Cosa succede dopo il rimpasto di Putin, la mossa dello Zar per sopravvivere alla sua guerra lunga

l senso della manovra è di proteggere economia e società dal conflitto ucraino: perché in Russia impero e regime cadono insieme 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

La guerra di logoramento logora anche chi pare la stia vincendo. Se è vero che l’Ucraina è un paese semidistrutto, per un quinto occupato dal nemico, totalmente dipendente dall’aiuto occidentale e ormai a rischio collasso per ammissione dei suoi stessi leader, la Russia non ha speciali motivi per festeggiare.

Certo, ha resistito molto meglio del previsto alle sanzioni americane ed europee. Di più: può contare sull’autosufficienza alimentare ed energetica, a differenza della gran parte dei sanzionanti o fingenti tali.

Ma deve fare i conti con la realtà: l’operazione militare speciale è guerra a tutto tondo che impegna la Russia su vari fronti contemporaneamente, ma verte sulla stabilità e sul connesso benessere in casa propria.

Con un limite chiaro: Putin non può permettersi una mobilitazione totale che minerebbe alla base il patto sociale stabilito non solo con le élite ma con la borghesia di Mosca, San Pietroburgo e della Russia europea in genere. Insomma, con i russi che contano. E che non vogliono dover contare i propri giovani morti in battaglia né tirare la cinghia per il Donbass da ricostruire. Le perdite più gravi per la Russia non sono i morti al fronte ma le centinaia di migliaia – forse un milione e più – di cittadini ricchi, spesso giovani, che hanno lasciato il Paese a causa della guerra. Per protesta, per calcolo personale o per entrambe le ragioni.

Ancora meno – e per lo stesso motivo: il consenso – Putin può orientare l’economia all’ossessivo servizio del settore militare, concausa a suo tempo del crollo sovietico. Specialmente se l’aumento delle spese per la difesa è accompagnato dalla dispersione dei relativi investimenti causa inefficienza e corruzione.

Il senso principale del rimpasto di governo, in particolare dell’installazione di un economista, Andrej Belusov, alla guida del ministero della Difesa, deriva dalla necessità di turare le falle nella gestione dell’economia di guerra. La Russia si attrezza per una guerra lunga. Economica e sociale, non solo militare. Al di là dell’Ucraina, dove persegue l’obiettivo di una lunga tregua che sanzionerebbe le sue conquiste e le assicurerebbe l’obiettivo strategico: tenere Kiev fuori dalla Nato. Soprattutto senza missili e basi americane al suo interno.

Il confronto militare con l’”Occidente collettivo” è destinato a estendersi nel tempo e nello spazio. Quindi si tratta di curare i mali strutturali che potrebbero incrinare la tenuta dell’impero e del suo regime. Destinati a resistere o a cadere insieme, come storia russa conferma.

La sostituzione del ministro della Difesa Shoigu con un economista esterno al cerchio magico putiniano, di formazione accademica, soprattutto onesto e sobrio – quindi perfetto opposto del predecessore deposto, intimo del capo, corrotto e propenso alla bottiglia – chiude definitivamente il caso Prigozhin. Fatto fuori con le spicce il sindacalista ribelle della Wagner, Putin ne rimuove l’indifendibile avversario, poco stimato dai militari che nominalmente comandava. Certo nemmeno Belusov dirigerà le Forze armate, compito che resta al discusso Gerasimov e ai generali di prima fila, fra i quali un ruolo crescente potrebbe assumere Surovikin, appena rientrato dall’Africa. Il tutto sotto lo stretto controllo di Putin. Ma il professore di economia dovrà far marciare l’apparato militar-industriale, cuore dell’economia di guerra, riducendone le leggendarie sacche di inefficienza. In coordinamento con gli altri settori strategici che il Cremlino sta riorganizzando per la guerra lunga, a cominciare dall’agricoltura.

Siamo in Russia, quindi il governo non governa, amministra secondo le direttive del Cremlino. È funzione tecnica, non strategica. Quest’ultima pertiene a Putin e al suo gruppo di potere: l’intelligence civile e militare, non brillante almeno nella prima fase della guerra d’Ucraina. Sotto questo profilo, sarà interessante vedere che fine farà l’anziano Nikolaj Patrushev, già strettissimo consigliere del presidente, che lascia il posto di responsabile del Consiglio di Sicurezza allo stesso Shoigu – segno del depotenziamento di quest’organo. Come sarà da valutare l’ascesa del figlio Dmitrij – che sarà uno dei viceministri del confermatissimo Mishustin – non dotato dei talenti paterni ma da tempo considerato fra i possibili successori di Putin. Perché in un regime che poggia sulle spie il criterio ultimo di valutazione è la fedeltà al capo.

Interessante infine la conferma di Sergej Lavrov, che (non) festeggia il ventesimo anno di abile gestione del ministero degli Esteri. Del quale si sa non fosse entusiasta dell’operazione speciale – come diversi altri uomini di vertice – ma non di meno continua a servire il suo Paese da universalmente stimato tecnico della diplomazia. E che proprio non riesce ad andare in pensione a rileggersi l’amato Bulgakov.


Tblisi, 50.000 in piazza contro la «legge sugli agenti stranieri» in stile Mosca

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Di Francesca Brusa, il manifesto

Nessuno in Georgia sembra disposto a fare un passo indietro. La discussione parlamentare attorno al disegno di legge sulla «trasparenza delle influenze straniere» (anche nota come «legge sugli agenti stranieri») continua a trovare l’opposizione decisa da parte della società civile, che si riversa da tempo per le strade della capitale Tbilisi in massicce manifestazioni, nonché da parte di rappresentanti dello stesso partito di governo Sogno Georgiano e dell’Unione europea.

IERI UNA VENTINA di università del paese sono entrate in sciopero, con gli studenti che hanno dato vita a cortei e si sono uniti alle proteste di fronte al parlamento. In mattinata, inoltre, si sono verificati venti arresti da parte della polizia che ha anche disperso la folla in maniera violenta (dall’inizio di marzo è stato documentato l’uso di proiettili di gomma, lacrimogeni e idranti e ci sono testimonianze di pestaggi; sempre ieri l’organo indipendente dei Servizi Investigativi Speciali ha annunciato di aver avviato un indagine su presunti abusi delle forze dell’ordine). Ma la tenacia e soprattutto il numero dei manifestanti appaiono difficili da scalfire: le stime parlano di almeno 50mila persone in piazza nelle giornate di sabato e domenica e le immagini mostrano strade e ponti completamente bloccati. Sventolano bandiere della Georgia e dell’Ue, ma anche dell’Ucraina, le persone intonano canti e accennano balli, fanno appello alla libertà e molto spesso a un futuro «libero dalle ombre russe».
Il disegno di legge, infatti, non può non ricordare un analogo provvedimento adottato dal Cremlino nel 2012 attraverso cui nel corso degli anni sono state dichiarate illegali numerosi associazioni ed esponenti dell’opposizione a Putin.

NELLO SPECIFICO georgiano, il testo prevede che Ong e media che ricevono più del 20% dei propri finanziamenti dall’estero debbano registrarsi come «organizzazioni che perseguono gli interessi di una potenza straniera». Secondo le voci critiche, si tratterebbe appunto di uno strumento per limitare la libertà di espressione e per aumentare il controllo governativo sulle realtà indipendenti (la stragrande maggioranza delle quali, peraltro, è spesso costretta dalle difficili condizioni economiche del paese a fare affidamento a un sostegno oltre frontiera). A questi timori si aggiungono, forse in maniera dirimente, le conseguenze che un eventuale approvazione della legge avrebbe sul processo di integrazione europea della Georgia iniziato lo scorso dicembre: già Borrell e altri funzionari di Bruxelles si erano espressi con scetticismo, mentre ieri un gruppo di europarlamentari ha chiesto l’imposizione di sanzioni sui deputati di Tbilisi che voteranno a favore del testo e il presidente del comitato degli affari esteri del Bundestag Michael Roth ha affermato durante un colloquio con l’opposizione georgiana che i negoziati per l’ingresso nell’Ue rischierebbero di interrompersi. Anche la compagine governativa è divisa: la presidente del paese Salomé Zourabichvili ha promesso il proprio veto (facilmente aggirabile) e il consulente del ministro di stato per la riconciliazione e l’uguaglianza civica Ivliane Khaindrava si è dimesso nel pomeriggio in segno di protesta.

MA LA MAGGIORANZA di Sogno Georgiano prosegue per la propria strada: il comitato parlamentare per gli affari legali ha approvato ieri il disegno di legge in meno di due minuti e oggi è attesa la discussione finale. «Stiamo per compiere la volontà della società georgiana», ha detto il primo ministro Irakli Kobakhidze. Le folle in piazza, però, continuano ad affermare il contrario


Se l’Eurofestival è “vomitevole”, come potrà la patria ospitarlo l’anno prossimo?

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Se l’italico eroe delle supercazzole razzial-sessiste, l’incontinente generale Roberto Vannacci, denuncia il vincitore svizzero dell’Eurovision di essere semplicemente il prodotto del “pensiero unico”, di essersi “autonominato non binario” (quindi né uomo né donna), e quindi che il “mondo al contrario è sempre più nauseante”, poteva forse tacere il presidentissimo dell’Udc ticinese, Piero Marchesi, posto di fronte allo sfregio portato da Malmö alla netta separazione (e condizione sociale) fra maschietti e femminucce che deve invece marchiare la distinzione di genere del tipico esemplare elvetico? No, che non poteva tacere.

Quindi, ha sentenziato il ‘nostro’: “L’Eurofestival si è trasformato da festival della musica a evento del politicamente corretto, e questo politicamente corretto è vomitevole”, e c’è da sperare (invano) che non consideri tale anche il vincitore Nemo (nativo di Berna e che di cognome fa Mettler; ma perdiana nessuno pensi che Mettler sia patronimico più elvetico di un mediterraneo Marchesi!).

Naturalmente dalla vicina Repubblica ci si è messo anche il Salvini Matteo, sponsor elettorale del sunnominato alto ufficiale in congedo, con una delle sue leggiadre e lievi spiritosaggini: “In questo caso non si può dire che ha vinto lui o che ha vinto lei, perché altrimenti sei rovinato; da quanto ho capito bisogna dire ‘han vinto loro’“. Ma si sa, il leghista megalomane che da sempre sta sulle scatole al Bossi Umberto, da anni porta avanti una sua personale e fiera battaglia, con relativo rabbioso monitoraggio, anche sui Festival canori, esattamente da quando un tale Mahmoud ha vinto il “Sanremo è Sanremo”. Gara canzonettara, pensa e dice il ‘neo Alberto da Giussano,’ che negli ultimi anni è diventata troppo “mattarelliana” e naturalmente troppo di sinistra radicale sotto la guida di quello zapatista di Ama, quell’Amadeus, campione di incassi pubblicitari, che adesso in Rai gioca ancora un po’ con i pacchi dopo aver “dato il pacco” (annunciando le dimissioni) al più meloniano dei canali pubblici italiani.

E che importa ai crociati anti-gender se il trionfo di Nemo è stato ottenuto con un’adesione di voti di giuria e di voti popolari di cui non si ha memoria nei quasi settant’anni di storia della manifestazione? È il mondo che è debosciato, mica gli araldi della “moralità” che, insieme al Consiglio federale, Nemo o non Nemo, tornano a respingere l’idea di varare una riforma di giustizia per gli umani “binari”, che su ogni documento che richiede di specificare il sesso possono scrivere solo “maschio” o “femmina”, una terza possibilità è negata, nonostante la firma di 3.600 svizzeri che lo hanno formalmente chiesto a Berna.

Che “giramento di”, deve essersi detto il leader massimo dei nostri democentristi, “e che tristezza pensare che la Svizzera dovrà organizzare, in qualità di paese vincitore, l’Eurofestival 2025”: quindi farsi invadere da migliaia di “politicamente corretti”, eventualmente in calzamaglia rosa. Che invece tanto sarebbero piaciuti a Lugano, ha detto il vicesindaco della città, peccato però che non abbiamo una struttura adeguata, cioè gigantesca: quindi ciccia, niente “eurosonghisti” sulle rive del Ceresio, e niente manna per albergatori e ristoratori, in genere elettoralmente vicini ai demo-centro.

Potrà sempre rifarsi, l’on. Marchesi, con una vigorosa battaglia politica per impedire che la SSR – non proprio felicissima in tempi di tagli e altri minacciati sacrifici – spenda svariati milioni per garantire le tre serate di diretta radio-televisiva del caravan-serraglio canoro più costoso del continente. Oppure cogliere la palla al balzo per ripetere che di fronte a tanto scempio di costumi e moralità “200 fr bastano” eccome.

Quindi abbiam pensato di fare tre omaggi al consigliere nazionale:

  1. Qui può ottenere più informazioni su chi vuole negare i diritti della galassia LGBTQ+
  2. Qui invece può familiarizzarsi un po’ più con lo svizzerissimo Nemo
  3. E, premio di consolazione, qui può riguardarsi la canzone svizzera, eseguita da Lys Assia, al primo Eurofestival, organizzato al Teatro Kursaal di Lugano nel 1956


Nemo profeta in patria

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Lettera a un bambino rom

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Mi hanno detto che te ne sei andato, Roman. Che sei partito con la tua famiglia, senza dire niente. Dove, non lo so. Sarai tornato in qualche villaggio della Transcarpazia? Oppure in qualche altro luogo dove senz’altro non sarai il benvenuto? E chi lo sa?! Da Lamone sei partito come sei arrivato: all’improvviso. Quanto sarai stato qui, quattro o cinque mesi? Non lo so esattamente. Mi ricordo quando ci siamo incontrati la prima volta mentre scorrazzavi laggiù, vicino alle scuole, con la tua banda di amici fratelli cugini. Mi sei entrato subito in simpatia, da quel momento in cui mi hai chiesto se non avessi delle bici per voi. Portavi una maglietta dei Biasca Rockets e mi ha colpito quel tuo sorriso gentile con i denti storti e il tuo fisico smilzo come lo ero anch’io a dodici anni.

In paese si era già sparsa la voce: «Sono arrivati i rom», «Rubano le bici e le rivendono», «Hanno comprato i passaporti ucraini», «Prenderanno i soldi e se ne andranno». Certa stampa lanciava l’allarme. Io non lo so perché sei arrivato qui. Non lo voglio neanche sapere. L’Ufficio dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati ti ha piazzato tra i palazzi di Lamone e Cadempino assieme alla tua numerosa famiglia. Tantissimi bambini, soprattutto maschietti. Il più piccolo è nato qui, in uno di quei palazzi, poco dopo il vostro arrivo. Le autorità hanno protestato. Nessuno vi voleva. Nessuno vi ha mai voluto, d’altronde. Lo dice la storia. Da qualche parte però, questa volta, hanno dovuto mettervi. Anche voi arrivate dall’Ucraina: uno “statuto esse”, siete.

Ma chissenefrega di cosa siete? Siete bambini. Bambini che forse qui, in quel quartiere che pur si chiama “Speranza”, avreste avuto qualche possibilità. Le istituzioni non hanno voluto gridarlo troppo: accogliervi bene avrebbe richiamato altri di voi. E allora, per mesi non siete andati a scuola voi che a scuola mai ci siete andati: le aule non c’erano, gli interpreti nemmeno, la voglia di spendere risorse figurarsi. Tanto si sapeva che ve ne sareste andati. Così bighellonavate liberi e tutti vi vedevano per le strade con le bici, preoccupati che avreste anche potuto rubare.

Dal “basso”, però, tra i vicini, nella scuola, la dottoressa, sono in tanti ad avervi sostenuto. Noi ci vedevamo al campetto. Io con le mie bambine, tu con la tua banda ad impennare con le bici. Vi squadravo con invidia: non sono mai riuscito ad andare su una ruota sola. Facevamo qualche tiro di basket e ti prestavo lo skateboard. Non eri mai andato su quella strana tavola con le ruote che però ti divertiva. E poi provavamo a parlare un po’ di italiano. Nessuno te lo stava insegnando anche se eri qui da mesi. Fino al venti siamo riusciti a contare. Tu mi dicevi che parlavi ucraino, ma era chiaro che la tua lingua è un’altra. Vi avranno detto di dire così. Ti ho sorpreso quando ti ho chiesto, in romanì, come ti chiamassi: Sar buchos? «Me buchov Roman». Roman, come quel bimbo che girava con te e pensavo fosse tuo fratello, ma che era il figlio di tuo fratello. Tuo nipote. Tuo padre era morto, mi hai detto una volta indicando il cielo con gli occhi.

Una volta mi hai visto fuori dalla biblioteca e mi facesti capire che dovevo aspettarti. Dovevi andare a prendere dei “papiri”. Mi aspettavo della burocrazia. Tornasti di corsa con il volantino elettorale dove c’era la foto della mia compagna. Anche a lei stavi simpatico. La indicavi sorridendo e mi donasti il volantino come se fosse una cosa preziosa. L’ho trovata dolce quella mossa. Un’altra volta sei venuto con i rifiuti e mi hai chiesto come si buttavano, il vetro, il pet e l’alluminio. In tanti, qui tra i civilizzati, non sanno ancora oggi come si fa. O non vogliono saperlo.

Una sera abbiamo dato una bici al tuo amico Bogdan. Ci sei rimasto male, anche se una bici, a te, l’avevamo già data. Sei venuto da me e hai pianto. Mi hai fatto capire che quella bici blu te l’aveva presa qualcuno, forse tuo fratello grande. I tuoi adulti non li ho mai visti. Eri felice quando te ne abbiamo data un’altra. Gialla e con gli ammortizzatori. Anche quella dopo un po’ non c’era più. Era rotta, mi hai detto. Non so se ti ho creduto. Non possiamo capire tutto. Non possiamo capirci in così poco tempo. Non ci capiremo forse mai. Siamo uguali, ma altri. Non sono né un antropologo né un educatore di strada. Sono un papà e le mie bimbe erano contente di giocare con te. Eri contento anche tu: avevi finalmente iniziato ad andare a scuola, a Gravesano. Ci andavi col «bus 445», dicevi per mostrare che i numeri li stavi imparando.

In queste ultime settimane non sono venuto spesso al campetto. Ha piovuto o non c’ero. Chissà se tu c’eri? Non ti ho visto più in giro. E ora mi hanno detto che sei partito con la tua famiglia, senza dire niente. Dove, non lo so. Ma c’è chi grida agli abusi e la questione si fa politica. Avrei voluto solo salutarti. Avrei preferito che se ne andassero altri, gli speculatori nostrani che per il soldo, e nel pieno rispetto della legge, distruggono la nostra terra. Sono loro i ladri, sono questi gli abusi. Non tu, non voi. Tu sei un bambino. Sei stato qui poco. Non so se ti è piaciuto, ma spero che tu abbia capito che ti si voleva bene. Buona strada, Roman!

Nell’immagine: il campetto e la biblioteca


Sudafrica verso il voto. Un passato nel futuro del paese?

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Da Durban

L’appuntamento del 29 maggio è di capitale importanza per il Sudafrica, anche perché potrebbe segnare una svolta nelle sorti dell’ANC , l’African National Congress, al potere da 30 anni. Tutti i sondaggi segnalano che  il partito di Nelson Mandela perderà la maggioranza.

Ecco che allora l’ANC si affida ai nomi prestigiosi del partito: due ex presidenti, Thabo Mbeki e Khagema Mothlante, e politici del calibro di Tokyo Sexwale, miliardario ed ex premier del Gauteng, che con 16 milioni di abitanti è la regione più popolosa, e, insieme a Johannesburg, la capitale economica del paese. Sono nomi importanti e di riferimento ancora per molti elettori, che ricordano un ANC e un Sudafrica proiettati con entusiasmo e tenacia verso un futuro pieno di promesse.

Poi ci sono i pezzi da novanta che temporeggiano, nel senso che non dicono chiaramente quali sono le loro intenzioni nel caso di un ANC in difficoltà.  Un esempio è Pravin Gordham, ministro delle partecipazioni statali, pilastro dell’economia pubblica, che vorrebbe dimettersi, ma, come ha dichiarato, aspetta….i risultati del 29 maggio. 

Per contro c’è burrasca nel neo partito MK (Mkhonto weSizwe) creato da Jabulani Khumalo e del quale ha cercato di impossessarsi Jacob Zuma, l’ex presidente destituito dopo le rivelazioni di corruzione della commissione Zondo. Khumalo ha sospeso Zuma dalla lista dei candidati.

In questa corsa all’ultimo voto si inseriscono La Carta multipartitica (Multi-Party Charter) voluta dalla Democratic Alliance (DA) e una mezza dozzina di altri schieramenti minori, per far fronte alle tentazioni dell’ANC di allearsi con le frange estremiste e populiste pur di mantenersi al potere.  Stando alle previsioni La Carta potrebbe contare su 112 dei 400 seggi dell’Assemblea Nazionale.

Sono però altre cifre a mettere in difficoltà tutti i partiti in corsa per il potere. Sono quelle riguardanti gli 8 milioni di disoccupati ai quali c’è già chi minaccia di abolire l’aiuto mensile di 350 rand (franchi svizzeri) per alleggerire il deficit nazionale. Una mossa che, avanzata due anni fa, provocò gravi  disordini con morti e feriti.  Forse nessuno si azzarderà a fare altrettanto.

Ecco dunque il quadro politico non certo privo di scelte e di incognite del Sudafrica al voto.  Finora la situazione sembra tranquilla nel paese, abituato purtroppo a puntuali gravi disordini in vista degli appuntamenti elettorali. 

In questo contesto ecco che la storica resilienza sud-africana gioca le sue carte più importanti.

Sfundo Khumalo, 28 anni , elettricista diplomato grazie anche all’aiuto di privati che hanno finanziato il suo apprendistato, mi dice: «Onestamente è difficile capire chi vincerà. L’MK promette finanziamenti a destra e a sinistra e molta gente è pronta a crederci. E’ una corsa ai soldi e non ai valori e alle promesse di risolvere i problemi del paese».

Ma, conclude Sfundo, « nonostante questa triste realtà io continuo a sperare che la situazione cambierà per il meglio.» E con uno sguardo tra il birichino e il serio intona l’inno nazionale “Nkosisikele Africa”: Dio benedica l’Africa.


Un voto che a Panama parla di conservazione o di ritorno al peggio

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“Mision cumplida, carajo” è la prima significativa frase pronunciata dal 64enne José Raúl Mulino, avvocato di diritto marittimo, dopo essersi affermato alle presidenziali di domenica scorsa a Panama. Il che subito denota la fisionomia di colui che appena due mesi fa aveva sostituito il candidato originario, l’ex presidente Ricardo Martinelli, condannato a 10 anni per riciclaggio e subito rifugiatosi (per evitare il carcere) nell’ambasciata del Nicaragua della capitale panamense, dove si trova tuttora. Mulino, da suo ministro di giustizia e per la sicurezza pubblica, ne era stato il delfino. E anch’egli era stato allora incarcerato per sei mesi (peculato con una azienda italiana), infine prosciolto per insufficienza di prove.

Era l’epoca dello scandalo dei Panama Papers che avevano definitivamente smascherato il paese come un paradiso fiscale dove migliaia di noti personaggi internazionali nascondevano i loro denari. Ciò nonostante Mulino ha prevalso su altri tre avversari, tutti più o meno di destra, all’insegna della “mano dura” nei confronti della delinquenza. Uno slogan sempre più diffuso e vincente in America Latina se si pensa a Nayib BuKele nel vicino El Salvador, Daniel Noboa in Ecuador e Javier Milei in Argentina.

L’altro punto chiave della sua campagna si è imperniato sulla chiusura dell’infernale corridoio della selva del Darién (al confine con la Colombia), attraversata solo l’anno scorso da almeno mezzo milione di migranti (di molteplici nazionalità) nel loro disperato transito verso il nord. Con le conseguenti complicazioni di transito e ospitalità. Mulino si è avventurato al riguardo in un’altra battuta: “Se vincerà Trump gli chiederò di gettarmi una palata di cemento anche qui, per erigere un altro muro”.

Che poi al centro del suo programma ci siano innanzitutto le imprese e gli investimenti va da sé, ricordando la crescita economica record che si era registrata durante il governo Martinelli fra il 2009 e il 2014, criticato per la corruzione “ma che almeno le cose le faceva”. Il neocapo dello Stato ha comunque assicurato che non si dimenticherà “degli affamati, dei disoccupati e di coloro che hanno bisogno tutti i giorni di acqua potabile”. La crisi climatica ha comportato infatti una drastica diminuizione delle precipitazioni e di conseguenza del flusso di acqua dolce che alimenta il sistema di chiuse del canale interoceanico. Tanto da ridurre di quasi un terzo il passaggio delle navi cargo; con relativo crollo della principale entrata del paese e conseguente caduta dell’economia. Il problema è che al contempo si è ridotta la disponibilità di acqua potabile nelle case di una parte dei 4,4 milioni di panamensi, che ora la ricevono solo con i camion cisterna. In un contesto di incremento della povertà e delle disuguaglianze sociali.

Avendo vinto con il 34% dei suffragi, Mulino non ha la maggioranza in parlamento. Ma non gli sarà difficile conformare un governo di unità nazionale con le altre compagini della destra. Viene da chiedersi che fine abbiano fatto le forze della sinistra, anche se in questo paese non hanno mai prosperato: un misero 1% è quanto ottenuto da Maribel Gordón per quello che un tempo era il Frente Amplio. Eppure, solo nell’ottobre scorso si era registrata una mobilitazione di massa che aveva paralizzato il paese, e ottenuto la revoca della concessione a un’impresa canadese per lo sfruttamento di una enorme miniera di rame a cielo aperto dalle gravi ripercussioni ambientali, oltre che per le precarie condizioni salariali e di salute di chi ci lavorava.

Sta di fatto che il prossimo primo luglio Mulino si insedierà alla massima carica dello stato. E si può prevedere che tra le prime cose di cui si occuperà ci sarà quella di liberare appunto il suo mentore Martinelli. Col quale, appena eletto, si è fatto fotografare nella sede diplomatica nicaraguense; e dove ha, curiosamente, ottenuto la protezione del regime del discusso presidente del Nicaragua Daniel Ortega.

Nell’immagine: José Raúl Mulino


AstraZeneca ritira il vaccino per Covid-19. Vi spieghiamo bene perché

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Di Ettore Meccia, Valigiablu

Nei giorni scorsi il mondo novax/antivax è entrato in fibrillazione a causa di presunte rivelazioni e ammissioni su danni da vaccino per Covid-19 riportate dal quotidiano britannico The Telegraph. E da molti accolte, finalmente, come l’inizio della fine della storia dei vaccini. Finalmente lo ammettono!

In realtà non si tratta di nulla di nuovo, sono i casi di trombosi e trombocitopenia associati alla somministrazione del vaccino Chadox-nCov-19 di AstraZeneca da febbraio/marzo 2021. Casi che furono individuati (e vedremo come non fosse così semplice), indagati e studiati dalla comunità scientifica. Dopo dei quali quel vaccino gradualmente non è stato più usato.

Per molti di quei casi le vittime, o i parenti delle vittime, hanno già avuto un risarcimento di 120.000 sterline in base al Vaccine Damage Payment Scheme del governo britannico. Ora però in 51 hanno ritenuto che fosse giusto un risarcimento decisamente più elevato, e si sono rivolti con una class action direttamente ad AstraZeneca, il produttore del vaccino. I cui legali (questa è la notizia) a febbraio hanno depositato un documento in cui, per la prima volta, si cita la possibilità che il loro vaccino potrebbe, in rari casi, causare le trombosi.

Come riporta il Telegraph: “Si ammette la possibilità che il vaccino AZ possa, in casi molto rari, causare TTS (Thrombosis with Thrombocytopenia Syndrome). Il meccanismo causale non è noto”. Ma hanno anche aggiunto: “Inoltre, la TTS può essere indotta anche in assenza del vaccino AZ (o di qualsiasi vaccino). La causa effettiva sarà argomento di un parere esperto per ogni singolo caso”. Ovvero, questo però non vuol dire che questi casi siano stati causati dal nostro vaccino.

Sarebbe interessante sapere cosa è stato scritto veramente e, trattandosi di questioni legali più che scientifiche, la scelta delle parole non è casuale. Vedremo come andrà a finire. Però, dal punto di vista dell’evidenza scientifica, la situazione non è tanto semplice, a prescindere dal danno subito dalle vittime e forse è il caso di approfondirla.

Cosa hanno scoperto i ricercatori tedeschi e norvegesi

A febbraio/marzo 2021, in piena campagna vaccinale, iniziano a emergere in diversi paesi dei misteriosi casi di trombosi, alcuni dei quali letali, che inizialmente sembrano riguardare prevalentemente persone giovani e di sesso femminile, come si ricostruirà tutte  precedentemente vaccinate con il vaccino AstraZeneca. Tanto da spingere inizialmente a modificare il target per quel vaccino. Poi quell’associazione perderà stringenza e il vaccino alla fine non sarà più usato e basta.

Un gruppo di ricercatori tedesco e uno norvegese, per primi e indipendentemente, arrivano a ipotizzare che si tratti effettivamente di trombosi associate a due vaccini per Covid-19 a vettore adenovirale, quello di AstraZeneca e quello Janssen. Colpisce subito i ricercatori l’analogia di questa condizione che sarà definita VITT (Vaccine Induced Thrombotic Thrombocytopenia) con una situazione patologica molto simile e ben studiata, chiamata HIT (Heparine Induced Thrombocytopenia). Che ci servirà per capire quello che succede nei casi di VITT.

Partiamo dal quadro normale. Nel nostro sangue c’è una gran quantità di piastrine (o trombociti, ma nonostante il nome non sono cellule), prodotte per frammentazione dai megacariociti. Oltre a partecipare all’immunità innata (la nostra prima reazione alla presenza di microbi) e alla reazione infiammatoria rilasciando granuli contenenti fattori proinfiammatori, le piastrine vengono attivate in caso di ferite. Il loro ruolo è quello di partecipare all’emostasi aggregandosi sul sito della lesione e formando un coagulo.

Sebbene questo sia fondamentale per la nostra sopravvivenza, in alcune situazioni è tuttavia necessario scongiurare la formazione di coaguli se questo avviene per cause non fisiologiche ma patologiche, oppure in situazioni particolari come un decorso post-operatorio cardiovascolare, trapianti, dialisi, o sedentarietà ed allettamento prolungati per esempio a seguito di fratture o malattie con lunga degenza.

Sono solo pochi esempi di tanti casi in cui per evitare questi coaguli (che si chiamano trombi) si usano molecole con azione anticoagulante. Una di queste, molto utilizzata, è l’eparina.

In una piccola percentuale (1-5%) di pazienti trattati con eparina accade che la molecola interagisca per motivi di affinità e di concentrazione con una proteina fisiologicamente coinvolta nell’attivazione delle piastrine chiamata PF4 (Platelet Factor 4) legandola sotto forma di tetramero. L’interazione con l’eparina induce una modificazione conformazionale di PF4, che spinge il sistema immunitario a non riconoscerla più come “self” (ndr, propria) e a produrre anticorpi contro PF4. In origine la reazione potrebbe avere una ragione fisiologica in un contesto di immunità ibrida (innata e adattativa in sovrapposizione) contro le macromolecole di superficie di alcuni batteri con struttura ed effetto analoghi a quelli dell’eparina. Ma non in questo caso.

Gli anticorpi anti-PF4 prodotti possono indurre la degradazione delle piastrine e quindi trombocitopenia (o piastrinopenia indotta da eparina, HIT) ma in una percentuale di questi soggetti, il complesso anticorpo/PF4/eparina viene riconosciuto da un recettore molto abbondante sulla superficie delle piastrine, FcγRIIa, che lega il complesso immune provocando l’attivazione delle piastrine, degranulazione (con rilascio di ulteriore PF4) e aggregazione, ovvero formazione di trombi. In questo caso si parla di HITT (Heparine Induced Thrombocytopenia and Thrombosis).

Sappiamo però (e a questo fanno riferimento anche i legali di AstraZeneca) che autoanticorpi anti-PF4 possono essere prodotti anche in assenza di eparina o di altri ligandi noti di PF4, per cui si parla di “HIT like sydromes”. E sappiamo anche che anticorpi anti-PF4 sono stati isolati in pazienti Covid-19 a seguito dell’infezione da SARS-CoV-2 che quindi è in grado di alterare in qualche modo la struttura della proteina PF4.

E passiamo finalmente ai vaccini e alla VITT.

Molto sinteticamente, nei casi di VITT analizzati dai diversi gruppi di ricerca, sono stati sempre riscontrati come elementi diagnostici piastrinopenia, attivazione/aggregazione delle piastrine, formazione di trombi e la presenza di anticorpi anti-PF4. Oltre ovviamente alla somministrazione del vaccino AstraZeneca in una finestra di tempo precedente i sintomi, che può cambiare da studio a studio, ma si aggira sui 5-20 giorni.

L’ipotesi è che nei due vaccini AstraZeneca e Janssen ci sia qualcosa in grado di interagire con PF4, di indurre alterazioni conformazionali nella proteina e quindi produzione di anticorpi anti-PF4 in modo esattamente analogo a quanto fa l’eparina nella HIT.

È stato possibile capire che gli anticorpi anti-PF4 analizzati nei pazienti VITT sono diversi da quelli presenti nella HIT, ovvero riconoscono modifiche conformazionali di PF4 diverse da quelle indotte dall’eparina. Questo però purtroppo non è sufficiente a identificare la componente responsabile dell’interazione.

Sono state fatte analisi approfondite dei due vaccini, che non hanno fatto chiarezza. I due vaccini, a parte l’adenovirus vettore di base diverso (un adenovirus di scimpanzé per AstraZeneca, un umano per Janssen), hanno componenti aggiuntive e contaminanti diverse. In condizioni sperimentali si è visto che in presenza del vaccino AstraZeneca la proteina PF4 modifica la sua struttura, confermando l’interazione tra vaccino e proteina. Lo stesso però non succede se si usa l’adenovirus del vaccino purificato. Quindi forse è un costituente accessorio del vaccino, oppure un contaminante. Ma non succede nemmeno con il vaccino Janssen, che quindi forse ha bisogno di qualche fattore aggiuntivo fornito dall’ospite per interagire con PF4.

I dettagli di queste analisi per chi vuole sono qui.

In sintesi, si accetta l’idea che piastrinopenia e trombosi siano causate dalla presenza di anticorpi anti-PF4 causati (anche, forse) da un componente dei due vaccini, ma non si sa quale.

E non si sa nemmeno per quale motivo questo sia accaduto in pochissimi soggetti per milione di vaccinati (le statistiche più recenti ci dicono 16/milione per il vaccino AstraZeneca, molti meno per il vaccino Janssen), e comunque le statistiche variano col periodo e col paese. Comunque è un numero veramente piccolo, anche se amplificato dalla quantità di dosi somministrate:

“…Dati dagli Stati Uniti hanno stimato l’incidenza di VITT totale in 3,8 casi per milione di dosi somministrate di vaccino Johnson & Johnson (Janssen) , e dati dal Regno Unito hanno stimato l’incidenza totale di VITT in 15,9 casi per milione di prime dosi somministrate del vaccino Oxford‐AstraZeneca”.

Quello che riguarda il rapporto tra l’efficacia del vaccino, il numero stimato di vite salvate dal suo utilizzo e il numero di persone che avuto reazioni avverse, anche letali, è una questione di gestione della salute pubblica che deve valutare il rapporto costi/benefici di qualsiasi forma di cura/terapia/prevenzione.

Qual è la causa delle reazioni avverse?

Quello che è successo a ognuna di quelle persone però è un’altra storia. E qui la questione per me, che ho seguito fino a questo punto senza troppi problemi, diventa più  complicata.

Perché se, per fare un esempio, io produco e vendo un milione di gelati e 16 clienti su un milione il giorno dopo hanno il mal di pancia ma tutti gli altri no, può darsi che sia colpa del mio gelato, oppure quei 16 avevano loro qualcosa di particolare, di diverso da tutti gli altri, qualche intolleranza… Ed è giusto indagare e capire, ma sinceramente non so se sia giusto decidere in base a quello che il mio gelato non va e che deve essere anche ritirato dal mercato.

Cose c’era di particolare, di diverso, in quelle 16 persone? Perché solo in quelle si è verificata questa insolita successione di eventi?

Come per l’eparina nella HIT, l’interazione tra PF4 e un componente non identificabile del vaccino – possiamo chiamarlo X – dipende sia dalla presenza di X che da concentrazioni elevate di PF4. Possiamo pensare che ci fosse una condizione particolare individuale, per esempio una situazione infiammatoria o patologica preesistente? Oppure è stata indotta dal vaccino?

E poi, perché solo in così poche persone si formano anticorpi anti-PF4? Come del resto, anche se in proporzioni molto maggiori, se ne formano in pazienti trattati con eparina? Si tratta di una suscettibilità individuale? Di un’esposizione precedente, probabilmente non nota, a un antigene con struttura simile al complesso PF4/X?

L’incontro tra questi tre fattori (una molecola non identificata che in un milione di persone meno 16 non ha avuto alcun effetto avverso, una possibile condizione patologica o infiammatoria individuale preesistente, e la produzione non prevedibile di anticorpi contro una proteina prodotta normalmente dalle nostre cellule) sarà probabilmente il punto sul quale i legali di AstraZeneca si baseranno per mettere in dubbio un rapporto causale diretto tra vaccinazione e TTS (termine preferito dai legali rispetto a VITT).

E indubbiamente, se è corretto affermare che senza il vaccino forse (ma è impossibile saperlo) non si sarebbe indotta la reazione autoimmune contro PF4, non è corretto affermare che sia stato direttamente il vaccino a indurla.

Tutto questo prescinde ovviamente dall’aspetto quantitativo, dal numero effettivo di casi e dal rapporto costi/benefici per quel vaccino.

Va comunque sottolineato come in presenza di una condizione patologica generica  (inizialmente erano trombosi, poi TTS, solo dopo è diventata VITT) riscontrata in un numero veramente molto piccolo di persone rispetto all’intera popolazione di diversi paesi (il rapporto con la vaccinazione è emerso solo successivamente), per di più con maggiore frequenza spontanea o causata da altri fattori o anche da fattori non noti, si sia riusciti comunque a individuare un elemento comune tra i casi (una vaccinazione eseguita entro una finestra di tempo abbastanza variabile nei giorni precedenti i sintomi), si sia riusciti a ipotizzare un fattore causale, a cercare di identificarlo e verificarlo in modo sperimentale, e si sia arrivati comunque a sospendere l’utilizzo di un vaccino che pure aveva dato una buona protezione, costava poco e aveva alle spalle una potente industria farmaceutica, un’università prestigiosa (Oxford) e il governo britannico (era la risposta UK al virus). Tanto per ricordare che se qualcosa va male per davvero, si scopre.

Va messo in evidenza anche il fatto che un evento che si verifica in 16 casi su un milione, non poteva assolutamente essere scoperto come reazione avversa nel corso delle fasi II e III del trial clinico, che si sono basate su poche decine di migliaia di soggetti ma poteva emergere solo grazie alla farmacovigilanza successiva all’approvazione.

Perché AstraZeneca ha ritirato il vaccino

Per finire, da tutto questo dovrebbe essere evidente che la recente decisione di AstraZeneca di ritirare il vaccino Vaxzevria dalla produzione non è collegata in alcun modo con la presunta  “ammissione di reazioni avverse” che in effetti sono note ufficialmente fin da aprile 2021.

Si tratta solo di una scelta commerciale obbligata, di fronte alla necessità, in alternativa, di investire cifre consistenti per aggiornare un vaccino che già aveva una copertura minore rispetto ad altri in commercio rispetto al virus originario di Wuhan (e poi ancora meno valida con le VOC successive alfa beta e gamma) alle ultime varianti omicron. Per le quali la richiesta vaccinale è bassissima, altri produttori hanno già investito nell’aggiornamento e sono già sul mercato, mentre dal 2021 il vaccino per Covid-19 di AstraZeneca praticamente non ha avuto più un mercato (è quello blu nel grafico sottostante).

Investire ulteriormente su quel vaccino in questo momento sarebbe stato semplicemente inopportuno.


Kharkiv, la città che decide le guerre, teme di diventare la nuova Stalingrado

l senso della manovra è di proteggere economia e società dal conflitto ucraino: perché in Russia impero e regime cadono insieme 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Kharkov: città fatale, tentatrice e disperata, veglia da sempre al confine del pericolo, eterna città sul fronte; le onde devastatrici da Est e da Ovest vengono sempre a morire dentro di lei. Per prenderla e perderla bisogna necessariamente morire. Quante volte ha smarrito la sua aria elegante, si è insudiciata di fumo. Gli alti camini delle bombe sono saliti tra i suoi palazzi mulinando le loro nubi nere. Ogni cosa è morta in un grigio uniforme.

Gli eserciti tedeschi, sovietici, ucraini sono passati inseguendosi, scavalcando inutili reticolati di ferro, trincee di sacchi di terra sventrati, marciti, appiattiti dai cingoli dei carri. Ancora una volta, da est, lo spettro della guerra, praterie sprofondate dai mezzi corazzati e dalle artiglierie, pestate, trasformate in un impasto pecioso dove le pozzanghere riflettono il cielo nelle loro acque sporche. L’orribile fangosa guerra moderna questa città la conosce bene. La morte si insinua, svela la faccia maledetta come nella seconda guerra mondiale. Il suo fantasma si dissemina come una polvere nera. Schizza le sue macchie di fango. Pesanti autocarri cupi rotolano nella primavera: Ritirarsi! I russi avanzano e nelle trincee non ci sono più uomini. Sono morti, feriti, mutilati da due anni di eroismo senza respiro, senza soste.

La brigantesca macchina putiniana, dopo qualche esitazione, funziona ora a tutto ritmo, monotona come uno spietato lavoro di fabbrica. Nel cielo nuvole in lutto fuggono verso destinazioni ignote, Kharkov un’altra volta muore. Forse è già morta. Cannoni tuonano brutalmente vicini, più vicini. Il trambusto è più febbrile.

Corrono nei due fronti ordini spietati, di un egoismo contro natura: «Difendete Kharkov fino all’ultimo uomo, non deve cadere!» O: «Occupate Kharkov sarà il marchio della vittoria…», sono le parole con cui gli uomini impacchettano ciò che non sanno risolvere. Alla fine, dopo lutti infiniti, quello che cambierà sarà una vocale: la ucraina Kharkiv tornerà la russa Kharkov… forse per poco tempo. La guerra pare davvero un non senso, una pazzia.

Anche l’ordine di Stalin per Kharkov fu secco e breve: prendetela! Subito! Non sembrava difficile per l’Armata Rossa la quarta battaglia per la capitale della Rhur sovietica. I tedeschi ormai arretravano, la città era circondata da tre lati, si parlava negli alti comandi del Dio della guerra di decimazioni per fermare il panico. La 282ª divisione di fanteria tedesca, formata da novellini del tremendo macello russo a cui avevano affidato per necessità il punto chiave del fronte, si era sbandata.

Il capo di Stato maggiore, un colonnello, disperato, cercò di fermare i T34 sovietici con la pistola in pugno. I carri passarono sul suo cadavere e si diressero verso la città. I portoni della fabbrica dei trattori erano spalancati, gli altiforni ardevano ancora. Bastava un po’ di pazienza. Ma la quarta armata corazzata della Guardia del generale Rotminsov non poteva attendere. Al generale l’ordine di Stalin martellava in testa: voglio Kharkov subito.

Lui aveva paura, perché sapeva di aver commesso un errore. Ingannato da un rapporto ottimistico aveva annunciato agli addetti militari alleati che la città era già caduta. Non poteva smentirsi. Per questo attaccò.

Un calore avvampante dava le vertigini e percuoteva i campi di girasole, i carristi appoggiavano pomodori, raccolti ancora verdi nei campi, sulla corazza per farli maturare in un lampo. La nuvola di polvere era densa come una nebbia di alta montagna.

La grande strada che andava da Achryrka a Kharkov anche allora sembrava aperta, indifesa. I carri si lanciarono e finirono annientati nella trappola tedesca. Eppure il giorno dopo Rotminsov riprovò. Era come se sentisse quella voce dal rozzo accento georgiano: esigo subito Kharkov. Chissà se è identico l’ordine di Putin ai suoi generali-cortigiani. È pericoloso oggi come allora deludere lo zar.

Aveva ancora duecento carri armati nascosti in un immenso campo, cinquecento ettari, di girasoli, i fiori più alti di un uomo. I cingoli li spezzarono come una immensa falce. Centocinquanta carri russi restarono ad agonizzare nella steppa tra le pieghe di una sera purpurea.

La guerra ha le sue leggi bizzarre che gli uomini non sanno interpretare. Il comandante tedesco Von Manstein, l’uomo che non era riuscito a salvare Stalingrado, sapeva che la sua vittoria era inutile, per evitare un altro accerchiamento fatale ordinò la ritirata dietro il fiume Dniepr.

Sarà per questi ricordi che i russi, in questi mesi di offensiva, sono avanzati cautamente, metro dopo metro, macinando le sempre più deboli trincee ucraine. L’angoscia dell’accerchiamento, lo spettro di finire in una trappola dove migliaia di uomini restano rinchiusi in una sacca senza uscita, i generali di Mosca se la portano dietro dalla seconda guerra mondiale.

Kharkov quasi costò la carriera a Nikita Kruscev. Primavera del 1942, lo slancio tedesco sembrava esaurito davanti a mosca e Leningrado. Offensiva in Ucraina, dunque. A Kruscev era affidato politicamente quel fronte. Lui amava l’Ucraina, aveva fatto carriera lì, stringendola con pugno di ferro come piaceva al Capo. Tutto sembrava procedere bene.

Poi i russi caddero nella trappola tesa dai tedeschi che li avevano lasciati avanzare, nessuno ebbe il coraggio di convincere Stalin a bloccare l’avanzata. Una armata intera fu annientata, duecentomila i prigionieri. Kruscev fu convocato al Cremlino. Sapeva che Stalin cercava sempre un colpevole per non essere accusato delle sconfitte. È un metodo che è rimasto di moda al Cremlino. Era pronto a tutto, anche ad essere arrestato. Stalin lo invitò a pranzo, impassibile volle sapere le cifre della disfatta. Poi evocò un episodio della prima guerra mondiale, un generale zarista che era stato accerchiato e per questo giudicato e impiccato. Kruscev commentò: lo zar fece la cosa giusta. Stalin lo lasciò andare.

Nell’immagine: i pompieri al lavoro a Kharkiv dopo un attacco missilistico russo


Gaza, l’Onu rivede al ribasso il numero delle vittime fra donne e bambini

l senso della manovra è di proteggere economia e società dal conflitto ucraino: perché in Russia impero e regime cadono insieme 

Di Masimo Basile, La Repubblica

New York – Le Nazioni Unite hanno, al momento, dimezzato le stime delle vittime identificate tra i bambini e le donne a Gaza. I numeri ufficiali restano tragicamente alti, ma sono meno di quanto dichiarato da Hamas. L’Onu ha riportato il 6 e l’8 maggio due dati diversi. Il 6 erano quelli indicati sulle base delle informazioni fornite dall’ufficio media di Gaza, indicato con la sigla GMO, e dal Servizio di sicurezza palestinese, che dipende dal ministero dell’Interno, guidato da Hamas. Due giorni dopo sono apparsi quelli redatti dall’Ocha, l’Ufficio Onu di coordinamento degli aiuti umanitari. Nel primo si parla di 14.500 bambini tra le vittime. L’8 maggio diventano 7.797.

Anche le cifre delle donne vengono ridimensionate: il 6 maggio erano 9500 le donne uccise, l’8 maggio risultano 4.959. Nel primo report l’Onu ha indicato il numero di 34.735 persone uccise a Gaza. Due giorni dopo i dati indicavano 34.844 vittime, ma in questo caso, per arrivare alla cifra totale, l’agenzia Onu aggiunge il numero delle vittime tra gli uomini (10.006) e degli anziani (1.924). Sotto entrambi i grafici appare un avviso: all’appello mancano 10 persone, che risultano scomparse o sotto le macerie. La fonte è palestinese.

È stato il quotidiano israeliano The Jerusalem Post a riportare l’11 maggio la notizia del taglio delle stime. Questi numeri arrivano dopo mesi di accuse alle autorità palestinesi e Hamas di aver gonfiato le cifre legate a donne e bambini. Altre discrepanze erano state segnalate a gennaio da un think tank pro-Israele con base a Washington, il Washington Institute for Near East Policy, secondo il quale all’inizio i numeri indicati da Hamas erano simili a quelli indicati dall’Onu ma poi si erano differenziati, lasciando dubbi sulla loro attendibilità. In quegli stessi giorni il presidente Joe Biden aveva sostenuto che, seppure non avesse dubbi che molti innocenti fossero stati uccisi, “non” si fidava “dei numeri che i palestinesi stavano usando”. Il ministero di Gaza si era fermato il 10 novembre nel riportare il numero delle vittime, per poi riprendere il 2 dicembre, ma fornendo meno dettagli.

Un caso di perplessità riguarda uno degli episodi più gravi del conflitto: l’esplosione all’ospedale al-Ahli. Hamas aveva parlato di 471 vittime, ma il totale dei morti nelle 24 ore era cresciuto solo di sette, arrivando a 478. Il dato era in contrasto con quelli forniti dalle Nazioni Unite, secondo cui almeno 62 persone erano morte in due attacchi aerei condotti dagli israeliani la stessa notte nel campo profughi di Jabalya. Il conto totale sarebbe dovuto essere di 533 (471 più 62) e non 478. Il numero di vittime legato al genere e all’età è cambiato drammaticamente: prima dell’invasione di terra gli uomini rappresentavano il 34 per cento, le donne il 25 e i bambini il 41. Dopo, gli uomini sono scesi al 25, le donne sono salite al 33 e i bambini al 42.

Secondo il professor Abraham Wyner, studioso di statistica della Wharton University, intervistato dal sito ebraico Tablet Magazine, le percentuali dei morti indicate da Hamas sono cresciute in modo innaturale e in misura troppo regolare. In guerra, sostiene il docente, l’intensità è diversa da un giorno all’altro e così deve essere il numero delle vittime. Hamas avrebbe indicato cifre cresciute in modo costante. A inizio aprile, il ministero della Salute di Gaza ha ammesso di avere “dati incompleti” riguardo 10mila vittime e di non averne i nomi. Secondo David Adesnik, analista di Foundation for Defense of Democracies, una no profit americana bipartisan e neoconservatrice, “questo cambiamento dell’Onu può segnalare che le Nazioni Unite hanno finito per riconoscere la mancanza di prove dietro le iniziali denunce di Hamas che parlava di più di 14 mila bambini e 9 mila donne uccise a Gaza. Ma ora l’Onu dovrebbe dichiarare di non fidarsi più delle fonti come ha invece fatto per mesi. Di sicuro c’è stato un chiaro passo in avanti”.

Nell’immagine: donne palestinesi rimaste senza casa