13 anni di guerra in Siria: una delle crisi umanitarie più gravi del secolo

 

Da Valigia Blu

Il 15 marzo 2011 cominciava una delle più gravi crisi umanitarie e politiche del nostro secolo: la guerra civile in Siria. Le proteste pacifiche contro il governo per chiedere un cambiamento democratico, infatti, incontrarono quel giorno la feroce repressione del regime di Bashar al Assad. Era l’inizio di una guerra civile devastante, che ha segnato per sempre il paese e la regione.

13 anni dopo, il paese è diviso in diverse aree, alcune sotto il controllo del governo siriano con l’appoggio di Russia, Iran e Cina. Altre sono invece sotto il controllo dei gruppi di opposizione e delle milizie, con il sostegno di Turchia, Stati Uniti e altri paesi.

Dopo il terremoto che ha colpito Siria e Turchia il 6 febbraio 2023, complice anche il ripristino dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita, la Siria è stata riammessa nella Lega Araba lo scorso maggio. Era stata espulsa già nel 2011, allo scoppio della guerra civile, proprio come risposta alla repressione attuata dal regime di Assad. La decisione della Lega Araba ha suscitato indignazione tra le forze di opposizione e tra gli attivisti siriani in diaspora.

In questi 13 anni è soprattutto la popolazione civile siriana ad aver pagato un costo elevatissimo per la guerra, in termini di vite e violazioni dei diritti umani. Intere città sono state distrutte, le infrastrutture demolite, esponendo le persone a violenze inimmaginabili.

Il numero di vittime del conflitto è stimato tra le 500mila e le 650mila persone. Secondo le Nazioni Unite, sono 7,2 milioni di sfollati interni, mentre i rifugiati verso i paesi vicini sono più di 5 milioni. Questi rifugiati sono in gran parte bambini e giovani, e versano in gravi condizioni a causa della povertà e dell’accesso limitato a servizi essenziali, come cibo e assistenza medica.

Per l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), grava sulla situazione attuale dei rifugiati siriani anche l’attuale conflitto a Gaza, così come l’intensificarsi degli scontri al confine tra Israele e Libano. Sono già più di 90mila gli sfollati dal Libano meridionale, e tra questi oltre 7mila sono siriani.

All’interno dei confini siriani, invece, come riferito lunedì scorso da Paulo Pinheiro, presidente della Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria, vive in povertà “oltre il 90 per cento della popolazione”. “L’economia è in caduta libera a causa dell’inasprimento delle sanzioni, e l’aumento dell’illegalità alimenta prevaricazioni ed estorsioni da parte delle forze armate e delle milizie”, ha evidenziato Pinheiro, per il la Siria “ha disperatamente bisogno di un cessate il fuoco”. L’UNICEF riferisce come nel paese la malnutrizione cronica riguardi “650mila bambini sotto i cinque anni, con un aumento di circa 150mila bambini nei quattro anni successivi al 2019”.

Negli ultimi mesi gli attacchi contro i civili si sono intensificati, portando il totale dall’inizio dell’anno a più di 140. Per le le Nazioni Unite l’inasprimento degli scontri è cominciato lo scorso 5 ottobre, quando nella città di Homs, controllata dal governo, una serie di esplosioni durante una cerimonia di laurea ha ucciso almeno 63 persone, tra cui 37 civili. Il governo siriano e la Russia hanno risposto con una serie di bombardamenti che in circa 3 settimane hanno colpito oltre 2mila diversi punti nelle aree controllate dalle forze di opposizioni. I morti ammonterebbero a centinaia di civili.

Secondo Kelly Petillo ricercatrice dell’European Council on Foreign Relations ed esperta del Medio Oriente, attualmente “il regime siriano e i suoi sostenitori russi e iraniani stanno intensificando l’uso di droni suicidi in aree chiave per l’agricoltura, come Hama, Idlib e Aleppo”. L’obiettivo, secondo Petillo, è minacciare quelle zone rimaste fuori dal controllo del regime e che fungono da ancora di salvezza.

Sul presidente Bashar al-Assad, sul fratello Maher al-Assad e su due alti ufficiali siriani pende attualmente un mandato di arresto internazionale emesso dalla giustizia francese. Sono accusati di complicità in crimini contro l’umanità e in crimini di guerra, accuse che si riferiscono all’uso di armi chimiche vietate contro i civili siriani. Uno dei due attacchi chimiche al centro delle accuse, quello del 2018 a Douma, è il più devastante mai avvenuto da quanto è entrata in vigore la Convenzione di Parigi sulle armi chimiche.

A fronte di questa terribile emergenza umanitaria e di un conflitto che non sembra destinato a finire, l’UNHCR ha evidenziato come negli ultimi anni stiano venendo meno i finanziamenti necessari per fronteggiare la prima. Questo sta mettendo le agenzie umanitarie di fronte alla difficile situazione di decidere a quali attività umanitarie dare la priorità. L’UNHCR ritiene servano 1 miliardo e 490 milioni di dollari per garantire gli aiuti necessari alla popolazione siriana, e solo una piccola parte di questa somma è attualmente disponibile.

Per sostenere gli sforzi necessari nell’assistenza umanitaria nella regione, l’UNHCR ha lanciato proprio in questi giorni la campagna #Siria13anni. È possibile contribuire con una donazione tramite questa pagina.

Come dichiarato da Chiara Cardoletti, Rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino, “I siriani meritano la fine di questa crisi e di un’agonia che dura da troppo tempo. In attesa che vengano trovate le ormai indispensabili soluzioni politiche quello che possiamo e dobbiamo fare è stare accanto ai rifugiati e agli sfollati siriani, non dimenticarci della loro sofferenza e restituire loro la speranza”.

Nell’immagine: fotografia di Shawkat Alharfoush/UNHCR per la campagna #Siria13anni


Il vero “sgocciolamento”

 


Come la Svizzera intende affrontare la carenza di manodopera

 

Di Samuel Jaberg, tvsvizzera.it

È una realtà che colpisce il mercato del lavoro, non solo in Svizzera, dopo la fine della pandemia di coronavirus. Molte aziende hanno difficoltà a reclutare personale per soddisfare la forte domanda. Sebbene negli ultimi mesi l’inflazione abbia leggermente attenuato la ripresa economica post-Covid, e di conseguenza il fabbisogno di manodopera, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statisticaCollegamento esterno (UST), alla fine del 2023 erano ancora vacanti più di 110’000 posti di lavoro.

Il fenomeno è destinato a intensificarsi. Secondo le associazioni imprenditoriali, entro il 2040 ci sarà una carenza di quasi 430’000 persone nel mercato del lavoro, soprattutto a causa dei cambiamenti demografici.

L’afflusso di giovani non sarà in grado di compensare la generazione del cosiddetto “baby boom” che va in pensione. Altri studi, come quello dell’associazione Impiegati Svizzeri, dipingono un quadro ancora più fosco. Secondo le stime, entro il 2035 il mercato del lavoro svizzero potrebbe essere privo di quasi 1,2 milioni di persone.

Le autorità svizzere ammettono che le aziende saranno sempre più in competizione per attrarre manodopera. Tuttavia, invitano alla cautela con queste cifre e a non drammatizzare la situazione.

“Questo effetto demografico è stato e sarà probabilmente mitigato in una certa misura dall’immigrazione. In generale, non è facile estrapolare la situazione del mercato del lavoro, che è in continua evoluzione”, sottolinea Françoise Tschanz, portavoce della Segreteria di Stato per gli Affari Economici (SECO).

L’approccio liberale della Svizzera

A livello globale, non esistono statistiche dettagliate sull’entità del fenomeno o sul suo sviluppo futuro. Resta il fatto che molti Paesi, non solo occidentali, dovranno rimboccarsi le maniche per riempire i posti lasciati vacanti dalla transizione demografica e dall’invecchiamento della popolazione.

“Finora il problema ha riguardato soprattutto i Paesi ricchi. Ma la carenza di manodopera comincia a diventare una sfida per alcuni Paesi emergenti”, sottolinea Ekkehard Ernst, responsabile della divisione macroeconomia dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) a Ginevra. Penso in particolare alla Cina, che sta lottando per trovare lavoratori per il suo settore agricolo. Con l’invecchiamento della popolazione mondiale, questo fenomeno è destinato a peggiorare”.

Secondo il Governo svizzero, non è necessario alcun intervento statale speciale per evitare carenze in settori chiave dell’economia come la sanità, l’energia o i trasporti.

“Il mercato del lavoro funziona molto bene. La formazione professionale duale è un vantaggio, in quanto si adatta costantemente alle esigenze delle aziende. Inoltre, il livello di istruzione in Svizzera è alto e negli ultimi anni è cresciuto ulteriormente”, afferma Françoise Tschanz.

Questo approccio decisamente liberale e ottimista ha funzionato piuttosto bene per la Svizzera fino ad oggi. Ma ha avuto successo solo grazie al massiccio afflusso di manodopera immigrata, soprattutto dai Paesi dell’Unione Europea.

Dal 2002, quando è entrata in vigore la libera circolazione delle persone, la popolazione del Paese è cresciuta del 20%, raggiungendo i 9 milioni. Una crescita demografica impressionante che non ha eguali in Europa.

Aiutare le famiglie e dare lavoro alle persone anziane

La maggior parte degli specialisti e delle specialiste concorda sul fatto che la concorrenza internazionale per la manodopera qualificata si intensificherà nei prossimi anni. E nonostante i suoi stipendi elevati e un ambiente di vita molto apprezzato dalle persone espatriate, la Svizzera non è nella posizione migliore per attrarre le migliori braccia e i migliori cervelli, afferma Rafael Lalive, professore all’Università di Losanna e specialista del mercato del lavoro.

“Non siamo competitivi quando si tratta della qualità dell’accoglienza offerta alle famiglie. Francia, Germania e Italia hanno sistemi di assistenza all’infanzia molto migliori. Di conseguenza, la Svizzera si sta privando di una forza lavoro potenziale che diventerà ancora più importante in futuro: le donne qualificate con figli”, sottolinea l’esperto.

Secondo Rafael Lalive, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo molto più importante nel sostenere la politica familiare, che attualmente viene descritta da alcuni come il parente povero della politica sociale svizzera.

Allo stesso tempo, l’esperto del mercato del lavoro è favorevole a un aumento flessibile dell’età pensionabile, in particolare per le persone che svolgono professioni senza troppe fatiche fisiche. Anche se impopolare, questo passo, già compiuto in molti Paesi, consentirebbe di colmare gran parte delle lacune del mercato del lavoro.

Da Google alla transizione energetica

Fautrice del non interventismo, la SECO ritiene che il progresso tecnologico consentirà alle aziende di ottenere le stesse prestazioni con meno lavoro.

Un’ipotesi che non convince Ekkehard Ernst. “È un po’ come il serpente che si morde la coda. Meno manodopera si ha a disposizione, meno si può investire in tecnologie che aumentano la produttività”, sottolinea l’economista dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

In tempi di carenza, la distribuzione della manodopera qualificata tra le diverse attività economiche diventa una questione cruciale. “Negli ultimi 15 anni, le nuove tecnologie sono state sviluppate principalmente in settori in cui non hanno un grande impatto positivo in termini economici, sociali o ambientali”, rileva Ekkehard Ernst. Basti pensare ad applicazioni come Facebook, Instagram o TikTok. D’altra parte, nel settore delle costruzioni, ad esempio, siamo tornati allo stesso livello di produttività degli anni ’50”.

Lo Stato dovrebbe quindi costringere le e gli ingegneri a lavorare per migliorare l’isolamento degli edifici piuttosto che sviluppare gli algoritmi di Google?

“La libertà di scegliere la propria professione è un diritto fondamentale. Lo Stato può intervenire solo in ultima istanza per destinare la manodopera a settori in cui è urgentemente necessaria, come è avvenuto per mantenere in funzione gli ospedali durante la crisi di Covid”, osserva Rafael Lalive.

Rendere il lavoro più attraente

D’altra parte, aggiunge Ekkehard Ernst, le autorità hanno un ruolo da svolgere introducendo incentivi – e tasse – volti a riorientare le attività di mercato, e quindi la forza lavoro, verso i luoghi in cui è necessaria.

“Nei progetti infrastrutturali o di mobilità, ad esempio, potremmo sfruttare maggiormente le competenze dei giganti tecnologici senza che lo Stato debba pilotare tutti i dettagli dell’economia e del mercato del lavoro”, sottolinea Ernst.

E quando è lo Stato stesso a stabilire le condizioni di lavoro, come avviene nei settori della sanità e dei trasporti pubblici, può anche influenzare l’attrattiva del lavoro.

“Dobbiamo offrire salari più alti e condizioni di lavoro più flessibili, soprattutto per le donne. Certo, questo ha un costo: a nessuno piace pagare di più per il biglietto dei trasporti o per i premi dell’assicurazione sanitaria. Ma alla fine – conclude Rafael Lavile – queste sono le uniche misure che ridurranno effettivamente la carenza di manodopera in questi settori”.


I Martiri di Chicago e le nostre mani

 

Di Maurizio Maggiani, La Stampa

Vorrei festeggiare con voi la festa del Primo Maggio raccontandovi una storia, una vecchia storia, così vecchia che potrebbe sembrarvi inaudita. Una storia di lavoratori naturalmente, che il Primo Maggio è la loro festa; sì, non la festa del lavoro ma di chi lo vende, chi vende le proprie mani e la propria mente a prezzi di mercato. È una festa antica di un secolo e mezzo e più, si festeggia la vittoria dei lavoratori dell’Illinois che il primo giorno di maggio del 1867 ottennero la prima legge al mondo che imponeva le otto ore lavorative. Se otto ore vi sembran poche venite voi a lavorar, e proverete la differenza tra lavorare e comandar. E siccome le conquiste dei lavoratori hanno una storia che è fatta anche di sangue, nel contempo si ricordano i Martiri di Chicago, i sette operai anarchici impiccati perché implicati nei disordini che a Chicago seguirono lo sciopero generale indetto il primo giorno di maggio del 1886 perché le otto ore fossero estese a tutto il territorio dell’Unione. Non credo che ci sia ancora memoria di tutto questo, ma in particolare non credo che sia rimasta memoria dello spirito della festa, il profondo senso di orgoglio, la fierezza con cui i lavoratori si mostravano quel giorno alla città, al mondo. Finché ero un ragazzino, mio padre il primo di maggio si vestiva a festa, si insigniva di un garofano rosso all’occhiello della sua giacca del matrimonio, l’unica che possedeva per le feste, e sfilava con i sui colleghi operai per una città imbandierata, la banda musicale in testa, la gente che applaudiva dai marciapiedi. Era il tempo in cui i lavoratori erano colmi della certezza di aver edificato il Paese, lo avevano ricostruito mattone su mattone, bullone su bullone, campanella di scuola su campanella di scuola dalle macerie della guerra e della dittatura.

E di questo tutta la comunità era riconoscente, ed era sincera e unanimemente convinta che dal lavoro si generasse libertà, dignità, pace. E le lotte di allora, ancora per le otto ore e, per l’abrogazione del sistema dei cottimi, per i salari giusti, per la previdenza, per le condizioni di sicurezza, erano sì dure e dagli esiti sempre contrastati, ma sempre combattute nella convinzione che la vittoria sarebbe stata inevitabile, la storia era dalla parte del lavoro, il conflitto era duro, ma il conflitto generava progresso. E così è accaduto, nel tempo della mia giovinezza, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, il conflitto tra capitale e lavoro si è volto a favore del lavoro, una sera mio padre è tornato a casa con il contratto unico, un’altra con il servizio sanitario nazionale, e lo statuto dei lavoratori, e mio padre e mia madre per la prima volta in vacanza in montagna perché adesso il salario arrivava fin lì. E la coscienza nuova di non aver solo ricostruito il Paese ma di poterne edificare uno nuovo, la classe lavoratrice che si faceva carico non solo del proprio progresso ma di quello dell’intera comunità. Così, quando nell’autunno del ’69 occupai la mia scuola, e al pari delle occupazioni di tutto il Paese non era una cosa leggera, durò mesi, almeno fino all’applicazione della straordinaria riforma del sistema scolastico, a portarci il cibo e le coperte venivano gli operai dei cantieri navali, e erano loro che ci facevano scudo durante i cortei dalle cariche dei celerini. Pensavano i lavoratori, pensavano i loro sindacati, che la battaglia dei loro figli per una nuova scuola fosse anche una loro battaglia, così come lo era quella per il divorzio, per un nuovo diritto di famiglia. Prendersi carico della comunità, farsi classe dirigente, questo era il sentimento, incredibile che possa apparire nell’oggi.

Ed ecco la storia di lavoratori che vi voglio raccontare. Appena diplomato ho cominciato a fare il maestro di scuola, il mio primo incarico è stato un insegnamento piuttosto speciale. Intanto che occupavo la scuola, avevo trovato il modo di studiare un po’, abbastanza da abilitarmi anche all’insegnamento dei non vedenti e il mio primo incarico me lo ha assegnato l’Unione Ciechi della mia città, mi sarei occupato dell’istruzione primaria di un bambino non vedente. Era il 1971. A quel tempo l’istruzione dei non vedenti era confinata negli istituti a questo preposti, istituzioni concentrazionarie che isolavano dalla società, orientavano gli alunni alle mansioni tradizionalmente, da millenni, riservate ai ciechi, escludendoli da ogni concreta possibilità di relazione e integrazione con i loro coetanei e la comunità, e quel bambino, che fatalmente portava il mio stesso nome, era destinato a uno di quegli istituti, per altro a centinaia di chilometri da casa. Ma era tempo di grandi fermenti, era tempio di rivoluzione anche per l’Unione Ciechi, e decise che a partire da Maurizio le cose dovessero cambiare, io non ero solo un maestro, ero diventato un militante di un vasto movimento antisegrazionista. Quel bambino non era solo cieco, ma anche tetraplegico, “pluriminorato” era la definizione tecnica ufficiale, e se da cieco non aveva altro destino che l’istituito, da tetraplegico poteva essere inserito in una classe speciale, una classe differenziale, altro confinamento, ancora esclusione, ma un filo meno reclusiva, in fin dei conti la sezione speciale era a due passi delle sezioni per i ”normodotati”.

E così non fu solo la battaglia per un bambino, ma di tutti gli esclusi confinati nella classe differenziale. Fu una battaglia dura, i direttori didattici, il provveditore, i pregiudizi, e le leggi dietro a cui si trinceravano, erano gli avversari, gli alleati erano prima di tutto i genitori dei bambini, e poi Basaglia naturalmente, e i colleghi di lavoro dei genitori. I lavoratori pensavano di doversi caricare del destino anche dei discriminati, degli esclusi, la loro sofferenza era la sofferenza di tutti. E Maurizio entrò in una classe “normale” contro la legge che glielo impediva, contro le opinioni contrarie delle autorità scolastiche, contro gli egoismi di uomini e istituzioni che traevano dalla condizione di esclusione le loro posizioni di rendita, contro un destino segnato da secoli. Ci entrò non perché lo accompagnavo io e i suoi genitori, ma perché davanti a noi c’era tutto il consiglio di fabbrica dell’azienda di suo padre, in tuta da lavoro e con le bandiere del sindacato. Ci entrò a scuola perché quello era il tempo in cui non poteva che accadere, e infatti nel giro di pochi anni arrivarono le leggi, la sensibilità, l’ovvietà dell’inclusione.

Una vecchia storia di lavoratori per questo Primo Maggio, una vecchia storia che parla di nuovi fatti; lo sapete, c’è chi sta facendo campagna elettorale perché Maurizio se ne torni in istituto e la smettesse di tarpar le ali ai “normali” a quelli che devono poter andare avanti senza la palla al piede dei “minorati”. E non è detto che non potrebbe aver fortuna il generale e la sua rivoltante dedizione al male, questo è il tempo della pubblica e privata infelicità, dell’egotismo eletto a sistema di governo e di relazione, il tempo della paura per ogni forma di vita che attenti all’imperativo immorale “prima gli italiani” intendendo prima io; e questo cancro che sta consumando la Repubblica, e con l’attuale governo si è fatto metastasi, ha una storia anamnestica lunga trent’anni. E dovesse accadere, io non so se ci sarà mai uno scudo di lavoratori a difesa del diritto del mio alunno a crescere e istruirsi assieme a tutti gli altri alunni, e il diritto degli altri alunni a crescere con lui. Non lo so perché non riesco a vedere né orgoglio di costruttori, né fierezza di casse dirigente nei lavoratori che oggi hanno diritto alla loro festa, e per buoni motivi. Perché il loro lavoro vale sempre meno, quando non vale niente e sono costretti a venderlo al peggior offerente, visto che il migliore non esiste; perché non c’è il futuro del Paese da edificare ma solo da gratificare gli azionisti con i profitti trimestrali succhiati via dalla palude della sua stagnazione.

Mi chiedo quanti tra i lavoratori che oggi ricorderanno il secolo e mezzo del diritto alle otto ore se lo possono davvero permettere il lusso delle otto ore. Nel giorno che ricorda i martiri di Chicago, mi chiedo quanti dei lavoratori che rischiano la vita, ancora i martiri, possono permettersi di lavorare in sicurezza. Quando c’è chi è pagato tre euro in nero all’ora nelle campagne, quando c’è chi deve rispettare ritmi di lavoro inumani. Quanta sicurezza può permettersi un rider che deve correre come un pazzo per consegnare una pizza? Quanto straordinario fuori busta deve fare un operaio di una piccola industria orgoglio dell’ingegno nazionale per sopravvivere con una famiglia a carico? Cosa è rimasto dello Statuto dei Lavoratori, cosa è rimasto delle ormai antiche conquiste? Io mi sono laureato da studente lavoratore grazie alle 150 ore che il sindacato ha conquistato perché i lavoratori potessero elevare la loro condizione attraverso lo studio; quanti lavoratori oggi hanno la possibilità di elevare la loro condizione? Cosa è rimasto della classe lavoratrice? Di quella niente, perché ne è stata da tempo decretata la fine, l’estinzione per sopravvenute cause di forza maggiore. E sarà anche così, ma non per questo sono finite le classi, infatti la classe del capitale è viva, eccome. Tanto viva che la sua festa è tutti i giorni. Tutti tranne questo, tranne il Primo maggio, direi se non altro per discrezione.


Schiavi della Scam City

 

Di Emanuela Giordana, il manifesto

L’edifico campeggia in pieno centro città. È circondato da un alto muro con filo spinato e una porta d’ingresso con guardiani e telecamere. A prima vista sembra un palazzo come un altro anche se le misure di sicurezza all’esterno sono singolari. Ma a guardar bene, si nota che tutte le finestre sono sbarrate. La cosa sarebbe abbastanza comune se le sbarre servissero a non fare entrare gli intrusi e infatti un po’ di case a Sihanoukville, il porto della Cambogia dedicato a Sihanouk, lo storico “monarca rosso”, hanno sbarre alle finestre al primo e al secondo piano.

Ma qui tutto è sbarrato sino al tetto e non per impedire l’ingresso ma… l’uscita. Benvenuti a Sihanoukville, regina fra le Scam City – le città della truffa – del Sudest asiatico. Dove un’orda di schiavi cybernetici agli ordini inflessibili della mafia cinese organizza ogni giorno un collaudato sistema di truffe online: dal gioco d’azzardo agli investimenti in cripto valute che hanno un unico obiettivo. Svuotare il conto corrente di chi ci casca.

PERCHÉ LA MAFIA cinese abbia scelto Sihanoukville richiede un passo indietro. Recentemente, le autorità cambogiane hanno esaminato la bozza sulla seconda fase del piano per la creazione di una zona economica speciale multifunzionale nella città (Zes). È un progetto del 2006 e che ha attraversato fasi diverse e mira a trasformare la città in un’importante zona economica del Sudest asiatico, con un’area industriale avanzata per le catene di produzione regionali e globali attraverso l’uso di tecnologia e attrezzature all’avanguardia.

Una Shenzen cambogiana, che prende spunto dalla tecnologica città cinese per eccellenza che vi ha infatti contribuito con il suo Istituto di Pianificazione e Design Urbano. La Zes di Sihanoukville è la più grande della Cambogia e sviluppo e denaro fan gola a tutti, mafiosi compresi. Ma il piano subisce una forte battuta d’arresto nel 2020, quando Phnom Penh proibisce alle decine di Casinò sorti in città il gambling online, una pratica illecita ma non a Sihanoukville. La mossa a sorpresa fa collassare tutta l’economia illegale e parallela legata al gioco d’azzardo con tutto il suo corollario di prostituzione, traffici, violenze. Ma colpisce a morte lo stesso sviluppo urbano, il cui boom edilizio si era accompagnato alle licenze per un centinaio di Casinò.

Il Covid fa il resto e l’economia della città crolla lasciando gli scheletri di interi palazzi in costruzione – sviluppatisi con l’idea che Sihanoukville sarebbe diventata anche il più grande Casinò del Sudest asiatico – abbandonati per il crollo dei week-end tour di migliaia di cinesi malati del tavolo verde. Che fino al 2020 avevano alimentato l’economia della città e promesso lucrosi investimenti edilizi. Uno sviluppo illegale a braccetto con quello pulito. Con i cinesi – e qualche furbetto cambogiano – a far da vittime e da carnefici. Entrambi bastonati.

ADESSO PERÒ Sihanoukville è tornata a vivere e le attività sono riprese. Molti degli scheletri che la facevano assomigliare a una città bombardata nel 2020 sono stati ultimati o sono in fase di riavvio lavori. Non è una percentuale elevatissima ma un buon terzo degli edifici abbandonati sembra tornato a nuova vita. I prezzi dei terreni e degli immobili, impazziti durante l’epoca dei Casinò, sono scesi e consentono nuovi investimenti. Puliti e non. Un occhio vigile infatti non fa fatica ad accorgersi della particolarità che riguarda una serie di edifici che hanno tutti le medesime caratteristiche: finestre e porte ricoperte da grate di ferro. Strumenti appunto per evitare che si esca.

Questi edifici sono circondati da muretti alti o da paratie di ondulato che nascondono la vista dei piani bassi. Per raggiungerle bisogna infilare stradine che per lo più sono cieche. Davanti all’ingresso degli edifici, una porta guardata a vista – a volte preceduta da una sbarra di ferro che fa da check point – chiude l’ingresso agli indesiderati. Non sono semplici “portieri”. Hanno quasi tutti una divisa nera e facce poco amichevoli. Potrebbero essere armati. Sugli angoli sbucano telecamere. È la seconda vita che la mafia cinese ha scelto per Sihanoukville. Ben oltre i Casinò e ben oltre il miraggio di Shenzen: da regina dell’azzardo a Scam City, dove un esercito di schiavi al computer o al telefono imbroglia con perizia migliaia di persone ogni giorno.

SONO STRUTTURE che, secondo tre ricercatori che da anni studiano le Scam City – Ivan Franceschini, Ling Li e Mark Bo – «rappresentano una nuova manifestazione del capitalismo predatorio»: il compound capitalism. Questi edifici sono in effetti dei veri e propri centri (compound) dove un esercito di schiavi lavora in rete su più cellulari una media di 12-14 ore al giorno architettando truffe telefoniche che mirano a saccheggiare i conti correnti delle malcapitate vittime che rispondono a un primo messaggio che arriva su Whatsapp, Instagram o altre piattaforme. Di solito da un’avvenente giovane asiatica/o.

UNO DI QUESTI compound, strafotografato, si trova in pieno centro: a Mittapheap, distretto 1801, un chilometro dal nuovo porto della città, a ridosso della Sihanoukville Port Special Economic Zone (Spsez). La polizia l’ha chiuso dopo una delle rare operazioni di pulizia in seguito soprattutto a pressioni della Cina. Ma l’esercito di scammisti – spesso avvisato per tempo – viene spostato altrove prima della perquisizione.

E del resto non lontano da lì, si nota un altro edifico che ha tutta l’aria di essere uno scam compound che vive la sua ordinaria quotidianità. Indisturbato. Lo si capisce perché, dietro le inferiate che danno su strada, sono stesi panni ad asciugare. Non è l’unico. Se si comincia a farci caso, se ne incontrano diversi lungo le arterie della città, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Ovunque si ripete il modello: muri di cinta, filo spinato, porte e finestre sbarrate, panni appesi, guardie. Alla luce del sole.

Verso Otres, la zona delle spiagge, c’è uno dei più famosi chiamato K99. Non è riparato da altri edifici e campeggia solitario lungo una strada chiusa dove c’è al massimo qualche ambulante. Recintato da mura, ha l’aria di una caserma. Tutti sanno cosa succede a K99 ma i suoi padroni non sembrano preoccuparsene. Non si nascondono.

FRANCESCHINI e i suoi colleghi hanno raccolto decine di testimonianze, ricostruito la gerarchia nei compound, il traffico di umani, le torture e persino dimostrato quanto costa ai prigionieri guadagnarsi il salario: devono pagarsi dal cibo al posto letto. Se no son botte. Secondo le Nazioni unite questo esercito conta nel Sudest asiatico oltre 200mila schiavi, la metà dei quali in Cambogia. E secondo John M. Griffin e Kevin Mei dell’Università americana di Austin, il giro d’affari si aggira attorno a 75 miliardi di dollari in conti di deposito sospetti. Soldi che si fanno soprattutto con le truffe prodotte da questa nuova forma di schiavitù tra Cambogia e Myanmar ma anche nel Laos. (L’articolo sulle Scam City in Laos è uscito il 20 gennaio 2024).

Nell’immagine: Sihanoukville, il compound chiuso dopo l’intervento della polizia