Primavera georgiana contro l’incubo Putin

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Manganelli, lacrimogeni, volti insanguinati e sanpietrini sui poliziotti: notte dopo notte, la piazza di fronte al parlamento georgiano si trasforma nel teatro di uno scontro sempre più violento. Ieri mattina, sui social circolavano le fotografie degli attivisti con le ferite provocate dalle pallottole di gomma e il deputato Levan Khabeishvili, presidente del Movimento nazionale unito, principale partito dell’opposizione, si presentava in parlamento con un volto bendato e orrendamente tumefatto dalle percosse della polizia. Ma ieri sera, i manifestanti dell’opposizione sono tornati nelle strade di Tbilisi. La rivolta contro la “legge russa”, iniziata ad aprile, è andata ben oltre uno scontro tra governo e opposizione: la Georgia sta oscillando sull’orlo di una crisi violenta che potrebbe decidere il suo futuro europeo.

Un anno fa, la legge sugli “agenti stranieri” – che sostanzialmente imponeva a qualunque media o Ong con più del 20% di finanziamenti esteri di sottoporsi a controlli speciali e dichiararsi un agente di influenza – era stata richiamata dal governo di Sogno Georgiano sotto la pressione della protesta della piazza. Stavolta, l’esecutivo di Irakly Kobakhidze sembra non avere l’intenzione di cedere: la polizia non ha esitato a ricorrere alla violenza contro i manifestanti e i deputati che durante il dibattito hanno provato a criticare la legge sono stati semplicemente tacitati ed espulsi dall’aula. Il Sogno Georgiano ha una maggioranza schiacciante e si prepara a superare anche l’imminente veto sulla legge promesso dalla presidente Salome Zurabishvili. Ma soprattutto, non nasconde più a cosa serve la “legge russa”: dalla tribuna di un comizio a Tbilisi l’oligarca Bidzina Ivanishvili – ex premier e vero ideologo e proprietario del partito al governo – ha chiamato a emettere «la sentenza finale» contro l’opposizione, che accusa di essere «agenti stranieri» del «partito della guerra globale dell’Ue e della Nato», che stanno «preparando la rivoluzione» in vista delle elezioni di ottobre.

Mai l’intenzione di rompere con l’Occidente e riportare Tbilisi sotto l’ala di Mosca – che nel 2008 aveva invaso la Georgia in una guerra-lampo che le ha strappato il 20% del suo territorio – era stata formulata in maniera più esplicita. Un segnale che è stato ascoltato a Bruxelles, e mentre Ursula von der Leyen avvertiva ieri che «la Georgia si trova a un bivio», nel parlamento europeo si discuteva di sanzioni contro Ivanishvili e i suoi deputati, e dell’ipotesi di sospendere il percorso di adesione per Tbilisi, che ha ottenuto lo status di Paese-candidato all’Ue soltanto pochi mesi fa, e con una certa fatica. Una mossa che diventerebbe inevitabile nel caso di una repressione violenta della protesta, e dell’adozione di altre leggi repressive come quella contro le persone LGBT, promessa come imminente dal premier Kobakhidze. Un boicottaggio europeo non farebbe però che facilitare la strada a Ivanishvili, che sembra essere già pronto alla rottura con l’Occidente: ieri l’ambasciatrice americana a Tbilisi Robin Dunnigan ha rivelato che nelle ultime settimane il governo georgiano ha «scelto di declinare l’invito a discutere la partnership e l’assistenza Usa». Il commento del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov sulle «pressioni esplicite degli Usa ai Paesi che cooperano con la Russia» appare un’ultima conferma che la crisi a Tbilisi fa parte del grande gioco che il Cremlino sta conducendo su più scacchiere.

Per Vladimir Putin, il Paese caucasico è cruciale non soltanto perché era stato il primo ad abbandonare l’orbita filorussa, ma anche perché in Georgia hanno trovato rifugio centinaia di migliaia di esuli russi contrari alla guerra in Ucraina (molti dei quali stanno ora scendendo in piazza a fianco dei giovani georgiani). I propagandisti televisivi russi stanno già chiamando a invadere la Georgia. Ma, se la piazza non costringerà Ivanishvili a fare un passo indietro, la svolta antieuropea di Tbilisi potrebbe svolgersi in modo più “pacifico”: la “legge russa” permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione in vista delle elezioni. Un progetto che però dovrà passare letteralmente sul corpo dei giovani georgiani in piazza, in una spaccatura generazionale sempre più evidente e drammatica. Secondo i sondaggi, la maggioranza dei georgiani è favorevole all’avvicinamento all’Europa, e la protesta scatenata dalla “legge russa” ha mostrato la presenza di una società civile molto determinata (in Russia a suo tempo Putin approvò le sue leggi liberticide senza incontrare alcuna resistenza che non fosse di pochi intellettuali). Quanto la piazza del parlamento di Tbilisi possa diventare un nuovo Maidan, oppure una Tiananmen, dipenderà però anche da altri attori: ieri, la chiesa ortodossa georgiana, che sostiene il governo, ha però chiamato le parti a un negoziato, per trovare una «soluzione pacifica» e ascoltare «la generazione che costruirà il futuro del Paese».


Una onça (giaguaro) della letteratura: Micheliny Verunschk 

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

«Sono una onça (un giaguaro) che scrive», è così che si definisce la scrittrice pluripremiata, Micheliny Verunschk. Si spiega: «Mi identifico con questo felino e sento un affetto allegro alla Spinoza». In portoghese la onça, una grossa specie di felide, è l’unico rappresentante del genere Panthera ad essere originario delle Americhe. Dettaglio non da poco, poiché è un animale perseguitato ma che resiste. Per le popolazioni indigene è un simbolo di potere e di una conoscenza sinonimo di coscienza. Parlando con l’autrice traspare anche in lei questo ruolo di saggia… delle parole.

Sottolinea, infatti: «Per me la letteratura è uno strumento di creazione di mondi, serve a costruire ponti tra realtà diverse». Leggendo i suoi ultimi due libri appartenenti alla “Trilogia della foresta”, si capisce immediatamente che Verunschk, storica prima che scrittrice, è una pensatrice complessa, ma di grande interesse per leggere le questioni urgenti del Brasile e del mondo.

Nel “O som do rugido da onça” (in italiano: Il suono del ruggito del giaguaro), racconta non solo il dramma delle popolazioni indigene, ma anche aiuta a riscrivere la storia del colonialismo con gli occhi dei personaggi, due giovani indigeni strappati dalla loro terra e portati in Europa da due naturalisti. Una storia vera accaduta all’inizio del XIX secolo. Mentre nel secondo libro della trilogia, “Resta solo il fuoco” (66thand2nd Ed., 2023), l’autrice tratta il fanatismo religioso e la caccia alle streghe. Una storia violenta e cruda che si svolge nella campagna brasiliana, ma che è estendibile a molti altri paesi.

Verunschk ricorda che: «La caccia alle streghe non è né un fenomeno circoscritto al passato, né un elemento proprio al Brasile contemporaneo, ma accade in tutto il pianeta. La studiosa Silvia Federici studia come la stregoneria stia alla base del capitalismo e come serva per reprimere le donne. Non è una cosa che è lontana da noi; continuamente, in qualsiasi realtà, c’è qualche donna di spicco che è repressa o assassinata. Questo rivela la parte più perversa del capitalismo». Continua: «Per quel che concerne il fanatismo religioso, se va a New York è pieno di chiese pentecostali; alimenta le guerre ma non solo quelle fra Stati. A volte quando si parla di fanatismo religioso si pensa che questo sia qualcosa di esotico, ma non lo è. Nella stessa Münich, per esempio, nelle chiese pentecostali, i fedeli devono obbligatoriamente pagare una percentuale del proprio stipendio. La portata politica delle “sette religiose” ha ancora grande importanza nei conflitti umani».

Nel suo discorso narrativo ci sono diversi parallelismi tra luoghi e tempi e si potrebbe pensare ad una scrittura mossa dall’attivismo politico, ma la scrittrice ci tiene a precisare che: « La Micheliny “privata” agisce con una sua etica ed il suo bagaglio formativo ed ha un modo di stare al mondo. Ciò “attraversa” la mia letteratura, ma non scrivo per uno scopo politico. Il mio compromesso maggiore è con la narrativa, con la finzione. Poi, sono una donna nata in un paese “attraversato” dal colonialismo e questo, per forza di cose, si riflette nella mia scrittura». Insiste sul verbo “attraversare”, forse per evidenziarne il processo involontario.

Un elemento più che volontario che traspare nei suoi libri è invece ciò che Verunschk chiama il “tempo perturbato”. Ci spiega che: «sebbene ogni mio libro funzioni a modo suo, utilizzo sempre questo tempo». Per la scrittrice il passato, presente e il futuro sono costantemente in frizione nei suoi scritti e si toccano o si rifiutano o dialogano tra di loro. Ciò implica un’altra interpretazione del fattore temporale. Per l’autrice: «Questo “tempo perturbato” riflette il tempo di territori del mondo come l’America e l’Africa che hanno un “tempo perturbato” nella storia». Continua dicendo: «La nostra storia non è in linea retta e tutte le ferite coloniali ancora sanguinano. In Brasile tutto è molto rapido e aggrovigliato e le circostanze del nostro territorio, delle nostre città e del nostro popolo non consentono la comprensione di un tempo “posato” cronologicamente, che va in crescendo». Inoltre, la scrittrice ci mostra come il tempo dei suoi racconti non sia il tempo tecnologico che appartiene alla linearità del progresso, ma un tempo che dialoga con l’”ancestralità” e si sviluppa meglio nei cicli della natura, delle piante e degli animali.

Concludo pensando alla necessità di tradurre queste scrittrici-giaguaro, scrittrici-streghe a contatto con la parte selvaggia delle parole. Parole che rispiegano il mondo. Scrittrici che, come Verunschk, hanno la capacità di creare una narrativa selvaggia, ossia una narrativa libera e profonda che prende la natura come co-protagonista insieme ai personaggi.

Nell’immagine: l’autrice e il suo libro


Per Nestlé ai bambini dei paesi poveri gli zuccheri aggiunti non fanno male

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

KitKat, Smarties, Perrier, Nescafé, Nesquik, Nespresso, Nestea. Alzi la mano chi non ha, o ha avuto, in cucina un prodotto a marchio Nestlé. Il colosso alimentare svizzero è quasi onnipresente. Nel nostro mondo ricco,  così come nei Paesi più poveri. Tuttavia, non commercializzerebbe esattamente gli stessi prodotti: Nestlé aggiunge zucchero negli alimenti per bambini destinati ai Paesi a medio-basso reddito. Questa è la nuova accusa rivolta al gigante elvetico.

La denuncia arriva da un rapporto curato da “Public Eye”, organizzazione di giornalismo investigativo svizzera, in collaborazione con l’International Baby Food Action Network (IBFAN). Titolo: “Come la Nestlé opera per fare in modo che i bambini dei paesi poveri siano dipendenti dallo zucchero”. Lo studio ha preso in esame circa 150 prodotti per bambini venduti dal colosso alimentare nei Paesi a basso reddito. I risultati hanno dimostrato la presenza di dosi importanti di zuccheri aggiunti sotto forma di saccarosio, miele e dolcificanti.

Secondo le analisi, la quasi totalità di cereali per bambini a partire dai 6 mesi di età (il Cerelac) contiene zuccheri aggiunti. Quasi 4 grammi per porzione in media. Una quantità equiparabile a quella di una zolletta di zucchero. Tale quantitativo ha raggiunto addirittura 7,3 grammi per porzione nelle Filippine. 

Stessi rilevamenti, seppur in misura minore, per Nido, latte in polvere per bambini da 1 a 3 anni. Sono stati scoperti in media quasi 2 grammi di zuccheri aggiunti per ogni porzione; 5,3 grammi è il valore massimo rilevato in un prodotto venduto a Panama.  Si tratta dei due prodotti di punta della campagna condotta da Nestlé per promuovere una vita più sana tra i bambini nei suoi principali mercati in Africa, Asia e America Latina. Paesi, tra l’altro, dai quali genera buona parte dei proventi derivanti da questi due prodotti.

Nestlé dichiara pubblicamente di evitare alimenti per bambini che contengano zuccheri aggiunti. Ma non solo. Talvolta, accompagna tali dichiarazioni con la presenza di professionisti del settore medico e influencer dei social media per conquistare la fiducia dei genitori. Un linguaggio forte quanto ingannevole. Ma non per tutti. L’indagine svela infatti come gli stessi prodotti sono effettivamente senza zuccheri aggiunti quando venduti nel paese d’origine della multinazionale, la Svizzera, e nei principali mercati europei. 

Si tratta dunque dell’ennesimo doppio standard. Inaccettabile dal punto di vista etico. Dannoso da quello della salute pubblica. E ingiustificabile sotto qualsiasi punto di vista. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) assumere zuccheri in quantità eccessive nei primi anni di vita può portare i più piccoli a sviluppare una preferenza per i prodotti zuccherati per tutta la vita. Conseguente è il rischio di sviluppare obesità e altre malattie croniche. Problematiche, tra l’altro, che sono sempre più in aumento nei paesi a basso reddito. 

Dunque, una prassi che mette gravemente a rischio la salute dei bambini. Non è un caso se, nel 2022, la stessa organizzazione delle Nazioni Unite aveva chiesto di mettere al bando tutti gli zuccheri aggiunti nei prodotti per neonati e bambini sotto i tre anni d’età. Una linea guida che, a quanto pare, viene ritenuta valida solamente per I bambini occidentali, per i quali i prodotti vengono venduti in modi rispettosi degli standard OMS. Evidentemente, per la multinazionale elvetica ci sono bambini e bambini.

Nell’immagine: pubblicità del Cerelac


Cassis, UNRWA, e il vero problema

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Passo indietro? Soltanto un passettino. Questa è la diplomazia svizzera di Ignazio Cassis quando si tratta di dissociarsi dalla politica governativa israeliana. Per la quale ha notoriamente un occhio di riguardo. Anche quando non si tratta di garantire la sicurezza dello Stato ebraico, ma più prosaicamente di applicare con coerenza quella politica umanitaria di cui la Svizzera fa gran vanto (siamo pur sempre “il Paese depositario dei Trattati internazionali” che ne declamano la volontà e la necessità). Insomma, si sta con Netanyahu: il più possibile, fino al limite della decenza. 

Così, in merito alla sospensione dei finanziamenti svizzeri all’UNRWA, l’organizzazione Onu per l’assistenza ai profughi palestinesi (non solo di Gaza) ci si ravvede, ma solo in parte. Berna decide infatti di ripristinarli, ma non completamente. È come la pretesa (con pessimo paragone, e ce ne scusiamo) di essere incinta “ma solo a metà”. E questo mentre il governo ipernazionalista di Israele, nella sua cieca “rappresaglia di massa” contro Gaza, sostiene di non voler affatto rinunciare all’attacco devastante della città di Rafah, gonfiata fino a quasi un milione di profughi in fuga e in cerca di riparo, con prevedibile peggioramento della tragedia anche esistenziale che ha già fatto decine di migliaia di morti in poco meno di sette mesi, ridotto in macerie o reso inabitabili il cinquanta per cento delle abitazioni, provocato una carestia limitando fortemente i soccorsi internazionali. 

Una punizione, contro l’Agenzia ONU, su cui persino la Germania (che ha un comprensibile e paralizzante complesso di colpa nei confronti dello “Stato degli ebrei”) si è totalmente ricreduta, insieme a diverse altre nazioni. Convinte anche dall’esito dell’indagine (sollecitata dal Palazzo di vetro) guidata dall’ex ministra degli esteri francese Catherine Colonna, il cui rapporto finale ricorda che Israele non ha esibito le prove che all’attacco terroristico di Hamas di inizio ottobre abbiano partecipato anche dodici collaboratori dell’UNRWA (su 13.000), impiegati comunque subito licenziati. 

Cosa c’è allora dietro la testardaggine del capo della nostra diplomazia? C’è il fatto che sul problema dell’Agenzia ONU, la questione va oltre la “semplice” tragica attualità. Riassumiamola con le parole che vi ha dedicato Le Monde: “Israele ha sempre sostenuto che essa (ndr: l’Unrwa) alimenta artificiosamente uno dei principali contenziosi del conflitto che  l’oppone ai Palestinesi: la sorte dei rifugiati dei conflitti israelo-arabi del 1948-1949 (con l’attacco arabo al neo costituito Stato ebraico) e del 1967 (la guerra-lampo dei sei giorni e la conquista dei ‘territori occupati). In sostanza, il problema della loro indennizzazione o per certuni del ritorno in Palestina.  È stato questo il nodo al centro di tutti i negoziati rimasti infruttuosi”. 

Netanyahu si era precipitato nella tragica breccia aperta dal 7 ottobre vedendo in essa “l’opportunità di un nuovo attacco contro l’istituzione creata nel dicembre 1949, dopo la prima guerra israelo-araba, che aveva provocato l’esodo di decine di migliaia di Palestinesi cacciati dai territori conquistati dallo Stato ebraico”. Si stima che in realtà furono alcune centinaia di migliaia, col corollario di decine di villaggi palestinesi rasi al suolo, circostanza documentata in particolare dallo storico israeliano Benny Morris; mentre un altro studioso israeliano, Ilan Pappé, contesta la tesi secondo cui gran parte dell’esodo venne provocato dagli appelli dei paesi arabi (che avevano attaccato la neo-nazione israeliana) per invitare i palestinesi a lasciare le loro case in attesa della rivincita araba: rivincita mai arrivata, con la conseguente conquista israeliana  di altri territori, in aggiunta a quelli assegnati dalla spartizione della Palestina in due Stati. Rimane aperta la questione: hanno diritto “al ritorno” o “all’indennizzazione” unicamente i capifamiglia dei fuggitivi o anche i loro eredi e discendenti (che dopo 75 anni superano ormai i cinque milioni di persone)?.

Nessun leader politico dell’OLP, da Arafat a Abu Abbas, avrebbe potuto permettersi di tornare da un negoziato a mani vuote su questo punto (cioè sulla sostanza della ‘Nakba’, la ‘catastrofe’ come gli arabi ricordano soprattutto l’esodo del ’48), e anche per questo fallirono i vari i tentativi fatti dalla leadership palestinese prima con Rabin, poi con Ehud Barakh, infine con Ehud Olmert. Di fronte all’esplosivo problema del “ritorno” (che in base alla legge sulla “aliyah” Israele concede invece a tutti gli ebrei del mondo, anche a quelli che nei secoli nulla hanno avuto a che fare con la “terra promessa”) Tel Aviv ha costantemente cercato di screditare in ogni modo l’attività dell’UNRWA: che il report di Catherine Colonna ha invece definito in grado di mantenere una sostanziale “neutralità”, e comunque di risultare “insostituibile e indispensabile” nell’aiuto umanitario: naturalmente non convincendo gli Stati Uniti, che hanno congelato i loro sussidi fino al 2025, ma che intanto continuano a fornire armi allo Stato ebraico.

Per Ignazio Cassis, obiettivamente appiattito sulle posizioni del governo Israeliano, l’UNRWA non è una soluzione, ma “il” problema, perché i campi profughi (lo sostenne durante una visita in Libano) impediscono l’integrazione dei rifugiati palestinesi nei diversi paesi arabi di accoglienza. Tesi che potrebbe essere tranquillamente ripresa pari pari dalla diplomazia israeliana. Ecco perché Berna, al di là di qualsiasi declamazione ufficiale, continua nella sua posizione di sospetto e ostilità nei confronti dell’Unrwa. Anche col sostegno di una parte dell’ UDC: ufficialmente sostenitrice di Israele, ma anche ammiratrice senza complessi di quel Vladimir Putin che accoglie al Cremlino i leader di Hamas.

Nell’immagine: Catherine Colonna presenta il proprio rapporto


Intifada americana

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Di Alberto Simoni, La Stampa

ll’interno della Millar Library dell’Università di Portland in Oregon, i manifestanti hanno ricoperto i muri di scritte. Una di queste recita: «Finiremo l’occupazione di questo palazzo, quando Israele cesserà l’occupazione di Gaza». L’ambizioso programma è stato stravolto dal blitz della polizia ieri mattina.

Da lunedì, una trentina di giovani era barricata nella struttura, all’alba è stata liberata con un blitz dopo tanto di ultimatum e trattative finite in nulla.

Dodici persone sono state arrestate, le altre sono uscite con le mani dietro la nuca e si sono dileguate. I riflettori d’America sulle proteste nei campus che da oltre due settimane scandiscono le giornate di giovani studenti, professori, dirigenti, politici – molti accorsi a sostenere chi i filo palestinesi e chi gli studenti ebrei o a difendere il free speech o a chiedere l’intervento radicale delle forze dell’ordine – sono puntati a Ovest.

Dopo lo sgombero martedì notte dell’accampamento della Columbia University, la polizia ha affrontato il capitolo UCLA. Il campus di Los Angeles ieri mattina anziché tende e manifestanti, fra i 300 e i 500 accalcati a intonare slogan pro Palestina e i duemila che stavano lungo il perimetro, aveva una ruspa al lavoro e un grande cassone di ferro per la raccolta dei rifiuti. C’è finito dentro di tutto: bottigliette, coperte, tende dopo che la polizia ha deciso che il braccio di ferro era durato troppo. Gli arresti sono stati 200. La contabilità del New York Times dice che in due settimane in America sono state fermate 2000 persone, nelle ultime 48 ore però sono stati i blitz della polizia – chiamata da rettori e presidenti a ripristinare ordine e attività nei campus – ad accelerare la conta: 17 in Texas, 12 in New Hampshire, 9 in Florida, poi Fordham, Yale, New Orleans. Sono 282 a New York fra Columbia e City College. La metà di questi non avrebbe nulla a che fare con le università, non sono studenti né professori. 

A UCLA sino all’ultimo avevano provato a risolvere la questione con il dialogo, poi martedì la vicenda ha preso una piega brutta. Alcuni contromanifestanti hanno assaltato il campus dei filopalestinesi, tensioni, strattonamenti, spray al peperoncino, mazze e bastoni. La polizia del campus solo mercoledì mattina ha ripristinato l’ordine. I dirigenti universitari hanno parlato di “istigatori” riferendosi ai contromanifestanti e ordinato un’inchiesta. Ma ormai il clima era troppo pericoloso. Alle 3:15 (mezzogiorno di ieri in Italia) circa 250 agenti della California Highway Patrol sono entrati nel cortile del campus, grande come un campo da football. Hanno sparato fumogeni, qualche granata stordente e si sono protetti dal lancio di estintori e mazze da parte degli studenti. Alcuni di loro si erano preparati per tempo al confronto con le forze dell’ordine: indossavano occhiali di plastica per proteggersi dal fumo; elmetti da operai, maschere per respirare. Ma è finita con la tendopoli sgomberata e 132 ammanettati.

La mappa d’America descrive proteste e arresti ovunque. Pochi Stati sono immuni da quello che alcuni commentatori cominciano a etichettare come un simulacro del 1968. E come nel 1968, la Convention democratica si svolgerà a Chicago, le proteste attorno alla United Arena dove Biden otterrà il 22 agosto la nomination del Partito sono scontate e già preannunciate. Quanto l’onda durerà però resta la grande incognita. Alcuni analisti ritengono che, con la fine delle lezioni – entro due-tre settimane –, le proteste potrebbero perdere d’intensità.

I giovani sono la prima linea ma hanno retroguardie ben fornite. In molti casi professori e personale dei college si è mobilitato. Alla George Washington University, i docenti delle facoltà ieri hanno fatto da cordone sanitario lungo H Street per separare il sit-in degli attivisti pro-Palestina dai filo-israeliani – fra loro anche famigliari degli ostaggi detenuti dal 7 ottobre a Gaza – che manifestavano 4 strade più in là. L’idea era evitare un bis di quanto accaduto a UCLA. Mark Lance, docente di politica internazionale alla Georgetown, ha spiegato: «Siamo qui per difendere i pro-palestinesi dalle aggressioni».

Le proteste hanno stravolto ogni piano. A Columbia la polizia resterà nel campus sino al 17 maggio, due giorni dopo la cerimonia dei diplomi; all’Università della South California non ci saranno cerimonie; in Florida invece oggi ci sarà la festa per i laureati confidando non vi siano disordini.

Il presidente Biden ieri ha per la prima volta interrotto il silenzio. E forse non è un caso che l’abbia fatto oltre 24 ore dopo le dichiarazioni di Trump sul blitz a Columbia University: «È bello vedere il raid della polizia contro i pro-palestinesi e gli anti-israeliani». Il presidente ha inserito all’ultimo minuto nel suo programma un intervento di pochi minuti in cui ha detto che gli americani «hanno il diritto di protestare non quello di creare caos». Ha rifiutato però, rispondendo a due domande, dapprima l’idea che possa essere schierata la Guardia Nazionale e quindi ha specificato che le manifestazioni non gli stanno facendo cambiare idea e linea verso il Medio Oriente. «Distruggere la proprietà non è una protesta pacifica. È contro la legge. Il vandalismo, la violazione della proprietà, la distruzione dei vetri, la chiusura dei campus, obbligare a cancellare lezioni e cerimonie, nulla di tutto questo è pacifico». Biden ha quindi sottolineato che «non siamo una nazione autoritaria dove le persone vengono silenziate e il dissenso schiacciato. Il popolo americano è ascoltato. Le proteste pacifiche sono nella migliore tradizione di come l’America risponde alle questioni. Ma, non siamo nemmeno un Paese senza legge, siamo una società civile e l’ordine deve prevalere».


Columbia, la linea dura e il rischio di favorire Trump

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Ci Alexander Stille, La Repubblica

In pochi giorni, siamo passati da un estremo all’altro. Lunedì sera, studenti pro-palestinesi — dopo il fallimento delle trattative con l’amministrazione universitaria — hanno scelto di occupare uno degli edifici del campus. In risposta, l’università ha chiamato centinaia di poliziotti per cacciarli e ha annullato le lezioni in presenza. Ora la polizia può entrare nel campus ma i professori no. Per 24 ore tese, l’università ha tentato di mediare. Gli studenti hanno insistito sul totale disinvestimento dell’università da Israele. L’università ha un programma di doppia laurea con l’Università di Tel Aviv che non avrebbe mai cancellato, perché è stata un centro di protesta contro Netanyahu e quindi punirli sembrerebbe una strana risposta alla crisi attuale. L’università ha offerto alternative: creare un centro di salute per bambini a Gaza e borse di studio per studenti palestinesi alla Columbia. Non ha funzionato.

La pressione stava aumentando: dai “trustees” dell’università, dai politici, dal sindaco di New York, dai vigili del fuoco preoccupati per la sicurezza pubblica. Durante la prima serata di martedì abbiamo potuto vedere sempre più veicoli della polizia arrivare, chiudendo le strade vicino alla Columbia in quella che sembrava una grande operazione militare. Il campus è stato bloccato tranne che per studenti e professori che vivevano all’interno. Sono riuscito a entrare grazie ai miei colleghi della Scuola di Giornalismo che sono riusciti a ottenere eccezioni.

Verso le 21,30, centinaia di poliziotti antisommossa sono entrati in forza come un esercito occupante. Hanno sgomberato il prato di fronte a Hamilton Hall in preparazione dell’irruzione, determinati che non ci fossero telecamere. Ero in mezzo a una folla di studenti che sono stati spinti verso un’uscita sulla 114th Street e ci è stato detto che dovevamo lasciare il campus. Altri sono stati respinti verso l’edificio del Giornalismo dove sono stati costretti a rimanere fino a mezzanotte. Nel frattempo, la polizia è entrata a Hamilton Hall (il palazzo occupato) con una grande rampa che portava al secondo piano. Gli studenti non hanno opposto resistenza e circa cento sono stati arrestati senza apparenti lesioni. La polizia ha smantellato l’accampamento.

L’università ha chiesto alla polizia di rimanere nel campus fino alla fine dell’anno scolastico a metà maggio. Dopo aver ristabilito l’ordine, ciò che l’università ha fatto dopo mi ha stupito: ha annullato tutte le lezioni in presenza fino alla fine dell’anno e ha chiuso il campus a tutti i lavoratori non essenziali, compresi i docenti. Ho tenuto le lezioni nel mio appartamento, ma i colleghi che insegnano giornalismo audio e video non hanno più accesso ai loro laboratori o attrezzature.

La maggior parte dei professori ora sono arrabbiati con l’amministrazione per una chiusura totale che sembra la militarizzazione dell’università. Poiché la polizia è già nel campus, nessuno avrebbe occupato edifici o costruito un nuovo accampamento, quindi cosa volevano ottenere chiudendo l’università ai professori e alla maggior parte degli studenti? Temevano, presumibilmente, che facessero una manifestazione. Ma le manifestazioni fanno parte della vita del campus. Impedire ogni dissenso sembra in contrasto con la tradizione delle università americane, specialmente la Columbia.

I nostri studenti sembrano conoscere la storia della Columbia meglio dell’amministrazione. Hanno scelto il 30 aprile per l’occupazione di Hamilton Hall, anniversario del giorno in cui gli studenti nel 1968 occuparono lo stesso edificio in protesta contro la guerra del Vietnam e i piani della Columbia di espandersi ad Harlem, spostando i residenti locali. L’amministrazione, al contrario, sembra essere stata impreparata e colta di sorpresa. I miei studenti sapevano che sarebbe successo e sono rimasti stupiti che la sicurezza del campus non avesse preso provvedimenti per prevenirlo.

Uno dei fattori di questa crisi è che le persone che gestiscono la Columbia commettono errori da principianti. La presidente, Minouche Shafik, si è insediata il 4 ottobre 2023, tre giorni prima dell’attacco di Hamas. Il rettore è stato nominato a gennaio. Entrambi sono stati travolti da una crisi che non sembrano ben preparati ad affrontare. Altre università sono state in grado di negoziare compromessi con i loro studenti protestanti, facendo smantellare gli accampamenti senza chiamare la polizia. I problemi peggiori si sono verificati a New York e Los Angeles, importanti centri mediatici. I manifestanti esterni all’università si coinvolgono, alzando la temperatura e poiché si svolgono sotto i riflettori dei media, diventano teatri per i politici che vogliono usare il conflitto a proprio vantaggio. I repubblicani sono riusciti a forzare le dimissioni dei presidenti di Harvard e dell’Università della Pennsylvania. La paura di fare la stessa fine, credo, ha indotto Shafik a chiamare la polizia per smantellare l’accampamento piuttosto che cercare un compromesso. Ora, gli stessi politici che stava cercando di placare chiedono le sue dimissioni. Nel frattempo, ha perso la fiducia della facoltà in una misura che potrebbe essere irrevocabile.

Una delle domande interessanti poste da questa crisi attuale è a chi appartiene l’università? Agli studenti? Ai professori? Agli ex alunni e ai fiduciari che forniscono la maggior parte del denaro nel suo enorme fondo di dotazione di 13 miliardi di dollari? Ai politici che possono aiutarla o danneggiarla? Anche se la Columbia è un’università privata, riceve circa 1,2 miliardi di dollari di finanziamenti federali ogni anno sotto forma di sovvenzioni per la ricerca, ecc. Come ha detto un mio collega: «La Columbia e università simili si sono messe in una posizione in cui dipendono finanziariamente da varie entità che non “condividono i nostri valori”. Con queste persone, se dici: “Ma state violando la libertà accademica!” direbbero: “Certo, eccome!”. E non puoi dire che vadano a quel paese, perché non possiamo vivere senza di loro. Una vittoria repubblicana il giorno delle elezioni non farà che peggiorare le cose». In effetti, la cosa che mi preoccupa di più è che l’attuale agitazione nel campus serva alla destra repubblicana che vuole dipingere di fronte alla nazione una scelta tra ordine e caos. Questo tipo di cose non è mai successo quando Trump era presidente, dicono. (Dimenticano l’uccisione di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter). Si può solo immaginare quanto sarebbe stato peggio se fosse successo.


Addio Paul Auster, l’ultimo newyorchese

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

di Gabriele Romagnoli, La Repubblica

E dunque questo è «il paese delle ultime cose». Scriveva: «A una a una scompaiono e non ritornano più… non devi sprecare tempo a cercarle. Quando una cosa sparisce, finisce». Eppure s’invoca un minimo tempo supplementare per radunarle in questa cerimonia dell’addio, l’ultimo articolo su Paul Auster.

C’è l’ultimo libro, Baumngartner, storia di uno svagato alter ego che, attraversando l’esistenza senza più appiglio né cognizione, va a sbattere con l’auto e bussa per soccorso alla porta di una casa sconosciuta, sentendo crescere nell’attesa la possibilità che ad aprire sia qualcuno che l’ha preceduto nell’ultimo viaggio, un figlio perduto, una bambina strappata alla vita, l’ignoto nella forma più compassionevole in cui possa riaccoglierci tutti. Lui, adesso.

Le ultime immagini, quelle dopo il trasferimento a Cancerland, postate dalla moglie Siri, cronista dell’estrema tappa. Una su tutte, scattata dal genero, il fotografo Spencer Ostrander, pubblicata su Instagram il 20 gennaio scorso. Paul Auster indossa il berretto da marinaio di lana scura che occulta gli effetti della terapia sul cranio. Si sporge oltre il bordo di una culla di vimini dove è disteso il suo nipotino. I loro sguardi si incrociano. Cosa vuoi leggerci? La malinconia per non vederlo crescere? La pacificazione per averlo conosciuto e riempito così una casella che si era svuotata? È negli occhi di chi guarda: nei suoi c’è il ciclo della vita, incontrastabile. L’accettazione è una vittoria, non una resa.

L’ultimo desiderio rivelato: smetterla di combattere una guerra dove ogni battaglia si concludeva nell’inizio di un’altra, ogni cicatrice produceva nuove ferite. Chi ha visto troppi destini ripiegarsi non può cedere all’autocommiserazione e lui non l’ha fatto. Solo una piccola richiesta ancora: morire raccontando una barzelletta. «Improbabile», gli ha detto la moglie. Un ultimo sorriso. This is the end, my friend, non è l’inizio, «quando ogni cosa era viva. Ogni oggetto aveva un cuore pulsante e anche le nuvole avevano nomi… i rami degli alberi erano braccia, le pietre potevano pensare e Dio era ovunque».

Le ultime iperboli postume: “La voce di New York”, ma era (come Philip Roth) nato a Newark, nel New Jersey. Un piccolo inganno di prospettiva, come l’idea che avesse origini umili perché aveva fatto molti mestieri a Parigi (il padre viveva delle rendite di appartamenti in affitto), che fosse amato in America (lo era di più in Europa). O ancora: “Il santo patrono di Brooklyn”. È vero che l’avesse resa, tra i primi, la nuova Manhattan, il centro artistico alternativo, ma laicamente, senza consacrarla o elevarla, anzi corteggiandone la follia.

L’ultimo dispetto: i “coccodrilli” con le citazioni delle recensioni negative ai suoi libri più recenti o di giudizi critici impietosi sulla sua intera opera. Aveva smesso da tempo di leggere tutto quel che si scriveva di lui: per sensibilità, non per suscettibilità. Non gli arrivava il chiacchiericcio: «I primi sì, ma poi…», «4, 3, 2, 1…via!». Gli scrittori che hai amato sono tra gli amici più veri della tua vita. Che tu li abbia incontrati o no. Che tu sia stato nella loro casa, seduto in cucina, mentre la moglie rientrava. Che sia salito nella terrazza sul tetto, da dove hanno guardato le torri crollare la mattina dell’11 settembre 2001, palpitando per la figlia che si trovava proprio là, dall’altra parte del fiume, oltre i ponti. Hai imparato a riconoscerli dalla prima riga («Un giorno c’è la vita» oppure «Sono solo nel buio») è un ciao, eccomi qui, sono tornato per dirti ancora una cosa. Non importa che cosa: un capolavoro di storia o una trascurabile, di passaggio, vera o inventata.

È il tono, quello di chi ti sta consegnando un pezzo di sé, fidandosi. Mica puoi dargli le stellette, quando ha finito. Nel dialogo che conclude la sceneggiatura di Smoke, Auggie Wren (Harvey Keitel) e Paul Benjamin (William Hurt) si dicono: «Se non potessi confessare i miei segreti a un amico, a che cosa servirebbero gli amici?». «Giusto, non varrebbe la pena di vivere, dico bene?». Vivere per raccontarla, vivere per ascoltarla. «Quando una persona muore, a poco a poco tutte le tracce di quella vita spariscono… la maggior parte della gente non si lascia alle spalle monumenti o prodotti duraturi». Figli, nipoti. Scrittori avventati parlano dei propri libri negli stessi termini. Possono valere di meno o di più, ma solo in termini di durata. Il giorno dopo l’annuncio, a centinaia hanno fotografato i volumi impilati, poi li hanno riposti sullo scaffale con delicatezza, ma anche con il retropensiero di non dover lasciare spazio per una eventuale aggiunta, di poter proseguire in ordine alfabetico o per analogia. Collezione finita. Semmai, un giorno, rileggere: qua e là, per nostalgia di sé stessi. Com’eri quando scopristi la Trilogia?

Due giorni fa ho cercato le sue ultime parole. Non tra i resoconti giornalistici, ma nei suoi libri. Ho scorso le righe finali di ciascuno, annotato via via quel che, messo insieme, poteva comporre un commiato. Qui indico la fonte, tra parentesi e in corsivo, ma potete leggerle senza interruzioni.

  • «Smettila di sperare in qualsiasi cosa e vivi solo per il presente, per questo istante passeggero, l’adesso che è qui poi non c’è più, trascorso per sempre (Sunset Park)
  • È stato. Non sarà mai più. Ricorda. (L’invenzione della solitudine)
  • Una porta si è chiusa, un’altra si è aperta (Diario d’inverno)
  • Le luci si spengono. (Viaggi nello scriptorium)
  • Chiudete gli occhi; allargate le braccia e lasciatevi svaporare. A quel punto, poco alla volta, vi solleverete da terra. Ecco, così. (Mr. Vertigo)
  • Volevo scrivervi una lunga lettera per trattenere la vostra attenzione il più a lungo possibile. L’ho fatto con sforzo e amore. Mi mancate molto. Con affetto, Paul (Notizie dall’interno)
  • P.S. Quando giungeremo dove siamo diretti, tenterò di scrivere ancora, lo prometto. (Nel paese delle ultime cose)
  • La cinepresa segue il fumo che sale verso il soffitto. Primo piano del fumo. L’inquadratura dura tre o quattro secondi. Lo schermo diventa nero. Inizia la musica. Titoli di coda (Smoke)».


Spartaco Greppi – Il problema in Ticino è il salario: il 25% è medio-basso, e c’è anche l’inflazione

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 


L’ultima dei Giovani liberal-liberisti: abolire la Festa del lavoro

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Mentre il sindacato nazionale USS, in occasione del Primo Maggio, denuncia la crescita del divario salariale in Svizzera, sottolineando che con una paga medio bassa (che, per esempio in Ticino, riguarda almeno il 25 per cento dei lavoratori) per arrivare a fine mese si dispone di meno risorse rispetto a… otto anni fa, i Giovani liberal-liberisti svizzeri propongono la pura e semplice abolizione della Festa del lavoro. Con la tesi che “non c’è nulla da festeggiare”, e su questo possiamo concordare: basta ascoltare quanto, nella pagina precedente di Naufraghi/e, illustra il prof. Spartaco Greppi sui problemi dei salari nella Confederazione, e particolarmente nel nostro Cantone. 

Ma i Giovani liberal-liberisti elvetici vanno ben oltre: eliminare un giorno che è anche di riflessione sulle condizioni retributive e di lavoro nella Confederazione sarebbe  – sostengono – soprattutto un vantaggio per l’economia nazionale, uno spreco in meno. Allora, che ne pensano della possibilità di cancellare anche un po’ di feste religiose, su cui spesso inciampa la sacra produttività economica, e di cui per esempio il Ticino ha una sorta di primato nazionale?

Nettamente sconfitti nella recente votazione per l’introduzione della 13esima AVS (per la quale, insieme al fronte iper-conservatore, si stanno arrovellando per capire come poterla bloccare o derubricare), i liberalini svizzeri (assolutamente dimentichi dell’orientamento anche radicale che fece la fortuna politico-elettorale dei loro trisavoli, bisnonni e nonni), sono evidentemente in cerca di una rivincita politica. Con iniziative che vorrebbero portare il partito sempre più su posizioni di destra-destra. All’inseguimento dell’UDC, strategia che nell’ultimo ventennio non ha portato nulla di buono al partito in varie competizioni elettorali federali. 

Così, in Ticino fra poco più di un mese dovremo andare a votare per un’iniziativa che i liberali (junior e no) hanno partorito per approfittare dell’aria “che tira”: uno sconto fiscale, ma solo per le classi più agiate, che impoverirà ancor più le casse pubbliche e l’intervento pubblico. Sempre nella convinzione, smentita da fatti e innumerevoli statistiche, che più favorisci ricchi e abbienti, più ne beneficerebbe l’intera e “sottostante” società (è lo sgocciolamento, bellezza). Come se il venti per cento dei ticinesi contribuenti esentati dal pagare imposte, perché non in grado economicamente di essere “buoni cittadini”, non confermasse, dopo anni di favori fiscali a chi non ha problemi, che si tratta di una allettante… panzana.

In realtà, un ottimo motivo per non rinunciare al Primo Maggio. Semmai per rivitalizzarlo. 

Nell’immagine: a dispetto dei liberalini


Schlein, la misura della leadership

Migliaia di giovani in piazza per protestare contro la “legge russa” che permetterebbe di silenziare Ong e giornali d’opposizione. Il Paese è sull’orlo di una crisi violenta che può decidere il suo futuro europeo 

Di Stefano Folli, La Repubblica

Che ne è stato del dibattito faccia a faccia tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein? Doveva essere il piatto forte della campagna elettorale, ma se ne sono quasi perse le tracce. Si parlava di aprile, ora siamo arrivati a maggio e incombe la spada di Damocle della par condicio.

Lunedì 29 aprile, intervistata nella trasmissione Metropolis di Gerardo Greco, la segretaria del Pd ha risposto, forse non troppo convinta: «Si farà, in questi giorni se ne occupano gli staff». Il che tende a ridurre l’evento a questione tecnica, anziché trattarlo come una priorità politica. Viceversa, proprio questo dovrebbe essere: una priorità per il Pd.

Il capo del partito al momento meno premiato dai sondaggi, cioè Elly Schlein, ha tutto l’interesse e la convenienza a esigere il dibattito. Per mettere in difficoltà la sua antagonista, se le riesce, ma soprattutto per affermare una leadership nel suo campo, il centrosinistra: leggi il tormentato rapporto con Conte.

È chiaro, del resto, che il confronto destra/sinistra è già personalizzato, vale a dire costruito interno alle due figure più forti. O che dovrebbero esserlo. La premier Meloni ha fatto quello che ci si aspettava da lei; e non c’era bisogno di molta fantasia: ha puntato tutto su se stessa, in virtù di un temperamento volitivo e incline a mettersi sempre in gioco. Se ha avuto ragione lo sapremo solo il 9 giugno. Ma nessuno dubitava che la scelta sarebbe stata quella.

Fin dall’inizio era ovvio che la segretaria del Pd non potesse sottrarsi al duello. Certo, con i suoi temi (dalla sanità al salario minimo, le questioni sociali e l’opposizione alla riforma delle autonomie), ma anche con il realismo di capire che la politica moderna si fa intorno alle persone, prima che intorno alle idee.

Ecco perché è essenziale non lasciare l’iniziativa all’avversario, e ancor più rischioso è dare l’impressione di inseguire i comportamenti dell’altro, il suo stile comunicativo. Forse la segretaria del Pd è stata troppo timorosa e quindi accomodante.

Di fronte a un personaggio determinato come la presidente del Consiglio era ed è indispensabile contrastarla con la medesima asprezza. Invece sul punto della candidatura si è arrivati a un compromesso: la segretaria si presenta solo in due collegi. In questo modo si ammette la candidatura “di bandiera”, cioè senza la volontà di coprire il seggio al Parlamento europeo.

All’inizio l’ipotesi era stata rifiutata, ora la si accoglie nel formato minimo. Con ciò rinunciando all’orgogliosa rivendicazione di una candidatura tutta politica, concepita per rafforzare l’immagine della leader, sia nel partito sia rispetto ai 5S di Conte. Così invece si rimane a metà strada, con il pericolo di scontentare tutti.

La verità è che una battaglia personalizzata intorno ai protagonisti è ormai nell’ordine delle cose. Da Conte a Renzi a Calenda, per restare nel campo del centrosinistra o del centro, tutti obbediscono alla regola, anche chi non si candida.

Del resto il filo conduttore destinato a dipanarsi dopo il voto di giugno riguarda il tema di chi dirigerà la coalizione allargata, quella che oggi non esiste.

Giuseppe Conte tende a considerarsi in grado di esercitare un’egemonia, nonostante abbia meno voti del Pd. E anche meno storia. Ma è chiaro che Schlein, o chi per lei, non può cedere su questo punto cruciale. Peraltro un’alleanza che si forma senza la chiara indicazione di una leadership non ha futuro.

Ne deriva che il confronto con i 5S, finora evitato per timore di compromettere i successivi accordi per le regionali e le politiche, richiede di mettere al centro le priorità del Pd. A cominciare dalla politica estera e da un programma riformista credibile. Difficile quindi rinunciare a una campagna molto personalizzata.

Nell’immagine: Elly Schlein durante la trasmissione citata