Sono anch’io un’esponente della “ideologia gender”?

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

A sentire gli esponenti della destra ultracattolica, quella che chiamano “ideologia gender” è una cosa terribile. Sarebbe il morbo della fluidità che si insinua nelle scuole per trasformare i nostri figli e le nostre figlie in omosessuali e transessuali, e – in età adulta – in pedofili. Per confonderli e ossessionarli. Non sia mai che il preteso “ordine naturale” raffigurato da Adamo e Eva venga stravolto.

Secondo questa narrazione le donne hanno meritato già in tempi biblici la condanna perpetua all’inferiorità, così come l’omicidio di Abele per mano del fratello Caino sembrerebbe aver sancito la nascita della nostra civiltà. Eh sì, maledette noi femministe, che abbiamo osato ribaltare il tavolo e opporci a questa visione delle cose.

Siamo state accusate di essere racchie, con i peli sulle gambe, isteriche, di voler castrare (simbolicamente e non) gli uomini. Adesso siamo accusate di propagandare questa misteriosa ideologia o teoria “gender”.

Da dove nasce questa propaganda ideologica, che a ondate sempre più lunghe sta attraversando il mondo occidentale, compresa la Svizzera?

Nel 2018 una inchiesta del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo (EPF) ha raccolto documenti che rivelano una dettagliata strategia estremista chiamata Ristabilire l’Ordine Naturale: un’Agenda per l’Europa, che dal 2013 mira ad abolire le leggi esistenti sui diritti umani fondamentali legati alla sessualità e alla riproduzione. Come il diritto al divorzio; per la donna l’accesso alla contraccezione, alle tecnologie di riproduzione assistita o all’aborto; l’uguaglianza per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali o intersessuali (LGBTI); o il diritto di cambiare genere o sesso senza temere ripercussioni legali.

Tutto ciò con azioni congiunte contro le legislazioni dei singoli Paesi (ad esempio la messa a punto di argomentazioni contro l’adozione della Convenzione di Istanbul), la creazione di organizzazioni capillari (con sede principale a Bruxelles [1]), finanziamenti garantiti a più di 100 organizzazioni da miliardari di ogni dove legati ai partiti conservatori di USA, Regno Unito e Messico, da duchi e arciduchi, da oligarchi russi… Tutti intenzionati a indebolire le democrazie dall’interno e senza dare troppo nell’occhio.

Javier Cercas in un articolo [2] scrive a proposito del nazionalpopulismo (legato alla medesima rete ultraconservatrice): “ha imparato che è un’ingenuità proclamare il proprio odio per la democrazia, aggredendola brutalmente, e che è molto più efficace difenderla in teoria e attaccarla in pratica, minandola dall’interno, distruggendo le sue istituzioni e i suoi meccanismi”.

Ma questi crociati dell’intolleranza conoscono le sofferenze dei/delle giovani che sentono il proprio corpo inadeguato ai propri desideri profondi, e che troppo spesso arrivano a togliersi la vita per il terrore di dichiarare e vivere pienamente la propria omosessualità o transessualità [3]?

Questi nuovi “benpensanti” sanno che la cultura dello stupro inizia nella convinzione di poter disporre simbolicamente e fattualmente del corpo dell’altro? Che inizia già quando un giovane uomo si sente autorizzato a fischiare dietro a una ragazzina, alle bambine viene prospettato un mondo tutto rosa, o ai bambini viene chiesto di essere sempre coraggiosi e intrepidi?

Certo che lo sanno. Ma per loro è più importante conculcare modelli preconcetti di comportamento che hanno fatto soffrire per secoli una parte non indifferente della popolazione.

La campagna di comunicazione destabilizzante di questi gruppi d’odio è lucidamente orchestrata. La citata Agenda definisce quattro strategie principali, le stesse che vediamo applicate da qualche tempo in Italia, e ora anche in Ticino [4].

La prima è “Usiamo le armi dei nostri avversari e rivolgiamole contro di loro. Ci accusano di essere omofobi? Noi diremo che si tratta di una calunnia contro i cristiani ultraortodossi”. E a conferma di questo hanno creato l’Osservatorio sull’Intolleranza e la Discriminazione contro i cristiani in Europa.

“Rivoltare completamente il quadro concettuale” è la seconda strategia. Consiste nell’utilizzare lo stesso linguaggio dei difensori dei diritti umani, adattandolo però ai propri obiettivi. Come evidenzia l’inchiesta di EPF, l’Agenda “include una tabella con una lista di 14 parole ambigue, dove una colonna comprende che cosa i nostri avversari intendono con essa ed un’altra colonna è intitolata cosa significa realmente. Incoraggia inoltre la creazione di un significato alternativo per i diritti umani stabiliti e l’utilizzo di questi in lavori accademici, così da influenzare il dibattito universitario.”

“La violenza è intrinseca al programma dei nostri avversari”, dichiara poi il documento. È la terza strategia. Di colpo i violenti, gli usurpatori (con la complicità delle istituzioni) sono coloro che non condividono le loro idee. Qualsiasi argomentazione venga portata per contrastare il loro concetto di “ordine naturale” è considerata discorso d’odio.

Naturalmente per sostenere tutto questo impianto è necessario apparire rispettabili e occupare posizioni di potere (quarta strategia), e così una schiera di avvocati, medici obiettori e politici vengono fatti accedere a posti chiave nelle istituzioni attraverso liste di “posizioni di alto livello che diventeranno vacanti”.Davvero questi nuovi “difensori della morale” pensano di poter ancora dominare i corpi attraverso rituali di controllo della procreazione? E a costo di quali sofferenze vogliono farlo?

A me fanno paura loro, che vorrebbero un mondo di persone ingabbiate in rigidi codici di comportamento. Inquieta il loro tentativo di negare le ricerche scientifiche che rivelano quanto la binarietà sessuale in natura sia molto meno binaria di quanto vogliano far credere (come ha mostrato bene la premiata esposizione “Queer” del museo di storia naturale di Berna).

E anche la sistematica diffusione di informazioni false su quanto viene realmente svolto nelle scuole in ambito di educazione sessuale e affettiva rientra nei loro piani. In realtà di questa educazione ce ne vorrebbe molta di più, affinché ognuno/a conosca meglio il proprio e altrui corpo, impari a rispettarlo, impari a nominare le emozioni, a esprimere i sentimenti, a governare i conflitti, a prendersi cura di sé e degli altri. Ad amare sé stesso/a e il prossimo.

Per fortuna le persone continuano a riconoscersi, ad amarsi, a trovare i modi migliori per stare assieme e prendersi cura dei bambini e delle bambine (che siano o no frutto della propria procreazione), anche se a volte in forme famigliari mutevoli e non convenzionali.

Pepita Vera Conforti fa parte del Coordinamento donne della sinistra
Nell’immagine: una delle illustrazioni della mostra “Queer”


[1] Il blog di riferimento di Agenda europea così come altri documenti citati nell’inchiesta del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo non sono più visibili. Wikileaks ha raccolto più di 17’000 documenti che dimostrano (nell’articolo The Intolerance Network) gli intendimenti, gli strumenti e i finanziamenti di questa rete dell’intolleranza che svolge parte delle proprie attività anche a Bruxelles, nel cuore dell’Europa.

[2] Javier Cercas, Nazionalpopulismo e democrazia, citato in Colpi alla cieca, ed. Le Fenici rosse, 2023, p.123

[3] Le risque de suicide parmi les personnes LGBT e La salute delle persone LGBT in Svizzera – Riassunto del rapporto finale 2022 su incarico dell’Ufficio federale della sanità pubblica.

[4] Si pensi solo alle polemiche suscitate dalla pagina dell’agenda scolastica 2023-2024, quando il DECS è stato accusato di “diffondere un messaggio che piace alla propria area e cerca di impostare una certa idea di società” (chissà, azzardo una risposta: forse democratica e inclusiva?), al cartellone UDC in occasione del 1° agosto che, con l’”immigrazione di massa”, vuole sparare con un razzo anche la “follia gender”, o all’evento organizzato dagli Amici della costituzione e HelvEthica Ticino in occasione delle elezioni cantonali, dal titolo esplicito “La distruzione della libertà in nome della libertà? Ideologia del gender: parliamone”. Sicuramente anche la serata prevista per il 13 maggio 2024 a Giubiasco si inserisce nel medesimo filone. Il titolo è: “Cosa mi sento oggi? Gli errori della teoria gender tra i banchi di scuola”.


Ordine naturale

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 


La minaccia di Biden sulle armi a Israele spacca i democratici e fa infuriare Trump: “Sta con i terroristi”

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

La minaccia di Biden di fermare le forniture militari a Israele è parte della sua strategia per chiudere la guerra a Gaza e ridisegnare il Medio Oriente, ma non può essere scollegata dalle presidenziali di novembre. E così corre il rischio di scontentare i sostenitori favorevoli allo Stato ebraico, senza però recuperare i voti di quelli più attenti alle esigenze dei palestinesi.

Uno scontro come quello tra Biden e Netanyahu non si vedeva dal duello tra Bush e Shamir sulla conferenza di Madrid. Joe non ha mai nascosto le differenze politiche con Bibi, ma ora si aggiunge il sospetto che voglia favorire la rielezione di Trump. Sul social Truth, il magnate ha scritto che «Biden si schiera con Hamas, i terroristi che hanno ucciso migliaia di civili innocenti. Ci porta dritti alla Terza Guerra Mondiale». Al principio il problema del presidente era la minoranza arabo americana, che minacciava di non votarlo in stati chiave come il Michigan.

A ciò si è aggiunta la spaccatura tra i Dem , dove la sinistra guidata da parlamentari come Ocasio Cortez gli fa la fronda e il senatore Sanders avverte che Gaza può diventare il suo Vietnam. La critica si è trasformata in crisi aperta con le proteste nelle università, che minacciano un impatto negativo anche sui moderati non motivati da Gaza, che non vogliono disordini nelle loro città. Il tutto sullo sfondo del rischio che la Convention di Chicago si trasformi in un teatro di guerriglia urbana, come nel 1968, condannando Biden alla sconfitta.

Il presidente spera di mitigare i rischi aumentando la pressione su Israele, ma così rischia di non recuperare gli elettori più critici verso Israele, perdendo invece anche quelli che lo appoggiano. Per i giovani, Gaza non è l’elemento principale del malcontento verso di lui. Secondo uno studio dello Youth Poll di Harvard, il 76% degli elettori tra 18 e 29 anni disapprova la linea adottata nella Striscia, ma solo il 2% la indica come primo punto decisivo per le elezioni. Durante il Vietnam la guerra era il tema centrale per il 44% dei votanti, quindi non è detto che le pressioni su Netanyahu risultino così importanti nell’aumentare i consensi del presidente.

Ma la svolta potrebbe alienare altri elettori che finora hanno appoggiato Biden. Su Commentary John Podhoretz cita il giornalista radicale Ryan Grim: «L’ironia è che dopo aver perso il supporto di quelli che si opponevano a quanto fatto da Israele, ora perda anche quello di chi ama quanto fa Israele». Il sospetto è che Biden non sia più determinato a volere la vittoria dello Stato ebraico e la sconfitta di Hamas, esponendolo alle critiche di leader Gop come il senatore Graham, che al Congresso lo ha accusato di privare l’alleato di un appoggio essenziale per la sua sopravvivenza: «È come se il presidente si fosse opposto all’uso della bomba atomica contro il Giappone».


Se Putin alla parata ha solo un carrarmato

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Non permetteremo a nessuno di minacciarci, le nostre forze strategiche sono sempre pronte al combattimento»: dalla tribuna in piazza Rossa Vladimir Putin torna a brandire l’atomica per la terza volta in una settimana, anche se promette che la Russia «farà il possibile per evitare lo scontro globale». I missili balistici Yars, e i tattici Iskander, hanno attraversato la piazza sotto le telecamere, come illustrazione alla retorica bellicosa del leader russo. La sfilata militare dedicata al giorno della vittoria, l’anniversario della sconfitta del nazismo – che Mosca per volontà di Stalin festeggia il giorno dopo l’Europa, a sottolineare di aver combattuto una Grande guerra patriottica, e non la Seconda guerra mondiale – è il coronamento delle cerimonie del trionfo putiniano iniziate con la sua entrata in carica, due giorni prima, per il quinto mandato al Cremlino. E come la cerimonia della investitura di Putin aveva segnato il passaggio definitivo da un sistema elettivo, almeno sulla carta, a una monarchia di fatto, così i festeggiamenti per la vittoria ha segnato la sovrapposizione finale della guerra contro Hitler con quella contro l’Occidente che Mosca combatte in Ucraina.

Gli «eroi dell’operazione militare speciale», come li chiama Putin, marciano in piazza Rossa, per la prima volta in colonne separate dalle truppe cerimoniali e dai soldati vestiti con uniforme d’epoca, nella rappresentazione di una guerra eterna, «esistenziale», come la definisce la propaganda. Tra le motivazioni della Russia, secondo Putin, la difesa contro il «revanscismo delle élite occidentali» che vogliono «imporre una politica coloniale». E per chiarire qual è il lato sbagliato della Storia, secondo Mosca, l’ex presidente Dmitry Medvedev ha pubblicato l’articolo dal titolo eloquente “Come gli anglosassoni hanno promosso il fascismo nel XX secolo e l’hanno resuscitato nel XXI”, in cui accusa Washington e Bruxelles di «un cinismo che supera quello di Hitler». Il fatto che gli occidentali erano alleati di Mosca viene menzionato solo di sfuggita, e dalla lista dei popoli sovietici che hanno contribuito alla vittoria contenuta in materiali didattici per le lezioni propagandistiche nelle scuole russe spariscono gli ucraini, nonostante quasi 10 milioni di morti.

L’invasione dell’Ucraina è, in questa visione, il sequel della grande battaglia contro il Terzo Reich, e il solitario T-34, il carro armato simbolo della vittoria sovietica, apre la sfilata sulla piazza Rossa come simbolo di questa continuità. Secondo diversi commentatori russi, l’apparizione del tank storico è funzionale anche a occultare l’assenza di quelli più moderni: lo sfoggio di uomini e mezzi sotto le mura del Cremlino è stato più che dimezzato rispetto alle parate prima del 2022. Gli organizzatori hanno perfino osato un sorvolo di 15 aerei, cancellato l’anno scorso, nonostante proprio ieri i droni ucraini hanno segnato un nuovo record di gittata colpendo una raffineria in territorio russo, in Bashkiria, a 1.500 chilometri dal confine. Il ministero della Difesa russo si è guardato bene comunque – a differenza dagli anni precedenti alla guerra – dal fare sfilare gli ultimi modelli come il famigerato carro Armata, che non sono mai apparsi al fronte perché l’industria russa non riesce a produrli in quantità.

La Russia continua a combattere una guerra vecchio stile, con mezzi vecchi, ma il collegamento ideale con quella guerra che Putin ha elevato a una forma di culto lo presenta quasi come un merito. Il presidente russo assiste alla parata con al suo fianco due veterani ultranovantenni (il Cremlino specifica che stavolta sono reduci “veri”, e non i membri della polizia politica che gli erano stati affiancati un anno fa, nonostante non avessero mai combattuto al fronte), e alle sue spalle gli ufficiali che hanno combattuto in Ucraina, con tanto di medaglia d’oro di Eroe della Russia sul petto. Secondo i media russi, hanno prestato servizio in distaccamenti accusati di crimini di guerra: la 55ª brigata motorizzata del tenente maggiore Chalym Chuldum-ool ha tenuto per un mese prigionieri in uno scantinato 350 civili del villaggio Yahidne, i parà della 76ª divisione del maggiore Boris Dudko avevano occupato Bucha. Alle spalle del presidente kazakho Kasym-Zhomart Tokaev – gli unici ospiti internazionali alla parata erano i leader dell’Asia Centrale ex sovietica, il dittatore belarusso Aleksandr Lukashenko con il suo volpino bianco, e i capi del Laos, di Cuba e della Guinea-Bissau – era seduto il maggiore Artur Orlov, della 90ª divisione di carri, il cui comandante è finito sotto sanzioni europee per gli stupri di civili commessi dai suoi subordinati. E a Khabarovsk la sfilata è stata guidata dal tenente colonnello Azatbek Omurbekov, identificato come il “macellaio di Bucha” per aver ordinato ai suoi soldati di uccidere tutti i civili in possesso di un cellulare.

Nell’immagine: il leggendario T-34 è stato il solo carro armato ad apparire nella sfilata. Dove sono gli altri?


Centro di competenze della Supsi, asservita ad interessi politici?

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Suscita discussioni e perplessità la decisione del Centro di Competenze della Supsi di pubblicare, proprio in coincidenza con la conferenza stampa del comitato per il “si”, e a un solo mese dalla votazione popolare, un rapporto i cui contenuti sono sostanzialmente favorevoli alla riforma tributaria su cui il Ticino deve esprimersi il prossimo 9 giugno. Per taluni la tempistica è quantomeno discutibile, se non sospetta.

In qualche modo la Supsi interviene, anzi fa la sua irruzione, nel dibattito pre-votazione, su un tema assai divisivo, con importanti interessi in gioco. Per i critici, si tratta di una sorta di “discesa in campo”, il campo della politica, in cui un istituto universitario non dovrebbe metter piede mentre è in corso un vivace confronto tra il “fronte del Sì” alla riforma fiscale e chi la ritiene invece un grande, inutile e iniquo regalo ai ‘paperoni’ che in totale trarranno beneficio per circa 4 milioni all’anno. Tema dunque caldissimo, che seguiremo con particolare attenzione nelle prossime settimane.

Inoltre, si riprovera agli estensori del documento scarsa preparazione e scarsa scientificità del lavoro prodotto e delle sue conclusioni: il gruppo degli autori è infatti interdisciplinare, non formato dunque esclusivamente da economisti che possono esprimersi con maggiore distacco e indipendenza.

Per questo motivo pubblichiamo oggi l’interrogazione parlamentare che, a proposito dello studio e del ruolo della Supsi in questa vicenda, è stata depositata ieri da Fabrizio Sirica del Partito socialista.


Bellinzona. Sono le ore 11:40 di lunedì 6 maggio 2024, la conferenza stampa del comitato borghese favorevole alla Riforma tributaria in voto il 9 giugno ha appena finito di esporre i propri argomenti, e nello stesso identico momento il sito della RSI dà notizia di uno studio del Centro di competenze tributarie e giuridiche (CCTG) della SUPSI che ha fatto un confronto intercantonale sulle imposte dirette per l’anno 2024. Per chiudere l’articolo online, il video della conferenza stampa con cui, il 13 luglio 2023, il Governo ticinese annunciava il messaggio sulla riforma.

Casualità? Non si può affermare il contrario, certo è che le conclusioni a cui arriva lo studio, ossia che il Ticino ha una scarsa competitività fiscale con gli altri cantoni svizzeri, fanno sicuramente il gioco politico di un fronte ideologico.

Ma la “discesa in campo” politica nel delicato dibattito che sta spaccando il cantone era già avvenuta da parte di Samuele Vorpe, responsabile del suddetto Centro. Riporto dal portale Tio: “Così, due giorni dopo il lancio da parte del comitato Stop ai tagli della campagna per dire no, il 9 giugno, alla riforma fiscale approvata dal Parlamento a dicembre dello scorso anno, il professore di Diritto tributario traccia le linee principali della modifica della legge tributaria, spiegandone la ratio e le necessità.”

Personalmente concordo appieno con il Direttore de la Regione, in un editoriale odierno, siamo di fronte al “Vecchio trucco dell’ortodossia neoliberale: rivestire con un alone di scientificità fatto da tante cifre e nessuna contestualizzazione politico-sociale le rivendicazioni di un settore, come quello che in questo caso mira a trattenere per sé una maggior quota di ricchezza oggi ridistribuita attraverso le imposte.”

Il complesso tema della concorrenza intercantonale per quanto riguarda l’attrattività in ambito di persone fisiche e giuridiche, non si può certamente ridurre, come pare fare lo studio, ad un mero e miope ragionamento contabile di comparazione d’aliquote. È ampiamente documentato che nella scelta del domicilio fiscale sono molti i fattori (condizioni quadro) che vengono presi in considerazione:

  • Stabilità politica e sociale
  • Livello delle strutture scolastiche e universitarie (ecco, appunto)
  • Sanità all’avanguardia
  • Amministrazione efficiente
  • Vicinanza alle principali vie di comunicazione internazionali

E che si apra questo dibattito, sulla bontà o meno di uno studio che viene e verrà strumentalizzato da una parte politica, è già sintomatico del grave errore commesso dal Centro di competenze tributarie e giuridiche (CCTG) della SUPSI.

Io non so dire se ho ragione io, se dietro a queste tempistiche c’è una chiarissima regia politica che cerca di rivestire di scientificità la propria crociata ideologica, e non so dire neppure con certezza se la crociata in atto la si fa per conto di quei 12 plurimilionari che da questa riforma potrebbero guadagnare 4 milioni di franchi all’anno. Il sottoscritto non ha le prove di queste possibili influenze, ma a qualsiasi cittadino comune può sorgere questo legittimo dubbio osservando la situazione che si è venuta a creare. E allora è questo il punto, la credibilità di un’intera istituzione viene pesantemente messa in discussione da questo errore, che nella più innocente e blanda ipotesi è un errore di tempistiche e di opportunità.

Si tratta pertanto di fare piena luce sulle dinamiche che hanno portato alla pubblicazione di questo studio con delle tempistiche tanto inopportune. In particolare, fermo restando l’autonomia accademica, si chiede di verificare se le procedure interne che normalmente vengono seguite per la divulgazione di studi e ricerche, sono state rispettate. A maggior ragione se queste tempistiche, come certamente in questo caso, possono influenzare una votazione popolare, espressione più alta del nostro sistema democratico. Ricordiamo che una simile riforma, allora con riduzione delle aliquote per le sostanze milionarie, passò al vaglio popolare per meno di 200 voti!

Con la presente interpellanza urgente (perché ritengo assolutamente urgente fare chiarezza in Parlamento alfine di escludere che un’istituzione universitaria sia asservita ad interessi di parte) chiedo:

  1. Come valuta il Consiglio di Stato le tempistiche di questa pubblicazione, che si sovrappone perfettamente con la campagna di una parte politica?
  2. Esistono delle linee guida che regolamentano le prese di posizione politiche dei ricercatori, nel caso specifico firmandosi in qualità di responsabile Centro di competenze tributarie e giuridiche (CCTG) della SUPSI, facendo un chiaro riferimento al proprio ruolo all’interno dell’università?
  3. Esistono linee guida o prassi che contemplano l’opportunità politica delle prese di posizione o della pubblicazione di studi?
  4. Il Centro di competenze tributarie e giuridiche (CCTG) della SUPSI lavora su mandato di enti esterni e del territorio? Se sì, elencare i clienti privati per i quali ha svolto ricerche e l’ammontare degli introiti.
    4.1 La pubblicazione in questione è stata svolta su mandato di un ente o cliente privato?
    4.2 Il Consiglio di Stato ravvisa potenziali conflitti di interesse tra mandatari e la pubblicazione in esame?

In conclusione, con l’auspicio di fare piena luce con questo atto circa il rispetto o meno delle procedure interne, mi riservo di compiere ulteriori passi qualora non ci sia la necessaria trasparenza sulle decisioni e le responsabilità che hanno portato a questo grave errore comunicativo, lesivo della credibilità di un’importante istituzione quale la SUPSI.

Fabrizio Sirica è deputato in Gran Consiglio (PS)
Nell’immagine: gli uffici del CCTG


Coscienza e intelligenza

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Chiasso letteraria è sempre da stimolo alla riflessione, aiuta a ordinare pensieri scomposti. Nell’edizione che si è da poco conclusa, Marco Revelli e Christian Marazzi hanno intavolato un dialogo che, oltre ad essere risultato estremamente piacevole, ha toccato temi fondamentali inerenti a coscienza e intelligenza. La coscienza non solo come coscienza di sé, caratteristica umana e probabilmente di altri essere viventi (anche se fatichiamo a immaginarlo e a dimostrarlo), ma anche e soprattutto come moto del cuore; in questo senso, la coscienza è certamente il discrimine tra uomini e macchine.

La coscienza pone limiti diversi da quelli dell’efficienza razionale e sa sfondare gli argini e i confini posti dalla razionalità. Pensieri selvaggi era appunto il tema di questa edizione della manifestazione letteraria.

A proposito del discrimine fra uomini e macchine, non ho potuto fare a meno di riflettere su due esempi di attualità. Il primo riguarda il dibattito internazionale sul termine genocidio riferito al massacro che si è perpetrato ed è ancora in corso nella striscia di Gaza: se davanti ad un dramma di questa portata ci permettiamo di disquisire (fuori dalle aule della Corte internazionale di giustizia dell’Aja) sull’appropriatezza del termine genocidio, significa che abbiamo già messo a dormire le nostre coscienze e ragioniamo solo in termini tecnici e giuridici; un ragionamento che potremmo senz’altro affidare all’intelligenza artificiale. La seconda riguarda la decisione dei nostri rappresentanti politici federali di sospendere (negare?) i finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA tagliando di fatto aiuti umanitari più che necessari ai civili palestinesi. Nonostante l’estrema urgenza, nonostante i risultati di un’autorevole inchiesta indipendente e l’assenza di alternative valide, in attesa di chissà quali certezze e incuranti delle certezze del massacro. Una macchina sarebbe giunta alla stessa scelta.

Potremmo purtroppo trovarne molti altri di esempi indegni di una civiltà che si dice umanistica. Sono, forse, ancora tempi floridi per l’intelligenza, soprattutto quella artificiale, ma per le coscienze, per la nostra umanità dunque, sono tempi davvero aridi. Gli studenti che manifestano nelle università occidentali e chi li supporta, dentro e fuori gli istituti accademici, sono il grido di ribellione all’intelligenza secca e mortifera della politica, scuotono le coscienze assopite da tanta “razionalità”, rompono il nostro silenzio complice. La loro coscienza ha messo un limite che l’intelligenza arida non vuole mettere, ha detto basta al massacro, basta tacere. Dovremmo essergliene grati. Accusarli di antisemitismo è un modo indegno e volgare per sviare il discorso e per delegittimarli. C’è di cui vergognarsi, ma per vergognarsi ci vuole coscienza.

Nell’immagine: gli/le studenti dell’ETH di Zurigo in un servizio di RTS


La scienza in ostaggio di Pfizer e Moderna

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Di Andrea Capocci, il manifesto

È finita la pandemia ma non la ricerca di un vaccino universale contro il Covid-19. L’obiettivo è trovarne uno che blocchi la trasmissione del virus e risponda a tutte le varianti. Ma le aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna stanno mettendo i bastoni tra le ruote ai ricercatori.

Nonostante la loro efficacia, i vaccini a mRna forniti a mezzo mondo dalle due aziende non fermano il contagio e devono essere aggiornati periodicamente sulla base delle nuove varianti. Perciò, gli scienziati proseguono gli studi per trovare un vaccino ad ampio spettro. I vaccini sperimentali però devono essere messi a confronto con quelli prodotti da Pfizer e Moderna, per garantire almeno la stessa efficacia e la stessa sicurezza. Realizzare questi test non è possibile perché Pfizer e Moderna si rifiutano di fornire dosi a scopo di ricerca, o lo fanno con enorme ritardo. Lo denuncia il rapporto intitolato «Ricerca in ostaggio» dell’organizzazione non governativa PrEP4All, che lotta per allargare l’accesso ai farmaci. «Senza il vaccino bivalente Pfizer, non disponiamo di un termine di paragone», lamentano gli scienziati interpellati da PrEP4All. Nel solo 2022, le aziende hanno fatturato oltre 50 miliardi di euro grazie ai vaccini.

Il blocco riguarda persino le ricerche finanziate dal potente National Institutes of Health, il principale ente di ricerca pubblica al mondo nel settore, i cui ricercatori hanno dovuto ripiegare su vaccini scaduti o addirittura su fiale già parzialmente usate e destinate allo smaltimento pur di svolgere le sperimentazioni. Nemmeno il governo statunitense, che ha milioni di dosi vicine alla scadenza, ha potuto fornirle loro: le clausole dei contratti di acquisto dei vaccini stabiliscono infatti che per cedere le dosi acquistate è necessaria l’autorizzazione delle aziende farmaceutiche. «Per oltre due anni, i contratti tra governi e industria hanno avuto l’effetto collaterale di ritardare o bloccare l’accesso a questi prodotti a scopo di ricerca», spiega il rapporto della Ong.

L’industria farmaceutica sta bloccando anche i ricercatori dell’hub scientifico creato a Città del Capo (in Sudafrica) dall’Oms allo scopo di sviluppare un vaccino locale e diminuire la dipendenza dai costosi monopoli occidentali. Le dosi le avrebbe fornite il governo francese se Pfizer non si fosse opposta. Neanche Moderna ha dato il suo consenso all’inizio dei test clinici. E l’obiettivo di avere una piattaforma vaccinale africana pronta a rispondere a eventuali nuove crisi sanitarie rischia di sfumare.

Le aziende usano le clausole anche per fermare ricerche ritenute scomode. Ad esempio, hanno aspettato un anno prima di fornire le dosi per gli studi sull’efficacia dei vaccini in persone anziane e immunocompromesse, vanificandole in quanto nel frattempo il virus era mutato. Inoltre, alle clausole contrattuali si aggiungono i brevetti che permettono alle aziende di affermare il monopolio anche sui prodotti derivati dai vaccini. E questo scoraggia i ricercatori interessati a collaborare con le multinazionali per migliorare quelli esistenti.


La notte dell’Europa

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Di Paolo Rumiz, La Repubblica

È da trent’anni – da quando l’Occidente ha lasciato la Bosnia in balia di squallidi affaristi e criminali – che mi ostino a narrare l’Europa. Più la sento balcanizzarsi e più vedo sbiadire gli ideali dei padri fondatori, più si rafforza in me l’obbligo di invocare quel nome. Europa. Ho riempito teatri, accompagnato orchestre sinfoniche di giovani, esplorato monasteri, risalito fiumi e montagne dall’Atlantico al Caucaso, per poi scriverne, in prosa e persino in versi, ed evocare la grande utopia da cui l’attuale alleanza è nata dopo la seconda guerra mondiale.

A contatto col pubblico è stato sempre facile risvegliare l’amore per la grande madre comune, capace di affratellare le nazioni. La mancanza di risposta sta al vertice. Le istituzioni comunitarie non erano e non sono tuttora in grado di offrire una sponda al bisogno emozionale di appartenenza continentale. Nel mio errare da cantastorie di paese in paese ho sentito raramente la vicinanza del Palazzo. Bruxelles era troppo impantanata in grovigli di interessi, equilibrismi e trattative con le lobby, per capire l’importanza politica della narrativa.

Oggi, 9 maggio, è la giornata dell’Europa e mi chiedo cosa ci sia da festeggiare. Se guardo i vertici federali, la mia risposta è: niente. L’alleanza nella quale ho creduto, non è più la stessa. E’ come se mi affacciassi su una voragine da una precaria balaustra. Oltre, non vedo che il vuoto. Un vuoto etico, politico, strategico, diplomatico, narrativo, persino lessicale. La stessa parola “Europa” sembra essersi svuotata di significato. Sento che, come la bassa pressione nel meteo, quel vuoto di senso genera turbolenze e attira tempeste. Mostra una terra in balia degli elementi.

Certo, mai avrei immaginato che il mito della giovane principessa Europa rapita da Giove potesse essere tradito proprio da una femmina, una donna chiamata Ursula. Per restare al potere dopo il voto, la presidente della commissione ha già invitato al banchetto le forze sovraniste, favorite nei sondaggi; le stesse che sognano di svuotare l’Unione dall’interno per farne un’alleanza invertebrata. Con lei, la mia terra si è degradata a patrimonio barattato a scopo elettorale. Con Europa che assomiglia sempre di più a una bella donna decaduta, costretta a vendere il suo corpo a bordo strada.

L’Europa non ha solo nemici esterni, Putin o il radicalismo islamico. C’è anche il nostro crollo valoriale e la nostra apertura al liberismo più sfrenato. Big Food, Big Pharma, Big Chemical e i mercanti d’armi fanno ormai quello che vogliono in Europa. Orwell si è impossessato delle istituzioni. Scuola, sanità, trasporti collassano. La povertà aumenta, il welfare va in pezzi. Salvo la piccola Danimarca, l’immigrazione non trova risposte capaci di conciliare accoglienza e disciplina. I confini tra gli stati si richiudono. Il Mediterraneo diventa barriera. E la parola più tragica del secolo scorso – “nazione” – torna in auge per fare altri disastri.

Che bel sorriso materno ostenta nei manifesti la signora Von der Leyen. Quel sorriso non svela che, sotto il suo comando, gli uffici della Commissione, da strumento di consenso democratico, si sono trasformati in un bunker dove regna cieca obbedienza, dove è possibile trattare in segreto con le società farmaceutiche in materia di vaccini e persino depotenziare l’Antitrust, unico freno rimasto all’attuale voracità predatoria dell’economia. Ursula, che ha aperto il suo mandato rilanciando il Green Deal e ora lo conclude con la sua demolizione, facendo dell’Ue una banderuola. Ursula, soprannominata “presidente americana” per la sua acritica sudditanza alla Nato.

I salamelecchi fra la Presidente e i post-fascisti soprattutto italiani, nascondono la ricerca di un’alleanza fatale. Quella tra il cuore democristiano dell’Unione, legato alla tecnocrazia delle grandi corporation padrone dei mezzi di comunicazione, e un’ideologia storicamente spietata con i deboli, i poveri e i diversi. Gli stessi che l’economia del consumo scheda come “superflui” nella catena di produzione. Il ritorno delle nazioni, in cambio dell’egemonia dei McDonald’s.

E’ un patto di mutua convenienza. I poteri globali blandiscono i sovranismi per indebolire l’ultima roccaforte mondiale dei diritti e delle regole, togliere di mezzo un formidabile concorrente e ottenere anche qui mano libera nella razzia delle risorse e nell’uso di manodopera. Dal canto loro, i sovranismi si servono dei “social”, più efficaci di qualsiasi manganello, per convincere i popoli a una docile sottomissione, evocando complottismi e continue emergenze da stato d’assedio. Nuovamente un tradimento “al femminile”, giocato fra Marine Le Pen, Giorgia Meloni e la stessa Von der Leyen.

Sento un rullio crescente in questa notte dell’Europa. Sono i tamburi dell’etno-nazionalismo, le parole di odio che filtrano su tiktok e su facebook. I sovranismi hanno imparato con anticipo sulle altre forze politiche a servirsi del potere seduttivo della Rete. Hanno fatto proselitismo a partire dai minori, predicando l’ostilità al diverso e il bisogno di un capo supremo. Ma soprattutto hanno creato nella pubblica opinione l’idea di un inevitabile tramonto della democrazia, tanto da obbligare le forze moderate e persino l’inesistente sinistra a rincorrere i sovranisti sul piano del linguaggio. Domani, se anche la destra non dovesse vincere alle elezioni, la destra si ritroverebbe comunque vincitrice, sul piano del discorso e del pensiero medio.

Ipnotizzati da questa “estetica del tramonto”, i mass media continuano a sottovalutare i segnali di controtendenza. Che sono tanti, ma fanno poca notizia. Non si è parlato abbastanza dei tre milioni di tedeschi che hanno riempito le piazze per proclamarsi “barriera tagliafuoco” rispetto al ritorno dei nazismo, della formidabile riscossa elettorale dei polacchi contro il nazionalismo necrofilo che li ha dominati per anni, della rabbia dei giovani pacifisti manganellati o delle manifestazioni dei lavoratori contro lo sfruttamento della manodopera, lo smantellamento della sanità e del sistema pensionistico.

Non sappiamo ancora come andrà a finire. Molto dipende da come narreremo l’Europa. Gli intellettuali sono stati troppo zitti. Eppure, mai come in questo momento il loro compito è chiaro: difendere la parola dal balbettio barbarico che l’aggredisce. E’ stata la falsa alternativa fra “inglese” ed “europeo” a determinare Brexit. Sono state le parole dei media a spingere la Jugoslavia verso il baratro. E se oggi Russia e Ucraina rischiano di autodistruggersi in un conflitto senza fine, è anche perché manca nelle élite europee la capacità dialettica, o verbale, di tessere una mediazione. Per il nodo tremendo di Gaza il discorso non cambia.

A questo punto si tratta semplicemente di spiegare che il sovranismo è la strada più sicura per diventare vulnerabili, diventare terra di conquista delle multinazionali, e quindi perdere la sovranità. Ricordare che, causa i nazionalismi, l’Europa si è già suicidata due volte. E che, nel momento più buio, l’Inghilterra ha resistito alla valanga nazista grazie al discorso appassionato di un uomo solo, Winston Churchill. Si tratta di raccontare ai bambini quanto è fortunata, quanto verde è questa nostra terra, e quanta nostalgia scatena quando le si è lontani. Ripartire dal mito per ricostruire il sogno europeo.

Nell’immagine: Zeus si trasforma in toro mansueto per rapire Europa principessa di Tiro in Fenicia
sulle coste del 
Mediterraneo Orientale


Quando anche una recensione è ponte fra culture

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Qualcuno si chiederà perché Coscienza Svizzera – che non ha nella letteratura il proprio fulcro d’interesse e di attività principale – abbia partecipato volentieri alla pubblicazione di questo libro. Certo, anche se leggiamo con interesse le recensioni e le segnalazioni librarie che Sergio Roić pubblica regolarmente nel Corriere del Ticino e nei suoi vari inserti, non sarebbe sufficiente il fatto che l’autore è da molti anni un attivo membro del nostro Comitato.

A farci decidere per il sostegno al volume è stato un ragionamento più ampio e condiviso. La nostra Associazione – si legge nello Statuto (art. 2.1) – “ha per scopo di rafforzare i principi di democrazia e di federalismo, contribuendo alla difesa ed al promovimento delle diverse identità, lingue e culture presenti nel Paese, e di tener vivo il senso civico svizzero e la sensibilità verso le sfide di una Svizzera in cammino e aperta nella globalità”. È in altre parole, sin dalla sua fondazione nel 1948,e ancor più dopo la sua “rinascita” nel 1965, un luogo d’incontro e di confronto aperto (e apartitico) in cui promuovere il dibattito sul Federalismo, sul quadrilinguismo, sui rapporti tra la Svizzera italiana e le altre Svizzere, ma anche tra la Svizzera intera e le realtà politiche, geografiche, sociali e culturali con cui essa confina. Un ruolo, insomma, di ponte; uno strumento per far conoscere, muovendosi nelle quattro direzioni cardinali, la nostra regione – demograficamente e linguisticamente minoritaria – le sue difficoltà, ma anche i talenti e le risorse di cui dispone.

Nel volume che avete tra le mani tutto ruota attorno ad un bene che si definisce immateriale, la letteratura e, di conseguenza, la produzione letteraria: Sergio Roić presenta qui un centinaio di recensioni che toccano i vari generi della narrativa, ma anche la saggistica.

Quando una recensione, o una più breve segnalazione, riesce ad attirare il lettore, contribuisce immancabilmente ad aprirgli gli occhi, a suggerirgli nuove strade, ad indicargli nuovi orizzonti. Anche il recensore è – ecco l’affinità con Coscienza Svizzera – un mediatore e un ponte: senza entrare in ambiti che non mi competono, ma restando agli obiettivi della nostra Associazione, un volume come questo contribuisce a mettere in luce la vivacità della cosiddetta Terza Svizzera: vivacità – nella fattispecie – editoriale, ossia capacità, da un lato, di partecipare attivamente alla vita culturale del Paese con autrici e autori di primo piano, che riesce a far tradurre, pubblicare (e dunque conoscere) nelle altre lingue; ma anche capacità, prontezza e fiuto dei nostri principali editori nel presentare, a loro volta, al lettore svizzero italiano il meglio di quanto pubblicato oltralpe e altrove. Di questo circuito virtuoso, di parecchi di questi libri svizzeri scrive Roić. Molti altri, da lui segnalati, indicano al lettore una via per guardare anche oltre confine, aprire le finestre, confrontarsi  con quanto ci circonda e con vicende e situazioni che solo a prima vista potrebbero sembrare eccentriche. In realtà anche un giallo o un romanzo di fantascienza possono assumere valenze che superano le loro trame e i loro personaggi per diventare sguardo sociologico, antropologico, politico in senso lato.

La raccolta di Sergio Roić – che si affianca alle quasi 200 pubblicazioni edite dal nostro Gruppo di riflessione nel corso degli anni – è, come le altre, un invito, questa volta in ambito letterario, che l’autore ci rivolge a mantenere occhi, orecchie e mente aperti, curiosi, a confrontarsi costruttivamente con la produzione letteraria di altri autori e altri luoghi, a liberarsi di qualche pregiudizio: se leggerete attentamente i suggerimenti che il volume vi propone, spunti, guizzi e incontri sorprendenti non mancheranno.

Michele Ferrario è membro del Comitato di Coscienza Svizzera


No, il cane NO

Anche in Ticino è in atto la strategia degli estremisti religiosi per manipolare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione 

Non dovrei dirlo, ma ho spesso più compassione per gli animali che per gli uomini. Eppure una buona giustificazione ce l’avrei. L’uomo ha la ragione, ha la parola, può quindi fare delle scelte, avere o esprimere una sua libertà e quando fa una scelta impropria o commette atti riprovevoli si dice alle volte che commette una “bestialità”, che si è ridotto a bestia irragionevole. Ed è una fuga morale per la tangente, attribuendo all’animale il peggio di se stesso.

L’animale ha l’istinto (pensiamo a un cane) o funzionalità pratiche (pensiamo a un cavallo), spesso sfruttati dall’uomo, che rende l’animale cosa o strumento utili o redditizi. È ciò che permette di dominare e togliere all’animale la libertà per utilizzarla solo a convenienze e fini propri, anche abominevoli. Ed è certamente per questo che, andando oltre il maltrattamento degli animali, riprovevole e condannato formalmente anche dalle leggi dell’uomo, ci si chiede, con maggiore insistenza, se anche gli animali non debbano essere soggetti di diritti o avere diritti costringenti l’uomo.

E l’aspetto, che può sembrare paradossale, è quando si deve vedere o constatare la trasposizione del non rispetto dei diritti per l’uomo sull’animale (su un cane, su un cavallo o un asino, ad esempio); è allora che capita di aver maggior compassione per l’animale che non per l’uomo. Perché l’uomo ha la ragione ed avrebbe anche la libertà per poter scegliere o opporsi, mentre l’animale è perlopiù dipendente dalla volontà o dagli interessi dell’uomo, schiavizzato, condannato a subire e, come non-persona e semplice “oggetto” o strumento (di reddito, di ricerca, di compagnia di difesa) senza diritti.

Sono emblematici due casi emersi in questi giorni, cui per motivi diversi si è dato qualche risalto – più per curiosità o devianza “politica”, che per gli interrogativi etici che si ponevano – sui giornali o nelle corrispondenze filmate.

La candidata che per affermarsi racconta di aver ucciso il suo cane

Il primo riguarda la possibile compagna di Trump per la corsa alla Casa Bianca, Kristi Noem. Nella sua autobiografia autopromozionale da poco apparsa (“No Going Back” o “Non si torna indietro”), l’attuale governatrice del Sud Dakota rivela di aver abbattuto con un colpo di fucile il suo cane di compagnia, Cricket, un bracco a pelo duro, di quattordici mesi, perché era troppo indipendente, difficile da domare e, a quanto pare, insidiava le galline di una vicina fattoria. Tanto che nel libro (dove rivela pure di avere ucciso una capra “irascibile e ripugnante”) si giustifica: “È il genere di decisioni che capitano nelle fattorie”. In realtà, Kristi Noem fa parte di quei candidati repubblicani che hanno sempre amato imbracciare fucili, atteggiarsi come “duri” e inflessibili, pronti anche al “lavoro sporco” quando dev’essere fatto. Non è un’illazione e tanto meno un’esagerazione sostenere che quel modo di pensare e di atteggiarsi fa parte della “cultura” americana, estensibile tanto agli uomini e a maggior ragione nel rapporto con gli animali, sacralizzato a quanto pare nel secondo emendamento della Costituzione.

Il cane arruolato con l’elmetto

Il secondo riguarda l’arruolamento, da parte della Nato, anche perché gli uomini non sono mai abbastanza (v. Ucraina) di “cani soldato”, di “cani da combattimento” che – come gli aerei Matador a decollo verticale, che (come bestie) ingannano i missili avversari con emissioni di calore – “preparano l’Alleanza a nuovi scenari” (dicono i corrispondenti da Creta, centro delle attuali esercitazioni Nato). I cani appaiono equipaggiati da caschi di protezione, bardati di enormi para-orecchi per non essere distratti dal fragore dei missili, con giubbotti antiproiettile sulla schiena. Sono ritenuti indispensabili sia nel trovare trappole nascoste o nell’aprire la strada al resto delle truppe grazie alla loro rapidità e poiché sono meno raggiungibile dai proiettili (quanto a dire, in parole oneste, che se c’è un campo minato lo segnalerebbero repentinamente con il fiuto o… saltando in aria).

Non è inconseguente o assurdo riconoscere all’animale (al cane) una psicologia e anche attribuire alla sua sofferenza un senso morale. La teoria dei diritti degli animali non è la sola via che si può percorrere se si vuol riconoscere che la loro sofferenza ci interroga. Il miglior modo di rispettarlo non è forse quello di lasciarlo vivere nella sua alterità senza costringerlo nelle nostre identità preconcette (quasi fossero dei deficienti mentali), e nei nostri obiettivi “umani” più egoisti, mercantili o belligeranti, applicando loro le categorie antropologiche più insulse, nefaste, “disumane”? Insomma, perché passare al cane il peggio della ragion dell’uomo?

Nell’immagine: Kristi Noem con un ignaro cane