni. Convenzione che, senza troppo approfondire, fornisce unicamente i tre criteri che determinerebbero una realtà statuale: un popolo, un potere governativo, una sovranità affermata.

Quindi, nel caso specifico della Palestina, soltanto uno degli elementi dettati dalla Convenzione ha pienamente senso, quella relativa al “popolo”: largamente contestata nella società israeliana (che vede i palestinesi come semplice appendice della comunità araba), e tuttavia accettato come realtà dagli accordi di Oslo (intesa Rabin-Arafat) che sancivano da parte del governo di Tel Aviv il riconoscimento dell’OLP come “legittimo rappresentante del popolo palestinese”. Per gli altri due pre-requisiti si è tragicamente in un vacuum: difficile considerare un “governo” affermato quello dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), che soggiace alla volontà e alla forza militare israeliane, che ha limitatissimi o inesistenti poteri giudiziari (la legge viene amministrata dalla magistratura militare israeliana), che è costretta a sopportare le aggressioni dei coloni ebrei più radicali spesso protetti dall’esercito israeliano; impossibile poi anche parlare di “sovranità”, perché in Cisgiordania anche le aree formalmente sotto amministrazione dell’ANP sono separate una dall’altra e comunque libero terreno di intervento da parte delle forze armate israeliane.

Tutto questo se si rimane a una interpretazione letterale e rigida della Carta di Montevideo. Ma dopo quasi un secolo, tutto è cambiato. E quelle prime regole, già di per sé molto superficiali, risultano ampiamente superate. Inevitabilmente adeguatesi sotto la forza di eventi e trasformazioni epocali. Anche nell’interpretazione di concetto di entità statale. Soprattutto, come nel caso della Palestina, quando il diritto riconosciuto internazionalmente è in pratica sopraffatto da una situazione imposta con la forza. Come ci si deve infatti comportare quando una parte, in questo caso il governo di Israele, ritiene di poter imporre con la forza la negazione della soluzione dei due Stati, com’è evidente ed esplicitamente teorizzato dal non rispetto della principale risoluzione ONU, la 242, che dopo le conquiste territoriali israeliane (Golan, Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) chiedeva il rientro dell’esercito israeliano entro i confini pre-bellici, quindi il ritiro dai territori occupati? Israele si è sempre opposta a questa interpretazione, col pretesto evidente che nella versione inglese della risoluzione l’espressione è “from territories”, “da territori”; quindi, a suo parere, non da tutti quelli occupati. Territori che in oltre mezzo secolo, e soprattutto in questi ultimi anni, sotto la spinta dei “partiti nazional-religiosi” alleati di Netanyahu, han visto moltiplicarsi il numero dei coloni ebrei (“settlers”), per la verità anch’essi ritenuti illegali dal diritto internazionale?

Uno statu-quo che la comunità internazionale ha quindi in gran parte voluto forzare, visto che la stragrande maggioranza delle nazioni all’ONU hanno deciso comunque il riconoscimento della Palestina (che finora ha ottenuto soltanto lo statuto di osservatore senza diritto di voto). E lo ha fatto richiamandosi anche ad alcuni precedenti. Tre in particolare: durante il secondo conflitto mondiale i governi in esilio di paesi occupati dal nazismo (auto-esiliatisi soprattutto in Gran Bretagna) vennero riconosciuti come rappresentanti delle loro nazioni pur non potendo esercitare su di esso un controllo statale; nel caso del Kosovo, visto che ancora oggi una parte della comunità internazionale si rifiuta di riconoscerlo come Stato; e nel caso del Sudan vi fu un riconoscimento del governo nella parte meridionale del paese (quella a maggioranza cristiana perseguitata) nonostante la realtà sul terreno contraddicesse le “regole base di Montevideo”. È anche tenendo conto di questi precedenti che, con un opportuno ammodernamento e uno strappo a una regola non più coerente con gli sconvolgimenti della nostra epoca, i due terzi delle nazioni dell’ONU hanno deciso il riconoscimento della Palestina. Molto significativa la motivazione fornita negli scorsi giorni da uno degli ultimi ad associarsi, il governo della Norvegia, cioè del paese che aveva avuto un ruolo attivo nel conseguimento degli inapplicati accordi di Oslo. Il suo ministro degli esteri ha affermato: “Siamo stati a lungo indotti a pensare il riconoscimento sarebbe arrivato alla fine del processo (di pace); ora abbiamo capito che è il riconoscimento a poter dare impulso al processo”.

Procedura, quella di Madrid, Oslo, Dublino, e d altre 170 nazioni, che oggi si propone di dare maggiore concretezza e prospettiva alla soluzione dei due Stati, di cui ora quasi tutte le cancellerie mondiali si riempiono la bocca dopo averla vergognosamente trascurata per almeno un ventennio; che vuole favorire la promozione di una rinnovata Autorità Nazionale Palestinese (poco rappresentativa, debole politicamente, diffusamente corrotta, declassata dalle limitazioni imposte da Israele) per portare poi sotto il suo governo anche gli oltre due milioni di gazawi, vittime della punizione collettiva inflitta – anche se avvolta nella conclamata necessità di sradicare Hamas dopo il feroce attacco terroristico del 7 ottobre – all’intera popolazione della Striscia. Un contributo al consolidamento del progetto, pur lontano, di una possibile pace, a cui, secondo logica e necessità, dovrebbero partecipare anche i paesi arabi “moderati” (sul piano della politica estera), Arabia Saudita in testa, indispensabili per una stabilizzazione della regione.

Anche per questo è difficile capire la ritrosia di Berna. Tempi inopportuni, ripete il dipartimento di Cassis. Aggiungendo che la soluzione dei due Stati che può venire soltanto da un negoziato diretto fra i protagonisti di quest’ultima guerra, una delle più terribili fra le tante che si sono inanellate in Medio Oriente. Posizione che cozza contro ogni evidenza, ogni possibilità, ogni strada praticabile. Un riconoscimento della Palestina, per insistere sulla necessità della coesistenza e la realizzazione di un diritto non riconosciuto a una delle parti, non comprometterebbe e non cambierebbe nulla nell’immediato. Se non uno scatto d’ira diplomatica di Israele. E la disapprovazione USA. Non sia mai!

Nell’immagine: Ignazio “Tempi inopportuni” Cassis


Accettare il massimo ottenuto (che non è poco)

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

A complemento di quanto scritto da Giovanna Ceccarelli su Naufraghi/e il 17 maggio riguardo alla votazione del 9 giugno sulla legge elettricità mi permetto di esporre in modo più equilibrato l’oggetto in votazione. Il pacchetto legislativo su cui votiamo è infatti fondamentale per l’approvvigionamento energetico svizzero e per la protezione del clima. La legge elettricità si inserisce coerentemente nel quadro dell’uscita dai combustibili fossili (dannosi per il clima, la nostra salute e l’intera biodiversità globale) e dal nucleare (rischioso, costoso e fonte di millenarie scorie radioattive) già decisi dal popolo; mira inoltre a garantire anche in futuro un approvvigionamento elettrico sicuro con fonti energetiche indigene, in particolare durante i mesi invernali.

Il pacchetto legislativo si muove su 3 assi principali.

Innanzitutto definisce degli obiettivi di produzione per il nuovo rinnovabile (solare, eolico, biomassa…) e l’idroelettrico (per tutto l’anno e per i mesi invernali). Per raggiungerli vengono ampliati gli strumenti di promozione del solare fotovoltaico, che ha dimostrato negli ultimi anni tutto il suo concreto potenziale. Inoltre si definiscono 16 progetti idroelettrici prioritari e condivisi anche con le associazioni ambientaliste per ampliare lo stoccaggio invernale. Infine si facilitano le procedure per l’installazione di impianti solari ed eolici.

L’ampliamento del nuovo rinnovabile avverrà nel massimo rispetto possibile della natura: si stima che l’80% degli impianti avverrà su edifici o infrastrutture esistenti. Le zone idonee per solare ed eolico saranno definite dai cantoni. In questo processo saranno garantiti tutti gli strumenti democratici e di ricorso attualmente in vigore. I biotopi di importanza nazionale saranno in ogni caso esclusi e gli aspetti naturalistici, paesaggistici e agricoli dovranno essere adeguatamente considerati nella pianificazione. Come tutte le maggiori associazioni ambientaliste svizzere (WWF, Pro Natura, Greenpeace, Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ATA, …) anche io ritengo questo un accettabile compromesso da mettere in relazione con l’obiettivo superiore da raggiungere che non possiamo mancare: uscita dal fossile e dal pericoloso nucleare. Grazie al lavoro dei e delle Verdi e delle associazioni ambientaliste, a livello nazionale si sono evitati importanti peggioramenti della legislazione della protezione dell’ambiente: ad esempio il diritto di ricorso e gli altri diritti democratici sono stati mantenuti, i deflussi minimi nei fiumi previsti dalla legge dovranno essere applicati al momento della scadenza delle concessioni idroelettriche. Per ridurre al minimo la pressione su superfici naturali I Verdi lanceranno prossimamente una iniziativa solare per introdurre l’obbligo di installazione del solare fotovoltaico o termico sugli edifici e infrastrutture esistenti, e quindi sfruttare al massimo il potenziale disponibile. Per quest’obbligo purtroppo non c’erano le maggioranze in Parlamento.

Il secondo pilastro importante è l’efficienza energetica. Il passaggio dal fossile all’elettrico implica già un uso più parsimonioso dell’energia. Ma la corrente elettrica meno cara è e rimane quella non consumata. È quindi importante ridurne il più possibile il consumo. La legge introduce importanti obiettivi di risparmio. Tra le misure proposte, alcune riguardano i distributori finali di corrente che saranno tenuti a promuovere strumenti e campagne di sensibilizzazione e consulenza per ridurre lo spreco energetico.

Il terzo fondamentale elemento è l’uso più efficiente della corrente elettrica rinnovabile, tramite delle reti elettriche più intelligenti e la possibilità di creare delle comunità di autoconsumo. Questo permetterà ai produttori decentrati di vendere corrente ai propri vicini o ai propri inquilini, permettendo di ottimizzare l’autoconsumo e di offrire loro corrente a prezzi più vantaggiosi. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma che da tempo aspettavamo.

Per un futuro energetico svizzero più indipendente, economico ed ecologico il 9 giugno voterò un chiaro sì alla legge elettricità.

Matteo Buzzi è deputato in Gran Consiglio (I Verdi)
Nell’immagine: impianto fotovoltaico di una comunità energetica italiana 


La corsa verso l’ora più buia

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

La deterrenza è una partita sofisticata e terribile, che ha tenuto per mezzo secolo l’umanità in sospeso sul baratro della distruzione nucleare ma in questo modo ha impedito che Nato e Urss arrivassero allo scontro diretto. “Una non pace”, come l’aveva definita George Orwell, perché sorretta dall’incombenza di migliaia di ordigni termonucleari pronti a esplodere nel giro di un decina di minuti. Gli schemi quasi scientifici che regolavano l’equilibrio del terrore si sono dissolti assieme al Muro di Berlino, nella speranza — o nell’illusione — che il mondo avrebbe smantellato l’arsenale atomico. Oggi i manuali della Guerra Fredda hanno perso qualsiasi efficacia: siamo davanti a una sfida assolutamente inedita e pertanto ancora più pericolosa

Lo dimostra il fatto che dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina per almeno trenta volte Vladimir Putin ha evocato la minaccia nucleare con toni sempre più assertivi, senza però venire minimamente preso sul serio dalle cancellerie occidentali. È vero: secondo molti statisti la deterrenza somiglia al poker, in cui si può persino osare il bluff. Ma solo fino a un certo punto, perché perdere la credibilità significa rinunciare al ruolo di potenza mondiale e scoprire le carte vuol dire premere il tasto rosso che lancia gli ordigni più devastanti di tutti. Molti analisti ritengono che ora il Cremlino sia pronto a tutto, tranne che a perdere la faccia: l’immagine di forza è quella che legittima il potere del nuovo Zar in patria e nel mondo; se ci rinuncia, abdica alla sua autorità.

Preso atto che le parole si sono dimostrate inutili, adesso Mosca si trova davanti a una scelta senza precedenti. Deve dissuadere gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna dall’autorizzare Kiev a impiegare missili a lungo raggio contro il territorio russo. Un via libera che potrebbe scagliare ondate di Atacms e Storm Shadow sulle retrovie dell’offensiva contro Kharkiv e sugli aeroporti da cui decollano i Sukhoi che bombardano senza sosta le difese ucraine: in pratica, il vantaggio accumulato dai russi in mesi di combattimenti potrebbe svanire nel giro di pochi giorni. E il volo dei cruise sul cielo delle città, da Belgorod a Voronez, da Krasnodar a Kursk, mostrebbe al popolo russo l’inferiorità militare del Paese.

Come può Mosca impedirlo? La dottrina elaborata nell’ultimo quarto di secolo prevede di fare leva sulla superiorità nel settore delle testate tattiche, che hanno una capacità distruttiva limitata ma comunque dieci volte superiore a Hiroshima. Finora però non sta funzionando. Neppure la prima esercitazione su larga scala con le ogive tolte dai bunker sotterranei e caricate sui lanciatori terrestri o nelle stive dei jet hanno influito sulle scelte di Parigi, Londra e — a quel che si sa — su Washington, dove tocca al presidente Biden prendere la decisione più importante alla luce del peso degli aiuti statunitensi. Il Cremlino quindi deve alzare “la posta in gioco” e — come annunciato dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov — “compiere nuovi passi nella deterrenza”. Ossia dimostrare all’Occidente che quello nucleare non è un bluff.

Non sappiamo cosa accadrà nelle prossime ore. Di sicuro, ci sarà una seconda fase delle grandi manovre con le testate tattiche che verosimilmente riguarderà il Baltico: potrebbero venire esibiti gli ordigni che da Kaliningrad possono cancellare cinque capitali della Nato e quelli dislocati in Bielorussia a poche decine di chilometri dai confini polacchi. Si tratta però di una mossa prevedibile e già preventivata dai leader dell’Europa settentrionale. Ecco che la proposta di Dmitrij Suslov, membro del Consiglio per la politica estera e la difesa, non pare più una valutazione accademica ma assume il profilo di una prospettiva concreta: fare scoppiare una bomba tattica, concretizzando nel mostruoso fungo di fuoco quanto Mosca sia disposta ad andare fino in fondo.

Da ventotto anni non ci sono più test del genere e Mosca un anno fa ha messo le mani avanti non ratificando più il trattato che li vietava. Il passo oltre è stabilire dove effettuare l’esplosione. In un poligono deserto della Siberia? Oppure, come chiedono i falchi dell’imperialismo russo, infliggere un colpo dimostrativo e terrificante sotto gli occhi degli ucraini e dell’Occidente? Nei mesi scorsi i Dottor Stranamore del Cremlino avevano ipotizzato di incenerire l’Isola dei Serpenti, il simbolo della resistenza contro l’aggressione russa piantato nel Mar Nero a metà strada tra Odessa e la Romania, ossia la Nato.

Sono scenari che appaiono incredibili ma vengono discussi sempre più spesso in questi giorni. “Non ci siamo più misurati con la prospettiva di un apocalisse dai tempi di Kennedy e della crisi di Cuba”, ha dichiarato Biden il 6 ottobre 2022, quando la disfatta delle truppe russe ha fatto temere che Putin usasse la bomba. Allora Washington, Londra e Parigi — le tre nazioni atomiche dell’Alleanza atlantica — trasmisero un messaggio chiaro: “La nostra risposta sarebbe convenzionale, ma di una violenza che non potete immaginare”. Contemporaneamente, però, si mise in moto la diplomazia per garantire che la ritirata da Kherson fosse incruenta e permettesse a Putin di salvare la faccia. Oggi chi sta lavorando per trovare un compromesso che fermi la corsa verso l’ora più buia?


Trump, condanna per corruzione ma è candidabile

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Di Alberto Simoni, La Stampa

Donald Trump è colpevole. Lui, miliardario, è inciampato in una serie di assegni per un totale di “appena” 130mila dollari. Sono quelli con cui ha rimborsato Michal Cohen, suo faccendiere e avvocato di fiducia sino a qualche anno fa, che nel 2016 aveva pagato di tasca propria Stormy Daniels, la pornostar con cui Trump aveva avuto una fugace relazione sessuale nel 2006 e che aveva minacciato a poche settimane dalle elezioni del 2016 di vuotare il sacco. Era finita con il silenzio comprato a colpi di assegni firmati da Cohen. E un’informazione, potenzialmente sensibile, tenuta lontano dagli elettori. La giuria condannando Trump ha in pratica avallato la tesi della procura che c’era uno schema atto a violare la legge federale sulle elezioni. Questo ha trasformato un reato come la falsificazione dei dati contabili in un crimine più grave.

La storia era emersa nel 2018 e da allora il procuratore di New York ha acceso un faro sino ad arrivare all’incriminazione, lo scorso anno, e poi al processo. Cinque settimane più una trascorsa a selezionare la giuria.

Il primo processo a un ex presidente si è concluso quando, da poco, erano passate le 17 a New York. I giurati, cinque donne e sette uomini, hanno impiegato poco più di 11 ore, spalmate in due giorni, per decidere il destino dell’ex uomo più potente del mondo e che ancora ambisce a tornare alla Casa Bianca. E i sondaggi al momento lo danno in vantaggio, pur di poco su Joe Biden.

Era richiesta l’unanimità nel verdetto. E la speranza che in fondo i legali di Donald coltivavano di arrivare a uno stallo (hung jury) è franata ben presto. Ieri mattina i giurati hanno riletto parte della testimonianza di Michael Cohen, l’uomo chiave del processo, e di David Pecker, ex editore di National Enquirer che aveva per primo captato le intenzioni di Stormy Daniels di rivelare il tradimento di Donald a Melania nel 2006. La notizia che la giuria era giunta a una conclusione è rimbalzata attorno alle 16:20 le (22:20 italiane) quando il giudice Merchan ha informato i legali del tycoon e l’ufficio del Procuratore Alvin Bragg che il dado era tratto. L’imputato Donald Trump si è quindi accomodato in aula, con lui oltre agli avvocati, c’era il figlio Eric. I giurati hanno chiesto al giudice Juan Merchan mezz’ora di tempo per completare la stesura del verdetto. Poi la lettura. Rapida. I capi di accusa erano 34, e in tutti Trump è stato ritenuto colpevole.

Ora gli occhi sono su Merchan, tocca a lui trasformare il verdetto di colpevolezza in una sentenza. Bisognerà però aspettare sino all’11 luglio per capire quale sarà. C’è una coincidenza curiosa, Trump attenderà il suo destino a New York, mentre a Washington i leader di 32 Paesi celebreranno i 75 anni dell’Alleanza atlantica, proprio quella Nato contro cui l’ex presidente più volte ha lanciato strali e minacciato di degradarla.

Trump rischia una pena di massimo quattro anni di prigione, ma difficilmente sarà ospitato a Rykers Island. Più probabili gli arresti domiciliari e alcune restrizioni. Forse il limite dell’uso dei social. Ma siamo in un terreno inesplorato, con una certezza: ieri Trump ha scritto suo malgrado un’altra pagina di storia americana: primo ex presidente condannato.


Colpevole

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 


Un secolo dopo, l’ultimo discorso di Matteotti nel parlamento italiano

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La malafede dei leader imprenditoriali

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Negli ultimi mesi le associazioni economiche cantonali, Camera di commercio (CC), Associazione industrie ticinesi (AITI) e Società impresari costruttori (SSIC), si sono espresse nelle rispettive assemblee in merito al ruolo degli imprenditori, ai salari e al ruolo dello Stato. 

La narrazione proposta da CC e AITI è quella dell’imprenditore, uomo solo al comando, creatore di ricchezza e posti di lavoro, che desidera lavorare senza chiedere niente per sé. Allo Stato però esse chiedono di sistemare i conti, riprendendo il controllo della spesa pubblica, a loro dire fuori controllo e in secondo luogo di sgravare fiscalmente le persone facoltose (su questo aspetto solo il fisco sa se tale richiesta è disinteressata o meno). La SSIC ha invece posizioni un po’ più sfumate e sembra concepire che attorno agli imprenditori ci siano delle “squadre” a costituire e fare l’impresa, così come non disdegna di chiedere esplicitamente allo Stato più investimenti pubblici per compensare il calo congiunturale di lavoro. 

La riflessione su chi è veramente il creatore di ricchezza, non è una questione di lana caprina, poiché condiziona pesantemente i rapporti di forza e di conseguenza la modalità di distribuire in busta paga la ricchezza generata. Se il merito è dell’imprenditore, la spartizione del reddito sarà maggiormente a suo vantaggio; se invece il merito è dell’intero gruppo, la spartizione dovrà essere più equamente distribuita su tutte le persone. Come la ricchezza prodotta viene distribuita ha poi evidenti ricadute sull’ammontare delle entrate (prelievi fiscali) e delle uscite (sussidi per i salari bassi) dello Stato. Dal momento che in Ticino 1/4 dei contribuenti è esentasse e che una delle uscite più importanti dello Stato è legata ai sussidi, si potrebbe dunque ipotizzare che tale situazione sia proprio dovuta ai bassi salari che i datori di lavoro mettono nella loro busta paga. Arriviamo dunque ai salari.

Quando l’Ufficio federale di statistica (UST) nel marzo 2024 aveva reso noto che la mediana salariale in Ticino era addirittura 1.200 Fr inferiore al salario mediano svizzero, dando così credito alla debolezza se non alla falsità della narrazione proposta dagli imprenditori, la CC reagì veementemente con un publiredazionale sui due quotidiani cantonali (CC – Salari e statistiche) con il quale denunciavano “distorsioni statistiche” che falsavano a suo dire i confronti. La CC infatti sostenne che paragonando i salari dei soli residenti senza quelli dei frontalieri e a parità di condizioni, la differenza del salario mediano tra Canton Ticino e media Svizzera si riduceva dal 18-20% all’8-10%. La fonte di queste affermazioni non era indicata. Il dato di fatto però è che l’Ufficio cantonale di statistica (USTAT), utilizzando proprio la metodologia rivendicata dalla CC, aveva già mostrato in un suo studio del gennaio 2023 (USTAT – Differenze salariali tra Ticino e resto della Svizzera) che la differenza salariale tra i residenti nel nostro cantone e quelli svizzeri a parità di condizioni diminuiva sì, ma non così radicalmente. L’USTAT proprio ad inizio maggio 2024 ha poi aggiornato tale statistica (USTAT – Salari nel 2022: Ticino e resto della Svizzera a confronto), mostrando come la differenza salariale a parità di struttura economica e di condizioni non scende all’8-10% come affermava la CC, bensì solamente al 15.8%. Ergo: la differenza salariale con il resto della Svizzera c’è, rimane ampia e non può essere attribuita a distorsioni statistiche, ma al fatto che i datori di lavoro del nostro cantone mettono meno soldi nelle tasche di lavoratrici e lavoratori rispetto ai colleghi imprenditori del resto della Svizzera. 

Differenziando poi le singole sezioni economiche si osservano notevoli differenze. Nel settore dell’edilizia di competenza della SSIC, dove la contrattazione sociale è molto presente, la disparità di salari con il resto della Svizzera senza considerare la differenza tra residenti e frontalieri diminuisce all’8.8%. Nel settore manifatturiero di competenza di AITI (nota bene, settore nel quale con lo pseudo-sindacato TiSin si voleva aggirare il salario minimo), la disparità salariale sempre senza considerare la differenza tra residenti e frontalieri sale invece al 42.2%. 

Come se non bastasse, CC e AITI – oltre ad aver sminuito dolosamente il grande divario salariale con il resto della Svizzera – hanno anche attaccato frontalmente la classe politica e lo Stato. A loro dire la politica sarebbe inadempiente e lo Stato sarebbe reo di prosciugare le tasche di cittadine e cittadini attraverso imposte e tasse troppo elevate, indebitamente prelevate per poter coprire le spese pubbliche fuori controllo. È vero che il tanto citato studio IDHEAP dell’UNI Losanna rileva che le spese del nostro cantone sono superiori alla media svizzera, ma se è vero che per i salari bisogna paragonare mele con mele, come afferma la CC, allora questo vale anche per il confronto delle spese pubbliche tra cantoni. Osservando le uscite pro-capite 2023 di cantoni alpini o di frontiera (magari ritenuti virtuosi come il Grigioni), rileviamo dati interessanti. Dividendo le uscite 2023 del nostro Cantone per il numero di abitanti otteniamo una spesa pubblica pro-capite di 11’900 Fr. Il Canton Grigioni presenta invece una spesa di 13’800 Fr pro-capite, quindi più alta del Ticino, così come Uri 12’160, Neuchatel 13’560 e Giura 13’600 Fr. Il Vallese, altro cantone alpino, presenta invece una spesa pubblica pro-capite di 11’040 Fr. Elemento che accomuna tutti i cantoni citati è che beneficiano di versamenti dalla perequazione intercantonale. Se però il Ticino con ciò che riceve dalla perequazione nazionale copre solo l’1.6% delle proprie uscite, il Vallese che ha una spesa pro-capite inferiore al Ticino, copre invece ben il 21.3% (!) del suo fabbisogno. Il Grigioni copre invece il 9.6%, Uri il 14.7%, Neuchatel l’11.6% e il Giura copre il 15.3%. Questi dati mostrano che il Cantone non è uno spendaccione se paragonato ad altri cantoni con condizioni simili. Vi è da credere che se Vitta ricevesse ogni anno dalla perequazione nazionale 250 milioni come il Canton Grigioni (non parliamo poi degli 850 milioni del Vallese), non avrebbe grandi problemi a riportare ampiamente gli indicatori finanziari in territori virtuosi. 

Andando poi a vedere se lo Stato stia effettivamente tartassando cittadine e cittadini di tasse e imposte, come vorrebbero lasciar intendere CC e AITI, scopriamo che in Ticino le tasse causali sono sì aumentate negli ultimi anni, ma tale carico, cosa che la CC si è guardata bene dal dire, rimane ancora nella media svizzera (Finanziamento mediante tasse e emolumenti nel 2021). In merito al carico fiscale invece, si lascia dolosamente intendere che esso sia crescente e si prelevi indebitamente denaro dalle tasche di cittadine e cittadini. Ma anche questa accusa è confutata dai dati statistici (Imposta cantonale sul reddito delle persone fisiche per fasce di imponibile) che mostrano per ogni fascia di imponibile, eccetto quella oltre i 200’000 Fr., una diminuzione dal 2003 ad oggi del versamento fiscale medio pro-capite. Se pensiamo poi alle spese obbligatorie (affitto, cassa malati, assicurazioni varie) che si dice erodano il potere d’acquisto di cittadine e cittadini, tali soldi non vanno bruciati, ma finiscono pur sempre nelle tasche di qualcuno. Una recente statistica dell’Unione sindacale svizzera (USS – Verteilungsbericht 2024) ha mostrato che gli unici redditi aumentati negli ultimi 5 anni sono quelli alti. Una coincidenza? Se poi questi alti redditi vengono sgravati fiscalmente, i soldi non ritorneranno di certo mai al ceto medio e medio-basso, ma rimarranno ai redditi più alti, che potranno poi essere osannati come quelli che sostengono la socialità di quelle persone del nostro cantone alle quali non viene dato un salario adeguato.

Davanti a questi dati cosa devono pensare la politica e l’opinione pubblica della categoria imprenditoriale o quantomeno dei loro leader? Quando parte delle associazioni economiche e dei partiti che le sostengono si arrogano l’esclusivo merito di produrre ricchezza, vantandosi di generare in Ticino un PIL pro-capite fra i primi 7-8 posti in Svizzera e poi si scopre che tale PIL non si traduce in salari sonanti nella media con quelli del resto della Svizzera, non vien da pensare che qualcuno si stia intascando il grosso dei guadagni, lucidandosi così il proprio blasone sulle spalle del resto della squadra? Quando poi si scopre che il tentativo di rifilare la colpa allo Stato e dunque ancora alla collettività per la precarietà di cittadine e cittadini non regge alla prova dei dati, non vien da pensare che i rappresentanti delle associazioni economiche stiano erigendo cortine fumogene per nascondere la loro incapacità o la loro malafede? 

Sembra veramente di essere tornati ad una cultura feudale ante Rivoluzione francese dove la collettività è ridotta a popolino servo della gleba che deve ringraziare con deferenza il proprio Signore/Imprenditore, quale artefice unico della propria sussistenza. Vogliamo rimanere a questo genere di cultura di gruppo o vogliamo che ogni persona prenda in mano il proprio valore senza attendere che sia il magnanimo e paterno imprenditore a riconoscerlo? Chi ritiene di non ricevere un adeguato compenso per il proprio lavoro è bene che vada a cercare in sé la forza per andare a prenderselo da solo, il proprio valore, perché l’alternativa è mettersi nella posizione del servo e non del cittadino che contribuisce a pieno titolo all’impresa di produrre prosperità e benessere per sé e per tutta la collettività.

Marco Noi è co-coordinatore de I Verdi del Ticino
Nell’immagine: il confronto sulle cifre non è gradito


Strage di Piazza della Loggia, spunta una traccia ticinese

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Di Marco Tagliabue, tvsvizzera.it

“Mio padre è un fascista che non ha mai rinnegato nulla”: una testimonianza inedita della figlia di un imprenditore di Bellinzona che legherebbe il Canton Ticino e l’attentato di Piazza della Loggia a Brescia del 1974. Per quella strage, la giustizia italiana ha dovuto districarsi tra omertà, depistaggi, fughe all’estero, misteriosi omicidi. Erano gli anni della cosiddetta “Strategia della tensione”. La matrice della strage è certificata dalle sentenze: neofascista a scopi eversivi. Oggi, a distanza di 50 anni, comincia un nuovo processo, il quinto.  Questa volta a carico di Marco Toffaloni, cittadino italo-svizzero che vive nel Canton Grigioni. È ritenuto dai magistrati uno degli autori materiali dell’attentato, seppur fosse all’epoca solo 17enne. Tra quelli che nascose la bomba in un cestino in piazza il 28 maggio, che esplose alle 10.12 durante una manifestazione sindacale organizzata proprio contro la violenza neofascista. Sulla fuga di Toffaloni dall’Italia per approdare in Svizzera agli inizi degli anni ’80, si addensano le nubi del sostegno da parte di una rete nera internazionale.

“La Svizzera non era mai capitata prima come luogo di permanenza all’estero”, conferma Federico Sinicato, avvocato di parte civile che da anni sostiene in tribunale i familiari delle vittime. “Lugano e Chiasso, invece, essendo vicini al confine italiano, erano spesso utilizzati come luoghi di riunione lontano dagli occhi della polizia”. Infatti, documenti inediti dei servizi segreti italiani portano direttamente nella Svizzera italiana. Continua Sinicato: “A Bellinzona si tengono una serie di riunioni di neofascisti, non solo italiani, due mesi dopo la strage di Brescia”.

I dettagli di una di queste riunioni spuntano in un primo documento: “Un gruppo di 48 estremisti di destra italiani dal 5 al 7 agosto 1974  si riuniscono vicino a Bellinzona”. In un successivo documento si precisa la località “tra Mesocco e San Bernardino Villaggio”.

Non si sono tracce della riunione degli estremisti di destra

Il segretario comunale di Mesocco, Giorgio Cereghetti, spulcia con noi gli archivi del Municipio: “Se la popolazione avesse notato qualcosa, ci sarebbero tracce nei verbali del consiglio comunale del 1974, un raduno simile non può essere passato inosservato”, spiega alla RSI. La ricerca non porta a nulla, sui documenti nessun accenno ad un raduno, ma Cereghetti ricorda: “In quel periodo nei Grigioni c’era un grosso movimento di operai, a centinaia, per la costruzione dell’autostrada. È possibile che un viavai simile abbia potuto confondersi con queste attività”.

Ed è qui che la storia della strage si intreccia con quella di un imprenditore bresciano che, nel 1974, vive a Bellinzona con la famiglia: Marcello Mainardi.

“Noi avevamo gli appalti di tutte le mense dei cantieri delle autostrade, dai Grigioni fino a Zurigo. Abbiamo cominciato dalla diga del Ritom, eravamo anche a Beznau per la centrale nucleare. Eravamo un Kantinenbetriebe”: la figlia di Mainardi accetta di raccontare a Falò la propria versione dei fatti, a condizione di non mostrare il viso. “Mio padre aderisce a soli 15 anni alla Repubblica sociale di Salo’ (lo stato autonomo fondato da Mussolini dopo l’armistizio del 1943 ed alleato alla Germania nazista, ndr.). Dopo la guerra è stato incarcerato per mesi. Al ritorno a casa non trova lavoro, perché tutta la famiglia è additata come fascista. Mia nonna si trasferisce in Svizzera, pochi anni dopo mio padre la raggiunge e cominciano l’attività di gestione di mense per operai”.

Marcello Mainardi

Marcello Mainardi e la sua famiglia vivono per anni a Domat Ems nel Canton Grigioni per poi trasferirsi a Bellinzona. “Io non riuscivo ad imparare il tedesco, mia madre voleva che studiassi l’italiano e poi eravamo più vicino a Brescia”, racconta la donna alla RSI.

Marcello Mainardi, infatti, rimane in contatto con gli ex camerati in Italia, entrando infine nell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo”. Fonda il gruppo di Brescia con il nome di Riscossa, finanziando e dirigendo una rivista su cui scrive talvolta anche la figlia.

“Riscossa era un giornale di propaganda politica, credevamo negli ideali di destra, il motto della rivista richiamava quello delle SS.  Le riunioni di redazioni si svolgevano a Bellinzona, ricevevamo amici e camerati a casa provenienti dall’Italia”, spiega ancora ai nostri microfoni la figlia di Mainardi. Nel marzo del 1974 il Giornale del Popolo si interessa a Marcello Mainardi, con un lungo articolo dal titolo “Vive nella nostra città il finanziatore di una rivista neonazista?”. Secondo lo storico locarnese Raphal Rues del sito Historicae Insubriae “in Svizzera vi è in questo periodo una mancanza di una base legislativa che sanzioni idee fasciste e naziste, che permettono a queste organizzazioni eversive di operare praticamente in un’impunità quasi assoluta”.

“Le sconsigliamo di tornare in Italia perché rischia di essere arrestato”

Poi, il 28 maggio scoppia la bomba a Brescia. I primi fermati dalla polizia italiana sono dei collaboratori di Riscossa. Ricorda la figlia di Mainardi: “Il Ticino va in subbuglio per la presenza di mio padre. Noi vivevamo a Palazzo Janina vicino al cimitero di Bellinzona e un giornale ne pubblica il nome. Ero una ragazzina, a scuola cominciano a chiamarmi bombarola”. Anche il Gran Consiglio ticinese si preoccupa della presenza dei neofascisti, e sollecita Berna una risposta con una risoluzione del 25 giugno 1974. Pietro Martinelli è tra i firmatari e ricorda: “La risposta dell’allora Capo Dipartimento di Polizia Alberto Lepori, è imbarazzata. Ammette che le autorità di polizia federali erano tolleranti con l’estremismo di destra”.

Nei documenti emerge una citazione diretta a Mainardi: “Conosciamo la sua attività con la rivista Riscossa ma Mainardi non ha mai commesso reati in Svizzera”. La figlia ricorda che il padre viene convocato poco giorni dopo dalla polizia a Berna per un interrogatorio sulla strage di Brescia: “Gli dicono – signor Mainardi, noi controlliamo da tempo la sua casa, sappiamo chi viene a trovarla a Bellinzona, non condividiamo le sue idee ma questo è un paese libero. Le sconsigliamo di tornare in Italia perché rischia di essere arrestato”.

Passano poche settimane e a casa Mainardi, a Bellinzona, arrivano le prime telefonate minatorie. “Una l’ho ricevuta io. Dicevano –  Sappiamo che siete fascisti, morirete tutti. Poi arrivano delle lettere con minacce di morte. Infine, sullo specchio dell’ascensore di casa, troviamo incisa una stella a cinque punte, quella delle Brigate Rosse”. La polizia ticinese conferma la concretezza delle intimidazioni e Marcello Mainardi decide di trasferire la famiglia a Roveredo nei Grigioni.

Gli autori delle minacce non furono individuati. Marcello Mainardi morirà nel 1989, non è mai stato incriminato per la strage di Piazza della Loggia.

“Attentanto non di matrice di estrema destra”

Secondo la figlia di Mainardi, l’attentato non può avere una matrice di estrema destra: “Non è nella nostra tradizione, il militante di destra si confronta direttamente, non c’è onore nella bomba, è qualcosa piuttosto vicino agli anarchici. Mio padre era poi ostile alla violenza politica.  Era un periodo in cui c’erano infiltrati dei servizi segreti in entrambi gli schieramenti e lui temeva la manipolazione, soprattutto dei più giovani. Mio padre era convinto che quella di Brescia fosse una strage di Stato”.

Le sentenze italiane, tuttavia, hanno certificato la responsabilità degli organi di Ordine nuovo nell’organizzazione dell’attentato: Carlo Maria Maggi viene condannato all’ergastolo nel 2017 come l’organizzatore della strage (muore poi nel 2018) ed era il capo di Ordine Nuovo di tutto il Nord Italia.

Domande aperte e nuovo processo

Rimangono aperte delle domande. È stato Marcello Mainardi ad organizzare la riunione dell’agosto del 1974? Proprio a San Bernardino, in quel periodo, c’erano le mense della sua ditta e le baracche dove dormivano centinaia di operai.

“Lo escludo categoricamente. Piuttosto noi a San Bernardino ci radunavamo a Capodanno. C’era anche Carlo Maria Maggi, era un amico di mio padre, si stimavano. Era una persona col cuore d’oro”. Nessuna riunione di neofascisti ad agosto ‘74 ma incontri con Carlo Maria Maggi, considerato la mente della strage di Brescia, secondo la figlia di Mainardi.

Esclude anche che il padre possa aver conosciuto o aver dato ospitalità ed aiuto a Marco Toffaloni: “Mio padre era di un’altra generazione, Toffaloni era un ragazzino”.

Forse alcune risposte arriveranno dal processo che ricomincia il 30 maggio a Brescia, ma l’impressione è che questa storia, per la Svizzera italiana, ha ancora pagine inedite da scrivere.

  • Questo articolo riassume quanto emerso dall’inchiesta di Falò “La strage, i fascisti e la Svizzera” (che si può rivedere su Play RSI), realizzata da Marco Tagliabue e Maria Roselli, andata in onda il 23 maggio scorso

Nell’immagine: un numero della rivista fascista diretta da Marcello Mainardi


Piazza della Loggia, le parole non dette

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Di Carlo Galli, La Repubblica

C’è qualche cosa di triste nella difficoltà manifestata dalla presidente del consiglio a partecipare alla riflessione pubblica che nel nostro paese ha accompagnato il 50º anniversario della strage di piazza della Loggia a Brescia. Una riflessione alla quale naturalmente ha dato il via con la propria autorevolezza il capo dello Stato che ha ben sottolineato come si sia trattato di un episodio fra i più efferati di una strategia della tensione volta a minare le fondamenta morali e per conseguenza politico-istituzionali della Repubblica democratica. Una strategia indubitabilmente di destra, fascista, nella ideazione e nell’esecuzione.

Riconosciuta e ricordata in quanto tale, cioè con questa matrice e con queste finalità,la strage di piazza della Loggia fa parte dell’identità italiana. Superato il pericolo immediatamente politico da essa rappresentato, come da altri stragi di analoga matrice, non è superata la sua efficacia nella memoria collettiva, a rafforzare le motivazioni ideali della nostra coesistenza civile. Da questo punto di vista, il dramma di Brescia è patrimonio comune di tutta Italia.

Ora, sembra quasi impossibile che il vertice governativo si sia mostrato reticente, e riluttante a nominare apertamente la matrice fascista della strage. Generando così quasi altrettanto sconcerto che se fosse rimasto in silenzio, come inizialmente si era temuto. D’accordo, il governo non ha la funzione di rappresentare l’unità nazionale. È una istituzione politica, quindi di parte in quanto gode della fiducia della maggioranza del parlamento. È suo diritto interpretare e condurre l’azione governativa secondo specifiche e peculiari linee ideologiche e operative. Tuttavia, particolarmente da un governo che fonda la propria politica sopra la rivendicazione dell’identità italiana, dell’orgoglio nazionale e della tradizione patria, ci si aspetta una piena adesione ai punti di svolta, ai momenti critici, alle sfide più drammatiche da cui quell’identità, quella tradizione, sono state messe alla prova. Ci si aspetta insomma la capacità di interpretare la storia d’Italia secondo una direttrice e in una cornice adeguata all’impianto costituzionale e ai valori repubblicani e democratici che si sono iscritti. Tanto più che su episodi come la strage di piazza della Loggia è ben difficile che vi siano punti di vista alternativi o rivendicazioni di un qualche suo significato politico positivo. Non c’è spazio per la controversia politica a questo riguardo.

La sconcertante lontananza dei vertici del governo dalla comune e condivisa sensibilità storica della democrazia italiana non può nascere dall’adesione ideologica al fascismo storico, per evidenti motivi di distanza temporale e di assoluta diversità delle condizioni storico politiche; e naturalmente non può nemmeno essere motivata dalla vicinanza operativa con le frange fasciste che furono la manovalanza degli anni Settanta, al servizio di poteri antidemocratici. No; si tratta semmai di una lontananza culturale, di una malcelata separatezza dal cammino democratico del paese, e quindi anche da una debole partecipazione alle tragedie che l’hanno segnato. Una sindrome da stranieri in patria, insomma, da cui lentamente gli eredi della destra prima neofascista poi post fascista infine afascista si sono detti liberati, ma evidentemente non del tutto, come se la loro provenienza da lontano non permettesse di aderire pienamente alle gioie e ai dolori della Repubblica democratica. Come se al governo della Repubblica ci fossero donne e uomini politici che con la Repubblica non si identificano pienamente. Come se la fedeltà al passato — all’esilio interno della prima Repubblica, all’esclusione subita con rabbia e orgoglio — non passasse mai.

È per questo motivo, per questa estraneità, che l’antifascismo come parola, prima che come valore, non rientra nel lessico politico della destra al governo. Ed è per questo motivo che una strage fascista non ha in questo governo la risonanza che dovrebbe avere. Un’occasione sprecata per storicizzare il proprio passato, per affermare con un gesto e con una parola un’identità politica di destra sì, ma lontana dal neofascismo. Cioè conservatrice, come si proclama oggi FdI. Il giorno anniversario della strage di piazza della Loggia poteva — doveva — essere utilizzato per una riconciliazione con la storia democratica di tutto il paese. Perché non è ancora il momento?

Nell’immagine: il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella durante la commemorazione della strage di Piazza Loggia a Brescia


Rivolte e occupazioni, vicine e lontane

Perché farlo per “uno Stato che non c’è” e in piena guerra di Gaza; e perché la Svizzera, sbagliando, non ne vuole sapere 

Cinquant’anni fa – tra marzo e maggio del 1974 – ci fu la rivolta studentesca al liceo di Lugano: assemblee, occupazioni, stato d’agitazione permanente. Il 17 maggio un intervento della polizia sgomberò l’assemblea cantonale. Il giorno dopo un numeroso corteo scese per le strade della città.

Il 29 maggio 2021, un inquietante dispiegamento di polizia, rafforzato da corpi giunti d’oltralpe, sgomberava il Centro Sociale il Molino, per poi abbatterne illegalmente una parte, sabato notte.

A tre anni di distanza e dopo sette occupazioni – l’ultima sgomberata il 26 dicembre scorso, nonostante un fitto programma di iniziative sociali, culturali e politiche – la situazione sembra essere tornata quella precedente l’occupazione del liceo di Lugano nel 1974: un odore di chiuso e di vecchio che si combina piuttosto bene con il contesto occidentale generale, nel quale i tempi più cupi del secolo scorso sembrano ogni giorno più vicini.

Alcuni giorni fa, in una gremita aula del centro professionale di Trevano, si sono ricordate e ripercorse “ribellioni, rivolte, occupazioni, conflitti e assemblee” di quel maggio del 1974. A far riflettere – tra le tante cose – anche il fatto che quelle stesse parole e pratiche, rimangano oggi tabù, agitate spesso come spauracchi per giustificare repressioni sempre più sproporzionate.

A tre anni dallo sgombero del centro sociale occupato e autogestito, rimangono infatti il vuoto e l’urgente necessità di uno spazio libero al di fuori dalle imposizioni di Stato e mercato. Un luogo in cui confrontare e intraprendere percorsi di autodeterminazione, ribellione, libertà ed emancipazione.

Una necessità spaziale, in un mondo e in una “città-ticino”, in cui la generalizzata accettazione di un territorio-gabbia, ipercontrollato, pacificato e securizzato sembrano soddisfare sempre più goffamente l’artefatto bisogno di sicurezza percepita. Un territorio invaso da telecamere, polizia, radar, cemento, sbarre, fili spinati, leggi speciali, droni, in cui il tasso di suicidi e di ricoveri psichiatrici, dovuti soprattutto ad ansia e depressioni, è in allarmante aumento, soprattutto tra le persone più giovani.

Sarà forse solo un caso che una delle uniche università a non essersi mobilitata in Svizzera sulla questione palestinese sia quella nostrana, feudo politico ciellino-leghista? Un ateneo pacificato e asettico in cui una delle ultime iniziative del SOA il Molino sulla situazione attuale a Gaza, è stata banalizzata dalla retorica ufficiale come il consueto problema di ordine pubblico, con tanto di lezioncina sull’antisemitismo strombazzata dai giovani UDC. Partito con documentati legami con l’estrema destra neonazista, come Junge Tat e Nemesis, vedi ad esempio il neo-eletto municipale Marco Chiesa, immortalato a palazzo federale con alcune “attiviste” del gruppo Nemesis nel 2023.

Quella recentemente organizzata all’USI assieme al Coordinamento Unitario per la Palestina (CUSP), partecipata da una settantina di persone, riunite sotto il tetto videosorvegliato dell’entrata sul retro dell’USI, ha discusso sugli interessi economici e politici tra la Confederazione svizzera (in cui il municipio di Lugano è parte particolarmente attiva tra inviti, progetti, accordi e start up) e lo Stato di Israele.

Iniziativa che, come tante da noi organizzate (ultimo esempio quella svoltasi venerdì scorso, sulla resistenza del popolo Mapuche), si è tenuta all’Università. Fosse anche perché, oltre ad essere un sedicente luogo di formazione del pensiero critico, rimane anche l’unico spazio pubblico coperto da un tetto in questa città, fatta eccezione per gli autosilo! E al posto di indignarsi sul fatto che in Ticino “debbano essere i molinari a mobilitarsi per la Palestina” (come facciamo dal 1996 d’altronde!), sarebbe magari utile chiedersi come mai il terreno universitario (e in generale questo territorio) non producano nessuna ribellione, nessuna azione critica, nessuna anomalia al di fuori del possibile e dello stabilito. Una delle poche eccezioni la fondamentale esperienza della Fabbrica di Ospitalità, nata su iniziativa di docenti e studenti dell’Accademia di architettura di Mendrisio e mobilitata attorno alla questione migrante.

È invece in perenne iperproduzione il vomitevole discorso di chiusura e di paura che s’estende in Ticino e in Europa. Ultimo esempio l’allarmismo di varie istituzioni politiche sulla questione antisemita, senza che mai ci sia la richiesta di chiedere conto delle varie posizioni sovraniste, razziste e securitarie tanto in voga. Nessuno in grado di mettere minimamente in relazione il fatto che i “democratici di centro”, che difendono ora il genocidio di Gaza, sono gli stessi che rinchiudono persone migranti, discriminano persone rom, giovani esuberanti, persone transgender, anarchici e autogestiti. Basta vedere l’ultima becera e devastante iniziativa “per la protezione delle frontiere”, proprio mentre si fanno paladini della difesa dello Stato di Israele, i cui principi sono esattamente gli stessi: razzismo, dominazione, controllo!

From the river to the see, Palestine will be free è invece uno slogan coniato nel 1964 dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Viene scandito oggi proprio per rivendicare un territorio libero dall’occupazione e dal dominio dello stato colonialista israeliano. Un territorio nel quale il popolo palestinese possa vivere come comunità di persone liberata dalla dominazione coloniale. Dove possa vivere assieme a ogni altra persona libera, di qualsiasi confessione essa sia, come del resto è stato per oltre tre secoli sotto la dominazione ottomana (evidentemente anche la storia si studia molto poco nelle università ciellino-leghiste).

Sin dalle sue origini nel 1948, quella dello Stato israeliano di occupazione è infatti un’evidente politica del fatto compiuto. Occorre dunque partire dal dato di fatto che il popolo palestinese vive una situazione di apartheid, di occupazione e di colonizzazione: nella stessa Israele trattati come persone di seconda fascia, a Gaza rinchiusi e bombardati, in Cisgiordania contornati da un muro illegale e da check-points e nei campi profughi costretti a sopravvivere senza nessun diritto a un ritorno alle terre dalle quali sono stati espulsi nel 1948!

Per questo, dal fiume fino al mare, la Palestina sarà libera! E proprio in solidarietà alla Palestina scenderemo di nuovo in strada, a chiamata del CUSP, sabato 1 giugno 2024 alle 14.00 Lugano.

Ricordando infine che le responsabilità della vile distruzione di parte dell’ex macello sono sotto gli occhi di tuttx. Risiedono nelle alte cariche statali, municipali e di polizia che hanno programmato e agito nelle zone grigie di questo Paese, per quella che è stata una chiara azione punitiva e vendicativa. Vedremo se l’apertura dei sigilli lo potrà pure certificare ufficialmente.

A 50, a 28, a 3 anni da rivolte, occupazioni e sgomberi è forse giunto il tempo di riprendere attivamente quelle pratiche di resistenza, di solidarietà e di lotta tanto in voga allora, a fianco delle rivolte che scrivono la storia. In ogni caso, noi saremo ancora in giro a tesserle, nelle strade, nelle piazze, nelle università e in ogni luogo utile alla necessaria autodeterminazione.

Testo condensato dalla redazione. Qui la versione integrale